STUDIARE LA CULTURA di Santoro e Sassatelli
Capitolo 1: LA CULTURA IN AZIONE: SIMBOLI E STRATEGIE di Ann Swidler (1986)
Il modello dominante utilizzato nello studio degli effetti della cultura sull'azione assume che la cultura plasmi l'azione
fornendo i valori ultimi verso cui quest'ultima si orienta. In questo saggio si prendono in considerazione i limiti
concettuali di tale approccio e viene proposto un modello alternativo basato su due punti chiave:
-‐ la cultura intesa come una cassetta degli attrezzi, fatta di simboli, rituali, racconti, visioni del mondo, che gli
individui possono utilizzare in configurazioni variabili per risolvere diversi tipi di problemi
-‐ la cultura influenza l’azione non fornendo valori di riferimento, ma plasmando un insieme di competenze,
abitudini e stili con cui gli attori sociali costruiscono strategie d’azione (forme persistenti di organizzazione
dell’azione nel tempo)
Secondo la Swidler sono le caratteristiche della società piuttosto che quelle degli oggetti culturali a plasmare il
potere della cultura. In epoche instabili o di transizione, quando le regole sono soggette a mutamenti, le persone
saranno più ricettive nei confronti della cultura e più influenzate da essa rispetto a quanto accada in epoche stabili,
nelle quali è la tradizione a dominare.
Cultura come valori
Gli assunti fondamentali della nostra concezione di cultura derivano da Max Weber, secondo cui gli esseri umani
sono mossi da interessi materiali e ideali (ad es. il desiderio di essere preservati dalle pene dell’inferno).
Teoria dello “scambista ferroviario” di Weber (1920-‐21): gli interessi costituiscono il motore dell’azione (ciò che la fa
avanzare), mentre le idee ne stabiliscono la meta e i mezzi per raggiungerla (ad es. le pratiche di redenzione per
arrivare alla salvezza)
“Sono gli interessi (materiali e ideali) e non le idee a dominare l’agire dell’uomo, ma le concezioni del mondo create
dalle idee hanno spesso determinato, come chi aziona uno scambio ferroviario, i binari lungo i quali la dinamica degli
interessi ha mosso tale attività.”
Parsons ha ripreso il modello di Weber, focalizzandosi sui valori come primo motore della teoria dell’azione:
-‐ i valori sono alla base del rapporto mezzi/fini che guidano l’agire sociale
-‐ la tradizione culturale fornisce gli orientamenti di valore
-‐ Valore: elemento del sistema simbolico che serve come criterio per la selezione delle alternative di
orientamento che una situazione offre intrinsecamente.
La cultura della povertà (Lewis 1966)
Perché un soggetto povero non si integra – nei comportamenti come nell'abbigliamento – nella cultura dominante?
Perché non acquisisce i titoli di studio appropriati e non si sistema con un lavoro stabile? La povertà crea una
sottocultura, la “cultura della povertà”, che porta delle conseguenze distintive, sociali e psicologiche, per i suoi
membri. I bambini dei quartieri poveri hanno già assorbito i valori e gli atteggiamenti della loro sottocultura e non
sono psicologicamente preparati ad apportare un mutamento delle loro condizioni di vita.
Chi è povero da importanza alle stesse cose di chi non lo è? I poveri, pur condividendo le aspirazioni (ad esempio
istruirsi) e i valori della società dominante, hanno un diverso modello di comportamento (dovuto a differenze
culturali). In questo senso la cultura non è più vista come un insieme di preferenze e desideri, ma di capacità e
abitudini.
E’ difficile cercare il successo in un mondo in cui sono riconosciute competenze, stili di vita, abilità tecniche a noi
poco familiari: preferiamo cercare una linea d’azione per cui siamo già culturalmente equipaggiati. Le competenze
richieste per adottare un nuovo modello di comportamento implicano ben più dell’abbigliamento, del parlare
appropriato e di conseguire un titolo di studio. Per adottare un modello di comportamento è indispensabile
possedere un’immagine del mondo in cui si sta cercando di inserirsi.
Quando mancano gli elementi “tranquillizzanti” che confermano la capacità di interpretare il mondo circostante si
può verificare uno “shock culturale”.
Chi studia la cultura continua a cercare valori che spieghino cosa è caratteristico del comportamento di gruppi o
società e trascura altri fenomeni culturali, che offrono maggiori speranze di spiegare i modelli d’azione.
L’etica protestante
Max Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-‐1905), cercò di spiegare il comportamento
economico razionale di tipo capitalistico sostenendo che la cultura, nella forma della dottrina calvinista, incoraggiò la
nascita di un comportamento razionalizzato e ascetico.
Secondo la dottrina calvinista della predestinazione, la ricchezza, il benessere derivato dal lavoro, era simbolo della
grazia divina e quindi assumeva una grandissima importanza.
Gli scopi generati dalle idee (cioè il desiderio di redenzione) influenzarono quindi il comportamento.
Obiezione: se le idee modellano il comportamento, perché il protestantesimo ascetico è sopravvissuto alle sue idee?
Per risolvere questo dilemma Weber sostiene l’esistenza di una continuità tra il desiderio dei calvinisti di conoscere il
loro destino (salvezza o dannazione) e l’etica secolare di Benjamin Franklin (“il tempo è denaro”, il lavoro e la
parsimonia come valori). ciò che resta è il modo con cui l’azione è organizzata e non i suoi scopi.
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La spiegazione culturale
L’azione non è governata da interessi o da valori astratti e non razionali. Le persone non costruiscono una sequenza
d’azione pezzo per pezzo in base ai loro interessi e valori, ma tutti questi pezzi sono integrati in strutture più ampie,
ovvero le strategie d’azione.
Le persone non costruiscono linee d’azione scegliendo le mosse una alla volta come mezzi efficienti per obiettivi
stabiliti, piuttosto costruiscono catene d’azione partendo almeno con qualche anello già precostruito. La cultura
influenza l’azione modellando e organizzando questi anelli, non fissando gli scopi verso cui sono orientati.
Una cultura non è un sistema unificato che spinge all’azione in una direzione coerente, ma piuttosto somiglia a una
cassetta degli attrezzi o a un repertorio da cui gli attori estraggono elementi diversi per costruire linee d’azione.
Questo modello alternativo si fonda sul fatto che all’interno di tutte le culture si trovano simboli, rituali, guide per
l’azione tra loro eterogenee e spesso contradditorie (es. i passi contradditori all’interno della Bibbia o i proverbi
popolari in opposizione).
Se la cultura influenza l’azione attraverso valori che orientano gli scopi, allora al modificarsi delle situazioni gli
individui dovrebbero tenere fermi i loro obiettivi, aggiustando le strategie per raggiungerli. Se invece la cultura
fornisce gli strumenti grazie a cui le persone costruiscono linee d’azione, allora gli stili o le strategie d’azione saranno
più durature, più stabili degli scopi e gli attori terranno in considerazione quegli scopi per cui il loro equipaggiamento
culturale è adeguato. continuità dell’azione di fronte a cambiamenti strutturali.
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Nelle sue opere su Cina ed India, Weber sostiene che le idee religiose hanno fornito un contributo causale autonomo
rispetto alle traiettorie economiche delle diverse società: religiosità orientate a una dimensione mistica ed
extramondana hanno allontanato gli individui da un’azione economica razionale. la teoria non regge. Come si può
à
spiegare allora il capitalismo in Giappone o il comunismo in Cina?
In base al modello Weberiano la cultura dovrebbe produrre effetti duraturi sull’azione economica; tuttavia le culture
cambiano e gli scopi perseguiti dalle società si sono trasformati drammaticamente nell’epoca contemporanea.
Due modelli di influenza culturale
Esistono due modelli distinti per comprendere i modi profondamente diversi con cui agisce la cultura. La storia
culturale è fatta di lunghi periodi di stabilità e brevi periodi di instabilità.
-‐ Vite stabili: la cultura fornisce strumenti per strategie contingenti ed è integrata con l’azione sociale.
-‐ Vite instabili: la cultura fornisce strumenti per &nb
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