Il senso comune sociologico
Ognuno di noi, vivendo, ha un’idea di cosa sia la società, e dispone di un sapere indispensabile per poter sopravvivere, che verifica in continuazione. Questo sapere ha dei limiti poiché è legato alla nostra esperienza diretta, circoscritta, e si basa anche sulle esperienze altrui. La sociologia è una scienza sociale che dispone di strumenti per superare i limiti di questo senso comune. Questa formula si interroga su riflessioni e cerca risposte sulla base di informazioni raccolte sistematicamente. La sociologia ci aiuta a capire meglio la società ma non dà certezze assolute.
Qual è l'oggetto della sociologia
La sociologia è lo studio scientifico della società, che è il suo oggetto. Quest’oggetto è usato in contesti molto differenti, e se ne occupano molte scienze sociali sviluppatesi prima della sociologia. Questa scienza si differenzia dalle altre attraverso tre nuclei fondamentali:
- Soluzione gerarchica di Comte: assegna alla sociologia una posizione privilegiata rispetto ad altre scienze quali astronomia, fisica, poiché è una scienza destinata a completare il processo evolutivo della conoscenza umana nell’affrontare oggetti di ricerca sempre più complessi.
- Soluzione residuale di Runciman: sostiene che rientra nella sociologia tutto ciò che non è o non è ancora oggetto di altre scienze sociali specializzate. Questa soluzione però non chiarisce appieno il confine della materia sociologica.
- Soluzione analitica o formale di Simmel: questa materia non è definibile in un determinato campo, ma in base a una prospettiva analitica dei fenomeni sociali, dei quali deve dissociare il contenuto dalle forme di associazione.
Le origini
Si parla di sociologia dal XIX secolo, con la crescita costante di sociologi. Nasce questa esigenza in riferimento alle tre rivoluzioni che sono alla base del mondo moderno. La sociologia segue l’esempio delle scienze moderne legate alla rivoluzione scientifica che non poteva non influire anche sullo studio dell’essere umano, dei suoi rapporti e delle sue istituzioni. Alla fine del XVIII secolo si diffonde la possibilità di estendere all’uomo i principi del metodo scientifico usato nei fenomeni naturali.
Le scienze sociali generiche sono il prodotto della rivoluzione industriale. Economisti come Smith erano anche sociologi che riflettevano sulle trasformazioni sociali dell’Inghilterra del XVIII secolo. Le rivoluzioni venivano considerate importanti per emancipazione e progresso, ma allo stesso tempo sembravano minacciare i rapporti gerarchici tradizionali. Avveniva anche un imponente migrazione, col venir meno dei rapporti fra generazioni. Naturale e organico vs artificiale e meccanico.
La rivoluzione francese anticipata da quella inglese e americana, segna simbolicamente la caduta di un ordinamento politico fondato sulla dinastia e il potere assoluto. La società emerge come oggetto di studio e potere, e non è più scontata, stabile, individuale. Decisivi per questa scienza furono anche i decenni tra XIX e XX secolo, nei quali vennero scritte le opere più significative di autori classici, chiamati anche padri fondatori; Spencer, Durkheim, Weber, Simmel in diversi paesi europei e Vilfredo Pareto in Italia.
Temi e dilemmi teorici
Le discussioni tra esperti di scienze sociali si basano su presupposti diversi di partenza e conclusioni discordanti. Kuhn, storico della scienza americano, ha proposto di chiamare paradigmi scientifici, delle basi teoriche o metodologiche sulle quali le comunità di scienziati si trovano maggiormente d’accordo. Queste funzionano poco nelle scienze sociali, al contrario delle scienze generali.
Paradigma dell’ordine
Prima di sconvolgimenti, l’ordine sociale è garantito da credenze in entità o leggi che governano mondo umano e animale. Una volta infrante, il fondamento dell’ordine sociale lo si ritrova altrove, ma sempre all’interno della società. Per Spencer e Comte, la società è concepita come un organismo con le parti interne connesse fra loro da relazioni di interdipendenza. L’equilibrio che si genera non è dinamico ma in continua evoluzione, e il motore è la competizione fra specie, che seleziona coloro che hanno maggiori capacità di adattamento all’ambiente in cui operano e vivono. Gli esseri umani diventano così uno diverso dall’altro, e proprio per questo devono fare affidamento gli uni con gli altri per soddisfare le esigenze. Anche per Durkheim il problema dell’ordine è il problema fondamentale della sociologia, e lo affronta individuando il collegamento tra forme della divisione del lavoro, e forme della solidarietà sociale. Nelle società dove la divisione del lavoro è scarsa e le unità di lavoro sono simili, si crea un vincolo di solidarietà fondato sull’identità comune (chiamata da Durkheim “meccanica”). In società moderne, al contrario, la solidarietà è interna, fondata sull’interdipendenza tra individui differenti (chiamata “organica”).
Il problema del mutamento è l’altra faccia del problema dell’ordine. Secondo Comte e Spencer è progressivo (cambiamento, sviluppo), secondo Tonnies c’è nostalgia per il passato e apprensione per la novità. Per Tonnies i termini organico e meccanico hanno significato opposto. Il rapporto tipico nelle società odierne è quello dello scambio, nel quale non si dà nulla di più di quello che si riceve, e le persone vivono isolate.
Paradigma del conflitto
I concetti finora illustrati non spiegano il mutamento sociale. Per Marks in ogni società, i rapporti sociali fondamentali sono quelli instaurati nella sfera della produzione e distribuzione di beni e servizi, importanti per il funzionamento e la riproduzione della società. Nella storia i conflitti fra le classi erano la forza e il motore del mutamento sociale. Ogni sistema produce le forze che porranno la sua fine e instaureranno un sistema nuovo, diverso. L’altra grande teorizzazione è quella di Weber che sostiene che le classi non sono le uniche strutture intorno alle quali si organizzano gli interessi in conflitto, anzi nascono loro stesse da diversi interessi economici che si scontrano dove si formano i mercati. Il conflitto non si manifesta solo nella scena economica, ma anche in quella politica, della religione ecc. Queste scene non sono isolate ma connesse. Il conflitto non è patologico ma normale e conduce alla disgregazione come alla creazione.
Paradigma della struttura
Per spiegare i comportamenti umani bisogna ricondurli alla società nella quale si manifestano. L’intera esistenza di una persona seguirà un percorso largamente prevedibile già tracciato. Questo reticolo di strade è la struttura sociale. La libertà dell’individuo è confinata nei limiti della struttura sociale. Marks ad es. analizza i rapporti tra classi sociali e lo sfruttamento di une verso le altre. Durkheim teorizza che la società viene prima degli individui, e che non si può partire dal comportamento dei singoli per arrivare alla società. Le spiegazioni date fanno riferimento a qualche forza che agisce alle spalle degli individui e li spinge ad un comportamento.
Le teorie funzionalistiche hanno anch’esse un modello strutturale; le parti sono spiegate in relazione alle funzioni che hanno per il tutto e il percorso è dal tutto alle parti. La teoria dei ruoli spiega il comportamento degli individui in base allo status (posizione) che occupano in un sottoinsieme nel sistema sociale. In base ai ruoli si comprendono i comportamenti, e si è in grado di prevederli. La società spiega gli individui e non viceversa. Si concepisce così la società come unità e individui come veicoli attraverso cui la società si esprime (concezione olistica del sociale).
Paradigma dell’azione
Nasce in Germania e vengono definite le sue fondamenta da Weber. Egli sostiene che per spiegare fenomeni sociali è necessario ricondurli ad atteggiamenti, comportamenti di cui si deve cogliere il significato che rivestono. I principi di questo paradigma sono due: i fenomeni macroscopici devono essere ricondotti alle cause microscopiche (azioni individuali); per spiegare le azioni individuali è necessario tener conto del motivo (comprensione). Nella sociologia contemporanea si utilizza agency al posto di “attore collettivo” per indicare un ente che agisce attraverso gli individui ma è dotato di volontà propria e azione indipendente.
Secondo Weber la comprensione raggiunge il grado massimo nelle azioni razionali. Ci sono però due tipi di razionalità: quella economista che si riferisce a forme di comportamento orientate verso uno scopo, e la razionalità che riguarda comportamenti conformi a seguito di scelte valutative che l’attore adotta come criteri, a prescindere delle conseguenze. L’uomo comunque non è un essere razionale, ma è capace di agire razionalmente.
Compatibilità tra paradigmi
Il paradigma della struttura vede nella società costrizione e individui costretti ad adattarsi alle circostanze. Il paradigma dell’azione al contrario, concede spazio fra diversi corsi di azione e anche fra vincoli posti dalla struttura, ma con la sua azione pone la struttura stessa. Le strutture sociali (aggregati di azioni consolidate nel tempo) possono essere modificate nel tempo da altre azioni. La categoria degli effetti non intenzionali (desiderabili o indesiderabili) mette in luce come sia frequente il caso di azioni individuali che producono effetti diversi alle intenzioni degli attori. Spiega anche come da molti individui si generino strutture istituzionali non volute intenzionalmente ma che costituiscono un vincolo per gli attori stessi. I due paradigmi sono incompatibili solo se si adotta una visione ferma del condizionamento dei comportamenti umani da parte della struttura sociale oppure al contrario, se si pensi che l’individuo sia svincolato da ogni condizionamento esterno.
Teoria e ricerca empirica
In tutte le discipline scientifiche esiste una ricerca teoria e una ricerca empirica. Questi processi vengono divisi inevitabilmente e ciò produce sia effetti positivi che effetti negativi. Teoria e ricerca, se separate, non si arricchiscono reciprocamente ma seguono strade diverse, individuali. Ci sono altresì effetti positivi quando l’elaborazione teorica produce un input (nuovi interrogativi o ipotesi) per la ricerca empirica, e riceve da questa conferme o smentite. La stessa cosa accade in sociologia, e attenendosi alla definizione di teoria di Parsons (“è un corpus di concetti generalizzati, logicamente interdipendenti, dotati di un riferimento empirico”) molte teorie sociologiche sono astratte e impossibili da tradurre empiricamente. Per questa trasformazione è necessario che le teorie vengano trasformate in indicatori su cui compiere operazioni di osservazione e misurazione. Non si può sottoporre a prova empirica una teoria di portata generale (applicabile a una vasta gamma di situazioni storico-sociali) se non in singole parti da essa ricavate. Queste difficoltà hanno indotto Merton a sostenere che le teorie debbano essere formulate a medio raggio, cioè limitate a fenomeni specifici entro coordinate spazio-temporali definite.
Un nesso fra teoria e ricerca si ha se e solo se la ricerca è volta a verificare un’ipotesi teorica, cioè una proporzione fra fenomeni da spiegare (variabili dipendenti) e fenomeni che li spiegano (variabili indipendenti). Questo nesso è detto ricerca esplicativa. Non tutte le ricerche empiriche in sociologia rispondono a questa logica. In questi casi si intendono ricerche esplorative o descrittive anche se non del tutto prive di presupposti teorici (ricerche descrittive). Qualsiasi fenomeno, per diventare oggetto di ricerca deve essere rilevante alla luce di interrogativi pratici o teorici, e per descrivere il fenomeno è indispensabile usare concetti e criteri di selezione. Ciò vale anche per le ricerche che utilizzano dati ufficiali messi a disposizione dalle autorità pubbliche. Vengono definite di statistica sociale, poiché raccolgono sistematicamente informazioni quantitative sullo stato della popolazione, e sulle sue condizioni di vita. Molto spesso la ricerca descrittiva è la prima fase di un processo di ricerca. L’osservazione empirica si unisce alle conoscenze teoriche del ricercatore e permette di elaborare concetti e ipotesi da convalidare. Le ricerche su opinioni e atteggiamenti hanno intento prevalentemente descrittivo.
Una fase intermedia delle ricerche è la costruzione di tipologie, che ci si chiederà in seguito come mai si sono formate. La connessione fra tipologie e atteggiamenti (variabili entrambi dipendenti) è guidata da ipotesi teoriche. Se il ricercatore si lascia guidare solo da queste, è probabile che trovi solo ciò che cerca. È importante nelle fasi esplorative trovare casi o dati anomali e inattesi. Merton ha definito questo effetto inatteso con serendipity (tratto da Serendip, antico nome di Ceylon, i cui principi fossero dotati di una straordinaria dote di osservazione). Merton sostiene che molte ipotesi sociologiche sono nate dall’osservazione di semplici teorie disponibili o dall’osservazione del senso comune, che non erano in grado di spiegare teorie in modo adeguato.
Idea di mutamento
In una società il cambiamento può essere lento e impercettibile o molto accelerato. Una società però è sempre in cambiamento, perciò dinamica, ma può anche essere definita statica, se si confronta il mutamento tra due società meno dinamiche. Tra il XVI e il XIX secolo le società erano in un’epoca di mutamento accelerato caratterizzato dalla globalità; investiva infatti sfere diverse e società con milioni di persone di tutti i ceti e le classi sociali.
Trasformazioni sfera economica: capitalismo
Il concetto di capitalismo è stato formulato da Karl Marx nel XIX secolo secondo una concezione materialistica e dinamica della società. Sostiene che per capire una società bisogna rendersi conto di come in essa gli uomini provvedono a soddisfare i propri bisogni e quali rapporti si instaurano fra loro. Nella storia ci sono stati diversi sistemi economici, ognuno di essi caratterizzati da combinazioni tra forme di divisione del lavoro e competenze tecniche da un lato, e forme di proprietà e rapporti fra le classi dall’altro.
Il modo di produzione capitalistico si distingue per il fatto che dominano i detentori del capitale, che pongono al loro servizio il lavoro salariato (formazione sociale capitalistica). Il capitalismo è nato dalle contraddizioni della produzione feudale, così come il comunismo, secondo Marx, nascerà nelle contraddizioni del capitalismo. Definizione di capitalismo di Werner, economista, sociologo e storico tedesco: “per capitalismo intendiamo un determinato sistema economico con le seguenti caratteristiche: è un’organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti nel mercato, due diversi gruppi di popolazione: i proprietari dei mezzi di produzione, che contemporaneamente hanno la direzione, e i lavoratori nulla tenenti, dominati dal principio del profitto e del razionalismo economico”.
- Economia di scambio = economia monetaria
- Nel mercato non si scambiano solo merci, ma prestazioni lavorative tra le due classi
- I capitalisti tendono all’accumulo del profitto, e poi al re-investimento dello stesso
- Organizzazione e produzione nell’impresa sono improntate verso criteri razionali.
L’agricoltura feudale è un’agricoltura estensiva, a basso livello di produttività e scarse innovazioni produttive. In molte zone, i villaggi esercitavano diritti comuni sui terreni, che garantivano equità a tutta la popolazione. Questa staticità si infrange in Inghilterra nel XVII secolo quando i mercati si intensificano e vi è più richiesta di beni e manufatti. Vengono così privatizzate alcune aree prima ad uso pubblico, per incrementare la produzione a vantaggio però di una sola persona (enclosures). I nullatenenti si ritrovano così alle dipendenze dei padroni, servi della gleba. In questo modo ci sono interessi maggiori per le innovazioni (tecniche nuove, rete di comunicazione più efficace) che aumenterebbero la produttività. Nasce così l’agricoltura moderna, che più progredisce, meno ha bisogno di popolazione agricola.
Il commercio ha aperto diversi dibattiti fra scienziati secondo cui i grandi mercati sono fattore di dissoluzione dell’economia feudale, e le attività mercantili non sono compatibili con questa economia. Il capitalismo mercantile ha preceduto e creato condizioni per il capitalismo industriale. L’Italia conobbe uno sviluppo mercantile precoce; i più importanti istituti di diritto commerciale nacquero in epoca medievale e rinascimentale. Tre secoli più tardi il capitalismo mercantile arrivò in Europa creando il sistema del lavoro a domicilio; il mercante girava con materie prime e attrezzi e distribuiva il lavoro su compenso ai lavoratori. Così si impegnava a ritirare il tutto a scadenza definita dietro pagamento. Nacquero in seguito le imprese, formate dai lavoratori tutti sotto lo stesso tetto, gestite dal mercante, diventato imprenditore.
Le imprese erano organizzazioni monopolistiche il cui scopo era quello di assicurarsi l’esclusiva di un bene al solo territorio nei suoi interessi. Lo spirito dell’artigianato era contro la concorrenza, nulla di più contrario dello spirito capitalistico. La stabilità dipendeva dalla domanda, che doveva essere limitata e prevedibile. All’alzarsi di questa, molte imprese aggiravano o infrangevano il vincolo della concorrenza.
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