AA.2016/2017 PROF. SSA ELVIRA MIGLIARIO
STORIA ROMANA, APPUNTI: L’IMPERO
Da secoli si studia lo sviluppo di Roma. Nella Storia Romana vi sono tutte le storie: ciascuna esperienza
storica che ha segnato l’Occidente negli ultimi 2000 anni si è ispirata alla storia di Roma. L’analisi storica è
nata sulla base dell’esempio degli antichi, sicché la tradizione bibliografica è enorme. La storia occidentale
si basa in massima parte sulla tradizione storico-politica di Roma.
Sulla storia di Roma si è riflettuto sempre per la consapevolezza della straordinarietà di quell’esperienza.
Benedetto Croce dice che la storia è un eterno presente, perché non si può pensare alla storia del passato
liberandosi dalla contemporaneità: ogni studioso ha letto la storia di Roma in base alla propria modernità;
la sensibilità moderna permette di evidenziare particolari aspetti del passato, ma non tutti. Oggi il trend che
va per la maggiore è la globalizzazione nell’ambito romano, perché è qualcosa che coinvolge il nostro
tempo, ma anche le questioni legate all’identità etnica o ai flussi migratori. L’esperienza del passato è stata
dunque interpretata in ogni epoca per chiarire il proprio presente. La storia del passato non è dunque mai
scritta una volta sola.
Questo aiuta a capire come mai il XVIII secolo, che ha portato ad una crisi delle monarchie assolute
(Rivoluzione Americana e Francese), guardi al mondo romano e alla sua Repubblica per trovare un esempio
che non sia una monarchia assoluta. Anche Niccolò Macchiavelli che si era posto la questione del potere
guardava all’esperienza repubblicana romana per trovare degli appigli teorici all’idea di potere che stava
sviluppando (vedi “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”). C’era si l’esperienza della democrazia
ateniese, ma era troppo radicale e se ne intuiva la debolezza. Anche nel mondo americano troviamo
riferimenti al mondo romano e greco: la sede del potere è Capitol Hill (dal ricordo del Campidoglio) ed il
potere è affidato al Senato. Anche Johann Joachim Winckelmann rivalutò il classicismo e grazie a lui si iniziò
a costruire gli edifici costituzionali facendo riferimento all’architettura greca (colonne e capitelli), che si
ritrova anche negli edifici istituzionali americani. È qua che nasce l’idea che il mondo antico sia bianco, per
la bianchezza dei marmi di questi palazzi, ma probabilmente era molto colorato, come per esempio l’India.
Ma nel 1700 si pensa che il mondo antico sia fissato dal candore, ma è un’interpretazione che si dà di quel
mondo in quel secolo. La Repubblica Romana è l’unico esempio che l’Europa abbia di una forma di governo
non monarchica.
Edward Gibbon è il primo che si occupa della “Crisi e della caduta dell’Impero Romano”. Egli è un anglicano
che in vecchiaia si converte al cattolicesimo: è importante perché egli ritiene che è a causa
dell’affermazione del cristianesimo che cadde l’Impero Romano. A noi interessa sapere perché negli anni
’70 del 1700 un intellettuale e politico come Gibbon si preoccupi di quella realtà: l’Inghilterra di quegli anni
stava costruendo un Impero di cui però gli intellettuali sentivano la debolezza. E infatti poi le colonie si
staccheranno dall’Impero. Gibbon quindi cerca delle linee guida nel mondo romano per la sua epoca, per
esempio sul perché gli imperi si disgregano.
L’inizio del XX secolo è stata l’epoca in cui si è avvertita in maniera diffusa la crisi degli imperi. Crollano
infatti: l’Impero ottomano, asburgico o austrungarico, russo e tedesco. È il mondo che va in pezzi. E non a
caso la riflessione più acuta e profonda sulla caduta degli imperi inizia proprio in quegli anni lì. Ed è un russo
di origini borghesi, travolto dalla Rivoluzione d’Ottobre – Michail Rostovcev – che parla del crollo
dell’Impero sovietico dandone un’interpretazione che viene dal suo vissuto: quella cultura era relegata al
mondo delle città, mentre le masse erano escluse da quel livello di civiltà per arrivare alla quale l’umanità
ha impiegato più di un millennio. Le masse che non avevano avuto accesso a quella cultura l’hanno travolta
– ma è chiaro che lo studioso abbia in mente la Russia di fine Ottocento. Da qui altre opere portarono ad un
filone, detto Auslöschung (“Distruzione dei migliori”), su come le classi più abbienti siano state travolte. 1
La riflessione sul perché un Impero cade ha pervaso la cultura europea della prima metà del 1900. È un
argomento che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro in tutti gli ambiti. La discussione sull’impero, che
appartiene al filone della Storia della ricezione, si interroga su cosa abbiamo recepito dalla storia. E in
questo filone rientrano anche i film, per esempio Il Gladiatore, in cui è interessante vedere cosa è stato
ripreso da autentico dalla storia. Per esempio, in una scena del film, c’è una riproduzione perfetta di una
parte della Colonna Traiana, nella scena di battaglia iniziale. La colona traiana racconta la conquista della
Dacia da parte di Traiano, in cui dovevano essere contenute le sue ceneri. L’autore è anonimo, e anche i
membri della bottega. Quindi in una parte il film si è tenuto vicino alle FONTI.
Le FONTI sono testimonianze di chi ha vissuto quella determinata parte di storia:
Opere storiografiche: gente che racconta la storia del suo tempo. Dobbiamo avere un approccio
cauto a queste perché l’800, l’epoca del positivismo, ha aperto un divario tra noi e il passato
adottando il metodo scientifico. Questo perché il metodo scientifico veniva applicato a tutti i campi
di studio, anche la sfera umanistica deve avere delle basi scientifiche. È la grande scienza tedesca a
portare avanti questa convinzione. Le opere che noi studiamo derivano da questi studi e
dall’Accademia delle Scienze di Berlino. La sistematizzazione del sapere è perseguita dai tedeschi
che dettano le regole, sicché per l’archivistica abbiamo il passaggio dallo studio antiquario a quello
scientifico del passato, quindi alla Scienza storica.
Il pensiero del 1900 ha rovesciato molte di queste certezze, per esempio questa: per sapere cosa è
successo all’epoca dell’imperatore Tiberio non è più sufficiente leggere Tacito dopo che questo è
stato emendato da eventuali omissioni e aggiunte ed errori commessi dai copisti. Noi sappiamo che
Tacito, scrittore degli “Annales” – che partono dal settembre dell’anno 14 d.C. (dopo la morte di
Augusto), quando invece l’autore è vissuto tra il 60 e 120 d.C. Come faceva a sapere certi dettagli,
come il commento alla morte di Augusto del popolo e di quelli che non lo conoscevano? Il
problema che deve porsi uno che studia Tacito è: quali erano le sue fonti? La grande scienza
tedesca, che ha fatto edizioni critiche di TUTTO quello che l’antichità ha sviluppato, ha dato vita alla
Ricerca o critica delle fonti. Si scoprì che Tacito faceva riferimento a fonti contemporanee al
momento narrato da Tacito, perciò può essere considerato veritiero. Anche per Catullo è così, che
si rifà a tutta la tradizione greca precedente e che addirittura traduce Saffo.
“Totalità e selezione nella storiografia antica”: opera di Luciano Canfora che si sofferma su come
colui che si approccia alle fonti, scelga quelle che rendono di più l’idea che vuole dare l’autore.
Perciò non è detto che le opere storiografiche del passato siano sempre veritiere, nella maggior
parte dei casi c’è stata una selezione.
“Ab urbe condita” di Livio, con la chiusura del tempio di Giano e la fine delle guerre civili con
Augusto, che ripristina la proprietà privata etc. Livio, che è considerato come lo storico del regime,
ma è in realtà assolutamente critico: le pagine in cui dice che il meccanismo dell’Impero è talmente
grande da essere ammalato delle sue dimensioni fanno riflettere sul fatto che già all’inizio
dell’Impero si nutrivano diffidenze sul fatto che l’Impero Romano potesse tenersi in piedi. Quindi la
domanda non è perché l’Impero Romano è caduto, ma come ha fatto a stare in piedi. È l’archetipo
dell’Impero più grande che è durato più a lungo. Solo l’Impero britannico era più grande, ma è
durato meno.
Livio scrive “Ab urbe condita”: 21 aprile del 753 a.C. (data escogitata da Varrone, che lui calcolava
sulle Olimpiadi secondo il sistema di datazione del mondo greco). La prima olimpiade fu nel 776
a.C. per i greci, e da qua contavano gli anni. A Roma la datazione era stabilita con i magistrati
eponimi, ovvero i consoli. Quando Livio scrive nel 25 a.C. i calcoli di Varrone non sono ancora stati
adottati, perché egli fornisce un'altra data per la fondazione di Roma. Livio pretende di raccontare
cose successe 700 anni prima. Quindi le notizie da dove le ha prese? Il problema se lo era posto
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anche Livio, perché i suoi primi 5 libri sono dedicati all’età delle origini, per cui con 5 libri copre 400
anni, fino alla presa dei Galli: un episodio drammatico nella storia dei Romani (perché Roma era
stata conquistata) che secondo Varrone risalirebbe al 390 a.C., secondo altre cronologie nel 387
a.C. Livio nel secondo proemio all’inizio del sesto libri dice che tutto quello che ha scritto non
poggia su nessuna documentazione scritta, perché all’epoca si scriveva poco e perché all’epoca i
Galli avevano bruciato il Campidoglio. È una scusa per il fatto che Livio non ha trovato fonti di
riferimento.
Fabio Pittore è il primo storico romano e parla delle guerre galliche collocate tra le due guerre
puniche, un evento poco conosciuto. Esse però, per noi italiani del nord, sono episodi fondanti il
Nord Italia. Fabio Pittore è stato console negli anni 20 del II secolo a.C. e ha combattuto contro i
Galli. È in queste guerre che Roma conquista Mediolanum. Fabio Pittore è un esponente della gens
Fabia, presenti sin dal V secolo a.C. (informazioni risalenti agli archivi familiari delle gens romane, e
siccome c’era il controllo sociale dei parii non era possibile dare informazioni false). Fabio Pittore è
chiamato così perché quando cessa di fare vita politica e militare attiva si dedica alla pittura.
Storia in romano si dice “res gestae” cioè “le cose fatte”: sono le azioni compiute da uomini politici
e militari. Sono persone che raccontano cose che conoscono perché sono stati coinvolti, storia
politica e storia militare. La nostra idea della storia si è però enormemente ampliata: la storia non è
solo politica e militare, ma anche storia delle società, delle donne, dei popoli… Il nostro orizzonte è
profondamente cambiato, per noi la storia non è più res gestae. Anzi, la microstoria aiuta a
comprendere meglio le società rispetto alla macrostoria dei grandi fatti. Per questo noi siamo
disperati quando ci mettiamo a cercare informazioni su altri argomenti della storia romana, perché
non ce li forniscono. Ci danno solo le res gestae. Quindi il mondo romano guarda a Fabio Pittore
come modello storiografico, che tra l’altro scrive in greco.
Gli storici che noi leggiamo dipendono sempre da storici precedenti che hanno narrato cose di cui
erano stati testimoni, o che a loro volta si appoggiavano su queste testimonianze contemporanee.
Però noi abbiamo perso queste fonti. La prima storia di Roma viene scritta attorno al 220 a.C.,
quello che è successo prima viene messo assieme con delle fonti di cui i romani stessi dubitavano
(vedi Livio).
Epigrafia: è l’insieme dei testi scritti su materiali non deperibili, incisioni su pietra e metallo.
Provengono da tutto il mondo romano e si è parlato di una Civiltà della pietra scritta per quei 300
anni in cui si scriveva in questo modo e su questi materiali. Persino Trento aveva questi messaggi
pubblici scolpiti su metallo e su pietra. Anche per la parte privata abbiamo informazioni, come le
iscrizioni sulle lapidi. Tutte le più importanti novità ed avanzamenti sulle conoscenze dell’Impero è
dovuto alle scoperte epigrafiche. L’ultimo ritrovamento importantissimo è stata un’iscrizione
ritrovata in Spagna incisa su bronzo che riporta la sentenza con coi il Senato condanna per altro
tradimento Gneo Pisone (20d.C.). L’Impero ha tremato per questo evento: l’Impero di Tiberio ha
vissuto una crisi grandissima e ce ne racconta Tacito. È uno dei casi in cui capiamo come Tacito si
approcciava alle fonti: essendo un senatore aveva accesso ai verbali del senato, perciò aveva letto
quella sentenza incisa e diffusa poi in tutto l’impero.
Numismatica: sulle monete ci sono sempre parole scritte, ma anche un’iconografia.
Papirologia: la maggior parte dei papiri di età imperiale che noi abbiamo proviene da un’area
dell’Egitto che si chiama Pallium e che per le condizioni climatiche particolari si sono conservati.
Informazioni economico-finanziarie molto importanti.
Reperti archeologici: per l’Impero Romano l’archeologia ha davvero fatto la differenza, perché il
volume complessivo di ciò che è stato trovato consente ragionamenti di scala: per le età più antiche
conosciamo, per esempio per la metà del 700 a.C. conosciamo un centinaio tipo di vasi in tutto, nel
II secolo d.C. ne conosciamo migliaia: volume commerciale enorme. Il volume delle anfore ci dicono
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inoltre quanto era lungo il viaggio per esempio. Esempio citato da Momsen l’Africa settentrionale
tra III-IV secolo d.C., quando essa diviene il territorio più ricco di tutto l’impero, che produce la
maggior quantità di olio etc.
Non si fa storia senza le fonti, tanto più per società così lontano da noi.
Poi noi dobbiamo stare attenti alle BANALIZZAZIONI: gli antichi non erano come noi. Erano società
enormemente distanti da noi, sono società premoderne e la modernità ha creato una frattura di sale che ci
ha allontanato enormemente da quelle società, e la post modernità ancora di più con il digital divide. Le
società antiche sono società conservatrici in cu il parere dell’anziano è fondamentale e che, dal momento
che l’età media è 32 anni, fa sì che l’anzianità sia considerata un’esperienza ecc.
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Tutti gli esperimenti (esperienze) statuali sovrannazionali negli ultimi 2000 anni dell’Occidente si sono
confrontate col modello dell’Impero Romano. Al di là delle riflessioni storiografiche e politiche ci sono state
anche fruizioni parallele dell’Impero – ricezione di temi argomenti modelli desuntiti dall’IR ed usati nella
cultura popolare in modo non specialistico, ad esempio nella cinematografia degli anni ’30 e ’40 (filone
detto del peplum), che non ha riguardato solo il mondo romano (vd. 300). C’è un filone anche sul mistero
degli etruschi, basato anche sulle graphic novel e sui fumetti.
Tutti questi argomenti che sono entrati nell’immaginario collettivo.
Ma impero cosa vuole dire?
Deriva da una parola latina, imperium, parola collegata alla radice imp- al verbo imperare. L’imperium è la
facoltà, prerogativa, di comandare (imperare) su cittadini di Roma e su non cittadini soggetti al suo potere a
seguito di un atto di conquista o di un accordo diplomatico. È il potere di emettere enunciati autoritativi
che devono essere obbediti. Fa parte del lessico latino più antico.
1. Tale potere veniva conferito ad una o più persone designate da un’assemblea all’inizio della storia
della città. Secondo uno schema i cittadini maschi adulti erano divisi in gruppi detti curiae, da cum –
viri. Vir- rimanda a virtus, che è l’insieme delle abilità e competenze di un vero vir – valore militare e
politico di un uomo dunque.
Sono divisi in curiae per fornire uomini al primo esercito della città – 3000 uomini, 100 per ognuna
delle 30 curiae. Dunque ogni uomo delle curiae ha l’età per andare sotto le armi oppure lo è stato:
la base di tutta la storia costituzionale di Roma è l’identità tra cittadino e soldato. Per questo la
guerra è il valore, per questo Roma è maschilista e militarista. La guerra è la prima fonte di
sostentamento della comunità – rapina, conquista, etc. Sono comunità di pastori con attività
agricola limitata a terreni non estesissimi con scarsità di terre e terreno (Catone: ha passato
l’infanzia ad pastinandum, da pastinare, ovvero togliere le pietre dal terreno per coltivarlo). La
guerra porta altra terra.
I cittadini maschi adulti in grado di portare le armi devono designare un leader, un capo, con facoltà
di comandarli – l’imperium. È conferito da un gruppo che ha pari diritti, che delega uno di loro e gli
affida il comando di una spedizione militare. Senza se e senza ma: l’ordine non si discute.
Uno dei diritti fondamentali del cittadino romano è che se condannato a morte può ricorrere
all’appello: una delle magistrature ha prerogativa di intercessio, ovvero chiedere la revisione della
condanna a morte. Ha sempre diritto alla provocatio, ovvero essere ri-giudicato e vedere
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commutata la sentenza capitale in esilio. (Cicerone accusa Verre di condannare a morte cittadini
romani in Sicilia) (Paolo si appella al governatore, e poi all’imperatore – e per questo condotto a
Roma).
Per questo l’imperium è tanto importante: si sospendono le garanzie, si mettono nelle m
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