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punto di vista rappresenta il test più severo e rigoroso. Sviluppo e persistenza della povertà hanno

una buona parte delle loro radici nelle ingiustizie fondate sul genere. Indicatori di sviluppo capacità

e funzionamenti delle donne. 

RESPONSABILITA’ DELLE POLITICHE PUBBLICHE. Sen la diversità dei bisogni richiede che le risorse

vengano distribuite diversamente per garantire funzionamenti analoghi. Compito delle politiche

pubbliche: ridistribuzione + contrastare i meccanismi che vincolano le capacità di particolari individui.

Il concetto della capacità richiede che siano predisposte le condizioni per il suo sviluppo e per la sua

messa in pratica (anche se non ne prescrive la messa in pratica). Fornire le necessarie risorse

aggiuntive + rimuovere gli ostacoli (anche quelli socialmente strutturati come forme di

categorizzazione, uso del linguaggio, stereotipi), soprattutto quando la disabilità è socialmente

costruita (bambine, donne: ciò che le rende meno capaci è la collocazione sociale e familiare a loro

assegnata, che limita il pieno sviluppo umano e il riconoscimento della piena dignità umana. Controllo

della sua vita, nella mani di altri, familiari e non).

Anche la disuguaglianza razziale può costituire un buon punto di vista ma non è applicabile alle

società con scarsa disuguaglianza etnica, in più anche all’interno delle comunità oppresse si presenta

la questione delle disuguaglianze di genere.

Il tema delle politiche pubbliche come politiche abilitanti era già stato ripreso da Marshall, che

individua una sfera dei diritti sociali come abilitanti quelli civili e politici: istruzione, sicurezza del

reddito, garanzie di cure, abitazione decente (beni necessari in sé + per poter utilizzare davvero i

diritti civili e politici per il voto: informazioni, risorse conoscitive, liberi dal bisogno).

Nussbaum sposta l’accento su ciò che è necessario, nelle circostanze concrete, perché le loro capacità

possano essere effettivamente esercitate e tradursi in funzionamenti (non basta l’istruzione di una

donne se essa è schiacciata dal peso del lavoro domestico e di cura). 

L’approccio delle capacità è più orientato ai singoli individui. Marshall diritti sociali garantiti in

modo derivato tramite l’appartenenza familiare, senza attenzione alle posizioni degli individui al loro

interno (donne e bambini). Miravano al benessere alle famiglie dando per scontato che esso si

traducesse in benessere per i singoli. (divorzio: non solo reddito, ma la capacità di produrlo e la

posizione sociale a cui apre; la capacità dell’uno può essersi sviluppata anche a spese di quella

dell’altra, per il tramite della divisione del lavoro). Le singole capacità vanno sviluppate

simultaneamente, ciascun paese sulla base delle proprie risorse e valori culturali, per tutti i gruppi e

gli individui, fino a raggiungere una soglia minima.

Obiettivo liberale di mettere tutti e ciascuno su un piano di uguaglianza di opportunità.

Dato che le disuguaglianze di partenza sono socialmente strutturate, e spesso cristallizzate in modo da

apparire naturali, è necessaria una politica pubblica in grado di intervenire a molti livelli per sottrarre

le barriere legali, sociali, economiche, culturali.

Tema della cura questione irrisolta nella vita pratica delle donne e nelle teorie della cittadinanza.

Mettere a fuoco i bisogni e i diritti, apparentemente antagonistici, di chi presta e chi riceve cura.

“Costrizione alla cura” nei confronti delle donne sulla base di una concezione di genere e di una

divisione del lavoro (sociale e familiare) fortemente asimmetrica. Le teorie liberali della cittadinanza e

della giustizia considerano le persone astrattamente autonome + dignità delle persone che hanno

bisogno di cura e vanno inserite nelle teorie della cittadinanza e giustizia.

Vedere il dare cura non solo come una causa di oppressione, ma come una dimensione umana da

valorizzare e da far circolare.

Dove l’umanità appare più spezzata e meno completa -> irrinunciabile il test della dignità umana e più

esigente il concetto di capacità e le conseguenze sulle politiche pubbliche e discorsive.

Disabili -> dignità: riconoscimento dei bisogni e delle loro capacità.

Allo stesso tempo, la questione radicale della giustizia nei confronti di coloro che ne hanno avuto in

sorte la responsabilità: l’amore e la ricerca di dignità per ciascuno non possono avvenire a spese

della libertà e dignità di qualcuno.

I bisogni di cura sono anche al centro di una duplice critica alla concezione della famiglia. La filosofa

Susan Okin confuta l’idea che la famiglia sia un’istituzione totalmente privata, pre politica e al di fuori

della regolamentazione dello stato: la famiglia è costituita, modellata da leggi e interessi dello stato in

modo pervasivo (definizione, rapporti e obbligazioni che la caratterizzano). Nella costituzione la

famiglia è una “società naturale fondata sul matrimonio” -> ossimoro concettuale. Il richiamo alla

naturalità nasconde le relazioni di potere e gli assunti dati per scontati che vi stanno alla base. Si

rischia di lasciare le persone più vulnerabili entro la famiglia alla mercé del potere de più forti e di

legittimare le violenze di quest’ultimi.

La questione della giustizia entro la famiglia è una critica che Nussbaum (e Okin) rivolge alla famiglia

come spazio privato sottratto alle regole che normano i rapporti tra le persone nel resto della società.

Questo non solo dal punto di vista delle donne e dei troppi assunti impliciti che ne vincolano la libertà

nelle negoziazioni e nei rapporti familiari e coniugali, ma dei bambini. Nella maggior parte dei casi la

famiglia rimane il luogo principale in cui si ottengono cure, valorizzazione di sé, riconoscimento,

occorre essere cauti nel dare per scontato che ciò avvenga e nel delegare in bianco alla famiglia (o

meglio, agli adulti che in essa ne hanno potere).

Nussbaum no stato totalitario che regolamenti minuziosamente i rapporti e i comportamenti

familiari (l’uguaglianza nella divisione del lavoro e l’amore verso i figli non si può prescrivere).

Nussbaum pensa che sia compito delle politiche pubbliche, delle leggi e delle politiche culturali

allargare il raggio delle libertà per ciascuno, inclusi i bambini: perché non siano costretti, nelle loro

opportunità di vita, dalla esclusività della appartenenza familiare e perché vi siano strumenti per

difendersene quando questa si fa violenta e oppressiva (es. una buona legge sul divorzio, servizi di

cura di buona qualità e accessibili che allarghino il raggio di opportunità e interazione per le donne e i

non autosufficienti, un sistema formativo che non riproduca semplicemente la stratificazione sociale

come strumento di giustizia per i figli delle famiglie svantaggiate, una legislazione sul lavoro che

riconosca le obbligazioni di cura delle donne, ma anche degli uomini, che contribuisca a riequilibrare

non solo i tempi di vita, ma i ruoli di genere che strutturano l’organizzazione familiare). Alla famiglia è

riconosciuto il monopolio della capacità di dare affetto, solidarietà, cura. Limitare il riconoscimento

sociale come ambito di cura e affetto alla sola famiglia consanguinea fondata sul matrimonio è

fortemente illiberale, definisce poche opzioni legittime e soffoca capacità preziose e relazioni talvolta

più produttive di benessere (es. coppie non sposate, coppie omogenitoriali, convivenze tra anziani e

studenti, famiglie allargate, affidi, comunità alloggio per disabili -> diverse forme di appartenenza e

reciprocità comunitarie). Questo depaupera di possibilità chi non ha o non ha più la famiglia

tradizionale; difficoltà di riconoscimento di forme alternative alla famiglia, considerata naturale e

normativamente eterosessuale.

1. BISOGNI DI CURA E DIRITTI UMANI

A chi spetta la cura delle persone disabili?

Per poter vivere in modo relativamente autonomo le elementari forme di cura non bastano: c’è

bisogno di amicizia, di amore ecc… Oltre ai genitori: infermiere a tempo pieno, ulteriori forme di

aiuto, logopedista, fisioterapista. Non sono in grado di studiare in classe con gli altri bambini, restare

da soli neanche un minuto. Difficile la cura quando i genitori lavorano a tempo pieno e non possono

permettersi aiuti a pagamento. Battaglia legale perché lo stato paghi un istituto privato dotato di

attrezzature particolari per affrontare la disabilità. I genitori sanno che questi figli avranno bisogno di

loro per tutta la vita.

Non solo i disabili hanno bisogno di cure intensive e costanti, ma anche gli anziani, o chi è dipendente

per un periodo circoscritto (es. dopo un’operazione chirurgica o durante un periodo di depressione).

Nella maggior parte dei casi chi si fa carico di questo lavoro sono le donne: la cura normale dei

bambini o dei genitori, esse sono più propense a svolgere questi lavori per il lungo periodo, ad

accettare un lavoro part-time. Inoltre nella maggior parte dei casi queste donne non possono contare

sull’aiuto della famiglia allargata o della comunità.

Questo lavoro non viene retribuito né riconosciuto in quanto tale sul mercato del lavoro; tuttavia esso

ha importanti conseguenze sul tempo (libero e lavorativo) di chi lo svolge. L’aiuto esterno proviene

sempre da donne, retribuite, ma non abbastanza e senza adeguata considerazione sociale per un

servizio sociale di vitale importanza. Nei libri di Eva Kittay (Love’s Labor), Michael Berubè (Life As We

Know It) e Joan Williams emergono tre urgenti problemi di giustizia sociale:

1. Questione dell’equo trattamento da riservare a persone mentalmente o fisicamente disabili,

che abbiano bisogno di una elevata quantità di cure per tutto l’arco della vita;

2. Problema di fornire cure adeguate a persone che in certe fasi della vita si trovano nella

condizione di dipendenza profonda, come gli anziani, che hanno sempre ricevuto cure, ma che

non godevano di cure rispettose della loro dignità e incoraggianti a rimanere attivi nel corpo,

nella mente, nelle emozioni. Una società giusta si dovrebbe impegnare a fornire questo tipo di

cure;

3. Onere di coloro che si occupano di queste persone, che hanno bisogno di riconoscimento della

loro attività come forma di lavoro, di sostegno sia umano sia finanziario, DELLA POSSIBILITA’ DI

UNA CARRIERA GRATIFICANTE E REMUNERATIVA E DI PARTECIPARE ALLA VITA SOCIALE E

POLITICA.

In passato si dava per scontato che questo lavoro spettasse alle donne, non considerate cittadine a

pieno titolo e che non dovevano lavorare, oggi si pensa che questa scelta dovrebbe essere libera. La

nascita di un bambino disabile non dovrebbe distruggere la speranza dei genitori, o di uno solo, di

poter vivere una vita sociale e personalmente produttiva. Nella società attuale si dà ancora per

scontato che questo lavoro debba essere fatto liberamente, per puro amore, costringendo le donne

ad accollarsi un onere enorme che grava su tutta la gamma delle attività economiche in cui sono

impegnate e che ne riduce la produttività e il contributo alla vita sociale e civile.

Bisogni di cura: una questione ignorata nelle teorie della giustizia

Kittay -> questa lacuna non può essere facilmente corretta perché strutturalmente incorporata alle

teorie più importanti, che hanno plasmato le idee pratico-politiche e che penetrano diffusamente nei

nostri modi di parlare e pensare. Il nostro discorso pubblico è diffusamente determinato da un’idea di

società basata su un contratto di mutuo vantaggio, questa idea nella tradizione occidentale ha

dominato l’intera teoria politica. Nelle teorie di contratto sociale emerge la finzione di un adulto

competente: gli attori del contratto sociale vengono considerati “liberi, eguali e indipendenti”. Non

può essere fonte di svantaggio sociale l’avere un corpo in condizione di dipendenza maggiore rispetto

ad un altro o doversi occupare di un genitore anziano. Le persone che hanno bisogni particolari non

fanno parte della relazione nella teoria contrattualista; gli individui sono considerati membri normali e

pienamente cooperativi della società per tutta la vita. Punto di partenza kantiano: la dignità umana e

la capacità morale, separate dal mondo naturale. Ignoriamo il fatto che le malattie, l’età avanzata, gli

incidenti ostacolino le funzioni morali e razionali, esattamente come ostacolano la mobilità e la

destrezza. Consideriamo le persone come esseri non sottoposti alle conseguenze del tempo, e che la

vita inizia con un periodo di estrema dipendenza. Secondo Rawls la questione delle persone

dipendenti va rimandata quando le istituzioni politiche di base sono già state pianificate. Beni primari

-> lista di ciò di cui i cittadini hanno bisogno per condurre le proprie vite, allorchè dispongano di poteri

morali e della capacità di essere pienamente cooperativi. Questa lista può essere allungata per

includere le cure necessarie per i momenti di dipendenza, ma non per chi è dipendente per tutto

l’arco della vita. Secondo Rawls: posizione sociale -> reddito e ricchezza, ma un gruppo può essere

deprivato della dignità anche se non economicamente debole (disabili). Quando si passa dall’analisi

del reddito all’abilità di trasformarli in risorse corrette ed efficaci ignora che le persone possano avere

capacità differenti. Per la mobilità dei disabili ci vogliono più soldi.

Anche i disabili hanno diritto allo sviluppo di tutte le loro capacità

Kittay sostiene che la teoria politica occidentale dovrebbe essere modificata in modo da porre al

centro della sua attenzione le relazioni di dipendenza. Un teoria basata sul concetto di cura si

discosterebbe da ogni teoria liberale, profondamente volta a garantire la realizzazione di obiettivi di

indipendenza e libertà dell’individuo. Le politiche pubbliche dovrebbero prevedere forme

generalizzate di sostegno ai bisogni dei cittadini per tutto l’arco della vita (un welfare in cui la libertà è

meno importante della sicurezza e del benessere). Una società non valutata in base alla ricchezza e al

reddito, ma alla misura in cui essa rende le persone capaci di varie e importanti attività (es. mobilità o

partecipazione alla vita politica). Riconsideriamo la lista dei beni primari come un indice dei bisogni

primari di tutti i cittadini, non solo di quelli che hanno, a un livello normale, i poteri morali e cognitivi

specificati da Kant. Concezione del cittadino più aristotelica, come esseri animali dotati di bisogni che

sono capaci di convertire in funzionamenti, includendo il bisogno di prendersi cura degli altri entrando

in relazione con loro. Al centro: il desiderio che tutte le persone (non solo i disabili) abbiano la

possibilità di sviluppare l’intera gamma delle loro facoltà umana, e che possano godere della libertà e

dell’indipendenza consentita da tali condizioni (x Kittay: l’indipendenza non dovrebbe essere

considerata condizione necessaria per la dignità). Perché i bambini disabili possano diventare “grandi”

le loro condizioni di dipendenza devono essere adeguatamente comprese e sostenute, come per il

bisogno di essere considerate persone diverse e distinte dalle altre. Nelle classi differenziali i bisogni

educativi dei bambini possono essere enormemente diversi (Down vs Asperger). Ogni bambino ha

un’istruzione adeguata, in un ambiente con le minori limitazioni possibili e basata su un piano

educativo personalizzato -> idea profondamente liberale, una concezione relativa all’individualità e

alla libertà.

Ideas: Individuals with Disabilities Education Act

Ampliare lo sguardo per ridefinire le regole

Buona parte della condizione di un disabile è definita socialmente. Preoccupazione per il linguaggio:

una parte importante della giustizia sociale dipende dal modo in cui ci vediamo e ci parliamo l’uno

dell’altro. Oltre ad una buona disposizione abbiamo bisogno di buone leggi, il progresso reso possibile

da leggi a protezione degli handicappati (Idea) è molto fragile: può facilmente essere distrutto,

soprattutto in una società determinata a diminuire l’estensione del settore pubblico. Nella nostra

società -> idea che chi non produce in senso economico sia un peso per la società. In una società

competitiva un bambino disabile in classe è considerato un rallentamento per l’apprendimento per la

classe. Le classi servono però non solo a promuovere le abilità intellettive, ma per insegnare ad essere

buoni cittadini, cioè anche a vedere l’umanità dell’altro cittadino, chiunque possa essere. Per alcuni:

educazione differenziale + normale; per altri l’educazione differenziale è un vantaggio (facilita la

socializzazione tra pari).

- Persone che si prendono cura di bambini disabili e persone anziane

Cura prestata a casa a persone con disabilità: problema decisivo rispetto all’eguaglianza sociale delle

donne, implicitamente costrette dalle norme sociali a farsi carico del peso della cura di persone in

stato di dipendenza. Williams -> ogni soluzione a tale problema presenta almeno tre aspetti collegati

tra loro:

1. Redistribuzione delle responsabilità domestiche tra uomini e donne;

2. Ruolo dello stato, esso può alleviare l’onere che grava sulle persone che curano i disabili

mediante una vasta gamma di politiche sociali: periodi di aspettativa pagati, sussidi per

un’educazione differenziata e terapie all’interno del sistema scolastico + altri aiuti finanziari;

3. I luoghi di lavoro dovrebbero cambiare: anche nei paesi in cui sono state introdotte politiche

sociali avanzate (Svezia) sono ancora le donne a svolgere la maggior parte del lavoro

necessario alle persone dipendenti. Gli uomini non desiderano mettere a repentaglio la

propria carriera, o essere considerati lavoratori part-time, quindi marginali, non vogliono

rinunciare alle proprie opportunità di carriera, beh indovina? Neanche noi. In alcune

occupazioni c’è una feroce competizione di stampo maschilista per lavorare oltre l’orario

prefissato, chi si rifiuta di fare gli straordinari è considerato poco produttivo.

Giustizia sociale sia per i disabili sia per chi se ne prende cura. Se consideriamo i cittadini parti di uno

scambio reciprocamente vantaggioso, non saremo mai in grado di annettere valore a coloro che

hanno handicap permanenti e non saremo in grado di annettere valore a coloro che se ne prendono

cura, che non avranno il riconoscimento sociale che meritano. Una sensibilità più ampia e flessibile

per ciò che si intende come essere umano è decisiva se vogliamo riflettere più chiaramente sui

problemi di giustizia. Cambiare le immagini che le persone, la società hanno dei disabili.

Mi trovai bella come una mente libera”

“ :

LIBERTA’ DELLE DONNE E GIUSTIZIA

Sviluppo e uguaglianza di genere

In gran parte del mondo le donne sono prive dei mezzi di sostegno indispensabili all’esercizio delle

funzioni fondamentali necessarie ad una vita realmente umana. Sono nutrite meno degli uomini,

meno in salute, più vulnerabili alla violenza fisica e sessuale, meno scolarizzate (e istruzione tecnica o

professionale); se entrano nel mondo del lavoro incontrano ostacoli maggiori (intimidazione da parte

della famiglia e del coniuge, discriminazione all’assunzione, molestie sessuali -> senza possibilità di

ricorrere efficacemente alla legge). Spesso ostacoli di questo tipo impediscono alle donne di

partecipare effettivamente alla vita politica. In molto paesi non hanno la piena uguaglianza di fronte

alla legge (diritti di proprietà, gli stessi diritti di stipulare contratti, di associazione, movimento e

libertà religiosa). Oberate spesso dalla doppia giornata lavorativa, sono private della possibilità di

trovare momenti ricreativi in cui coltivare le facoltà immaginative e cognitive. Questi fattori pesano

sul benessere emotivo: meno opportunità degli uomini di vivere libere dalla paura, di godere affetti

corrisposti (matrimoni combinati, no divorzio). Disuguaglianza di condizioni sociali e politiche si

traduce in disuguaglianza di capacità umane. 

Human Development Report (1999) redatto dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite non c’è

nessun paesi che tratti le donne bene quanto gli uomini (considerando durata della vita, benessere ed

educazione). Nei paesi in via di sviluppo i problemi più urgenti: la disuguaglianza di genere è

strettamente correlata alla povertà (associazione delle due: crollo delle capacità umane

fondamentali). Percentuale minore di donne: capaci di leggere e scrivere, scolarizzazione; il PIL pro

capite effettivo è circa la metà. Non si dispongono di dati affidabili su stupri, violenza domestica e

molestie sessuali: in molti paesi vi è una scarsa attenzione a questi reati, lo stupro nel matrimonio non

è reato e lo stupro commesso da un estraneo è punito così di rado che le donne sono scoraggiate a

denunciare. 

Salute e alimentazione in condizione di alimentazione e assistenza sanitaria uguale le donne vivono

di più, ci si aspetterebbe un rapporto uomo donna 100 : 102,2. In molti paesi in via di sviluppo il

rapporto tra i due sessi è nettamente inferiore (economista Amartya Sen -> “donne mancanti: molti

milioni di donne nel mondo), per esempio in India più mortalità infantile, fino ai 30 anni.

Un ambito di vita che contribuisce in modo significativo ad accentuare la disuguaglianza femminile è

quello della CURA. Sono principalmente (spesso solo) le donne a prendersi cura delle persone

dipendenti, senza che questo venga considerato un lavoro vero e proprio e senza retribuzione. Inoltre

questo impedisce loro di dedicarsi a ciò che desidererebbero fare in altri ambiti della vita, come

un’occupazione remunerata, l’esercizio della cittadinanza, i momenti ricreativi e l’espressione di sé.

L’approccio centrato sui diritti si rivela molto importante, ma la sua struttura è precaria sotto molti

punti di vista. Innanzitutto (1) ci sono diverse concezioni di diritti, (2) il linguaggio dei diritti è

storicamente associato alle libertà politiche e civili, solo di recente ai diritti economici e sociali. I due

piani non sono solo di pari importanza ma si intersecano di continuo: la libertà di parola e di

associazione richiedono condizioni materiali e indispensabili (una donna che lavora: più possibilità di

associazione). Donne private dell’istruzione -> private di molte significative opportunità di

partecipazione alla politica e all’espressione pubblica. (3) l’approccio centrato sui diritti ha ignorato

l’urgenza delle donne di essere protette dalla violenza domestica e da altre violazioni della loro

integrità fisica; i problemi di giustizia all’interno della famiglia (distribuzione delle risorse e

riconoscimento del lavoro femminile). (4) l’approccio sui diritti è stato spesso criticato in quanto

esclusivamente occidentale, scarsa sensibilità alle tradizioni di pensiero non-occidentale. Questo

approccio ha quindi bisogno di trovare un’alternativa o di essere integrato approccio delle

capacità, un approccio ai problemi fondamentali di giustizia e di valutazione della qualità della vita di

cui è stata pioniere Amartya Sen, messo in pratica con Human Development Reports e sviluppato da

Nussbaum nel campo della teoria politica femminista.

L’approccio delle capacità: una prospettiva femminista

La politica internazionale e il pensiero economico dovrebbero essere femministi: quindi attenti ai

problemi specifici delle donne a motivo del loro sesso. Se non si comprendono queste questioni non si

possono affrontare adeguatamente i temi generali della povertà e dello sviluppo.

Nussbaum approccio alle capacità, versione di tipo filosofico. Si basa su una visione di delle

capacità umane fondamentali di tipo multiculturale (universalistico -> base valida per affrontare i

problemi delle donne nei paesi in via di sviluppo), strettamente connessa ad una forma di liberalismo

politico. Questo approccio: vantaggioso per affrontare i problemi specifici delle donne sia a livello

teorico che pratico. Lo scopo è fornire la base filosofica a un esame dei principi costituzionali

fondamentali che dovrebbero essere rispettati e implementati dai governi di tutti i paesi, quale

minimo essenziale per il rispetto della dignità umana. L’approccio migliore è fornito da un

atteggiamento centrato sulle capacità umane, ovvero su ciò che le persone sono effettivamente in

grado di fare e di essere. Individua una lista delle capacità umane fondamentali, collegandole nel

contesto di un certo tipo di liberalismo politico che fa di esse obiettivi politici specifici. Consenso tra

persone che hanno diversissime concezioni di ciò che è bene. Le capacità in questione dovrebbero

essere perseguite per ogni persona individualmente, trattando ciascuno come fine e non come mezzo

per i fini altrui (come spesso le donne vengono trattate). L’approccio prevede una soglia di livello per

ogni capacità; il fine sociale: creare le condizioni che permettono ai cittadini di superare tale soglia

minima. L’approccio delle capacità è anche utile come rilevatore per il confronto sulla qualità della

vita (reali condizioni di benessere delle persone). Compete con altri parametri (PIL pro capite) in cui

qualità della vita = teoria normativa del corretto fine sociale (accumulazione di ricchezza, servizi).

L’approccio basato sulle capacità è pienamente universale: le capacità in questione sono importanti

per ogni cittadino, in ciascun paese, ciascuno dev’essere trattato come un fine. Le donne nei paesi in

via di sviluppo sono importanti in questo progetto:

- In quanto persone che soffrono diffusamente per acute carenze di capacità

- Come persone la cui situazione fornisce un test interessante per questo o altri approcci,

mostrando quali problemi riescano o meno a risolvere.

L’esigenza di norme universali

Elenco di norme transculturali valide in tutte le situazioni in cui sono in gioco le opportunità delle

donne, redatti da donne che lavorano in settori non governativi o movimenti internazionali per i diritti

umani e accordi internazionali per l’eliminazione delle forme di discriminazione contro le donne

(CEDAW). Processo controverso a livello politico e culturale: da dove vengono queste categorie? Sono

applicabili a tutte le culture? (accuse di occidentalismo e colonialismo). Quando si propongono criteri

universali per misurare la qualità di vita delle donne ci si trova di fronte a tre argomentazioni:

1. Argomento basato sulla cultura si ritiene che le culture tradizionali contengano in sé le norme

di come dovrebbe essere la vita delle donne (di solito modestia, obbedienza, rispetto e sacrificio),

non si dovrebbe presumere che siano cattive. Le norme proposte dalle femministe sembrano

troppo “occidentali” in quanto basate su scelte e opportunità. Queste norme non impediscono

però alle donne di condurre una vita tradizionale, fintanto che lo faccia in presenza di opportunità

economiche e politiche certe. Le culture contengono le opinioni dominanti (tralasciando le

opinioni di donne che non sono mai state ascoltate), e sono sempre scenario di dibattiti e

contestazioni. Le norme, gli aiuti internazionali, forniscono i mezzi per realizzare obiettivi a cui le

donne già aspirano. Quando modificano effettivamente le preferenze già esistenti lo fanno

allargando il raggio delle possibilità per le donne e un senso più ricco del loro eguale valore.

Presuntuosa supposizione che la possibilità di scelta e la capacità di agire come soggetti economici

siamo valori esclusivamente occidentali. Le culture sono dinamiche e in continuo cambiamento,

anche quelle orientali identificate spesso solo con gli elementi più antichi. Il fatto di appellarsi ad

una cultura pone quindi più problemi di quanto non dia risposte; non riesce a dimostrare che le

norme multiculturali sono una cattiva risposta a tali problemi.

2. Argomento derivato dal bene della diversità mondo bello perché ricco, le culture hanno una

loro bellezza caratteristica e il mondo sarebbe impoverito se più omogeneo. Due obiezioni

possibili (a) la diversità è buona in sé, (b) sono i valori dell’efficienza economica e del consumismo,

che stanno progressivamente diventando dominanti nel mondo, ad essere problematici ( questo

non dice nulla contro le norme multiculturali, ma suggerisce che il loro contenuto debba essere

critico nei confronti di alcune norme economiche devianti). (a) la differenza culturale se danneggia

le persone è ancora un valore? Chiedersi se i valori culturali in questione sono tra quelli che vale la

pena di conservare (questo implica la presenza di una concezione universale che ci dica quando è

meglio che una determinata pratica sia lasciata morire).

3. Argomento derivato dal paternalismo norme universali dimostrano poco rispetto per le libertà

d’azione degli individui, trattandoli come bambini (questa obiezione non è in contrasto con le

norme universali perché sostiene alcuni valori universali come le libertà politiche e le possibilità di

scelta autonoma). Le culture sono spesso paternalistiche, soprattutto verso le donne. Qualunque

carta dei diritti è paternalistica. La tutela delle libertà di scelta non richiede soltanto la difesa

formale delle libertà fondamentali, le libertà di scelta hanno presupposti materiali. (es. possibilità

di andare a scuola, ma le condizioni economiche non lo permettono). È fondamentale che ci siano

anche le condizioni per esercitare quei diritti e questo implica la disponibilità di risorse e

l’intervento dello stato. Se riteniamo che questi diritti siano importanti valori universali dovremmo

prendere posizione internazionale e propagandarli, questo implica universalismo e in un certo

senso paternalismo (comunque non potremmo dire le donne siano particolarmente libere di fare

ciò che desiderano).

L’argomento paternalistico indica, allora che dovremmo preferire un’interpretazione normativa

transculturale che concentri l’attenzione sulle abilitazioni (empowerment) e sulle opportunità,

lasciando alle persone la piena libertà di perseguire i propri piani di vita una volta che queste

opportunità siano state loro assicurate. Questo non offre una buona ragione per rifiutare le norme

transculturali. Preservare le libertà e le opportunità per ciascuna persona presa singolarmente. Le

donne sono spesso considerate parte di una unità (familiare o comunitaria) e i loro interessi sono

subordinati agli scopi più ambi di questa unità (di solito agli interessi delle componenti maschili).

La crescita economica non produce conseguenze positive per le donne le cui possibilità di

controllo del reddito familiare sono sottratte dal marito. Dobbiamo considerare la distribuzione

delle risorse e opportunità di ogni singola persona.

I limiti degli approcci tradizionali nell’analisi dello sviluppo

Valori transculturali presi in scarsa considerazione anche per le alternative convenzionali. Primo

approccio per misurare la qualità della vita: PIL pro capite -> per evitare di promuovere qualche valore

transculturale precostituito (ricchezza come valore universale). Questo non dice nulla della

redistribuzione e dei diritti di giustizia. Bisogna considerare la vita individuale di ognuno, dobbiamo

quindi specificare, oltre alla distribuzione della ricchezza e del reddito, quali aspetti della vita

prendere in considerazione (mortalità infantile, vita media, salute, opportunità di istruzione e

impiego, i diritti, le libertà politiche). Tracciare una mappa dei beni fondamentali secondo criteri

universali, in modo da poter disporre di una lista da comparare tra le diverse società. Un ulteriore

problema degli approcci basati sulle risorse nasce dal fatto che gli individui si differenziano nella loro

capacità di trasformare risorse in funzionamento. Alcune di queste differenze sono di natura fisica:

una donna incinta ha bisogno di più cibo, un invalido di più risorse per la mobilità. Queste differenze

valgono soprattutto in un paese in via di sviluppo (un paese ricco può permettersi di portare tutti gli

individui ad un elevato livello di efficienza fisica). Alcune di queste differenze sono di natura sociale,

collegate alle gerarchie tradizionali. Per portare tutti i cittadini ad un livello fondamentale di istruzione

bisogna devolvere maggiori risorse a favore di coloro che sono ostacolati da gerarchie tradizionali e

pregiudizi (scolarizzazione femminile: più costosa). Il solo indice delle risorse rafforza queste

disuguaglianze che incidono in modo rilevante sul benessere.

Approcci basati sulle preferenze -> altri problemi. Vantaggio: prendono in considerazione le persone e

valutano le risorse in base a quanto queste contribuiscano realmente a migliorare la vita

dell’individuo. Il problema è che le preferenze non sono estranee e indipendenti dalle condizioni

economiche e sociali, poiché sono (almeno in parte) plasmate da queste condizioni. Spesso le donne

non dimostrano preferenza per l’indipendenza economica, pensano a sé come cittadini i cui diritti

possano essere ignorati. (queste preferenze a volte si manifestano all’interno di programmi educativi

promossi da organizzazioni femminili). Preferenze formate anche per gli uomini: spesso preferiscono

che siano le mogli a occuparsi d casa e figli (anche dopo le 8 ore di lavoro) -> risultato di una


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hazelim

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
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A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher hazelim di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Palmieri Cristina.

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