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Tridentum viene costruita perché Verona era troppo a sud rispetto al mondo germanico. Per questo la città

dev’essere per forza successiva al 20 a.C., anche perché, secondo l’iscrizione di Trento, nel 23 a.C. c’era un

legatus, che sta in provincia – la città sarà successiva. L’Italia finiva con Bolzano: tra Val Venosta e Val Isarco

iniziavano le province.

Quando muoiono Gaio e Lucio, però, Druso è già morto. Infatti muore nel 9 a.C. a Mogontiacum (attuale

Magonza), sede del comando della flotta del Reno, fondata da lui. Muore a seguito di una ferita riportata

durante un’esercitazione.

Druso aveva sposato Antonia, figlia di Marco Antonio ed Ottavia, dai quali nasce un maschio, che si chiama

Druso Germanico (perché nel 12 a.C. aveva vinto in Germania e riceve un cognomen ex virtute, in seguito al

trionfo – il primo fu Valerio Messalla, che aveva conquistato Messina, poi giunsero Scipione l’Africano etc. –

ed era trasmissibile ereditariamente). Sposerà Agrippina.

Per questo la dinastia viene chiamata Giulio Claudia. Morto Druso, Augusto chiama Tiberio, che aveva

sposato Vipsania, figlia di Agrippa. Ne era innamorato, ma viene costretto a divorziare da lei e sposare

Giulia. Non avranno figli. Giulia muore in esilio.

Da qui nacquero due partiti: uno attorno a Livia, l’Augusta che rimarrà vedova nel 14 a.C., e suo figlio

Tiberio; l’altro fondato da Agrippina, l’unica ad avere nelle vene sangue di Augusto.

Nel 14 d.C. dunque Tiberio viene acclamato Imperator. Per diventare Princeps infatti bisogna essere

acclamati con l’ovatio. Le uniche truppe a Roma sono le truppe pretoriane, 11 coorti, almeno 4-5 delle quali

d’istanza a Roma per guardia del principe.

Dopo serve la ratifica del Senato, attraverso il quale assume la tribunizia potestas.

Il giorno stesso della morte di Augusto un manipolo di soldati va ad uccidere Agrippa Postumo, perché non

fosse strumentalizzato.

Agrippina diventa madrina degli eserciti, perché segue il marito in missione. La città fondata dal padre

Druso si chiamerà Colonia Iulia Agrippina, odierna Colonia. Il figlio viene travestito da centurione, per

trasformarlo in mascotte dell’esercito: messi gli stivaletti, i caligae, viene soprannominato Caligola.

-

A partire dal 23 a.C. Augusto ha la possibilità di intervenire in qualunque ambito di governo: inizia una

riorganizzazione territoriale del dominio di Roma nel Mediterraneo. Accostandoci allo studio dell’età

augustea, non dobbiamo pensare solamente ad una lotta per il potere, al conflitto tra war lords perché ne

rimanga solo uno: a seguito di tutto questo si ha una riorganizzazione del mondo del tempo che viene

programmata ed iniziata da Augusto e la sua cerchia, ed implementata e portata a compimento nei 50 anni

successivi dai suoi successori, ma è anche un sistema che darà soluzione ai problemi che hanno comportato

la caduta della Repubblica e daranno una stabilità plurisecolare all’Impero. Il compimento di tutto ciò si

avrà con gli Antonini: i primi due secoli sono detti periodo del principato; nel III secolo il mutamento del

contesto storico porterà ad una crisi profonda che sembra portare al disgregamento. Invece condurranno

ad un nuovo sistema, che reggerà ancora per 200 anni.

La crisi della Repubblica Romana è anche una crisi della classe dirigente: un gruppo di esponenti di famiglie

di antica tradizione governativa non era stato in grado di affrontare la dimensione della nuova repubblica

romana. La piccola entità statuale non può vedere applicato il suo modello ad una realtà mondiale.

Fino ad allora avevano governato gli esponenti della nobilitas, ovvero l’insieme delle famiglie gli antenati

delle quali avevano governato lo Stato, ed erano dunque conosciuti. Si diventa nobilis perché la propria

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attività politica e militare dà il prestigio. Metà degli abitanti però erano ormai discendenti da senatori;

oltretutto c’è la falcidia delle guerre civili che depaupera l’aristocrazia romana.

Nel 29 a.C. Augusto fa una lectio senatus, ovvero un’importante procedura che permette di scegliere le

persone che faranno i senatori. Il Senato di Cesare era arrivato a comprendere 600 senatori, ma dopo le

guerre era stato dimezzato – gli 11 cesaricidi, Filippi, Azio. Oltretutto ci sono state le proscrizioni. Augusto

dunque pone persone che sono parvenue, senza passato, ma che nella Guerra Civile si sono posti a favore

di Augusto, oppure persone che prima erano schierate dalla parte di Marco Antonio e poi hanno cambiato

fazione (come Munazio Planco). È ovvio allora che nel 27 a.C. il Senato dia tutti i poteri ad Augusto.

Però dopo Brindisi, dichiarate finite le proscrizioni, tutti i sopravvissuti possono tornare e vengono

reintrodotti nella classe dirigente. Così facendo viene integrata al nuovo regime: inserita nel nuovo Senato.

Fino a Cesare, tutti i senatori erano romani. Quindi il Senato era fortemente legato a Roma, al Latium. Con

Cesare inizia ad entrare il primo senatore non romano – Cornelio Balbo, spagnolo di Cadice. In seguito altri

italici divennero senatori, perché schierati dalla giusta parte.

Però per governare un Impero di tale dimensioni il Senato non basta. Dove trovare altre persone?

Augusto valorizza un’altra fascia di individui di stirpe romana: gli equites, i cavalieri. In età

tardorepubblicana erano persone abbienti ma non incluse in Senato, perché non appartenenti all’élite

romano-laziale né avevano antenati illustri. Augusto fissa che per essere eques bisogna avere un patrimonio

di 500mila sesterzi, per essere senatore 1 mln. Ma alcuni equites hanno l’appalto delle miniere d’argento di

Spagna (il più famoso è Seneca, della famiglia degli Annei): sono più ricchi dei senatori. Dunque gli equites

sono i ricchi di famiglia non senatoria. Però gli equites potevano, a differenza dei senatori, dedicarsi alla

mercatura, ovvero potevano investire somme di denaro in mercanzie trasportate su navi o simili. I senatori

lo facevano comunque, con prestanome, anche se la regola era stata messa per evitare che i senatori, visto

il loro status, facessero investimenti rischiosi.

Ogni 5 anni i censori (due, in carica per sei mesi, che controllavano le liste di tutti i cittadini e la loro

capacità patrimoniale) dovevano valutare anche le liste dei senatori, guardando se si erano creati dei vuoti

ed a quel punto riempirli con nuovi senatori, e cacciando i senatori finiti sotto la soglia di reddito minimo o

che si fossero macchiati di gravi colpe. Quest’attività si chiamava lustratio, ovvero ‘pulizia’ delle cariche (da

qui il nostro lustro, ovvero 5 anni). Da qui si comprende perché Augusto volle anche la carica di censore.

Insomma, siccome il Senato non bastava, attinge anche agli equites, dando loro anche funzioni governative.

Il geografo Strabone (che scrive tra Augusto e Tiberio) parlando di Padova dice che vi sono 500 equites

(essendo la capitale del Veneto, forse parlava di tutta la regione, non solo della città): è importante, perché

da Padova non giunsero senatori.

Il problema principale tra Roma e province erano i pubblicani, che aumentavano di troppo le tasse. Tutte le

riscossioni delle imposte, per evitare abusi e ritorsioni, vengono allora affidate agli equites.

Il cursus senatorio

Con Augusto, un giovane di famiglia senatoria, se voleva iniziare il cursus honorum, doveva partire da

alcune cariche.

Inizialmente aveva il tribunato militare laticlavius, ovvero un ufficiale delle legioni, chiamato così perché i

senatori avevano una toga di lana bianca con una striscia rossa, abbastanza larga (nome usato per

distinguere quella stretta degli equites, che erano tribunus angusti clavius, perché angustus è stretto). In

ogni legione ce ne erano 5: le legioni erano di circa 5mila uomini, quindi mille uomini a testa. 28

In seguito doveva ricoprire una delle cariche che formavano il viginti viratum (venti uomini):

- Dieci uomini erano viri stlitibus iudicandis, ovvero formavano un collegio giudicante per liti e

controversie

- Un triumvirato formato dai capitales, ovvero erano assistenti ai procedimenti che portano alla pena

capitale

- Un triumvirato formato dai monetales, ovvero preposti alla funzione di fusione di oro, argento e

bronzo (aere argento auro flando ferundo) per fare le monete emesse dal Senato (non dal

principes)

- Un quattuorvirato formato da viri viarum curandarum, ovvero coloro che coadiuvavano gli edili, per

la manutenzione delle strade di Roma.

Ogni anno dunque erano disponibili 20 giovani per entrare in Senato. Sotto i Flavi, che sono la dinastia di

imperatori che assumerò il potere negli anni 60 del I sec. d.C., si invertono le cose: prima la carriera a Roma

e poi la carriera militare.

Successivamente si può partecipare all’elezione da questore, con una 20 di posti disponibili per giovani di

minimo 25 anni. Non erano tutti uguali:

- A Roma vi era il quaestor urbanus, che faceva le veci del tesoriere del Senato.

- Un quaestor principis, colui che fa da portavoce del principe al Senato.

- Un quaestor consulis, colui che fa da portavoce del console al Senato.

Ogni governatore ha il suo questore. Per entrare in Senato bastava essere stato questore: ma il prestigio

era minimo.

Dopo si poteva diventare tribuno della plebe (10 posti disponibili): per chi non è di famiglia patrizia, serve

per essere edile; per chi è patrizio, può passare direttamente alla candidatura da edile.

Dunque passava ad essere edile. Gli edili erano sei, ed avevano la supervisione di tutto ciò che veniva

costruito, celebrato o organizzato a Roma – in origine servivano per la costruzione degli edifici di culto, da

aedes, tempio. Poi si erano estesi alle feste del tempio, poi anche ai ludi. Era la carica migliore per farsi

notare dalla popolazione in vista dei comizi: Cesare si indebitò per miliardi di sesterzi, rendendo necessaria

la Campagna di Gallia per sistemare i conti. Per accedere alla prima magistratura fornita di imperium

bisognava essere stati edili.

La prima magistratura con imperium era la pretura. Il numero varia da 10 a 18 a seconda degli anni, ed ha

come età minima 30 anni. C’erano diversi tipi:

- Praetor urbanus, a Roma, che amministrava le cause giudiziarie che coinvolgevano cittadini romani

- Praetor peregrinus, amministrava la giustizia in cause ove almeno una delle due persone in lite era

di cittadinanza non romana

- Praetor aerari, sovrintendente delle casse dello Stato, che aveva alle proprie dipendenze il quaestor

urbanus

Il magistrato che celebra e condanna cittadini romani in processi deve avere l’imperium. Alla fine di

quest’anno di pretura, con la prorogatio dell’imperium pretorile, l’uomo poteva essere legatus legionis,

ovvero comandare in capo una legione – delegato, perché il vero comandante è il princeps. 29

Oppure può governare una delle provinciae non pacatae col titolo di legatus Augusti propraetore

provinciae X (nome della provincia), ovvero il delegato dell’Imperatore (dell’Augusto) con poteri

propretorili per la provincia X – ma solo se la provincia ha una sola legione, come ad esempio la Tracia

(parte europea della Turchia odierna). Stessa cosa per una provincia del Senato. Interessante che un ex

pretore che andava a governare una provincia del Senato era detto proconsole.

Dunque si giunge al consolato. Spesso il primo consolato è suffectus, ovvero sostitutivo, al metà anno

perché un posto si liberava: perché, siccome non bastavano due ex consoli ogni anno, i primi due consoli

dell’anno (gli ordinari, che davano il nome all’anno) si dimettevano dopo tre mesi, e subentravano due

suffecti.

I consoli in uscita avevano la prorogatio dell’imperium, per andare in una provincia – che non è

necessariamente una regione, ma è soprattutto una sfera, un ambito del potere. Una di queste è la cura

aquarum, ovvero la cura degli acquedotti – importantissimi, perché il mondo romano è il mondo dove

viene condotta l’acqua, con fontane ed acqua corrente; idem per la provincia viarum curandarum, cura e

manutenzione delle strade consolari, che partiva da Roma e costituiva la spina dorsale dell’Italia e delle

province. Oppure in Provincia d’Asia (Anatolia, odierna Turchia) o in Provincia d’Africa(territorio di

Cartagine con attaccata la Numidia, quindi Marocco – Tunisia – Algeria). Solo in queste province vanno ex

consoli: nelle altre si va col titolo di propretore, perché in ogni caso il legatus Augusti era la carica più

ambita: perché un ex console non può essere chiamato proconsole dell’Imperatore? Perché l’unico ad avere

l’imperium consulare sulle province dell’Imperatore è solo l’Imperatore. Il legatus deve stare un gradino

sotto.

Oltretutto, un governatore di una provincia da tre legioni (es. la Britannia) ha anche le truppe ausiliarie,

formate da provinciali: quel governatore dunque guida circa 30mila soldati.

Il praefectus urbi era un’altra carica importante, riservata ad un senatore (perché il Senato è la memoria

storica di Roma, è l’organo di stabilità governativa). Era il responsabile dell’ordine pubblico e della vita della

città. I prefetti però di solito sono membri della classe equestre, tranne il praefectus urbi.

-

Grazie all’introduzione degli equites nella classe dirigente, quest’ultima diventa internazionale. La dinastia

giulio-claudia è tutta discendente da nobili ed aristocratici; la dinastia dei flavi è più borghese. Tito Flavio

Vespasiano viene dalla Sabinia, da un paese vicino Rieti, e suo padre era un eques – lui e suo fratello sono i

primi ad entrare in Senato. Traiano è nato in Spagna, da famiglia di immigrati italici; nel 193 Settimio Severo

è discendente da famiglia berbera in Africa, all’incirca in Libia.

Si ha dunque un’unità culturale e linguistica, che permette di inserire altri elementi dell’Impero ma esterni

a Roma.

Il figlio di Bruto diviene console, e nel 29 a.C., essendo proconsole, va a governare la Provincia d’Asia. Un

caso emblematico di reintegro di sopravvissuti alle proscrizioni nella classe dirigente.

Il cursus equestre

Nella riorganizzazione attuata da Augusto i praefecti sono tutti equites, a parte il Prefetto di Roma, che

dev’essere un senatore, ex console. 30

Anche per gli equites si studia un percorso per alternare servizio militare o civile. Tuttavia vengono

assegnati alle ali ed alle coorti: sezioni delle truppe ausiliarie, dunque di provinciali, delle varie aree

dell’Impero.

Si parte con una milizia equestre di tre anni, un anno per funzione:

- Prefetto di coorte

- Tribuno militare angusticlavio, ma uno solo per legione. L’ufficiale di una coorte o di un’ala era un

praefectus, perché il tribuno rimaneva sempre nella regione.

- Prefetto d’ala

- (talvolta) Prefetto di un’ala di mille uomini

Poi passava alle procuratele, ovvero gli uffici amministrativi finanziari, che prendevano il nome dallo

stipendio annuo. Ce ne sono di finanziarie, come negli uffici centrali a Roma; governatori, che governano le

province più piccole (come le province alpine o la Giudea). In età Antonina verranno fissati in base al

compenso: da qui nasce uno Stato, perché ha una burocrazia, e stipendi in base alle funzioni. I procuratores

non sono solo a Roma o in diramazioni periferiche di questi stessi uffici: quando un governatore va in

provincia, si porta dietro un questore, ma solo in province del Senato. Nelle province del princeps invece i

responsabili delle riscossioni delle tasse sono i procuratori, perché le tasse che da lì si ricavavano servivano

per mantenere le truppe di stanza in quella provincia. Sono dunque dei funzionari che fanno gli interessi del

princeps, che è responsabile titolare della regione.

Anche perché le proprietà imperiali crescono sempre più. Solitamente grazie al diritto di conquista – il

popolo romano, secondo il diritto di guerra, è proprietario di ciò che conquista. Ma un protocollo

precisissimo divideva tutti i beni: tra i beni dell’Imperator stava proprio parte del territorio conquistato.

Ne è esempio che risale alle Guerre Alpine ciò che c’è scritto nella Tavola di Cles. Scoperta nel 1869,

pubblicata da Mommsen, è un’iscrizione su bronzo, emessa dalla Cancelleria dell’Imperatore (Claudio in

questo caso), di fattura risalente a Roma (Lazio o simili), sulla cui seconda metà tramite un edictum viene

riconosciuta la cittadinanza romana ai valligiani a pari con gli abitanti del municipium di Tridentum. La prima

metà riguarda invece una serie di piccole controversie nell’area della Val Bregaglia, alle spalle di Como, sul

confine italo svizzero. Gli abitanti della valle litigavano con quelli di Como per ilpossesso di alcuni pascoli: si

passa ad una causa legale, e si scopre che l’Imperator è il vero proprietario, per eredità dai propri

predecessori. Dunque i pastori, per usare tali terre, dovevano pagare un canone, che sarebbe stato raccolto

dai procuratores.Tra gli abitanti della Valle di Non e quelli di città non ci sono differenze culturali: nessuno

s’era accorto che non fossero cittadini romani, tant’è che alcuni di loro sono diventati persino ufficiali

pretorili. Claudio li accoglie dunque come cittadini.

Ci sono tanti diversi procuratori:

- negli uffici finanziari, a Roma o nelle capitali provinciali;

- che si occupano dei beni dell’Imperator;

- che diventano governatori di piccole entità provinciali senza legioni;

- di status servile o libertino, perché procurator significa amministratore di beni, quindi anche gli

intendenti di una certa proprietà venivano così chiamati.

Dopo che un eques aveva superato i vari scalini del cursus,poteva provare ad avere accesso a cinque cariche

di prestigio pari a coloro che erano governatori di una provincia con legioni: le cinque grandi prefetture.

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L’unico prefetto senatore è quello di Roma: altrimenti è sempre un eques. I prefetti hanno un momento di

grande visibilità proprio in età augustea: nonostante lo slogan fosse pax augusta, fu un periodo di continue

guerre di consolidamento o completamento di conquiste non portate a termine. Il mantra di Augusto era la

risistemazione, perché in fondo la Repubblica è crollata per una situazione non stabile.

Quando vengono conquistate piccole entità territoriali – ad esempio, le Alpi, che non furono mai del tutto

sotto controllo - Le Alpi vengono divise in tanti piccoli territori amministrativi affidati a prefetti: dunque

sono comandanti militari di piccole guarnigioni di controllo. Non si possono mettere truppe massicce o

legionarie, per conformazione fisica del territorio e perché zone di recente conquista. Inoltre il prefetto può

amministrare solo truppe ausiliarie. Si occupa per di più della fase più delicata, il dopoguerra, perché

avevano acquisito notevoli competenze in tutte le parti dell’Impero.

Ci sono vari tipi anche di prefettura, di durata varia (da uno a due anni, per difficile stabilizzazione):

- Praefectura classis, cioè prefetto di flotta. Erano due, perché due erano le flotte a protezione

dell’Italia: a Capo Miseno (Miseni) ed a Ravenna per l’Adriatico (Ravennatis)

- Praefectus vigilum, cioè il responsabile dell’ordine pubblico, con a capo vigili di controllo e del

fuoco.

- Praefectus annonae, ovvero il prefetto dell’annona (del rifornimento), per razionare i generi

alimentari ed altri beni. Da lui dipendeva l’approvvigionamento dei mercati cittadini; Roma arriva

nel I sec. d.C. ad avere 1 mln di abitanti: la carrying capacity, ovvero la capacità di sostentamento

del territorio, era controllata dal prefetto, per fare in modo che non ci potesse essere più

popolazione di quanta il territorio circostante fosse in grado di mantenere. Città sul mare a parte, il

commercio funzionava per forza muscolare, di uomini o animali. Tutti i prodotti agricoli circostanti

servivano per il mercato di Roma, ma servono comunque le importazioni di cereali, specialmente il

grano per il pane: l’Egitto e l’Africa. Nelle Res Gestae Augusto si vanta di aver comprato coi suoi

soldi numerose navi di frumento in un periodo di crisi, e da allora sembra nata la carica: durante la

lotta dei triumviri, Sesto Pompeo (figlio) per 10 anni ha bloccato nel canale di Sicilia le vie

frumentarie per far scaricare il grano ad Ostia.

15. Plebei Romanae viritum HS trecenos numeravi ex testamento patris mei. et nomine meo HS

quadringenos ex bellorum manibiis consul quintum dedi, iterum autem in consulatu decimo ex

patrimonio meo HS quadringenos congiari viritim pernumer[a]vi, et consul undecimum duodecim

frumentationes frumento pr[i]vatim coempto emensus sum. ~ et tribunicia potestate duodecimum

quadringenos nummos tertium viritim dedi. Quae mea congiaria p[e]rvenerunt ad [homi]num millia

nunquam minus quinquaginta et ducenta. Tribuniciae potestatis duodevicensimum consul XII

trecentis et viginti millibus plebis urbanae sexagenos denarios viritim dedi. Et colon[i]s militum

meorum consul quintum ex manibiis viritim millia nummum singula dedi. acceperunt id triumphale

congiarium in colonis hominum circiter centum et viginti millia. Consul tertium dec[i]mum

sexagenos denarios plebei, quae tum frumentum publicum acciebat, dedi; ea millia hominum paullo

plura quam ducenta fuerunt.

15. Alla plebe di Roma pagai in contanti a testa trecento sesterzi in conformità alle disposizioni

testamentarie di mio padre, e a mio nome diedi quattrocento sesterzi a ciascun provenienti dalla

vendita del bottino delle guerre, quando ero console per la quinta volta; nuovamente poi, durante

il mio decimo consolato, con i miei beni pagai quattrocento sesterzi di congiario a testa, e console

per l'undicesima volta calcolai e assegnai dodici distribuzioni di grano, avendo acquistato a mie

spese il grano in grande quantità e, quando rivestivo la potestà tribunizia per la dodicesima volta,

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diedi per la terza volta quattrocento nummi a testa. Questi miei congiari non pervennero mai a

meno di duecentocinquantamila uomini. Quando rivestivo la potestà tribunizia per la diciottesima

volta ed ero console per la dodicesima volta diedi sessanta denari a testa a trecentoventimila

appartenenti alla plebe urbana. E ai coloni che erano stati miei soldati, quando ero console per la

quinta volta, distribuii a testa mille nummi dalla vendita del bottino di guerra; nelle colonie

ricevettero questo congiario del trionfo circa centoventimila uomini. Console per la tredicesima

volta diedi sessanta denari alla plebe che allora riceveva frumento pubblico; furono poco più di

duecentomila uomini.

- Praefectus Alexandreae et Aegypti, ovvero prefetto d’Egitto: l’unico funzionario di rango equestre

dell’Impero che comandi truppe legionarie. SI comprende perché se si pensa all’importanza

dell’Egitto per il rifornimento di Roma. Non si è ancora ben capito cosa fosse del Tempio e cosa

della Corona in Egitto, ai tempi dei Faraoni. I senatori non possono mettere piede in Egitto se non

dopo autorizzazione specifica dell’Imperator. Fino ai Severi, rimane tale l’importanza della

provincia. L’orientalismo divampa a causa dell’importanza dell’Egitto, tanto che sarà eguagliato

solo da Napoleone – dalla campagna del quale viene riportata la Stele di Rosetta.

- Praefectus pretorii, ovvero il prefetto del pretorio o dei pretoriani. Dietro la Stazione Termini a

Roma, si trova Piazza del Castro Pretorio, che prende il nome da un pezzo di mura di una caserma

pretorile. I pretoriani sono un’invenzione augustea: sono divisi in 9 coorti, di circa 100 legionari

ciascuno, e sono le truppe d’istanza in Italia, formata solo da uomini romani nati in Italia,

selezionati secondo rigidi criteri fisici, che prendevano di più dei normali legionari. In Italia, bisogna

ricordare, non potevano stare legioni; almeno tre di queste coorti, per di più, dovevano stare a

Roma, per difendere il princeps – e per questo sono le uniche a poterlo acclamare Imperator. Alcuni

nuovi principes offrono soldi ai pretoriani per essere acclamati imperatores: ma quando i soldi si

scopre che non ci sono, l’aspirante imperator viene ucciso. Ecco perché Settimio Severo pone sui

Colli Albani una propria legione di fiducia, sciogliendo i pretoriani.

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Il confine italiano non arrivava al Brennero, come pensavano gli irredentisti, bensì persino Belluno era fuori,

e Como era confine.

I romani sono destinati a governare gli altri popoli, perché così dice la legge; chi accetta, sarà risparmiato,

chi non accetta, sarà debellato. Res Gestae / Eneide, discorso del padre ad Enea.

-

Le Res Gestae Divi Augusti sono composte da 35 paragrafi, di circa 15 righe ciascuno, nei quali Augusto dà la

sua versione delle azioni compiute dalla sua comparsa sulla scena pubblica dopo la morte di Cesare fino al

suo Impero. Ovviamente, essendo un’autorappresentazione è una versione edulcorata, e oggi si sa che non

sono andate esattamente così le cose. Su ciò poggiava la stabilità del regime – tende a giustificare tutte le

sue azione ed a mostrarle sotto una luce positiva. Per questo questa versione dei fatti veniva poi esposta, e

la sua diffusione coinvolgeva tutte le regioni dell’Impero – la copia più antica viene da Ankara, dall’Oriente.

Il vero buco nero è il triumvirato: la guerra di Modena, l’oscura fine dei suoi avversari, l’autoproclamazione

di Augusto.

Ciò che è più interessante è comunque la sua versione della riorganizzazione dell’Impero, che si basava

principalmente sulla sistemazione dei soldati. L’Impero si regge sugli eserciti, così come sugli eserciti si è

basato il trampolino di lancio di Augusto – perché grazie ai veterani riesce a formare un esercito forte;

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perché grazie alla sconfitta di Marco Antonio ad Azio, ottimo militare, Augusto viene nominato Imperator.

In molti dissero che l’Impero gli fu regalato da Agrippa, che in più punti lo salvò militarmente.

Nei tre trionfi del 29 a.C. – per la Dalmazia, per Azio e per l’Egitto –, in seguito a nuove acquisizioni

territoriali – Augusto offre un lotto di terra ai veterani, oppure denaro a coloro che avevano già un

appezzamento. Ovviamente una politica tale offre il consenso e la fedeltà del popolo. Il termine colonia

indica l’insieme: la riorganizzazione di un territorio misurato e diviso in parti, ed al cui centro viene creata

una città.

Al par. 28 delle Res Gestae ne parla. Scrive che in Italia ha fondato 28 colonie. Alcune ex novo, ovvero le

città che odiernamente hanno come nome Augusta, come l’attuale Augusta Pretoria per esempio, fondata

per i pretoriani, oppure Augsburg in Germania.

Altre da città preesistenti, spopolate dalla falcidie determinata dalle guerre civili, con ampie aree territoriali

prive di territorio. Augusto le acquista e le fa misurare e parcellare nuovamente, una sorta di colonie

onorarie, come ad esempio l’antichissima città di Ateste (odierna Este), metropoli veneta assieme a Padua,

a Pisa. Si ha una pietra tombale di un veterano che, sotto al proprio nome, ha fatto scrivere in caratteri

maggiori AZIACUS, “combattente ad Azio”. È la consapevolezza di aver creato un Impero.

Per di più, il princeps non lascia le colonie in balìa del tempo, ma continua a creare opere pubbliche

(iscrizione di Trento docet).

Avendo dunque patrimonio e censo, i veterani possono accedere alla curia, ovvero il Senato municipale.

Automaticamente dunque entrano a far parte della classe dirigente romana. È una forma di autogoverno.

Per questo, quello imperiale viene definito soft power, ovvero non accentratore, ma che lascia spazio ad

autonomie: questo è uno dei motivi per i quali l’Impero rimase a lungo, perché si occupò solo di esercito e

mantenimento dello status quo.

28. Colonias in Africa Sicilia Macedonia utraque Hispania Achai[a] Asia S[y]ria Gallia Narbonensi Pi[si]dia

militum deduxi. Italia autem XXVIII [colo]nias, quae vivo me celeberrimae et frequentissimae fuerunt, me

auctore deductas habet.

28. Fondai colonie di soldati in Africa, in Sicilia, in Macedonia, in entrambe le Spagne, in Acaia, in Asia, in

Siria, nella Gallia Narbonense, in Pisidia. L'Italia poi possiede, fondate per mia volontà, ventotto colonie, che

durante la mia vita furono assai prosperose e popolose.

La sistemazione dei veterani serve anche a bonificare l’esercito dagli elementi anziani che avevano fatto le

guerre civili: bisogna ricordare anche che nell’esercito erano presenti soldati che precedentemente

avevano militato sotto Marco Antonio o Lepido, o comunque coinvolti in quel periodo terribile, che

avevano combattuto contro il proprio compaesano, il proprio parente. Chiudere il capitolo delle guerre

civili significa anche congedare coloro che vi avevano combattuto.

Quando le guerre civili finiscono, ci sono circa 60 spezzoni di legioni. Congedando coloro che erano in

guerra da almeno 20 anni, vengono ricreate 28 legioni.

Augusto fonda anche l’erarium militare, diverso dall’erarium Saturni, cassa dello Stato. Questo nuovo

tesoro è la cassa dell’esercito, una sorta di fondo pensionistico: stabilisce che venga creato dalla tassa del

5% di successione e dalla tassa delle manomissioni (di affrancamento dello schiavo: chiamato così perché

veniva allontanato, per procedura, da sé – manu misso).

17. Quater [pe]cunia mea iuvi aerarium, ita ut sestertium milliens et quing[en]ties ad eos qui praerant

aerario detulerim. Et M. Lepido et L. Ar[r]untio cos. in aerarium militare, quod ex consilio n[eo]

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co[ns]titutum est, ex [q]uo praemia darentur militibus, qui vicena [aut plu]ra sti[pendi]a emeruissent — HS

milliens et septing[e]nti[ens ex pa]t[rim]onio [m]eo detuli.

17. Quattro volte aiutai l'erario con denaro mio, sicché consegnai centocinquanta milioni di stesterzi a

coloro che sovrintendevano l'erario. E sotto il consolato di Marco Lepido e Lucio Arrunzio trasferii l'erario

militare, che fu costituito su mia proposta perché da esso si prelevassero i premi da dare ai soldati che

avessero compiuto venti o più anni di servizio, centosettanta milioni di sesterzi prendendoli dal mio

patrimonio.

Inoltre Augusto si vanta di aver chiuso più volte il Tempio di Giano, simbolo di pace, le cui porte vengono

aperte quando Roma è in guerra. In passato fu chiuso una o due volte. Ed ecco perché, oltre a res publica

restituta, l’altro slogan dell’Impero è Pax Augusta. Ronald Syme la definisce una resistibile ascesa del

dittatore (in Roman Revolution): la gente non oppose resistenza soprattutto perché era stanca dopo 50

anni di guerre. Il consenso alla creazione di un regime personale, che poi diverrà assoluto, nasce dalla

necessità di pace e stabilità.

Anche la lotta contro Sesto Pompeo, figlio di Pompeo nemico di Cesare, che aveva bloccato

l’approvvigionamento frumentario nel Canale di Sicilia, viene definita guerra ai pirati. Paradossalmente,

perché Pompeo aveva liberato la Cilicia dai pirati in passato. In un primo momento i triumviri gli avevano

concesso la Sicilia e la costa africana, ma alla fine venne vinto da Agrippa nella battaglia finale di Nauloco.

Augusto perciò svilisce una vera e propria guerra come pulizia da pirati ed ex schiavi fuggitivi al loro

cospetto: è un chiaro esempio di mistificazione.

25. Mare pacavi a praedonibus. Eo bello servorum, qui fugerant a dominis suis et arma contra rem publicam

ceperant, triginta fere millia capta dominis ad supplicium sumendum tradidi. Iuravit in mea verba tota Italia

sponte sua et me be[lli] quo vici ad Actium ducem depoposcit. Iuraverunt in eadem ver[ba provi]nciae

Galliae, Hispaniae, Africa, Sicilia, Sardinia. Qui sub [signis meis tum] militaverint, fuerunt senatores plures

quam DCC, in ii[s qui vel antea vel pos]tea consules facti sunt ad eum diem quo scripta su[nt haec LX]X[XIII,

sacerdo]tes ci[rc]iter CLXX.

25. Stabilii la pace sul mare liberandolo dai pirati. In quella guerra catturai circa trentamila schiavi che

erano fuggiti dai loro padroni e avevano impugnato le armi contro lo Stato, e li consegnai ai padroni

perché infliggessero una pena. Tutta l'Italia giurò spontaneamente fedeltà a me e chiese me come

comandante della guerra in cui (poi) vinsi presso Azio; giurarono parimenti fedeltà le province di Gallia, delle

Spagne, di Africa, di Sicilia e di Sardegna. I senatori che militarono allora sotto le mie insegne furono più di

settecento tra essi, o prima o dopo, fino al giorno in cui furono scritte queste memorie, ottantatré furono

eletti consoli, e circa centosettanta sacerdoti.

Inoltre scrisse anche:

26. Omnium provinciarum populi Romani], quibus finitimae fuerunt gentes quae non p[arerent imperio

nos]tro, fines auxi. Gallias et Hispanias provincias, i[tem Germaniam qua inclu]dit Oceanus a Gadibus ad

ostium Albis flumin[is pacavi. Alpes a re]gione ea, quae proxima est Hadriano mari, [ad Tuscum pacari fec]i.

nulli genti bello per iniuriam inlato. Cla[ssis m]ea per Oceanum] ab ostio Rheni ad solis orientis regionem

usque ad fi[nes Cimbroru]m navigavit, ~ quo neque terra neque mari quisquam Romanus ante id tempus

adit, Cimbrique et Charydes et Semnones et eiusdem tractus alli Germanorum popu[l]i per legatos amicitiam

mean et populi Romani petierunt. Meo iussu et auspicio ducti sunt [duo] exercitus eodem fere tempore in

Aethiopiam et in Ar[a]biam, quae appel[latur Eudaemon, [maxim]aeque hos[t]ium gentis utr[iu]sque

cop[iae] caesae sunt in acie et [c]om[plur]a oppida capta. In Aethiopiam usque ad oppidum Nabata

35

pervent[um]est, cui proxima est Meroe. In Arabiam usque in fines Sabaeorum pro[cess]it exercitus ad

oppidum Mariba.. »

« 26. Allargai i confini di tutte le province del popolo romano, con le quali erano confinanti popolazioni

che non erano sottoposte al nostro potere. Pacificai le province delle Gallie e delle Spagne, come anche la

Germania nel tratto che confina con l'Oceano, da Cadice alla foce del fiume Elba. Feci sì che fossero

pacificate le Alpi, dalla regione che è prossima al mare Adriatico fino al Tirreno, senza aver portato guerra

ingiustamente a nessuna popolazione. La mia flotta navigò l'Oceano dalla foce del Reno verso le regioni

orientali fino al territorio dei Cimbri, dove né per terra né per mare giunse alcun romano prima di allora, e i

Cimbri e i Caridi e i Sennoni e altri popoli germani della medesima regione chiesero per mezzo di

ambasciatori l'amicizia mia e del popolo romano. Per mio comando e sotto i miei auspici due eserciti furono

condotti, all'incirca nel medesimo tempo, in Etiopia e nell'Arabia detta Felice, e grandissime schiere nemiche

di entrambe le popolazioni furono uccise in battaglia e conquistate parecchie città. In Etiopia arrivò fino alla

città di Nabata, di cui è vicinissima Meroe. In Arabia l'esercito avanzò fin nel territorio dei Sabei,

raggiungendo la città di Mariba. »

Tacito critica fortemente il regime augusteo, ed in particolare la pax Augusta, quando mette in bocca a

Calgaco un discorso feroce:

31. *…+ Nos terrarum ac libertatis extremos recessus ipse ac sinus famae in hunc diem defendit: nunc

terminus Britanniae patet, atque omne ignotum pro magnifico est; sed nulla iam ultra gens, nihil nisi fluctus

ac saxa, et infestiores Romani, quorum superbiam frustra per obsequium ac modestiam effugias. raptores

orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper,

ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu

concupiscunt. auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem

appellant.

31. *…+ Noi, che siamo l’estremo recesso del mondo e della libertà, siamo stati protetti fino ad oggi dalla

difesa di un nome oscuro: ora si estende davanti a noi l’estremo limite della Britannia, e tutto ciò che è

ignoto appare meraviglioso; ma di là non vi è ormai nessuna gente, nulla se non flutti e scogli, e i Romani,

ancor più minacciosi, la cui arroganza invano vorreste evitare con l’ossequio e l’obbedienza. Razziatori del

mondo, dopo aver saccheggiato ogni cosa, da quando non hanno più terre da devastare, esplorano il

mare: essi, che non furono saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, se il nemico è ricco, sono avidi, se

povero, desiderosi di onori: solo loro desiderano le ricchezze e la povertà di tutti con la medesima bramosia.

Razziare, trucidare, rapinare essi chiamano impero con falso nome e dove fanno il deserto lo chiamano

pace.

La Spagna si divideva in Baetica (attuale Andalusia), Lusitania e Tarraconensis, ricca di fonti metallifere e

minerarie. Viene faticosamente conquistata a partire dalla 2° Guerra Punica: Cartagine aveva fondato

numerose città come Cadice, Tarraco, Barchelo (attuale Barcellona, fondata dalla famiglia di Annibale, i

Barca). La conquista procede attraverso i maggiori fiumi per 150 anni: le tribù locali, dette Celti Iberiche

(perché pensavano che le popolazioni indigene si fossero mischiate ai Celti), non si vogliono unire per far

fronte a Roma, come fece Vercingetorige in Gallia con Cesare. Una parte però, gli attuali Paesi Baschi, non

vogliono cedere: negli anni 20 Augusto ed Agrippa decidono di andare personalmente, ed è qui che

Augusto si ammala nel 23. La conquista definitiva di questo territorio si completa solo nel 19 a.C.

La conquista arriva fino al Danubio ad est: l’idea era quella di usare come confini il fiume Elba ed il fiume

Danubio. Dopo la sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C., il confine arretra dall’Elba al Reno. 36

Le Alpi Marittime (Liguria attuale) erano oggetto di razzia le popolazioni Celto-Liguri: vengono sconfitte e

viene messo un prefetto. Subito dopo queste si trovavano, ed ancora si chiamano così, le Alpi Cozie: da

Cozio, capo tribù che si alleò subito con Roma; il patto fu siglato da Agrippa ed inciso sull’arco di Seguzio –

attuale Susa, dove Cozio fece una piccola reggia di montagna. Cozio e 14 civitates, ovvero comunità a base

etnica ma strutturate politicamente che riconoscono in lui il loro capo. Cozio continua ad essere rex delle

14 comunità, ma per l’amministrazione romana viene nominato praefectus. Le Alpi Graie si chiamano così

perché il Grande San Bernardo si chiamava Alpis Graia, che secondo la leggenda fu varcato da Annibale. Le

Alpi Penine dal Tempio di Pennino, che dava il nome al valico, e che i Romani rinominano Iuppiter Poeninus.

Da questo valico si scende in un’area gallica che ha il nome di Octodurus, l’odierna Martigny in Svizzera, che

viene rinominata in Forum Claudii Vallensium da Claudio: infatti l’attuale Cantone è detto Vallese (o Valois).

Seguendo il corso si trovano le Alpi Retiche, dal popolo dei Reti, le cui province prefettizie diventano

procuratorie con Claudio. Qui nel 15 c’è la campagna di Tiberio e Druso.

La pax Augusta dunque in realtà vede continue campagne d’espansione, simili a guerre. Augusto per via

diplomatica si fa restituire le insegne di Crasso dai Parti.

Demograficamente si arriverà in perdita: da 28, dopo la sconfitta di Teutoburgo, le legioni diventano 25. Si

narra che Augusto, ormai anziano, girasse per casa con la testa tra le mani, invocando Varo, comandante

ucciso nella battaglia, perché gli restituisse le sue legioni (sue: le legioni sono del princeps).

In Palestina/Giudea, morto Erode, si prova a mantenere invano il sistema dei re clientes: non riuscendo, a

causa di rivolte popolari, diventa provincia affidata prima ad un praefectus e poi ad un procurator. A

Cesarea è stata trovata un’iscrizione dove Pilato si autodefinisce praefectus, ma nei Vangeli viene detto

procurator.

L’Italia viene suddivisa in 11 regiones, numerate.

È dunque un periodo tutt’altro che pacifico.

-

In seguito alla morte di Augusto, la dinastia Giulio-Claudia

continuò. Tiberio, figlio di Livia, diventa nel 14 d.C. imperatore:

resta come unica persona nelle cui vene scorre sangue augusteo

Agrippina, sposata con Germanico, figlio di Druso ed Antonia.

Tiberio viene rappresentato in particolare da Tacito che scrive alla

fine dell’età Flavia e l’inizio della Traianea, agli inizi del II secolo. È

esponente della classe senatoria ed è di origine provinciale,

gallica. Ci dà una rappresentazione della Dinastia fortemente

orientata in senso negativo, visto che la sua visione storica poggia

sul fatto che lui sia l’ultimo cantore del Senato repubblicano.

Anche se è perfettamente consapevole del fatto che il Senato da

Augusto in poi non sia più all’altezza della grandezza di Roma,

essendo totalmente favorevole al Regime. Dipinge perciò i

senatori come una massa di imbecilli servili, a parte uomini di

grande virtù che vanno contro al Regime e ne pagano duramente

le conseguenze. Sottolinea perciò tutta la negatività e l’inadeguatezza dei principes, l’incapacità del Senato,

la manipolabilità del popolo. 37

In ogni caso, è la fonte tacitiana quella che è passata alla storia, ed ha fatto in modo che tutti gli imperatori

fossero ricordati in termini negativi – vile ed indeciso Tiberio, pazzo ed arrogante Caligola, zimbello delle

mogli e dei liberti Claudio, quintessenza di negatività Nerone. Grazie alle iscrizioni ed incisioni rimaste nel

mondo però si riesce a ridimensionare l’avversione di Tacito e dare un giudizio quanto più obiettivo.

Tacito mostra Tiberio come perennemente indeciso ed avido. La ricerca più recente mette meglio a fuoco

tale immagine: Tiberio è l’erede di una grande famiglia nobile romana, è un Claudio Nerone, figlio di un

proscritto salvato che si era schierato contro i triumviri e contro il vincitore della Battaglia di Azio, ma che

viene reintegrato poiché i suoi figli fanno parte della Domus Augusta e la sua ex moglie è sposata col

princeps. Tacito lo figura come un erede designato, che fa un discorso al Senato dal quale emerge un timore

dovuto alla sua viltà ed alla sua indecisione dovuta all’affettazione; fa finta di non volere l’Impero, perché

peso troppo grande, proponendo al Senato di governare con lui. Il Senato però insiste, perché Tiberio

prenda tutte le prerogative assegnate ad Augusto. Tiberio dunque emerge come colui che vuole l’Impero,

ma non è capace di governarlo. La riluttanza di Tiberio si può comunque leggere anche come l’eredità del

Senato repubblicano. Esercita il potere con un evidente disaccordo rispetto a ciò che ci si aspetta da lui.

Werner Eck, grandissimo epigrafista, che si occupa del CIL attualmente, collezionista di diplomi militari.

I successi riportati da Germanico in Germania hanno un enorme impatto sulla sfera pubblica, e portano la

popolarità di Germanico alle stelle. È l’eroe della plebe di Roma. Tacito a questo punto insinua che la

popolarità di Germanico accostata all’ombrosità di Tiberio porta ad uno scontro tra i due ed alla

preoccupazione di quest’ultimo. Per questo motivo Tiberio solleva Germanico dai suoi incarichi, dichiara

conclusa la campagna di Germania e lo sposta in Oriente, dove sono ricominciati conflitti coi Parti col Regno

d’Armenia, stato-cuscinetto tra Roma ed i Parti, approfittando delle lotte dinastiche armene. L’intervento in

questi confini spetterebbe al legatus di Siria, Gneo Calpurnio Pisone, uomo fedelissimo di Tiberio, che

rifiuta di attribuire a Germanico un imperium più grande del proprio: i suoi soldati e quelli di Germanico si

dice che si scontrarono.

L’arrivo di Germanico in Oriente, che tratta da pari a pari con i principi locali e che è acclamato dalla folla,

che si dice abbia accettato una corona e che visita la tomba di Alessandro Magno fanno capire che forse

stesse sul serio tentando di riuscire ad avere più potere. La visita è un gesto importantissimo per l’imitatio

Alexandrii, attribuita la prima volta a Scipione l’Africano, poi Cesare e Marco Antonio, tutti nati, come

Alessandro, da un dio ed un umano.

Tacito insinua che Tiberio, roso dalla gelosia, possa averlo avvelenato tramite sicari: nel 19 d.C. infatti

Germanico si ammala improvvisamente, e nel giro di pochi giorni muore. Ma è molto facile attribuire a

Pisone l’avvelenamento.

Tacito insinua comunque che fa comodo a Tiberio, ma preso in contropiede dalla reazione della gente alla

notizia del decesso, attribuisce la colpa a Pisone; viene istituito un processo, che vede il Senato in funzione

di collegio giudicante. Tacito fa sapere che la cognitio, ovvero l’istituzione del processo, fu opera dello

stesso Tiberio. Pisone viene giudicato colpevole non di omicidio, ma di alto tradimento (lesa maiestatis,

ovvero lesione della grandezza e della maestà del popolo romano) avendo bloccato l’azione di Germanico.

Viene condannato a morte, ma lui opta per il suicidio: autoeliminandosi, salva il patrimonio di famiglia per

gli eredi e salva la vita a tutti i suoi familiari. Della moglie, Plancina (forse nipote di Munazio Planco), Tacito

descrive l’amicizia con l’augusta Livia, e come nel processo non dica una parola a difesa del marito, pur di

salvare se stessa. Invece oggi si intuisce che il comportamento dovrebbe essere stato dettato da Livia per

salvare la famiglia. 38

Dai dintorni di Siviglia, comparsa negli ultimi anni del Novecento sul mercato nero, arriva un’iscrizione in

bronzo della condanna di Pisone: essendo una sentenza senatoria, tale sentenza viene detta senatus

consultum. Grazie al confronto col testo tacitiano, ci si rende conto del fatto che Tacito è impeccabile nella

registrazione dei fatti, ma c’è uno spazio enorme alla sua interpretazione dei fatti. In fondo all’iscrizione, c’è

scritto: si dispone che questo testo sia affisso in tutte le capitali dell’Impero ed in tutti gli accampamenti

legionari. Perciò la morte di Germanico è ricondotta a cause naturali, e le legioni devono stare tranquille,

perché lo scontro è stato soppresso ed è tutto sotto controllo.

Tacito circoscrive l’importanza di tale episodio ai gruppi senatori di Roma, ed alla lotta di potere effettuata

da Livia e suo figlio: invece fa comprendere che tra il 19 ed il 20 d.C. il Senato ha tremato, essendosi

ripresentato lo spettro delle guerre civili di 50 anni prima. Dunque il consultum è importantissimo, perché

dice che lo scenario era quello di una guerra civile, con legioni romane che si scontravano con legioni

romane, e le une si dicevano legioni di Germanico e le altre legioni di Pisone.

Per celebrare la fine di queste lotte, si celebra un rendimento di grazia per gli dei: vengono da Tacito

elencati tutti i membri della domus Augusta che sono stati partecipi di tale gratitudine, in ordine di età,

dimenticando però Claudio, fratello di Germanico e figlio di Antonia e Druso. Tacito, malignamente, dice

che fu aggiunto alla fine, e che nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato Imperatore. Quella che

sembrava una cattiveria, in realtà, in base all’ordine d’età è vero, essendo posto Claudio dopo i bambini,

pur avendo già 30 anni.

Tiberio, sconvolto, si ritira nella sua domus a Capri, lasciando a Roma un vuoto di potere. A Roma è nel

frattempo attiva Agrippina, che è tornata dall’Oriente con le ceneri del marito ed i bambini attaccati alle

ginocchia, e pensa alla successione dei figli. Lungo la via Appia si susseguono manifestazioni di dolore dei

cittadini, facendo durare il viaggio per giorni: è una sorta di viaggio propagandistico da attrice politica: una

volta arrivata in città, Tiberio annuncia che non ci saranno più manifestazioni perché la vita continua.

Approfittando dell’assenza di Tiberio, il suo prefetto del pretorio Seiano inizia a perseguitare Agrippina, per

garantirsi una successione personale. Si dice che fu Antonia a salvare i nipoti, salvando solo Caligola: il resto

della famiglia muore. Nel 31 Tiberio si accorge del problema: torna a Roma e processa Seiano, che viene

condannato per alto tradimento ed ucciso.

Alla sua morte, viene acclamato Imperator Gaio Caligola, come vendetta per

la morte della madre. Regna tra il 37 ed il 41: il suo Impero si conclude con

l’eliminazione violenta del princeps a causa di una congiura. Tacito lo presenta

come un megalomane psicopatico in urto costante col Senato. Al contrario dei

predecessori, Caligola mette l’accenno su forme di rappresentazione ed

esercizio del potere lontane dalla Repubblica e più vicine alla regalità

orientale. Dote di famiglia, essendo figlio di Germanico, che in Oriente si

comportato come un sovrano, e nipote di Marco Antonio, che aveva sposato

la regina d’Egitto ed aveva esercitato il potere sotto forme dionisiaco-

orientaleggianti. Da qui il segno di disprezzo nei confronti del Senato, che lo

condusse a nominare, come narra il famoso aneddoto, senatore il suo cavallo.

Caligola fa stampare sulle monete l’iscrizione Caesar Aug. Germanicus.

Il fatto che Caligola sottolineasse la centralità del suo potere monarchico con

connotazioni sacrali è la base della crisi in Giudea – Palestina, volendo porre

nel Tempio di Gerusalemme una sua statua e volendo che fossero fatti a lui ossequi e sacrifici degni del

princeps. Questo incidente ispirò un grande scrittore ebreo alessandrino, da una famiglia di prefetti di

39

Egitto, Filone di Alessandria: Legatium Argaium, nel quale spiega perché deve eliminare la statua dal

Tempio. Ma appena arriva a Roma, Caligola è stato appena eliminato.

L’eliminazione di Gaio Caligola riconduce al problema della successione.

Mancando eredi, si ripesca Claudio. È zio di Caligola. Di lui si ha il

resoconto di Tacito e quello dell’Historia Romana di Cassio Dione (in

greco, II secolo). Inoltre anche Flavio Giuseppe (fine I sec. d.C., età Flavia,

che narra la lotta giudaica iniziata nel 66 e terminata nel 70 con la

distruzione del Tempio in Bellum Iudaicum, e per salvaguardare la

tradizione del suo popolo scrive Antichità giudaiche o Ιουδαϊκι

Αρκεολογία) narra cosa succede nell’immediato dopo l’eliminazione di

Caligola. Racconta la scarsa fama di Claudio, come viene narrata da

Svetonio (II secolo), che mette in bocca ai congiurati dure parole: È

vergognoso che dopo essere stati governati da un pazzo, l’Impero sia

passato ad uno stupido. Non ho rischiato la vita per mettere sul trono

Claudio. A quanto pare, ci racconta, aveva un handicap che non aveva

permesso l’allenamento militare. Voci dicono che la madre Antonia lo

considerasse un cretino; non lo si considerava presentabile, veniva escluso

da tutte le circostanze ufficiali. Ebbe come precettore Tito Livio, e passò la vita a studiare, in particolare la

storia. È uno degli ultimi a leggere in etrusco: passione forse indotta dalla prima moglie, l’italica Plauzia

Urbula Nilla. La figura di Claudio ha infatti in tempi recenti visto una notevole rivalutazione: fu un ottimo

statista, ed era gradito dagli storici.

Un aneddoto dice che da piccolo fu colto in fallo da Augusto mentre stava leggendo un’opera filosofico-

politica di Cicerone. Augusto, invece di sgridarlo, lo elogia perché legge un grande statista ed un grande

uomo: magnanimità che non costa, perché comunque aveva vinto lui, e perché è troppo ingombrante per

eliminarne tutte le opere.

[Famiglia Claudia da Atta Clausus, sabino, traslitterato in latino in Appius Claudius, anche se Atta significava

“padre”+

Claudio conia monete nel 46-47 alla Zecca di Lione, con la Pax Augusta.

-

Si arriva a Claudio perché non esisteva nessun altro maschio adulto della Dinastia. La storiografia antica è

molto severa con Claudio, che gode di pessima stampa perché considerato inadeguato per adempiere a tale

ruolo. La sua ascesa al trono inizia dunque sotto pessimi auspici: il suo regno viene stigmatizzato in maniera

definitiva con l’Αποκολοκφνθωςησ di Seneca.

Modernamente è stato rivalutato come uno dei migliori imperatori della Dinastia: una delle caratteristiche

negative sottolineate da Seneca era la mania per i processi, ma in realtà sembrerebbe che abbia

semplicemente valorizzato il Senato: quest’organo si pose più volte come organo giudiziario, ovvero i casi in

cui si ricorse alla cognitio senatoria si moltiplicarono, come se Claudio volesse valorizzare la funzione

giurisdicente senatoria.

Un’altra caratteristica era lo spazio enorme – e per Seneca eccessivo – concesso da Claudio ai suoi liberti. I

liberti, una volta affrancati, assumevano il praenomen ed il nomen del padrone, mentre il suo cognomen è

quello singolo da schiavo. Da allora diviene cittadino romano: il figlio nasce libero, o meglio ingenuus. I

munera (obblighi) per il padrone erano numerosi: assisterlo, seguirlo, eseguire del lavoro per lui. Il dominus

diventa patronus, e i suoi figli non devono fare nulla. Lo schiavo che non doveva fare attività manuali

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poteva col tempo mettere da parte il peculium, un piccolo gruzzolo per affrancarsi. A parte quelle

repubblicane, non si hanno altre notizie di rivolte di schiavi (ad esempio Spartaco, che fece partire la lotta

da una scuola di gladiatori). In ogni caso, anche se liberto, il personaggio è sempre stigmatizzato: nel

Satyricon di Petronio è emblematica la figura di Trimalchione.

*Nel mondo moderno, la schiavitù venne abolita negli anni ’60 dell’Ottocento in America, nel 1814 col

Congresso di Vienna in Europa.]

Per questo il fatto che Claudio tenti di valorizzare i liberti fece tanto scalpore. Claudio discende da una

famiglia di aristocratici, titolari di patrimoni amministrati da schiavi e liberti. Intendenti che sono

procuratores, ovvero “agiscono nell’interesse del padrone” ed actores, ovvero “agiscono facendo le veci del

padrone”: in un negozio secondo l’atto romano un uomo non può delegare nessuno, ma non essendo lo

schiavo un uomo, ma un “oggetto parlante”, è concesso che vada lo schiavo al posto suo. È più importante

lo schiavo che amministra un patrimonio – potendo guadagnare e vivere nel benessere – rispetto all’essere

dipendente da liberto. Ci sono molti ingenui che si fanno comprare come schiavi per fare gli actores,

sapendo di avere i soldi per potersi liberare in ogni momento.

La Domus Augusta inizia ad avere beni, detti fiscus, distinti dall’aerarium saturni del Senato e dall’aerarium

per i soldati. Solo tra il II ed il III secolo saranno più o meno sovrapposti. Claudio arriva al punto di nominare

quattro suoi liberti per quattro suoi uffici (divisioni ministeriali): due per la corrispondenza dell’Imperatore,

uno ab epistulis latinis ed uno ab epistulis graecis; uno per le suppliche a lui rivolte, creando una grande

segreteria, detta a libellis, perché libellus è la supplica presentata all’Imperatore; ed uno a rationibus per i

conti dell’Impero. Questi liberti raggiungono un livello di ricchezza incredibile, superiore ai senatori, che

infatti iniziano a provare del malcontento. Perciò si giunge all’ascesa di una classe dirigente di ex-schiavi

che riescono ad accedere a cariche municipali. Dall’età di Augusto nascono persino caste sacerdotali, gli

augustales, composte da liberti che celebrano cerimonie e sacrifici per la salute ed il genio dell’Imperatore.

Terzo aspetto negativo per Seneca, è il voler vedere tutti in toga. Allarga cioè la cittadinanza romana alla

classe dirigente delle province, ovvero i peregrini, e vuole integrare l’élite provinciale a quella romana.

Segno, per la critica moderna, del buon governo di questo Imperatore.

Anche in questo caso si ha la versione tacitiana di ciò che avvenne nelle cognitiones senatorie ed

un’iscrizione da confrontare: la Tabula Lugdunensis o Tavola di Lione, trovata a metà del ‘500 e posta sul

basamento del più importante tempio delle Gallie. Lugdunum deriva dal dio celtico venerato nella zona, e

venne fondata da Munazio Planco. Nel Tempio, detto “delle tres Galliae”*, vi è il luogo di riunione nei

notabili gallici, e lì si venerano gli dei romani e gli dei locali. A Lione, nel 10 a.C., è nato Claudio, quando

Druso, terminata la campagna di Germania, è governatore, e lì sta svolgendo le operazioni di censimento

delle nuove zone conquistate. Le tasse erano due: il tributum solii, cioè quella sul terreno – perché per

diritto di guerra il territorio diviene romano – ed il tributum capitis, cioè la tassa su persona. Tramite il

censimento si comprende quanto gettito fiscale si può ottenere da quella provincia. L’annuncio del

censimento molte volte portava a dei disordini.

* Sotto Augusto, la Gallia era stata suddivisa in quattro province: tre dette "imperiali" (la Gallia Lugdunense,

la Gallia Aquitainia e la Gallia Belgica) ed una detta "senatoriale" (la Gallia Narbonense).

Nella Tabula Lugdunensis si riporta il discorso di Claudio, fatto al Senato per estendere lo ius honorum

anche agli abitanti della Gallia, per avere incarichi di governo delle Province. Claudio la giustifica come

individuo che conosce bene la storia di Lione e di Roma: più elaborato nell’iscrizione, riassunto da Tacito.

[24] His atque talibus haud permotus princeps et statim contra disseruit et vocato senatu ita exorsus est:

'maiores mei, quorum antiquissimus Clausus origine Sabina simul in civitatem Romanam et in familias

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patriciorum adscitus est, hortantur uti paribus consiliis in re publica capessenda, transferendo huc quod

usquam egregium fuerit. neque enim ignoro Iulios Alba, Coruncanios Camerio, Porcios Tusculo, et ne vetera

scrutemur, Etruria Lucaniaque et omni Italia in senatum accitos, postremo ipsam ad Alpis promotam ut non

modo singuli viritim, sed terrae, gentes in nomen nostrum coalescerent. tunc solida domi quies et adversos

externa floruimus, cum Transpadani in civitatem recepti, cum specie deductarum per orbem terrae

legionum additis provincialium validissimis fesso imperio subventum est. num paenitet Balbos ex Hispania

nec rninus insignis viros e Gallia Narbonensi transivisse? manent posteri eorum nec amore in hanc patriam

nobis concedunt. quid aliud exitio Lacedaemoniis et Atheniensibus fuit, quamquam armis pollerent, nisi

quod victos pro alienigenis arcebant? at conditor nostri Romulus tantum sapientia valuit ut plerosque

populos eodem die hostis, dein civis habuerit. advenae in nos regnaverunt: libertinorum filiis magistratus

mandare non, ut plerique falluntur, repens, sed priori populo factitatum est. at cum Senonibus pugnavimus:

scilicet Vulcsi et Aequi numquam adversam nobis aciem instruxere. capti a Gallis sumus: sed et Tuscis

obsides dedimus et Samnitium iugum subiimus. ac tamen, si cuncta bella recenseas nullum breviore spatio

quam adversus Gallos confectum: continua inde ac fida pax. iam moribus artibus adfinitatibus nostris mixti

aurum et opes suas inferant potius quam separati habeant. omnia, patres conscripti, quae nunc

vetustissima creduntur, nova fuere: plebeii magistratus post patricios, Latini post plebeios, ceterarum Italiae

gentium post Latinos. inveterascet hoc quoque, et quod hodie exemplis tuemur, inter exempla erit.

[25] Orationem principis secuto patrum consulto primi Aedui senatorum in urbe ius adepti sunt. Datum id

foederi antiquo et quia soli Gallorum fraternitatis nomen cum

populo Romano usurpant.

24. Ma questi e simili argomenti non scossero per nulla il

principe, che, convocato il senato, li confutò nel modo

seguente: «I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di

origine sabina, fu accolto contemporaneamente tra i cittadini

romani e nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi

criteri nel governo dello stato, trasferendo qui quanto di

meglio vi sia altrove. Non ignoro, infatti, che i Giulii sono stati

chiamati in Senato da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii

da Tusculo e, se lasciamo da parte i tempi più antichi,

dall'Etruria, dalla Lucania e da tutta l'Italia. L'Italia stessa ha

da ultimo portato i suoi confini alle Alpi, in modo che, non solo

i singoli individui, ma le regioni e i popoli si fondessero nel

nostro nome. Abbiamo goduto di una solida pace all'interno,

sviluppando tutta la nostra forza contro nemici esterni,

proprio allora quando, accolti come cittadini i Transpadani, si poté risollevare l'impero stremato,

assimilando le forze più valide delle province, dietro il pretesto di fondare colonie militari in tutto il mondo.

C'è forse da pentirsi che siano venuti i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia

Narbonense? Ci sono qui i loro discendenti, che non ci sono secondi nell'amore verso questa nostra patria.

Cos'altro costituì la rovina di Spartani e Ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che

respingevano i vinti come stranieri? Romolo, il fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza,

quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini. Stranieri hanno

regnato su di noi: e affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere,

un'improvvisa novità, bensì una pratica normale adottata dal popolo in antico. Ma, voi dite, abbiamo

combattuto coi Senoni: come se Volsci e Equi non si fossero mai scontrati con noi in campo aperto. Siamo

stati conquistati dai Galli: ma non abbiamo dato ostaggi anche agli Etruschi e subìto il giogo dei Sanniti?

42

Eppure, se passiamo in rassegna tutte le guerre, nessuna s'è conclusa in un tempo più breve che quella

contro i Galli: da allora la pace è stata continua e sicura. Ormai si sono assimilati a noi per costumi, cultura,

parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenerli per sé! O senatori, tutto ciò che

crediamo vecchissimo è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei dopo quelli patrizi, quelli latini dopo i

plebei, degli altri popoli d'Italia dopo quelli latini. Anche questa decisione si radicherà e invecchierà, e ciò per

cui oggi ricorriamo ad altri esempi verrà un giorno annoverato fra gli esempi».

25. Al discorso del principe seguì un decreto del senato; gli Edui, per primi, ottennero il diritto di avere

senatori a Roma. Il privilegio si spiega con un antico patto e perché, soli fra i Galli, vantavano il titolo di

«fratelli del popolo romano».

Le origini romane sono incerte: fin dall’inizio non hanno certezze di dinastie, tant’è che la leggenda narra

che Romolo fondò la città coi briganti fusi con le Sabine. Roma nasce dalla fusione di gruppi etnicamente

diversi. È il fulcro della questione: pur forti e pur potenti, le società greche sono crollate perché esclusiviste.

D’altronde, Orazio scrive Graecia capta ferum victorem cepit, ovvero “la Grecia, conquistata *dai Romani+,

conquistò il selvaggio vincitore”. (Orazio, Epistole, Il, 1, 156). Roma conquistò la Grecia con le armi, ma

questa, con le sue lettere e arti, riuscì ad incivilire il feroce conquistatore, rozzo e incolto.

Nell’iscrizione Claudio si sofferma di più su tale punto: fin dalle origini abbiamo preso il meglio che ci

arrivava in casa: per questo abbiamo avuto re etruschi e sabini. Ciò che gli altri hanno ricacciato, noi

abbiamo preso: è questo il motivo della nostra ricchezza. Il Senato non può limitarsi ai governatori italiani,

ed in quel momento i principes galli erano quelli che fornivano più garanzie. I senatori, pur non essendo

contenti, devono accettare la decisione. Non lo sono anche per la rilevanza economica enorme che hanno

questi provinciali.

Nella Tabula Claesiana, esposta al Castello del Buonconsiglio, dovrebbe derivare da una grande officina,

campana o romana. Essendo di bronzo, era più difficile da costruire. Secondo gli archeologi era applicata

sulla parete del luogo di culto di Campineri: nel 1869 si decide di costruire le nuove scuole di Cles. In quegli

anni Theodor Mommsen aveva ovunque appassionati cultori di realtà locale che gli inviavano calchi di

iscrizioni per il CIL: Giovanni a Prato, barone e fondatore de Il Trentino, gli invia una copia, e Mommsen la

pubblica su Herbes dell’Accademia delle Scienze di Berlino. Siccome sarebbe uscita solo mesi dopo, esce

prima a Trento l’edizione con la traduzione italiana per Il Trentino, ed il fascicolo va a ruba. Inoltre, il

ricavato verrà devoluto alla costruzione della statua di Dante. È l’attestazione, tramite il fenomeno della

public history, che l’irredentismo – che mira al distacco dall’Austria – usa, manipolando la storia antica delle

regioni irredente, credendo di trovarvi una dimostrazione di italianità eguagliata alla romanità.

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La Tabula riporta un editto che tratta due distinte questioni: la prima è la controversia tra Comenses

(comensi o comaschi) e Bergalei (probabilmente localizzati nell'attuale val Bregaglia), la seconda riguarda la

concessione dell'adtributio (aggregazione) di Anauni, Sinduni e Tulliasses al municipium di Tridentum.

Durante il consolato di Marco Giunio Silano e Quinto Sulpicio Camerino,

alle idi di marzo, nel pretorio di Baia, venne affisso l'editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico che

viene riportato qui di seguito. Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo con potestà

tribunizia per la sesta volta, imperatore per l'undicesima volta, padre della patria, console designato per la

quarta volta, dice:

Per quanto riguarda le antiche controversie pendenti fin dai tempi di mio zio Tiberio Cesare, per appianare

le quali, per quanto ricordo solo quelle tra Comaschi e Bergalei, egli aveva mandato sul luogo Pinario

43

Apollinare, il quale, in un primo tempo per l'ostinata assenza di mio zio, e poi anche sotto il principato di

Gaio, omise, non per sua trascuratezza, di stilare un rapporto che non gli era stato richiesto;

e poiché in seguito Camurio Statuto mi informò che molti dei campi coltivati (agri) e dei boschi (o pascoli,

saltus) sono di mia proprietà: mandai sul posto Giulio Planta, mio amico e compagno, il quale, convocati i

miei procuratori, sia quelli che stavano in altra regione, sia quelli della zona, con la massima cura condusse

un'indagine e istruì la questione; per tutte le altre pendenze, lo incarico di dirimere e di decidere, secondo le

soluzioni che mi prospettò nella relazione da lui compilata

Per quel che riguarda la situazione degli Anauni, dei Sinduni e dei Tulliassi, per i quali il relatore dice di avere

appreso che in parte era "aggregata" ai Tridentini e in parte no, anche se ritengo che non possano

dichiarare di possedere la cittadinanza romana con fondati motivi, tuttavia, poiché mi si riferisce si siano

trovati in questa condizione da molto tempo, e che siano in stretti rapporti con i Tridentini in modo tale da

non poterne essere separati senza grave danno per quello splendido municipio, permetto, per mia

concessione, che mantengano la condizione giuridica che credevano di possedere, anche perché parecchi di

loro si dice facciano parte del mio pretorio, e che alcuni addirittura siano stati ufficiali dell'esercito, e che

non pochi amministrino la giustizia nelle decurie di Roma.

Concedo loro tale beneficio, per cui, qualunque attività o azione giudiziaria abbiano intrapreso come se

fossero stati cittadini romani, fra di loro o con i Tridentini o con altri, ordino che siano ritenute valide; e

permetto loro di mantenere i nomi da cittadini romani che, in passato, avevano preso.

Nel sesto anno della sua tribunicia potestas (tutti gli anni viene rinnovata: quindi nel 46) acclamato

imperator undici volte (i suoi eserciti hanno riportato vittorie dopo le quali hanno rinnovato la loro fiducia

nell’Imperator dieci volte, più la prima) col titolo di pater patriae e designato per rivestire un quarto

consolato, stabilisce (ordina, sancisce: dicit) dal momento che c’erano delle controversie pendenti fin dai

tempi di mio zio Tiberio, controversie per le quali mio zio aveva mandato un certo Pinaro Apollinare fra gli

abitanti di Como e Bergalia, e dal momento che l’assenza ostinata di mio zio, ma anche perché anche sotto

il principato di Gaio (fra il 37 ed il 41) dato che a lui nessuno chiedeva di relazionare (Tiberio si dimentica del

funzionario, Gaio non se ne occupa), visto che non era stupido, se ne è disinteressato; dopo di che, Camurio

Statuto (altro funzionario) è venuto da me a denunciare che quei campi, quei terreni, quei boschi e quei

pascoli erano miei; sul posto ho mandato Giulio Planta, amico e membro del mio gabinetto, il quale,

mandati a chiamare tutti i miei procuratores, sia quelli di quella regione, sia da altre, con la massima

attenzione ha condotto un’in ed ha istruito una pratica. Per le altre faccende, così come sono state spiegate

e chiarite da lui nella sua relazione ufficiale, delego a lui di pronunciare una decisione (è una causa fiscale,

può occuparsene lui). Per quanto invece riguarda lo status giuridico degli Anauni (Val di Non), dei Tuliassi e

dei Sinduni, una parte non è neppure aggregata, anche se capisco benissimo che questa categoria di

individui non può vantare un origine solda per la sua condizione di cittadinanza romana.

Ci si trova davanti ad una sanatoria: qualcuno avverte Claudio che ci sono personaggi che si arrogano il

diritto di cittadinanza romana senza averla. Ma dichiarando che non sono cittadini romani, tutto ciò che

hanno fatto viene invalidato, distruggendo il municipium: matrimoni, compravendite etc. Persino i nomi.

Per la prima volta compaiono alla luce della storia gruppi etnici vissuti fino a quel momento nella preistoria

e vengono inseriti nel sistema-Impero. Da qui nasce la storia delle vali tridentine, precedentemente

conosciuti solo grazie all’archeologia ed a qualche iscrizione retica.

- 44

L’Arco di Suza è collocato all’ingresso del perimetro urbano di Segusum (Alpi

Cozie), sulla strada che arriva dalle Gallie accanto al Valico del Monginevro.

Attraversare l’arco significava entrare nel mondo civilizzato, nella romanità. Al

centro ci sono due personaggi che si stringono la mano: Agrippa e Cozio. Il patto

risale al 13 a.C. Il restante corteo non ha la lorica. Sopra, l’iscrizione era in lettere

di bronzo applicate sulla pietra; oggi rimane solo il solco delle lettere, che

indicano le 14 civitates che hanno accettato l’accordo.

Anche la politica estera di Claudio è degna di nota. Il regno di Tiberio era stato un momento di stasi da tale

punto di vista, e quello di Caligola troppo breve; Tacito critica aspramente in particolare il primo. I senatori,

dice lo storico, lo definivano princeps proferendi imperii incuriosus, ovvero “principe disinteressato a

produrre (la prolatio) l’allargamento dell’Impero”. Tuttavia Augusto aveva lasciato detto al suo successore

di consolidare, non di allargarsi: Livio, nel 20 a.C., dice che Roma è un organismo che soffre delle sue

dimensioni.

Ma non bisogna dimenticare che il mondo romano gira attorno alla guerra, e che per Tacito il vero eroe era

stato Germanico, che aveva fatto le guerre in Gallia ed aveva pacato la crisi orientale con le armi. Il Senato

sarà comunque sempre diviso tra chi continuerà comunque a criticare Tiberio – gli stessi delusi dall’accordo

coi Parti di Augusto – e chi capirà che non è il momento di espandersi. Viene in questo periodo riscoperto il

mito di Alessandro, che di fronte all’Oceano si domanda mi fermo o vado oltre? La terra romana è

οικουμζνη γη, terra abitabile, ed oltre non c’è niente. I Romani avevano già la concezione della terra tonda,

e già avevano ipotizzato l’America, dicendo che lo spazio tra Cadice e l’India era troppo per non esserci

un’altra terra in mezzo.

Claudio, sentendosi totalmente erede della dinastia giulio-claudia, continuò la tradizione augustea di

consolidamento. Grazie a lui si hanno numerose campagne militari; Claudio lo sente come un dovere

morale, essendo in un’epoca di grandi generali, primo fra tutti il padre Druso – che non disconoscerà mai,

anzi valorizzerà la sua paternità.

Inizialmente nel 43 fece una campagna in Britannia, che il geografo Strabone (tra Augusto e Tiberio) narra

come un territorio che non valeva la pena di conquistare secondo Augusto, che fondò solamente il porto di

Londinium e poi si fermò. Invece Claudio decide di controllare la Cornovaglia, la zona a sud-ovest e sud-est

dell’isola. Ove le città odierne finiscono con -chester, deriva da castrum. Grazie a ciò riceve il cognomen ex

virtute di Britannicus, grazie al quale il figlio verrà chiamato Britannico.

Nel 46 ci sono diversi provvedimenti che riguardano le zone alpine e settentrionali in blocco: organizza

definitivamente e trasforma in province procuratorie le ex-province prefettizie di Raetiae Noricum.

Strabone fa sapere che nel frattempo portò avanti la grossa opera del padre di collegamento tramite

strade.

Sul Cippo Rabland, risalente alla Via Claudia Augusta, si trova un’iscrizione molto interessante. Trovata nel

1552 a Rablà/Rabland, in Val Venosta (probabilmente a seguito di una piena dell'Adige), è oggi conservata

al Museo Civico di Bolzano. Iscrizione celebrativa su cippo milliare. Datata precisamente al 46 d. C. 45

Ti(berius) Claudius Caesar / Augustus Germ[anicus], /

pont(ifex) max(imus), trib(unicia) pot(estate) VI,

co(n)s(ul) desig(natus) IIII, imp(erator) XI, p(ater)

p(atriae), / [vi]amClaudiamAugustam, / quamDrusus

pater Alpibus / bello patefactisderexerat, / munit a

flumine Pado at / [f]lumen Danuvium per /[m(ilia)]

p(assum) CC *…+

Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice

massimo, fornito della sesta potestà tribunizia,

designato console per la quarta volta, acclamato undici

volte imperatore, padre della patria, consolidò dal fiume

Po al fiume Danubio per la lunghezza di duecento…

miglia la via Claudia Augusta, che suo padre Druso

aveva tracciato dopo che le Alpi erano state aperte con

la guerra [opp.: sulle Alpi da lui aperte con la guerra].

Il senso di derexerat è “spalancare”. Ma la cosa più

importante è che la strada è stata aperta da suo padre

Druso e per questo mette un cippo autocelebrativo e

celebrativo delle imprese del padre, che spalancò le Alpi nel 15 a.C. Essendo allora imperator Augusto, la

chiamarono Augusta. Essendo stata rifatta (munit) da Claudio, diviene Claudia-Augusta.

Vengono poi create le nuove province di Licia (odierna Turchia) e di Tracia (odierna parte europea della

Turchia ed un pezzo di Bulgaria), da una legione, ed in Mauretania la provincia Tingitana (odierna Tangeri),

già municipium romano per antico privilegio, e Cesariensis. Quest’ultima prese il nome dalla sua capitale,

Cesarea (odierna Cherchell), fondata dal re Giuba di Mauretania in onore di Augusto, erede della Numidia

finché questo stato esistette. Grande sapiente, scrisse trattati sulla natura dell’Africa; Giuba diviene poi

marito di Cleopatra Selene, figlia di Cleopatra e Marco Antonio, ed hanno un figlio, Tolomeo, che sarà fatto

giustiziare dal cugino Caligola quando era regnante, per congiura. Due province in Mauretania e non una

sola, perché era molto difficile attraversarle via terra: le due province erano separate dal fiume Mulucha

(oggi Muluya), che attingeva le acque direttamente dall’Oceano Atlantico.

Creare province significa porre dei confini: è importante ciò, perché in base ai confini si decide chi è

cittadino romano e chi no.

Claudio ebbe tre mogli. La prima fu la famosa nobile etrusca Plauzia Urgulanilla; nel 48 Claudio aveva

divorziato da Messalina, denunciata per immoralità e tradimento. Anche per questo venne molto preso in

giro, essendo definito il cornuto felice. Da Messalina aveva avuto un figlio, Britannico, ed una figlia, Ottavia

(futura moglie di Nerone). In terze nozze, nel 49, Claudio sposa Agrippina Minor, che aveva avuto dalle

prime nozze con Lucio Domizio Enobarbo un figlio, Nerone. Si dice che Agrippina avvelenò sia Britannico sia

Claudio, per accelerare la successione di suo figlio.

Per i primi cinque anni di regno (54-59), Nerone non governò, ma il potere rimase alla madre ed ai suoi due

precettori, Anneo Seneca ed Afranio Burro. Tutti i trattati senecani si occupano di politica, essendo uno dei

pochi filosofi regnanti; il più orientato politicamente è il De Clementia, nel quale prende come oggetto di

riflessione filosofica un atteggiamento sotto lente d’ingrandimento fin dai tempi di Cesare. Il problema è

che ormai il Senato non ha più tanto potere, perciò il princeps deve autodisciplinarsi, in particolare con la

clementia, non avendo adeguati contrappesi. 46

Quando vorrà liberarsi di loro, Nerone inizierà a lavorare di corruzione, processi, suicidi indotti. Inoltre si

sposa con Poppea Sabina (già sposata con Ottone), andando contro la madre, che lo voleva sposato con

Ottavia Minor per consolidare la dinastia. Per questo matrimonio fa uccidere la madre; con l’occasione, fa

giustiziare anche Afranio Burro. Così il regno d’oro dei primi anni 60 termina.

Il regno di Nerone vede un nuovo impegno della politica romana sul fronte orientale: la casa reale di

Armenia provoca nuovi squilibri, a causa di due aspiranti sovrani, uno sostenuto dai Romani e l’altro dai

Parti. Nerone ha la fortuna di avere Domizio Corbulone, uno dei migliori generali della sua generazione,

attivo in Partia dal 58 al 63, avendo risultati notevoli. Il candidato dei Parti, Tiridate, rimane sul trono, ma la

vittoria sulle truppe impone in protettorato di Roma ed il riconoscimento formale del suo regno a Roma.

L’incoronazione viene infatti fatta a Roma.

Per i suoi atteggiamenti istrionici, il popolo, al contrario dei senatori e degli intellettuali, lo ama: canta, crea

giochi, viaggia per la Grecia. Inoltre svaluta il denaro abbassando il contenuto d’argento nella moneta:

favorisce le piccole transazioni, ingraziandosi i ceti modesti. Questo amore per Nerone farà sì che quando

un impostore andrà tra le masse dicendo di essere Nerone Redivivo, dopo la morte dell’Imperatore, il

popolo ci crederà

Nel 64, l’incendio della città attribuito a Nerone passò alla storia, per ricostruire Roma e creare la Domus

Aurea, su un fianco del colle Oppio fino al Colosseo. È la goccia che fa traboccare il vaso: le casse dello Stato

sono quasi svuotate. Nel 65 viene organizzata la congiura dei Pisoni: scoperta, conduce alla condanna o al

suicidio di tutti i partecipanti, tra i quali Seneca e Petronio, suicidi nel 66.

Nello stesso 66 scoppia la rivolta giudaica, partendo dalla Galilea ed estendendosi fino a Gerusalemme, in

occasione della Pasqua ebraica. Viene dichiarata quando il sommo sacerdote di Gerusalemme si rifiuta di

celebrare un sacrificio per il genio dell’Imperatore. La Giudea è una provincia procuratoria. Ci sono quattro

eredi alla morte di Erode, detti tetrarchi: essendo legato Erode alla famiglia augustea, si trovano nomi legati

alla famiglia giulio-claudia, come Erode Agrippa; Agrippa II avrebbe anche il ruolo di re, che però non vale

più. Ma è una provincia procuratoria: non ha legioni, c’è solo una guarnigione di truppe ausiliarie. Le legioni

più vicine sono in Egitto e Siria, quindi comunque possono arrivare in ogni momento. Quando i ribelli

organizzano la resistenza armata, la guarnigione non basta: a quel punto le truppe ausiliarie assieme ai

ribelli escono dalla città e si scontrano a Beth Horon, località dove i Maccabei avevano sconfitto i Seleucidi

cento anni prima. Gli eroi fondatori di Israele sono proprio questi: la storia israeliana ha un gap di quasi

duemila anni.

Il procuratore romano e la sua guarnigione vengono dunque annientati a Beth Horon. Gli insorti vedono in

questa vittoria un segno, per rivivere l’epopea maccabea ed una nuova guerra di liberazione, contro la

parte laicizzante della società. Il giudaismo del tempo è un calderone di correnti: all’interno dell’élite

sacerdotale c’era una fascia di adesione totale alle Scritture ed una fascia aperta agli influssi greco-romani.

Ci sono poi nuclei minoritari che vivono altre forme di imperialismo, che si ritirano perché rifiutano

l’interpretazione delle Scritture data da altre correnti. La rivolta di liberazione è ovviamente capeggiata

dall’area sacerdotale più radicale, e supportata dal ribellismo di origine radicale.

Queste insurrezioni erano già state affrontate da Erode e represse nel sangue, allora per motivazioni di

ordine economico-sociale e religioso. Erode era considerato indegno di governare la Giudea perché era

ebreo solo per metà: una parte della società dunque non riconosceva la legittimità della sua dinastia. Dal

momento in cui la guarnigione dell’Imperatore viene sconfitta, viene letto dalla parte più radicale come il

segno che Dio era con loro. Il disagio culturale ed economico si rifletteva sull’attesa del Messia, e secondo i

più radicali era il Messia Guerriero. Il giudaismo del I sec. a.C. – I sec. d.C. vedeva dunque malissimo la

predicazione di Cristo, che rifiutava l’aspetto guerriero-messianico, e per questo Gesù è finito come è finito.

47

La vittoria di Beth Horon convince i giudei di aver sconfitto l’esercito romano. Quando Tito Vespasiano,

governatore di Siria, scende a Gerusalemme con le due-tre legioni, succede un pandemonio.

Questo è l’ultimo grande evento sotto il governo di Nerone, che poi si ritira in Grecia.

-

In Giudea la situazione era esplosiva, a causa delle rivolte con base di radicalismo religioso.

Nel 63 a.C. la campagna definitiva di Pompeo aveva portato alla sconfitta del Regno di Siria e che tramuta la

regione in Provincia da tre legioni; quando la rivolta guidata da Giuda Maccabeo ed i suoi fratelli avevano

messo in crisi i Seleucidi, Roma s’è schierata con i Maccabei. In seguito la dinastia Maccabea salirà al

potere, diventando in seguito dinastia degli Asmodei. Dunque tra il 150 ed il 60 a.C. i rapporti con Roma

sono ottimi; nel 63 però Pompeo entra nel Tempio di Gerusalemme, nel sancta sanctorum, vietato per chi

non è il Sommo Sacerdote; l’ingresso nel Tempio è un sacrilegio per il quale non esiste espiazione.

Da qui iniziò a svilupparsi la letteratura messianica, che rivelava un’aspettativa nei confronti di un Messia

guerriero.

Il problema era continuato col re cliente Erode; finché c’era stato lui, Roma poteva disinteressarsi della

zona, delegandogli la situazione. Per questo Erode fu considerato peggio dei Romani, anche perché era per

metà idumeo, ovvero dell’Idumea, zona a sud della Palestina non considerata puramente ebraica.

Alla sua morte, gli eredi non sapevano controllare il territorio: vengono dati loro solo quattro pezzetti di

terra, e per questo verranno chiamati tetrarchi. La Giudea diventa provincia, prima come prefettizia, e

sotto Claudio procuratoria.

Il Tempio era una città nella città; era stato fatto restaurare da Erode in un punto, detto Fortezza Antonia,

perché era stato costruito durante il passaggio in Oriente di Marco Antonio (l’odierno Muro del Pianto è

una delle sue parti).

Sotto Nerone, sotto la festa di Pesah, che ricorda la liberazione del popolo israelita dall'Egitto e il suo esodo

verso la Terra Promessa, la situazione esplode.

Giuseppe, alias Yosef ben Matityahu (figlio di Mattia), storico ebreo, ci racconta i vari orientamenti giudaici,

parla delle varie αιρζςεισ, “scelta”.

Tra i sacerdoti:

- Asmonei, che sono i sacerdoti nobili;

- Farisei, osservanti della legge;

- Sadducei, coloro che sono venuti a patti col popolo romano.

Tra il popolo, grande successo hanno gli Zeloti, interpreti delle posizioni più radicali, e gli Esseni, i “puri”,

che formano tribù sul lago di Tiberiade e producono una letteratura messianica diversa dalle altre, non

essendo a favore di un ebraismo militante. Hanno molte consonanze con il protocristianesimo.

Quando scoppia la rivolta, che non viene fermata dal procuratore, e le truppe ausiliarie vengono sconfitte a

Beth Horon, peggiora la situazione; Roma affida le operazioni ad un personaggio di modesta origine, di

ordine equestre, nato vicino a Rieti, di ormai 60 anni, che si era fatto notare nella campagna di Britannia:

Tito Flavio Vespasiano. Sia lui sia il fratello sono in carriera sotto Claudio: Vespasiano viene cooptato in

48

Senato per bravura, mentre il fratello Flavio Sabino rimarrà eques e diverrà prefetto del pretorio. Inizia

l’attacco dalla Galilea.

Lo storico Giuseppe viene incaricato dal governo rivoluzionario di Gerusalemme di guidare la rivolta in

Galilea: era stato mandato a Roma tempo prima per chiedere a Nerone la liberazione di alcuni sacerdoti

incarcerati per la rivolta. Quest’ambasceria si presenta da Poppea, colpita dalla moda dell’ebraismo, grazie

anche agli schiavi delle guerre; riescono a liberare i prigionieri, dopo un viaggio terribile compreso un

naufragio. Ma Giuseppe ci racconta le cose con ambiguità: ha capito chi sono i Romani, ha visto Roma.

Tant’è che quando Vespasiano sta uccidendo tutti, in pochi, compreso Giuseppe, si nascondono in una

cisterna. Giuseppe li convince dell'immoralità del suicidio e dell'opportunità che a turno si perdesse la vita

per mano dei compagni; con uno stratagemma riguardante l'ordine delle successive morti, pescando delle

pagliuzze, più o meno lunghe,fa poi in modo di rimanere l'ultima persona viva del suo gruppo di

combattenti e, invece di uccidersi, si consegna ai Romani. Durante l'incontro con il comandante militare

romano Tito Flavio Vespasiano, Giuseppe gli predice che sarebbe diventato imperatore:

In Giudea, mentre stava consultando l'oracolo del dio del Carmelo, le sorti confermarono a Vespasiano che

avrebbe ottenuto tutto ciò che voleva e aveva in animo, per quanto fosse grande; ed un nobile tra i

prigionieri di nome Giuseppe, mentre veniva messo in catene, affermò che lo stesso Vespasiano lo avrebbe

liberato, quando fosse ormai [divenuto] imperatore. (Svetonio, Vita di Vespasiano, 5)

Chiama μεταβολή il completo rovesciamento che vuole che il Messia non sia figlio d’Israele, ma di Roma.

Interpreta il versetto Dio acceca colui che vuole perdere, perché secondo lui gli ebrei si sono accecati, si

stanno distruggendo; senza l’appoggio di

Dio non si governa il mondo, ed il mondo

è governato dai Romani. Fin dal libro di

Daniele c’è la teoria ellenistica della

successione degli imperi: Giuseppe

mischia tale teoria con quella

messianico-apocalittica.

*Attorno al portico di Ottavia oggi c’è il

ghetto ebraico: gli unici veri discendenti 1 GALBA OTONE VITELLIO

dai Romani oggi sono proprio gli ebrei di

Roma.]

Sconfitto l’esercito di Giuseppe, Vespasiano procede con la conquista di Gerusalemme e del Tempio.

Nel 68 a.C. il governatore della Gallia Aquitania Caio Giulio Vindice, alla testa delle sue legioni (essendo uno

di quei galli che sono riusciti), si ribella a Nerone, perché sembrerebbe che sia alleato con il legatus augusti

Sulpicio Galba della Spagna Tarraconensis; Galba viene acclamato dalle sue legioni (ben tre) Imperator.

Virginio Rufo, governatore di Germania, sconfigge Vindice che si suicida. Le legioni di Rufo lo acclamano

Imperator, ma lui rifiuta. Queste circostanze svelano il segreto del potere, gli arcana imperii tacitiani: il

rapporto tra governatore e legioni.

Il Senato riconosce dunque di fretta Galba come princeps, i pretoriani vengono corrotti con promesse di

denaro; Nerone, compresa la sua fine, si fa uccidere da un liberto. 49

Quando Galba arriva a Roma, si rende conto che Nerone ha lasciato le casse vuote. Non sa come pagare i

pretoriani. Per di più, ha già 70 anni, si preoccupa della precarietà della sua vita: designa come suo

successore Lucio Calpurnio Pisone, giovane senatore, adottandolo. Tale scelta non è approvata: non ha

dietro truppe, e non è approvata dall’ambizioso Salvio Otone, primo marito di Poppea e governatore della

Spagna Lusitania.

I pretoriani linciano Galba e Pisone nel foro. Otone viene proclamato Imperator. È il gennaio del 69.

I germanici non approvano la scelta: proclamano Aulo Vitellio, governatore della Germania Superior; a lui si

uniscono la Inferior, la Raetia e le altre province occidentali. Vitellio rimane in Gallia, e manda i legati a

valicare le Alpi: le due truppe si scontrano a Bedriaco, vicino Cremona – città che ne uscirà distrutta;

Ottone, sconfitte le sue truppe e non giungendo in tempo le truppe danubiane in tempo per aiutarlo, si

suicida. Alla notizia, però, le sue truppe e pezzi di quelle di Otone si ribellano: le legioni di Siria e d’Egitto,

assieme alle altre legioni, si mettono d’accordo ed acclamano come Imperator Vespasiano.

Tra il 68 ed il 69, insomma, è una vera e propria guerra civile, che conduce a ben quattro imperatori in un

anno.

Vespasiano, per prima cosa, lascia l’assedio di Gerusalemme al figlio, Tito Flavio; poi, ricordandosi della

profezia, concede la libertà all’indovino, e gli dona il nome – da qui in poi si chiamerà Flavio Giuseppe; lo

mette come interprete per il figlio. Flavio Giuseppe descrive le vicende dal 66 al 71 nel Bellum Iudaicum

(Ἱςτορία Ιουδαϊκοῦ πολζμου πρὸσ Ῥομαίουσ), ed alla fine della sua vita scrive Βίοσ, che narra la sua versione

dei fatti dopo le accuse di tradimento di un suo connazionale.

Poi Vespasiano accorre in Egitto e s’appropria del grano, per non avere il malcontento della mancanza di

cibo nella Capitale.

Le legioni danubiane e siriane si scontrano a Bedriaco, nuovamente: quelle di Siria sbarcano a Ravenna,

dove c’è il porto militare; le danubiane percorrono la Via Postumia, che collega Aquileia alla Liguria. Lo

scontro è tanto grande che coinvolge in guerriglie anche Roma, incendiando il Campidoglio. In questi

scontri, Vitellio ed il fratello di Vespasiano, Flavio Sabino,rimangono uccisi.

Il Senato, mentre Vespasiano è ancora in Egitto, lo riconosce Imperator; nella sua assenza, governa Licinio

Muciano, governatore di Siria (che aveva portato le truppe in Italia), coadiuvato dal figlio minore di

Vespasiano, Domiziano.

Nel frattempo, a Gerusalemme l’assedio uccide gli ultimi sopravvissuti, non avendo più cibo. Ad un certo

punto, nel 70, il Tempio viene incendiato. Secondo Flavio Giuseppe fu colpa di una freccia partita

accidentalmente: essendo stato il Bellum Iudaicum siglato da Tito e Vespasiano, non si sa quanto sia

attendibile la notizia. L’incendio divampa per giorni, e rimane in piedi solo l’attuale Muro del Pianto;

successivamente ci sono diverse stragi, tra le quali Flavio Giuseppe tenta di salvare i suoi amici.

La distruzione del Tempio provoca l’ennesima diaspora: dato che ogni ebreo doveva pagare un obolo al

Tempio di Gerusalemme, i Flavi spostano la tassa al tempio di Giove Capitolino.

Vespasiano, nel 70, finalmente torna a Roma, acclamato dal trionfo sugli ebrei, che viene immortalato nel

celebre Arco di Tito, dove si riesce anche a vedere una menorah (candelabro a 7 bracci) e l’Arca

dell’Alleanza con dentro i rotoli della Torah; dall’atro lato si vede Tito sul carro del vincitore, con alle spalle

la Vittoria Alata. L’arco è stato fatto per Tito dal fratello Domiziano, quando divenne Imperator.

Da qui inizia una fase di consolidamento delle strutture dell’Impero.

- 50

Il nuovo princeps Vespasiano, nato nel 9 d.C., è rappresentato nel 69 con estrema

realisticità: rughe, calvizie, espressione dicono che quest’uomo vuole essere

raffigurato così per dare un messaggio preciso. È un buon padre di famiglia ed al

contempo è una persona robusta ed in piena salute, perché viene dall’entroterra

laziale da dove vengono i soldati che hanno fatto grande Roma. Infine non ha nulla a

che fare con la dinastia che lo ha preceduto, di

scialacquatori e scellerati.

In un ritratto successivo però sembra più giovane, con i

capelli: forse riprende un ritratto giovanile, ma in ogni

caso l’Imperator lo fa girare. Una volta preso il potere si

può procedere ad una rappresentazione più aulica.

Il ritratto ufficiale, con la lorica, lo vede comunque con

rughe e possenza.

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Nel XIV secolo Cola di Rienzo, pubblicano romano di umili condizioni, aveva

provato a rifondare la Repubblica Romana. Probabilmente Cola aveva visto una

lastra reperita dopo i primi rinvenimenti papali; non riuscendo a leggere ed interpretare la lastra, diede

un’interpretazione farlocca, perché secondo lui era un’ufficializzazione su bronzo delle prerogative e dei

poteri dei cittadini di Roma. Venne affitta in San Giovanni in Laterano.

Nel 2009, per il bimillenario della nascita di Vespasiano, tale lastra è stata staccata dalla cornice di pietra,

per cercare di capire di più della struttura dell’epigrafe. Ci si era resi conto che è la parte finale di

un’importante decisione presa dal Senato di Roma, uno dei senatus consulta: l’ultima, perché comprende la

sanctio, la sanzione. Tale lastra viene definita lex de imperio Vespasianii. Tale consultus venne votato dai

comizi, e così diviene lex, che riguardava i poteri conferiti al princeps.

L’imperatore Giulio Cesare, come Augusto, Tiberio e Claudio, avrà il diritto di concludere qualunque trattato

egli voglia. Convocare il Senato, far votare con o senza discussione un Senatus Consultus, che si terrà in

considerazione di più il candidato da lui voluto, sarà tenuto a fare tutto ciò che ritiene utile per lo Stato

lasciando in secondo piano i plebisciti popolari (il principe è legibus solutus, è al di sopra della legge –

diventa legge egli stesso).

Non cita Nerone, Galba, Otone, Vitellio: gli imperatori che hanno male operato nel giudizio del Senato e di

Vespasiano sono stati colpiti dalla damnatio memoriae. I Memory Studies si occupano oggi del modo in cui

una comunità crea il proprio passato, lo interpreta e cosa decide poi di conservare e perché. La

cancellazione di un Imperatore non apprezzato è importantissimo secondo questi studi, perché

l’importanza del ricordo è fondamentale a Roma: il ricordo degli antenati è moneta sonante per la

costruzione della vita degli eredi, e non c’è disonore più grande del non lasciare memoria. Il figlio di un

condannato, se vuole l’eredità paterna, deve cambiare nome. La celebrazione diventa materiale nel Foro

Romano, e vale tantissimo avere un antenato che ha lasciato un arco nel Foro.

Conta inoltre il fatto che venga messo su bronzo un testo che specifica in maniera inderogabile i poteri del

princeps: non può cambiarli in corsa.

Per quanto riguarda la questione delle elezioni, noi abbiamo informazioni solo grazie a documenti

epigrafici. 51

Il comizio è il corpo elettorale, che prende tale nome dal comitium, luogo dove si votava. Il voto avveniva

per centurie (al contempo unità elettorale e di arruolamento). I più ricchi hanno più centurie, perché si

hanno più uomini da armare; il voto singolo non conta, conta quello della singola centuria. Quando viene

proletarizzato l’esercito, la corrispondenza servizio militare – cittadino viene meno, ed i comizi centuriati

sono svuotati. Rimangono solo liste elettorali.

Questo sistema era repubblicano, ma poi salta in età imperiale, quando si permette anche ai capite censi di

entrare nell’esercito. A Roma però il comizio funzionava ancora: il cittadino poteva ancora andare a votare.

L’unica cosa che viene meno è la corrispondenza tra unità militare e civile: le centurie altro non sono che

liste elettorali in cui sono iscritti i cittadini, ma soprattutto i cittadini romani, perché è difficile che un

provinciale si rechi a Roma per votare (poteva però farlo se era in città e aveva la cittadinanza.

Noi però sappiamo da due epigrafi del tempo della morte di Gaio (nipote di Augusto), che ad un membro

della casa imperiale che muore se è un principe diventa subito divus, se è un membro della casa imperiale

riceve a sua volta una forma di culto. Nel caso dei due ragazzi designati alla successione e morti in giovane

età, vengono fatti oggetto di culto e a loro vengono intitolate cinque centurie di votanti per ciascuno.

Questo significa che ci sono 10 unità di voto che sono intitolate 5 a Gaio e 5 a Lucio Cesare. Perciò queste

centurie, invece che essere designate con un singolo numero, prendono il nome dei due imperatori

mancati. Alla morte di Druso e di Germanico, anche a loro vengono intitolate delle centurie. Queste

centurie, che sono quelle dei principi, esprimono un voto con un’autorevolezza che è come se per loro

esprimessero un voto i personaggi divinizzati. Queste diventano le centurie che per prime esprimono il loro

parere e quindi, per questo motivo, orientano le elezioni perché in base a quello che loro decidono si

adeguano le altre centurie. Inoltre, da queste leggi epigrafiche, noi sappiamo che di queste “centurie

destinatrici” devono far parte solo senatori e cavalieri, che quindi decideranno che deve ricoprire i ruoli di

massima importanza dell’Impero. Tra l’altro, se uno dei candidati ha la commendatio del principe, quello ha

la precedenza sugli altri. Da questo sistema emerge che si mantengono dei comizi elettorali che solo

apparentemente funzionano come in età repubblicana, perché in realtà le elezioni sono già decise.

Ormai lo scontro è tra aspiranti monarchi e principi.

Mentre per le età di Tiberio e Caligola si ha ancora un sentimental republicanism (Syme), con gli imperatori

successivi nessuno pensa alla Repubblica, ma semmai si cambia Imperator.

Sui Flavi abbiamo come fonti Tacito e le biografie svetoniane (e qualcosa di Cassio Dione, un senatore della

provincia orientale che scrive una storia di Roma due secoli dopo i Flavi). I Flavi

sono ancora nel cono di luce della storiografia alta, e il giudizio su di loro non è

uniforme: Vespasiano e Tito godono di buona stampa (Tito morirà dopo due anni

di regno); Domiziano viene invece considerato un dittatore.

Vespasiano ha una grande carriera militare alle spalle sotto gli altri Imperatori,

può quindi vantare una certa distanza dalla dinastia Giuli-Claudia degli

Imperatori (anche se in realtà egli fanno carriera sotto Nerone, quindi non è poi

così lontano dalla classe dirigente dell’epoca). Vespasiano non è figlio di un

senatore: da parte di padre la famiglia era modestissima, e il padre aveva

ottenuto i soldi per entrare a far parte del ceto equestre facendo il cambia

valute (professione tutt’altro che onorevole), mentre il nonno organizzava gruppi di braccianti da spostare

di qua e di là. La madre, invece, era una Domizia e la sua famiglia apparteneva al rango equestre già da

qualche generazione. Non è nato a Roma ma a Falacrinae nella campagna aretina (è dunque un Sabino, che

godono di ottima fama presso i romani come popolo di lavoratori e militari). Non è perciò un rude

campagnolo il cui valore militare lo ha portato a fare carriera nella corte dei Giulio-Claudii. In ogni caso, la

52

rappresentazione che viene conservata di lui è quella di ottimo amministratore: egli arriva a Roma

trovandosi di fronte ad una città incendiata e alle casse vuote dello Stato. Quindi egli tenta di portare nuovi

soldi nelle casse dello stato (mettendo le tasse addirittura sull’orina “Pecunia non olet”) e di cambiare le

cose nell’amministrazione di Roma e dell’Impero. A Vespasiano ed ai suoi figli si deve anche una

riorganizzazione del sistema dei limes: in origine questo termine indicava le strade che si inoltravano nei

territori non soggetti all’Imperium di Roma, ma poi passano ad indicare un confine, delimitato appunto da

delle strade romane. Con Vespasiano viene modificato il sistema del limes reniano-danubiano: viene creato

un sistema che alterna posti di guardia a tratti di strada (sposta in avanti la fascia di difesa del confine, sul

quale vengono costruiti questi posti di controllo del tratto di stata). Procede anche a riorganizzare la

cancelleria imperiale, quegli uffici che aveva affidato Claudio ai suoi liberti (processo di burocratizzazione

dello Stato). A Vespasiano dobbiamo un provvedimento importantissimo: la Spagna era divisa in tre

provincia, Terraconensis Lusitana e Betica; alle città spagnole viene concesso il diritto latino, quel diritto

che equipara i cittadini spagnoli a quelli di Roma con un’unica differenza: non possono votare a Roma.

Quindi si amministrano con municipia come facevano una volta le città italiche e si reggono da sole, ma non

possono votare a Roma. Chi aveva rivestito le magistrature in queste città spagnole, usciti di carica,

vedevano equiparati tutti i propri diritti a quelli di un cittadino romani (cioè potevano anche votare a

Roma). È un passo decisivo verso la romanizzazione e il coinvolgimento delle province nell’attività di

governo di Roma. Viene anche intensificato il reclutamento dei provinciali nelle legioni: nell’atto

dell’arruolamento Vespasiano concede che sia data ai soldati la cittadinanza romana. Tramite un

ridisciplinamento feroce vengono risanate sacche di disagio sociale. Vespasiano muore nel 79 d.C. e

durante la sua carriera come Imperatore porta avanti un generale consolidamento dell’Impero:

consolidamento dei poteri dell’Imperatore, allargamento della cittadinanza alle élite sociali e alle comunità

di soldati, consolidamento burocratico e delle casse dello Stato.

Il figlio che gli succede, Tito, riceve la tribunicia potestas già nel 71 d.C. per indicare che esiste una

successione. Egli regna solo due anni perché muore di malattia nell’81 e, tra l’altro, il suo regno è quello

segnato dal tragico evento dell’eruzione del Vesuvio che ha completamente sommerso tre città. In questo

periodo si distingue per il suo intervento di soccorso alle vittime del Vulcano. Non ha mai avuto scontri

significativi con il Senato. Quando Tito era stato in Giudea e aveva portato a termine la distruzione di

Gerusalemme con la distruzione del Tempio, si era innamorato della sorella di uno dei tetrarchi di nome

Agrippa, cioè Berenice. Questa relazione procede negli anni successivi e, quando sale al trono, la invita a

Roma. Il Senato non approva perché la vede come una nuova Cleopatra (Svetonio lo racconta nella sua

biografia). Però Tito decide di mandarla a casa contro la sua volontà e quella di lei per non creare ostilità

con il senato.

Tito prende il nome dal padre, perché primogenito; Domiziano, il fratello, prende il nome dal cognome

della madre, appartenente alla gens Domitia.

Alla morte di Tito gli succede Domiziano, che governa per 15 anni dall’81 al 96 d.C.

Domiziano ha una grande carriera militare alle spalle: è considerato uno dei principi peggiori dalla

storiografia, trovandosi lungo la linea di tendenza autocratica di Caligola e di Nerone. In realtà oggi si ritiene

che la sua attività di governo sia stata molto efficace, e che abbia proseguito l’attività paterna di

Vespasiano. Ha infatti molta cura per l’amministrazione delle province, in contrasto con gli abusi dei

procuratori e di governatori, e anche a lui si attribuisce su base epigrafica la prosecuzione della politica di

progressivo affidamento di incarichi a funzionari che prima erano dati per appalto. La sua amministrazione

fu quindi onesta. A lui si deve la scelta di rinunciare a grandi conquiste per consolidare un pezzo di terreno

che è quella tra il corso del Reno e del Danubio, che non sono due fiumi attaccati. È Domiziano che unifica

idealmente quel tratto tra i due fiumi (Agri decumates è il nome di quell’area). È sotto di lui che viene

definita quella linea esterna al Reno e al Danubio con quei castra arretrati rispetto alle fortezze che

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fissavano il confine vero e proprio. Viene organizzata una congiura contro di lui: egli la scopre e organizza

morti e stragi per debellare l’opposizione. Alla fine anche suo cugino Flavio Clemente organizza una

congiura contro di lui: lo fa uccidere perché organizza riti stranieri (era giudaico oppure cristiano?)

-

Abbiamo poche notizie del periodo dell’Impero: tra gli ultimi decenni del I e fino all’inizio del III secolo si ha

un boom biografico, e si può ricostruire il periodo attraverso lo sterminato materiale del periodo, assieme

alle monete ed ai record archeologici. Nelle epoche successive si ha pochissimo materiale storiografico;

Cassio Dione e la sua Storia giunge incompleta, mentre per il periodo Tiberio - fine I secolo si ha Tacito.

Domiziano si preoccupa di organizzare e inserire gli Agri decumates nella definizione dell’area del limes, una

sorta di cuneo coi Retii, ma proprio per le scarse fonti si sa solo a grandi linee in che modo. Non si sa

esattamente cosa sia il limes: significa “strada”, ma una strada che s’inoltra oltre il confine di Roma, e

quindi si pensa che non sia stato mai definito precisamente: si deve agli imperatori Flavi la definizione più

precisa di tale confine, e quindi anche dei territori conquistati dai Flavi (limes Reno-Danubio e Inghilterra).

Le linee di castra legionarii sono arretrate rispetto al confine vero e proprio, per tenere sotto controllo

eventuali prime linee di arrivo di un assedio. Questo sistema dimostra un cambiamento nell’idea di limes: si

ha finalmente l’idea di un territorio imperiale definito.

Il limes non è più cerniera permeabile ma diventa una vera e propria frontiera; quella linea separerà

sempre di più due mondi completamente diversi, tanto che possiamo proprio parlare di frontiera. Il limes

non è un muro, è una linea immaginaria segnalata con una strada fortificata. È una sorta di “terra di

mezzo”, non si è nell’Imperum né nel barbaricum: lungo queste linee di frontiera che non sono vere e

proprie barriere ci abitano genti a metà strada tra un mondo e l’altro, e quel tipo di vita che si fa lungo il

limes si chiama “società di frontiera”, che avranno un’enorme importanza nei momenti di crisi dell’Impero.

Tutti questi territori di confine sono delle province e la provincializzazione dell’Impero che aveva portato a

trasformare gli ultimi regni clienti in province si ha proprio nell’età dei Flavi: tutto ciò è indice di una

stabilizzazione e di un voler mettere in regola le cose, e i Flavi emergono sempre di più come i grandi

sistematori e riorganizzatori dell’Impero.

La residenza imperiale è importante anche a livello politico e sociale: l’élite di Roma si adatta ai costumi

dell’Imperatore di conseguenza. La casa di Augusto sul Palatino era un’abitazione priva di sfarzo, la tipica

casa di un nobile ma senza le esageratezze dell’abitazione di un monarca, annessa al tempio di Apollo da lui

costruito, dio della compostezza; Nerone, invece, si farà costruire la Domus Aurea (poi smantellata dai Flavi,

che fecero bonificare un lago per costruire il Colosseo). Vespasiano e i Flavi erano talmente sobri come

persone che addirittura si schierarono contro la sfarzosità delle mense. Invece il tanto criticato Domiziano

si discosta da questo atteggiamento, perché fa ristrutturare il palazzo sul Palatino (che per i latini era

Palatium), un palazzo lussuoso e completamente isolato dal resto delle belle case che sorgono sullo stesso

colle: è una voluta separazione tra il principe e il resto della popolazione, mentre gli Imperatori precedenti

ostentavano le abitudini di un cittadino come gli altri. Domiziano vuole la separatezza come segno della

regalità (per questo si fa dare l’appellativo dominus et deus per definirsi, cosa che non piace ai senatori).

Questo distacco tra il principe e il Senato favorì le congiure, maturate piano piano: in una di queste

congiure ai suoi danni si sterminano persone della cerchia più stretta di Domiziano, come viene fatto

uccidere Flavio Clemente, padre di due figli destinati alla successione da Domiziano stesso perché non

aveva figli. La congiura matura dunque addirittura ai piedi del trono, nella famiglia dell’Imperatore. Flavio

Clemente e gli altri sono stati accusati per i loro costumi giudaizzanti, il che ha fatto pensare che fosse

cristiano.

Ai Flavi si deve anche la conquista della parte occidentale della Britannia, che viene portata a termine da un

valoroso generale di nome Giulio Agricola sotto Domiziano, di cui noi sappiamo molto perché era genero di

Tacito e a lui viene dedicata l’opera biografica Agricola. Come tesi di fondo Tacito pone che Agricola sia un

degli uomini migliori dell’Impero, uno di quelli che formano la classe dirigente, che si trova a combattere

54

non solo con nemici esterni all’Impero ma anche con principi inferiori a loro per valori e che nutrono dei

loro confronti un’invidia smodata, che poi porterà all’odio e alla morte dell’uomo valoroso per volontà

dell’altro. È un’esplicita accusa verso Domiziano, che uccide gli uomini che fanno l’Impero, compresi gli

uomini integerrimi come Agricola. La biografia di Agricola consente a Tacito di delineare la prima

descrizione della Britannia in nostro possesso: è una descrizione che risente del De Bello Gallico di Cesare,

sia come genere che come temi affrontati. Il racconto delle campagne militare serviva a rendere noti nomi

e consuetudini di popolo non noti fino a quel momento. Tacito approfondisce anche un altro tema: quello

della purezza d’animo, del valore e della naturalità incorrotta dei popoli del nord dell’Impero, rispetto alla

decadenza dei popoli inclusi nell’Impero. È ciò che emerge nel discorso di Calgaco, dove i Romani vengono

detti predoni del mondo, e dove dicono di aver portato pace hanno in realtà fatto il deserto: questi popoli

invece sono per Tacito come erano i Romani una volta, incorrotti, e vengono rovinati con l’abbandono dei

loro costumi, importando nei loro paesi le case riscaldate, le scuole e le altre comodità romane, al punto

che la civilizzazione diventa sinonimo di servitù. Le sirene della civiltà sono irresistibili, i Britanni non si

rendono conto che abbandonando i loro costumi firmano la loro servitù. È un filone che continua fino ai

nostri giorni, detto in inglese declinism.

A quel punto una provincia viene ad avere un territorio definito: è da lì che provincia è sinonimo di

territorio, mentre in origine era sfera, ambito d’azione di un magistrato.

Il cristianesimo sorge all’interno della complessa realtà del giudaismo del I secolo, dei movimenti

apocalittico - messianici, delle sette e delle correnti come i sadducei ed i farisei, gli zeloti e gli esseni,

aspettando il messia-guerriero che liberi dagli invasori. In questo calderone dunque nasce in Giudea e

attorno alla figura di Gesù Cristo, che visse tra il 4 a.C. e il 29 d.C. Quello che noi consideriamo anno 0 era in

realtà il 4 anno dalla nascita di Cristo. Lo sappiamo perché Gesù nacque durante il censimento di Quirino

per Augusto e sotto il Regno di Erode (che morì nel 4 a.C.). Non nacque, inoltre, nel mese di dicembre: si è

fatta coincidere la sua nascita con il solstizio di inverno, giorno della festa del Sol Invictus, ritardato per

sbaglio di 4 giorni – invece sarebbe nato nei primi giorni dell’anno.

Il cristianesimo si struttura tra il I e II secolo d.C., inizialmente limitato alla Palestina e alle persone che

hanno frequentato questo rabbi. Il giro di boa si ha grazie alla predicazione di Paolo di Tarso (Saulo, che era

un fariseo convertito al cristianesimo). Egli capisce che il cristianesimo per aver un futuro deve uscire

dall’ambito ebraico, e rifiutare quell’ambito di esclusivismo che caratterizzava l’ebraismo. Inoltre è il primo

che teorizza la necessità assoluta di predicazione presso i gentili, cioè i non ebrei. È a Paolo che deriva il

missionarismo, altrimenti il cristianesimo sarebbe rimasto in Giudea. Il cosmopolitismo di Paolo deriva dal

fatto che egli era originario della Cilicia (Tarso) da una famiglia di imprenditori che aveva la cittadinanza

romana (il padre, fornitore dell’esercito, aveva avuto proficui contratti con i governatori provinciali, uno dei

quali gli aveva concesso la cittadinanza romana). Quindi Paolo derivava da una famiglia di antica origine

ebraica perfettamente integrata nell’Impero, sono ebrei della diaspora. Per questo Paolo viene giustiziato a

Roma: in quanto cittadino romano, chiede di essere processato nel tribunale imperiale di Roma. Egli fa

proselitismo nelle comunità ebraiche dei territori limitrofi alla Palestina, perché i contatti di questi

personaggi erano in primo luogo ebrei, essendo quella l’origine del cristianesimo e quindi essendo loro

stessi ebrei. Questo spiega anche perché il cristianesimo si diffuse sin da subito a Roma: era presente una

cospicua comunità ebraica in ogni città imperiale (come Alessandria, che commissiona la prima traduzione

della Bibbia dall’ebraico al greco). Questo è il contesto della prima diffusione del cristianesimo, che si

diffonde prima nelle province grecofone più vicine alla Palestina. Anche nelle città dell’Impero dei Parti si

diffonde subito il cristianesimo, essendo vicino alla Palestina; fra queste regioni c’è anche l’Armenia, che è

sempre stata cristiana (con riti e liturgie particolari perché ha ospitato una delle chiese più antiche). I tanti

santi di nome Siro derivano dalla zona orientale, così come i martiri anaunensi erano missionari orientali;

da qui anche i santuari alpini delle Madonne Nere. 55

Il I secolo d.C. è il secolo degli evangelizzatori. Quale era il livello di diffusione del cristianesimo e l’ambito

sociale in cui si diffonde? Il cristianesimo, vista la sua origine etnica e la sua diffusione attraverso comunità

di immigrati, si diffonde prima negli strati più umili della popolazione. Il contagio con la fascia più alta della

popolazione avvenne in breve tempo, grazie alla diffusione della moda giudaizzante presso la corte

imperiale: dove stanno gli ebrei può arrivare la predicazione cristiana.

Noi sappiamo che ogni tanto c’erano stati provvedimenti contro la comunità ebraica di Roma per volontà

dell’Imperatore: in particolare Claudio nel 49 d.C. cacciò “gli Ebrei che tumultuavano dietro impulso di

Cristo” da Roma ([Iudaeos] impulsore Chresto tumultuantes, Svetonio): cioè i disordini nella città erano

creati a causa di coloro che seguivano Cristo tra gli ebrei. Tutto ciò che riguardava ebrei e cristiani era

considerato tipico di popoli sottosviluppati ed irrazionali (cioè seguenti una fede lontana dalla persona

civile e razionale) e perciò travisati: per questo vengono banditi dalla città, non avendo capito che i

contrasti tra ebrei puri ed ebrei convertiti al cristianesimo erano degenerati, e non come hanno detto loro

che Cristo fosse un agitatore. Potrebbe anche essere che ci fosse un certo Cristo, lontano da Gesù, che

aveva aizzato la folla; ma se fosse giusta la prima opzione, già ai tempi di Claudio ci sarebbero cospicui

personaggi aderenti al cristianesimo. E se così fosse, la moda dello ιουδάηειν sarebbe seguire la moda

l’ebraismo o simpatizzanti del cristianesimo?

Gli ebrei erano spesso travisati per le loro usanze, considerate barbare: per questo Tacito ne fa una

terribile descrizione, che si riflette poi sui cristiani – si pensava che venerassero un uomo con la testa

d’asino, cioè erano gente “sub humana”.

Una religione come quella del Sol Invictus piacque di più ai soldati, al punto che secondo alcuni Costantino

pose sullo scudo la svastica del Sol Invictus e non la croce.

Dunque, accettando l’ipotesi che nel periodo claudianeo possano esserci cristiani, si può ipotizzare che

Flavio Clemente potesse simpatizzare per i cristiani. Non si sa come siano organizzate o strutturate all’inizio

del I secolo; si sa che dal II secolo hanno un rappresentante, l’episcopus, ovvero “controllore”.

Tacito fa sapere che Pomponia Graecina fu giudicata da un tribunale familiare che la giudica colpevole,

costretta a rimanere per il resto dei suoi giorni chiusa in casa, vestita di alcun abito se non il lutto, distrutta

dal dolore, perché seguiva un culto orientale (su ciò Giovanni Pascoli scrisse un poemetto latino ipotizzando

che fosse cristiana).

Secondo la teoria eliotropica, la civiltà segue il corso del sole.

La comunità cristiana è abbastanza consistente ai tempi di Nerone da poterli accusare di aver incendiato

Roma; a fine secolo si ha il sospetto che i membri della casata imperiale siano convertiti o simpatizzanti del

Cristianesimo. L’autorità romana inizialmente considera i cristiani come una questione giudaica, un

problema nazionalista e non religioso. Augusto aveva proseguito come Cesare il rispetto dei costumi

ancestrali ebrei – l’esonero dal servizio militare e l’osservanza del sabato; inoltre viene consentita la

preghiera al Tempio finché esso esiste. Claudio al di là dell’episodio del 49 aveva confermato tali privilegi,

ed è dunque Nerone il primo persecutore.

Dei primi atteggiamenti attestati contro i cristiani si ha esempio nelle lettere del 111 d.C. tra Plinio il

Giovane e Traiano, tra l’Imperatore ed il governatore di Bitinia e Ponto, sul Mar Nero, nelle quali Plinio

chiede a Traiano come comportarsi con i cristiani che non sacrificano. È proprio nel II secolo che il

Cristianesimo mette radici in tutto l’Impero, e con esso la sua persecuzione; persino sotto Marco Aurelio,

uno degli Imperatori più tolleranti, avviene il martirio di Lione, a Lione che è una delle diocesi più grandi al

mondo. Da questo periodo iniziano anche le diffusioni dei martiri ed i primi apologisti come Tertulliano, che

scrive nella prosa conosciuta alle classi dirigenti dell’Impero. Inizialmente la diocesi di Roma non è la più

importante, ma è superata da quelle orientali e da quella di Milano.

Una delle visioni tradizionali della storia dell’Impero, che risale al 1770 circa assieme al prototipo del

declinism dell’opera di Gibbon (NB: scritto da un inglese pensando alle colonie inglesi in America), è che

l’età degli Antonini sia la stagione più splendida che lascia intravedere il tramonto, il crollo innanzitutto

56

culturale, dovuta essenzialmente dal cristianesimo, in quanto il suo sistema valoriale è il tarlo che rode

dall’interno quello romano.

-

Bisogna ricordare che i vari progetti imperatoriali coinvolgono più persone – consiglieri fidati, senatori etc.

Le congiure talvolta derivano da fasce contrapposte della classe dirigente.

Nel corso dei due anni precedenti, di Vespasiano e Tito, non si era verificata una

crisi col Senato, che invece avviene con Domiziano: le fonti lo rappresentano

come tirannico, con una concezione dell’imperialità

distaccata dal resto della popolazione, come è ben

evidenziato dal porre la sua abitazione sul colle

Palatino.

Tenta una nuova politica espansionistica, bloccando le

tribù della Dacia; a causa della rivolta di Saturnino in

Germania, non può più continuare la sua campagna, e

dunque si firma una “pace comprata” che sembra una

totale resa a Decebalo ed alle sue tribù per non

pagare denaro. Inoltre è benvoluto dai militari, essendosi riavvicinato

all’esercito, al punto che quando avviene la congiura contro di lui, i pretoriani

insorgono.

Morto Domiziano, si impone un anziano senatore, Nerva, ma è una soluzione temporanea e provvisoria per

conciliare gli animi e placare una gravissima crisi. Entra in gioco il processo di 30 anni prima con la

successione dei quattro imperatori: tentata l’adozione, tentati accordi tra i vari governatori di province,

erano stati eliminati la maggior parte finché non era emerso Vespasiano.

Questa volta, il designare un nuovo erede funziona: mentre Galba aveva scelto un giovanissimo e serissimo

senatore ma sconosciuto alle truppe, Nerva identifica come candidato ideale Marco Ulpio Traiano, legato

imperiale, governatore della Germania – uno dei più importanti dell’Impero, generale che ha già dato prova

di sé su una provincia da tre legioni affacciata sul limes.

Inoltre Traiano è il primo imperatore a discendere da una famiglia

provinciale: dalla Spagna, dalla città di Italica, nel sud-ovest della

Baetica (attraversata dal fiume Baetis, odierno Guadalquivir). È una

città che era stata costituita da immigrati italici. La Spagna Baetica è

una delle province più antiche, che deriva dalla fine delle Guerre

Puniche: i Cartaginesi, persa la Sicilia, avevano fondato città sulle

coste e nell’entroterra, attraverso il sistema della coltura intensiva,

della quale erano inventori; conquistata anche la Spagna, per

sfruttarne le ricchezze, i Romani si spostano lì per far fortuna (es. gli

Annei, di ceto equestre, famiglia di Seneca). La conquista della

Spagna si protrae per 160 anni, e solo Augusto con Agrippa riesce a

conquistare tutta la penisola fino agli attuali Paesi Baschi.

Progressivamente, poi, le élite locali vengono integrate con la

cittadinanza romana, ed ottengono il consolidamento della loro

leadership nelle loro zone. Gli Hispani erano di origine indigena, gli

Hispanienses erano gli italici emigrati in Spagna: in una seconda fase

(dopo l’imperialismo di rapina) c’è un consolidamento della popolazione; nel giro di una generazione, si

57

passa dall’essere sudditi all’essere padroni. Tutti i genitori mandano i figli a studiare a Roma, e lì nella

seconda metà del I sec. d.C. una vera e propria lobby spagnola si consolida nella Capitale.

Marco Ulpio Traiano, hispanienses, ha alle spalle una carriera brillantissima da generale. Inizia la famosa età

d’oro degli Antonini: ha una personalità che fa convergere su di sé il favore del Senato, tanto che passerà

alla storia come optimus princeps, estraibile dal Panegirico di Traiano di Plinio il Giovane scritto nel 100

d.C. Il princeps dev’essere un prezioso interlocutore del Senato, che si guardi bene dallo scatenare

complotti o esecuzioni sommarie. Anche in campo militare agisce bene. Allarga il limes

Reno-Danubio ed il confine partico; passa poi al

conflitto con i Daci, lasciato aperto da Domiziano: ciò è

visibile sulla Colonna Traiana, come un film elicoidale

scolpito negli anelli. Non si conosce il nome dello

scultore, che ha sottolineato la forza dell’imperator,

l’azione disciplinata degli eserciti, l’ineluttabilità della

vittoria romana. Non tutte le vignette sono univoche; in

alcuni punti si riescono a distinguere i generali. Dove

c’è l’imperator ci sono i vessilliferi con le insegne. Lo

accompagnano anche capi di gruppi etnici. Il Danubio è

personificato. Si vede anche la cattura di Decebalo, con

2 Il Danubio personificato le mani

legate

dietro

la

schiena.

3 I soldati portano teste come prova della morte

4 Attacco dei Daci

5 ll re della viene portato legato da Traiano 58

6 Ben visibili le insegne dell'Imperatore ed i capi

provinciali

La Colonna si trova al centro del Foro di Traiano, probabilmente il più grande ed esteso degli spazi pubblici

organizzati dal princeps. Aveva richiesto un notevole sbancamento del colle del Quirinale dove si

costruiscono i mercati: non comprende infatti solo una piazza con al centro la colonna, in origine sede delle

ceneri dell’imperatore una volta defunto, ma anche numerosi esercizi commerciali a portici, su due livelli.

Nello stesso Foro, Traiano aveva fatto costruire una biblioteca pubblica.

La Guerra Dacica ha due fasi, che culminano con le province di Dacia e di Arabia.

Con Traiano diventa evidente il fatto che l’imperator passa sempre meno tempo a Roma: viene acclamato

in Germania, passa circa 2/3 del suo tempo all’estero. E Roma diventa sempre meno centrale. Diventerà

evidente che il destino di Roma si decide sui confini. Eppure, è qui che si fissa l’ideologia di Roma caput

mundi.

Istituisce una cassa dalla quale si trae di che sostentare i ragazzi orfani di città italiane – una sorta di welfare

– secondo alcuni iniziata già da Nerva. Viene prestato denaro ai proprietari agrari, che accendono una finta

ipoteca sul terreno prendendo soldi dalle casse imperiali; gli interessi di tali prestiti vanno nella cassa per

vedove ed orfani.

Grazie alle miniere della Dacia (l’interesse non era solo strategico), si costruiscono opere pubbliche e

palazzi, come il mausoleo Tropaeum Traiani (trofeo di Traiano), monumento commemorativo situato ad

Adamclisi (Romania).

Negli stessi anni abbandona la politica che aveva fissato Augusto verso i Parti: organizza e lancia una

grandissima operazione militare che implica anni di preparazione, di porti di sbarco ed approdo, come il

Porto di Ancona, dove ancora oggi è visibile un Arco di Traiano, un tempo sormontato dalle statue di

Traiano e della moglie.

La campagna parte nel 113, e conduce ad immediate vittorie ed acquisizioni territoriali, creando tre nuove

province e concludendo la situazione d’Armenia: Armenia, Siria e Mesopotamia. Province effimere, che non

dureranno molto, anche a causa dalle rivolte ebraiche. Oltre tutto ciò, nel 117 Traiano si ammala: si prova

a trasportarlo dalla Cilicia a Roma, ma muore.

Solo la Dacia alla fine non è stata una conquista effimera: gli altri territori al massimo ottennero re clienti.

Gli succede Publio Elio Adriano, spagnolo di origine, parente della moglie: proprio lei, Plotina, fu l’artefice di

tale successione, nascondendo per giorni la morte del marito per organizzare l’adozione di Adriano.

Anche Adriano è un legatus augusti propretore di una provincia da tre legioni, Siria: viene acclamato

imperator dalle sue legioni ad Ankara. È un imperatore impegnato in una provincia di confine, nonché

accettato dai soldati. Ma si pensa che tale successione non sia andata liscia: non avendo più storici di rilievo

(Tacito è precedente, Svetonio vive in questo periodo), non si hanno fonti.

Quando Adriano torna a Roma, ordina l’esecuzione di quattro ex consoli, a causa di una presunta congiura

scoperta; questo inizio pregiudicherà il rapporto di Adriano col Senato. Forse:

- In realtà non era stato concordato col Senato

- In realtà aveva fatto tutto Plotina

- In realtà doveva essere un altro il successore.

Forse, essendo a rischio congiura, li fa immediatamente uccidere. 59

Fu un imperatore innamorato della cultura greca, al punto che ad Atene ricostruì tutto ciò che sta

attualmente sotto l’Acropoli. Volle persino farsi nominare arconte, qualifica classica greca.

-

Il Foro di Traiano era perpendicolare al foro di

Augusto e parallelo a quello di Cesare. È il più

grande, nonché l’ultimo foro imperiale ad

essere costruito: è un altro segnale del fatto

che l’Impero sia arrivato al suo culmine. I lavori

finiscono nel 108: nel 106 era finita la Guerra

Dacica.

La Basilica Ulpia ha doppio colonnato su due

ordini; serviva per diverse attività dei

funzionari.

La Colonna divide i due lati della Biblioteca. Il

Tempio del Divo Traiano è stato aggiunto da

Adriano.

L’Impero è manifestazione concreta dell’evergetismo dell’Imperatore.

---

Adriano aveva come tutore Traiano, in quanto era un lontano cugino rimasto orfano di madre e padre. Non

avendo avuto Traiano e Plotina alcun figlio, sembrerebbe fossero molto legati a questo ragazzo. È

importante comunque per l’Imperator e per i soldati dinastizzare l’Impero. Il successore dunque, anche se

non è un figlio, deve sembrarlo: serve l’adozione.

Adriano, quando Traiano muore, si trova nella provincia vicina, in Siria. In quel momento è in corso la

grande spedizione contro i Parti, iniziata nel 113 con successi militari che portano all’annessione e

provincializzazione immediata dell’Armenia e la conquista di Seleucia e Ctesifonte, capitali partiche:

nell’area dell’Eufrate si crea la provincia di Mesopotamia, la provincia di Siria nell’area del Tigri. Esplodono

le rivolte nelle città orientali, dove ha un grande peso l’insurrezione delle popolazioni ebree.

Per ragioni oggettive, dunque, Adriano per prima cosa abbandona la campagna del predecessore,

abbandonando e smantellando le province e ritirando le truppe. Una parte della classe dirigente

dell’Impero non apprezza la manovra.

L’unica provincia non abbandonata è quella di Dacia.

Adriano vuole sistemare l’esistente, non ampliarsi: sembra essere consapevole di aver raggiunto

l’estensione massima dell’Impero. Per dieci anni gira: parte dalla Gallia, le Germanie, la Britannia, la Grecia

– dove dà corso ad un grande programma di ricostruzione, imperatore filellenos per eccellenza – fino in

Africa. A Lambesi c’è un’enorme iscrizione che descrive

come gli ufficiali della legione lo hanno accolto.

Dieci anni di viaggi che vengono riprodotti in piccolo nella

sua grandiosa Villa di Tivoli.

Nel Canopo ricostruisce un

ambiente nilotico, 60

compreso un coccodrillo di granito.

Adriano fu il primo Imperator a farsi crescere la barba: inizialmente i Romani erano convinti che il vero vir

doveva essere glabrus, perfettamente liscio, perché la barba era considerata barbara. Per Adriano invece

serve per identificarsi anche come intellettuale.

Uno dei suoi importanti interventi è stato l’importante vallo di

Adriano a partire dal 122.

Fece costruire in Britannia

un vallo lungo 120 km, da

costa a costa, per dividere

la zona interessata dai

Romani da quella non

interessante. Sopra il vallo

si trovavano le Highlands

(Caledonia per i Romani)

assieme a tribù barbare

come i Picti, così chiamati

perché si dipingevano con

colori azzurri (come gli

scozzesi fino ad oggi). Se ne

occupò Aulo Platorio Nepote, che fu governatore per due anni e mezzo, usando il grande genio legionario e

manodopera locale – nelle iscrizioni vengono ricordate le legioni impegnate. Quest’uomo ad un certo punto

abbandonò la vita pubblica per dissapori con Adriano: nel secolo scorso però ad Aquileia venne rinvenuta

un’iscrizione che era affissa sul basamento di una statua, perduta, proprio di Aulo Nepote, voluta dall’ordo

decurionum (consiglio municipale) di Aquileia che lo nominava protettore della città. Nell’iscrizione c’era

scritto tutto il suo cursus honorum. È interessante leggere che già precedentemente molti Platoni agirono

nella zona: ci sono clientele provinciali, come quella degli Scipioni in Spagna, che durano per anni. Allo

stesso modo, l’iscrizione di Polcevera (torrente) parla di un arbitrato emesso da due Minucii su richiesta

della popolazione della valle alle spalle di Genova per problemi con i confini: vengono mandati questi due

ragazzi dal Senato perché loro nonno aveva, anni prima, conquistato la zona.

Oggi rimane un muro dove allora c’era il vallo. È particolare vedere ciò che resta: nella parte romanizzata

l’ordine regna sovrano, nella parte alle spalle del muro è già terreno più brullo. La parola inglese wall deriva

da qui: ma il vallum era in realtà il fossato scavato e delimitato da un muro nella sua parte settentrionale,

che poteva arrivare a 4,60 m di altezza. Oggi il vallo è conservato ma non completamente, in quanto venne

saccheggiato per costruire case. Solo recentemente è passato sotto la protezione inglese. Ogni tanto veniva

costruita una torre o un piccolo fortino, talvolta anche un vero e proprio forte.

Importanti sono anche altre due opere: a Roma Agrippa

aveva costruito il Pantheon. Adriano lo aveva ricostruito,

restaurato e creato la grandiosa cupola con una tecnica mai

più riprodotte o superate fino al ‘5-‘600, cioè con mattoni

concentrici che si restringono fino al foro centrale, con

mattoni sempre più leggeri. L’iscrizione sul frontone, che

attribuisce l’opera ad Agrippa, è stata messa da Adriano.

Nel VI secolo è stato trasformato in chiesa, preservandolo

dalla distruzione ad opera cristiana. 61

Altra grande opera è il Mausoleo di

Adriano, dirimpetto rispetto al

ponte sul Tevere con il Mausoleo di

Augusto. Attualmente è Castel

Sant’Angelo.

Per via epigrafica giungono provvedimenti di legge in località africane, come quella sui campi da dissodare e

su quelli che sono rimasti non coltivati per dieci anni. La legge prevedeva che fossero dati i terreni inclusi

nelle proprietà imperiali africane mai coltivati o incolti (rudes agri) gratuitamente o con affitti di favore ai

coloni locali.

Questo introduce il discorso della forma di conduzione agricola: ad un certo punto nella storia romana si

afferma la produzione con manodopera servile, ovvero lo sfruttamento della villa servile. In realtà questo

modello, che sembrava più diffuso, era stato utilizzato solo nel I secolo a.C., e concentrato in Italia a causa

dello sfruttamento della popolazione come diretta conseguenza dell’imperialismo. Nelle province, il

modello di villa servile non aveva mai attecchito, ma c’è sempre stato lavoro dipendente. Ogni capo aveva

un proprio team di schiavi a disposizione ma venivano stagionalmente integrati con braccianti di condizione

libera.

Dal I – II sec. d.C. si sviluppa il sistema dell’affitto: il proprietario, specialmente se grande, non gestisce più

personalmente i propri terreni ma lo dà in affitto al proprio staff di manodopera, chiamato colonato.

Bisogna immaginare dunque che ci sia un personale di coloni in Africa ai quali viene offerta la cura di questi

terreni, a patto che siano messi in coltura: grazie a questo provvedimento sarà la zona più ricca del

territorio romano.

Altro punto importante della politica adrianea è stata la burocrazia. Già con Claudio erano stati estromessi

gli appaltatori dalla riscossione delle tasse, e tra Traiano ed Adriano viene demandato alle curie (consigli

comunali) la riscossione delle tasse della città, responsabilizzando i senati locali. Si passa ad un periodo di

prosperità: ma appena la crisi economica incombe, parte direttamente dalle élite cittadine impoverite, non

sostenendo più ciò che viene richiesto. Ma fino alla crisi si sta bene.

Inoltre, giunge la gerarchizzazione del procuratore finanziario, in base al suo guadagno annuale. Ciò

garantisce una continuità nella gestione degli uffici. Si affermò anche una titolatura fissa in base a

determinate cariche o ranghi sociali: vir egregius e prefetti più alti vir perfectissimus, vir clarissimus in caso

di titolature maggiori.

-

Il regno di Adriano fu ventennale, dal 117 al 138 d.C. Il suo regno si caratterizza per l’opera di

rafforzamento dei confini e per la sistemazione di ciò che l’Impero aveva già acquisito. Nella produzione

letteraria dell’Imperatore, che è anche poetica ma non di eccelsa qualità, emerge la consapevolezza di

Adriano sul fatto che l’Impero più di così non può estendersi.

---

Dopo la presa di Israele nel 1948 sono stati effettuati scavi da alcuni archeologi-militari. Per gli israeliani

sopravvissuti allo sterminio ogni concezione di ribellione dei 1200 anni precedenti è fondamentale, perché

è l’unica storia rimasta. È particolare che si siano trovate catapulte ed altri materiali bellici, ma non resti

62

ossei: dopo la presa di Masada, secondo il racconto di Flavio Giuseppe, c’è stato il suicidio collettivo di tutti

i soldati, ma ciò non ha avuto riscontro su base archeologica. Inoltre gli scavi servivano a dimostrare il

radicamento del popolo nella Terra dei Padri dopo diciotto secoli di assenza: proprio sotto l’Impero di

Adriano ci sono le ultime testimonianze ebree nella zona.

Si sa in ogni caso che gli ebrei sopravvissuti al massacro scapparono nei territori vicini: forse proprio a causa

loro scoppiarono le altre rivolte. Per questo Flavio Giuseppe scrive Antichità Giudaiche, enciclopedia che

serve per dimostrare che il popolo giudaico vorrebbe solo pace, a differenza di quei pochi rivoltosi.

Nel 132 in Palestina esplode l’ennesima, ultima, violentissima rivolta guidata dagli zeloti, ed in particolare

da Simon Bar Kochba (Figlio della Stella), che si presenta come Messia. Questo personaggio provoca la

presa di distanza dei conservatori, capeggiati dal rabbi Akiba, i quali potevano grazie ai Romani predicare la

Legge.

La rivolta necessita di una violentissima repressione. Cassio Dione ci fa intuire la ferocia della guerra, perché

ricorda che quando la campagna fu chiusa e l’Imperator lo dovette riferire in Senato, non aprì la seduta con

la formula di rito L’imperatore e l’esercito stanno bene: evidentemente non era così.

Alla fine gli ebrei ottengono il divieto di tornare in Giudea: al posto di Gerusalemme, rasa al suolo, viene

costruita la città di Elia Capitolina, greco-romana.

Nel 134 Adriano si ammala, e smette di viaggiare; nel 138 muore a Baia, in Campania, dove c’era una

splendida villa al mare a disposizione di tutti gli imperatori. Ovviamente ha avuto il tempo di pensare alla

sua successione, essendo soprattutto omosessuale dichiarato (amò un certo Antinoo, originario della

Bitinia, morto in Egitto per circostanze misteriose: Adriano riempì l’Impero di suoi busti). Il documento nel

quale Adriano nomina il suo successore è particolarmente complesso, ma si comprende che aveva

nominato il console del 136 Lucio Elio Cesare, in origine Lucio Ceiono Commodo. Uomo molto criticato per

la vita dissipata, figlio di uno dei quattro consoli uccisi da Adriano appena salito al trono, muore però nel

138 – poco prima di Adriano. A quel punto la scelta cade su un senatore 50enne

(quasi suo coetaneo) originario della Gallia Narbonese: Ario Antonino. Gli si

impone di adottare il figlio di Lucio Elio (che sarà Lucio Vero) e decide di adottare

il nipote di sua moglie (che sarà Marco Aurelio): quest’ultimo sarebbe stato il

primo candidato, ma troppo giovane.

Antonino sale sul trono, detto Antonino Pio (Pius) per la fedeltà dimostrata al suo

predecessore. L’idea, vista l’età media della società, è che non vivrà per molto.

Per essere sicuri che il sistema d’adozione funzioni, bisogna mettere in campo tre

generazioni. In realtà stupirà tutti, regnando fino al 161.

Il regno di Antonino, non avendo un racconto storiografico in

merito, viene saltato perché si pensa che non successe niente.

È il momento d’oro, perché sotto di lui non si conobbero

guerre o campagne militari, mantenendo in piedi il sistema di

alimenta dei predecessori ed avendo le casse piene.

Quando Antonino muore, per la prima volta gli imperatori

sono due: governano assieme per otto anni, fino alla morte

del primo, Lucio Vero e Marco Aurelio. In qualche modo

anticipa ciò che succederà cent’anni dopo, con il sistema della

tetrarchia per salvare l’Impero dalla crisi. 63

Il regno di Marco Aurelio è gravato da grandi aspettative che risalgono ai tempi di Platone: l’imperatore

sarebbe garante del buon governo perché sapiens (saggio e colto), per questo viene detto (Τὰεἰσἑαυτόν, A

se stesso, sulla base delle filosofie stoiche).

La pace viene bruscamente interrotta da una serie di incursioni da parte delle popolazioni oltre la linea

Reno-Danubio: i Marcomanni ed i Quadi. Un gruppo di questi incursori riesce ad arrivare fino in Italia e ad

attaccare la città di Aquileia. Tale città, essendo stata abbandonata dopo la fine dell’Impero, non ha subito

modifiche nel tempo; era stata fondata nel 181 a.C., come colonia di diritto latino ai confini col territorio

veneto. Fin dall’inizio si stabiliscono 25mila persone ed ancora avanza terreno; diventa il porto principale

dell’Adriatico nonché la Porta d’Oriente d’Italia. Aveva fin dall’inizio una struttura sociale ben definita, con

lotti di terra divisi in tre categorie in base a tre classi sociali. I Veneti erano alleati di Roma da almeno

vent’anni, per proteggersi dai Celti; un trattato di alleanza li univa, tanto che nelle Guerre Puniche i Veneti

avevano fornito 20mila uomini. Inoltre in territorio veneto tra il 148 ed il 146 a.C. viene tracciata la Via

Postumia, che parte da Aquileia, attraversa in orizzontale tutto il mondo veneto, arriva fino a Verona,

scende fino ad attraversare il Po, tocca Mantua (Mantova), Cremona, scende a Placentia (Piacenza),

Dertona (Tortona), Genua (Genova) fino a Vada Sabatia (Vada Ligure). Non solo: da Aquileia partono tutte

le vie che collegano i valichi con l’Italia, perciò la più soggetta ad attacchi. È per di più sede dell’Imperatore

nella pausa invernale, perché più vicina agli accampamenti; è anche la città dalla quale parte

l’evangelizzazione dell’Italia, tanto che il suo vescovo diverrà patriarca governando tutte le diocesi del nord-

est. Quando l’Italia verrà travolta, le popolazioni scapperanno sulla laguna costruendo Venezia.

In Partia in quel periodo regna Vologese III: approfitta della morte di Antonino Pio per invadere l’Armenia.

Le operazioni di difesa vengono affidate a Lucio Vero, e riescono a conquistare le due capitali partiche ed

una piccola regione. Nel 166 la guerra viene dichiarata conclusa e viene istituito un trionfo: è dai tempi di

Traiano che non si proclama un trionfo a Roma, da cinquant’anni. La guerra però lascia uno strascico

terrificante: un’epidemia, detta di peste antonina, che ha funestato l’epoca di questa dinastia.

Viene organizzata una difesa avanzata di forti e fortini lungo il Reno, per bloccare le operazioni di conquista

prima di avanzare le Alpi. Per la prima volta dopo

cinquant’anni ci si sente in pericolo.

Quando nel 169 Lucio Vero muore (forse

proprio di peste), le operazioni di difesa

del margine danubiano-renano sono

affidate a Marco Aurelio. Le campagne

finiscono nel 175, celebrando un trionfo

raffigurato su due bassorilievi e sulla

Colonna Aureliana in Piazza Colonna

vicino Montecitorio.

Il problema non è solo nel limes ma anche all’interno: Avidio Cassio, governatore di Siria ed importante

generale di Lucio Vero, nel 175 si autoproclama imperatore. La prima usurpazione però non va a buon fine:

viene eliminato dalle sue stesse truppe.

È difficile pensare alla prosecuzione della dinastia. Marco Aurelio e la moglie ebbero 13 figli, dei quali

sopravvissero un maschio ed una femmina; nel 177 Marco Aurelio nomina il figlio Commodo successore:

termina la successione di imperatori adottivi. Nello stesso anno si colloca la persecuzione dei martiri di

Lione, supplizio compiuto in arena con le fiere. 64

Marco Aurelio muore nel 180; Commodo sembra avesse turbe psichiche, fosse megalomane, amasse i

giochi gladiatori (tanto che si pensasse fosse figlio illegittimo di Marco Aurelio,

avuto dalla moglie con un gladiatore) e fosse spietato. Passa il governo del

regno nelle mani di Tigidio Perenne, prefetto del pretorio; fatto poi eliminare,

passa il governo nelle mani di un liberto, Cleandro. Inizia una divaricazione tra

la classe dirigente tramite il cursus honorum e quella nominata dal palazzo. Con

Cleandro si arriva persino alla compravendita delle cariche dello Stato da lui

stesso gestite, grazie al totale disinteresse di Commodo. Ci sono buchi nelle

casse dello Stato, che fanno chiudere le sovvenzioni che aiutavano vedove ed

orfani. Nel 190 scoppia una tremenda carestia, che impedisce la distribuzione di

grano alla plebe ed il rifornimento delle città. Nel 192 lo stesso personale di

corte che governava al posto suo lo elimina in una congiura. Commodo in ogni

caso è riuscito a governare per dieci anni, grazie alla plebe ed ai pretoriani,

tenuti buoni con donativi; solo quando la plebe si ribella il suo regno crolla.

È un’età particolare anche per la religione: vengono portati a Roma culti orientali, portando nel pantheon

ufficiale Matermnia (Cibele), prima solo presente ma non ufficiale. Allo stesso modo il dio egizio Serapide,

che proteggeva il trasporto del grano a Roma, il dio siriano del sole Iuppiter Dolichenus ed il culto di Mitra,

connesso con lo zoroastrismo, dalla Partia. In questo periodo si diffonde anche il cristianesimo: la stessa

amante di Commodo, la liberta Marcia, dovrebbe essere stata una cristiana.

Secondo Dodds questo periodo, detto L’età dell’angoscia, sostituisce la pace con il soprannaturale.

Morto Commodo, parte la Damnatio Memoriae.

-

Terminato il principato, si sfocia nel vero e proprio Impero, che diventerò poi dominato.

L’età antonina si conclude con la fine dell’esperienza adottiva. In un certo senso, il regno di Commodo

segna una cesura, malgrado gli imperatori successivi si autoadottino nella famiglia antonina:

- Si ha dunque il ripristino del principio dinastico, con successione cercata all’interno della famiglia

- Questa famiglia riconosce l’eccellenza del modello antonino, dichiarandosi ed identificandosi come

successori naturali degli antonini. Essere un antonino è un biglietto d visita col quale ci si presenta

come il migliore degli imperatori possibili.

Non bisogna dimenticare però che soprattutto con Commodo si manifestano le tendenze autocratiche: il

princeps non è più primus ma più dominus et deus, titolo preteso per la prima volta da

Domiziano cent’anni prima. Perciò chiedono una formale parità con il Senato: infatti,

come disse Mommsen, il principato è diarchico, ovvero è il governo del princeps e del

Senato.

Con Commodo inoltre viene meno il sostegno degli eserciti, visto che si affida

totalmente ai pretoriani.

Quando Commodo viene eliminato, il 31 dicembre del 192, lo sostituisce il senatore

Elvio Pertinace dal 1° gennaio 193, appoggiato dai pretoriani, che pretendono come

sempre un donativo: non avendolo, viene eliminato immediatamente, e sostituito da Didio Giuliano. Si

capisce immediatamente che la vera contesa avverrà tra tre legati di tre importanti province: di Pannonia,

Settimio Severo; di Siria, Pescennio Nigro; di Britannia, Clodio Albino. Ognuno di loro ha tre legioni (20-30

65

mila uomini). Come nel 69, i tre anni successivi videro alleanze di due contendenti contro il terzo, ma

ovviamente alleanze mutevoli; alla fine, nel 197, quello

che riesce ad eliminare gli altri due è Settimio Severo.

Originario di Leptis Magna, città dell’Africa proconsolare

(attuale Libia), non discende da una famiglia di ex italici. Didio Giuliano, Clodio Albino, Pescennio Nigro

La Tabula Banasitana, in bronzo, veniva dal foro di Iulia

Banasa, colonia fondata dai veterani di Augusto prima

del 27. Datata 168-9 d.C., ovvero periodo nel quale sono in vita Marco Aurelio e Lucio Vero; nella Tabula si

parla del governatore della Mauretania Tingitana, che governò in quegli anni, e così permette di datare il

testo. L’imperator diventa fonte di legge, e quando il princeps emette un parete autoritativo con

valore di legge questo viene detto costitutio. Ci sono diversi tipi di costitutiones:

- Quando in colonne, statue, archi etc. - Rescriptum era invece la risposta ad una

vengono raffigurati il princeps ed un domanda di un qualche legatus, la quale

governatore, ed il primo gli passa un aveva valore di legge.

rotolo, contenente imandataprincipis: - Decretum è una sentenza giudiziaria con

gli ordini del princeps che il il principe come giudice;

governatore deve seguire (mandare =

affidare). - Edictum è un pronunciamento imperiale

per giudicare alcuni casi concreti.

Qui si parla di un rescriptum in risposta al governatore, che aveva

parlato del capo tribù berbero Iulianus, fidato dei Romani e parte

della classe dirigente locale, che desiderava la cittadinanza romana:

gli imperatores accettano di dare la cittadinanza all’uomo, a sua

moglie Ziddina ed ai figli (Iulianus, Maximus, Maximinuse

Diogenianus), con la motivazione che speravano che altri seguissero il

suo esempio di fedeltà a Roma.Il fatto che abbia un nome latino fa

supporre che la famiglia stesse già pensando alla cittadinanza, oppure

che si sia dato lui stesso un nome simile per quello: in fondo, ha

chiamato i figli con nomi latini.

Il problema dei confini africani è che non sono realmente definiti: le

popolazioni nomadi dell’Africa subsahariana in contrasto con le tribù

stanziali sono pericolose; inoltre il confine non venne delimitato

perché venivano procurati braccianti al di là del confine nel periodo di

raccolto, e venivano pascolate in transumanza le greggi. Essendo la

tribù di Iulianus, gli Zegrenses, stanziata sul limes, gli interessi di

Roma di risparmiare sul controllo dei confini sarebbero stati soddisfatti. Roma è un soft power, non riesce a

creare una burocrazia capillare, e uomini e mezzi sono necessari altrove – non si possono schierare sui

confini africani.

La Tabula continua con una nuova legge, datata tra il 176 ed il 180, sotto Marco Aurelio (detto Antonino

per abbreviare) e Commodo. In questa seconda lettera si comprende che la cittadinanza romana era già

stata concessa da Marco Aurelio e Lucio Vero; sei – sette anni dopo, essendo diventato princeps della tribù

Iulianus, si viene a sapere che ci sono stati problemi con i documenti della cittadinanza, e dunque gli

66

imperatores chiedono l’età dei figli e dei perché siano inseriti nel commentarium civitatis, ovvero il grande

archivio centrale di Roma. È il primo documento nel quale si parla chiaramente di tale archivio.

Sotto viene copiato l’estratto dell’atto di cittadinanza, con l’assegnazione del nome di Antonina alla gens:

all’inizio vengono citati tutti gli imperatori che hanno concesso cittadinanza,

passando però da Nerone, a Galba, a Vespasiano: non ci sono Otone né

Vitellio, e perciò semmai avessero concesso cittadinanze sarebbero state

invalidate. Tutto viene certificato da un liberto, datato esattamente, e firmato

da 11 sottoscrittori di tale atto. Alcune si riconoscono, come giuristi

celeberrimi e personaggi che furono grandi generali in province africane, e

dunque era stata istituita per questo motivo una commissione, perché

l’amministrazione dell’Impero può essere affidata solo a persone competenti;

fa inoltre pensare che ci siano gruppi competenti utilizzati per decidere

determinate questioni. Tra questi compare un Settimio Severo: forse il nonno,

forse il padre.

Fatto sta che Settimio Severo è il nuovo imperator. Viene da una famiglia di locali romanizzata da

generazioni: non sappiamo quale fosse il nome d’origine della gens. È comunque significativo per capire

quale sia l’osmosi con l’impero: la moglie, Giulia Domna, appartiene alla famiglia siro-fenicia che

monopolizzò il culto sommosacerdotale del dio Bal (Sole) ad Emesa (attuale Homs, in Siria). Significa che

c’era connessione tra le aristocrazie delle varie parti del Mediterraneo: sono unificate dal fatto di essere

compartecipi del sistema culturale e valoriale della classe dirigente dell’Impero, parlano il latino nella parte

occidentale ed il greco nella parte orientale – o meglio sono bilingui, visto che si formano girando per

l’Impero, per incarichi militari e/o amministrativi. Hanno una connotazione comunque proveniente dalla

loro identità d’origine: Settimio Severo monumentalizzò la sua zona d’origine, e tutto ciò che costruì si è

conservato fino ad oggi grazie alla desertificazione. Le donne, grecofone, avevano in quelle zone un ruolo

preponderante, al punto che la successione dei Severi ad un certo punto passerà per vie femminili.

La dinastia dei Severi durò una quarantina d’anni. Secondo gli ultimi studi, sono stati gli imperatori il

governo dei quali ha lasciato i risultati maggiormente apprezzabili, grazie anche ad un’attenzione

particolare alla giurisprudenza (da iuris prudentes, amministratore di giustizia). Ma Settimio Severo riuscì

anche a prendere importantissimi provvedimenti che servirono per correggere abusi degli anni precedenti.

Innanzitutto, fu un imperatore militare, come non si vedeva dai tempi di Traiano: fu legatus augusti in

Pannonia, al confine danubiano – quello dai quali entrarono Marcomanni nella crisi antonina. È dunque un

soldato, innanzitutto: la sua prima attenzione è rivolta all’esercito. Dato che l’ultima successione era stata

decisa dai pretoriani, e non era stato altro che l’ennesimo episodio di pretoriani venduti, la prima cosa che

Settimio Severo fa è modificare la guardia pretoriale, facendo finire il loro strapotere, sostituendoli con i

suoi legionari. Fa così cadere il tabù delle legioni a Roma: stanzia 5mila soldati (due legioni) sui Colli Albani.

Dunque si occupò della questione orientale, sempre disturbata dai Parti: grazie alla sua campagna, nel 198,

Ctesifonte cade e viene creata la provincia di Mesopotamia, portando il confine al fiume Tigri. Ne esce con

l’appellativo di particus maximus, ovvero colui che fu in grado di sconfiggere i Parti. Vengono acclamati con

lui anche il figlio maggiore, noto come Caracalla pur chiamandosi Antonino, e quello minore, Geta. L’idea

sarebbe quella di governare assieme.

Settimio Severo muore nel 211 in Britannia in una fortezza detta Eburacum (odierna York), per una

recrudescenza della peste antonina, diventata endemica. La campagna era iniziata nel 208, perché il vallo di

Antonino era stato attaccato dalle tribù Caledoni di Scozia, e dunque si era tornati al vallo di Adriano.

- 67

Ci sono alcuni aspetti di particolare rilievo che sono segnali anticipatori della struttura dell’Impero che

diventeranno caratteristiche principali dell’età successiva. È il passaggio da una forma d’Impero ad un’altra,

innanzitutto per la svolta autocratica del potere: è definitivamente conclusa la fase del principato, così

definita perché l’Imperatore è un princeps (“primo”, “superiore”), ma non apparteneva ad una categoria

diversa rispetto a quella della classe dirigente, come ad esempio i senatori, da cui si differenziava solo per

l’auctoritas. Con i Severi si imbocca invece la strada della monarchia autocratica. Un’altra svolta riguarda

l’origine della famiglia imperiale: è una famiglia del tutto formata da elementi di origine provinciale, che

per la prima volta non discendono da antichi emigrati italici (come invece erano stati gli Antonini): la domus

augusta è fatta tutta di provinciali. È una linea siriana per quanto riguarda la parte femminile e africana per

la parte maschile della famiglia. Fondamentali per i rapporti della dinastia sono infine le donne della

famiglia.

Il primo elemento, Gaio Iulius Bassianus, è un importante aristocratico originario di Emesa, in Siria.

L’aristocrazia orientale gode di poteri e prestigio non assimilabili a quelli dell’aristocrazia romana, come

testimonia la famiglia di Bassianus, che è una famiglia principesca da dinasta orientale: la sua preminenza

dell’élite siriaca è data dal fatto che questa famiglia monopolizza il dio del culto più importante della

regione, il dio El Gabal (“Dio” + “Montagna”: è il dio che ha sede ed è rappresentato da una montagna. In

realtà è il “betile” che rappresenta la divinità, cioè un cono di pietra decorato di ghirlande di fiori). Questa

divinità viene anche assimilata al Sole: attraverso successive evoluzioni sarà indicato nel pantheon romano

come Sol Invictus (“Sole non sconfitto, vincitore”). Il culto di questa divinità diviene dinastico. Il nome di

Gaius Iulius ci fa capire che la famiglia gode della cittadinanza romana già da tempo: il nomen e il

praenomen vengono presi da coloro che hanno concesso la cittadinanza e, come terzo elemento, si usa la

latinizzazione del nome indigeno. Questo monopolio del culto di El Gabal dovrebbe passare ai figli maschi:

Bassianus ha però solo due figlie femmine, Iulia Domna e Iulia Mesa.

Iulia Domna sposa Settimio Severo, anch’egli uomo che gode di cittadinanza romana. Ci troviamo di fronte

a due famiglie importantissime dell’élite provinciale, una dinasta orientale che sposa un generale di Leptis

Magna. Da Settimio Severo e Iulia Domna nascono due figli: Caracalla e Geta.

Iulia Mesa sposa il siriano Caius Iulius Abitus Alessianus. Iulia Mesa e il marito hanno due figlie: una è Iulia

Soemia e l’altra è Iulia Mamea. Quando non ci saranno più eredi dalla parte di Iulia Domna, si ricorrerà alle

figlie di Iulia Mesa. Il figlio di Iulia Soemia è Elagabalo, perché la famiglia trasmette ai discendenti maschi il

monopolio del culto di El Gabal (è il primo può fare carico dopo una serie di discendenze femminili). Iulia

Mamea ha un figlio che si chiama Severo Alessandro, cugino di Elagabalo. Quindi la dinastia si forma dalle

sorelle siriache Iulia Domna e Iulia Mesa.

Questo è un esempio significativo di come si formerà d’ora in poi la classe dirigente dell’Impero.

La presenza così importante del culto di El Gabal per questa famiglia connota in modo particolare la stessa

pratica religiosa della famiglia imperiale. Ha un’importanza notevole avere una famiglia imperiale che,

accanto al pantheon tradizionale della religione di stato, affiancano un altro culto religioso diverso da

quello romano, anche se non in conflitto con esso. In questa età diventa evidente che l’arrivo e

l’accettazione di divinità dalle varie province dell’Impero danno luogo al fenomeno dello sincretismo, una

caratteristica saliente da quest’epoca in poi della storia culturale dell’Impero romano.

Bisogna ricordare il culto di Mitra, collegato allo zoroastrismo persiano e che ha un enorme successo

nell’esercito imperiale. Dal momento che l’esercito è il primo veicolo di mobilità dell’Impero, non dobbiamo

stupirci che il culto di Mitra si sia diffusa lungo tutta la linea del limes e dove erano passati i soldati. È un

culto praticato in caverne, vere o artificiali, ed anche sul Vallo di Adriano c’era un mitreo costruito sotto il

livello stradale. È un culto che viene molto apprezzato dai soldati perché parla di morte e resurrezione dopo

la morte per gli uomini valorosi e degni di essere ricordati; i fedeli compivano un cammino verso

l’illuminazione: è una religione iniziatica. 68


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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in studi storici e filologico-letterari
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ASilviaLeop di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Migliario Elvira.

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