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La migrazione irregolare o clandestina diviene una specie di fatto sociale totale, in grado di

cogliere intorno a sé anche gli altri discorsi che fanno riferimento alla esigenza di sopperire alle

carenze nei controlli di frontiera, come i traffici illeciti, il crimine organizzato, il terrorismo

internazionale. Il migrante irregolare o clandestino diviene così il polo intorno al quale far

ruotare i discorsi securitari che vertono sui cosiddetti attori clandestini transnazionali, oggetto di

una riorganizzazione della politica transnazionale di sicurezza che spinge militari e polizia a

condividere obiettivi e strumenti. Questa tipologia di migrante finisce per essere

rappresentativa di molte altre figure di attore clandestino transnazionale, e ciò lo pone in una

posizione particolarmente ambigua: da un lato perché acquisisce un profilo di soggetto

pericoloso; dall’altro perché la visibilità mediatica ostacola la possibilità di affrontare il suo

statuto giuridico e sociale all’interno delle categorie giuridiche ordinarie. Tutto ciò contribuisce a

far sì che queste figure di migranti risultino invisibili nella loro qualità di soggetti sociali di diritti

e speso come soggetti umani, e sin troppo visibili come soggetti pericolosi.

Le ragioni adducibili a sostegno di una politica volta a imporre severi limiti all’ingresso possono

essere soltanto di tipo realistico. Il realismo politico, se corretto dall’adesione ai principi

universali dei diritti umani, potrebbe avere significative implicazioni morali, poiché lo Stato

moderno nasce per neutralizzare il disordine, e quindi per garantire ordine e sicurezza. L’idea

però è che vi siano livelli di immigrazione che non possono essere superati senza che ciò

abbia pesanti ricadute negative sulla società di accoglienza. Quali siano questi livelli è una

questione che non può essere affrontata senza prendere in considerazione l’effettiva realtà

demografica, economica e sociopolitica propria di ogni singolo Stato. Gli scenari dipinti dai

sostenitori di politiche restrittive sono l’espediente di una certa retorica allarmistica. Se le

minacce alla sicurezza pubblica sono uno strumento a facile disposizione degli imprenditori

dell’allarmismo, il significato dell’argomento sarebbe riconducibile a un’esigenza di semplice

buon senso: fare in modo che lo Stato assicuri condizioni decenti di vita e di sicurezza anche

per gli ultimi arrivati. Allo stato naturale, la situazione è esattamente al contrario: nella maggior

parte degli Stati, il numero degli immigrati è largamente al di sotto di ogni ragionevole soglia di

allarme e proprio gli Stati che introducono politiche restrittive sono gli stessi che non applicano

le norme sui diritti umani che hanno sottoscritto a livello internazionale.

Non può essere il paradigma securitario a fornire la giusta griglia interpretativa per

comprendere il fenomeno dell’immigrazione per più motivi. Anzitutto, mentre non vi sono

difficoltà che non possono essere superate nel tenere sotto controllo l’immigrazione regolare,

non si può affermare la stessa cosa per l’immigrazione irregolare. Porre limiti all’immigrazione

regolare non contribuisce a scoraggiare i criminali e i terroristi dal muoversi da uno Stato

all’altro. In secondo luogo, porre limiti all’immigrazione significa raramente limitare il movimento

delle persone inteso in senso generale, poiché il numero di coloro che si spostano da un paese

all’altro come turisti, studenti ecc è probabilmente superiore al numero di chi si sposta per

stabilirsi come residente. Se la sicurezza deve essere motivo di preoccupazione, allora la

libertà delle persone di muoversi a scopo turistico dovrebbe essere sottoposta a più limitazioni.

Può anche darsi che in un’epoca di insicurezza diffusa alcuni ritengano necessario introdurre

maggiori controlli sul comportamento delle persone.

Anche la ricerca della sicurezza implica dei costi. Accanto ai costi di tipo economico vanno

presi in considerazione anche i costi sociali, cioè le ricadute sociali causate dai controlli sugli

immigrati e sull’immigrazione. Il controllo dei flussi migratori richiede la sorveglianza delle

persone che attraversano i confini e anche delle persone che si muovono all’interno dei confini.

Non è però possibile sorvegliare gli immigrati o gli stranieri in generale senza anche

sorvegliare i cittadini. VI è sempre il rischio che i provvedimenti legislativi destinati a

fronteggiare situazioni di emergenza rimangano in vigore anche quando l’emergenza è

scomparsa. Le democrazie liberali dovrebbero impegnarsi a vigilare affinchè i controlli dello

Stato per la sicurezza nazionale non diano luogo a soluzioni istituzionali che alterino il quadro

costituzionale della democrazia e dei diritti di libertà.

Immigrazione, welfare e solidarietà

L’ultimo paradigma che guarda al modo in cui l’immigrazione incide sull’economia dei paesi

ospitanti e sui lavoratori locali, considera la manodopera migrante come una minaccia

socioeconomica. Gli effetti per gli autoctoni vengono considerati negativamente sia in termini

salariali che in termini di opportunità occupazionali. L’immigrazione andrebbe ridotta perché

peggiora l’equilibrio dei salari, riduce gli incentivi al miglioramento della produttività e aggrava i

bilanci dello Stato, perché offre ai migranti e ai loro familiari di godere dei benefici assistenziali

offerti dai sistemi di welfare presenti nei paesi occidentali senza però aver contribuito al loro

funzionamento.

A spingere per una politica migratoria restrittiva vi è chi paventa la minaccia per la tenuta di

quanto resta dei sistemi di welfare assicurati dallo Stato sociale. Sono stati invocati in proposito

tre argomenti. Anzitutto, visti gli enormi livelli di disuguaglianza globale, le frontiere aperte

consentirebbero livelli totalmente massicci di immigrazione verso gli Stati industrializzati da

portare al collasso le loro economie e i loro sistemi di welfare. In secondo luogo, anche se le

economia degli Stati prosperi riuscissero a fronteggiare la situazione, le loro capacità di

sostenere gli apparati pubblici potrebbe essere così sovraccaricata da compromettere la

sostenibilità delle strutture burocratico-amministrative e da impedire a queste ultime la

possibilità di assolvere alle loro specifiche responsabilità nei confronti dei cittadini. In terzo

luogo, anche in un mondo meno diseguale, l’apertura delle frontiere in assenza di uno Stato

globale, potrebbe ingiustamente svantaggiare i cittadini di un qualsiasi Stato che impone ai

contribuenti gli oneri necessari a sostenere regimi di welfare sconosciuti a livello globale.

E’ del tutto insensato chiedere allo Stato di adottare politiche suscettibili di portare al collasso la

sua economia. Se questo fosse il prevedibile risultato di un’apertura delle frontiere, allora

persino l’esclusione coercitiva degli stranieri poveri potrebbe essere giustificata senza violare il

principio dell’eguale valore morale di tutte le persone: l’impoverimento dei cittadini autoctoni

non sarebbe di nessun vantaggio per i potenziali immigrati. Se l’apertura delle frontiere

portasse al crollo del welfare State, la chiusura delle frontiere potrebbe trovare giustificazione

nel fatto che le prospettive a lungo termine della giustizia globale dipendono dal

consolidamento e dalla graduale espansione dei diritti sociali e delle istituzioni del welfare

esistenti. Eppure queste giustificazioni addotte a sostegno della chiusura delle frontiere

sarebbero coerenti con il rispetto della libertà e dell’uguaglianza degli immigrati solo se gli Stati

dessero realmente attuazione ai loro obblighi di giustizia globale con altri mezzi. Non è affatto

scontato che una politica migratoria più liberale debba favorire l’immigrazione sino al punto da

minacciare la stabilità delle economie dei paesi riceventi. E’ empiricamente dimostrabile che gli

Stati liberali più ricchi potrebbero permettersi di aprire le loro frontiere a un numero molto più

elevato di nuovi immigrati di quanto accada attualmente, senza provocare il crollo delle loro

economie o dello Stato sociale. E anzi, visto l’invecchiamento crescente della loro popolazione,

è verosimile che la stabilità delle economia industrializzate e la loro capacità di sostenere il

welfare State dipendano proprio dalla disponibilità ad accogliere un numero crescente di

immigrati. Non è possibile tenere insieme la chiusura all’immigrazione e l’attribuzione alla

famiglia dei principali compiti di cura delle perone. Invece di argomentare a favore della tesi

che equipara l’apertura dei confini al collasso dell’economia che sostiene lo Stato sociale,

alcuni autori propongono una tesi meno drastica ossia che una politica migratoria liberale

potrebbe danneggiare i cittadini autoctoni più poveri che vivono nei paesi ricchi. Gli immigrati

poveri potrebbero sottoporre a tensioni insostenibili i servizi sociali del welfare State e

scatenare una concorrenza salariale tra migranti e poveri. Stephen Macedo ha sostenuto che

queste potenziali minacce a danno dei cittadini autoctoni più svantaggiati giustificano la

chiusura delle frontiere, perché lo Stato ha degli obblighi particolari nei loro confronti.

L’argomento di Macedo lascia irrisolte alcune questioni.

Un primo problema è il seguente. Anche se l’immigrazione indebolisce queste motivazioni a

causa di qualche dato di fatto contingente, come la diffidenza ingiustificata nei confronti degli

immigrati, un semplice dato di fatto non è tale da fornire una giustificazione morale alla

chiusura dei confini. Le evidenze empiriche non si lasciano facilmente tradurre in argomenti

normativi. Ma la difficoltà principale dell’argomento di Macedo dipende dal suo appello a

obblighi particolari. Rapporti speciali danno luogo a obblighi speciali destinati a favorire gli

interessi degli insider solo a condizione che non servano a rafforzare le diseguaglianze

preesistenti nella distribuzione delle risorse tra insider e outsider. Eppure è proprio questa la

condizione violata dalle odierne politiche migratorie. Il solo modo legittimo di giustificare

presunti obblighi particolari in un contesto generale di persistenti diseguaglianze implica che

chiunque non sia membro dei gruppi che danno luogo a doveri e relazioni speciali, abbia la

possibilità di aderirvi o di rifiutarsi di farlo. Gli obblighi speciali tra i cittadini sarebbero giustificati

a due sole condizioni: se non servono a rafforzare le disuguaglianze preesistenti o se i confini

che delimitano le appartenenze politiche fossero aperti.

Joseph Heath ha proposto un argomento diverso. Lo Stato sociale è in grado di riconoscere i

diritti sociali e di fornire benefici, come l’assistenza sanitaria universale o le pensioni di

anzianità, grazie ale tasse obbligatorie pagate dai cittadini. E’ per questo che il welfare State

lega direttamente i diritti sociali di cittadinanza agli obblighi di cittadinanza: i cittadini che

desiderano vivere sotto l’ombrello del welfare devono necessariamente accollarsi l’onere

collettivo del suo finanziamento. Tra oneri e benefici non c’è una vera e propria simmetria

perché ad esempio un giovane non usufruisce solitamente dell’assistenza sanitaria più di

quanto non lo faccia da anziano. L’intreccio tra diritti e obblighi sociali offerto dallo status

garantito della cittadinanza è il fatto che il rapporto diritti-obblighi muti notevolmente da una

fase della vita ad un’altra, pone un problema fondamentale per una politica di maggiore

apertura dei confini. Se le diverse comunità politiche adottassero regimi fiscali e di welfare

differenti, l’apertura dei confini potrebbe spingere le persone a vivere i loro anni di lavoro sani e

produttivi in sistemi politici a bassa fiscalità ed emigrare in uno Stato a elevata fiscalità e con

generosi programmi di welfare negli anni in cui si sono ritirate dal lavoro e nei quali aumenta la

possibilità che abbiano bisogno di avvalersi di assistenza ospedaliera. In assenza di uno Stato

globale l’apertura dei confini sarebbe ingiusta per i cittadini autoctoni produttivi, perché i

contributi che hanno fornito per l’intero corso della loro vita sarebbero suscettibili di

sfruttamento da parte di immigrati che beneficiano dei vantaggi offerti dal welfare State senza

avervi equamente contribuito. Il problema con l’argomentazione di Heath è che esso

erroneamente assume che la giustizia richieda che le prestazioni sociali siano distribuite solo

tra coloro che hanno contribuito a renderle possibili. La giustizia richiede che si estendano le

prestazioni alle persone in condizioni di disperato bisogno anche se non sono state in grado di

apportare contributi precedenti. Dati i livelli di povertà globale assoluta, l’argomento di Heath è

applicabile in modo limitato.

Il rapporto tra immigrazione e welfare è delicato: i focolai di tensione possono essere ricondotti

al risentimento che i cittadini provano verso gli stranieri che godono illegittimamente della tutela

offerta dagli apparati pubblici, considerati consumatori di risorse sottratte ai legittimi proprietari

dello Stato. Secondo questa forma di welfare chauvinism, da un lato l’accesso indiscriminato

alle risorse del welfare rappresenta un potente fattore di attrazione per i profittatori, mentre

dall’altro l’eccessiva presenza di immigrati può scatenare conflitti per l’accesso a risorse

sempre più scarse.

Il mantenimento di un welfare adeguato e dei diritti sociali all’interno degli Stati è una delle

ragioni più forti a favore della chiusura nei confronti degli immigrati proveniente da realtà nelle

quali non esistono sistemi comparabili di protezione sociale. A sostegno di questo punto di

vista possono essere addotti tra argomenti.

1) Gli standard più elevati possono essere derivati direttamente dalla tesi relativa alla priorità

dei connazionali discussa in precedenza.

2) Gli standard più elevati possono derivare dal principio dell’autodeterminazione

democratica, che è praticabile unicamente nel quadro dello Stato-nazione. L’autogoverno

democratico può comportare una pluralità di assetti sociali egualmente giusti e può anche

entrare in conflitto con rivendicazioni transfrontaliere di eguaglianza. L’idea che standard e

regimi di welfare differenti devono essere accettati in conseguenza dell’indeterminatezza

dei principi di giustizia sociale può essere legittima se viene qualificata in due modi.

Anzitutto, gli Stati nazionali dovrebbero dimostrare di aver dato effettivamente attuazione

alle norme e ai principi che sono stati declinati negli accordi sovranazionali sui diritti umani

e che altrimenti risultano applicati solo retoricamente. In secondo luogo il fiorire della

democrazia politica richiede un minimo di eguaglianza socioeconomica, negata solo dai

teorici libertari. Ciò vale per tutti gli Stati democratici, a prescindere dalla diversità di norme

sociali e regimi di welfare. Questi Stati non possono giustificare politiche migratorie

restrittive facendo riferimento ai loro doveri sul piano nazionale.

3) La libera mobilità della manodopera in condizioni di integrazione neoliberale del mercato

viene considerata tale da minare, nei paesi di accoglienza i sistemi nazionali di accordi

collettivi, la cogestione, la governance neocorporativa e i servizi sociali. Le istituzioni

sovranazionali e globali di governance non possono essere rese democraticamente

legittime perché non esistono un popolo, una sfera pubblica, e una fiducia corrispondenti.

Se fosse possibile sviluppare politiche comuni di sicurezza sociale e servizi per tutti, allora

questo significherebbe necessariamente scatenare una corsa al ribasso. La ragione

fondamentale riposa su una sorta di baratto tra inclusività da una parte e fiducia, solidarietà

e motivazione dall’altra: quanto più i sistemi diventano inclusivi tanto meno ci si può

aspettare fiducia, solidarietà e motivazione. Il welfare State democratico è possibile solo in

uno Stato nazione culturalmente omogeneo. Questa affermazione però è empiricamente

implausibile. La minaccia principale alla sostenibilità e alla tenuta dei Welfare State

democratici non proviene dall’immigrazione ma dalla libera uscita dei capitali. Nelle

condizioni attuali della globalizzazione neoliberista e di istituzioni sovranazionali, la libera

migrazione della forza lavoro superiore riduce gli standard nazionali senza contribuire a

elevare gli standard globali. Se questa tesi fosse empiricamente valida, allora vi sarebbero

ragioni persuasive a sostegno dell’idea che ritiene opportuno porre un qualche tetto alla

prima ammissione. Confini completamente aperti potrebbero peggiorare la condizione dei

più poveri.

In materia di sicurezza e di servizi sociali può essere legittimo applicare standard molteplici o

differenziati. Se gli Stati ispirassero veramente le loro condotte ai principi delle norme sui diritti

umani, acquisirebbero maggiore legittimità democratica e sociale.

Confini aperti…

Joseph Carens formula la tesi che considera il diritto alla libertà di circolazione altrettanto

fondamentale degli altri diritti umani. In contrasto con Walzer, Carens afferma che un’applicazione

coerente dei principi liberali non riconosce agli Stati una libertà di tipo discrezionale in materia di

immigrazione. La tensione tra le esigenze dei diritti umani universali e le esigenze

dell’autodeterminazione collettiva non si può risolvere in modo unilaterale dal legislatore

democratico, poiché i principi fondamentali del liberalismo obbligano gli Stati a osservare il dovere

di fare in modo che i loro confini siano aperti e permeabili.

Secondo Carens, tutte le teorie liberali hanno lo stesso valore, l’eguaglianza morale degli individui

e considerano l’individuo prioritario rispetto alla comunità. L’etica dell’immigrazione proposta da

Carens difende l’idea che le democrazie liberali possono praticare politiche coerenti con la visione

di un mondo senza confini. Carens reinterpreta la formula del velo di ignoranza proposta da Rawls

per garantire una posizione originaria di eguaglianza e per fare in modo che nella scelta dei

principi nessuno venga favorito o sfavorito dal caso naturale. In una posizione originaria estesa a

livello globale, la residenza andrebbe considerata un fattore non meno arbitrario delle altre

dotazioni iniziali. Gli ideali egualitari liberali dell’uguaglianza morale e delle pari opportunità

richiedono che i diritti e le posizioni sociali desiderabili vengano distribuiti sulla base delle capacità

e dei talenti delle persone e non secondo caratteristiche arbitrarie. Carens ritiene che la

cittadinanza sia altrettanto arbitraria dal punto di vista morale, perché le persone non si scelgono i

genitori o il luogo di nascita. Le parti collocate nella posizione originaria estesa a livello globale

dovrebbero identificare la libertà di circolazione come una libertà fondamentale di cui tutti sono

titolari. Lo status e i privilegi della cittadinanza non rappresentano una base moralmente difendibile

per la distribuzione di diritti e posizioni sociali. Eppure i vincoli all’immigrazione operano così,

impediscono a un gruppo di persone straniere di accedere ai diritti e alle posizioni sociali che sono

invece a disposizione dei cittadini autoctoni. Siccome però le esclusioni basate sulla cittadinanza

non sono meno offensive di altre forme, gli Stati non dovrebbero ostacolare per via normativa il

movimento delle persone che attraversano i confini territoriali.

Tuttavia Carens ammette che in alcune circostanze, la libertà di immigrazione possa essere

ridimensionata in base a specifiche esigenze. Alcune libertà possono essere legittimamente

limitate quando è necessario preservare gli interessi di cui esse sono garanzia. Non si può quindi

escludere che possa essere necessario imporre alcuni limiti ad alcune libertà, compresa la libertà

di movimento internazionale, se questo serve a mantenere intatte le libertà fondamentali. Siccome

queste limitazioni toccano un diritto fondamentale, possono essere giustificate solo se compatibili

coi principi dell’egualitarismo liberale. Gli Stati hanno il diritto quindi di imporre vincoli e limiti

all’immigrazione quando questo si rivela necessario a mantenere l’ordine pubblico, garantire la

sicurezza nazionale e proteggere le istituzioni liberali dall’impatto che l’ingresso di immigrati di

culture politiche estranee ai valori democratici e liberali potrebbe avere sulle istituzioni

liberaldemocratiche. Le teorie morali compatibili con le costituzioni degli Stati democratici di diritti e

con il contenuto dei classici diritti di libertà giuridicamente positivizzati nei trattati internazionali sui

diritti umani, condividono un tratto comune di egualitarismo universalistico. Il principio egualitario

delle eguali libertà è incompatibile con gli effetti escludenti di un modello di cittadinanza ritagliato

sul profilo di un mondo diviso in Stati-nazione.

Le leggi sulla cittadinanza si ispirano a criteri che non sono moralmente più difendibili dell’età, della

lingua, della religione, della classe sociale. Il punto di vista che guarda alla giustificazione delle

norme d’azione da una prospettiva di tipo universalistico critica gli approcci all’appartenenza che

appaiono limitativi nei confronti dell’egualitarismo universalistico. E’ possibile distinguere due

diversi argomenti a sostegno della massima apertura dei confini. 1)Anzitutto, la libertà di

movimento è un principio morale importante in quanto tale e dovrebbe essere riconosciuta oltre

che come principio morale anche come un diritto umano di tipo giuridico. 2) il secondo argomento

cerca di dimostrare che gli Stati hanno l’obbligo morale di permettere alle persone di entrare e

risiedere sul proprio territorio sino a quando queste persone non potranno usufruite della possibilità

di vivere in modo da godere dei diritti umani alla sicurezza e alla sussistenza, che spettano a

chiunque.

I due approcci si rafforzano vicendevolmente. La libertà di movimento può essere considerata

come un fattore di riduzione delle disuguaglianze politiche, sociali ed economiche e i confini aperti

si configurano come una scelta moralmente vincolante in un contesto di diseguaglianze tra i

cittadini dei diversi paesi. Secondo altri però questi approcci sono destinati ad entrare in conflitto

nel caso in cui i paesi ricchi debbano dare la priorità alle persone più povere e in condizioni di

maggiore bisogno ogni qualvolta si verifichi l’eventualità che non possono essere ammessi tutti

quelli che vogliono entrare.

Immigrazione e libertà di movimento

La libertà di movimento viene considerata un diritto fondamentale di tutte le persone perché si

ritiene che debba essere considerata una libertà essenziale in quanto tale, dal momento che

rappresenta un prerequisito vitale per l’esercizio delle altre libertà, come l’autonomia o

l’autodeterminazione personale.

La libertà di movimento attraverso i confini implica sia il diritto di lasciare uno Stato

temporaneamente o definitivamente, sia il diritto di entrare in un altro Stato. Il diritto di uscita è

basato sulle teorie liberali e democratiche del consenso. Concepito come un diritto di fuga da

regimi oppressivi, è un principio che può indurre i governi ad essere più democratici. Nel diritto

internazionale si è progressivamente riconosciuto che il diritto all’emigrazione e all’espatrio

volontario include il diritto di permanenza e il diritto di rientro. La libertà di abbandonare il paese di

provenienza impone agli Stati tre doveri correlati: non ostacolare l’emigrazione, promuovere il

rientro nel paese e favorire una ulteriore ammissione anche in un diverso paese. Un generale

diritto giuridico di ingresso tuttavia non esiste.

Non esistono diritti assoluti: il principio della libertà di movimento può essere subordinato

all’esercizio di altri diritti fondamentali. Ci sono diritti di libertà che si concretizzano nella tutela della

libertà negativa, e cioè in un limite posto all’intervento dello Stato, come la libertà di pensiero. Ma

ci sono diritti, come la libertà di iniziativa economica, il cui esercizio acquisitivo produce un potere

economico, organizzativo e anche politico che da un lato va a vantaggio di chi né è titolare e

dall’altro produce diseguaglianza e povertà. La maggior parte dei sostenitori del diritto di uscita,

riconosce che in alcune circostanze questo diritto può trovarsi subordinato ad altri diritti

fondamentali ma anche ad alcuni specifici obblighi morali e giuridici. Il diritto di uscita non può

essere fatto valere da chi intende espatriare dopo aver commesso un grave reato o da chi si vuole

sottrarre dal pagamento di debiti. Questi limiti possono essere interpretati in modo piuttosto

elastico, e i margini di discrezionalità possono allargarsi a dismisura quando la posta in gioco

riguarda questioni come la sicurezza nazionale. Persino i sostenitori del diritto di uscita non

negano la legittimità morale di alcune limitazioni. Anche il diritto alla libertà di movimento e di

insediamento all’interno del paese può essere legittimamente limitato da altri diritti fondamentali,

come dai diritti differenziati in base al gruppo di cui possono essere titolari i popoli indigeni sui

territori che abitano da tempi immemorabili.

Il diritto statuale e il diritto internazionale non fanno rientrare la libertà internazionale di movimento

e di residenza tra i diritti umani riconosciuti a livello internazionale. Queste libertà vengono

esplicitamente circoscritte alle persone che risiedono legalmente nel territorio di uno Stato,

escludendo perciò sia gli immigrati irregolari sia un generale diritto di ingresso. La questione

principale riguarda la capacità di un diritto morale di trovare un punto di equilibrio con tutti gli

argomenti normativi rilevanti.

Il valore da attribuire alla libertà di movimento è controverso e contestato. Nel bilanciamento dei

diritti, il riferimento ai bisogni umani fondamentali sembra convincente, e molti filosofi pratici

concordano sul fatto che la sicurezza e la sussistenza siano fondamentali bisogni umani. Anche tra

i teorici liberali universalisti dei diritti solo pochi sembrano difendere la pretesa che la libertà di

movimento abbia lo stesso peso o status. L’ambiguità di Rawls è indicativa, poiché egli elenca la

libertà di movimento tra le libertà fondamentali dei cittadini, ma nella Teoria della giustizia questa

non viene esplicitamente inclusa. Tra gli argomenti a sostegno dell’idea che ritiene moralmente

doveroso allentare i vincoli alla libertà di movimento, i più utilizzati sono quelli 1) dell’analogia

domestica, 2) dell’analogia col mercato, 3) dell’eguaglianza morale, 4) dell’umanità.

1) Secondo l’argomento dell’analogia domestica, tra la libertà di movimento all’interno dei

confini di uno Stato e la libertà di movimento attraverso i confini che dividono gli Stati vi è

un rapporto di simmetria e congruenza. La libertà di movimento all’interno dello Stato

nazione viene riconosciuta come un diritto fondamentale. Gli Stati vengono criticati quando

impediscono la libertà interna di movimento. Se è così importante circolare liberamente

all’interno di uno Stato, non sarà altrettanto importante muoversi attraverso i confini degli

Stati? La differenza non ha senso. Le politiche restrittive dell’immigrazione si

configurerebbero allora come una violazione del diritto alla libertà di movimento. Alla base

dell’argomento vi è l’idea che la libertà di movimento all’interno del paese rappresenti

un’importante libertà liberale. Per i liberali le persone dovrebbero essere libere di

perseguire i loro progetti e di compiere le loro scelte su come vivere sino a quando questo

non interferisce con il desiderio legittimo di altre persone di fare lo stesso. Così, dal

momento che l’applicazione di vincoli alla libertà di muoversi all’interno del paese pone

degli ostacoli ingiustificati all’esercizio di questa libertà, la libera circolazione delle persone

viene considerata come un diritto fondamentale della cittadinanza liberale. Carens sostiene

che la possibilità di spostarsi da un paese all’altro superando i confini sia una libertà

altrettanto importante, perché qualunque sia il motivo che spinge un individuo a spostarsi

all’interno del paese, è difficile pensare che questo motivo non sia più valido quando si

tratta di attraversare un confine per spostare in un altro paese. I liberali dovrebbero perciò

considerare la libertà di circolazione internazionale come un diritto umano fondamentale.

Poiché questo diritto include il diritto di immigrazione, agli Stati liberali compete il dovere di

non frapporre alcuna restrizione ai movimenti degli esseri umani da un paese all’altro.

L’argomento proposto da Carens è stato criticato. Anzitutto per quanto il diritto di ingresso

non comporti necessariamente l’acquisizione della cittadinanza, l’immigrato partecipa alla

vita economica e sociale accanto alla popolazione indigena in modo del tutto diverso da

quanto può accedere a un turista: l’immigrazione riguarda qualcosa di più sostanziale della

semplice libertà di movimento. Inoltre la libertà di movimento è un fenomeno complesso. La

libertà di movimento dei cittadini all’interno del proprio paese non è assoluta, ma è limitata

dalla proprietà altrui ed è regolamentata dallo Stato. Inoltre, si potrebbe sostenere che la

libera circolazione non è una sorta di libertà negativa che le istituzioni statuali si limitino a

concedere, ma è qualcosa come una libertà positiva perché lo Stato provvede alla

costruzione di infrastrutture oltre che di un sistema di giustizia penale che metta i cittadini in

condizioni di muoversi senza correre pericoli. In secondo luogo Carens sembra

sopravvalutare l’importanza morale della libertà di movimento sul piano internazionale e

perciò non riesce a far diventare questa libertà un diritto umano. Una importante versione di

questa obiezione, offerta da Miller, si basa sulla distinzione tra interessi fondamentali e nudi

interessi. Un interesse fondamentale è quello vitale che deve essere protetto, tutelato e

garantito da un diritto corrispondente. Un nudo interesse invece è un interesse legittimo ma

non così importante da meritare la stessa protezione. Carens suggerisce che l’interesse

per la libertà di movimento nei diversi Stati vada considerato come un interesse

fondamentale per il fatto che la sua importanza è pari all’interesse per la libertà di

movimento dentro lo Stato. Miller replica affermando che ciò può essere vero in alcuni

casi, ma l’analogia tra la libertà di movimento intranazionale e la libertà di movimento

internazionale non può essere considerata valida. Miller riconosce che gli individui hanno

un interesse fondamentale a esercitare il diritto di muoversi liberamente entro i confini del

paese di appartenenza. E può anche essere che alcune persone abbiano un interesse

fondamentale alla libertà di movimento internazionale, ma solo alla condizione che non

abbiano alternative praticabili, ovvero che l’immigrazione sia l’unico modo per sfuggire alle

persecuzioni o per non morire di fame. Sono queste le persone alle quali può essere data

la garanzia di potersi muovere verso uno Stato che garantisca i loro diritti fondamentali.

Miller insiste sul fatto che la maggior parte delle persone ha solo un nudo interesse alla

libertà di movimento internazionale. Sino a quando i governi riescono a garantire l’esercizio

dei diritti fondamentali e sino a quando le persone possono disporre di una gamma

adeguata di opportunità nel paese di origine allora il loro interesse a trasferirsi in un altro

paese non merita di essere protetto come un diritto. Quindi il diritto alla libertà di movimento

internazionale è nel migliore dei casi un diritto correttivo, posto a compensazione di altri

diritti fondamentali non tutelati nel paese di origine ma non è un diritto umano fondamentale

come invece sostiene Carens.

L’argomento che fa leva sull’asimmetria tra uscita e primo ingresso apre una prospettiva più

promettente. Se vi è motivo di ritenere che la paura di rientrare vittime di genocidi, crimini di

guerra ecc giustifichi il riconoscimento del diritto di asilo e accoglienza nei confronti di

rifugiati, questo implica la realistica eventualità che la sovranità e l’autodeterminazione

dello Stato possano passare in secondo piano. Attualmente la definizione di rifugiato però è

individualistica e non prende in considerazione le catastrofi ecologiche, la fame e molte

altre ragioni di migrazione forzata. Le proposte moralmente motivate per la riforma della

Convenzione sui rifugiati partono dall’intuizione che le minacce alla sicurezza non possono

essere separate dalle minacce alla sussistenza, ma anche in questo caso le ragioni che

portano ad abbandonare uno Stato contano allo stesso modo e sono gravi abbastanza da

superare gli argomenti che sostengono le restrizioni all’ingresso. La maggior parte delle

persone avverte che le libertà dal bisogno e dalla paura sono più fondamentali di molti altri

diritti e libertà. La libertà dalla paura non andrebbe riconosciuta solo nel quadro dei diritti

civili ma anche nel quadro dei doveri corrispondenti, dove invece alla libertà dal bisogno o

al diritto di sussistenza non viene in genere assicurato tutto ciò che ne dovrebbe garantire

la giustiziabilità. Questo mette in evidenza una lacuna grave riconosciuta nei presupposti

morali del diritto internazionale.

2) La libertà di movimento ha giocato un ruolo importante nell’utopia economica di un mercato

perfettamente libero e concorrenziale e nelle corrispondenti politiche di libero commercio.

Gli approcci economici all’etica dell’immigrazione hanno spesso difeso i confini aperti.

Questo per coerenza: se il mercato libero significa che le merci e i capitali possono

circolare in tutto il mondo, perché questo non dovrebbe valere anche per il lavoro? La tesi è

che la libera circolazione di merci, persone, idee e capitali garantisca l’allocazione ottimale

dei fattori produttivi, e finisca per apportare benefici. Il mercato del lavoro è una realtà

flessibile, i cu limiti non possono essere stabiliti in anticipo. Al parti di tutti gli altri, gli

immigrati sono produttori e consumatori al tempo stesso e influenzano l’andamento

dell’economia. A chi pensa che gli immigrati svolgano lavori a bassa specializzazione

danneggiando le categorie dei lavoratori più vulnerabili, si fa osservare come consumatori e

produttori siano figure diverse e forse anche conflittuali, e che la realtà economica no

corrisponde a un modello statico, per cui nuove persone corrispondono a nuovi bisogni e

nuovi desideri. La libertà di migrare è uno strumento con il quale si può rispondere agli

squilibri che caratterizzano la vita economica, perché caratterizzano la vita umana: avvicina

chi offre lavoro a chi può acquistarlo. La libertà di immigrazione è indispensabile per

stimolare la crescita. Poiché i lavoratori autoctoni sono scarsamente mobili, non vi è

equilibrio fra le grandi differenze nei livelli di produttività presenti fra le diverse regioni di un

paese. Sono solo gli immigrati a svolgere questo compito di equilibrio spaziale, spostandosi

per compensare le differenze tra i vari mercati. Gli immigrati tendono ad insediarsi nelle

aree in cui le opportunità di impiego sono più favorevoli. Può darsi che all’inizio si

stabiliscano in prossimità della frontiera ma poi si possono spostare. L’immigrazione

previene così le disfunzionalità dei mercati del lavoro locali, contribuendo al contenimento

delle pressioni inflazionistiche.

Argomenti così possono essere invocati per rimettere in discussione l’incoerenza nelle politiche

migratorie neoliberali, che stimolano la libertà di uscita e di ingresso dei capitali ma pongono

vincoli e restrizioni alla libertà di ingresso dei lavoratori. A questo proposito non sono state

poche le critiche. Si è osservato che il capitale finanziario è ben più flessibile e mobile da un

luogo della produzione di quanto possa essere il lavoro: l’idea di un lavoro senza luogo non

prende in considerazione il fatto che i lavoratori sono integrati in una vita politico-culturale che

può rigenerarsi a contatto con la società di accoglienza, ma che non può essere messa da

parte come un oggetto. In secondo luogo, la libertà di uscita del capitale combinata con la

libertà di ingresso dei lavoratori, indebolisce le organizzazioni dei lavoratori e il loro potere di

contrattazione e contribuisce a minare le istituzioni giuridiche degli Stati democratici ancora in

grado di promuovere i diritti sociali. Chi sostiene la libertà di movimento del lavoro deve perciò

evitare un effetto doppiamente controproducente: quello di indebolire il lavoro negli Stati ricchi

senza rafforzarlo su scala globale. Se la difesa di chi è più debole può suggerire l’esigenza di

chiusure particolaristiche allora a maggior ragione è necessario guardare alla libertà di

movimento da un punto di vista morale.

Il più diffuso fa leva su un argomento quasi utilitarista: l’apertura delle frontiere potrebbe

migliorare la situazione sia dei migranti sia delle popolazioni indigene. Harris sostiene che

l’apertura dei confini rappresenta un’opportunità per eliminare la povertà dal mondo. I migranti

economici fuggono dalla povertà e dalle élite corrotte, opprimenti che dominano nei loro paesi

e portano il loro talento nei paesi in cui possono farne un uso migliore. Nei paesi di

destinazione ricevono salari più alti e si adattano anche ad attività che i lavoratori locali spesso

evitano. Alcuni avviano nuove imprese e quindi creano ricchezza e posti di lavoro. Altri più

qualificati, come i medici o gli amministratori delegati, offrono un beneficio sproporzionato al

paese di destinazione. La maggior parte invia rimesse consistenti nei paesi d’origine.

Questi argomenti però presentano dei problemi: appaiono collegati al calcolo contingente costi-

benefici, trascurano l’impatto distributivo delle migrazioni e ignorano alcune valutazioni di

ordine morale come la sovranità, l’appartenenza. Per quanto riguarda il primo problema, i

sostenitori dell’apertura delle frontiere per ragioni di convenienza economica riconoscono che

l’immigrazione implica dei costi. I familiari che non lavorano come i bambini e gli anziani,

addossano i relativi oneri agli Stati di accoglienza. I cittadini economicamente attivi che

emigrano possono essere proprio quelli che di cui il paese di origine non potrebbe permettersi

di fare a meno. Una volta giunti nel paese di accoglienza, possono andare incontro a forme di

discriminazione ed emarginazione. Mercati non ottimali possono significare che i migranti non

colmano vuoti ma competono con i locali per lo stesso tipo di posti di lavoro e che le carenze di

manodopera rimangono invariate. Gli argomenti utilitaristici funzionano solo se i benefici

superano sistematicamente i costi. Quanto al secondo problema, l’impatto distributivo delle

migrazioni, le persone molto più povere nel mondo non migrano: non possono permetterselo. E

non è detto che le rimesse inviate in patria vadano alle comunità più povere. Mentre i paesi di

accoglienza ricavano dall’immigrazione dei vantaggi, non è scontato che si possa dire lo stesso

per i cittadini meno ricchi, che competono con i migranti nel mercato del lavoro o nel consumo

di welfare. Per quanto riguarda il terzo problema, un argomento utilitaristico per essere

coerente dovrebbe dimostrare che le frontiere aperte accrescono le fonti non economiche del

benessere. Supponiamo, in linea con gli argomenti comunitaristi, che l’attaccamento delle

persone alle rispettive comunità valga come una considerazione morale legittima. L’utilitarismo

avrebbe bisogno di rappresentare questa dimensione come un genere complesso di

preferenze associative che dipende da altre preferenze e così via. Inoltre per l’utilitarismo il

nocciolo di verità presente nell’argomento dell’associazione democratica è difficile da far

rientrare nel suo schema interpretativo. L’autodeterminazione è un valore sui generis.

3) Anche l’argomento dell’eguaglianza o delle eguali opportunità si basa sull’incoerenza del

liberalismo in materia d’immigrazione. La concezione liberale della persona ritrae gli

individui come esseri umani liberi ed eguali, capaci di determinare autonomamente i propri

fini e la propria concezione del bene, quindi di decidere liberamente i propri piani di vita e

che sottopone a critica uno Stato che non incorpori questi valori nei propri assetti

istituzionali. L’atteggiamento degli stati liberali nei confronti dell’immigrazione rivela quanto

il loro liberalismo sia arbitrariamente circoscritto nel suo ambito di applicazione: mettere dei

limiti all’ingresso significa che il liberalismo termina in prossimità dei confini nazionali.

Diversi autori scelgono di giustificare la tesi della libertà di movimento in materia di

immigrazione nella prospettiva dei principi di egualitarismo morale che ispirano il

liberalismo. Il punto di vista di una teoria morale a sfondo liberale implica una qualche

assunzione intorno all’eguaglianza. L’universalismo etico si presenta come un principio di

eguaglianza morale, e le teorie liberali contemporanee della giustizia sociale si basano su

questa idea fondamentale. Kymlicka ritiene che solo in questo quadro è possibile

rappresentare il panorama politico attuale. Una teoria è egualitaria se ammette l’importanza

degli interessi di tutti i membri della comunità. Per le teorie egualitarie tutti i cittadini devono

essere trattati dal governo con eguale considerazione, tuti hanno diritto ad un eguale

rispetto. Questa nozione di uguaglianza è presente sia nel liberalismo di Nozick sia nel

comunismo di Marx. Kymlicka facendo riferimento all’appartenenza a d una comunità, fa

intendere che gli obblighi che sentiamo di avere per coerenza con il principio

dell’eguaglianza morale arrivano sino ai confini della nostra comunità ma non oltre. Questo

non-detto è il presupposto che i teorici cosmopoliti hanno esplicato allo scopo di metterlo in

discussione. O’Neill sottolinea che i teorici liberali muovono dalla convinzione che il

discorso dei cittadini sia fondamentale per la giustizia. Se però da un lato si tratta di una

tesi difendibile solo a condizione che il quadro di riferimento sia costituito da una società

circoscritta agli insider che possono condividere un dibattito comune di giustizia, dall’altra

essa rimane stranamente silenziosa riguardo alla difficile situazione degli outsidere. O’Neill

esprime l’importanza che va attribuita all’universalismo etico e al principio dell’uguaglianza

morale. Si chiede se le persone sono moralmente uguali, su quali basi possono essere

escluse? Ciò risulta impegnativo per le teorie liberali della giustizia sociale poiché non si

può dimostrare che un bene sia stato distribuito equamente tra i membri di un gruppo se

non si sa che è stata distribuita equamente anche l’appartenenza a questo gruppo. Se le

persone sono state ingiustamente escluse dall’appartenenza, ciò rimette in discussione

l’equità di qualsiasi altro tipo di distribuzione i suoi membri abbiano attuato. Il fatto che i

membri di una nazione abbiano distribuito equamente una particolare risorsa tra loro stessi

continua a essere moralmente irrilevante. Le teorie della giustizia sociale liberale che

considerano secondarie le questioni globali sono incoerenti dal punto di vista etico. Il

principio di uguaglianza morale è una sfida nei confronti di qualsiasi tentativo di giustificare

i controlli sull’immigrazione in un contesto che si ispira ai principi dell’egualitarismo liberale.

Alle politiche migratorie di apertura sono state mosse delle obiezioni. La prima è: anche se

il principio di eguaglianza è al centro di una visione liberale della politica, è plausibile

ritenere che questo impegno sia l’unica preoccupazione in grado di informare le pratiche e

le istituzioni degli Stati democratici liberali? Lo Stato si occupa del benessere dei suoi

membri piuttosto che degli stranieri. Uno Stato liberale avrà come uno dei suoi impegni

centrali il principio morale di uguaglianza ma questo non può essere il suo unico impegno.

Quando si tratta di realizzare le funzioni che ci si aspetta da uno Stato, tra queste

dev’esserci anche l’impegno a favore del benessere dei suoi membri. Una seconda

obiezione proposta da Blakem va al cuore del problema e contesta l’iea di Carens secondo

la quale i vincoli all’immigrazione viola l’ideale di eguaglianza morale. Blake riconosce che

la cittadinanza è moralmente arbitraria, nel senso che si riferisce a fattori sui quali non

abbiamo controllo. Tuttavia, nega che la cittadinanza sia moralmente irrilevante, come

invece dice Carens. Al contrario, la cittadinanza è moralmente rilevante perché segna i

confini del potere dello Stato; lo stato ha autorità coercitiva sui propri cittadini e non sugli

stranieri. Nelle democrazie liberali l’autorità dello Stato deve essere giustificata nei confronti

di coloro che vi sono sottoposti. Siccome gli stranieri non vivono sotto l’autorità dello Stato,

l’autorità amministrativa non è tenuta a garantire agli stranieri le stesse tutele che da ai

cittadini. Gli Stati liberali possono limitare l’immigrazione senza violare l’ideale di

uguaglianza morale.

Alcuni autori invece di parlare di eguaglianza in generale, parlano di eguaglianza di

opportunità. L’abolizione dei controlli alle frontiere consentirebbe a un gran numero di

persone di viaggiare dai paesi poveri a quelli ricchi e di sfruttare così le opportunità che

possono trovare in quelli ricchi. Fino a un certo punto però. Il fatto è che la politica non è in

grado di soddisfare tutte le esigenze di un principio distributivo come l’eguaglianza delle

opportunità, l’eguaglianza del reddito o il riconoscimento della priorità a chi sta peggio. Uno

Stato per cercare di realizzare l’eguaglianza delle opportunità all’interno dei propri confini,

utilizzerà gli strumenti giuridici e politici per dirigere e indirizzare i cittadini in determinati

modi. I confini aperti darebbero ulteriori opportunità ad alcune persone ma non a molte altre

e certamente non a tutte, per quanto i loro interessi rientrino comunque nell’ambito del

principio. Questo significa che l’apertura generalizzata dei confini non sarebbe affatto una

risposta alle privazioni subite dai poveri del mondo.

d) In linea con gli argomenti di Carens, Kukathas ritiene che politiche migratorie di tipo

restrittivo siano incompatibili con il principio di umanità. In tutto il mondo molte persone

vivono in condizioni di estrema povertà e per alcuni di loro il modo per migliorare la propria

posizione sociale è quello di spostarsi in un paese che offra l’opportunità di migliorarsi.

Questa possibilità continuerebbe a rimanere valida anche se gli sforzi per ridurre le barriere

commerciali avessero successo, i paesi ricchi avessero deciso di destinare più investimenti

ai paesi poveri e fossero stati fatti sforzi significativi per incrementare gli aiuti nel mondo in

via di sviluppo. Vietare alle persone di attraversare le frontiere anche quando non hanno

altri modi per sottrarsi a una condizione pessima, equivale a privarla della sola opportunità

che può avere per sottrarsi alle sofferenze. Non si spiega altrimenti la scelta dei migranti

che corrono rischi per potersi spostare in altri paesi.

Il principio di umanità suggerisce che occorra disporre di molte ragioni per giustificare

l’allontanamento o il respingimento di chi si sposta alla ricerca di una vita migliore. Già non

è giustificabile trattare queste persone con indifferenza e negarli aiuto. E’ ancora più

ingiustificabile negare loro l’opportunità di aiutare se stessi. Ma peggio ancora è negare ai

propri concittadini il diritto di aiutare coloro che, al di là dei confini vivono condizioni di

miseria sistemiche. Non tutte le persone che cercano di attraversa i confini sono poveri o

svantaggiati. Ma se l’umanità è un valore importante, a dover essere giustificata non è

l’idea che i confini debbano essere aperti in maniera generalizzata, ma l’idea che i confini

vadano aperti col contagocce dal momento che saranno necessari principi morali intaccabili

per respingere chi chiede di entrare. Secondo Kukathas questi principi morali esigenti non

esistono.

I difensori del diritti di libertà al primo ingresso riconoscono degli elementi di debolezza

presenti negli argomenti basati sulla sola libertà di movimento. Essi fanno ricorso ad altri

principi come la sicurezza, la sussistenza, da aggiungere alle rivendicazioni morali a difesa

della tesi dei confini aperti. Un diritto al libero ingresso allora diviene parte di un più

complesso argomento normativo.

Immigrazione, povertà e disuguaglianza globale

Se paragonati agli argomenti a favore della libertà di movimento, quelli a favore di confini aperti

basati sulle richieste morali di sussistenza base o di giustizia distributiva sembrano avere degli

svantaggi. Non sono semplici né lineari, non implicano un forte diritto individuale all’immigrazione e

non prospettano neppure un ideale mondo giusto. I critici delle politiche migratorie improntate in

senso restrittivo hanno collegato il problema della legittimità morale della chiusura alle grandi

questioni della povertà e della giustizia distributiva. Questi affermano che le ricche società

liberaldemocratiche sono moralmente obbligate ad ammettere gli immigrati in condizioni disperate.

L’analogia con le minacce alla sicurezza di base è la seguente: un diritto fondamentale è violato,

sfidando la posizione morale del sistema degli Stati; le politiche dirette a prevenire la violazione

sono in genere quelle preferibili ma se queste non sono sufficientemente efficaci, noi abbiamo

l’indiretto obbligo morale di aiutare le vittime. La natura del legame tra povertà e confini aperti è

stato raramente chiarito: esso può essere correttivo-riparatore, casuale o morale.

La libertà di immigrazione non è un rimedio efficace nei confronti della povertà perché la

percentuale dei poveri del mondo che potrebbe essere aiutata sarebbe molto piccola. Il sollievo

offerto dai confini aperti sarebbe distribuito in modo imperfetto, perché chi può permettersi di

migrare di solito non sono quelli che stanno peggio. Inoltre la libertà di migrazione potrebbe portare

ad una fuga di cervelli lasciando in condizioni peggiori proprio chi sta peggio. Infine, questo

approccio potrebbe indebolire le pressioni sui governi per affrontare i problemi della povertà nei

paesi poveri. In quanto strategia anti-povertà, l’immigrazione è solo una strategia fra le tante ma

può anche non essere un ripiego. La povertà è solo una delle cause dell’immigrazione.

La percezione della minaccia di milioni di rifugiati e migranti che premono alle frontiere è

l’argomento usato per giustificare la volontà di applicare un regime migratorio che riduca al

minimo l’ingresso dei migranti nelle nostre società. Il contro argomento, che sottolinea l’obbligo

dello Stato di mantenere i confini più aperti di quanto accada attualmente, ritiene che la loro

chiusura non è moralmente giustificabile se si prende solo in considerazione l’esistenza della

povertà. L’obiettivo è quello di sostenere che se si prende atto del fatto che le società ricche non

fanno nulla per aiutare chi sta peggio di loro allora i paesi ricchi sono moralmente obbligati a

risarcire milioni di esseri umani nel mondo che vivono in condizioni drammatiche di povertà.

L’argomento cerca di richiamare l’urgente necessità di rimedi efficaci. Politiche migratorie restrittive

possono essere moralmente giustificate se gli Stati danno effettiva attuazione ai loro obblighi

morali più elementari di umanitarismo e giustizia distributiv. In condizioni di approssimativa

eguaglianza internazionale, gli argomenti normativi a favore della chiusura potrebbero guadagnare

in legittimazione pratica poiché gli argomenti favorevoli all’apertura potrebbero perdere almeno

parte di quella dimensione legata ai dati empirici che li rende credibili. Se la cittadinanza dei paesi

ricchi dell’Occidente smettesse di essere un privilegio di status, un fattore di esclusione,

l’esclusione sarebbe moralmente sbagliata. Quese se ha due aspetti. Il primo è temporale: nella

misura in cui le misure per combattere la povertà vengono lasciate nei cassetti o non si rivelano

efficaci, noi non abbiamo alcun diritto morale a chiudere le frontiere. Il secondo è graduale: dal

momento che gli Stati ricchi non sono all’altezza dei loro obblighi morali internazionali, non hanno

alcun diritto morale di chiudere le frontiere.

Povertà e aiuti

Si possono distinguere tre strategie fondamentali: è meglio a) portare le risorse alle persone, b)

permettere che siano le persone a procacciarsi le risorse migrando dai paesi nei quali è

impossibile migliorare la propria vita ai paesi in cui si possono trovare nuove opportunità, c)

cercare una via intermedia?

a) L’argomento della prima teoria prevede tre tappe. Prima di tutto, è stato calcolato che 1,02

miliardi di persone vivono in uno stato di cronica denutrizione, 884 milioni non hanno

accesso all’acqua potabile, 2,5 miliardi non dispongono di misure igieniche di base, 924

milioni non hanno un alloggio adeguato e 1,6 miliardi vivono senza elettricità. Circa 2

miliardi di esseri umani non hanno accesso ai medicinali essenziali, 774 milioni di adulti

sono analfabeti e ci sono 218 milioni di bambini lavoratori. La povertà estrema investe in

modo negativo tutti gli aspetti della vita, che si rafforzano a vicenda in un circolo vizioso. Le

prospettive dei poveri di modificare questa situazione da soli è problematica. La povertà

relativa, il divario tra ricchezza e povertà sta crescendo anche nei paesi ricchi. In secondo

luogo la maggior parte degli approcci all’immigrazione in chiave di una teoria morale

riconoscono che tutti gli attori sociali in grado di portare aiuto hanno il dovere morale di

farlo. L’aiuto è un obbligo morale. Terzo, questo dovere morale è rivolto a tutti quelli che

possono dare aiuto: persone ricche, organizzazioni e Stati. Questa strategia non chiede

troppo, ma si focalizza sui bisogni fondamentali e sulla necessità di combattere il malfare.

Peter Singer svolge questo dibattito nel testo Etica pratica. Singer fa un esempio

raccontando di trovarsi in una situazione dove un bambino cade in un laghetto, e lui

vedendolo ha il dovere di aiutarlo anche se questo comporta delle conseguenze che

comunque sono insignificanti rispetto al pericolo di morte del bambino. Singer sottolinea

che questa analogia si applica direttamente alla posizione di coloro che nei paesi ricchi

potrebbero fornire denaro per salvare le vite di chi nei paesi in via di sviluppo rischia di

morire per carestie e malattie, e conclude che il nostro obbligo morale di aiutare chi vive in

povertà assoluta non è meno forte del nostro obbligo di salvare un bambino che sta

annegando. Questo argomento impone un obbligo all’assistenza. Se possiamo impedire

qualcosa di male senza sacrificare nulla che abbia una simile importanza, abbiamo il

dovere di farlo. La povertà assoluta è il male; esiste una povertà assoluta che possiamo

impedire senza sacrificare nulla di importanza morale comparabile. Abbiamo il dovere di

impedire una certa povertà assoluta. L’esempio comunque non offre una difendibile

analogia in merito alla nostra responsabilità per la povertà assoluta, almeno per tre ragioni

che vengono elencare da Miller. Innanzitutto, nell’esempio di Singer, c’è solo un bambino

che sta annegando e c’è solo un passante che può aiutarlo. Per cui non c’è nessun dubbio

su ciò che bisogna fare in questa situazione e su chi deve farlo. Ma immaginiamo che ci

siano più bambini nel lago, alcuni più facili da salvare di altri o che sembrano tutti in grado

di raggiungere la riva da soli. E supponiamo che ci sia più di un passante, alcune persone

fisicamente più dotate di altre. E’ facile vedere che ci si deve misurare con una serie di

circostanze che non erano previste nel primo esempio. Quale bambino bisogna salvare per

primo? Chi deve effettuare i salvataggi? Bisogna rispondere a queste domande se il caso

del bambino che sta annegando deve farci riflettere sulla povertà globale, poiché anche se

crediamo che la soluzione della povertà globale sia una questione di redistribuzione tra il

mondo ricco e il mondo povero, si tratta di una questione di redistribuzione collettiva, non

individuale. Ci sono milioni di persone che possono aspettarsi di essere dei contribuenti

netti, sia attraverso i loro governi e sia attraverso agenzie, e ci sono anche molti milioni di

persone che possono attendersi di essere i destinatari. Perciò sia il problema della priorità,

sia il problema dell’assegnazione delle responsabilità, rimangono senza risposta. In

secondo luogo, anche se da Singer non vengono esplicitati, ci sono dei presupposti che

bisogna chiarire quando riflettiamo sul caso del bambino che sta per annegare. Si tratta

innanzitutto di un evento raro, non capita a tutti di doversi gettare nel lago per salvare un

bambino. Forse allora la nostra risposta morale alla situazione difficile del bambino dipende

da questo, soprattutto a causa del fatto che il riconoscimento dell’obbligo di agire in casi

come questi non ostacolerà il corso ordinario delle nostre vite. Per quanto riguarda la

povertà nel mondo in via di sviluppo, le cose non sono così. La povertà è cronica; ha cause

strutturali di lungo periodo; una vita salvata oggi può andare perduta domani per altre

ragioni. Vi è anche il problema di stabilire quali siano gli effetti dell’aiuto finanziario. Ciò può

servire da pretesto all’inazione, ma indica una differenza rilevante tra la persona che salva

un bimbo e la persona che contribuisce finanziariamente a combattere la povertà; della

prima si può dire quali saranno le conseguenze delle sue azioni, della seconda no. Il punto

è che migliorare la sorte dei poveri del mondo è un problema di livello macro ed implica una

trasformazione strutturale delle condizioni in cui vivono. E infine, non è un caso che la

persona scelta da Singer sia un bambino, una vittima innocente, che possiamo immaginare

sia scivolato in acqua senza essere consapevole del pericolo che stava correndo. E che

non può salvarsi se non c’è qualcuno che possa aiutarlo. E’ un paziente per definizione. E

questo ci incoraggia a pensare alle persone che vivono nei paesi poveri in un modo

sbagliato, cioè semplicemente a come delle altrettante vittime bisognose del nostro aiuto.

Certo si può rispondere che siccome molti dei poveri sono bambini, la prospettiva di singer

cattura in modo corretto la realtà morale. E tuttavia, senza però ridurre il significato morale

della povertà infantile nei paesi in via di sviluppo, non è opportuno prendere in

considerazione la situazione di questi bambini a prescindere dagli adulti che sono

responsabili di averli messi al mondo. La maggior parte di ciò che si può fare per migliorare

la loro sorte coinvolgerà anche gli adulti, infatti se verranno inviati cibo, acqua e risorse per

la produzione ne beneficeranno anche gli adulti. Quindi gli aiuti per alleviare la povertà in

modo diretto, dovranno porsi come obiettivo le famiglie invece che i bambini singoli, e il

modo in cui si verifica la distribuzione dipende dalle decisioni degli adulti a cui spetta la

responsabilità per la vita dei loro familiari quindi i problemi relativi alle cause della povertà

infantile possono difficilmente essere evitati. I poveri globali, gli adulti, sono anche degli

agenti responsabili capaci di compiere delle scelte in condizioni di relativa autonomia.

Occorre rispondere ai bisogni dei nostri simili da una duplice prospettiva: sia quali agenti

capaci di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle loro azioni, sia quali creature

bisognose che possono non essere in grado di condurre una vita decente senza l’aiuto di

altre persone. L’analogia del bambino in procinto di annegare di Singer ci incoraggia ad

assumere la seconda prospettiva ma a ignorare la prima. Singer nn si pone alcuna

domanda riguardo alle responsabilità per la povertà globale: non si chiede perché il numero

delle persone in condizioni di bisogno sia così elevato, se la responsabilità spetti alle

nazioni ricche o ai governi delle nazioni povere ecc. In secondo luogo, assume

implicitamente una teoria della responsabilità correttiva, ovvero che i cittadini dei paesi

ricchi siano responsabili per la sofferenza che possono impedire senza che ciò li costringa

a sacrificare nulla che abbia una importanza paragonabile. La possibilità di prevenire la

sofferenza è di per sé sufficiente ad assegnare le responsabilità. La presenza di altri attori

sociali che possono prevenire la sofferenza, secondo Singer, ha significato solo nella

misura in cui dovesse risultare che qualcuno ha già fatto abbastanza per sradicare la

povertà. In questo caso il mio contributo non sarebbe necessario. E questo rende

implausibile la concezione della responsabilità proposta da Singer.

b) Se l’approccio di Singer punta a depotenziare il problema dell’immigrazione ritenendo che i

nostri obblighi di assistenza nei confronti dei paesi poveri rappresentino un’alternativa

accettabile ai nostri obblighi di accoglienza, Whelan ritiene invece che l’immigrazione possa

rappresentare un’opzione praticabile dato che i paesi ricchi continuando ad assistere senza

intervenire alla morte per fame di milioni di persone. La sua tesi si articola in cinque punto.

In primo luogo, l’erogazione di finanziamenti attraverso le linee di intervento convenzionali

è una risposta a esigenze pressanti e indifferibili, ma gli aiuti internazionali possono avere

un ritorno inferiore in termini di benefici concreti perché capita anche che i pagamenti

vengano intercettati dalle corrotte élites locali. L’aiuto da Stato a Stato è inefficiente e in

alcuni paesi poveri i governanti sono più interessanti a mantenere le loro popolazioni

ignoranti e quindi sfruttabili. Ciò significa che il trasferimento degli aiuti dovrebbe essere

gestito preferibilmente dalle Nazioni Unite o da organizzazioni non governative. In secondo

luogo la migrazione è preferibile all’aiuto perché è il solo mezzo con il quale si può offrire

concretamente aiuto ai rifugiati. Lo status di rifugiati dimostra che lo Stato di appartenenza

non è in grado di proporsi come efficace strumento di aiuto. Gli aiuti da Stato a Stato non

sono in grado di risolvere i bisogni delle persone. L’aiuto deve passare per i canali

convenzionali e se non è possibile portare gli aiuti alle persone, bisogna pensare

all’eventualità di portare le persone dove possono trovare aiuto. In terzo luogo, le

migrazioni possono contribuire a incidere sui bisogni delle persone senza provocare

conseguenze imprevedibili sul sistema internazionale delle merci. La presenza di beni

liberamente disponibili grazie agli aiuti dall’estero priva l’economia nazionale della

necessità di produrli in loco, e questo ostacola la crescita economica e rende

economicamente marginale la quota dei cittadini poveri ma anche quella parte della

popolazione che non dipende dagli aiuti internazionali. Le immigrazioni invece lasciano

immutato il sistema della produzione e del consumo, anche se il movimento delle persone

da un posto all’altro all’interno del sistema incide sulla produzione e sul consumo a livello

locale. Questi mutamenti a livello locale devono essere corretti ma compromettono il

sistema economico in misura molto inferiore. In quarto luogo gli aiuti devono affrontare

problemi dal punto di vista dell’onere che fanno gravare sugli individui. Tornando

all’esempio di Singer prestare aiuto è dovere. La migrazione, perché sposta le persone i

una nuova comunità favorisce una risposta cooperativa al problema che permette a tutti i

membri della comunità di offrire un proprio contributo. Questo redistribuisce l’impatto della

situazione su tutti i cittadini e riduce al minimo gli oneri che ricadono su ogni individuo

particolare. La migrazione, se accompagnata dalla libertà di movimento, incrementa il

grado di libertà nel mondo. Se l’obiettivo è sradicare la povertà sistemica e la sofferenza,

l’obbligo di accoglienza è preferibile rispetto all’obbligo di assistenza. La conclusione del

ragionamento è la migrazione è preferibile all’aiuto perché promuove l’eguaglianza, favore

un’equa distribuzione globale dei beni e incide in misura sensibile sulla povertà evitabile.

Ciò che preoccupa Whelan è che un argomento come questo trova scarsi riscontri nel dato

di realtà offerto dalla vita politica. A prescindere dalla ricchezza o dalla povertà, dal sistema

politico o dalla posizione nel sistema internazione degli Stati, sia gli Stati sia le rispettive

opinioni pubbliche continuano in modi diversi a riconoscersi nel principio della sovranità

statale e a ribadire la volontà di effettuare un rigoroso controllo dei confini. Questa

circostanza porta Whelan a considerare paradossali le conclusioni filosofiche del

liberalismo in materia di immigrazione, proprio perché così poco in sintonia con le opinioni

prevalenti. Uno di questi fattori è che nel contesto della discussione a favore della

migrazione rispetto agli aiuti, si dà normalmente per scontato che la migrazione abbia

sempre luogo dai paesi poveri a quelli ricchi. Ma è anche possibile che le persone si

muovano da uno Stato povero ad un altro povero, purchè la differenza di reddito sia

sufficiente da indurre le persone a spostarsi. I confini danno un senso di protezione.

Associata alla difesa del valore che riveste lo Stato per la vita delle persone, l’idea che

l’immigrazione sia preferibile agli aiuti sembra una prospettiva poco realistica. La risposta di

Whelan all’idea che si possa alleviare la povertà con gli aiuti è di tipo morale. Ma se la

preoccupazione è quella di modificare i fattori causali responsabili della povertà e della

diseguaglianza, è necessario che interpretazioni e proposte vengano valutate anche alla

luce dei fati fattuali. Il problema di determinare empiricamente se una politica liberale in

materia di immigrazione sia più efficace rispetto a una politica dell’assistenza mette in gioco

la nostra capacità di valutare l’efficacia di una o dell’altra. Hassoun ha sostenuto che la

valutazione va articolata a due livelli: a livello marco e a livello micro. Il livello macro

fornisce i dati relativi all’efficacia degli aiuti tra regioni o paesi interi, valutando misure come

la crescita del Pil. Il problema con le misure a livello macro è che in realtà non permettono

di comprendere quali siano gli effetti della crescita economica sulle persone più povere.

Anche quando si verifica una crescita economica, può essere concentrata in modo che i

poveri ne ricevano vantaggi limitati. La valutazione a livello micro mira a determinare se

specifici programmi di aiuto possano avere una influenza diretta sulla povertà e sulle

circostanze. Questo genere di valutazione presenta due problemi. Il primo riguarda il tipo di

valutazione pratica, nel senso che spesso gli argomenti favorevoli o contrari alle politiche di

assistenza diretta si servono di metodi che Hassoun considera quasi o non sperimentali. Le

storie che le persone raccontano di loro stessi e della loro esperienza costituiscono la

categoria della verifica non sperimentale. I metodi quasi sperimentali non utilizzano criteri di

selezione casuale e corrono il rischio di condizionare gli individui che devono valutare.

Sono questi i due metdi di valutazione utilizzati negli studi empirici finalizzati a valutare


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Valeder

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della politica e dell'amministrazione
SSD:
Università: Sassari - Uniss
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valeder di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Analisi del linguaggio politico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Sassari - Uniss o del prof Sau Raffaella.

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