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Capitolo 1: Introduzione

Il conflitto sociale può assumere forme più sfumate e non apertamente violente; l'idea che i gruppi siano per loro natura inclini alla competizione e al conflitto è da sempre presente nelle analisi antropologiche: Summer aveva coniato il termine etnocentrismo per riferirsi alla tendenza a percepire la realtà sociale dal punto di vista del proprio gruppo di appartenenza, fenomeno che spesso si accompagna a pregiudizi e discriminazione.

McDougall parla di una mente di gruppo per spiegare la violenza che si genera dai gruppi. La mente di gruppo induce le persone a comportarsi in un modo che sarebbe considerato inaccettabile dai singoli individui, perché la folla farebbe regredire gli individui a modalità di funzionamento primitive ed istintive. La mente di gruppo fornirebbe agli individui anonimato, contagio e suggestionabilità, fattori che LeBon ritiene caratteristici delle masse. Nonostante l'ipotesi di LeBon sia stata rifiutata, altri ricercatori hanno ipotizzato che la perdita di identità, dovuta all'anonimato che il gruppo garantisce, possa essere alla base della violenza esibita in varie situazioni.

Secondo Zimbardo, il gruppo fornisce ai propri membri un certo grado di anonimato e la possibilità di estendere le responsabilità personali ad altri; questo provocherebbe una perdita d'identità personale e una minor preoccupazione alle norme e al giudizio sociale: una condizione psicologica che Zimbardo chiama deindividuazione.

Deindividuazione

Perdita o assenza dell'identità e autonomia individuale, allorché una persona si identifica totalmente con un gruppo sociale e ne adotta regole e decisioni. Quando deindividuate, le persone sarebbero più propense a comportarsi in modo antisociale e violento. Zimbardo ha mostrato sperimentalmente che, inducendo una situazione di maggior anonimato, gli individui mostrano comportamento meno inibiti e più violenti, anche se, in alcuni casi, una condizione di deindividuazione porta a un aumento di comportamenti prosociali.

Un processo simile alla deindividuazione è stato ripreso nella classificazione del Sé: la condizione di deindividuazione e la tendenza a estendere la responsabilità agli altri membri non sembrano essere una condizione necessaria né sufficiente per far emergere un comportamento aggressivo o discriminatorio verso l'outgroup.

Frustrazione, deprivazione relativa e discriminazione

La teoria della frustrazione-aggressività (Dollard, 1967) pone lo stato di frustrazione come antecedente dell'aggressività; in una situazione frustrante (qualsiasi mancato soddisfacimento di un bisogno elementare), i livelli di aggressività aumentano, portandola a essere più violenta o prepotente. Quando le persone non possono sfogare la propria aggressività sulla causa della frustrazione, la spostano (secondo il principio psicoanalitico dello spostamento) su obiettivi più accessibili e vulnerabili, come un capro espiatorio.

Secondo Dollard questo ragionamento è valido anche per i gruppi sociali: i membri di un gruppo svantaggiato possono sperimentare livelli di frustrazione elevati, causati dalla propria posizione sociale; questa frustrazione, non potendo essere sfogata direttamente verso i gruppi superiori, viene spostata verso gruppi più deboli e vulnerabili. È difficile prevedere quale gruppo sarà il bersaglio dello spostamento dell'aggressività; inoltre, l'ipotesi frustrazione-aggressività non riesce a spiegare il pregiudizio e l'ostilità esibita da gruppi in condizioni di non deprivazione.

Al suo posto è stata presentata una teoria che, anziché enfatizzare i livelli di frustrazione e deprivazione in modo assoluto, ne considera la relatività. Secondo la teoria della deprivazione relativa, l'insoddisfazione delle persone non è mai assoluta, ma è semplicemente riferita a qualche standard o norma. È possibile sentirsi deprivati non perché si ha "poco", ma perché si ha "meno" di quello che ci si aspetta. La deprivazione relativa è la discrepanza fra la situazione attuale di una persona e quella che essa pensa di dover essere o meritare: tale discordanza sarebbe alla base del malcontento sociale e del pregiudizio.

La deprivazione relativa può nascere anche dalla percezione che il proprio gruppo abbia un destino non conforme alle proprie aspettative. Rucinam (1966) ha introdotto la distinzione tra deprivazione egoistica (nasce dal conflitto interpersonale o intrapersonale) e deprivazione fraternalistica (nasce dal confronto fra il proprio gruppo e gli altri). Questi due tipi di deprivazione relativa hanno implicazioni differenti sui comportamenti intergruppi e sul pregiudizio: la deprivazione fraternalistica si è mostrata un predittore significativo del coinvolgimento delle persone in un tentativo di cambiamento sociale. Mummendey ha dimostrato che la percezione di deprivazione relativa del proprio ingroup era in grado di influenzare le risposte collettive dei soggetti. Altre ricerche hanno evidenziato che le persone che si sentono più "fraternalisticamente" deprivate sono quelle con più alti livelli di pregiudizio.

Guimond e Dambrum (2002) hanno mostrato come la deprivazione relativa egoistica non innalzi i livelli di pregiudizio generale e quelli di etnocentrismo, mentre quest'ultimi sono esacerbati dal sentimento di deprivazione relativa fraternalistica. Sebbene esistano numerose prove del fatto che la deprivazione relativa possa generare pregiudizio e comportamenti discriminatori, questo assunto non è esente da difficoltà. Resta problematico prevedere quale outgroup sarà preso come termine di paragone per l'ingroup.

Relazione tra i gruppi

Guimond e Dambrum hanno dimostrato che anche la gratificazione relativa è in grado di far aumentare il grado di pregiudizio e discriminazione dei membri dei gruppi.

Conflitto di interessi fra gruppi

I gruppi agiscono in realtà sociali caratterizzate da una diseguale distribuzione delle risorse e che, questo, può provocare competizione. Su questo si basa la teoria del conflitto realistico (TCR, Sherif, 1961) secondo la quale i pregiudizi e le discriminazioni sono generati dai conflitti d'interesse fra i gruppi sociali. Il più noto programma di ricerca su questo tema è quello condotto da Sherif, noto come studi sul campo estivo.

Gli studi sui campi estivi hanno dimostrato la facilità e la rapidità con le quali un conflitto di interessi può causare pregiudizio, discriminazione e aggressività intergruppi. È stato rilevato che a una maggiore percezione dei conflitti fra i gruppi corrisponde una maggiore ostilità verso i gruppi concorrenti. La TCR si è dimostrata una teoria potente e in grado di spiegare numerose forme di ostilità intergruppi, ma non è esente da critiche: sebbene in condizioni di conflitto d'interesse, le relazioni tra i gruppi tendono a essere più competitive e ostili, in una situazione cooperativa si tende a promuovere armonia fra i gruppi, resta comunque il fatto che, anche in questo secondo caso, il pregiudizio e la discriminazione non scompaiono.

È stato suggerito che la percezione del conflitto per le risorse interagisce con altre variabili, come l'identificazione con il proprio gruppo; in altre parole, il grado di riconoscimento di sé stessi come appartenenti a un gruppo (-> identificazione) può moderare il livello di aggressività scatenata dal conflitto di interessi. La TCR dà un'interpretazione completamente negativa del conflitto sociale, non tenendo conto che esistono circostanze in cui il conflitto può giocare un ruolo determinante nel ristabilire nuovi equilibri.

La TCR considera la spinta per l'accaparramento delle risorse come l'antecedente necessario per il conflitto e la competizione, ma non tiene conto di quelle situazioni in cui alcuni gruppi detengono potere e privilegi rispetto ad altri. Non sempre è indispensabile un esplicito conflitto di interessi per provocare un orientamento a favore del proprio gruppo: lo stesso Sherif aveva evidenziato che, quando i ragazzi venivano divisi in gruppi, comparivano forme di favoritismo per il proprio gruppo e di rivalità, anche prima che una qualsiasi competizione fosse resa esplicita.

Divisione in gruppi e competizione

Un esempio di come il conflitto di interessi fra gruppi non sia necessario perché si manifesti una forma di discriminazione, è dato dal lavoro di Tajfel. Nel suo lavoro ha semplicemente diviso in due gruppi delle persone e chiedere loro di assegnare denaro (o punti) a individui appartenenti al proprio gruppo e all'altro. Il risultato più ovvio è che le attribuzioni risultino uguali, invece, il dato empirico di Tajfel sembra indicare che la sola divisione delle persone in gruppi – anche fittizi – è sufficiente a far comparire comportamenti pregiudizievoli verso il gruppo esterno.

Identità sociale

Secondo Tajfel tutti abbiamo un concetto di noi stessi che, in parte, è determinato dal concetto che abbiamo e del quale facciamo parte. Ognuno di noi conosce e valuta sé stesso anche in riferimento ai gruppi ai quali appartiene, ricavando da ciò informazioni su di sé e sul proprio valore.

La conoscenza di sé stessi, legata alle appartenenze sociali, viene chiamata identità sociale, ed è definita come parte del concetto di sé che deriva dalla consapevolezza di appartenere a determinati gruppi, insieme ai sentimenti che tale appartenenza suscita.

L'appartenenza a gruppi è considerata importante da un punto di vista evolutivo: a livello personale, l'appartenenza a un gruppo permette di beneficiare di risorse procurate da altri individui, ma comporta il dover dividere con altri le risorse procurate da noi stessi. Il risultato è che l'uomo è caratterizzato da interdipendenza obbligata con altri suoi simili; quindi i confini fra gruppi sono necessari per definire a chi dobbiamo rivolgere e da chi possiamo aspettarci un aiuto. L'uomo è, per sua stessa natura, un essere sociale.

Tajfel sostiene che le relazioni fra gli individui possono situarsi lungo un continuum che va dal polo interpersonale (-> le persone, idealmente, si relazionano esclusivamente in base alle loro individualità) al polo intergruppo (-> le persone, teoricamente, si relazionano facendo riferimento esclusivamente alle loro appartenenze sociali). A mano a mano che ci si sposta dal polo interpersonalità verso il polo intergruppo, l'identità sociale diviene più saliente e quella personale più sfumata.

Secondo Tajfel, i due estremi del continuum sono soltanto teorici: tutte le relazioni fra due o più individui si situano in un qualche punto all'interno del continuum, così che ogni interazione umana presenta una componente sociale e una personale.

Categorizzazione

Il processo mediante il quale arriviamo a collocare noi stessi e gli altri individui in gruppi definiti è la categorizzazione sociale, la quale ci consente di mettere ordine nella complessità che ci circonda. La categorizzazione permette alle persone di ridurre la quantità di informazioni da elaborare, organizzano la realtà in categorie definite e facilitando sia la scelta da mettere in atto, sia l'analisi delle numerose informazioni presenti nell'ambiente.

La categorizzazione sociale, però, implica anche un aspetto emotivo e valutativo proprio in virtù del fatto che anche l'Io e il Noi sono oggetti di tale processo. La categorizzazione come processo semplificativo e adattativo comporta, inevitabilmente, una perdita di informazioni degli stimoli che ci circondano: ciò determina una visione più semplice delle categorie sociali che percepiamo, i cui membri vengono stereotipati. Da un punto di vista percettivo, l'effetto della categorizzazione sociale è di aumentare la somiglianza fra gli individui appartenenti allo stesso gruppo e di amplificare la differenza fra i membri di gruppi diversi. Ciascuno, appartenendo a molteplici categorie contemporaneamente può, a seconda delle circostanze, considerarsi membro di un gruppo particolare: l'identità sociale non è unica, ma composta da differenti livelli di astrazione del sé/noi.

La teoria della categorizzazione del Sé

Turner ha tentato di definire come (attraverso quali processi) e quando (in quali situazioni) le persone arrivano a categorizzare sé stesse in un modo, piuttosto che in un altro. La teoria della categorizzazione del sé rappresenta la componente più cognitiva dei processi legati all'identità sociale, ipotizza che le persone possono categorizzare sé stesse a tre livelli di astrazione:

  • Come esseri umani (identità umana)
  • Come membri di un gruppo (identità sociale)
  • Come individui unici rispetto agli altri (identità personale)

L'identità personale e quella sociale sono funzionalmente antagoniste e questa logica del "tutto o niente" si discosta notevolmente dall'ipotesi del continuum tajfeliano ma fornisce una chiave interpretativa per definire quali saranno le categorie che diverranno salienti nei vari contesti. I tre livelli di categorizzazione sono stati scelti per motivi pratici e teorici, tuttavia il grado di astrazione di una categoria può variare, seguendo la regola dell'inclusività del livello di astrazione. Più astratta. Entrambe le categorie sono rappresentative a livello di identità sociale.

La teoria della categorizzazione del sé presuppone che il processo di autocategorizzazione dipenda dal contesto nel quale gli individui si trovano. Questo è formalizzato nel principio del metacontesto, il quale prevede che, all'interno di un determinato contesto, una serie di stimoli sarà categorizzata più probabilmente come una singola entità nella misura in cui la differenza all'interno di quella serie è minore di quella che esiste fra la serie stessa e un'altra.

Secondo Turner, quando categorizziamo noi stessi in termini di gruppi (identità sociale), tralasciamo le nostre caratteristiche personali e pensiamo e agiamo in termini di gruppo, tanto che si parla di depersonalizzazione della percezione del Sé (concetto che richiama quello di deindividualizzazione di Zimbardo). Così, quando la categorizzazione di noi stessi ci pone all'interno di una qualche categoria, l'interesse del gruppo ha precedenza sull'interesse personale che può essere sacrificato a favore della collettività (esempio estremo: attentatori suicidi).

Confronto sociale

La categorizzazione sociale non è sufficiente a stabilire il valore di cui godiamo in quanto appartenenti a determinati gruppi. Quello necessario è un gruppo esterno con cui paragonare quello del quale siamo membri: perché un gruppo abbia senso, è necessario che ce ne sia almeno un secondo che funga da termine di paragone, così il secondo processo necessario, affinché la conoscenza di noi stessi (in termini di identità sociale) sia completo, è il confronto sociale. Le identità sociali degli individui sono necessariamente definite in termini comparativi fra il proprio gruppo e almeno un ougroup, così che il confronto non avviene a livello individuale, ma si realizza a livello collettivo. Non si tratta di come IO, membro di un gruppo, mi confronto con TE, membro di un altro gruppo, ma di come NOI, in quanto gruppo, ci confrontiamo con VOI, altro gruppo.

Tajfel ha avanzato un'ipotesi esplicativa secondo la quale, le persone preferiscono appartenere a gruppi valutati positivamente poiché questo consente loro di pensare in termini più positivi e di mantenere un buon livello di autostima. Possiamo ricavare e mantenere un'immagine positiva di noi identificandoci in uno dei gruppi sociali a cui apparteniamo, ed è innegabile che ognuno di noi preferisce che il gruppo, al quale appartiene, sia valutato positivamente. Questa tendenza a brillare di luce riflessa ci consente di sentirci a nostro agio, soddisfacendo il nostro bisogno di affiliazione e protezione, e ci fornisce un punto di riferimento al quale ancorare la conoscenza di noi stessi. Come esseri di gruppo abbiamo bisogno di cosiderare amabili, di successo, stimabili e vincenti, i gruppi di cui facciamo parte, ma per fare questo tendiamo a screditare l'outgroup: la sola divisione in gruppi è sufficiente a far comparire il favoritismo per l'ingroup.

Identità sociale positiva e negativa

Secondo Tajfel, la catena di eventi che ci porta a trovare un posto per noi stessi e per gli altri (-> categorizzazione sociale), conoscere chi siamo (-> identità sociale) e stimare il valore della posizione che occupiamo (-> confronto sociale) può avere due risultati:

  • Il confronto favorisce il nostro gruppo e, quindi, la nostra identità sociale è positiva e la nostra autostima è al sicuro.
  • Il confronto sfavorisce il nostro gruppo e così non possiamo ricavare un'identità sociale positiva per noi stessi.

Se l'esito è positivo, le persone saranno soddisfatte della propria appartenenza e continueranno a sentirsi a proprio agio con sé stessi. In questo caso si parla di identità sociale positiva. Se l'esito è negativo, le persone dovranno far fronte alla consapevolezza di un gruppo che è percepito come svantaggiato o inferiore; presumibilmente non si sentiranno a proprio agio con sé stesse e con la propria appartenenza. In questo caso si parla di identità sociale negativa. Tajfel immagina differenti strategie utili a ripristinare un'identità sociale positiva ma, per ogni gruppo avvantaggiato, ne deve esistere un altro svantaggiato. Tutti i gruppi sono organizzati in una gerarchia di prestigio sociale, dalla quale emerge il valore di ognuno di essi: il valore di ciascuna posizione, all'interno di tale gerarchia, viene comunemente definita status.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Psyxchox di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dei gruppi e delle relazioni sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Matera Camilla.
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