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L'ossessione antisionista

Introduzione all'ossessione antisionista

Piero Ostellino: "Cosa farei io se mi trovassi nei panni dei palestinesi. Se non sapessi quanto ne sanno loro delle condizioni storiche e politiche, che hanno portato alla nascita di Israele e alla loro permanenza nei campi profughi, mi comporterei come loro; se ne sapessi di più, ragionerei e mi comporterei in modo del tutto opposto."

Nella frase, Ostellino attua una strategia di comunicazione in cui, attraverso una riflessione, si denuncia criticamente il ruolo e le responsabilità dei media giornalistici, che abbracciano senza riserve la posizione palestinese, semplificando nei confronti delle opinioni pubbliche quel complesso mosaico che comprende il conflitto arabo-israeliano e israelo-palestinese.

Ostilità che corre attraverso i media

Fiamma Nirenstein: Ci dice i principali fattori che rendono distorta l'informazione sul conflitto israelo-palestinese:

  • L'incapacità di raccontare in modo adeguato la storia dell'offerta israeliana per uno Stato palestinese e del rifiuto di Arafat.
  • Il rifiuto di accettare l'esistenza di Israele come Stato ebraico.
  • La piatta descrizione della morte dei bambini palestinesi senza soffermarsi sulle circostanze in cui è avvenuta.
  • L'uso delle fonti palestinesi per verificare la realtà dei fatti, come se le fonti palestinesi fossero le più affidabili.
  • La manipolazione dell'ordine in cui vengono date le notizie e la manipolazione delle stesse notizie.

Quella che riguarda Israele è frequentemente una disinformazione a tutti gli effetti e a vari gradi. Con il risultato di offrire un atteggiamento di comprensione nei confronti del terrorismo palestinese, fino a diffondere l'idea che terroristi suicidi siano combattenti per la libertà che usano metodi, ma che hanno nobili motivazioni.

Il sionismo e la rappresentazione giornalistica

Il sionismo è il movimento culturale europeo, laico e filosocialista che ha operato a partire dalla seconda metà dell'800 per convincere una parte dell'intelligenza idea al progetto del ritorno: per la fondazione di uno Stato ebraico che fosse patria per chi continuava a correre il rischio di discriminazioni. Israele è un paese sionista.

In molte rappresentazioni giornalistiche si è determinata una visione fondante nella quale Israele incarna la cattiva coscienza politica che non vuole affrontare problemi nella loro complessità. Nel racconto del conflitto si ricostruisce Israele con uno strato cospiratore e violento, assetato di sangue, che ha assunto una ferocia sempre maggiore soprattutto a partire dall'inizio della seconda intifada nell'ottobre del 2000 e da quando come primo ministro è stato eletto nel 2001 Ariel Sharon. Israele è l'unico Stato membro dell'Onu cui non è consentito partecipare pienamente ai lavori delle Nazioni Unite.

I libri degli studenti palestinesi insegnano e predicano l'odio verso gli israeliani, libri di testo spesso finanziati con il tacito consenso dell'Unione Europea. I palestinesi hanno continuato a fronteggiare l'Israele utilizzando due strategie:

  • La strategia legittima dei palestinesi per ottenere uno stato.
  • Quella illegittima che aspira a fare dei palestinesi la falange armata violenta per la distruzione la cancellazione d'Israele.

L'intifada palestinese dell'autunno 2000 viene fatta passare come una lotta contro l'occupazione israeliana dei territori. Dopo l'11 settembre 2001, in media giornalistici italiani hanno continuato a costruire e a diffondere con le loro narrazioni un particolare stereotipo che rappresenta Israele come colpevole dell'intera questione mediorientale, in particolare il carnefice della tragedia palestinese.

Ostilità, ignoranza e disinformazione

La politica israeliana è la vera causa di tutti problemi che affliggono il Medioriente.

Il gap nella costruzione dell'ostilità antisionista

Fra gli Stati arabi che più radicalmente hanno combattuto contro l'entità sionista per la soluzione della questione palestinese, ve ne sono alcuni che praticano da decenni una sanguinosa politica di repressione dei propri cittadini e delle rispettive minoranze etnico-religiose. Non parliamo poi dei diritti civili e umani, di cui i pochi ebrei, qualche migliaio, rimasti nei paesi arabi, pagano duramente l'assenza.

La demonizzazione di Israele è servita alle oligarchie del Medio Oriente per nascondere i fallimenti storici nelle ideologie panarabe, il malcontento per l'ubiquità della giustizia, la mancanza di diritti umani, la povertà e le ineguaglianze sociali, l'assenza di mobilità sociale e la straordinaria longevità del nepotismo. La questione israelo-palestinese è il risultato, non la causa, del conflitto tra israeliani e arabi.

Contro l'entità sionista

La vera causa dell'intera questione è il doppio rifiuto arabo della decisione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947:

  • Rifiuto a riconoscere il diritto di Israele a esistere come stato indipendente.
  • Rifiuto verso la fondazione di uno Stato palestinese.

Il neonato Stato di Israele nel 1948 con la risoluzione 181 del 1947 dalla creazione nella Palestina di due stati indipendenti, arabo ed ebraico, legati da un'unione economica e doganale, con Gerusalemme sotto controllo internazionale per 10 anni. La risoluzione dell'Onu fu accettata dalla parte ebraica. I paesi arabi non vollero rispettare la risoluzione Onu e aggredirono lo Stato di Israele prima ancora che la mezza notte del 14 maggio 1948 ne assegnasse la nascita. Da allora seguirono altre guerre.

La seconda intifada

Nel settembre del 1995 si arriva alla firma dell'accordo ad interim che regola i rapporti fra Israele e palestinesi fino alla futura firma dell'accordo per lo status definitivo. L'accordo prevede la nascita dell'Autorità Palestinese, della polizia palestinese e la divisione provvisoria dei territori.

Il 28 settembre 2000, a seguito della passeggiata di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee, avviene la morte del piccolo palestinese Mohammed Al-Dura, ucciso mentre si ripara stringendosi al padre. L'immagine fa il giro del mondo. La notizia della morte del povero Mohammed non ha mai ricevuto nessuna verifica relativa a come si sono svolti i fatti, alla loro dinamica, al contesto più generale. Rimane un'unica certezza, cioè quella di un bambino assassinato dalla brutalità dell'esercito israeliano. La passeggiata di Sharon era la scintilla che Arafat aspettava per dare inizio alla nuova intifada.

1987-1993: L'intifada palestinese, il cui significato è di rivolta popolare. Arafat vuole presentarsi come il capofila della riconquista della moschea di Al Aqsa, quale terzo luogo sacro dell'Islam. Il riferimento alla moschea evoca forti sentimenti religiosi e crea l'impressione che il conflitto attuale sia una rivolta popolare diretta verso la liberazione di un luogo sacro.

2000: Il vertice di Camp David del luglio patrocinato da Clinton e dal primo ministro israeliano Barak presenta ad Arafat una proposta per porre termine al conflitto:

  • Ritiro completo dai territori e Stato palestinese con capitale nella parte araba di Gerusalemme, condivisione dei luoghi santi e lo smantellamento di tutti gli insediamenti ebraici nei territori.

Arafat rifiuta e rilancia di voler aggiungere alle clausole di pace anche l'impegno di Israele ad accettare il cosiddetto diritto di ritorno entro i suoi confini di milioni di presunti profughi discendenti dagli arabi che lasciarono o furono cacciati dalla Palestina dagli israeliani nel corso della guerra del 1948.

La percezione mediatica del nuovo conflitto

Nei giorni successivi al 28 settembre 2000, gli scontri si intensificarono. È indicativo sottolineare che, mentre nei primi tre mesi vi fu un'alta partecipazione di civili, successivamente il carattere popolare della rivolta si è rapidamente esaurito.

I leader della società palestinese indottrinano giovani ripetendo in ogni occasione la loro approvazione per l'idea del martirio, lo shahid. Tutto ciò glorifica la scelta di morire, motivando e sostenendo giovani palestinesi ad affrontare le forze israeliane per creare una morte eroica.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Strategia della comunicazione giornalistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Scienze Sociali Prof.
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