La prospettiva antropologica
1. Che cos’è l’antropologia?
Gli antropologi vogliono conoscere il maggior numero possibile di modi di vita diversi e se si espon-
shock
gono talvolta a pratiche che li lasciano sbigottiti. Lo dell’inconsueto che diventa consueto – e
viceversa – è qualcosa che agli antropologi capita d’aspettarsi ed è uno dei veri piaceri della ricerca sul
campo.
L’antropologia si può definire come lo studio della natura, della società e del passato dell’uomo ed
è la disciplina che mira a descrivere nel senso più ampio possibile cosa significhi essere uomini.
L’antropologia è unica perché attinge alle scoperte dei varî campi del sapere e tenta di conciliarle
con i proprî dati al fine di comprendere come biologia umana, economia, politica, religione e parentela
si modellino a vicenda, rendendo la vita umana ciò che è. Insomma, l’antropologia è olistica e l’olismo
è un tratto centrale della prospettiva antropologica.
Per generalizzare su natura, società e passato dell’uomo occorrono testimonianze provenienti
dall’insieme più ampio possibile di società umane e perciò, oltre che olistica, l’antropologia è disciplina
comparativa.
Gli antropologi tentano di formulare generalizzazioni valide al di là dello spazio e del tempo su cosa
significhi essere uomini. L’ambito della comparazione abbraccia tutte le società come pure tutto il
passato. Per questo l’antropologia prende anche in esame l’evoluzione biologica della specie nel
tempo, studiando le origini dell’uomo, le varietà ed il patrimonio genetico delle popolazioni viventi.
Se per evoluzione s’intende in senso lato cambiamento nel corso del tempo, le società e le culture
umane si sono evolute dalla preistoria al giorno d’oggi. Uno dei contributi più importanti dell’antropo-
logia allo studio dell’evoluzione umana è stato quello di sottolineare le differenze cruciali che separano
l’«evoluzione biologica» (riguardante attributi e comportamenti trasmessi geneticamente) dall’«evolu-
zione culturale» (concernente credenze e comportamenti che non sono trasmessi geneticamente, bensì
mediante l’insegnamento e l’apprendimento). A tal proposito la prospettiva antropologica è al fondo
evoluzionistica.
2. Il concetto di cultura
Una conseguenza dell’evoluzione è stata l’emergere della cultura, che si può definire come l’insieme
delle idee e dei comportamenti appresi che gli esseri umani acquisiscono in quanto membri della
società.
La cultura ci rende unici fra le creature viventi. Per sopravvivere dipendiamo dall’apprendimento
più di qualunque altra specie, perché non abbiamo istinti che ci proteggano automaticamente o ci
facciano trovare cibo e riparo e, invece, siamo giunti ad utilizzare il nostro grande e complesso cervello
per imparare dagli altri membri della società quel che è necessario sapere per la sopravvivenza. L’ap-
prendimento è l’asse centrale dell’infanzia, più lunga per la specie umana che per qualsiasi altra specie.
Nella prospettiva antropologica il concetto di cultura è fondamentale per spiegare perché gli esseri
umani sono ciò che sono e fanno ciò che fanno. Gli antropologi sono stati spesso in grado di dimostrare
che i membri di un particolare gruppo sociale si comportavano in un certo modo non perché quella
condotta fosse programmata dai geni, ma perché così avevano visto comportarsi gli altri. Gli Occiden-
tali, ad esempio, di norma non si nutrono d’insetti, ma non per programmazione genetica, bensì perché
hanno imparato da bambini che è rivoltante cibarsene, non hanno mai visto né amici né famigliari farlo
e perciò non lo fanno neanche loro. Tuttavia sappiamo per esperienza che mangiare gli insetti non ha
effetti nocivi per gli Occidentali, cosicché la differenza di comportamento sociale si spiega in termini
di cultura piuttosto che di biologia.
Fatto interessante, gli antropologi sono riusciti a dimostrare il potere della cultura proprio perché
conoscono bene anche la biologia umana. La maggior parte degli antropologi rifiuta le spiegazioni della
condotta umana che impongono la scelta tra cause biologiche e cause naturali, preferendo sottolineare
invece che gli esseri umani sono organismi bioculturali. La nostra costituzione biologica ci rende capaci
di creare ed usare cultura. Nel contempo, la nostra sopravvivenza in quanto organismi biologici di-
pende da tradizioni culturali apprese che ci aiutano a trovare cibo, riparo e compagni e ci insegnano
ad allevare la prole, poiché il corredo biologico, per quanto ricco, non ci dota d’istinti atti a soddisfare
tali necessità di sopravvivenza. La biologia umana rende possibile la cultura, la cultura rende possibile
la sopravvivenza biologica dell’uomo. ~ 1 ~
Gli antropologi distinguono talvolta fra Cultura e culture. Il termine «Cultura» viene usato per de-
scrivere un attributo della specie umana nel suo insieme: la capacità di creare ed imitare comporta-
menti ed idee che favoriscono la sopravvivenza della specie in mancanza di programmazione genetica
altamente specifica. Per contro, con culture si designano le tradizioni particolari di idee e comporta-
menti appresi propri di gruppi specifici. Gli antropologi come Edward B. Tylor furono i primi ad usare
«cultura» in questo modo, alla fine del XIX secolo, contestando l’accezione allora vigente di raffina-
tezza e coltivazione del gusto, prerogativa di pochi. Da allora il concetto di cultura s’applica a tutti i
membri di una società umana.
Quantunque la Cultura sia l’attributo distintivo della specie umana nel suo complesso, gli antropo-
logi e gli altri esseri umani hanno accesso solo a culture particolari. A seconda delle diverse condizioni
con cui gli antropologi si confrontano, essi devono cambiare le proprie prospettive abituali. In questo
modo, i risultati dei loro lavori sovente ci impongono di ripensare le nozioni di senso comune su chi
siamo. L’esperienza dello stare «sul campo» è al centro dell’antropologia moderna e offre un contri-
buto fondamentale alla prospettiva antropologica.
3. Una disciplina interdisciplinare
Poiché suo fine è descrivere cosa significhi essere uomini, l’antropologia è disciplina straordinaria-
mente varia. A causa dei suoi molteplici interessi, l’antropologia non rientra facilmente in alcuna clas-
sificazione accademica convenzionale. Inclusa di solito tra le scienze sociali, spazia dalle scienze natu-
rali alle discipline umanistiche.
3.1. Antropologia biologica
La prima e più antica branca dell’antropologia è l’antropologia biologica (o fisica). Gli antropologi
fisici sono soprattutto interessati a considerare gli esseri umani in quanto organismi biologici per sco-
prire in cosa siano diversi dagli altri organismi viventi e in cosa simili al resto del regno animale.
L’antropologia fisica fiorì nel XIX secolo, quando s’affermò come disciplina accademica. Gli euro-
pei occidentali avevano riscontrato un’enorme variazione nell’aspetto fisico dei popoli del mondo e da
tempo cercavano di spiegare le differenze. Gli antropologi fisici inventarono una serie di tecniche ela-
borate per misurare i differenti caratteri osservabili delle popolazioni umane, comprendente colore di
pelle, tipo di capelli, tipo fisico e così via. Lo scopo era trovare la prova scientifica che avrebbe per-
messo loro di classificare tutti i popoli del mondo entro categorie inequivocabili, dette razze, basate su
insiemi distinti di attributi biologici.
Quegli stessi popoli che gli antropologi fisici tentavano di ordinare in categorie razziali erano nella
maggioranza popoli extraeuropei, sottoposti sempre più alla dominazione politico-economica delle
società capitalistiche europea ed euroamericana in fase d’espansione. Poiché differivano dai «bianchi»
europei non soltanto per il colore scuro della pelle, si finiva per ritenere che l’appartenenza razziale
determinasse non solo gli attributi fisici esteriori dei gruppi, ma anche quelli morali e mentali, sulla
base dei quali venivano ordinate gerarchicamente le razze. Non sorprende che si considerassero gli
europei ed i Nordamericani «bianchi» superiori e le altre razze rappresentanti dei varî gradi di inferio-
rità. In tal modo gli antropologi fisici contribuirono allo sviluppo di teorie che avrebbero giustificato la
pratica sociale del razzismo: l’oppressione sistematica di una o più razze socialmente definite da parte
di un’altra razza, sulla base della presunta superiorità biologica intrinseca dei dominatori e la presunta
inferiorità biologica intrinseca dei dominati.
Col passare del tempo le tecniche di ricerca dell’antropologia fisica migliorarono. Gli antropologi
fisici scoprirono che i tratti esteriori usati tradizionalmente per identificare le razze (ad esempio il co-
lore della pelle) non si correlavano bene con altri caratteri fisici e biologici. Più imparavano sugli attri-
buti biologici delle popolazioni umane, più si avvedevano della pura e semplice inesistenza di razze
con insieme distinti ed unici di attributi.
Agli inizi del XX secolo, antropologi e biologi erano giunti alla conclusione che il concetto di «razza»
era un’etichetta culturale inventata dagli esseri umani per classificare le persone in gruppi. Antropologi
come Franz Boas avvertivano l’inadeguatezza delle classificazioni razziali in antropologia. Boas ed i
suoi studenti si dedicarono con grande energia a smontare gli stereotipi razzisti, utilizzando sia le co-
noscenze biologiche sia la comprensione della cultura.
~ 2 ~
Respingendo le dottrine razziali ottocentesche, molti antropologi moderni che studiano la biologia
umana preferiscono chiamarsi bioantropologi. Abbandonata la «razza», essi si occupano invece dei
modelli di variazione all’interno della specie umana nel suo insieme.
Alcuni bioantropologi lavorano nel campo della primatologia, lo studio dei parenti più stretti
dell’uomo, della paleoantropologia, lo studio delle ossa e dei denti fossili dei nostri progenitori, e della
biologia dello scheletro umano, che misura e compara forme e dimensioni – morfologia – di ossa e
denti utilizzando resti di scheletro di differenti popolazioni umane. Specializzazioni più recenti si con-
centrano sull’adattabilità umana in ambienti diversi, sulla crescita e sullo sviluppo dell’uomo e sui nessi
fra storia evolutiva di una popolazione ed esposizione al rischio di malattia. Gli antropologi forensi
mettono le proprie conoscenze dell’anatomia umana al servizio della legge e dei diritti umani. Gli
antropologi molecolari rintracciano somiglianze e differenze chimiche nel sistema immunitario. Inol-
tre, le nuove tecniche analitiche come la biostatistica, la rappresentazione tridimensionale, la comuni-
cazione e l’editoria elettronica hanno rivoluzionato il campo.
3.2. Antropologia culturale
La seconda branca della disciplina è l’antropologia culturale (detta anche socioculturale, sociale o
etnologia). Una volta riscontrato che la biologia razziale non spiega perché non tutti al mondo vestano
allo stesso modo, parlino la stessa lingua, preghino lo stesso dio, gli antropologi hanno riconosciuto
che le differenze sono dovute a qualcos’altro. Questo «qualcos’altro» è la cultura: l’insieme delle idee
e dei comportamenti appresi che gli esseri umani acquisiscono in quanto membri della società. Poiché
ovunque si usa la cultura per adattarsi al mondo esterno, il campo dell’antropologia culturale è vasto.
Gli antropologi culturali tendono a specializzarsi nell’una o nell’altra sfera dell’attività culturale
umana. Alcuni studiano il modo nel quale gli esseri umani si organizzano per svolgere compiti collettivi,
interesse che assimila l’antropologia culturale alla sociologia e ne determina l’inserimento tra le scienze
sociali. Infatti sociologia ed antropologia si sono sviluppate nello stesso periodo e si occupano en-
trambe di organizzazione sociale.
Un importante fattore che al principio differenziava l’antropologia dalla sociologia era l’interesse
antropologico per la comparazione di diverse forme di vita sociale. Nel contesto razzista, alcuni ritene-
vano spettasse alla sociologia studiare le società industriali «civili» ed all’antropologia tutte le altre. Og-
gigiorno, gli antropologi moderni si dedicano all’indagine di tutte le società umane.
Gli antropologi hanno scoperto che in molte società extraoccidentali non si costituiscono apparati
burocratici, chiese, scuole, eppure si riesce a svolgere con successo l’intera gamma delle attività umane
perché si è elaborato l’istituto della parentela, organizzandosi in gruppi sociali i cui membri sono tutti
considerati «parenti». Lo studio della parentela resta ancora oggi tema d’interesse centrale. Gli antro-
pologi hanno descritto inoltre varie forme di organizzazione sociale che esulano dalla parentela, come
società segrete, classi d’età e numerosi tipi d’organizzazione politica complessa, anche statuale. Negli
ultimi anni la loro indagine ha abbracciato i problemi contemporanei: genere e sessualità, flussi migra-
torî transnazionali e ricomparsa dell’etnicità e del nazionalismo nel mondo.
Gli antropologi culturali hanno investigato i modelli di vita materiale in differenti gruppi umani.
Alcuni si specializzano nello studio della tecnologia in società diverse o della sua evoluzione nel tempo.
Coloro che si occupano di vita materiale descrivono anche l’ambiente naturale per il quale le tecnologie
sono state elaborate ed analizzano l’influsso reciproco tra tecnologia ed ambiente. Altri hanno investi-
gato la risposta dei popoli non occidentali alle sfide politico-economiche del colonialismo e della tec-
nologia industriale capitalistica che l’ha accompagnato.
Coloro che conducono ricerche comparative su lingua, musica, danza, arte, poesia, filosofia, reli-
gione e rituale hanno molti interessi in comune con gli specialisti delle discipline artistiche ed umani-
stiche.
3.2.1. Ricerca sul campo
Gli antropologi culturali di norma raccolgono i dati vivendo per un lungo periodo a stretto contatto
con chi parla la lingua o pratica il modo di vita che loro interessa. Questo periodo si chiama ricerca sul
routine
campo ed il suo tratto centrale è il coinvolgimento dell’antropologo nella quotidiana di coloro
tra i quali vive. Le persone che danno informazioni sulla propria lingua e cultura si chiamano informa-
tori, ma oggi si preferisce definirli intervistati, insegnanti o amici. I ricercatori sul campo penetrano il
senso di un’altra cultura condividendo ed osservando le attività sociali dei suoi membri. È il metodo
~ 3 ~
di ricerca noto come osservazione partecipante, basilare per l’antropologia culturale e per l’interazione
umana in genere.
L’etnografia è la descrizione di una particolare cultura, l’etnologi lo studio comparativo di due o
più culture.
3.3. Antropologia linguistica
Forse il tratto culturale più sorprendente della nostra specie è il linguaggio: il sistema di simboli
vocali arbitrarî con il quale codifichiamo la nostra esperienza del mondo e degli altri. Il linguaggio è
veicolo principale d’importanti informazioni culturali.
Gli esperti d’antropologia linguistica ed i loro equivalenti in campo sociologico (i sociolinguisti)
studiano le correlazioni tra varianti linguistiche e differenze di genere, razza, classe o identità etnica.
Alcuni si sono specializzati nell’analisi di quel che succede quando si parlano più lingue. Altri hanno
pidgin
scritto a proposito dei , codici prodotti da parlanti di lingue diverse costretti a comunicare.
In tutti questi casi l’obiettivo è comprendere il linguaggio in rapporto ai più ampî contesti culturali,
biologici o storici che lo rendono possibile. L’antropologia linguistica è divenuta così complessa da
essere ormai considerata un ramo distinto dall’antropologia e richiede una formazione duplice, sia
antropologica che linguistica.
3.4. Archeologia
L’archeologia è l’antropologia culturale del passato, concernente l’analisi delle vestigia materiali.
Grazie all’archeologia gli antropologi fanno molte scoperte sulla storia umana, specie sulla preistoria,
il lungo arco di tempo anteriore all’invenzione della scrittura. Gli archeologi cercano le testimonianze
dell’attività culturale dell’uomo nel passato. Secondo la collocazione e l’età dei siti scavati, talvolta de-
vono anche essere esperti di manufatti litici, metallurgia o ceramica antica, oppure collaborando con
altri scienziati.
Le scoperte degli archeologi completano quelle dei paleoantropologi. Per esempio, le informazioni
archeologiche riguardo a successive tradizioni di strumenti litici in una certa regione si correlano con
le testimonianze fossili dell’occupazione preistorica di quella regione da parte di antiche popolazioni
umane. Gli archeologi usano tecniche di datazione per stabilire l’età dei manufatti e disegnano mappe
di distribuzione della cultura materiale per fare ipotesi su età, estensione territoriale e modelli di cam-
biamento socioculturale nelle società antiche.
3.5. Antropologia applicata
L’antropologia applicata usa i dati raccolti dalle altre specializzazioni per risolvere i problemi inter-
culturali pratici, ricorrendo, per esempio, a peculiari concezioni culturali di salute e malattia per intro-
durre nuove pratiche sanitarie pubbliche comprensibili ed accettabili per i membri di una data società.
Data la crescente preoccupazion
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