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La malinconia, a mezzogiorno

La malinconia fu la compagna intima di Baudelaire. In Au Lecteur innalza l’immagine della Noia a figura maestosa. Era diventato difficile pronunciare in poesia il termine malinconia, a causa dell’eccessiva usura e della sua associazione alla contemplazione solitaria e alla tenerezza triviale, e per questo Baudelaire lo userà raramente. Di qui la necessità di ricorrere a sinonimi, metafore, per arrivare poi al termine spleen. Lo spleen è un termine derivato dall’inglese a partire dal greco splên, milza, sede della bile nera, dunque della malinconia. Il posto dello spleen in Les Fleurs du mal è dominante, e anche se non figura nei versi, lo ritroviamo nei titoli.

Nella poesia che dedica a Sainte-Beuve l’evocazione degli ennuis degli anni di collegio suscita l’entrata in scena della Malinconia allegorizzata e il riferimento a La Religieuse di Diderot allegorizza l’allegoria stessa: la figura intravista è quella di un’altra giovinezza prigioniera dietro i muri di un convento; il collegio e il convento sono due aspetti della stessa malinconia.

C'était surtout l'été, quand les plombs se fondaient, claustrale. Estratto della poesia per Sainte-Beuve. Que ces grands murs noircis en tristesse abondaient, […] Saison de rêverie, où la Muse s'accroche Pendant un jour entier au battant d'une cloche; Où la Mélancolie, à midi, quand tout dort, Le menton dans la main, au fond du corridor, - L'œil plus noir e più bleu que la Religieuse Dont chacun sait l'histoire obscène e douloureuse, - Traîne un pied alourdi de précoces ennuis, Et son front moite encore des langueurs de ses nuits.

Il mento nella mano è un gesto emblematico. L’ora di mezzogiorno è quella dell’accidia, della sonnolenza. La lentezza e la grevità sono alcune delle caratteristiche del personaggio malinconico. Il “piede appesantito”, pur rinnovando l’immagine tradizionale, attesta che il poeta non ha dimenticato i piedi di Suzanne Simonin (la Monaca di Diderot) feriti dai frammenti di vetro disseminati dalle sue persecutrici al suo passaggio. Simile all’eroina di Diderot, la Malinconia allegorizzata da Baudelaire è giovane, “noie precoci”, “notti” languide.

Nonostante non ci siano affinità con le personificazioni della Malinconia in Dante e Charles d’Orléans, che la vedevano come una donna anziana, ostile, vestita di nero e portatrice di notizie sinistre, è rimasto qualcosa di queste precedenti incarnazioni, non fosse che il nome tipologico e la lenta gravità.

In passato la malinconia allegorizzata animava anche gli oggetti, il “pozzo della mia malinconia” per Charles d’Orléans, e il “pozzo profondo” nel Riccardo II di Shakespeare e anche lo specchio. La tradizione iconologica della malinconia ha talvolta associato a quest’ultima lo specchio, accessorio obbligato della civetteria ed emblema della verità. La civetteria, allo specchio della verità, è futilità. E non esiste malinconia più profonda di quella che si innalza, davanti allo specchio, di fronte all’evidenza della precarietà, della mancanza di profondità e della vanità senza appelli.

Nella poesia rivolta a Saint-Beuve due scene allo specchio seguono l’apparizione della malinconia personificata. La malinconia appariva nell’ora di mezzogiorno ma i primi specchi di Baudelaire appartengono alle ore vespertine e notturne. Che Baudelaire insista nell’associare la malinconia allo specchio è provato da altri accostamenti testuali: una strofa di Le Jet d’eau, in cui dice “votre pure mélancolie est le miroir de mon amour”; la celebre pagina di Fusées, dove Baudelaire definisce il proprio ideale del bello, e la componente malinconica la cui presenza gli sembra necessaria.

A proposito della sua definizione del bello, non può impedirsi di evocare il tipo ideale del dandy. “Il dandismo è un sole al tramonto; come l’astro che declina, è superbo, senza calore e pieno di malinconia.” Il dandy “deve vivere e dormire dinanzi a uno specchio”.

Ironia e riflessione: “L’Héautontimorouménos” e “L’Irrémédiable”

Le due poesie, L’Héautontimorouménos e L’Irrémédiable, formano una coppia e congiungono la malinconia e lo specchio. L’Héautontimorouménos (= il punitore di sé stesso; titolo di una commedia di Terenzio)

Je te frapperai sans colère Et sans haine, comme un boucher, Comme Moïse le rocher Et je ferai de ta paupière, Pour abreuver mon Saharah Jaillir les eaux de la souffrance. Il pianto è amplificato nelle sue dimensioni. Mon désir gonflé d'espérance Sur tes pleurs salés nagera Comme un vaisseau qui prend le large, Et dans mon cœur qu'ils soûleront Tes chers sanglots retentiront Comme un tambour qui bat la charge!

Attraverso immagini musicali si ritorna all’io. Ne suis-je pas un faux accord Dans la divine symphonie, Grâce à la vorace Ironie Qui me secoue et qui me mord Elle est dans ma voix, la criarde! C'est tutto il mio sangue questo veleno nero! Je suis le sinistre miroir Où la mégère se regarde. Je suis la plaie et le couteau! Je suis le soufflet et la joue! Je suis les membres et la roue, Et la victime et le bourreau! Je suis de mon cœur le vampire, — Un de ces grands abandonnés Au rire éternel condamnés Et qui ne peuvent plus sourire!

In questa poesia rovescia il dolore inflitto ad altri in dolore inflitto a sé stesso. Il tormento inflitto a sé stessi deriva dall’energia che colpisce l’altro. Questa derivazione si sviluppa sul filo di una serie di immagini in cui il pianto si amplifica nelle dimensioni di un paesaggio fluviale e marino, mentre le varie comparazioni moltiplicano e frammentano il soggetto lirico. Inaspettatamente attraverso la concatenazione delle immagini acustiche.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/03 Letteratura francese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jiggly91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura francese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Bevilacqua Mirko.
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