PSICOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE AUDIOVISIVA
1. COMUNICAZIONE E LINGUAGGIO
CHE COS’E’ LA COMUNICAZIONE?
COSTRUIRE I SEGNI
Il processo di significazione, cioè di costruzione di segno, è quando qualcosa è posto a
rappresentare un aspetto della realtà. Quando un segno viene utilizzato per condividere con
l’interlocutore quello stesso aspetto della realtà, si può dire che il segno viene utilizzato con
funzione comunicativa. Quando si comunica, utilizziamo messaggi formati da segni.
Il segno rappresenta un moneta simbolica di scambio: è il ponte tra la realtà, la rappresentazione
di essa e la possibilità di comunicarla ad altri. La capacità di comprendere e produrre segni segni
apre la porta alla realtà simbolica.
L’uso dei segni permette di agire e interagire con altre persone. Un esempio è il gesto dell’indicare.
Quando indichi, si crea una prima modalità di rappresentazione condivisa tra due interagenti,
perché entrambi si riferiscono a qualcosa mediante qualcos’altro, cioè utilizzando un segno.
La natura composta del segno trova una sua rappresentazione nel triangolo semitico, nel quale il
processo di significazione viene descritto come la relazione fra tre lati: l’espressione, cioè il
significante che utilizziamo per significare, il referente, cioè l’oggetto o l’evento o l’azione che viene
rappresentato; e il contenuto, ossia l’idea mentale del referente. (Esempio “cane” pag. 19-‐20).
E’ importante notare che il segno non designa mai un oggetto, ma una sua rappresentazione, una
mediazione mentale, o, come dice Eco, “un contenuto culturale”.
Esistono due tipi di segno. La prima è un’idea del segno come equivalenza (De Saussure), cioè
che il segno viene definito come l’unione di un’immagine acustica (o significante) e di un’immagine
mentale (significato), così strettamente unite da poter essere immaginate come le due facce di una
stessa realtà. In quest’ottica, la forma (l’espressione) viene e separata dalla sostanza (significato),
perché entrambe sono risultato di scelte arbitrarie. Il linguaggio assume un carattere di
convenzionalità, di arbitrarietà e di neutralità. I due termini del rapporto segnico sono retti da una
correlazione fissa, non modificabile e stabilità. Ciò implica la presenza di un codice, cioè un
sistema regolato di segni i cui significati sono stati arbitrariamente stabiliti e posti per convenzione.
L’idea di segno come inferenza, nata all’interno della semiotica, mette l’accento sulla natura
interpretativa del segno. Pierce descrive il segno come “qualcosa che per qualcuno sta al posto di
qualcos’altro, sotto qualche rispetto o capacità”. La relazione del segno con il significato viene
quindi posta da qualcuno dentro un contesto comunicativo.
La funzione segnica è la relazione semiotica tra entità intese a significare qualcosa che può
mutare al variare del contesto comunicativo.
Il segno non è un’entità fissa: esso si presenta, piuttosto, come il risultato provvisorio di regole di
codifica che stabiliscono correlazioni transitorie in cui ciascun elemento è autorizzato ad associasti
con un altro e a formare un segno, in determinate circostanze previste dal codice.
TRASMETTERE INFORMAZIONI
La comunicazione è la trasmissione di informazioni e, da un punto di vista matematico, è l’unità
minima (bit) che compone il segnale.
Il modello matematico della comunicazione afferma che la comunicazione consiste nel passaggio
di un segnale da una fonte,
-‐attraverso un trasmettitore
-‐lungo un canale
-‐più o meno disturbato dal dimore
-‐a un destinatario
-‐grazie a un recettore
Successivamente vengono aggiunte altre componenti:
-‐la ridondanza (ripetizione)
-‐il filtro
-‐il feedback
L’approccio matematico implica una teoria del codice poiché ritiene che la condizione necessaria e
sufficiente per comunicare sia avere a disposizione un codice di trasmissione, un emittente in
grado di codificare e un ricevente proposto a decodificare. 1 di 84
COMUNICARE E’ FARE
Spesso le parole hanno effetti concreti sulla realtà (prediche, decisioni), quindi la comunicazione è
un fare. Questo aspetto della comunicazione è stato posto in evidenza dalla teoria degli atti
linguistici all’interno dell’approccio pragmatico.
Il punto di vista pragmatico considera innanzitutto la comunicazione come azione, il dire come fare.
Nella sua opera più importante, Austin delinea la Teoria degli Atti Linguistici, teoria che distingue
nell’atto linguistico tre livelli, corrispondenti ai tre tipi di azione che compiamo simultaneamente
quando parliamo:
1) l’atto locutorio: l’atto di dire qualcosa; è l’azione che si compie per il fatto stesso di parlare.
2) l’atto illocutorio: l’atto nel dire qualcosa; è l’atto che corrisponde alle intenzioni comunicative del
parlante (un giudizio)
3) l’atto perlocutorio: è l’atto che si compie con il dire qualcosa, in quanto il dire produce sempre
effetti e conseguenza. (Es. “Vi dichiaro marito e moglie” pag 22).
ogni atto di comunicazione avviene all’interno di un contesto. Il modello di comunicazione, a cui la
pragmatica fa riferimento, considera la comunicazione come una situazione in cui il testo e il
contesto si definiscono reciprocamente nel corso dell’evento comunicativo.
Il significato di un messaggio è il risultato di un’azione interpretativa, compiuta dal parlante e
dall’ascoltatore in modo interdipendente in un contesto preciso.
Wittgenstein aveva messo in evidenza che “il senso di una parola non si può cogliere isolatamente
ma solo entro un contesto, e che il linguaggio non rappresenta un mondo di cose ma la nostra
attività sulle cose”.
COMUNICARE E’ PERSEGUIRE INTENZIONI
Le intenzioni comunicative diverse conferiscono un senso diverso ad una frase. Gli scenari
descrivono semplicemente il contesto dell’interazione in cui avviene lo scambio comunicativo. Essi
forniscono indicazioni sull’intenzione comunicativa di chi sta comunicando e su come viene
considerato l’interlocutore.
Risulta quindi importante non solo la codifica/decodifica, ma anche l’interpretazione.
La nozione di intenzione comunicativa è stat oggetto di studio, secondo approcci differenti che
hanno consentito di metterne in luce alcune peculiarità.
GRICE: INTENZIONE RECIPROCA
Grice considera come significato del messaggio comunicativo il “voler dire” del locutore, inteso
come rapporto di reciproca intenzionalità e consapevolezza tra emittente e ricevente.
L’intenzione comunicativa dell’emittente diventa pertanto conoscenza reciproca e condivisa da
parte del parlante e dell’ascoltare. Per la comunicazione, tra gli interlocutori si rende necessaria la
reciproca conoscenza dell’intenzione comunicativa. Una buona comunicazione si basa sul
principio di comunicazione, principio secondo il quale è necessario durante la comunicazione dare
il contributo al momento opportuno, così come è richiesto dagli scopi e dall’orientamento della
conversazione. All’interno di questo principio, ci sono quattro massime:
-‐massima di qualità: cerca di fornire un contributo vero
-‐massi di quantità: cerca di fornire un contributo che soddisfi la richiesta di informazioni in modo
adeguato agli scopi del discorso
-‐massima di relazione: cerca di fornire contributi pertinenti
-‐massima di modo: sii perspicuo e chiaro
Secondo Grice, tali massime sono di natura convenzionale e si apprendono attraverso l’esperienza
quotidiana; la loro osservanza o violazione regola i processi di interpretazione delle intenzioni
comunicative. Per Grice, il significato è ciò che il parlante intende e può non essere detto
esplicitamente. Ci può essere quindi, uno scarto tra i due interlocutori, che va colmato attraverso
un’impeciatura conversazionale. Essa consiste in uno sforzo inreferenziale per andare oltre al
significato letterale di un enunciato.
IL MODELLO OSTENSIVO-INREFERENZIALE DI SPERBER E WILSON
Modello secondo il quale comunicare consiste nel manifestare al destinatario la propria intenzione
di rendergli manifesta un’informazione.
Da qui la teoria della pertinenza, che riprende e sviluppa l’idea di Grice che il carattere essenziale
della comunicazione siano l’espressione e il riconoscimento di intenzioni.
L’ipotesi di Sperber e Wilson è che le affermazioni di un parlante comportino delle aspettative di
pertinenza sufficienti per guidare l’interprete verso ciò che vuole dire il parlante stesso.
Un input è pertinente per un soggetto quando la sua elaborazione, in un contesto di informazioni
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disponibili, produce un effetto cognitivo, vale a dire produce una &
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