La geografia linguistica e gli atlanti
Geografia linguistica
Geografia linguistica o geolinguistica (o, anche, linguistica areale o spaziale) è il nome di una corrente della linguistica, che studia l’estensione nello spazio e la distribuzione geografica dei fenomeni linguistici (fonetici, morfosintattici e lessicali) comuni alle diverse varietà di un dialetto o ai vari dialetti di un gruppo linguistico.
Il termine riproduce il francese géographie linguistique o géolinguistique, sul quale tutti i paesi romanzi e non romanzi hanno modellato i loro termini corrispondenti, ad eccezione dei Tedeschi, che utilizzano, oltre a Sprachgeographie, anche Dialektgeographie. Quest’ultima definizione è ritenuta da alcuni più appropriata dell’altra, essendo la geolinguistica interessante essenzialmente ai dialetti e non alle lingue standard, parlate o scritte. Manifestatamente impropria risulta infatti, secondo Manlio Cortelazzo, la denominazione tradizionale di geografia linguistica data alla scienza che si occupa non già «di applicazioni linguistiche alla geografia, ma, al contrario, di applicazioni di forme (cartografia) prettamente geografiche alle rappresentazioni (atlanti) ed allo studio di fenomeni linguistici»; più appropriato sarebbe, in questo caso, definirla invece dialettologia geografica.
Si tratta, in realtà, di una vecchia questione che risale agli inizi stessi della scienza, allorché la geografia linguistica era considerata soltanto un metodo e veniva identificata con lo studio cartografico dei dialetti e, in particolare, delle condizioni che determinano le migrazioni dei fenomeni linguistici. Mentre il termine geologia linguistica era riservato allo studio dei processi d’espansione e dei modi in cui le aree dei vari fenomeni linguistici si sovrappongono e si stratificano, ed alla ricostruzione delle fasi successive di un linguaggio a partire dalle sue condizioni primitive.
Si tendeva così a distinguere, specie sotto l’influenza di Antoine Meillet, tra geografia linguistica, il cui fondatore sarebbe stato in realtà l’Abbé Pierre Rousselot, e geologia linguistica, fondata da Jules Gilliéron. Georges Millardet e Adolphe Terracher definivano infatti la geografia linguistica come la presentazione del materiale linguistico sotto forma di carte allo scopo di delineare la distribuzione topografica dei fenomeni fonetici, mentre concepivano la geologia linguistica come la scienza che, impiegando carte di parole, si occupa del continuo sovrapporsi di elementi lessicali o, in altri termini, di stratigrafia linguistica. In realtà, la distinzione è soltanto apparente, in quanto le due indagini non possono essere tenute distinte e la geologia linguistica non è altro che la geografia linguistica in chiave storica.
Comunque sia, al di là di queste sottili quanto inutili distinzioni e precisazioni terminologiche, il termine geografia linguistica è da tempo entrato nell’uso ad indicare questo particolare ramo della linguistica. Con esso non si intende affatto la «geografia delle lingue», vale a dire lo studio della distribuzione e della rappresentazione cartografica delle lingue e dei dialetti nel mondo: oggetto, questo, proprio della geografia e di una sua particolare branca, la geografia umana.
Allo stesso modo, la geografia linguistica non corrisponde neppure alla considerazione di una sedimentazione etnica intervenuta in una determinata area geografica. Sorta dalla dialettologia come metodo particolare d’indagine e divenuta poi scienza autonoma per opera dello svizzero Jules Gilliéron, con gli apporti teorici di Hugo Schuchardt, Karl Jaberg, Jakob Jud, Matteo Bartoli e Benvenuto Terracini, la geografia linguistica è venuta a collocarsi, nel ventaglio delle scienze linguistiche, come disciplina di confine tra la linguistica storica, la linguistica generale, l’antropologia, l’etnografia, la sociologia, le scienze storiche e geografiche. Essa ha per oggetto, attraverso l’analisi della distribuzione geografica dei fenomeni linguistici, lo studio sistematico delle vicende storiche e delle correnti culturali che innovano incessantemente il linguaggio.
La sua origine, come metodo speciale d’indagine linguistica, coincide con l’inaugurazione della rappresentazione cartografica dei fatti linguistici e con lo studio e le conclusioni che dall’esame di essa sono stati tratti. Come scienza autonoma, essa nasce nel momento stesso in cui i dati linguistici cartografati consentono sia di mettere in relazione i confini dialettali con quelli topografici, politici, culturali e storici; sia d’identificare i centri diffusori d’innovazione linguistiche con quelli dotati di maggior prestigio e di funzione preminente nella vita sociale in quanto sede del potere politico, amministrativo, religioso o d’istituti di elaborazione culturale.
Di qui deriva l’aspetto primario dell’indagine geolinguistica e dell’utilizzazione degli atlanti: lo studio stratigrafico della carta o del gruppo di carte rivela e consente di ricostruire la storia complicata di singoli fatti linguistici.
Analisi onomasiologica
Un secondo aspetto è costituito dall’analisi onomasiologica, ossia da quella forma particolare di ricerca etimologica che prende in esame elementi del patrimonio lessicale di lingue e dialetti per mostrare come determinati concetti abbiano trovato la loro denominazione e come questa sia conservata o mutata attraverso il tempo e lo spazio. La diffusione delle varie voci in una determinata area, documentata dalla rappresentazione cartografica, ha come premessa l’esame della loro successione nel tempo e riguarda un elemento fondamentale nella storia delle parole, cioè l’incessante avvicendarsi di fasi conservate e di fasi innovate.
I materiali raccolti dagli atlanti consentono dunque di ricostruire gli stadi attraverso i quali sono passate le varie denominazioni e di stabilire entro quali limiti di tempo e di spazi e per quali motivi alcune voci si siano mantenute o siano state soppiantate in tutto o in parte da innovazioni. Dopo Gilliéron, la ricerca onomasiologica si è indirizzata verso il problema riguardante le complesse vicende delle denominazioni che mutano col mutare delle idee nella mente dei parlanti. In questo modo, la storia della parola diviene viva, nel senso che rispecchia momento per momento il significato che i parlanti hanno attribuito a quel termine nell’atto d’accoglierlo dalla tradizione, di diffonderlo alle popolazioni vicine o di affidarlo alle generazioni successive.
Aspetto semasiologico o semantico
Una terza possibilità di sfruttamento degli atlanti riguarda, invece, l’aspetto semasiologico o semantico. In questo caso, la ricerca verte non più sulla polionimia, bensì sulla polisemia, vale a dire sulla pluralità di significati che una singola forma ha assunto nel tempo.
Confronto con la dialettologia
Per quanto derivata dalla dialettologia, la geografia linguistica differisce notevolmente da essa: oggetto della prima è lo studio dei dialetti presenti in una determinata area, condotto in chiave diacronica (evoluzione dei singoli dialetti dalla loro base, latina o diversa) o sincronica (descrizione delle caratteristiche strutturali delle diverse parlate, intese sia singolarmente sia nella loro classificazione); oggetto di studio della seconda sono invece le situazioni dialettali considerate come arealmente coinvolgenti o contrapposte e gli aspetti delle relazioni fra famiglie o codici linguistici diversi, indagati esclusivamente mediante inchieste sincroniche sul terreno. Inoltre, attraverso i puri dati sincronici contenuti in un atlante, è spesso possibile individuare in maniera indiretta i rapporti cronologici tra due diversi fenomeni linguistici.
Crescita della geografia linguistica
Storicamente, le condizioni favorevoli per una considerazione geografica dei fenomeni linguistici e, quindi, per la nascita della geografia linguistica si verificarono col sorgere della scuola neogrammatica. Questo nuovo indirizzo, delineatosi sul finire dell’Ottocento per opera di alcuni linguisti della scuola di Lipsia quali August Leskien, Hermann Osthoff, Karl Brugmann e Hermann Paul, riuscì infatti a conciliare i punti di vista di due opposti orientamenti, che sostenevano da un lato la teoria del «linguaggio come prodotto fisico» e, dall’altro, quella del «linguaggio come prodotto psichico».
Il primo di questi si rifaceva alla concezione puramente fisiologica del linguaggio propugnata dall’indogermanista hegeliano August Schleicher, che trattava i mutamenti fonetici alla stregua di fenomeni che si verificano secondo leggi fisse ed immutabili, identiche a quelle del mondo naturale, e spiegava le eccezioni o come «turbamenti fonetici sporadici» o come l’effetto di leggi particolari applicabili esclusivamente in quei casi.
Il secondo orientamento risaliva invece alla scuola tradizionale, antinaturalistica, rappresentata fra tutti dal fondatore della filologia romanza, Friedrich Christian Diez, il quale aveva adattato alle lingue neolatine il metodo storico-comparativo inaugurato nel campo indoeuropeo da Franz Bopp e per le lingue germaniche da Jakob Grimm, fondatore della linguistica storica. Tale metodo, che rappresentava un’applicazione nella linguistica dei metodi adottati dalla «scuola storica» tedesca di Barthold Georg Niebhur, Friedrich Karl von Savigny, etc., era basato sull’analisi di lingue appartenenti ad una medesima famiglia o ceppo, che venivano messe a confronto le une con le altre in rapporto alla cosiddetta lingua-madre, in modo da ricavarne le corrispondenze fonetiche, morfologiche, etc.
Contro il nuovo indirizzo naturalistico la scuola tradizionale sosteneva che il linguaggio, anche se si manifesta nella forma materiale dei suoni, rimane pur sempre un prodotto puramente psichico e non esiste al di fuori dal parlante. Pertanto, una parola molto spesso è soggetta a trasformazioni per influsso di un’altra o di più parole con le quali non ha alcuna affinità etimologica; e mentre i fenomeni «regolari» potevano essere più o meno facilmente spiegati con l’applicazione delle cosiddette «leggi fonetiche», i casi anomali o «eccezioni» venivano giustificati col ricorso all’«analogia» (o «falsa analogia»), intesa come tendenza a riunire, sotto l’influenza assimilatrice di un’altra forma, due o più forme che andrebbero tenute distinte.
Teoria delle onde
Grazie alla scuola neogrammatica, quindi, venne superata la concezione romantica del linguaggio come un organismo a sé stante, fuori dai parlanti e con un’evoluzione propria, e sostituita con lo studio dei rapporti che intercorrono tra le diverse lingue in determinati momenti storici; così come venne abbandonata la teoria schleicheriana dell’evoluzione linguistica articolata in due periodi (il primo, preistorico, di formazione ed il secondo di dissolvimento) e intesa, perciò, sempre come decadimento e corruzione da uno stato unitario.
Non solo, vanno ascritte alla scuola neogrammatica l’introduzione del coefficiente psicologico, soggettivo del parlante (accanto a quello obiettivo della lingua parlata e scritta), come regolatore delle apparenti eccezioni dello svolgimento fisiologico; e, soprattutto, la maggiore attenzione accordata alla lingua parlata, in tutte le sue varietà anche dialettali. In particolare, la preferenza accordata all’indagine delle lingue vive, parlate e dei loro dialetti, in contrapposizione allo studio quasi esclusivo delle fasi arcaiche delle lingue, risponde in fondo all’esigenza di comprendere meglio e più compiutamente il linguaggio nei suoi meccanismi di funzionamento e nei suoi aspetti psicologici e di cogliere i processi reali della storia linguistica.
Il concetto di lingua unitaria venne a cadere definitivamente con la «teoria delle onde», formulata e diffusa nel 1872 dall’indoeuropeista Hugo Schuchardt, che rivoluzionò la concezione di «parentela linguistica» facendo tramontare per sempre la teoria schleicheriana dell’albero genealogico. Secondo essa, le innovazioni linguistiche si propagano nello spazio come onde concentriche irradiate da diversi centri dotati di particolare potere, che si allontanano progressivamente da questi punti e che si intersecano spesso reciprocamente.
Del resto, che il linguaggio umano manchi d’unità assoluta non solo entro i limiti relativamente vasti di un’area o di un punto isolato, ma persino nell’ambito assai più angusto di una singola unità familiare (i cui componenti s’esprimono tutti in modo diverso a seconda dell’età, del sesso, dell’istruzione, dell’occupazione, e così via), era già stato sperimentalmente dimostrato sia dall’abate Pierre Rousselot sia, più tardi, dallo svizzero Louis Gauchat. Gli studi di quest’ultimi derivavano però dagli insegnamenti del romanista Hugo Schuchardt, l’avversario più temibile dei neogrammatici, contro le teorie dei quali portò argomenti di carattere sia teorico sia pratico suffragati da precisi dati linguistici tratti perlopiù dal campo romanzo.
Anzitutto, egli rifiutò la nozione di «legge» quale era stata concepita e propugnata dai neogrammatici: il linguaggio non può infatti essere determinato da leggi fisse come quelle fisiche della natura, in quanto le norme linguistiche non sono né universali né assolute.
Inoltre, Schuchardt ritenne il concetto stesso di «dialetto» formulato dai neogrammatici una nozione astratta e priva di reale consistenza. Anche nell’ambito di una stessa comunità linguistica è possibile, infatti, riscontrare innumerevoli varietà linguistiche individuali, legate all’età, al sesso, al temperamento, alla condizione sociale, alla cultura e ad altre caratteristiche dei parlanti. Per questo motivo, egli negò l’esistenza di confini linguistici, possibili solo in astratto, ed intese il linguaggio come un continuum, in uno stato di fluidità permanente, attribuendo grande importanza alle mescolanze linguistiche derivate non solo dagli incroci razziali, ma anche da spostamenti di gruppi d’individui da un’area, da una comunità o da una categoria sociale all’altra oppure dovute, più semplicemente, a fenomeni d’imitazione.
Infine, anche nel campo delle indagini onomasiologiche e degli studi etimologici Schuchardt aprì nuove vie, con l’originalità e la fecondità delle sue idee, in particolare nel propugnare secondo la nota formula del Wörter und Sachen («parole e cose») lo studio combinato della storia degli oggetti insieme alla storia delle parole, in modo da non rendere pericolosa e vuota di senso l’indagine etimologica affidata al puro materiale linguistico.
Sulla base di questi presupposti teorici la geografia linguistica, che tanta parte ha nella dialettologia moderna e che ha inoltre notevolmente contribuito allo sviluppo della linguistica in questo secolo, divenne scienza definitivamente autonoma in campo romanzo con Jules Gilliéron.
L’indagine spaziale consentì infatti a Gilliéron ed ai suoi allievi di formulare alcuni principi linguistici nuovi e rivoluzionari. Tra questi rileviamo in particolare i seguenti: non esistono limiti dialettali precisi, ma solo aree singole di diffusione di ogni fenomeno che, dove coincidono, rivelano l’esistenza di un particolare tipo dialettale o linguistico; le innovazioni sorgono, per opera di uno o più individui, in un determinato punto e da qui s’irradiano in una zona ed in una comunità più o meno estese; le cause delle modificazioni fonetiche, morfologiche e lessicali sono ricercate non più nell’azione di forze analogiche, ma in nuovi fattori quali l’omofonia tra due termini di diverso significato, il logoramento fonetico subito da una determinata parola e l’etimologia popolare; la diffusione delle innovazioni non avviene uniformemente ma procede lungo le vie di comunicazione, da centro a centro, e solo in un secondo tempo irradia nei centri minori e rustici.
Carte e atlanti linguistici
La geografia linguistica suole tradizionalmente presentare il materiale oggetto della propria investigazione attraverso gli atlanti linguistici, che sono una serie di carte linguistiche ordinate secondo determinati criteri.
Le carte degli atlanti linguistici sono, invece, raccolte di fatti linguistici, rappresentanti cartograficamente: carte, cioè, sulle quali vengono riportate le forme dialettali usate in una e o più regioni per indicare un determinato concetto.
Vediamo com’è costruita la carta di un atlante linguistico. La carta linguistica ha come fondo o base cartografica una carta geografica, perlopiù muta o provvista di pochissime indicazioni che variano da atlante ad atlante, sulla quale, in coincidenza con le località esplorate (Punti di sede d’inchiesta dialettale), vengono segnati dei numeri che le contraddistinguono e che sono, di solito, progressive per tutta la carta. Talvolta, accanto a questi numeri di Punto, compaiono anche dei simboli a precisarne la topografia.
Nell’Atlante francese (AIF) di Gilliéron, la carta riporta, in bianco e nero, soltanto i confini politici della Francia e quelli amministrativi dei dipartimenti, coi rispettivi nomi; nell’Atlante italo-svizzero (AIS) di Jaberg e Jud, sulla carta sono invece segnati, in arancione, i confini politici dell’Italia e quelli delle regioni storiche, il corso del Po e l’ubicazione (con un simbolo, ma senza il nome) delle città capoluogo di regione e di pochissime altre.
La base cartografica dell’Atlante linguistico italiano (ALI) era in origine divisa in quattro fogli o quarti (NE, NO, SE, SO) e riportava, in colore bruno chiaro, i confini politici, l’ubicazione delle città di capoluogo di provincia e la rete dei paralleli e meridiani.
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