2 L’economia urbana
Identificare le campagne con l’attività agricola e le città con i settori secondario
e terziario sarebbe sbagliato.
Molte città ospitavano infatti un numero rilevante di agricoltori che lavoravano
le terre dei dintorni o anche gli spazi liberi all’interno delle mura.
Lo status di città non richiedeva, nell’antico regime, grandi agglomerati umani,
ma era riconosciuto a centri con 2000-3000 abitanti.
Erano più che altro elementi come la stratificazione sociale, e l’autocoscienza
dei suoi abitanti a fare di una città, una città.
I settori predominanti erano la lavorazione del legno, dei metalli, del cuoio e dei
pellami, i diversi rami del tessile, la confezione di indumenti, l’alimentazione e
l’edilizia. Ciascuno di questi settori era suddiviso in diverse specializzazioni, i
cui addetti continuavano ad essere organizzati in corporazioni.
Moneta, prezzi, mercato
In Europa, tra il XVI e il XVIII secolo l’economia monetaria era ormai
universalmente diffusa.
Trasporto: il trasporto per via d’acqua, più rapido e più economico , continuò ad
essere preferito soprattutto per le merci ingombranti. Il trasporto via mare era
più veloce rispetto a quello via terra, grazie al perfezionamento degli strumenti
nautici.
Un’importanza crescente vennero assumendo, tra il XVI e il XVII secolo, gli
scambi tra Europa centro-occidentale e orientale attraverso gli stretti che
mettono in comunicazione il mare del Nord con il Baltico.
Protagoniste assolute dei traffici con l’oceano indiano furono le compagnie
privilegiate costruite a partire dal tardo Cinquecento in Inghilterra e in Francia.
Tratti distintivi dell’età moderna, rispetto al tardo Medioevo, furono da un lato
la nascita di un’economia mondiale imperniata sull’Europa, dall’altro lo
spostamento dell’asse dei traffici, percepibile soprattutto a partire dal XVII
secolo, dal Mediterraneo all’Atlantico e ai mari settentrionali.
Rimase invece a lungo inalterato il dominio del capitale mercantile sulla
produzione; a livello teorico, tale supremazia si rifletteva nelle idee economiche
di Adam Smith che è consuetudine raggruppare sotto l’etichetta di
“mercantilismo”.
Di queste idee facevano parte la convinzione che la ricchezza è per sua natura
una quantità statica, e che per averne di più è necessario sottrarne agli altri
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competitori, e l’identificazione della ricchezza stessa con il possesso dei metalli
preziosi.
Gli stati devono dunque fare il possibile per procurarsene attraverso il
commercio con l’estero, favorendo le esportazioni e ostacolando le
importazioni di manufatti, concedendo privilegi e agevolazioni agli operatori,
migliorando le comunicazioni e i trasporti, stipulando trattati di commercio.
3 CETI E GRUPPI SOCIALI
Ordini, ceti, classi. La stratificazione sociale nell’Europa d’antico regime
Fino alla diffusione delle idee Illuministiche la visione della società dominante
era una visione corporativa e gerarchica.
L’individuo non contava per sé, ma contava in quanto membro di una famiglia,
di una comunità.
Tra questi schemi, uno dei più antichi e radicati era quello che concepiva la
società come divisa in tre grandi ordini:
-gli oratores: coloro che pregavano, cioè il clero
-i bellatores: coloro che combattevano, cioè la nobiltà
-i laboratores: coloro che lavoravano per tutti.
Il termine più idoneo a distinguere questi gruppi è “ceto”; per determinare il
rango sociale di un individuo concorrevano infatti la nascita, il ruolo ricoperto
nella vita pubblica, il prestigio e i privilegi.
Questa disuguaglianza era giustificata con l’idea dell’esistenza di una gerarchia
naturale tra tutte le creature, una gerarchia voluta dalla Provvidenza divina.
La visione gerarchica della società era molto radicata in Inghilterra nel
500-600, a tal punto che perfino alle menti più rivoluzionarie come Oliver
Cromwell veniva naturale identificare l’interesse della nazione con la
distinzione di un “Lord”, un “gentiluomo” e un “coltivatore”.
Nobili e “civili”
Nobiltà e clero erano i due ceti meglio riconoscibili anche dal punto di vista
giuridico.
Nobiltà significa in primo luogo ricchezza: una ricchezza basata
fondamentalmente sulla proprietà della terra e alla quale si associano in misura
variabile anche funzioni di giustizia e polizia e un potere esercitato sugli uomini
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all’interno della signoria.
Nell’età moderna si crea una differenziazione tra l’Europa centro-occidentale,
dove il grande proprietario terriero vive di rendita, pagata dai coltivatori delle
sue terre e l’Europa centro-occidentale dove il grande proprietario terriero
sfrutta il lavoro gratuito dei contadini per produrre e vendere sul mercato
nazionale o internazionale.
Ma come si diventa nobili?
Si affermò il principio che era nobile solo chi era riconosciuto per tale dal
monarca. Ciò poteva avvenire o come sanzione di un processo di assimilazione
verificatosi di fatto, in seguito all’acquisto di feudi, a matrimoni nobili,
all’assunzione di un tenore di vita adeguato, oppure come conferimento di un
titolo a compenso di benemerenze vere o presunte di carattere militare o civile,
o ancora, soprattutto in Francia, come premio connesso all’esercizio di elevate
cariche giudiziarie o finanziarie.
Inizialmente questi nuovi nobili erano guardati con disprezzo e sarcasmo dai
rappresentanti della più antica aristocrazia
Il termine “borghesia” non è il più idoneo per designare i ceti intermedi tra
nobiltà e plebe ell’Europa preindustriale, poiché sembra postulare una
coscienza di classe e un’uniformità di condizioni economiche e sociali che
erano lontane dal riflettere la frastagliata realtà di quei secoli.
Un denominatore comune di queste categorie sociali è senza dubbio la
dominante connotazione urbana.
Poveri e marginali
Bisogna partire dalla distinzione di Jean-Pierre-Gutton che differenzia i poveri
“strutturali”, coloro che anche in tempi normali vivono in tutto o in parte di
elemosine, e poveri “congiunturali”, che comprendevano tutti coloro che
ricavavano appena di che vivere dal loro lavoro. (lavoratori manuali).
Il numero dei poveri variava in una data società da poche unità in percentuale
alla metà o ai due terzi del totale.
L’idea di povero subisce una trasformazione:
nel Medioevo egli era circondato da una certa aura sacrale, come controfigura
del Cristo e testimone della condizione precaria dell’uomo; nell’età moderna
invece egli appare come una minaccia all’ordine e alla salute pubblica, come
un potenziale delinquente da scacciare o reprimere.
Questa evoluzione è in parte da ricondurre alla laicizzazione della società, alla
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condanna dell’ozio e all’accento posto sulla vita attiva. In parte fu dovuta
anche al massiccio aumento del pauperismo conseguente all’incremento
demografico.
Al povero residente tende a sostituirsi la figura del vagabondo e del marginale.
Nella prima metà del XVI secolo in almeno 60 città dell’Europa
centro-occidentale si aprirono ospizi generali per rinchiudervi i vagabondi ed
educarli alla religione cristiana.
L’utopia della grande reclusione continuò per tutto il 700, combinandosi con la
fondazione di istituti di ricovero come quelli di Roma, Napoli e Genova, mentre
in Inghilterra si diffondevano i “workhouse” (case di detenzione e di lavoro
forzato).
Ma le iniziative assistenziali non riuscirono a venire a capo di un problema di
tali dimensioni.
4 LE FORME DI ORGANIZZAZIONE DEL POTERE
Stato e stato moderno: problemi di definizione
La novità nell’Europa tra il XIII e il XIX secolo è rappresentata dall’affermazione
di un potere che si proclama superiore a tutti gli altri, il potere dello Stato. Tale
potere si incarna in un primo tempo in un individuo, il monarca o in un ceto
ristretto, ma si viene poi a creare un’entità a sé stante, attraverso un processo
di spersonalizzazione che conosce una decisiva accelerazione con la
Rivoluzione francese.
Fin dal XV secolo si emancipa da ogni autorità esterna e si impone all’interno
come suprema istanza nei confronti degli individui e in tutto ciò che influenza la
società.
Sulla base di ciò i giuristi tedeschi post-hegeliani elaborano una definizione di
Stato moderno che comprende le seguenti caratteristiche o esigenze:
1)un territorio, come esclusivo ambito di dominio
2)un popolo, come stabile unione di persone legate da un solito sentimento di
appartenenza
3)un potere sovrano che:
a. all’interno significa monopolio legittimo della forza fisica
b. all’esterno significa indipendenza giuridica da altre istanze
Potestà assoluta non significa potestà illimitata.
Un primo limite è costituito dal dovere del sovrano di rispettare la legge divina,
e quindi le leggi naturali, come il mantenimento dei patti e il rispetto della
proprietà. Era un’epoca in cui l’autorità del regnante si giustificava ancora sulla
base delle sue origini provvidenziali.
La seconda limitazione deriva dall’esistenza di leggi fondamentali del regno
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che il monarca è tenuto a rispettare (es. ordine di successione, inalienabilità
del demanio territoriale).
Stato per ceti: è il termine solitamente impiegato per definire quelle
informazioni politiche, configuratesi tra il XII e il XIV secolo, in cui all’autorità
del principe si contrappongono assemblee dette variamente “diete”, stati
generali, cortes, parlamenti ecc.., composte per lo più di tre camere
rappresentanti clero, nobiltà e le città.
Fu soltanto la Rivoluzione francese a fare piazza pulita delle istituzioni d’antico
regime e a sgombrare il campo per l’erezione di un edificio politico interamente
nuovo; infatti con la Rivoluzione francese finisce l’antico regime.
E’ giusto parlare di “Stati nazionali”?
In Francia e in Inghilterra lo stato precede la nazione, intesa come una
comunità basata su una lingua, una cultura e un insieme di tradizioni e di valori
condivisi.
Sul continente europeo saranno in sostanza la Rivoluzione francese e il
movimento romantico a portare all’ordine del giorno la costruzione degli stati
nazionali, come dimostrano in primo luogo i casi della Germania e dell’Italia.
L’evoluzione dei criteri di legittimazione: dalla monarchia di diritto divino allo
stato di diritto
Fino al XVIII secolo rimase intatta l’idea di un’origine provvidenziale
dell’autorità politica, istituida da Dio per mantenere l’ordine, proteggere e
propagare la vera fede e reprimere i malvagi.
Una precoce affermazione dell’assolutismo monarchico fu opera della Chiesa di
Roma con la sua struttura piramidale e accentrata, soprattutto a causa
dell’unione nella stessa persona dell’autorità spirituale e della sovranità su uno
stato territoriale.
La simbiosi tra autorità religiosa e potere secolare rimase salda anche dopo la
Riforma protestante, anzi si trasformò in una vera e propria subordinazione
della Chiesa allo Stato nei principati tedeschi e nei regni scandinavi, dove si
affermò la dottrina luterana.
In base a queste premesse era possibile giustificare l’autorità assoluta del
monarca, sia postulare l’esistenza di limiti e vincoli alla sua volontà, a seconda
che la delega dei poteri fosse vista come totale o parziale.
Nel primo caso l’idea più innovatrice fu quella dell’inglese Thomas Hobbes,
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autore del “Leviatano” (1651). Lo stato di natura si configura per lui come una
guerra incessante di tutti contro tutti: l’uomo di Hobbes è infatti un essere
essenzialmente amorale, dominato dalla ricerca del proprio piacere e
tornaconto. Per uscire da questa condizione di precarietà e di pericolo, l’unica
strada è la stipulazione di un patto generale che comporti la rinuncia a tutti i
diritti a favore di un potere supremo, in grado di costringere tutti all’osservanza
delle leggi da esso stesso promulgate.
Si trattava di una visione rigorosamente materialistica e utilitaristica che
escludeva la tradizionale legittimazione del potere in termini religiosi.
Una totale soggezione degli individui alla volontà del monarca era inconcepibile
per il filosofo olandese Baruch Spinoza che interpretava la concessione del
monopolio della forza al monarca come una garanzia per il godimento della
tranquillità e della libertà di coscienza.
John Locke invece argomentò che i diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà
privata sono anteriori al costituirsi della società; la loro tutela deve essere
quindi l’obiettivo principale del contratto che i sudditi stipulano con il sovrano;
il riconoscimento del potere legislativo ed esecutivo al monarca è condizionato
al rispetto di questi diritti e in caso di trasgressione i sudditi hanno il diritto si
sollevarsi e deporre il sovrano.
Molto più influenza diede la teorizzazione della monarchia temperata di
modello inglese ad opera di Montesquieu e l’esaltazione del dispotismo
illuminato da parte di Voltaire.
La concentrazione di tutti i poteri nelle mani di un monarca saggio e illuminato
si giustificava con l’esigenza di combattere i particolarismi e i privilegi di
territori e di ceti: solo chi sta al di sopra di tutti, si sosteneva, può avere una
chiara visione degli interessi generali e agire per il pubblico bene.
In quest’ottica il sovrano appare non più come l’Unto del Signore ma come
primo servitore dello Stato.
Funzioni e articolazioni del potere statale
La polizia, l’istruzione, la sanità, l’assistenza e la regolamentazione del lavoro
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erano compiti svolti dalle comunità locali, dalle Chiese dalle famiglie e dalle
associazioni professionali. Ai governi, sia di natura monarchica che
aristocratica, erano riconosciuti il diritto-dovere della difesa del territorio e
quello dell’ordine e della pace al suo interno: il primo coincideva con gli
strumenti di diplomazia e della guerra, il secondo era concepito soprattutto
come amministrazione della giustizia, cioè come composizione delle vertenze
che potevano nascere tra i singoli o tra i gruppi, in modo da evitare il ricorso
alla violenza privata.
Secondo Max Weber questa tendenza al monopolio della violenza legale è uno
dei caratteri fondamentali dello Stato postfeudale.
Il luogo dove la potenza del re si rende più manifesta è la corte. Una delle
funzioni principali di questo apparato era raccogliere intorno alla persona del re
la nobiltà più ricca e prestigiosa, garantendone la fedeltà attraverso una
distribuzione di favori accuratamente graduata.
Giustizia: era uno degli attributi centrali della sovranità, attraverso la
legislazione, di applicazione del diritto alla giurisdizione, cioè alla risoluzione
delle vertenze civili e alla punizione dei delitti.
Nell’età moderna il diritto del principe impone la propria supremazia su ogni
altro ordinamento, la cui validità viene ammessa solo sulla base della sua
approvazione espressa o tacita. La pluralità e la disorganicità delle fonti del
diritto lasciano infatti ampio spazio alla discrezionalità del giudice nell’applicare
la legge, sulla base di criteri generali come l’equità.
Solo l’Illuminismo giuridico indicò come esigenza primaria la codificazione, cioè
la redazione di un corpo di leggi (civili e penali) organico e del tutto autonomo.
5 RELIGIONE, MENTALITà CULTURA
Religione e magia
Se vi è un elemento comune tra le popolazioni europee alla fine dell’età
preindustriale è la centralità del sacro nelle loro esistenze. La parrocchia
costituiva l’unità di base della vita di tutta l’Europa cristiana.
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Sia il tempo che lo spazio erano profondamente impregnati di valori cristiani: il
calendario annuale era dominato dalle grandi solennità religiose,
dall’alternanza dei giorni lavorativi e di quelli dedicati al Signore.
I tempi della giornata erano scanditi dalla campana della chiesa.
La città era caratterizzata dall’onnipresenza degli edifici religiosi e delle
immagini sacre. Chiese, conventi, cappelle, oratori, edicole, croci, che
costituivano punti di riferimento per il viandante oltreché richiami continui
all’aldilà.
La preoccupazione per il destino ultraterreno delle anime è attestata dalla
rapida diffusione della credenza nel Purgatorio.
L’ossessione della morte era acuita dalla fragilità dell’esistenza, dall’impotenza
dell’uomo di fronte alle malattie, alle carestie, e dall’incapacità della ragione di
spiegare la maggior parte degli eventi: di qui il ricordo alla religione, in
funziona propiziatoria e consolatoria.
Non solo i santi venivano invocati per proteggere i fedeli, ma anche i poteri
magici erano spesso attribuiti al prete o al frate come partecipe della sfera del
sacro.
Ma si pensava che anche altri individui avessero queste facoltà soprannaturali
ma essi erano messi in rapporto con la presenza del Maligno nel mondo.
Si credeva che streghe e stregoni dovessero i loro poteri a un patto stipulato
con il diavolo.
Benchè fosse iniziata ormai da tempo, la caccia alle streghe raggiunse il
culmine tra il 1580 e il 1660 in coincidenza con il prevalere in Europa di un
clima di paura, sospetto e intolleranza che si espresse anche nella
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