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Dall'umanesimo educativo alla scoperta del metodo

Tra i secoli XV-XVII in Europa cambia la concezione dell'educazione. Nell'antichità più che di pedagogia è opportuno parlare di "agire educativo", in cui il sapere non è codificato ma gli ideali si intrecciano con la letteratura (gesta di eroi come in Omero), con la religione (formazione del buon cristiano – Agostino), con la politica (Repubblica di Platone).

Tra il 1200 e 1300 sorsero le prime università e nei comuni si iniziò a trasferire il controllo delle scuole dal clero ai laici. A partire dal Quattrocento-Cinquecento si cominciò a guardare all’infanzia con un’attenzione e premura educativa nuove; fu un fenomeno lento e graduale che dapprima interessò i ceti più agiati della società. I fattori che determinarono la "rivoluzione educativa" furono soprattutto quattro.

Umanesimo educativo

Nasce nel 1400 dapprima in Italia (Leon Battista Alberti, Guarino Guarini) poi in tutta Europa (Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro, Lutero) l'umanesimo con la sua vocazione educativa e il proposito di infondere nell’uomo qualità quali sapere, buon gusto, carattere e cortesia. Per acquisire un humanitas piena e matura si studiano le lingue classiche e ci si ispira a una nuova spiritualità cristiana libera dalle superstizioni e corruzioni del tempo. Si promuove un modello di società cristiana fondata su pietas e chiaritas.

Ricerca di un metodo didattico efficace

Si moltiplicarono gli sforzi di uomini di cultura assoldati come precettori presso le corti del nord Europa di trovare un metodo ben definito e collaudato di insegnamento. Ricordiamo soprattutto i Fratelli della Vita Comune nei Paesi Bassi che tra fine Trecento e inizio Quattrocento si occuparono delle scuole su mandato comunale; essi introdussero il sistema delle classi (8 sequenziali) ciascuna dotata di maestro e di un programma ben preciso.

Invenzione della stampa

Nascita della stampa a caratteri mobili e sviluppo del libro, soprattutto del vade mecum; crebbe poi all’interno di certi contesti professionali e sociali la necessità di istruirsi.

Manifestazione degli affetti familiari

Ci fu una crescente sensibilità affettiva che si manifestò in un maggior investimento emotivo e anche economico da parte dei genitori verso i figli. Studi di Philippe Ariès su stampe, dipinti rappresentanti scene di vita domestica ma anche diari e registri che dimostrano come tra ’400 e ‘700 la famiglia si occupa sempre più dell’educazione dei suoi membri, direttamente o indirettamente (alta affluenza nei collegi).

La rivoluzione scolastica tra nascita degli Stati moderni e Riforma religiosa

L’interesse per l’educazione si concretizzò nell’aumento della domanda e dell’offerta dell’istruzione che determinarono la nascita della scuola. Tra ‘400 e ‘700 il termine “educare” era sinonimo di “istruire”, cioè introdurre il bambino nella vita degli adulti. L’educazione ebbe per secoli anche la funzione di garantire la riproduzione del patrimonio economico e culturale della famiglia.

Significativo documento di ciò è l’opera di Silvio Antoniano Tre libri dell’educazione cristiana dei figliuoli del 1582, in cui fornisce ai padri le indicazioni per una cura educativa premurosa e costante, per la preghiera, per la correzione precoce delle inclinazioni cattive, per la giusta severità accompagnata dall’amorevolezza. I genitori devono occuparsi dei figli e non affidarli a badanti e devono cercare una scuola che essi frequentino volentieri.

Sono questi indicatori che mostrano un maggior rispetto e una accresciuta sensibilità educativa verso i ragazzi; il principio della “realizzazione personale” appare soltanto nella seconda metà del ‘700. La possibilità di frequentare una scuola vera e propria rimase a lungo un miraggio per la maggior parte della popolazione; fino all’800 inoltrato ci fu il dibattito tra i fautori dell’istruzione pubblica e i sostenitori di quella privata.

La nascita degli Stati nazionali determinò lo sviluppo della burocrazia e con esso la necessità del progredire della cultura scritta; per circa due secoli però il potere politico apparve disinteressato alla gestione della scuola, demandando l’istruzione alla Chiesa.

Lutero indicò l’educazione come un elemento per rendere stabili le conquiste della Riforma protestante e nel 1524 si rivolse alle autorità della Sassonia per istituire scuole pubbliche e gratuite. La riforma mise a nudo l’ignoranza di buona parte del clero che screditava la religione stessa agli occhi dei fedeli; fu quindi necessaria per tutta la gerarchia ecclesiastica una opportuna formazione.

Il modello educativo collegiale

Il modello educativo degli umanisti, rielaborato e diffuso dai collegi retti dagli ordini religiosi, rappresentò per diversi secoli lo strumento formativo per eccellenza. Il collegio nacque nel 1200 all’interno delle prime università e dapprima fu inteso solo come un convitto per gli studenti fuorisede; in seguito si diedero dei regolamenti e si costituirono all’interno di comunità religiose o laiche sovvenzionati da donazioni private e divennero l’equivalente della nostra scuola secondaria. I collegi istruivano e nel contempo miravano a formare dei buoni cristiani per cui la cultura aveva soprattutto un fine strumentale.

Nelle famiglie la preoccupazione maggiore era quella di offrire ai figli una formazione atta a garantire un buon inserimento sociale e perpetuare i beni ereditati; per secoli si applicò la norma del maggiorascato che attribuiva al figlio maggiore il diritto di tramandare il patrimonio.

Analogamente ai collegi, chiamati seminaria nobilium, si svilupparono i seminari dove studiavano i chierici; ogni diocesi era tenuta ad avere un seminario. Da sempre le scuole per ecclesiastici erano frequentate anche da laici che abbandonavano poi gli studi senza prendere i voti ma la riforma tridentina escluse questi studenti dai seminari e nacquero così i collegi che, come i seminari, imponevano la residenza all’interno della istituzione e fornivano un’istruzione di stampo umanistico e religioso.

La direzione di entrambi venne affidata alle nascenti congregazioni religiose, soprattutto Gesuiti. La Ratio studiorum gesuitica divenne modello per tutte le altre congregazioni religiose e laiche; era fondata sull’insegnamento di materie utili per fare carriera nelle pubbliche amministrazioni, nel clero, nel foro, ovvero in tutte le professioni in cui era necessario padroneggiare la parola.

I collegi della Compagnia di Gesù accolsero alunni provenienti da tutti i ceti sociali tranne quelli più poveri per i quali funzionavano soltanto le scuole di carità; erano quasi completamente gratuiti. I giovani meno abbienti dovevano contribuire al reddito della famiglia fin da piccoli e ritardavano a oltranza l’ingresso a scuola; non era infrequente trovare gomito a gomito bambini in età scolare e giovani adulti alla prima esperienza di istruzione.

L’educazione gesuitica contribuì a fissare un modello di “persona per bene”; il collegio rappresentò anche un ottimo mezzo per evangelizzare e il modello venne esportato in tutte le parti del mondo dove i gesuiti impiantarono missioni.

L’istruzione collegiale ebbe fortuna anche nel mondo protestante; Filippo Melantone in qualità di ispettore denunciò il deplorevole stato in cui versavano le scuole della Sassonia e formulò un’articolata proposta di riforma. I suoi precetti vennero messi in pratica da Johan Sturm il quale fondò un gymnasium a Strasburgo; intanto nel 1559 a Ginevra Calvino ne apriva uno suo.

La diffusione delle scuole determinò un notevole incremento della popolazione studentesca; un altro effetto della rivoluzione educativa fu lo sviluppo dei metodi didattici e la specializzazione dei testi.

La crisi del modello educativo rinascimentale e l'istruzione utilitaristica di Locke

Il modello cinque-seicentesco cominciò a essere messo in discussione tra fine ‘600 e inizio ‘700 ma molto gradualmente; l’educazione collegiale si rivelò sempre meno adeguata alle nuove circostanze. La prima critica fu relativa ai contenuti e alla rigidità del metodo; il curricolo era poi troppo lungo e necessitava di conoscenze basilari che dovevano essere acquisite privatamente. Il percorso collegiale si completava in genere con l’università e ciò obbligava a un grande investimento di tempo e denaro che solo poche famiglie potevano permettersi. Lo studio classicheggiante era poi osteggiato dalle famiglie dedite al commercio e alle attività produttive; molte città mercantili (Francia) iniziano a dotarsi di scuole a carattere tecnico e professionale e si assiste a una prima specializzazione dell’istruzione. Si indebolì così la convinzione dell’utilità del latino e della formazione umanistica.

John Locke condivise le critiche al sistema scolastico del tempo e suggerì vari rimedi; alla base della sua riflessione stavano tre principi.

  • Il primo di natura politica e legato alle vicende della creazione della monarchia parlamentare; da qui l’esigenza di educare non più soltanto un “suddito” ma un “cittadino” e formare quindi un uomo capace di autogovernarsi e non soggetto a una autorità indiscutibile.
  • Il secondo derivava dalla sua analisi filosofica e dal netto rifiuto della dottrina della conoscenza innata alla quale egli preferiva il primato dell’esperienza; educare l’intelletto e introdurlo al libero esercizio del pensiero.
  • Il terzo punto era ispirato alle riflessioni e ai progetti di riforma scolastica messi a punto dagli esponenti della cultura puritana appartenenti al circolo di Hartlib (Samuel Hartlib, John Milton, ecc.) che erano uniti dall’insoddisfazione per la scuola tradizionale e il desiderio di un nuovo modello basato sull’osservazione e l’esperienza più che sulla memorizzazione di concetti.

Da questi principi nasce l’idea del gentleman lockiano, che non era più il nobile per nascita ma una persona che a prescindere dalle origini poteva assumere incarichi pubblici e privati all’interno dello Stato. Doveva essere colto, virtuoso ed esperto e per questo prediligeva l’educazione privata a quella pubblica. La disciplina era orientata al controllo di sé; secondo Locke tanto il fisico quanto la volontà devono essere indurite e rafforzate con esercizi proposti dai maestri con la prudenza educativa necessaria. Egli rimproverava alle scuole del tempo il formalismo e lamentava l’inutilità del greco e del latino, contestava la scarsa qualità dei docenti che per farsi rispettare ricorrevano alla frusta. Promuoveva di contro lo studio della lingua nazionale e del francese, della geografia e delle discipline matematiche e fisiche, una serie di attività pratiche quali il giardinaggio e il lavoro nei boschi, attività fisiche come la scherma, la danza e l’equitazione. Si trattava della modernizzazione del modello collegiale umanistico.

L'emergere di una nuova concezione dell'uomo

Nel secolo XVIII si rafforzò l’idea di distinguere l’istruzione dall’educazione e parallelamente una nuova idea di uomo e delle sue facoltà cognitive. Studi sull’origine delle idee come quelli di Hume e Diderot affrancarono le scienze umane dall’innatismo per esaltare l’esperienza e l’intelletto e una epistemologia basata sulla natura. Per la prima volta si pose l’accento sulle differenze tra adulto e bambino considerando l’infanzia una età con prerogative proprie; la psicologia vedeva il bambino come una tabula rasa dotato solamente dei sensi e della ragione per conoscere il mondo. Compito dell’educatore è quello di insegnare a usare correttamente questi strumenti.

Ogni trattato che si occupava di educazione doveva avere una parte dedicata all’educazione fisica intesa come pratiche igieniche e puericultura (si rivendicavano ad esempio i benefici effetti dell’allattamento materno).

Con grande difficoltà si fece largo l’uso del volgare nella prima alfabetizzazione mentre a livello di istruzione secondaria si utilizzava il latino il suo studio precedeva quello della matematica e scienze; persino la storia (tranne quella antica) e la geografia entrarono a fatica nei curricula poiché legate alla visione politica.

Nel corso del ‘700 si fece largo un’etica laica o secolarizzata per cui compito degli educatori era quello di insegnare i doveri morali non tanto verso Dio e le comunità dei cristiani ma piuttosto nei confronti dei propri concittadini. La pedagogia iniziò così a interrogarsi sui fini educativi.

L'educazione "naturale" secondo Rousseau

Nel 1762 Jean-Jacques Rousseau pubblicò l’Emile che gli valse una pubblica condanna da parte delle autorità religiose e civili a causa delle accuse mosse dal filosofo alla società dell’epoca. Ma ottenne anche molto successo grazie alle riforme proposte e divenne il capostipite della letteratura pedagogica. Rousseau partiva dalla convinzione che allo stato di natura le disuguaglianze sono appena evidenti e la loro influenza è pressoché nulla; egli distingueva l’uomo naturale dall’uomo civile: il primo usciva dalle mani del Creatore e per questo era buono; il secondo invece risentiva dell’influenza nefasta della società. Ne conseguiva che l’educazione doveva rispettare e valorizzare l’uomo naturale. Rousseau immaginava di educare Emilio in campagna, lontano dalle influenze degli adulti e dove l’educazione era del tutto imprevedibile, al fine di conservare l’ingenuità e l’integrità.

Poiché secondo il filosofo l’uomo è portato a imitare, l’educatore si deve preoccupare di fornire al discepolo solo modelli positivi, fornendo un indirizzo unico per i tre tipi di educazione a cui il bambino andava incontro: quello della natura (sviluppo organico), degli uomini (la cultura) e delle cose (l’esperienza). Per garantire un sano sviluppo biologico egli offriva una serie di pratiche igieniche e di puericultura; era convinto del valore dell’esperienza come forma di apprendimento anche in età infantile prima ancora che il bambino inizi a parlare. Prediligeva l’istruzione privata e al fine del suo mandato Emilio non sarebbe stato un avvocato, né un soldato o un prete ma un uomo. Egli sosteneva poi l’impossibilità di formare un cittadino poiché in Europa non esisteva l’idea di patria, polemizzando contro gli Stati assolutistici del ‘700 rei di rendere i sudditi estranei alla vita. Proprio per queste accuse dovette lasciare la capitale del regno di Luigi XV (Parigi).

Nell’Emile egli si dichiarava convinto dell’inadeguatezza di ogni precetto morale e sosteneva che l’insegnamento della religione avrebbe avuto scarso esito di essere interiorizzato da Emilio prima dell’adolescenza; era necessario che fosse il giovane a chiedere un giorno spiegazioni e per questo era utile anche posticipare il battesimo in una fase in cui esso poteva rappresentare un’esperienza davvero significativa. Queste teorie gli valsero la condanna di uomini di Chiesa come il barnabita Sigismondo Gerdil, antico precettore di casa Savoia. Il prelato ribatteva rivendicando l’importanza dell’istruzione religiosa e insistendo sulla fallibilità dei sensi; richiamava poi le “idee innate” (prima tra tutte quella di Dio) che solo la religione poteva risvegliare. Confutava poi a Rousseau la scelta di educare Emilio in solitudine per il pericolo che il giovane potesse non riuscire a integrarsi nella società.

  • Il primo grande merito di Rousseau sta nel riconoscimento dell’importanza dei cambiamenti che avvengono durante il ciclo vitale di un individuo ai fini dell’educazione. Secondo il filosofo da 0 a 2 anni il bambino vive in uno stato di sensibilità molto bassa; tra 2 e 12 anni Emilio raggiunge un livello paragonabile a quello dell’uomo selvaggio in cui i sensi prevalgono sulla ragione; nella pre-adolescenza (12-15 anni) il ragazzo è paragonato a Robinson Crusoe ed è cioè autosufficiente ma è mosso dall’utilità e non ha coscienza morale; gli anni dai 15 ai 25 sono quelli della seconda nascita in cui si aggiungono la funzione estetica ed etica e la coscienza regola l’agire.
  • Il secondo grande apporto riguarda la tesi secondo cui ogni individuo è portatore di capacità originali: l’educatore deve favorirne lo sviluppo affinché ogni bambino diventi se stesso da adulto.
  • Il terzo elemento riguarda la figura del maestro, visto da Rousseau non più come simbolo dell’autorità ma come colui che si limita a predisporre le situazioni educative più adatte a far maturare l’allievo.

La scuola tra riforme e Rivoluzione: il progetto di Filangieri

Nel momento in cui “educazione” smise di essere sinonimo di “istruzione” divenne materia anche politica; il primo che mise in relazione il modello educativo di uno Stato con il tipo di governo che lo regge fu Montesquieu: egli individuò nella paura il fondamento dell’educazione impartita nelle tirannie, nell’onore quello delle monarchie e nella virtù il fondamento dell’educazione repubblicana. L’idea di patria e di cittadino non potevano esistere all’interno di Stati governati da un solo uomo, da qui l’accusa alle monarchie assolutistiche del ‘700; il modello buono era quello dell’Inghilterra dove il potere del sovrano era bilanciato da quello delle due Camere.

Gaetano Filangieri, nel quarto libro della Scienza della Legislazione,

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

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