Cause dell'immigrazione in Italia tra il 1961 e il 1989
Sviluppo economico e transizione da emigrazione a immigrazione
L'Italia ha visto un sviluppo economico e un aumento del reddito, diventando un polo attrattivo per i lavori poco pagati che risultavano però migliori rispetto a quelli offerti nei paesi in via di sviluppo. Da paese di emigrazione, l'Italia ha iniziato a diventare un paese di immigrazione.
Un esempio significativo è rappresentato dagli studenti, soprattutto europei, con casi particolari come quello greco e iraniano. Questo ha portato a un aumento della quota di studenti stranieri.
Lavoratori stranieri e settori di impiego
Molti immigrati, come le colf provenienti da Capo Verde e Filippine, e i tunisini in Sicilia che lavoravano come pescatori a Mazara del Vallo, hanno trovato impiego in Italia. Altri settori importanti sono stati l’industria e l’edilizia. Questi lavori spesso erano rifiutati dagli italiani e dipendevano dai contesti sociali ed economici.
Un fenomeno noto è quello delle "3P" di Ambrosini: lavori pericolosi, poco pagati e precari, che portavano alla ghettizzazione professionale.
Fattori demografici e regolarizzazione
In un contesto in cui le donne italiane smettevano di riprodursi, l'immigrazione è servita come freno alla diminuzione della popolazione, dato che il tasso di fertilità era inferiore a 2,1 (numero medio di figli per donna in età fertile).
La prima regolarizzazione avvenne nel 1982, con interventi significativi come la regolarizzazione Dini (240.000 persone) e la Bossi-Fini (650.000 persone).
Gestione amministrativa dell'immigrazione
Negli anni '70, l'immigrazione era gestita principalmente a livello amministrativo, senza considerarla un problema politico. La gestione avveniva tramite l’autorizzazione al lavoro e la questura, con esempi come i turisti. Associazioni e sindacati si occupavano degli immigrati, mentre la Caritas creava una banca dati.
Sotto il governo Andreotti, il comitato Foschi condusse un’indagine sulle condizioni, quantità, motivazioni e tipi di lavoro degli immigrati. L'immigrazione era vista come una gestione dell’ordine pubblico, e la convenzione OIL fu ratificata cinque anni dopo.
Politicizzazione dell'immigrazione (1989-1996)
Conflitto politico e la legge Martelli
Dopo la Cortina di ferro e Tangentopoli, l'immigrazione divenne un tema di conflitto politico, con l'ascesa di partiti come Leghe e MSI-AN. Un evento chiave fu l’omicidio di Masslo, che difendeva dei neri da rapine di napoletani. Questo portò alla legge Martelli, n. 39/90, che fu emendata con il PRI e il MSI che votarono contro.
La legge aboliva la riserva geografica e includeva una sanatoria. La programmazione dei flussi coinvolgeva interni, esteri e lavoro, ma si basava ancora su vecchie norme. L'espulsione presentava problemi, richiedendo un foglio di via e l'intervento del ministro dell'interno per gravi fatti di sicurezza. Fu necessaria l’introduzione di visti per paesi ad alta densità migratoria.
La legge Martelli fu vista da alcuni come troppo pro-immigrati, con una coalizione di advocacy vincente. Gallino commentò che la legge cancellava le frontiere. Vi era un consenso generale sull'importanza di una buona legge, anche se MSI e PRI erano tra i principali contestatori, criticando sia il metodo (decreto, non c'era bisogno) che i contenuti (come la sanatoria).
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