Sunto di filosofia medievale
Prof. Bassiano Rossi, libro consigliato “Nuova storia della filosofia occidentale. Filosofia medievale” di A. Kenny.
Filosofia e fede: da Agostino a Maimonide
La vita di Agostino rappresenta una svolta epocale nella storia delle idee. Nella sua giovinezza egli assimilò idee filosofiche appartenenti a tradizioni di pensiero tra loro differenti, tra le quali spiccava quella platonica, sia nella versione scettica propugnata dall’Accademia Nuova, sia nella versione metafisica del neoplatonismo. Dopo la conversione al cristianesimo, Agostino sviluppò queste influenze, dando vita, in una serie di corposi trattati, ad una sintesi di idee di matrice ebraica, greca e cristiana, che farà da sfondo per il pensiero filosofico occidentale di tutto il millennio successivo.
Il periodo più fecondo della vita di Agostino fu quello che precedette e seguì immediatamente il suo battesimo cristiano, celebrato a Pasqua del 387. Il periodo che intercorre tra la conversione ed il battesimo Agostino lo trascorse a Cassiciaco, vicino Milano, dove diede alla luce un gruppo di opere che assomigliano a trascrizioni letterali di discussioni vissute in prima persona: in particolare il Contra academicos, nel quale ci si sforza di vagliare quanto di vero e quanto di falso è contenuto nello scetticismo.
Egli inventò inoltre una nuova forma di scrittura filosofica, cui diede il nome di «soliloquio». Si tratta di un dialogo con se stesso, nel quale i due personaggi a confronto si chiamano Agostino e Ragione. La Ragione chiede ad Agostino che cosa egli desideri conoscere. «Dio e l’anima»: questo desidera conoscere Agostino, e «assolutamente nulla» più.
Ragione promette quindi che farà apparire Dio alla mente del santo con la stessa chiarezza con cui il sole appare agli occhi; ma per uno scopo del genere è necessario purificare altri occhi – quelli dell’anima – da ogni brama di cose mortali. Agostino rinuncia così alla ricerca della ricchezza, dell’onore e del piacere sessuale. La Ragione offre ad Agostino anche una prova dell’immortalità della sua anima. Considerando la nozione di verità, le cose vere possono ben trapassare, ma la verità in sé è immortale. Anche se il mondo cessasse d’esistere, infatti, sarebbe ancor sempre vero il fatto che il mondo ha cessato d’esistere. Ma poiché la verità ha la sua dimora nell’anima, anche questa, come la verità, dev’essere immortale.
Dopo il battesimo Agostino rimase ancora in Italia per circa un anno e mezzo. In questo periodo scrisse un breve opuscolo sull’immortalità dell’anima ed un’altra opera più impegnativa, il De libero arbitrio. Nel 391 fu colto infine dalla vocazione e fu ordinato sacerdote, divenendo poco dopo vescovo di Ippona, in Algeria, dove risiedette fino alla morte, avvenuta nel 430.
La maggior parte delle sue opere fu scritta durante quest’ultima fase della sua vita. Agostino fu uno scrittore molto prolifico. L’opera che ci ha lasciato è una produzione composta perlopiù da sermoni, da commenti alla Bibbia e da opuscoli polemici di teologia o di disciplina ecclesiastica.
Nel 397 redasse un’opera intitolata Le confessioni, un dialogo devoto con Dio che ripercorre il corso della sua vita dall’infanzia sino alla conversione. Non si tratta di un’autobiografia nel senso usuale del termine, anche se sulle Confessioni si fa risalire la fondazione del genere autobiografico. Quest’opera contiene molte riflessioni filosofiche occasionali e si conclude con un vero e proprio trattato sulla natura del tempo.
Tra il 400 ed il 417 egli lavorò ad un altro capolavoro: i quindici libri intitolati De Trinitate. Nei primi libri del trattato Agostino si dedica principalmente all’analisi di testi biblici ed ecclesiastici riguardanti il mistero delle tre Persone in un unico Dio; i filosofi vi rinvengono un materiale assai più interessante, però, nella sottile descrizione della psicologia umana svolta negli ultimi libri, laddove Agostino va in cerca d’un analogo della Trinità celeste nei cuori e nelle menti degli uomini e delle donne.
1. Agostino: la storia 1
Sunto di filosofia medievale, prof. Bassiano Rossi, libro consigliato “Nuova storia della filosofia occidentale. Filosofia medievale” di A. Kenny.
L’opera più corposa d’Agostino è intitolata La città di Dio. Scritta al tempo in cui l’Impero romano viveva sotto la minaccia costante di continue invasioni barbariche, essa rappresenta la prima grande sintesi di pensiero classico e pensiero cristiano. I vangeli cristiani hanno infatti molto da dire a proposito del regno di Dio, ma per la Grecia e Roma il paradigma d’istituzione politica non era il regno, bensì la città. Gli stessi imperatori romani amavano pensarsi come i primi cittadini di un’Urbe, e l’imperatore-filosofo Marco Aurelio riteneva che la città che più dovremmo amare fosse la città di Zeus. Nella Città di Dio è invece Gesù, il re dei giudei crocifisso, ad esser posto da Agostino al vertice della città-stato ideale teorizzata dalla filosofia pagana.
Agostino ripercorre la storia della filosofia a partire dai tempi remoti di Talete, mostrando quanto presto i filosofi si fossero avvicinati alla verità, che egli infine presenta. Agostino si concentra in particolare sulla loro teologia filosofica o «teologia naturale», come la chiamava, dando corso ad un’espressione che avrà una lunga storia davanti a sé. Per tutta l’opera Agostino pone gli insegnamenti cristiani fianco a fianco al meglio della filosofia antica, in particolar modo quella dei suoi filosofi preferiti, i neoplatonici, che egli considerava quasi-cristiani.
Tuttavia, mentre è disposto a leggere i concetti del platonismo nel Discorso della montagna, Agostino nutre scarsa simpatia nei confronti dei tentativi di dare un’interpretazione filosofica ed allegorica alla religione tradizionale romana. L’impulso originario alla stesura della Città di Dio venne dal sacco di Roma, perpetrato dagli invasori Goti. I pagani attribuirono la colpa del disastro all’abolizione, voluta dai cristiani, del culto delle divinità cittadine, le quali avrebbero perciò abbandonato la città nell’ora del bisogno. Agostino ribatté affidando al I libro del suo trattato il compito di mostrare che gli dèi di Roma classica erano malvagi ed impotenti, e che il loro culto era disgustoso e corruttore.
I Romani avevano da tempo identificato le loro divinità maggiori con i personaggi del pantheon omerico. Agostino segue Platone e Cicerone nel denunciare la blasfemia dei miti che ci rappresentano quelle divinità impegnate in comportamenti arbitrari, crudeli ed osceni. Oltre a ciò, egli si fa beffe del proliferare di divinità minori caratteristico della superstizione popolare romana. L’identificazione e l’individuazione di queste divinità minori solleva inoltre un certo numero di difficoltà di natura filosofica. Ma contro il paganesimo tardo romano egli più spesso ricorre all’arma dell’ironia erudita.
Una breve ma eloquente rassegna della storia della Roma repubblicana gli è sufficiente per mostrare come il culto degli dèi antichi non garantisce affatto l’incolumità di fronte ai disastri. La grandezza senza precedenti che infine ebbe l’Impero romano, afferma Agostino, fu la ricompensa concessa dall’unico vero Dio alle virtù dei migliori cittadini romani. La ricompensa cui avevano ambito infine li raggiunse: essi poterono imporre la propria legge su molte nazioni e godere di grande fama negli annali di molti popoli. Nonostante ciò, non spetto loro alcun posto nella città celeste, poiché non adorarono l’unico vero Dio, avendo invece unicamente di mira la gloria personale.
Una cospicua parte dell’attacco agostiniano alla religione tradizionale romana è incentrata sulla natura degradante degli spettacoli pubblici tenuti in onore degli dèi. Ma mentre oggi saremmo probabilmente scioccati dalla crudeltà dell’intrattenimento, più che della sua oscenità, nel caso di Agostino sembra verificarsi il contrario.
Agostino non considera le divinità pagane alla stregua d’entità del tutto fittizie. Egli pensa al contrario che esse siano spiriti malvagi, i quali approfittano della superstizione umana per sviare su di sé una devozione ed un culto che dovrebbero essere diretti solamente verso l’unico, vero Dio. Alcuni platonici avevano avanzato una classificazione tripartita degli esseri razionali, suddividendoli rispettivamente in dèi, uomini e daimones («demoni»). Gli dèi dimorano nel cielo, gli uomini sulla terra, mentre i demoni occupano uno spazio aereo intermedio fra cielo e terra. Essi somigliato da un lato agli dèi, in quanto sono immortali, ma dall’altro sono simili agli uomini, in quanto, questi ultimi, sono soggetti alle passioni. Molti demoni sono malvagi, ma ve ne sono anche di buoni, come il famoso daimon che accompagnava Socrate.
2
Sunto di filosofia medievale, prof. Bassiano Rossi, libro consigliato “Nuova storia della filosofia occidentale. Filosofia medievale” di A. Kenny.
Agostino non rifiuta l’idea che l’aria sia popolata da demoni, ma non accetta che alcuni di essi siano buoni, né tantomeno che possano mediare tra Dio e l’uomo. Sotto molti punti di vista essi sono inferiori agli esseri umani: «essi sono spiriti pieni del desiderio di nuocere, totalmente alieni alla giustizia, gondi di orgoglio, lividi d’invidia, astuti nell’inganno; abitano nell’aria, perché abbattuti dalla sublimità del più alto cielo come punizione di una trasgressione irrimediabile». In altre parole, Agostino identifica i platonici con gli angeli caduti dal cielo. A ben vedere, fu proprio Agostino a fissare nell’immaginario cristiano la storia secondo cui, prima di creare gli esseri umani in carne ed ossa, Dio creò delle schiere di esseri totalmente spirituali, alcuni dei quali presero parte ad una sorta di ribellione pre-cosmica, che li condannò alla dannazione eterna.
Agostino riconosce tuttavia che la Bibbia non ci dice niente sull’origine degli angeli; la Genesi non li menziona nella descrizione dei sette giorni della creazione, e dobbiamo rivolgerci ai Salmi o a Giobbe per apprendere che essi sono creature di Dio. Se vogliamo farli rientrare nel racconto della Genesi, bisogna concludere che furono creati il primo giorno: fu quello il momento in cui Dio creò prima la luce, e quindi gli angeli, le prime entità a partecipare dell’illuminazione divina. Nello stesso giorno, ci dice la Bibbia, Dio separò la luce dall’oscurità. Qui Agostino vede all’opera la prescienza divina. «Questa distinzione poté essere opera solo di Chi poté prevedere anche prima della caduta che alcuni angeli sarebbero caduti, sarebbero privati della luce della verità e sarebbero rimasti nella tenebra dell’orgoglio». Ci sono dunque angeli buoni ed angeli malvagi, ci informa Agostino, così come ci sono uomini buoni e uomini malvagi; tuttavia non dobbiamo pensare che ci siano quattro città distinte: uomini ed angeli possono infatti essere compartecipi di una medesima comunità.
Tra la creazione degli angeli e la creazione degli uomini, ci fu la creazione degli animali. Tutti gli animali furono creati simultaneamente da Dio in molti esemplari. La stirpe umana invece fu creata in un singolo individuo, Adamo. Da lui venne Eva, e da questa prima coppia discesero tutti gli altri uomini. «Dio creò l’uomo unico e singolo, non certo per abbandonarlo alla solitudine senza una società di uomini, ma per inculcare più fortemente in lui l’unità di questa società umana ed i vincoli dell’armonia mediante il legame non solo della somiglianza di natura bensì anche dell’affetto di parentela». La razza umana è per natura più socievole di qualsiasi altra specie, afferma Agostino, ma aggiunge: a causa della perversione della volontà essa è anche la più conflittuale di tutte.
Gli esseri umani si situano nel mezzo tra gli angeli e gli animali bruti: da una parte condividono l’intelletto con gli angeli, ma dall’altra hanno un corpo, proprio come le bestie. Secondo il disegno divino originario, gli uomini avrebbero dovuto intrattenere un legame di parentela molto più stretto con gli angeli che non con gli animali, poiché sarebbero dovuti essere immortali. Fu a causa del peccato commesso da Adamo nel paradiso che gli uomini divennero esseri perituri, soggetti a quella morte corporale che invece era sempre stata naturale per le bestie. Ma dopo la morte alcuni, per mezzo della grazia di Dio, saranno ricompensati ed ammessi a far parte della compagnia degli angeli buoni, mentre gli altri saranno puniti con la dannazione assieme agli angeli malvagi.
Quando Platone descrisse l’origine del cosmo, non attribuì la creazione degli esseri umani all’essere supremo che plasmò il mondo, bensì alle divinità minori create da tale essere, le quali agivano per suo incarico. Agostino non nega l’esistenza di tali divini servitori: egli ritiene semplicemente che la parola «dèi» usata in quel contesto da Platone sia una denominazione impropria per indicare gli angeli. Allo stesso tempo, si oppone strenuamente all’idea che tali esecutori possano essere definiti «creatori». Portare le cose all’esistenza traendole dal nulla è prerogativa dell’unico e vero Dio. Per questo motivo, l’angelo non è un creatore più di quanto non lo sia un giardiniere, oppure un contadino che produce un raccolto.
Il contrasto tra la concezione biblica e la concezione platonica della creatura umana emerge di fronte alla domanda: la morte è cosa buona o cattiva? Per la Genesi la morte è un male: è una punizione per il peccato. Al contrario, secondo molti pensatori platonici, e anche secondo quanto afferma lo stesso Platone, l’anima è felice solo quando, spogliata dal corpo, si trova nuda di fronte a Dio. Inoltre, l’idea che le anime possano essere costrette a reincarnarsi, perché puniti per i peccati commessi nella vita precedente, costituisce notoriamente un tema platonico. Secondo i profeti dell’Antico e del Nuovo Testamento, invece, le anime dei virtuosi alla fine si ricongiungeranno ai loro corpi, e tale unione di anima e corpo sarà fonte di felicità eterna.
Agostino enfatizza il fatto che i desideri e le passioni corporali possano ostacolare il progresso spirituale: «il corpo corruttibile grava sull’anima». Ma ciò è vero soltanto per il corpo degli esseri umani quale esso è divenuto in seguito alla caduta nella vita mortale. Il corpo umano, in paradiso, non aveva emozioni che lo turbassero, né desideri a renderlo inquieto. Adamo ed Eva vivevano senza dolore né paura, mangiavano il giusto per preservare il loro copro, i loro organi sessuali erano sotto il completo controllo della fredda ragione, in modo da essere usati soltanto per la procreazione. Tuttavia, sebbene vivessero senza passione, non vivevano senza amore.
2. Le due città agostiniane
Muovendo dalle origini della stirpe umana, Agostino ne ripercorre la storia, adottandola allo schema portante della sua narrazione, ovvero il contrappunto delle due città. Delle due città di cui parla, una vive secondo la carne, l’altra secondo lo spirito; una è creata dall’amore di sé, l’altra dall’amore di Dio; l’una si glorifica in se stessa, mentre l’altra ha la sua massima gloria nel Signore. L’una è predestinata da unirsi al diavolo nel castigo finale, che la distruggerà come città; mentre l’altra è invece predestinata a regnare con Dio nei secoli dei secoli.
La divisione tra le due città ebbe inizio con i figli della coppia originaria: Caino appartiene alla «città degli uomini», mentre Abele appartiene alla «città di Dio». L’inimicizia tra le due città si manifestò per la prima volta nell’assassinio di Abele perpetrato da Caino; poi l’esempio fratricida di quest’ultimo fu seguito da Romolo, il fondatore di Roma, che uccise il fratello Remo.
Nei libri XV e XVI Agostino presenta la storia della città di Dio ai suoi albori, dapprima seguendo la narrazione della Genesi, poi vedendone l’incarnazione, di volta in volta, nei patriarchi ebrei, da Noè ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe e Mosè. Il XVII libro cerca di far luce sulla città di Dio ricercandone la presenza negli scritti dei Profeti e nei Salmi.
Col libro XVIII torniamo alla storia secolare, assistendo al racconto dell’ascesa e caduta di una serie di imperi pagani: l’impero assiro, quello egizio, l’impero di Argo ed infine Roma. Agostino si sforza di riconciliare la cronologia biblica con la cronologia della storia del mondo, collocando l’Esodo al tempo del mitico re ateniese Cecrope, e ponendo la caduta di Troia nel periodo dei Giudici in Israele. Egli prosegue poi la propria rassegna storica considerando la fondazione di Roma, gli inizi della filosofia in Ionia e la deportazione del popolo d’Israele come eventi contemporanei tra loro. La distruzione del tempio di Gerusalemme avvenne durante il regno di Tarquinio Prisco a Roma; mentre la cattivit&a
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia della filosofia medievale, Prof. Panti Cecilia, libro consigliato Filosofia antica e medieva…
-
Riassunto esame Storia della Filosofia Medievale, prof. Amerini, libro consigliato La filosofia nel Medioevo, Gilso…
-
Riassunto esame Storia della filosofia medievale, prof. Simonetta, libro consigliato Intorno a Chartres, Lemoine
-
Riassunto esame Storia della filosofia medievale, Prof. Martinelli Enzo, libro consigliato I mondi della filosofia,…