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MODULO 1: APPRENDIMENTO:

DEFINIZIONE DEL PROBLEMA:

 lo psicologo entra nell’istituzione scolastica

 le problematiche da individuali diventano istituzionali

 si lavora su gruppi che sono unità naturali: gruppi cioè preformati la cui funzione è già dinamicamente configurata.

 psicologia istituzionale o psicoigiene

Si parla di psicoigiene se si applica in un contesto che è esterno a quello psicoterapeutico.

Quando la psicologia, quando le tecniche, quando il sapere della psicologia entra in un contesto istituzionale,

qualunque esso sia (es. la scuola, azienda, ospedale, ecc…), la scienza che lo definisce è quella della psicoigiene.

La scuola è un contesto istituzionale perché ci interfacciamo con degli individui ma all’interno di una dimensione che è

gruppale. È una dimensione gruppale particolare.

L’ambito gruppale evidenzia un contesto costituito da individui singoli (ambito dell’applicazione specifico della

psicologia) posti all’interno di un gruppo che ha delle caratteristiche, delle regole, dei ruoli che sono specifici. In

questo senso diventa un’istituzione.

Il gruppo è un’unità particolare che ha una funzione che è predeterminata. Per esempio nel gruppo istituzionale

scolastico la funzione è quella dell’apprendimento.

Si tratta di una funzione già dinamicamente configurata: l’obiettivo che il contesto istituzionale si pone determina

quali saranno le dinamiche che si possono creare al suo interno. Le dinamiche al suo interno saranno determinate

dalla tipologie di persone che compongono quel gruppo naturale (la nostra storia, il nostro passato, la nostra

personalità, ecc…) e dagli effetti dinamici che… (es. ansia per l’esame, la fatica di dover studiare, ecc…).

La psicologia impareremo ad utilizzarla come apparato ottico per conoscere ed analizzare.

L’obiettivo della psicoigiene è promuovere il benessere e la salute di un gruppo istituzionale (nella fattispecie il gruppo

istituzionale scuola, che si pone come obiettivo l’apprendimento).

In realtà vedremo che ci sarà un forte parallelismo fra il contesto scolastico, il contesto formativo e il contesto

curativo: le dinamiche che si scatenano all’interno di una stanza di psicoterapia sono le medesime che possono essere

esplose anche all’interno del contesto scolastico.

Se prima lo psicologo stava nella sua stanza e lavorava individualmente, adesso in realtà quasi in tutti i contesti si

fanno lavori in equipe. Un’equipe diventa per certi versi un’istituzione, un gruppo istituzionale con delle dinamiche al

suo interno. Lo psicologo non lavora più in un rapporto individuale, non lavora più da solo, ma lavora sempre in

un’equipe, che fa delle supervisioni con uno scambio di idee, che produce pensieri nuovi, che suscita delle ipotesi e le

deve mettere in discussione.

Lo strumento che hanno tutti gli psicologi è il pensiero, cioè farsi venire delle idee e andare a verificare se queste idee

sono giuste o sbagliate.

 la psicologia diventa un apparato ottico per:

a) conoscere la psicopatologia e la psicologia dell’età evolutiva (se applicato al contesto scolastico)

b) oppure in un cambio di prospettiva, per studiare la gestione delle conoscenze, delle attività, delle tecniche e delle

risorse psicologiche già acquisite per affrontare gli aspetti psicologici della salute e della malattia come fenomeni

sociali collettivi: questa è una cosa che in realtà aveva già pensato Freud con la psicologia delle masse: passiamo

dall’applicazione della tecnica all’individuo e al singolo all’applicazione della tecnica al fenomeno collettivo. Tutti i

fenomeni psicologici che io vedo nel mio paziente, li posso vedere, ma con le dinamiche gruppali: il gruppo è più della

somma delle singole individulità. Anche nel lavoro a due per esempio gli interlocutori sono tre, perché c’è per esempio

il terapeuta con le sue dinamiche, il paziente con le sue dinamiche e il campo relazionale, ossia quello spazio di

pensiero, di emozioni che è creato dall’interazione di 1 + 1. In ambito istituzionale vale la stessa cosa: il fenomeno

collettivo è più che la somma delle singole individualità di ciascuno di noi. Ciascuno di noi crea un campo relazionale

che è specifico. Per cui in tutti i fenomeni collettivi in gioco ci sono tante variabili e la variabile centrale è l’aspetto

relazionale e l’aspetto emotivo e affettivo che si crea all’interno di questo contenitore, all’interno di questo fenomeno

sociale e collettivo che stiamo creando. Non è un fenomeno che creo da solo ma lo creiamo tutti insieme: è un

fenomeno di co-costruzione.

c) considerare la funzione sociale della professione dello psicologo: la funzione sociale dello psicologo è pensare alla

salute del gruppo istituzionale, che nell’ambito dell’istituzione scolastica è un apprendimento che vada nella direzione

di favorire uno sviluppo, un ampliamento di conoscenze, che siano applicabili al contesto della vita e che siano

esportabili anche al di fuori delle pareti scolastiche.

Promuovere salute in un contesto ospedaliero invece significa un aspetto più curativo piuttosto che evolutivo.

d) pensare alla salute della comunità

METODO DI LAVORO:

Qual è il metodo di lavoro dello psicologo per fare tutto questo?

 impiego del metodo clinico: 1

- osservazione dettagliata, accurata, completa all’interno di un inquadramento rigoroso

- trovare costanti di funzionamento

È lo stesso metodo di lavoro che usiamo nell’individuale e nella stanza d’analisi. È il metodo clinico.

La base del metodo clinico è l’osservazione, che deve essere super analitica (dettagliata, accurata e completa

all’interno di un inquadramento rigoroso). Devo riuscire a riconoscere quanti più segnali che l’altro mi sta dando, devo

essere in grado di cogliere le perturbazioni rispetto alla norma, non devo dare nulla per scontato, devo cercare di dare

un significato e di vedere quanto più è possibile. Chiaramente in un rapporto 1:1 è più facile perché ho meno cose da

osservare.

Se lo faccio in un contesto istituzionale è più difficile. Nel gruppo quindi è più difficile osservare. È difficile osservare gli

aspetti singoli, ma posso vedere qual è la melodia complessiva che ne esce.

Osservare implica trovare costanti di funzionamento: l’osservazione non è nel momento è presente ma prima di

formulare un’ipotesi, prima di applicare le tecniche delle psicologia devo trovare delle costanti di funzionamento.

L’osservazione quindi deve essere ripetuta nel tempo. Non mi devo basare sulle prime impressioni. Deve esserci una

sorta di ripetitività e costanza nel fenomeno osservativo.

L’osservazione deve essere ripetuta nel tempo e deve trovare delle costanti di funzionamento. Queste ultime sono

importanti perché identificano gli aspetti della personalità, del funzionamento, che sono strutturali. Sono le variabili di

tratto (quelle dure da scalfire), non le variabili di stato (quelle situazionali).

Questa cosa di trovare le costanti di funzionamento la vediamo nel momento in cui, quando ci approcciamo al

paziente, raccogliamo la sua anamnesi che va a toccare 3 generazioni: nonni, genitori, noi.

All’interno di un contesto gruppale è più difficile riuscire a trovare delle costanti di funzionamento.

All’interno di un contesto gruppale quindi le costanti di funzionamento si costruiscono nel tempo.

Lavorare con il gruppo è più difficile perché bisogna essere in grado di tollerare l’incertezza e il non sapere, bisogna

tollerare di non sapere, bisogna tollerare il fatto che le costanti di funzionamento emergeranno nel corso del tempo.

 applicazione della psicoanalisi:

- non solo elenco dei fatti

- ma anche indagine operativa

Non mi interessa solo l’elenco dei fatti ma devo fare un’indagine operativa sui fatti: per qualunque cosa mi viene

raccontata devo scendere di livello: non rimango solo sulla dimensione soggettiva, ma vado a indagare che effetti ha

avuto quella cosa e come ti sta facendo sentire.

Fare un’indagine operativa significa aggiungere ai fatti un pezzo di comprensione. Significa comprendere il significato

dei fatti e del modo in cui sono in relazione fra di loro e interagiscono. Per cui ogni azione e anche ogni non azione

deve essere letta all’interno di una sfera di significato.

Cosa significa se applico questa cosa all’interno di un contesto scolastico?

Se ho un ragazzino svogliato cosa significa? Perché è svogliato? Qual è il significato del non avere voglia? Se io lo leggo

in un’ottica per cui non ha voglia perché mi vuole fare un dispetto gli do una certa lettura e un certo significato, ma se

invece lo leggo come è svogliato perché ha paura di non riuscire, lo stesso identico fatto dovrà avere un trattamento

completamente differente. Nel primo caso dovrò lavorare su una dinamica relazionale – affettiva, lavorerò sul come

mai si è creata una dimensione gioco – forza per cui si è creata una competizione, nel secondo caso invece il lavoro

sarà basato sull’autostima, sul rafforzamento della fiducia nel sé.

Questo è il problema delle istituzioni: nel 90% dei casi stiamo sul piano dei fatti e non riusciamo a comprendere il

significato di questi fatti, questo perché anche noi siamo parte della dinamica relazionale.

Perché quando ci sono delle istituzioni che non funzionano si chiede l’intervento di un consulente esterno? Perché i

partecipanti di una stessa istituzione sono tutti “impregnati” nella dinamica istituzionale “malata”.

C’è bisogno di un supervisore esterno che non faccia parte dell’istituzione e che permetta di tirare fuori e di

comprendere i fatti secondo un significato esterno. Da dentro la dinamica istituzionale è difficile, quindi serve sempre

una persona esterna che possa riattribuire il significato dei fatti. Il supervisore deve stare dentro e fuori.

I risultati devono essere restituiti, per cui la costruzione e la comprensione dei fatti avviene insieme ed è compito del

professionista rendere i significati all’altro sotto forma di interpretazione, di segnalazione, di commento, ecc…, nel

momento giusto. Questo significa che se anche ho capito dell’altro ma glielo dico nel modo sbagliato o in un momento

in cui l’altro non è in grado di prendere ciò che sto dicendo, sto buttando via una possibilità di comprensione.

Ad ogni modo, la comprensione di significato che noi produciamo deve essere espressa sempre sotto forma di ipotesi,

deve essere restituita all’altro ma mai come una cosa preconfezionata.

L’ipotesi apre a uno spazio di pensiero. Formulare tutto in maniera ipotetica è importante perché io posso anche

capire delle cose sull’altro ma probabilmente capisco il macrocontenitore, ma la sfumatura specifica è difficile da

cogliere. Se io ti rimando il macrocontenitore in forma ipotetica, tu puoi capire se ti si applica oppure no e se ti si

attiva il pensiero puoi ridarmi quella qualità specifica di quell’ipotesi che io ti ho dato.

2

 gli step sono:

a) osservazione dei fatti e dei loro dettagli, nella loro successione

b) comprensione del significato dei fatti e del modo in cui sono in relazione tra loro e interagiscono

c) i risultati di questa comprensione vengono forniti al momento giusto sotto forma di interpretazione, segnalazione o

commento

d) queste sono ipotesi, quindi costituiscono nuove variabili i cui effetti portano a verifica, conferma o rettifica e quindi

alla formazione di nuove ipotesi

STEP:

- osservare

- capire: una volta che ho capito non basta. Capire è il primo pezzo per creare un’altra azione

- creare un’azione, che deve avere una funzione trasformativa

- metapprendimento: chi prende parte alla cosa impara a osservare e riflettere sui fatti comprendendone i significati.

Bisogna rielaborare metacognitivamente, consolidare la comprensione perché si trasformi in un’azione padroneggiata.

GRUPPI OPERATIVI NELL’INSEGNAMENTO:

CHE COS’È UN GRUPPO OPERATIVO?

 un insieme di persone (gruppo) che ha un obiettivo comune (imparare, guarire, capire, ecc…), che tentano di

raggiungere questo obiettivo operando in equipe (si lavora tutti insieme).

 Per essere un’equipe serve un’attività costante che mi insegni come lavorare insieme. Essere un’equipe è un po’

più che essere un gruppo. Si deve imparare a lavorare in modo sinergico.

Imparare a lavorare insieme significa imparare i ruoli, imparare ad avere l’attitudine di ascoltare l’altro, avere senso

critico e che ognuno metta un pezzo di significato. È un lavoro di squadra.

L’equipe è tanto più ricca tanto più diverse sono le esperienze di ciascuno dei partecipanti.

CHE COS’È UN GRUPPO OPERATIVO NELL’INSEGNAMENTO?

 il gruppo si esercita all’apprendimento, cosa che ottiene solo cercando di imparare cioè operando

 il gruppo operativo ha problemi, istanze e conflitti che devono essere presi in considerazione e analizzati dal

gruppo stesso mano a mano che emergono

 il capitale umano del gruppo operativo sono le relazioni che si instaurano tra i membri del gruppo

indipendentemente dal fine e compito da svolgere

 nell’insegnamento il gruppo operativo lavora su un generico tema di studio ma nel trattarlo sviscera gli aspetti del

fattore umano.

È un insieme di persone che ha come obiettivo comune l’apprendimento. L’apprendimento si ottiene cercando di

imparare operando (gli apprendimenti devono essere messi in pratica, devono diventare da sapere astratto a

materiale concreto che può essere utilizzabile). Non è facile lavorare in un gruppo operativo: possono esserci conflitti,

ma l’importante è che questi conflitti vengano presi in considerazione e analizzati dal gruppo nel momento in cui

emergono. Il gruppo sano non è quello senza conflitti, che va sempre d’accordo, ma è quello che quando emerge una

conflittualità se ne occupa.

IL CAPITALE UMANO:

 il fattore umano è fondamentale perché è lo strumento per eccellenza

- nessuno strumento funziona senza l’uomo

- si può portate a termine un compito bene solo si include sistematicamente l’essere umano, non si può lavorare solo

da un punto di vista tecnico od oggettivo

- l’essere umano ha il compito della gestione operativa di tutto

- prendere in considerazione i fattori soggettivi fa sì che i compiti non diventino alienanti

 INSEGNAMENTO vs APPRENDIMENTO: sono momenti dialettici inseparabili, parti integranti di uno stesso processo.

Il valore aggiunto di un gruppo operativo è il capitale umano (le relazioni che questi singoli individui sono in grado di

instaurare tra di loro).

Non bisogna lavorare solo dal punto di vista oggettivo ma bisogna lavorare anche sulla relazione.

 INSEGNAMENTO vs APPRENDIMENTO:

- se c’è qualcuno che impara devi esserci qualcuno che insegna: in quest’ottica non c’è qualcuno che insegna e

qualcuno che impara in assoluto, ma la relazione è biunivoca.

- non è possibile insegnare correttamente se non si apprende nel momento stesso in cui si insegna: l’apprendimento

deve sempre essere bidirezionale, altrimenti c’è qualcosa che non funziona.

- questo è il principio a cui tende il gruppo operativo nell’insegnamento:

- eliminare la dissociazione tra chi insegna e chi impara

- dinamizzare e relativizzare i ruoli: qualcun altro può insegnare qualcosa a me.

- rendere possibile un reale e costruttivo scambio tra insegnante e studente

 il livello del non so si raggiunge quando c’è la possibilità di sollevare dei problemi e si possiedono strumenti

adeguati per risolverli 3

 la cosa importante in ogni campo della conoscenza non è disporre di un’informazione completa ma possedere gli

strumenti atti a risolvere i problemi inerenti quell’argomento: avere gli strumenti significa che se non so una cosa

vado a cercarla, chiedo a un esperto, ecc…

 insegnare non è solo trasmettere informazioni ma anche renderle assimilabili rendendo usabili appropriati

strumenti di indagine

 importante non è accumulare nozioni ma la capacità di usarle come strumenti per indagare la realtà e agire su di

essa (sapere accumulato vs sapere utilizzato)

 apprendere non vuol dire raccogliere informazioni già assodate ma trasformare in insegnamento e apprendimento

qualsiasi comportamento o esperienza, relazione o attività

 si deve co-lavorare e co-pensare

COME SI FA?

 trasmettere le informazioni al livello in cui le possediamo, con anche dubbi e criticità, contraddittori o questioni

non risolte

 favorire il pensiero

 trasmettere strumenti di critica e di indagine

 trasformare gli studenti da ricettori passivi in coautori dei risultati ottenuti rendendoli consapevoli delle loro

potenzialità in quanto essere umani e mettendoli in condizione di servirsene

 potenziare energia e dinamismo

Poter portare le proprie esperienze crea pensiero.

- rendere le nozioni non solo informazioni ma strumento per operare: le informazioni diventano strumento per

operare, per fare.

- partire dalle esperienze per risalire alla teoria.

- creare un clima di libertà: apertura a che tutto venga problematizzato

- muoversi non dentro il moto ma anche verso l’ignoto

- rompere tutti gli stereotipi

- sollevare nuovi problemi

- insegnare strategie di problem solving

Insegnamento in gruppo: il senso è non solo dare informazioni e dati ma insegnare anche strategie di pensiero e

fornire strumenti affinchè i dati e le informazioni diventassero qualcosa di op

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali7877 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fattori emotivi e relazionali dell'apprendimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Rivolta Laura.
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