Presupposti ed assunzioni conoscenza e linguaggio
Il termine conoscenza denota sia l’atto del conoscere che la cosa conosciuta. La conoscenza è un rapporto tra soggetto che conosce e un oggetto che è conosciuto e consiste nel descrivere o rappresentare un oggetto attraverso l’uso di segni o parole.
Denominazione e linguaggio
Il primo livello della conoscenza consiste nel denominare un oggetto con delle parole. La denominazione è una condizione necessaria per la conoscibilità di una cosa. Un oggetto non denominato può essere considerato inesistente.
Fra il linguaggio e il pensiero vi è un rapporto di necessaria complementarietà. Il pensiero senza linguaggio è inconcepibile, perché sarebbe privo della sua forma espressiva, così come sarebbe inconcepibile un linguaggio privo di contenuto, cioè senza pensiero. I diversi linguaggi sono reciprocamente traducibili l’uno nell’altro perché il segno non esaurisce il pensiero, e fra la parola e il concetto non c’è identità. Se non fosse così non si potrebbero usare parole diverse per indicare lo stesso concetto. I termini (segni) sono diversi, ma il significato di cui i termini sono portatori è lo stesso. Un medesimo concetto può essere espresso da parole differenti e una stessa parola può esprimere concetti diversi.
Significato e relazione del segno
Il significato è la relazione del segno con la cosa. Se il significato è nella relazione del segno con la cosa ed è espresso dal segno, il segno è sempre un segno di relazione. Cogliere il significato di una parola equivale dunque a intendere la funzione vicaria che la parola svolge nei confronti della cosa che denota.
Nei confronti dell’oggetto il soggetto è passivo, nel senso che si limita a percepire e registrare qualcosa che ha già un significato oppure è lui a conferire significato all’oggetto della conoscenza? Nell’atto del conoscere il soggetto crea l’oggetto della conoscenza o si limita a scoprire qualcosa che esiste indipendentemente dal suo atto?
Idealismo e realismo gnoseologico
Queste domande hanno diviso i filosofi in due schieramenti opposti: da un lato i sostenitori dell’idealismo gnoseologico, dall’altro i sostenitori del realismo gnoseologico. Per i primi non esiste una realtà esterna oggettiva, e perciò il rapporto soggetto-oggetto è tutto interno alla coscienza, nel senso che lo stesso oggetto è un dato creato dalla coscienza. La convinzione che il pensiero preceda l’essere rappresenta la quintessenza della posizione idealistica, che si trova in Platone, Hegel e Husserl.
Questa prospettiva gnoseologica, nell’escludere la possibilità dell’esistenza di un referente esterno alla coscienza, non può concepire la conoscenza se non in termini di coerenza fra gli enunciati di un medesimo universo discorsivo. Il principio della coerenza si impone come l’unico metodo per verificare o controllare la validità di una teoria.
Realismo gnoseologico
La storia del realismo gnoseologico è caratterizzata dalla ferma convinzione dell’esistenza di una realtà esterna alla nostra coscienza e indipendente da essa, una realtà che possiamo scoprire ma non certo creare. La versione ingenua del realismo giunge ad affermare che il ruolo del soggetto conoscente è del tutto passivo, mentre la versione contemporanea del realismo riconosce al soggetto un ruolo attivo pur non rinunciando a una teoria della conoscenza intesa come corrispondenza degli enunciati con la realtà esterna.
La posizione di Kant
In questa disputa si colloca in una posizione intermedia Kant, che sostiene che non si può conoscere la cosa in sé, l’essenza della cosa, ma solo le manifestazioni delle cose, la realtà fenomenica. I fenomeni sono esterni rispetto al soggetto conoscente, non dipendono nella loro esistenza dal soggetto conoscente, ma non si possono conoscere se non attraverso una serie di concetti che servono a rendere intellegibili i fenomeni stessi. Questi concetti vengono definiti categorie trascendentali. Le categorie servono a dare ordine all’esperienza, a rendere possibile la conoscenza della realtà.
Kant si discosta dalle posizioni estreme dell’idealismo e del realismo gnoseologico e, mentre da un lato riconosce l’esistenza di un mondo esterno alla coscienza, dall’altro nega che il soggetto conoscente svolga un ruolo di recettore passivo rispetto alla realtà conosciuta. Dopo Kant l’impresa scientifica non si configura più come costruzione o come scoperta, ma come costruzione e scoperta. Emerge la netta distinzione tra l’affermazione che il mondo è là fuori e l’affermazione che la verità è là fuori.
Popper e la teoria della conoscenza
Popper si rifà a Kant nel sostenere che le percezioni sono in realtà delle interpretazioni e che non esistono dati empirici non interpretati. La critica della concezione tipica non conduce Popper a negare la validità ai postulati gnoseologici del realismo. Le teorie sono nostre invenzioni e idee e sono strumenti di pensiero costruiti da noi stessi (questo è stato visto dagli idealisti). Ma alcune di queste teorie possono risultare in conflitto con la realtà e le nostre idee possono essere sbagliate, per questo ha ragione il realista.
L’accettazione dell’idea che i fatti siano theory laden, non conduce a negare l’esistenza di una realtà esterna alla nostra mente. I fatti esistono indipendentemente dalla nostra attività conoscitiva, esistono anche se li ignoriamo.
Giulio Preti e l'investigazione della realtà
Giulio Preti nel saggio "In principio era la carne", intende sottolineare che l’investigazione della realtà fattuale è rivolta verso una realtà esterna. Ma i fatti sono di per sé muti. Se non si possiedono griglie teoriche per individuarli e linguaggi per denotarli è come se non esistessero. La conoscenza è allo stesso tempo scoperta e costruzione: un processo circolare che va dalla scoperta della realtà attraverso la costruzione di un linguaggio alla costruzione di un linguaggio attraverso la scoperta della realtà.
Il linguaggio però non è arbitrario. La scelta del segno, anche se convenzionale, non è del tutto arbitraria. C’è un rapporto di reciproca implicazione che lega la conoscenza al linguaggio. Il linguaggio è indispensabile ma è pur sempre un medium, uno strumento, un insieme di segni che stanno per qualcos’altro. Il correlare un segno linguistico con un oggetto equivale a stabilire una corrispondenza fra un segno linguistico ed una cosa, ossia a denominare un oggetto attraverso un segno identificante.
Conoscenza della realtà esterna
La conoscenza della realtà esterna è un processo triadico, articolato su tre elementi: il referente (l’oggetto), la referenza (il concetto) e il segno (la parola). Nel rapporto di questi tre elementi va ricercato il significato di un termine o di un enunciato. Secondo questo schema chiamato triangolo fondamentale di Ogden e Richards, il significato non è dato dalla relazione fra il segno e la cosa, ma dalla relazione fra il segno e il pensiero della cosa. Il processo conoscitivo consiste nel pensare la cosa, nel costruire il concetto della cosa e nel rappresentarlo attraverso il segno.
Come si fa ad essere sicuri che il concetto sia adeguato alla cosa? La domanda ha un senso solo nei contesti discorsivi di tipo realistico. Il problema non si pone per gli ermeneutici che negano l’esistenza di una attualità indipendente dal soggetto conoscente e comunque tale da fornire le basi delle asserzioni che si presentano come vere in virtù della corrispondenza. Né si pone per gli idealisti dal momento che per loro è più che sufficiente il criterio della coerenza. Nella concezione olistica di Rorty la conoscenza è una questione puramente linguistica.
Neurath e il linguaggio
Neurath invece da un lato ammette la necessità del controllo empirico e dall’altro rifiuta il criterio della corrispondenza. Ne deriva che quando si mettono a confronto due tesi contrapposte, il confronto avviene non fra fatti diversi ma fra proposizioni linguistiche diverse. Ma il confronto fra proposizioni linguistiche non è altro che il chiarimento dei significati delle parole attraverso l’uso di altre parole e l’analisi del linguaggio non può condurre a stabilire la verità di una proposizione fattuale. In ultima analisi occorre far ricorso al riferimento dell’esperienza.
Sebbene il linguaggio è convenzionale, non è tuttavia arbitrario. Le parole hanno un significato perché sono parole che si riferiscono a determinati oggetti, perché sono quelle parole in relazione a quegli oggetti.
Sostenere che non ci sono criteri di verità assoluti ed infallibili, che nella scienza non esistono risultati definitivi, che non esiste una verità oggettiva in senso forte, non significa negare l’esistenza di oggetti esterni alla nostra mente né l’esistenza di criteri, relativi ma pur sempre validi, per accertare se una proposizione intorno alla realtà sia vera oppure falsa. Questo criterio è quello della corrispondenza, che nella formulazione di Tarski si pone come unico criterio di verità per i termini che hanno un contenuto referenziale di tipo esterno.
Tipi di significato e criteri di controllo
La teoria della conoscenza come corrispondenza interpreta dunque il significato come una relazione fra il segno e la realtà esterna. Questo tipo di significato è detto semantico ed è proprio dei termini empirici (osservativi), quei termini che designano una realtà empirica direttamente percepibile oppure indirettamente determinabile attraverso procedure operazionali talora molto complesse.
Non tutti i segni linguistici si riferiscono a una realtà esterna. Morfemi come “ma”, “se”, “o”, “e” hanno un significato che non dipende dalla loro relazione con dei referenti esterni. Il loro significato è nella relazione che essi hanno con altri segni. “O” ha il significato di una disgiunzione perché è il segno che separa due termini o due frasi. I segni che compongono l’alfabeto Morse hanno un significato che dipende dalla loro relazione. Questo tipo di significato che è proprio dei segni grammaticali si chiama sintattico, ed è diffuso nei codici artificiali. Ma è anche il significato prevalente dei termini teorici, i cui referenti non sono direttamente osservabili.
Vi è un terzo tipo di significato, quello pragmatico che dipende dalla relazione che intercorre fra il segno e l’atteggiamento degli utilizzatori o dei destinatari. Tipico dei discorsi prescrittivi, il significato pragmatico consiste nella reazione che determina un certo termine in chi lo pronuncia e in chi l’ascolta. I comandi, i consigli, gli avvertimenti espressi con parole o altri linguaggi segnici hanno un significato di tipo pragmatico.
Sul piano della conoscenza del mondo reale è rilevante il significato semantico delle parole, cioè quel tipo di significato che viene colto o costruito con riguardo alla relazione che esiste fra il segno ed il referente esterno, fra il semantema e l’esperienza sensibile.
Il significato semantico si distingue in significato connotativo (o intensionale) e significato denotativo (o estensionale). Il significato connotativo coglie le proprietà intrinseche di un determinato oggetto; il significato denotativo coglie invece l’estensione di un determinato semantema.
Normalmente fra connotazione e denotazione c’è un rapporto inversamente proporzionale, nel senso che quanto più è ampio il campo della denotazione, tanto più è ristretto il significato connotativo. Meno sono le proprietà specifiche che si individuano in un determinato oggetto e più il significato di questo oggetto è estensibile anche ad altri oggetti. Un significato generico ha una grande capacità denotativa, un significato specifico ha una grande capacità connotativa.
Un’altra importante distinzione è quella fra proposizioni sintetiche e proposizioni analitiche, che riproduce a livello di enunciati la distinzione fra significato semantico e significato sintattico dei termini. Per proposizione si intende una qualsiasi frase dotata di senso.
Sono sintetiche le proposizioni che hanno prevalentemente un significato semantico e il cui contenuto di verità può essere controllato solo tramite una verifica empirica. Le proposizioni analitiche sono invece quelle nelle quali il significato del predicato è già contenuto nel significato del soggetto. Le proposizioni analitiche per eccellenza sono le tautologie, proposizioni costruite senza alcun riferimento alla realtà empirica.
Kant illustra la differenza attraverso due esempi: “tutti i corpi sono estesi” è una proposizione analitica perché il concetto di estensione fa parte del significato di corpo, in quanto è impensabile un corpo privo di estensione; invece “tutti i corpi sono pesanti” è una proposizione sintetica perché il peso è una qualità che il corpo acquista quando è posto in un campo gravitazionale. Nel primo caso il predicato non aggiunge nulla al significato del soggetto; nel secondo caso il soggetto è qualificato in base al predicato. Una proposizione è analitica se la sua validità dipende soltanto dalla definizione del significato dei segni che essa contiene, mentre una proposizione è sintetica se la sua validità dipende da un controllo empirico che rinvia a qualcosa che è esterno rispetto alla proposizione medesima.
Tutte le proposizioni esistenziali sono di tipo sintetico e la verità del loro contenuto può essere verificata solo tramite un controllo di tipo empirico che confermi o meno la corrispondenza tra l’enunciato e la cosa da esso designata. Le proposizioni analitiche sono invece vere a priori e la loro validità può essere accertata solo controllando la coerenza fra i segni che le compongono. Le proposizioni sintetiche sono le uniche ad avere un significato semantico, mentre le proposizioni analitiche esibiscono piuttosto un significato sintattico.
Secondo l’indirizzo epistemologico del neo-empirismo hanno contenuto cognitivo esclusivamente i giudizi sintetici e i giudizi analitici. Schlick e Carnap per accertare la verità degli enunciati sintetici proposero un criterio di significanza che coincideva col controllo del loro significato semantico, e chiamarono tale criterio principio di verificazione. La verità di una proposizione sintetica dipende dalla verità del suo significato semantico, ossia dalla corrispondenza fra enunciato e referente empirico. Tale criterio non produce una verificazione completa, ma offre la possibilità della confermabilità del contenuto di un enunciato sintetico e comunque funziona solo per le proposizioni particolari, non però per quelle di carattere universale. Il limite del principio di verificazione consiste nel fatto che viene adoperato come un criterio induttivo e come tale non può funzionare per controllare i contenuti di una teoria generale, dal momento che nessuna asserzione particolare può verificare un’asserzione universale.
Popper sostituisce al principio di verificazione il principio di falsificabilità, una sorta di controllo delle proposizioni in funzione confutante piuttosto che accertante. Se è vero che le asserzioni universali non possono essere verificate da asserzioni particolari, tuttavia possono essere contraddette e smentite da asserzioni particolari. Popper non crede che ci siano regole valide per indurre correttamente le teorie dei fatti: le teorie sono costruite deduttivamente da principi generali e vengono poi confermate dall’accordo con i fatti dell’esperienza. Il principio di corroborazione riguarda gli interi sistemi teorici, non singoli enunciati.
Il principio di verificazione confermabilità funziona quindi esclusivamente in relazione ad asserzioni particolari; il principio di falsificazione ha una portata più vasta, poiché è in grado di controllare anche le asserzioni generali; il principio di corroborazione vale per le teorie o i sistemi teorici generali. I test della verificazione, della falsificazione e della corroborazione servono a controllare la veridicità degli enunciati o delle teorie.
Concetti e definizioni
Il linguaggio, benché non esaurisca il pensiero, condiziona comunque la conoscenza. Il correlare un segno con un oggetto o l’attribuire un simbolo a una cosa significa produrre parole ma anche ideare e concepire, cioè formulare idee e concetti. Il problema della formazione dei concetti si risolve nel problema della loro definizione.
La tipologia delle definizioni è varia. Nel campo delle scienze sociali sino a dieci anni fa l’uso prevalente era quello di distinguere le definizioni in due grandi categorie: le definizioni verbali e le definizioni reali. Oggi per denotare una simile operazione si parla di caratterizzazione fattuale o di generalizzazione empirica, riservando il termine definizione per denotare il procedimento di chiarimento dei significati delle espressioni linguistiche.
Le definizioni (verbali) si distinguono in tre tipi principali: la definizione lessicale, la definizione stipulativa e la definizione esplicativa. La definizione lessicale è quella tipica dei dizionari e consiste nella registrazione degli usi linguistici effettivamente praticati. Attraverso la definizione lessicale si stabilisce un’equivalenza fra le parole e il loro impiego ordinario. Se una parola è polisemica, ha cioè più significati, la definizione lessicale si limita a riportarli integralmente. La definizione stipulativa è completamente convenzionale e riguarda la creazione dei neologismi. Stabilisce un’equivalenza, ma fra i nuovi termini e i termini già in uso.
La definizione esplicativa si colloca a metà strada fra le due precedenti. Come quella lessicale concerne termini già in uso e come quella stipulativa introduce nell’uso gli elementi convenzionali.
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