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contro le province unite; contro la Francia. La Spagna non era in grado di reggere questo sforzo

immane e la crisi economica inasprì le tensioni politiche e attivò le forze centrifughe: così la

Catalogna e il Portogallo proclamarono l'indipendenza dalla monarchia spagnola che si trovò così a

dover fronteggiare anche una gravissima rivolta interna. Nel 1643 la fanteria spagnola subì una

pesante sconfitta a Rocroi da parte delle truppe francesi. A Rocroi l'Europa prese anche atto del

declino inarrestabile del regno di Spagna, un colosso ormai logoro e spento, prossimo a uscire di

scena. I successi francesi furono tanto travolgenti da allarmare persino le province unite,

tradizionali nemiche della Spagna: apparve preferibile, agli olandesi, l'esistenza di uno stato-

cuscinetto (rappresentato dai paesi bassi spagnoli) posto tra loro e la potentissima Francia, piuttosto

che l'immediata vicinanza con quest'ultima. La pace separata tra spagnoli e olandesi fu firmata a

Munster e con essa la Spagna riconobbe ufficialmente l'indipendenza delle province unite. Le

vicende della guerra si evolvevano negativamente anche per l'imperatore: i francesi erano penetrati

in Baviera e puntavano su Vienna, gli svedesi si erano impadroniti della Boemia e assediavano

Praga. Nel 1648 il successore di Ferdinando II, Ferdinando III, decise opportunamente di porre fine

al conflitto e firmò la pace di Vestfalia. Tra Spagna e Francia, invece, la guerra continuò. La pace

segnò il definitivo crollo del progetto politico e religioso asburgico e la fine delle guerre di

religione. Sotto il profilo religioso l'imperatore dovette rinunciare al sogno di una Germania tutta

cattolica : la pace di Vestfalia riconobbe accanto alle confessioni cattolica e luterana (già

riconosciute dalla pace di Augusta) l'esistenza di una terza confessione, la calvinista. Queste

decisioni consentivano la convivenza delle confessioni, ma non significavano che la libertà

religiosa fosse riconosciuta pubblicamente. La religione pubblica dei singoli stati rimaneva infatti

quella stabilita dal principe. L’imperatore rinunciò infine a rivendicare le proprietà confiscate dai

protestanti ai cattolici. Sotto il profilo politico, la Germania si ritrovò trovò ancora smembrata in

una miriade di staterelli, a ognuno dei quali fu concessa una autonomia quasi assoluta. Gli Asburgo

si trovarono di fatto in condizioni di poter esercitare la propria autorità esclusivamente sui domini

ereditari di Austria, Boemia e Ungheria. La trionfatrice della guerra dei trent'anni fu la Francia che,

con il definitivo indebolimento dell'impero raggiungeva una contrastata egemonia continentale. La

guerra dei trent'anni fu un avvenimento di eccezionale importanza perché con essa si concluse la

lunga e drammatica fase delle guerre di religione. All'indomani della pace di Vestfalia molte

regioni europee sembravano essere state attraversate da un cataclisma: le finanze degli stati

belligeranti erano esauste per il lungo e massiccio sforzo militare, ci fu una massiccia diffusione di

epidemie e infezioni. 9. La rivoluzione inglese e le rivolte del ‘600

Morta senza eredi Elisabetta I, la dinastia Tudor si estinse e sul trono di Inghilterra salì Giacomo I

Stuart, figlio di Maria Stuart e re di Scozia. Le due corone di Scozia e di Inghilterra si trovarono

così unite in una sola persona. Giacomo I propose un programma di forte accentramento

monarchico, basato sulla riaffermazione delle autorità della chiesa anglicana, sul prelievo di risorse

economiche attraverso la tassazione. Sul piano della politica estera, Giacomo I fu incapace di

giostrarsi tra le due grandi potenze continentali, Francia e Spagna, e finì per scontentare entrambi.

In assenza della grande nobiltà il fronte del dissenso nei confronti della monarchia si concentrò

proprio nel parlamento, che divenne contemporaneamente sede principale della opposizione

religiosa. Giacomo I si trovò ripetutamente in contrasto con l'assemblea, soprattutto in occasione di

richieste di nuove imposizioni fiscali, e diverse volte si rifiutò di convocarla o ne arrestò gli

esponenti più attivi. Il successore di Giacomo I, Carlo I Stuart, sciolse il parlamento per due anni

consecutivi. Costretto a riconvocarlo per farsi approvare il finanziamento di una spedizione di

soccorso agli ugonotti il re dovette accettare una petizione di diritti che condannava il fiscalismo

monarchico, l'oppressività della chiesa anglicana, l'uso invalso di trattenere i cittadini senza

autorizzazione da parte di alcun tribunale. La petizione sorti tuttavia un effetto opposto a quello

desiderato: Carlo I Stuart sciolse di nuovo il parlamento e cominciò a reprimere sistematicamente

l'opposizione politica e religiosa. Dal punto di vista religioso, il forte rilancio della chiesa di stato

comportò un diretto attacco, condotto dall'arcivescovo di Canterbury contro le comunità puritane

che non riconoscevano l'autorità dei vescovi anglicani. L'arcivescovo avviò una operazione di

normalizzazione della vita religiosa in Scozia dove si era stabilita la chiesa nazionale presbiteriana,

di stampo calvinista ortodosso. Di fronte al ripristino della gerarchia anglicana, al recupero delle

proprietà confiscate a suo tempo agli ordini religiosi cattolici il clero presbiteriano rispose con un

patto giurato di difesa a oltranza del calvinismo ortodosso dalle ingerenze inglesi. Era la guerra: gli

scozzesi sconfissero l'esercito regio e invasero il territorio inglese occupando alcune città. Esaurite

le risorse finanziarie, Carlo I fu costretto, per poter continuare la guerra, a convocare il parlamento

che approvasse nuove imposizioni fiscali. Nell'assemblea prese però corpo una vasta opposizione,

che solidarizzò con i ribelli e reclamo la abolizione dei più vessatori provvedimenti della corona. Il

re sciolse subito questo che fu detto il corto parlamento. Il re così convocò, pensando forse di

poterlo facilmente manipolare, quello che è passato alla storia come il lungo parlamento.

L'assemblea manifestò immediatamente una notevole combattività, rifiutò di collaborare con il

sovrano e richieste la condanna a morte dei suoi principali collaboratori. Carlo I, privo di un

esercito efficiente e dell'appoggio di un solido apparato burocratico, circondato da una corte in

disfacimento fu costretto a piegarsi. Il successo del parlamento fu colmato da una raffica di

provvedimenti che abolivano i tribunali speciali, vietavano nel modo più assoluto l'imposizione di

nuovi tributi senza l'assenso parlamentare e l'arresto di sudditi senza processo, decretavano la fine

delle persecuzione religiose. Intanto scoppio in Irlanda una violenta insurrezione di contadini e

proprietari cattolici, che massacrarono migliaia di coloni protestanti inglesi e scozzesi: il re fu

sospettato di avere fomentato la rivolta per modificare il quadro politico e ottenere il reclutamento

di un esercito di cui si sarebbe poi servito per schiacciare il parlamento. Il parlamento vedeva

dunque messe in discussione non solo le vittorie ottenute nei mesi precedenti, ma la sua stessa

sopravvivenza. Fu allora presentata la cosiddetta grande rimostranza che chiedeva il controllo delle

reclutamento degli eserciti e delle nomine ministeriali. L'atmosfera si surriscaldò: Carlo I tentò il

colpo di stato irrompendo nel parlamento con una schiera di armati. L'insuccesso fu completo: i

capi dell'opposizione riuscirono a sfuggire e la cittadinanza londinese si scatenò in furiose

manifestazioni di massa. Carlo I dovette abbandonare la capitale. Era l'inizio della guerra civile.

Gli schieramenti in campo si delinearono con una certa precisione. Dalla parte del re si schierarono

i cosiddetti cavalieri: si trattava per lo più di esponenti della aristocrazia, dell'altissima borghesia,

contraria alle evoluzioni in senso radicale del programma politico parlamentare espresso nella

grande rimostranza, all'abolizione delle gerarchia anglicana. I sostenitori del parlamento, le teste

rotonde (così erano chiamati i puritani) raccoglievano invece il consenso della borghesia medio-

alta, dei commercianti, degli artigiani, tutti interessati a un regime di maggiore libertà degli gioco

fiscale regio e di maggiore partecipazione politica. La guerra si trascinava con alterne vicende fino

a quando la svolta decisiva si ebbe, morti i due leader, con l'entrata sulla scena politica e militare

del puritano Cromwell. Cromwell si di estinse in un primo momento come capo militare della

fazione parlamentare. Carlo I fu sconfitto e consegnatosi agli scozzesi fu da loro trasferito in

Inghilterra nelle mani del parlamento. La sconfitta del re ebbe come immediata conseguenza la

disgregazione del fronte dei vincitori. Lo schieramento puritano, infatti, si spezzò, sia dal punto di

vista politico che da quello religioso. La maggioranza parlamentare era di orientamento

presbiteriano, sosteneva cioè lo smantellamento della gerarchia episcopale anglicana e

l'introduzione di un'unica confessione di stato calvinista. L'esercito, appoggiato da Cromwell, si

ispirava invece alla dottrina dell'altra anima del puritanesimo , gli indipendenti, che sostenevano

l'introduzione di una generalizzata libertà di culto e di organizzazione per tutti i gruppi e per tutte le

sette religiose protestanti. La difficile situazione dei rapporti tra esercito e parlamento era

complicata dall'ambigua condotta di Carlo I che tramava con ambedue gli schieramenti e

contemporaneamente cercava sempre l'appoggio degli scozzesi. Alla fine il re fuggì nuovamente in

Scozia e gli scozzesi invasero l'Inghilterra. La situazione divenne gravissima. Cromwell, che fino a

quel momento aveva cercato di raggiungere con il parlamento un compromesso che salvaguardasse

l'istituto monarchico, fu accusato di tradimento. Rotto ogni indugio, Cromwell affrontò e vinse gli

scozzesi e i rivoltosi, occupò Londra ed espulse dal parlamento il gruppo presbiteriano. Nel 1649 il

re fu processato e condannato morte. Venne poi abolita la camera e dei Lords e proclamato il

Commonwealth, la repubblica inglese. Così Cromwell ottenuto il totale controllo della situazione

volse a ristabilire l'ordine in Irlanda, dove represse nel sangue la rivolta dei realisti cattolici. Nel

1650 pacifico definitivamente la Scozia. In politica estera puntò soprattutto sull'espansione della

potenza commerciale e coloniale inglese. Nella 1651, in evidente funzione anti-olandese, promulgò

l’atto di navigazione, in base al quale i collegamenti commerciali con l’Inghilterra venivano

riservati alle navi inglesi o dei paesi da cui provenivano le merci. La reazione olandese fu

rapidamente stroncata in una breve guerra. In politica interna Cromwell non ebbe altrettanto

successo. Egli intraprese numerose riforme ma non riuscì a dar vita a un solido sistema di governo

a causa dei contrasti con il parlamento. Anche i parlamenti eletti successivamente manifestarono un

atteggiamento ostile nei confronti del governo di Cromwell, che assunse sempre più i connotati di

una dittatura militare, fino al progetto di trasformare il suo protettorato in una vera e propria

monarchia ereditaria. Quanto l'ordinamento di Cromwell fosse stabile fu dimostrato dal fatto che, il

figlio succeduto alla suo morte, dovette lasciare il potere dopo pochi mesi a causa del dilagare di

torbidi che annunciavano la fine della repubblica. Seguì una fase di intrigati conflitti fin quando il

generale George Monk, con l'approvazione del parlamento, marciò su Londra e mise sul trono

l’erede di Carlo I, Carlo II Stuart. La restaurazione degli Stuart ebbe come immediato effetto il

ripristino della chiesa anglicana, la ripresa delle persecuzioni, la ricostituzione della camera dei

Lords e dei privilegi nobiliari. Non si verificò, tuttavia, un completo ritorno ai tempi di Giacomo I e

Carlo I. Prese forza la centralità del parlamento come stabile punto di riferimento di confronto per

l'esercizio del potere monarchico. Dall'ora e sempre più nettamente in seguito, parlamento e

monarchia saranno considerati come due poteri distinti. Una distinzione una separazione che ha

accompagnato e il progressivo indebolimento e la definitiva scomparsa di ogni ipotesi politica

fondata sulla monarchia di diritto divino. Nel 1642 il cardinale Richelieu morì. L'anno seguente

scomparve il re Luigi XIII. La politica estera della Francia, impegnata nella guerra dei trent'anni

non subì, però, mutamenti di rilievo, grazie all'azione del cardinale Mazzarino capo del consiglio

del re. L'importanza di questa carica fu accentuata dal fatto che al trono francese era salito un

bambino di appena cinque anni, Luigi XIV, invece del quale la reggenza fu tenuta dalla madre

Anna d'Austria. Con la pace di Vestfalia, Mazzarino sancì il successo della potenza francese sulle

ambizioni di egemoniche della casa imperiale d’Austria. Il conflitto continuò tuttavia con la Spagna

così l'impegno finanziario dello stato francese a sostegno della guerra non diminuì e l'emergenza

bellica consentì il proseguimento di una gestione forte del governo centrale. Di qui l'esplosione di

un periodo di agitazione e di torbidi noto come fronda che si di estinse in due fasi, quella

parlamentare e quella dei principi. Il centro propulsore della prima fase della fronda fu il

parlamento di Parigi. Nel 1648 Mazzarino sottopose al parlamento di Parigi la proposta di

potenziare il gettito fiscale affidandone l'esazione esclusivamente agli intendenti. Il parlamento

parigino replicò proponendo la soppressione degli intendenti e reclamando a se il diritto di gestire

l'imposizione delle tasse. L'arresto di uno dei principali esponenti dell'assemblea fece degenerare il

contrasto in aperta rivolta: i parlamentari riuscirono a mobilitare il popolo di Parigi che ad occupare

di fatto la città per alcuni giorni. Ai primi del 1649 Mazzarino e la corte dovette lasciare Parigi,

malgrado le richieste parlamentari fossero state accettate. Nel corso dello stesso anno la fronda

parlamentare andò tuttavia progressivamente disgregandosi. Agli occhi dei rivoltosi il nemico da

battere era Mazzarino, non il re: una volta accettate le rivendicazioni parlamentari e constatata

l'impossibilità di sprezzare l'accordo tra il primo ministro e la corona, non restava altro che rientrare

nei ranghi. Nel 1650 prese avvio la fronda dei principi (cioè dell’aristocrazia) capeggiata dal

principe di Conde e comandante delle truppe regge mobilitate contro la fronda parlamentare. La sua

azione non si concretizzò mai in un vero progetto politico ma era senza dubbio forte la gelosia nei

confronti dello strapotere di Mazzarino che aveva impedito alla aristocrazia di trarre vantaggio

dalla situazione creatasi a corte con la morte di Luigi XIII ma altrettanto forte era in lui il desiderio

di reagire al successo conseguito dal movimento parlamentare nei confronti della corona. La nobiltà

risentiva inoltre pesantemente della pressione fiscale dal momento che l’impoverimento dei

contadini ostacolava la riscossione dei diritti feudali. Ancora una volta il paese fu attraversato da

un’ondata di disordini e ancora una volta lo scontento del popolo di Parigi fu strumentalizzato e

indirizzato contro il governo centrale. Mazzarino fu nuovamente costretto a fuggire dalla città e a

rifugiarsi a Colonia dove diresse le operazioni delle truppe fedeli alla monarchia. Il principe di

Conde fu sconfitto e il fronte aristocratico si di sciolse rapidamente. Il cardinale rientrò

trionfalmente a Parigi. La fine delle turbolenze frondiste consentirà a Mazzarino di riprendere con

energia la guerra contro la Spagna. Tra le scelte diplomatiche del cardinale la più felice fu la

coraggiosa alleanza con la repubblica inglese di Cromwell che gli permise di sconfiggere le truppe

e le flotte iberiche. Con la pace dei Pirenei si decretò il tramonto della potenza spagnola e il

rafforzamento della Francia. A essa fece seguito il matrimonio tra l'erede al trono di Spagna, Maria

Teresa e Luigi XIV. Nel regno di Spagna, colpito più di ogni altro paese europeo dalla crisi

economica delle 600, Filippo IV e soprattutto il suo primo ministro Olivares puntarono decisamente

alla realizzazione di un progetto di accentramento assolutistico, destinato a fornire alla monarchia

spagnola i mezzi per un rilancio in grande stile sulla scena europea. La cosiddetta unione delle

armi, cioè la ripartizione fiscale e il reclutamento militare proporzionali tra le varie province tra i

vari domini della corona, fu causa di profonde tensioni nel regno. Il regno di Spagna era costituito

da un federazione di regni autonomi ciascuno dei quali era dotato di larghissima autonomia .

Filippo IV era padrone assoluto della Castiglia e di tutte le dipendenze fuori di Spagna; ed era da

queste regioni che provenivano il gettito fiscale che riforniva il tesoro reale e il grosso del

reclutamento militare. Il resto della penisola iberica non offriva alcun significativo contributo. Ecco

perché alle richieste di Olivares si ribellarono la Catalogna e il Portogallo. In Catalogna la rivolta

esplose nelle campagne e diffusasi a Barcellona l'agitazione venne presa in mano dalla nobiltà e

dalla borghesia, che assunse la fisionomia di moto indipendentista. In Portogallo il fronte anti-

spagnolo si indirizzo immediatamente al recupero dell'integrità del territorio nazionale e dei domini

coloniali. Fu proclamato re il duca di Braganza e la reazione spagnola fu respinta anche grazie

all'aiuto di Francia e Inghilterra. Nel 1668 il trattato di Lisbona sancì l'indipendenza del Portogallo.

L'allontanamento di Olivares aggravò il disordine amministrativo del regno di Spagna, mentre le

sorti della guerra dei trent'anni evolvevano decisamente a favore della Francia. La guerra sempre

più difficile e le ribellioni che esplodevano qua e la nella penisola iberica spinsero Filippo IV a

spostare la pressione fiscale soprattutto sui possedimenti italiani.

10. La decadenza dell'Italia

Durante la crisi del 600 l'Italia perse quella posizione di primato nell'economia europea che aveva

avuto nel medioevo. Economie maggiormente dinamiche come l'inglese, l'olandese e anche la

francese, riuscirono non solo a superare la crisi, ma ad uscirne rafforzate. Economie meno

dinamiche e meno capaci di trasformarsi, come l’italiana e la spagnola, ne uscirono invece in una

posizione marginale e indebolite. Anche in Italia la tendenza depressiva ebbe probabilmente origine

da quella polarizzazione della ricchezza: aumento degli affitti e della rendita fondiaria da un lato,

contrazione dei redditi popolari dall'altro in conseguenza della crescita demografica. Nell'Europa

delle 500 e del 600 la formazione del capitale dipendeva soprattutto da una attività di

intermediazione su lunga distanza, che consisteva nell'acquisto di merci a basso prezzo e nella loro

vendita ad alto prezzo. Esclusa dai traffici oceanici, l'Italia fu sopraffatta dalla concorrenza

straniera anche nel mediterraneo. Con il declino del commercio entrarono in crisi le attività portuali

e le flotte commerciali. I motivi dell'incapacità italiana di fronteggiare la concorrenza straniera

erano diversi. I prodotti italiani erano di migliore qualità, ma avevano due difetti: costavano molto

ed erano fuori moda. Anche la debolezza politica e militare dell'Italia fu un aspetto importante di

questa crisi economica. Mentre gli altri stati nazionali europei, che avevano raggiunto da tempo

l'unità politica ed erano governanti da governi centralizzati, si trovavano in condizione di condurre

una politica di potenza e di sostenere anche militarmente la loro penetrazione nei mercati

continentali ed extraeuropei, gli stati italiani, deboli militarmente e politicamente erano costretti a

subire l'iniziativa altrui. Il declino delle attività commerciali e industriali spostò quote importanti di

capitali da questi settori all’agricoltura. La proprietà terriera assunse di conseguenza un peso molto

consistente, sottraendo investimenti al commercio e all'industria. A livello sociale, il prestigio

rinnovato e potenziato della proprietà terriera si tradusse in un maggiore immobilismo. Era molto

meno facile, adesso, per individui intraprendenti di origine modesta, tentare una rapida e brillante

ascesa sociale nel mondo dinamico degli affari. In parallelo si moltiplicarono i titoli nobiliari, segno

evidente di un processo di rifeudalizzazione: concedendo quei titoli in cambio di somme di denaro,

i governi conferivano infatti qualifiche feudali a le terre cedute. In questo processo di

rifeudalizzazione si verificò una spaccatura fra nord e sud. La situazione più grave era tuttavia la

situazione dei sudditi delle regioni meridionali della penisola. Il declino delle attività commerciali

provocò anche una minore circolazione dei prodotti agricoli all'interno dell'Italia: la produzione

veniva ormai assorbita in massima parte dall'auto consumo su base regionale. Si verificò pertanto

una frammentazione dei mercati. Il crollo delle esportazioni agricole fu un fattore importante

nell'impoverimento delle regioni meridionali. In Italia, come nel resto dell'Europa occidentale, la

caduta dei prezzi dei cereali provocò una trasformazione delle colture. Il quadro dell'agricoltura

italiana nelle 600 presenta dunque caratteristiche molto meno gravi di quelle emerse nel settore

industriale e commerciale. Di fronte al vistoso declino della cerealicoltura si assiste ad una

maggiore diversificazione produttiva che introduce per la prima volta in molte regioni nuove

colture. Dopo la pace di Cateau-Cambresis delle 1559 il quadro politico della penisola registrò un

più forte predominio della Spagna, che oltre a Napoli controllava ormai la Sicilia, la Sardegna, il

ducato di Milano. Ma l'influenza spagnola si estendeva anche su Genova e su compagini di rilievo

come il Gran Ducato di toscana. Quegli stessi stati che godevano di maggiore autonomia, come lo

stato della chiesa, la repubblica di Venezia e il Ducato di Savoia, erano fortemente condizionati

dalla Spagna. L'Italia poi fu toccata solo marginalmente dalle operazioni militari della guerra dei

trent'anni, ma quel terribile conflitto ebbe comunque conseguenze negative nella penisola e in nel

particolare nelle regioni direttamente sottoposte al dominio spagnolo. Nel momento in cui aveva

mobilitato tutte le sue stremate energie nella guerra, la Spagna vedeva l'Italia come una terra da

spremere per arruolare truppe, ammassare viveri, procurarsi denaro. In tutti i territori spagnoli, ma

principalmente nelle regno di Napoli, la pressione fiscale raggiunsero livelli soffocanti. Questa

oppressione determinò un clima di aspra tensione sociale, caratterizzato dal dilagare delle

brigantaggio e da un ribellismo diffuso. L'episodio più rilevante fu la rivolta napoletana del luglio

1647, esplosa in conseguenza dell'imposizione di una nuova gabella. La furia popolare, animata da

un giovane pescivendolo di nome Masaniello dilagò rapidamente nelle campagne, guadagno vasti

consensi della borghesia e assunse rapidamente anche un carattere anti-spagnolo. La morte di

Masaniello non spense la rivolta, che si diede anzi prospettive più vaste: l'armaiolo Gennaro

Annese cercò di dar vita a una repubblica prendendo a esempio l'esperienza delle province unite, e

chiese aiuto alla Francia. L'atteggiamento del cardinale Mazzarino fu molto cauto, ma l'appello fu

raccolto dal nobile francese Enrico di Guisa, che fu nominato capo della repubblica. Il fronte dei

rivoltosi, peraltro mal guidato non riuscì tuttavia a trovare un’ispirazione unitaria e fu facile preda

dei nemici così nella 1648 la repubblica fu abbattuta e la situazione tornò alla normalità.

11. Nuova scienza e nuova politica

La scienza e le concezioni politiche moderne trovano origine nelle profonde trasformazioni che

coinvolsero tutti i campi del sapere: la crisi di molte verità tradizionali determinò infatti quel

complesso fenomeno che va sotto il nome di rivoluzione scientifica. La rivoluzione scientifica vide

il suo momento più significativo nello sviluppo di una nuova cosmologia. Con le scoperte e le

teorie prima di Copernico, poi di Keplero, Galilei, Cartesio e Newton, al cosmo chiuso e

geocentrico della concezione aristotelico-scolastica venne sostituendosi l'universo eliocentrico e,

più tardi, infinito, della scienza moderna. Nella teoria aristotelica il cosmo costituiva un mondo

chiuso, ben ordinato, nel quale la terra, immobile vi occupava il centro. Bisognava distruggere

questa concezione perchè potesse affermarsi la spiegazione eliocentrica proposta dall’astronomo

polacco Copernico. La teoria eliocentrica, che poneva il sole al centro dell'universo e i pianeti,

compresa la terra, in moto intorno ad esso, capovolgeva l'ordine gerarchico del cosmo: il

rovesciamento della cosmologia e della visione del mondo tradizionale implicava anche la messa in

discussione delle concezioni scientifiche, religiose, politiche e culturali fino allora dominanti.

Anche all'uomo veniva assegnato un posto radicalmente diverso: egli perdeva il ruolo di fine ultimo

della natura creata, ma ne diventava ministro ed interprete in virtù delle sue potenzialità di

conoscenze e di dominio. Questa immagine è emblematica dell'emergere di una nuova concezione

del progresso, inteso come accumulo delle conoscenze nel tempo, come prodotto di una continua

elaborazione mai definitivamente conclusa. Grazie soprattutto alla diffusione di edizioni e

traduzioni di testi scientifici e tecnici del mondo classico stimolarono la ricerca di un rigore e di

una precisione maggiori nelle diverse discipline. Anzi, l'esigenza di precisione divenne uno dei

caratteri peculiari della nuova scienza che aspirava a liberarsi dai dati inaffidabili della

approssimazione. Tra coloro che, con osservazioni, teorie e scoperte, si resero artefici e protagonisti

della rivoluzione scientifica, vanno ricordati Keplero che, pur sullo sfondo di un cosmo finito

ancora dominato da forze spirituali, enunciò le tre leggi sul moto dei pianeti e dimostrò che le loro

orbite , fino allora considerate circolari, sono invece ellittiche. Ma il contributo decisivo alla

costruzione della nuova scienza fisica e della nuova cosmologia venne dal Galilei. Elaborando

alcune informazioni intorno a uno strumento che si stava fabbricando in Olanda, egli costruì il

primo telescopio, il cannocchiale e lo puntò verso il cielo. L'uso del cannocchiale consentì a Galilei

quella verifica sperimentale della tesi copernicana che segnò la definitiva distruzione delle cosmo

aristotelico. Galilei concluse che tutti i pianeti, privi di luce propria, dovevano derivarla dal sole,

girando intorno a esso. La conferma del sistema copernicano costò a Galilei la persecuzione da

parte del Sant'Uffizio e la prigionia. Galilei, poi, mise appunto i momenti essenziali del metodo

sperimentale. La portata rivoluzionaria della scienza seicentesca sta proprio nell'importanza assunta

dall’esperimento come metodo di prova e dell’osservazione sistematica come momento privilegiato

di conoscenza dei fenomeni naturali. L'inglese Francesco Bacone introdusse un nuovo metodo di

indagine della natura in contrapposizione alla vecchia logica aristotelica. Elementi costanti del

pensiero di Bacone sono il richiamo all'esperienza, la polemica contro i pregiudizi. Scoperte

scientifiche e vera interpretazione della natura dovevano infine essere, per Bacone, il prodotto di

una collaborazione tra tutti gli uomini, scienziati, tecnici, artigiani. A questa ricerca di una

disciplina universale in grado di cogliere le radici comuni delle varie scienze, il filosofo e

scienziato francese Cartesio offrì il contributo più significativo individuando nella matematica il

fondamento metodologico dell'indagine della natura. Nuovi orizzonti di ricerca e più ampie

possibilità di applicazione nel campo delle scienze matematiche furono aperti dalla scoperta delle

calcolo infinitesimale o integrale a cui giunsero separatamente Leibniz e Newton. Parallelamente

alla formulazione di nuove teorie scientifiche, nella prima metà delle 600 si registrò un rapidissimo

sviluppo degli strumenti tecnici e se ne definì il campo di applicazione. Il contatto tra scienza e

tecnica si rivelò in questo periodo tra i più fecondi , e si può anzi dire che la rivoluzione scientifica

determinò la superiorità tecnica dell'Europa, largamente manifesta nelle invenzioni e nel ruolo

assunto proprio dagli strumenti scientifici. Il 600 si aprì con il rogo del filosofo italiano Giordano

Bruno, Galilei fu processato e costretto all’abiura; intimorito da tale clima di reazione da parte della

chiesa, Cartesio rinunciò alla pubblicazione di una sua opera. Negli anni in cui in tutta Europa

divampava la guerra dei trent'anni, la chiesa era impegnata a difendere su tutti i fronti il suo ruolo

di guida dell'umanità., l'autorità della bibbia contro le nuove scienze che rifiutavano di riconoscere

le sacre scritture come fonte di verità nell'indagine della natura. Galilei su questi temi disse che ai

testi sacri compete un’autorità indiscussa in campo teologico e religioso, ma l'indagine relativa alla

natura va condotta in termini scientifici. Il tradizionale dibattito sulla superiorità della teologia nei

confronti della filosofia agli inizi delle 600 cominciava a trovare un nuovo statuto nella definizione

dei limiti precisi dei due campi di indagine e, all'interno dell'ambito religioso, si spostava sulla

questione della tolleranza. Nei paesi riformati la lettura diretta delle sacre scritture, senza la

mediazione delle gerarchie ecclesiastiche, stimolò la diffusione dell’alfabetizzazione. Questo

fenomeno fu tanto più evidente nelle città dove gli scambi esigevano che si sapesse non solo

leggere, ma anche scrivere e fare di conto. Gli effetti della spaccatura tra cultura protestante e

cultura cattolica furono maggiormente visibili nelle università: i riformati crearono generalmente

delle università più moderne di quelle gestite dai cattolici. I nuovi orientamenti educativi puntarono

alla formazione personale e all'acquisizione di una scienza che permettesse di conoscere la natura e

di condursi nella vita e nella società. Non a caso nelle opere pedagogiche di questi anni, si espresse

l'ideale di una cultura non pedante, non mnemonica, non libresca. Il nuovo indirizzo culturale si

manifestò nell'ideale di un sapere enciclopedico in grado di abbracciare tutte le scienze. Le

accademie costituirono un circuito indispensabile per lo scambio intellettuale internazionale e una

sede privilegiata per la realizzazione di quella tanto auspicata fratellanza universale che solo le

scienze ormai sembravano poter assicurare. L'età moderna è caratterizzata dall'emergere e dal

consolidarsi dell'istituzione-stato come forma suprema della vita associata. Se originariamente il

potere dello stato venne imponendosi come potere assoluto nel corso delle 600 si manifestò anche il

tentativo di porre dei limiti all’assolutismo monarchico in nome di un diritto di natura preesistente

alla costituzione della società e quindi inalienabile. Fu il giusnaturalismo che, facendo risalire

l'istituzione della società civile a un patto stipulato tra uomini liberi per diritto di natura, si scardinò

definitivamente le tradizionali teorie del potere per diritto divino. Il patto o contratto sociale segna

il passaggio dallo stato di natura allo stato sociale e politico. Sulla condizione dell'uomo nello stato

di natura, sulla natura stessa del patto e sulle caratteristiche del potere politico, il pensiero dei

giusnaturalisti diverge da quello del filosofo inglese Thomas Hobbes. Nelle opere di carattere

politico Hobbes concepì lo stato assoluto come unica garanzia di pace e antitodo dalla paura della

morte dalla miseria. Egli trasse conseguenze assai diverse dai giusnaturalisti in quanto per lui lo

stato di natura non è una condizione di pace e di serenità, ma una realtà violenta di odio e di

aggressione derivante dal diritto di tutti contro tutti. Solo con la stipulazione del patto gli uomini

escono da questo stato di guerra delegando ogni loro potere al sovrano. La teoria dello stato esposta

dal filosofo inglese Locke è invece fondata sulla critica dell'assolutismo e sull’inviolabilità dei

diritti innati dell'uomo. Per Locke, come per i giusnaturalisti, il potere politico ha la funzione di

garantire e assicurare la fruizione dei diritti personali, fra cui Locke inserisce anche quello della che

proprietà privata. Con la teoria della limitazione e della distinzione dei poteri, col diritto di

resistenza e di ribellione, nonché con attenzione al tema della tolleranza, Locke pose le basi del

futuro liberalismo. 12. L'Europa nell'età di Luigi XIV

Luigi XIV era succeduto al padre Luigi XIII, ma il governo del paese fu tenuto dal Mazzarino

consigliere della regina-madre e reggente Anna d'Austria. Per oltre 54 anni Luigi XIV avrebbe

regnato sulla Francia dominando l'intera scena europea. Non fu un periodo di pace, perché per 30

anni la Francia fu in guerra, spesso contro quasi tutto il resto d'Europa. Non fu un periodo di

benessere per il popolo francese, vessato da una dura imposizione fiscale e colpito da ricorrenti

carestie. Ma fu un periodo di gloria legata all'audacia delle gesta militari e al rafforzamento della

monarchia. Anche se l'aggressiva politica estera francese fu a più riprese contenuta Luigi XIV

riuscì a consolidare l’egemonia continentale della Francia. Nel 1661 terminò dunque l'epoca dei

grandi ministri che avevano guidato la politica francese per quasi un quarantennio. Luigi XIV

accentrò nelle sue mani il governo dello stato. Le decisioni di maggiore rilievo venivano prese in

un consiglio ristretto o supremo, formato dal re e da tre ministri. L’accentramento amministrativo si

espresse nell'impiego degli intendenti, che videro potenziati i loro poteri e le loro competenze, si

trattava di un personale limitato nel numero ma estremamente efficiente e di provata fedeltà al

sovrano. I poteri dei parlamenti vennero invece circoscritti limitando le loro facoltà di proporre

osservazioni all'iniziativa legislativa del re. L'esercizio di un dominio assoluto fu accompagnato

dalla ricerca di tutto ciò che poteva accrescere il prestigio della Francia e del suo re. In questa

prospettiva va inserito il patrocinio delle arti e delle scienze in quanto scrittori, letterati e uomini di

teatro furono protetti e stipendiati. Questa politica culturale non poteva tollerare voci dissenzienti:

così vennero introdotti o accentuati i controlli sulle tipografie e sugli stampatori, esercitata

attentamente la censura, perseguitati gli autori e inviati al macero gli scritti di opposizione.

L'esigenza di uniformità e di controllo investì anche quei settori della vita religiosa e

dell'organizzazione ecclesiastica che presentavano aspetti di difformità. Fu dunque per ragioni

essenzialmente politiche che vennero perseguitati sia i giansenisti che gli ugonotti. L'intervento

dello stato in materia ecclesiastica non era una novità in Francia: poggiava anzi sulla lunga

tradizione delle cosiddette libertà gallicane (ossia dei galli) espressioni che designava l'autonomia

da Roma del re di Francia soprattutto nella nomina dei vescovi e dei titolari dei benefici

ecclesiastici. Il gallicanesimo fu ribadito da Luigi XIV che fece approvare dal clero francese una

dichiarazione nella quale si affermava anche la superiorità del concilio sul papa e insieme si negava

l’infallibilità del pontefice, se privo del consenso generale della chiesa. Luigi XIV decise di portare

il paese all'unità in materia di fede. Quest'atteggiamento rispondeva a un insieme di motivi diversi:

la convinzione del re la Francia non avesse più bisogno dell'alleanza internazionale dei principi

protestanti si unì al desiderio di apparire, gli occhi del mondo cattolico, come il campione della

cristianità. Nel 1685 si volle far credere che l'eresia della religione cosiddetta riformata fosse ormai

interamente scomparsa per giustificare la promulgazione dell'editto di Fontainebleau, che revocava

quello di Nantes. I pastori protestanti furono espulsi dalla Francia. Nei primi decenni del regno di

Luigi XIV lo stato intervenne anche in molti settori dell'economia, estendendo il suo controllo

soprattutto alle attività manifatturiere e mercantili. Questo intervento fu la più completa

realizzazione del mercantilismo nato dalla consapevolezza dell'importanza ormai raggiunta dal

commercio internazionale nel determinare la ricchezza delle nazioni. Si patrocinò alla fondazione

di compagnie commerciali privilegiate e l'espansione coloniale nelle Antille, in Africa e in India; si

istituì e si protesse manifatture sovvenzionate dallo stato per la fabbricazione di beni di lusso

destinati in gran parte all'esportazione. Contemporaneo al tentativo di sviluppo delle forze

produttive fu il rafforzamento dell’esercito. Il potenziamento dell'esercito fu posto al servizio di una

politica di espansione volta essenzialmente a sottrarre città e territori alla Spagna e all'Impero. Nel

1665 salì sul trono di Spagna un bambino malaticcio, Carlo II, figlio di secondo letto di Filippo IV.

L'unica sopravvissuta dei figli di primo letto era Maria Teresa, moglie di Luigi XIV, il quale al

momento del matrimonio aveva rinunciato a ogni pretesa ereditaria per conto della moglie nei

confronti della Spagna in cambio di una dote favolosa. Ma la dote non era mai stata interamente

versata e ora il re di Francia si sentiva svincolato dai patti a suo tempo sottoscritti. Luigi XIV diede

inizio così ad operazioni militari volte a occupare parte dei paesi bassi spagnoli. La guerra portò

alla conquista di una serie di città e con la pace di Aquisgrana del 1668 furono sancite le conquiste

effettuate ma si impose alla Francia la restituzione della Franca Contea. Più impegnativa fu la

guerra contro le province unite. La Francia ebbe l'alleanza dell’Inghilterra e gli olandesi furono

messi in grave difficoltà: per ostacolare l'avanzata francese furono aperte le dighe e allegate ampie

zone. Ma un risveglio patriottico antifrancese, accompagnato da una sommossa popolare

cambiarono la situazione interna nelle province unite. Gli Orange tornarono al potere con

Guglielmo III. Sotto la guida di Guglielmo le province unite si fecero più audaci e riuscirono a

coalizzare un'alleanza antifrancese che comprendeva oltre all’elettore di Brandeburgo e dei principi

tedeschi Inghilterra e Spagna. La guerra proseguì nei paesi bassi spagnoli, con scontri ed assedi

infine nel 1678 la pace di Nimega accontentava le due maggiori contendenti a spese della Spagna:

le province unite mantenevano intatto il loro territorio la Francia invece annetteva la Franca Contea

e alcune piazzaforti nei paesi bassi spagnoli. La politica aggressiva di Luigi XIV proseguì negli

anni successivi con una serie di ulteriori piccole annessioni. Pochi anni dopo, tuttavia, con l'ascesa

di Guglielmo d'Orange al trono di Inghilterra la situazione internazionale risulterà profondamente

modificata e la politica estera francese troverà nuovi e più agguerriti avversari. Intanto in

Inghilterra era avvenuta la restaurazione degli Stuart che fu accompagnata dal tentativo di placare i

contrasti politici e religiosi nel paese. Carlo II emise a tal fine un editto di indennità e perdono (in

sostanza una amnistia che cancellava i delitti contro la monarchia). Per oltre un decennio i poteri

del re e del parlamento rimasero in sostanziale equilibrio, ma nei primi anni 70 cominciarono ad

emergere motivi di contrasto. Carlo II appariva troppo succube Luigi XIV che era divenuto il suo

modello politico e dal quale riceveva cospicui finanziamenti. Il parlamento cercò di porre fine a

questa dipendenza dalla Francia che sembrava favorire un ritorno dell’assolutismo, costringendo il

re ad abbandonare l'alleanza francese. Contemporaneamente aveva preso corpo il problema della

successione: Carlo II non aveva figli legittimi e suo fratello Giacomo, erede designato, si era

convertito al cattolicesimo. Vennero così votati dal parlamento alcuni provvedimenti volti a

ostacolare una ripresa dell’assolutismo e del cattolicesimo. Il Test Act del 1673 stabilì l'esclusione

di tutti i non anglicani dalle cariche pubbliche. Di difficile soluzione che si rivelò alla fine degli

anni 70 il problema della successione. Partigiani ad ogni costo della monarchia e avversari della

successione cattolica diedero origine a due opposti schieramenti politici, rispettivamente dei tories

e dei whigs. I tories erano legati alla chiesa anglicana, i whigs erano invece gli interpreti degli

interessi commerciali e fautori della libertà religiosa. Nel 1681 i tories, dopo una lunga e durissima

battaglia politica, ebbero la meglio sui whigs che avevano proposto l'esclusione di Giacomo Stuart

dalla successione. Alla morte di Carlo II, Giacomo II poté salire al trono senza difficoltà ma la

mancanza di tatto del nuovo sovrano distrusse rapidamente il limitato consenso di cui godeva.

Giacomo II minacciava l'ipotesi di una restaurazione papista, nominò dei cattolici alle cariche

governative e intimorì il paese con un esercito permanente. Infine, la nascita di un’erede maschio

gli alienò anche quanti tolleravano il suo cattolicesimo in previsione del passaggio della corona a

una delle figlie di primo letto, Maria o Anna, protestanti e sposate con protestanti. Nel 1688 i

whigs, con l'appoggio dei tories, si rivolsero a Guglielmo d'Orange, marito di Maria Stuart perché

intervenisse in difesa del protestantesimo inglese. Lo sbarco di Guglielmo in Inghilterra e la fuga di

Giacomo II consentirono al parlamento di offrire la corona inglese congiuntamente a Guglielmo e a

Maria. La seconda rivoluzione inglese, la gloriosa rivoluzione della tradizione whig, vide l'istallarsi

di una monarchia costituzionale di nomina parlamentare, che trova nel Bill of Rights il suo testo

fondamentale. Il parlamento diede, negli anni successivi, altri contributi alla formazione del sistema

politico inglese. Fu stabilita l'esclusione dalla successione dei discendenti di Giacomo II, a favore

della casa di Hannover e introdusse esplicitamente la norma che il sovrano doveva essere in

comunione con la chiesa di Inghilterra. Ne va dimenticato il Tolleration Act che aveva concesso la

libertà religiosa ai dissidenti, pur mantenendo il principio del giuramento alla chiesa anglicana,

previsto dal Test Act, per l'assunzione alle cariche pubbliche.

Nel 1686 si era costituita ad Augusta, in Germania, una lega formata da Spagna, Impero, Svezia e

Olanda, per arginare le continue minacce francesi. Ma Luigi XIV riprese l'espansione verso i paesi

bassi, dove le truppe francesi compirono terribili devastazioni. La guerra della lega di Augusta (o

della grande alleanza dopo l’adesione dell'Inghilterra) si protasse con andamento oscillante per

nove anni fino alla pace di Rijswijk che stabilì la restituzione di gran parte dei territori occupati

dalla Francia. Ma un conflitto di ben più vasta portata era destinato ad aprirsi in relazione al

problema della successione spagnola. Carlo II d'Asburgo-Spagna, era in pessime condizioni di

salute e non aveva eredi. Così Olanda, Inghilterra e Francia, prevedendone la morte imminente,

trovarono un accordo sulla spartizione del grande impero spagnolo tra i possibili eredi, figli o nipoti

delle due sorellastre del re di Spagna (Maria Teresa sposa di Luigi XIV e Margherita Teresa sposa

dell'imperatore Leopoldo I). Nel 1700, alla morte di Carlo II, Luigi XIV scoprì con sorpresa che il

nipote Filippo D'Angiò era stato nominato erede universale con la clausola che in caso di

accettazione le due monarchie, di Francia e di Spagna, rimanessero separate. Dopo qualche

esitazione Luigi ritenne che Filippo dovesse accettare la corona spagnola alle condizioni previste

dal testamento: così il nuovo re, col nome di Filippo V, si insediò sul trono di Spagna. Ma nessuna

potenza in Europa era disposta a dare credito alle buone intenzioni del re di Francia, che aveva del

resto cominciato a occupare con proprie truppe i presidi spagnoli nei paesi bassi e in Lombardia. Il

maggior avversario era l'imperatore Leopoldo I che aspirava per il figlio cadetto all’intera eredità

spagnola. L'esercito degli Asburgo d'Austria prese l'iniziativa in Italia. Nel 1702, il fronte anti

francese schierava l'Impero, l'Inghilterra, le province unite ai quali si affiancarono in seguito

Prussia, Portogallo, Svezia e il duca di Savoia. La guerra di successione spagnola combattuta in

Italia, nei paesi bassi, in Germania e in Spagna, registrò alcune battaglie decisive ma nessuna

veramente risolutiva. Nel 1704 i franco-bavaresi, che puntavano su Vienna, vennero duramente

battuti dagli austriaci. Luigi XIV, in un momento di grave difficoltà, iniziò le trattative di pace. Ma

le eccessive richieste degli avversari lo indussero a riprendere le ostilità. Nel 1711 la guerra subì

una svolta. L'arciduca Carlo, dopo la morte del padre (Leopoldo I) ereditava il dominio asburgico e

diveniva imperatore con il nome di Carlo VI. A questo punto una sua ascesa al trono di Spagna -

obbiettivo della coalizione anti francese- avrebbe creato un impero di dimensioni pari, se non

superiori a quello di Carlo V: una soluzione che nessuna potenza poteva auspicare.

Contemporaneamente, in Inghilterra, i tories, vincitori delle elezioni, erano favorevoli a porre

termine a una guerra patrocinata dai whigs e divenuta ormai estremamente costosa. Fu allora più

agevole giungere alla pace, che fu firmata da Francia e Spagna a Utrecht, nel 1713, con

l'Inghilterra, Olanda e la Savoia, e a Rastatt, nel 1714, con l'imperatore Carlo VI. L'Inghilterra

ottenne alcuni privilegi commerciali dalla Spagna e il riconoscimento delle conquiste di Gibilterra.

Luigi XIV vide semplicemente riconosciuta l'attribuzione della corona spagnola a Filippo, ma con

la conferma della separazione tra le due dinastie; accettarono inoltre la successione protestante sul

trono inglese. I maggiori vantaggi territoriali spettarono all'Austria a spese della Spagna: i paesi

bassi spagnoli divennero austriaci, ma fu soprattutto l'assetto della penisola Italiana ad essere

profondamente modificato con la fine del dominio spagnolo durato oltre un secolo e mezzo. Gli

Asburgo ottennero infatti la Lombardia e Mantova, il regno di Napoli, Sardegna e lo stato dei

presidi. I Savoia videro premiata la loro politica opportunistica con l'acquisto della Sicilia. inserire

cartina pag. 284 In Germania l'ascesa della Prussia nel corso del 6-700 fu dovuta all'energia e alle

capacità di Federico Guglielmo il grande elettore. Egli iniziò con la formazione di un esercito

permanente e per rafforzare l'esercito fu necessario, secondo un processo comune a tutte le forme di

assolutismo, garantirsi entrate regolari. Federico Guglielmo accettò i finanziamenti della Franca

disposta ad assoldare principi protestanti, sfruttò i possessi demaniali, ma soprattutto sconfisse i

privilegi delle città e della nobiltà organizzando un efficiente sistema fiscale. In politica estera il

grande elettore si inserì nel conflitto fra Svezia, Danimarca e Polonia per la supremazia sul Baltico

(prima guerra del nord) ottenendo la fine della dipendenza feudale della Prussia dalla Polonia.

Presto tale sovranità consentirà a Federico figlio del grande elettore di ottenere il titolo di re di

Prussia. Il rafforzamento della Prussia non modificò sostanzialmente le direttrici dell'espansionismo

svedese. Da sempre aperto ai commerci, il Baltico era, stabilmente inserito negli scambi con

l’europa occidentale. La Svezia instaurata la sua egemonia sul Baltico Ma i re svedesi nutrivano

ulteriori obiettivi di sviluppo territoriale e di controllo soprattutto in direzione della debole Polonia.

Negli ultimi decenni del 600 Carlo XI era riuscito a trasformare la Svezia in uno stato assoluto di

tipo francese, diminuendo il potere della nobiltà e requisendo gran parte delle terre. La

ricostituzione di un forte demanio statale mirava a fornire all'esercito una base costante di

finanziamenti. Così il figlio Carlo XII pote disporre di un potente esercito per fronteggiare l’attacco

congiunto di Danimarca, Polonia e Russia (seconda guerra del nord). Ma i rapporti di forza stavano

ormai cambiando e, alla fine della guerra, la Svezia dovette cedere alla nascente potenza russa

l'egemonia sul grande mare interno.

Dalla fine del 600, con il regno di Pietro I il Grande, ebbe inizio un periodo decisivo per il

rafforzamento dell'impero russo sia sul piano interno che su quello internazionale. Obiettivo

primario dello zar fu la trasformazione della Russia in un organismo militare e statale in grado di

confrontarsi con i paesi più progrediti. La necessità del rinnovamento, derivava oltre che dalla

passione tecnologica dello zar da precise esigenze militari che, secondo un processo consueto,

resero necessarie riforme amministrative e fiscali. Fu migliorato l'armamento e ampliate le basi di

reclutamento con il contributo di tutti i ceti. Schiavi e vagabondi furono i primi ad essere arruolati,

ma, non essendo sufficienti, ogni comunità fu tenuta a fornire soldati. L'esercito non ebbe più una

organizzazione territoriale ma nazionale. Pietro dotò la Russia anche di una marina da guerra,

indispensabile per operare nel Baltico che rimase l'obbiettivo principale della sua politica di

espansione: la Russia era infatti priva di sbocchi su mari agevolmente navigabili. Il coordinamento

esecutivo e amministrativo fu affidato a un senato di nove membri. Il principio della nobiltà di

servizio fu potenziato al massimo e le carriere statali vennero aperte a tutti, mentre ogni

avanzamento fu basato sulla preparazione e sui meriti. Nei confronti della chiesa lo zar intervenne

abolendo il patriarcato e affidando a un sinodo, con un procuratore nominato dal sovrano, la guida

della vita spirituale e controllo delle proprietà ecclesiastiche. Dopo tanti risultati positivi Pietro fallì

nell'organizzare la sua successione, pur avendo emanato uno statuto che attribuiva allo zar la

facoltà di nominare come suo successore chiunque egli desideri: una forma di designazione

testamentaria radicalmente diversa dai principi ereditari delle monarchie occidentali. Diversità che

rende ragione dei numerosi complotti militari e aristocratici che determinarono l'ascesa degli zar.

13 . L'Europa e il mondo

Si può dire che, in termini quantitativi, già alla fine delle 700 l'Europa era certamente il continente

più potente e più ricco. Le origini della supremazia europea stanno in una diversità legata alle

strutture economiche, diritti di proprietà e allo sviluppo delle tecnologie. In Europa mercanti e

artigiani non furono ostacolati nelle loro attività. E solo l'Europa vide il sorgere dei liberi comuni,

sovrani nei commerci e nelle manifatture, diversi e ostili rispetto al mondo feudale e all'economia

chiusa che li circondava. Anche altrove, come in Asia non mancavano dinamici centri mercantili,

ma non raggiunsero mai quell'autonomia e capacità di iniziativa che consentiva alle città europee di

dar vita ad una nuova civiltà e alle strutture del capitalismo commerciale. In Europa, inoltre, la

tutela dei diritti di proprietà garantivano l’accumulo e la possibilità di godimento delle ricchezze,

costituendo così un incentivo al risparmio e agli investimenti. Questi aspetti non avevano le stesse

possibilità di sviluppo nei grandi imperi asiatici dove la proprietà non era mai piena, il possesso dei

beni era sottoposto al mutevole gradimento del sovrano, dove la ricchezza accumulata era una

sollecitazione alla confisca e al prelievo arbitrario. La diversità dell'Europa rispetto al resto del

mondo era molto evidente anche nel campo dello sviluppo tecnologico. Lo sfruttamento

dell'energia dell'acqua e del vento con le ruote idrauliche e i mulini; negli armamenti e nell'arte

della navigazione. La decadenza dell'impero ottomano, che generalmente si ritiene abbia avuto

inizio a partire dal 1566, data della morte di Solimano I il magnifico, fu un processo lento e

complesso. Ci fu una crisi profonda innanzitutto in ambiti istituzionali con il progressivo

allontanamento dei sultani dall'esercizio diretto del potere. Già Solimano I, verso la fine del suo

regno, aveva affidato i compiti decisivi del governo alla gran visir, a una sorta di primo ministro o

un gran cancelliere. Il Gran visir non possedevano il prestigio morale e il carisma che i diversi

gruppi dell'impero riconoscevano invece al sultano. Fu quindi sempre più difficile per il governo di

Istanbul affermare la propria volontà.. L'Europa fu invece all'origine di una acuta crisi del sistema

militare ottomano. Il 600 eil700 furono infatti secoli di dure sconfitte e proprio sul campo di

battaglia i turchi dovettero riconoscere la superiorità raggiunta dall'occidente. L'esercito ottomano

era ancora molto numeroso, ma molto lento. Anche le armi turche non potevano reggere il

paragone con quelle europee. Nel XVII secolo furono tentate alcune riforme per risanare

parzialmente il bilancio dello stato e di riorganizzare l'amministrazione. Vi fu anche una ripresa

dell'espansionismo ottomano culminato nella conquista di Creta, strappata a Venezia. Questa nuova

proiezione offensiva si infranse nel 1683 sotto le mura di Vienna, dove l'esercito ottomano si era

spinto con l'ambizioso disegno di umiliare l'impero d'Austria, la potenza rivale nel dominio dei

Balcani. Persa l'Ungheria, l'impero ottomano si trovò coinvolto in un lungo conflitto su più fronti.

Ai tradizionali nemici - Venezia, Austria Polonia - si aggiunsero da allora la nascente potenza

russa. Dalla fine delle 600 e per tutto il 700, l'impero ottomano fu ripetutamente in guerra con

questi paesi e ci furono una serie di paci con cessioni e riannessioni di territori. Alla fine delle 700

l’impero ottomano avrebbe visto ridotti i suoi domini nei Balcani. La Russia aveva conquistato il

Caucaso, le coste settentrionali del mar nero e la Crimea. Indebolita territorialmente, la Turchia fu

costretta inoltre a riconoscere alla Russia e all’Austria la tutela dei sudditi cristiani dell'impero.

Trovava così una prima sanzione formale quella che sarebbe stata in seguito chiamata la questione

d'oriente: l'insieme dei problemi relativi al destino dei territori e delle popolazioni balcaniche.

Tra il XV e il XVII secolo India, Cina, e Giappone, subirono importanti trasformazioni politiche.

Nuove dinastie si sostituirono alle precedenti, ponendo fine a situazioni di disordine sociale e

istituzionale. In India e in Cina, inoltre, i nuovi detentori del potere furono stranieri, invasori giunti

fino nel cuore di quelle antiche civiltà attraverso frontiere deboli. Queste popolazioni nomadi,

finirono però con l'essere assorbite all'interno delle civiltà stanziali. Infatti, dopo le grandi invasioni

del 500 e 600 le frontiere dei due stati si chiusero, e questa volta saldamente. Nella 1526 un esercito

composto da tribù afghane guidate da Babur, invase il subcontinente indiano dando vita a quello

che, per i tre secoli successivi, sarebbe stato l'impero moghul. Il territorio indiano era stato

suddiviso in province e distretti e un'amministrazione capillare assicurava la riscossione delle

imposte. Tale sistema venne mantenuto dagli imperatori moghul che spesso si adoperarono

concretamente per apportare miglioramenti nell'economia delle singole province. Il vero punto di

forza dell'impero era tuttavia esercito. La struttura sociale dello stato moghul era di tipo feudale,

con una aristocrazia opulenta, che derivava i suoi poteri dal sultano, ma non poteva trasmetterli

ereditariamente, ed una base contadina molto povera; mancava invece una borghesia

imprenditoriale. L'arrivo dei nuovi dominatori musulmani aveva riproposto il grave problema della

convivenza tra la cultura islamica e quelle indiana. Li separavano tutte le più importanti regole di

vita, dalle tradizioni matrimoniali a quelle alimentari. I musulmani - tutti uguali al cospetto del loro

Dio - inorridivano di fronte al sistema indù delle caste che determinavano, una volta per sempre,

l'intero destino sociale ed economico degli individui che ne facevano parte. I difficili rapporti tra le

due culture furono parzialmente sanati durante regno di Akbar. Coinvolgendo direttamente

l'aristocrazia indù nell'amministrazione e nella vita politica della stato. Questo difficile processo di

pacificazione interna venne però bruscamente interrotto dalla politica intollerante dell'ultimo

grande imperatore moghul: Aurangzeb. Questi, revocò tutte le leggi fino allora emanate in favore

degli indù. La reazione fu immediata: popolazioni dell'India e sette guerriere si ribellarono. I

successori di Aurangzeb non riuscirono ad opporsi al crescente potere del sultano indù che uno

dopo l'altro si dichiararono autonomi contribuendo alla disgregazione dell'impero. I nuovi stati

regionali indù, sorti in seguito alla decadenza dello stato musulmano, non seppero però darsi una

dimensione unitaria e le loro continue ostilità avrebbero consentito agli inglesi di conquistare

l'India.

Nel corso della sua millenaria storia la Cina conobbe diverse dominazione straniere. Dal 907 al

1368 sul trono si succedettero ininterrottamente imperatori barbari. I conquistatori, tuttavia, una

volta affermata la supremazia politica sulla Cina venivano di fatto conquistati al punto di perdere

completamente i tratti della cultura di provenienza. Dopo il lungo periodo di dominazione straniera

si riaffermò nel XIV secolo la dinastia nazionale Ming che governò indisturbata fino all'ultima

l'invasione di nomadi, provenienti questa volta dalla manciuria. I mancesi crearono un potente

regno guidato dalla dinastia Qing. Il regno della dinastia Qing sarà destinato a durare fino al 1912

ma il consolidamento del potere fu un processo lungo e difficile: al sud la vecchia classe dirigente

organizzò una lotta di resistenza che riuscì a ritardare l'affermazione dei Qing sull'intera Cina.

Quando, poi, la natura del dominio dei Qing, esso fu, in un primo tempo, improntato a un'aspra

politica di repressione e di violenta imposizione delle egemonia mancese; ben presto, però, si avviò

un processo di integrazione nella cultura e nella civiltà cinese. La dinastia che Qing assicurò

all'impero cinese un lungo periodo di prosperità, rispecchiato dal grande sviluppo demografico. Il

secolo XVIII fu dunque per la Cina un periodo di relativo benessere per il buon andamento del

commercio, soprattutto con l'estero. Gli imperatori Qing promossero gli scambi, adottando,

provvedimenti di agevolazione dei traffici commerciali. Il ceto mercantile non ebbe tuttavia in Cina

uno sviluppo paragonabile a quello verificatosi in Europa. Un ostacolo rilevante all'ascesa e al

riconoscimento sociale era sottoposto non tanto dalla tradizionale collocazione dei mercanti

nell'ordine più basso della società, quanto dal predominio esercitato dal ceto dei letterati-burocrati

che temeva di veder diminuito il proprio potere e prestigio e assorbiva, con il sistema degli esami,

le migliori energie intellettuali.

Il Giappone del XVI secolo si compone di un'infinità di piccoli domini a capo di ciascuno dei

quali era un signore che aveva lentamente trasformato il proprio possedimento in una sorta di

principato al cui interno godeva di un potere quasi assoluto. Al contrario, il legame di ubbidienza e

fedeltà nei confronti del mikado (imperatore) e dello shogun (comandante in capo: di fatto colui

che esercitava il governo) si era andato via via allentando. Tale situazione cambiò radicalmente

verso la metà del 500, grazie anche all'introduzione, da parte dei portoghesi, delle armi da fuoco.

L'introduzione delle armi da fuoco contribuì notevolmente a modificare l'assetto politico del paese.

Soltanto i feudi più vasti e ricchi riuscirono a sopravvivere alle feroce lotta per la supremazia che

ben presto sconvolsero il Giappone. Si innescò così un processo di accentramento del potere che

condusse in breve all'unificazione del paese. Protagonisti di questa trasformazione furono i tre

unificatori. L'ultimo dei tre, Tokugawa, a differenza dei due precedenti, ottenne dall’ imperatore il

titolo dice shogun. Scopo principale dei Tokugawa fu quello di assicurare una pace quanto più

possibile duratura e un sicuro ordine sociale. Per assicurare la pace, però, era necessario non solo

reprimere e controllare l'eversione interna ma anche difendersi da ogni possibile attacco o minaccia

proveniente dal mondo esterno. Per questo motivo il Giappone visse dal 1639 al 1854 in un

isolamento quasi totale. La politica di pacificazione dei Tokugawa rese necessario il

ridimensionamento del ruolo e del prestigio della casta guerriera dei samurai: ciò fu ottenuto

soprattutto troncando ogni rapporto tra costoro e le campagne, dove come soldati-agricoltori

avevano goduto in passato di un notevole potere indipendente. Molti di loro divennero burocrati o

alti funzionari, mai i più, vistisi privare della loro fonte tradizionale di guadagno, finirono con

l'impoverirsi. Tutte queste misure ebbero l'effetto di infrangere la vecchia struttura feudale e di

inaugurare un nuovo tipo di organizzazione economica basato su un'estesa azienda agricola a

conduzione familiare, sul lavoro salariato e sulla formazione di un vivace mercato interno. Fino al

XIX secolo il solo vero dominio coloniale che gli europei riuscirono a costituire in Asia fu quello

spagnolo sulle filippine; per il resto la presenza dell'Europa in oriente fu soprattutto di carattere

commerciale, con piccole basi di appoggio, depositi per le merci. Nell’oceano indiano il XVII e il

XVIII secolo videro avvicendarsi l’egemonia commerciale prima dei portoghesi, poi degli olandesi

infine degli inglesi che, lungo contrastati dalla Francia, rimasero infine i dominatori dei traffici

orientali. Verso la metà delle 600 la compagnia olandese delle indie orientali costituiva la più

significativa presenza europea in Asia. Per quasi mezzo secolo, gli olandesi furono padroni del

traffico delle spezie. In Indonesia gli agenti della compagnia olandese agivano come rappresentanti

dello stato olandese: potevano stipulare contratti, prendere possesso dei territori con diritto di

sovranità, costruire fortezze, armare un esercito e dichiarare guerra. Fuori dall'arcipelago, in quelle

zone che, come l’India, non erano sotto il diretto controllo della compagnia, il buon andamento

degli affari dipendeva esclusivamente dalla capacità degli agenti di mantenere relazioni amichevoli

con le autorità locali: gli olandesi infatti erano più interessati ai profitti che alle conquiste

territoriali. Anche l'inglese compagnia delle indie orientali adottò a lungo la politica accorta degli

olandesi, evitando di entrare in conflitto con le autorità dei paesi nei quali operava. Nel corso del

XVIII secolo la compagnia delle indie orientali inglese andò via via consolidando la sua posizione,

fino a diventare più potente della compagnia olandese delle indie orientali. A contrastare il

predominio inglese in India restava ora soltanto la Francia. La penetrazione francese nel sub

continente indiano fu fieramente contrastata dai concorrenti europei. La politica francese in India

rimase per molto tempo di carattere esclusivamente commerciale. Solo verso la metà delle 700 il

governatore di Pondichery tentò di costituire un vero e proprio impero coloniale, mettendosi

immediatamente in contrasto con l’Inghilterra. Lo scontro tra le due potenze durò per più di

vent'anni e fin dall'inizio delle ostilità fu chiaro che il dominio sul mare sarebbe stata la carta

vincente del conflitto. Il sogno del governatore francese fallì tuttavia non sotto il peso delle vittorie

inglesi, bensì a causa dell'incomprensione dimostrata in patria verso i suoi piani. Dopo una breve

tregua, le ostilità ripresero durante la guerra dei sette anni, ancora una volta a causa di avvenimenti

sostanzialmente estranei alle rivalità delle due potenze in India. Dopo una serie di scontri, che

videro la potenza navale britannica sovrastare le forze francesi, gli inglesi posero l’assedio a

Pondichery e la conquistarono. La Francia sconfitta dovette abbandonare. Rimasta sola a dominare

il commercio con l’India la compagnia delle indie orientali inglese trasformò quello che fino ad

allora era stato un dominio commerciale in un vero e proprio possedimento coloniale. Veniva però

a verificarsi una situazione anomala: ad avere il dominio sui territori così vasti e popolosi erano

funzionari di una società commerciale privata, che misero in atto un sistema di governo basato su

diffusi fenomeni di sfruttamento e di corruzione. Solo dopo la metà del secolo XIX la corona

britannica avrebbe assunto il controllo diretto dell’India. Primi a giungere in America, gli spagnoli

furono anche i primi a consolidare il loro impero coloniale. Questo impero aveva i suoi pilastri in

una amministrazione centralizzata e controllata dalla madrepatria. L'America spagnola era divisa in

vicereami. Accanto all'autorità suprema dei vicere furono istituite le audiencias, organismi

collegiali con compiti giudiziari e amministrativi. Le cariche più elevate erano di nomina regia e

non ereditarie. Più graduale e più tarda fu l'organizzazione amministrativa del Brasile portoghese. Il

modello fu quello spagnolo, anche in conseguenza dell'unione delle monarchie, di Spagna e

Portogallo. Una maggiore autonomia fu concessa ai coloni brasiliani e meno rigido fu il monopolio

commerciale della madrepatria. L'aspetto forse più significativo della colonizzazione del Brasile è

che i portoghesi misero in atto su quelle terre il sistema produttivo fondato sulle piantagioni di

canna da zucchero e sul lavoro degli schiavi neri. Una vicenda unica e irripetuta nella conquista

dell'America fu la costituzione dei cosiddetti stati missionari. Fin dall'inizio della penetrazione

spagnola, fu evidente la violenta contrapposizione tra la volontà politica di sfruttamento degli

indigeni operata dai colonizzatori e i tentativi di protezione offerti da alcuni ordini religiosi. I più

attivi e i più risoluti nel realizzare questo disegno furono i gesuiti. Nella regione del Paraguay

furono istituite 13 comunità o riduzioni nelle quali vivevano oltre 100.000 indios. Le riduzioni

erano organizzate sul principio dell'uguaglianza sociale e della comunità dei beni, nel tentativo di

costituire una vera e propria repubblica cristiana. Presto questi villaggi ben organizzati divennero

obiettivo dei cacciatori di schiavi. Obiettivo e condizione di sopravvivenza delle riduzioni era

tenerle lontane dalla civiltà e controllarne le relazioni umane e commerciali. Questo filtro e questa

mediazione suscitarono presto l'ostilità dei coloni europei delle zone costiere, che vedevano

ostacolati i propri metodi di impiego della manodopera e le proprie regole di mercato. Lo stato

cristiano-sociale dei gesuiti non sarebbero potuto sopravvivere senza il consenso della autorità

civile. Ma quando nel 1750 la Spagna cedette al Portogallo i territori del Paraguay dove erano

situate le riduzioni, gli indios, sostenuti dai gesuiti, posero una resistenza armata. Questo fatto fornì

al primo ministro portoghese il pretesto per la chiusura delle riduzioni. Lo sfruttamento

monopolistico delle ricchezze del nuovo mondo prevedeva che le colonie spagnole in America

potessero avere relazioni commerciali solo con la madrepatria. Questo sistema chiuso fu

costantemente attaccato e aggirato dalla pirateria e dal contrabbando, praticati soprattutto da

inglesi, olandesi e francesi. I pirati assalivano e depredavano le navi che trasportavano i metalli

preziosi; i contrabbandieri si presentavano di fronte ai porti dell'America e, con la complicità

dell'autorità locali, scaricavano e vendevano beni che erano fortemente richiesti nelle colonie e che

la Spagna non era in grado di fornire. Agli inizi del 700 l'espansionismo commerciale e territoriale

francese era destinato a scontrarsi con l’Inghilterra non solo in America ma nell'atlantico e in India.

Molti erano i paesi europei che partecipavano al sistema di commercio triangolare che

caratterizzava l'atlantico (imbarcare neri in Africa venderli in America e riportare in Europa navi

cariche di beni richiesti). Anche le colonie inglesi del nord America entrarono stabilmente in questo

circuito. Questa nuova presenza allargava l'area controllata dagli inglese e rafforzava un

predominio che aveva le sue origini non solo in maggiore dinamismo finanziario e commerciale,

ma anche in una potenza navale superiore a quella di ogni altro avversario. Tale predominio è

evidente per gran parte del 700. In uno dei settori più importanti, quello del commercio degli

schiavi, l’Inghilterra ottenne con la pace di Utrecht del 1713, oltre che acquisizioni territoriali, il

monopolio della tratta verso le colonie spagnole. Con il travolgente successo sui francesi nella

guerra dei sette anni, l'egemonia inglese si definì e si consolidò.

14. Guerre e egemonia nell'Europa del 700

Fra il 1700 e il 1763 emerse e si accentuò un conflitto su scala mondiale tra Inghilterra e Francia.

Un conflitto per il predominio commerciale si trasformò progressivamente in lotta per i possessi

territoriali in America settentrionale e in India ; un confronto che protrattasi anche negli anni della

rivoluzione francese e dell'impero napoleonico, è chiamato dagli storici americani la seconda

guerra dei cent'anni. I contrasti e le guerre che caratterizzarono l'Europa dopo il 1714, pur vedendo

le due potenze schierate sempre in campi opposti, furono scatenate anche da motivazioni e

occasioni di altra natura. L'Inghilterra, infatti, perseguì una politica europea mirante

sostanzialmente a difendere la situazione consolidatasi dopo la guerra di successione spagnola e

tutelò quindi il principio dell'equilibrio fra le potenze, evitando pesanti impegni bellici sul teatro

europeo. La Francia invece cercò soprattutto di mantenere e consolidare il ruolo di principale

potenza continentale e si inserì, quindi, in tutte le occasioni di conflitto. Nel 1720, pochi anni dopo

la conclusione della guerra di successione spagnola, si registrarono i primi mutamenti di sovranità

territoriale. Essi fecero seguito alle trattative diplomatiche rese indispensabili per arginare il

dinamismo politico e militare della Spagna che, insoddisfatta degli assetti europei, aveva avviato un

nuovo conflitto. Nella 1717-18 la Spagna aveva invaso la Sardegna austriaca e la Sicilia sabauda.

Ma l'intervento della flotta inglese si rileverà decisivo. L'accordo fra le potenze (Francia,

Inghilterra, province unite e Austria), raggiunto a Londra nel 1718 e sottoscritto dalla Spagna nel

1720, riconfermò sostanzialmente i termini della pace di Utrecht. In Italia i Savoia dovettero cedere

la Sicilia all'Austria, avendo in cambio la Sardegna su cui spostarono il titolo regio. Una nuova

contesa internazionale ebbe inizio nel 1733, legata al problema della successione in Polonia. Nato

nell'Europa centro-orientale, questo conflitto portò profonde modifiche soprattutto nella penisola

Italiana: l'apparente contraddizione va ricondotta al ruolo svolto dall'Austria in questo contesto. Per

comprendere a fondo la politica austriaca di questi anni, va ricordato che fin dalla 1713

l’imperatore Carlo VI con la prammatica sanzione aveva modificato le regole tradizionali di

successione della casa d'Austria ammettendovi anche le figlie femmine. Si trattava di evitare quanto

era accaduto agli Asburgo di Spagna. Da allora l'obiettivo principale di Carlo VI divenne quello di

ottenere il riconoscimento della prammatica sanzione da parte delle maggiori potenze, il che spiega

una certa propensione austriaca alla trattativa e la disponibilità a cedere parte dei propri domini. Nel

1733 concrete rivalità furono dunque riattivate nell'Europa continentale dalla questione polacca.

Secondo il particolare sistema vigente in Polonia i re venivano eletti dall'assemblea dei nobili. Le

elezioni a grande maggioranza di Stanislao Leszczynski, candidato dalla Francia e suocero di Luigi

XV, determinò intervento russo che impose l'elettore di Sassonia, Federico Augusto, sostenuto

anche dall’Austria. La guerra che ne seguì tra Francia, Spagna e Savoia, da una parte, e Austria,

dall'altra, si svolse prevalentemente in Italia. Nel 1735 tuttavia i francesi raggiunsero un accordo

con gli austriaci e la pace, stipulata a Vienna nel 1738, determinò nuovi importanti modifiche In

Francia e in Italia. A Stanislao, come compenso per la rinuncia alla Polonia fu assegnato il Ducato

di Lorena. Il duca Francesco Stefano di Lorena fu compensato con il Gran Ducato di toscana. Carlo

di Borbone, duca di Parma figlio di Filippo V di Spagna ottenne il regno di Napoli e la Sicilia. Due

nuove dinastie si istallarono così in Italia, i Borbone a Napoli e i Lorena in toscana. inserire

cartinapag349 Nel 1740, dopo poco la morte di Carlo VI d’Asburgo e l'ascesa al trono della figlia

Maria Teresa, il giovane re di Prussia Federico II invase e occupò la Slesia. La successione

austriaca, che sembrava ormai garantita e tutelata, fu occasione di un'altra guerra. Il fattore nuovo

fu l'espansionismo prussiano, ma presto si aggiunsero le pretese alla successione dell'elettore di

Baviera, imparentato con gli asburgo, sostenuto dalla Francia. Nel blocco anti austriaco entrarono

anche Spagna e Prussia, mentre alleate dell'Austria furono Inghilterra ,Olanda e in seguito i Savoia.

La guerra che si combatte non vide vittorie o sconfitte decisive. Con la pace stipulata ad

Aquisgrana, l’Austria ottenne riconoscimento definitivo della prammatica sanzione, ma dovette

cedere la Slesia alla Prussia e il Ducato di Parma a Filippo, fratello del re di Napoli Carlo di

Borbone. L’Austria non si era rassegnata alla perdita della Slesia e allo smacco subito: riteneva

quindi suo obiettivo primario costituire un fronte che abbattesse la nuova potenza prussiana. Con la

promessa della cessione dei paesi bassi, la Austria riuscì ad allearsi con la Francia. Francia e

Austria, secolari nemiche e ora alleate, potevano contare anche sull'alleanza con la Russia, mentre

la Prussia sì era legata all'Inghilterra. Per Francia e Inghilterra il conflitto ebbe dimensioni mondiali

e si concluse con gravi mutilazioni dei possessi francesi d'oltremare e col riconoscimento della

supremazia inglese. Sul continente europeo fu la Prussia, sentendosi accerchiata, a dare inizio a

quella che sarebbe stata chiamata la guerra dei sette anni. La guerra ebbe a lungo un andamento

incerto, quando Federico II subì una vera e propria disfatta ad opera dei russi. Quando la situazione

appariva ormai compromessa alla morte della zarina Elisabetta, fiera avversaria di Federico, e

l'ascesa al trono di Pietro III, suo fervente ammiratore, salvarono la Prussia. Nel 1762 una pace

separata fu stipulata con la Russia. Pochi mesi dopo venne firmata anche la pace fra Austria e

Prussia. Nulla era cambiato: la Slesia rimase infatti alla Russia. Nell'Europa centrale la Russia non

solo trasse vantaggio dalle iniziative militari di Federico II e dalle debolezze interne ed

internazionali dell'Austria, ma potè ulteriormente avvantaggiarsi a spese della Polonia. Nel 1772

Federico II concluse con Russia e Austria un accordo che privò la Polonia di un terzo del suo

territorio. Alla fine degli anni 80 tentativo di trasformare il paese in una monarchia costituzionale e

la redazione di una costituzione suscitarono forti opposizioni interne e fornirono il pretesto per una

seconda spartizione fra Russia e Prussia. Una sollevazione popolare a sfondo democratico cercò nel

1794 di rovesciare il predominio russo. Ma gli insorti furono sconfitti. Si giunse così nel 1795 alla

terza spartizione fra Russia, Prussia e Austria e alla scomparsa della Polonia come stato autonomo.

Solo dopo la prima guerra mondiale la nazione polacca avrebbe potuto ricostituirsi in

organizzazione statale indipendente. Inserire cartina pag351

15. La società di ancien regime

Con ancien regime si indica il sistema politico esistente in Francia prima della rivoluzione del

1789. L'espressione ancien regime è divenuta sinonimo di società tradizionale, preindustriale,

anteriore cioè a tutti i fenomeni di modernizzazione economica e politica determinati dalla

rivoluzione industriale e dalla rivoluzione francese. Considerata tendenzialmente immobile con

andamenti ciclici di progresso e regresso, la società di ancien regime subì in realtà nel corso delle

700 alcune profonde trasformazioni. Avvio di una crescita demografica le cui ragioni sono incerte.

In molte regioni si ridusse la mortalità, in altre questa riduzione fu accompagnata dall'incremento

della natalità. L'abbassamento dell'età matrimoniale nel 700 fu uno dei segni che il comportamento

demografico stava cambiando. Lo sviluppo demografico fu più intenso nelle città che nelle

campagne soprattutto nelle capitali e nelle città portuali. Vi sono altri aspetti che rendono

particolarmente significativa la differenza fra la società di ancien regime e la realtà contemporanea,

ad esempio quelli relativi alla composizione della famiglia e alla consistenza numerica dei

domestici e del clero. Nell'età preindustriale la famiglia era l'unità produttiva-base e per questa

epoca molti storici e sociologi hanno sostenuto l'esistenza di una tipologia dominante, costituita

dalla famiglia estesa o allargata, in cui convivono almeno tre generazioni. Posteriore alla

rivoluzione industriale e all'incremento dell'urbanizzazione sarebbe invece la famiglia nucleare o

coniugale, formata dai soli genitori e figli. Presenti in ogni tipo di struttura familiare, in diretto

rapporto con i livelli di ricchezza, erano domestici e servi, mentre nelle famiglie artigiane

convivevano spesso apprendisti e garzoni. Nei paesi cattolici una aliquota importante della

popolazione era rappresentata dal clero. La società di ancien regime era una società

fondamentalmente agricola. Non solo l'agricoltura era la principale attività economica, ma la

maggioranza della popolazione era formata da contadini. Gli strati superiori della società erano

costituiti da proprietari terrieri e la terra era la principale fonte di ricchezza e di possibile ascesa

sociale. Nell'Europa del 700 la proprietà terriera era per molti versi ancora di tipo feudale:

sottoposta cioè a una serie di vincoli che limitavano l'uso e i redditi. Nel XVIII secolo il regime

feudale aveva perso o attenuato molti dei suoi caratteri originari, ma rappresentava comunque un

insieme di diritti e di privilegi che pesavano duramente sulla vita dei contadini e sulle possibilità di

sviluppo delle attività agricole. Ai prelievi feudali, si sommavano anche le tasse pagate allo stato in

Francia come in tutti i paesi cattolici, doveva essere versata la decima alla chiesa. Non vi era

servaggio in Inghilterra, dove il regime feudale era praticamente scomparso già nel XVII secolo. In

declino il feudalesimo in Spagna ma egualmente dure rimanevano le condizioni di vita dei

contadini. In Italia meridionale e in Sicilia, i prelievi in denaro e in natura delle prestazioni

personali erano così ampi da far ritenere che il regime feudale fosse particolarmente vessatorio. In

pieno vigore nel Lazio, la feudalità era generalmente scomparsa nel resto dell'Italia centrale e in

quella settentrionale. La società preindustriale era una realtà per molti aspetti statica, dominata

dalle permanenze. Ma al suo interno vedeva emergere, in alcuni paesi i fattori di mutamento

destinati a rovesciare l'assetto tradizionale. L'Inghilterra fu il paese in cui le strutture agrarie e

cambiarono più profondamente. Le trasformazioni avvennero in seguito alle recensioni dei campi

aperti e delle terre comuni e all'introduzione di nuove tecniche e colture. Il sistema dei campi aperti

caratterizzava nel 600 le campagne inglesi: era costituito da appezzamenti non recintati, contigui,

ma in proprietà individuale. Le consuetudini prevedevano che su questi campi, dopo il raccolto,

tutti gli abitanti del villaggio potessero spigolare o inviare gli animali al pascolo. Di proprietà

collettiva erano invece le terre comuni destinate al pascolo e alla raccolta di legno. Le recensioni

miravano a una più chiara definizione della proprietà e una coltivazione più razionale, libera dagli

obblighi consuetudinari della comunità e dai vincoli dell'auto consumo, pronte invece a recepire le

esigenze del mercato agricolo. Le campagne del 700 erano anche sede di un'importante attività di

produzione industriale eseguita a domicilio dai contadini nelle pause del lavoro e durante la

stagione morta. Questa industria rurale domestica era dedita prevalentemente alle principali

operazioni tessili. Le campagne offrivano una manodopera a basso costo, utilizzabile in modo

elastico, ampliandone o riducendone le dimensioni in rapporto tra la domanda del mercato.

L'industria domestica rurale consentì di rispondere con una certa efficienza allo sviluppo della

domanda interna e internazionale e offrì ai contadini poveri l'occasione di sfuggire all'ingrata

condizione di un precario lavoro agricolo. Nell'Europa preindustriale si affermò inoltre il sistema

della manifattura. La manifattura è l'organizzazione del lavoro in cui un imprenditore concentra in

un unico laboratorio o officina più operai che svolgono, per lo più manualmente tutte le fasi del

processo produttivo. SE per la società industriale il concetto impiegato usualmente è quello di

classe, per la società di ancine regime va adottato quello di ceto. Una società per ceti Tale ci appare

l'ancien regime: una realtà caratterizzata dal prevalere, nelle stratificazioni sociali,

dell'appartenenza per nascita, da una sostanziale staticità e da una strutturale diseguaglianza

giuridica. Chi nasceva nobile rimaneva Tale tutta la vita; il contadino aveva pochissime probabilità

di uscire dal suo status. L'appartenenza a un ceto comportava il godimento di certi diritti e

l'esclusione da altri. La società per ceti trovava sanzione ufficiale nell'ordinamento politico di molti

stati che mantenevano rappresentanze assemblee per ceti. È possibile misurare l'entità del successo

della monarchia assoluta in rapporto alla resistenza dei ceti. Tale successo era stato pieno in Francia

(dove gli stati generali, organismo rappresentativo dei ceti, non si riunivano più), in Spagna, in

Prussia. Ma anche le organizzazioni politiche repubblicane avevano strutture di governo fondate

sulla diversità dei ceti e non sulla uguaglianza dei diritti politici. Nella società preindustriale una

percentuale elevata della popolazione era costituita da poveri. La condizione del povero era

largamente accettata dalla tradizione cristiana e la povertà era considerata non solo un valore in sé,

una virtù, ma anche la testimonianza di una elezione divina. Fra il 1520 e il 1530 si determinò,

però, una profonda trasformazione dell'atteggiamento nei confronti dei poveri. Questa

trasformazione ebbe fra le sue cause innanzitutto l'incremento demografico. Cambiando le

dimensioni quantitative del fenomeno, cambiò anche l'immagine del povero, sempre più spesso

indicato come possibile elemento di disordine sociale. L'assistenza aveva un costo elevato e la

presenza dei poveri nel tessuto urbano rappresentava un pericolo, un rischio. Ci fu poi sempre di

più uno sviluppo dell'etica del lavoro che tendeva sempre meno ad accettare chi viveva di

elemosina. Non si trattava di negare la povertà, ma di controllarla e di disciplinarla. Si delineò la

necessità di distinguere fra poveri veri e falsi, buoni e cattivi, inabili e abili al lavoro. Si punirono

gli accattoni e i vagabondi e apparve essenziale imporre l'obbligo del lavoro. Le prime riforme a

questo problema consistettero nella realizzazione di strutture centrali per l'assistenza, nella

repressione della mendicità e nel tentativo di impiegare i poveri nei lavori pubblici. Queste

iniziative non si rivelarono sufficienti e la necessità di un controllo della mendicità portò ad una

ulteriore svolta nella politica assistenziale: poveri, vagabondi, mendicanti cominciarono ad essere

internati e reclusi in ospizi o ospedali appositamente costituiti.

16. Illuminismo e riforme

La vita culturale del XVIII secolo fu dominata da un grandioso movimento intellettuale che in

omaggio al ruolo rischiaratore assegnato alla ragione, è stato chiamato il Illuminismo. La Francia fu

il maggiore centro di diffusione di questo movimento. Nell'Illuminismo convergono posizioni e

orientamenti, interessi e riflessioni molto diversi e talora antitetici ma è possibile individuare alcune

caratteristiche comuni e unificanti. Fra queste innanzitutto il modo di considerare la ragione, di cui

non solo vengono esaltati i poteri, ma è anche proposto un impiego libero e spregiudicato. La

ragione è in grado di vagliare criticamente la realtà, la critica illuminista investe soprattutto le

istituzioni politiche e religiose. Bersaglio centrale degli illuministi furono la chiesa e le confessioni

religiose in genere, considerate fonti di ignoranza, matrici di superstizione e pregiudizi: in questo

senso l’Illuminismo fu un movimento profondamente laico. Una delle opere più importanti delle

pensiero illuminista fu quella di Montesquieu ovvero lo “spirito delle leggi”, libro composito in cui

confluiscono considerazioni politiche, morali e giuridiche. In questa opera dopo aver descritto i

caratteri dei tre sistemi politici fondamentali - repubblica, monarchia e dispotismo - Montesquieu

sottolinea l'importanza dei corpi intermedi (innanzitutto i parlamenti) come antitodo alla

degenerazione delle monarchie in dispotismo. Dall'esame del sistema politico inglese trasse la

convinzione dell'importanza della separazione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario.

L'esperienza del viaggio, tipica degli intellettuali, degli artisti, sollecitò quella sistematica curiosità

e comparazione dei caratteri dei costumi dei popoli, delle condizioni naturali e climatiche, delle

forme dell’ attività economica. La realizzazione culturale più significativa dell'Illuminismo

francese fu un'opera collettiva, l'enciclopedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei

mestieri, i cui curatori furono Diderot, d'Alembert e d'Holbach. Un altro importante pensatore e

autore illuminista fu Rousseau. I primi suoi scritti che suscitarono l'attenzione del pubblico furono

“il discorso sulle scienze le arti” e il “discorso sull'origine i fondamenti dell'ineuguaglianza fra gli

uomini”, nei quali Rousseau criticata radicalmente la società e le istituzioni, e guarda alla storia

come progressiva decadenza e corruzione, rispetta a uno stato originario in cui gli uomini erano

innocenti e uguali. Fondamento dell'ineuguaglianza era stata l'introduzione della proprietà privata.

Queste posizioni, che rovesciavano la visione tipicamente illuminista della società in termini di

progresso e incivilimento, determinarono la rottura di Rousseau con il mondo degli enciclopedisti.

Tuttavia egli non si fece sostenitore di un ritorno a un mitico stato di natura, ma elaborò una

proposta di rifondazione della società e dell'uomo nel suo progetto politico esposto nella “contratto

sociale”. Per ricreare le condizioni dell'uguaglianza Rousseau ipotizzò un patto sociale in cui i

singoli si uniscono in un corpo organico rinunciando ai loro interessi particolari in funzione del

bene comune. La volontà generale è l'espressione di questa nuova comunità sociale. Questo

modello sociale ha la possibilità di realizzarsi solo in un regime di democrazia diretta in cui la

sovranità è inalienabile e nessuno può essere delegato ad esercitarla nel nome del popolo. Un altro

aspetto della straordinaria ricchezza delle pensiero illuminista è testimoniato dalla nascita di una

nuova scienza, l'economia politica. Tra i maggiori esponenti in questa nuova scienza si possono

ricordare Adam Smith in cui nella sua opera, “ricerche sulla natura e le cause della ricchezza delle

nazioni”, postulò l'esistenza di un ordine naturale nel quale, se ciascuno è lasciato agire liberamente

secondo il proprio interesse particolare, necessariamente contribuisce al benessere collettivo e alla

felicità generale. Un agire che va al di la delle originarie intenzioni individuali e che appare guidato

da quella che Smith chiama una mano invisibile. Al centro del modello economico di Smith sta il

concetto di lavoro produttivo, misura del valore di scambio delle merci e unica fonte della

ricchezza sociale. L'espansione del sistema è dunque legata all'incremento della produttività, a sua

volta garantita dalla crescente divisione del lavoro, dal reinvestimento continuo dei profitti e dalla

innovazione tecnologia. Molto importanti furono i viaggi e le scoperte che questi intellettuali fecero

in tutto il mondo così i libri di viaggi e le descrizioni dei costumi e delle abitudini delle popolazioni

selvagge favorirono l'embrionale costituzione di quell'insieme di osservazioni che sfoceranno, nel

secolo successivo, nella antropologia culturale e nell’etnologia. Tutti i paesi europei parteciparono,

in maggiore o minor misura, al movimento illuminista. Un tratto accomuna intellettuali, riformatori

e pubblico colto: la convinzione di essere tutti partecipi di una grande opera di rinnovamento che

non conosceva confini nazionali. Questo cosmopolitismo e questa circolazione delle idee furono gli

elementi portanti della cultura dell’elites. Le origini dell'Illuminismo nel mondo tedesco furono

legate alla lotta contro il dogmatismo e l'autoritarismo della chiesa luterana. Il punto più alto

dell'Illuminismo tedesco fu raggiunto dall'opera di Kant che, nella “critica della ragion pura”, attuò

la cosiddetta rivoluzione copernicana nel campo della conoscenza. Particolarmente ricco fu

l'apporto dell'Italia al movimento illuminista soprattutto per l'attenzione rivolta ai problemi

dell'economia e degli ordinamenti giuridici. I maggiori esponenti dell'Illuminismo italiano furono:

Muratori, Vico; grande centro dell'Illuminismo italiano fu Milano dove intorno alla rivista “il

caffè”, impegnata nella lotta per le riforme, si raccolsero Cesare Beccaria e i fratelli Alessandro e

Pietro Verri. Importante opera di Cesare Beccaria fu “dei delitti e delle pene” un’analisi del sistema

giudiziario e gli argomenti contro la pena di morte e la tortura, a favore della pubblicità del

processo e della prevenzione del delitto. Molto importante, si è detto, fu la circolazione

internazionale delle idee e delle opere come uno degli elementi caratterizzanti anche di questo

periodo: e grande importanza ebbero le estese trame dei contatti epistolari e l'aumentato numero dei

periodici e dei giornali. Ma uno dei maggiori centri propulsivi delle nuove idee dei programmi

riformatori fu la massoneria. Setta segreta nata in Inghilterra la massoneria accolse al suo interno

nobili, borghesi e intellettuali accumunati dalla battaglia per la tolleranza, dalla lotta al fanatismo e

all’oscurantismo religioso, in nome della filantropia, della fratellanza universale e della certezza

sull'efficacia dei lumi. All'interno del movimento illuminista è possibile individuare gli elementi di

un disegno riformatore che mirava alla modernizzazione dello stato e al raggiungimento della

felicità pubblica. La traduzione pratica di questi elementi di riforma rappresentò il tratto più

significativo della politica interna di molti paesi europei nella seconda metà del secolo XVIII. Il

problema nodale dei regimi assoluti, quello dell'amministrazione finanziaria e fiscale, appariva in

Francia sostanzialmente risolto in virtù della centralizzazione regia. Le altre monarchie assolute

avvertirono, quindi, l'esigenza di introdurre maggiore efficienza e razionalità nell'amministrazione

e di allargare i poteri dello stato. Un'esigenza che le portava inevitabilmente a scontrarsi con quel

sistema di privilegi, fiscali e giuridici, di cui godevano la nobiltà e il clero: un insieme di diritti una

struttura di potere che costituivano il fondamento del consenso alla monarchia da parte dei ceti

dirigenti tradizionali, ma anche un limite essenziale allo sviluppo della società civile e

dell'economia. Gran parte della storia politica e istituzionale delle 700 ruota attorno alla asse

rafforzamento dello stato-riduzioni e ridefinizione dei privilegi. In questo quadro va valutata la

felice congiunzione creatasi tra iniziativa dei sovrani e programmi riformatori degli illuministi: una

breve stagione, collocata tra gli anni cinquanta e ottanta, comunemente definita assolutismo

illuminato. Il primo e più deciso intervento riformatore investì, nei paesi cattolici, i poteri della

chiesa e degli ordini religiosi. Fu avviata una politica ecclesiastica caratterizzata dalla volontà di

estendere la giurisdizione il controllo dello stato sulla vita e l'organizzazione delle chiese nazionali

(giurisdizionalismo) e addirittura quella sorta di struttura giuridica parallela rappresentata dai diritti

e di privilegi ecclesiastici. Tra gli argomenti che alimentavano la polemica contro la chiesa, ve ne

erano alcuni che potremmo chiamare di pubblica utilità: i conventi e la vita monastica apparivano

espressioni di parassitismo; le cospicue proprietà terriere della chiesa, difese dai vincoli di

manomorta (che ne impediscono la vendita), erano ormai un ingiustificato ostacolo a quella

circolazione dei beni e delle ricchezze che era ritenuta un potente stimolo al benessere dei popoli. Il

risultato più appariscente e significativo fu l'espulsione della compagnia di Gesù da molti paesi

europei. Nell'altro grande settore di intervento dell’assolutismo illuminato, quello amministrativo,

le riforme mirarono a rendere più razionale la macchina statale sia ai vertici che alla base.

L'obiettivo era quello di definire le competenze dei singoli organismi, di concentrare le decisioni. Si

Venne così formando quella struttura organizzata in dipartimenti o ministeri con cui ancora oggi

identifichiamo l'amministrazione pubblica. Le finanze rimanevano al centro della preoccupazione

dei governi. Una parte cospicua delle entrate veniva destinata alle spese militari e proprio

dall'esigenza di risanare le finanze dissestate dalle guerre venivano le maggiori sollecitazioni alla

riorganizzazione del sistema fiscale. In molti stati, ma soprattutto in Austria e nei suoi domini, fu

avviata l'imponente impresa della redazione di un catasto dei beni terrieri e immobiliari destinata a

migliorare e a differenziare l'imposizione fiscale. Infine un limite invalicabile al riformismo

settecentesco fu quello posto dalla struttura del privilegio, nobiliare innanzi tutto, contro il quale le

monarchie illuminate non potevano spingersi senza mettere in discussione le loro stesse basi di

legittimazione. Le monarchie che con maggior continuità si impegnarono nella realizzazione di un

programma di riforme furono l’Austria e la Prussia. Durante il lungo regno di Maria la Teresa

furono realizzate le principali riforme nell'impero asburgico. L'imperatrice prese una complessa

serie di provvedimenti tesi a ridurre i particolarismi locali e a separare competenze e attribuzioni

ancora confuse. La redazione del catasto consentì di tassare anche le terre dei nobili. Un

regolamento fissò i criteri per l'istruzione primaria obbligatoria sollecitò le parrocchie e le autorità

signorili a istituire le scuole locali. Maria Teresa avviò poi una serie di interventi nei confronti delle

prerogative del clero: la censura passò nelle mani dello stato; divenne progressivamente abolita

l'inquisizione. Fu proprio il giurisdizionalismo che diede la maggiore notorietà a Giuseppe II

quando successe alla madre Maria Teresa. La politica ecclesiastica di Giuseppe II intese unificare

nelle mani dello stato i poteri sul clero nazionale, sottraendoli al pontefice e ai suoi rappresentanti.

Nel 1781 in nome di una visione attiva e produttiva della tolleranza furono abolite le

discriminazioni nei confronti di protestanti e greco-ortodossi e, con la concessione dei diritti civili,

emancipati gli ebrei. In molti altri campi Giuseppe II ha accentuato con decisione la prudente

politica innovatrice della madre. Nella legislazione criminale introdusse il cosiddetto codice penale

giuseppino, il primo veramente moderno, con questo furono ridotti i casi puniti con la pena di

morte e soppressa la tortura. Giuseppe introdusse il matrimonio civile, la libertà di stampa e

vennero abolite le servitù personali. Il breve regno di Giuseppe II finì sotto il segno delle ribellioni

autonomistiche. Il suo successore, il fratello Leopoldo II fu costretto a pacificare dell'impero

ritirando i provvedimenti più radicali e ponendo fine al progetto più ampio e più conseguente

dell’assolutismo illuminato. Agli occhi dei contemporanei, Federico II re di Prussia, rappresentò la

più compiuta personificazione del sovrano illuminato. Il dualismo fra principi illuminati e politica

di potenza caratterizzò non solo la personalità di Federico II, ma la vicenda storica della Prussia, al

tempo stesso potenza militare e stato della filosofia e della scienza. Fra i primi e più significativi

interventi riformatori di Federico furono la semplificazione del sistema giudiziario con

l'apprestamento di un codice di procedura e di un codice civile e la formazione di una magistratura

di carriera e l'istituzione, per la prima volta in Europa, dell'istruzione elementare obbligatoria.

Pilastri dello stato prussiano rimanevano l’esercito e la burocrazia; il corpo degli ufficiali e i livelli

superiori dell'amministrazione erano interamente reclutati nella nobiltà e Federico II riuscì a

realizzare un'impresa nella quale erano falliti tutti gli altri sovrani del tempo: quella di trasformare

la nobiltà, un ceto guerriero in declino in tutta Europa, in una aristocrazia militare disciplinata dallo

stato e profondamente legata al suo principe. Anche Caterina II di Russia fu una sovrana illuminata

ma nel suo caso i propositi e gli intenti superarono di gran lunga le effettive realizzazioni nel

campo delle riforme. Caterina convocò una commissione composta da rappresentanti della nobiltà,

delle città e dei contadini liberi, per la redazione di un nuovo codice. La requisizione dei beni della

chiesa greco-ortodosso l'abolizione dei monopoli e dei vincoli alle attività commerciali e

manifatturiere, ora consentita anche ai contadini, furono tuttavia significativi provvedimenti a

favore dello sviluppo economico. L'arretratezza e le resistenze della Russia tradizionale fecero sì

che gli interventi riformatori di Caterina si muovessero verso la definizione e l'organizzazione di

una società per ceti; mentre la società per ceti era messa in crisi nel resto d'Europa, indebolita in

seguito al rafforzarsi delle prerogative dello stato, in Russia venne definendosi allora ordinatamente

per la prima volta. In Italia alla vivacità e diffusione del pensiero illuminista corrispose

un’iniziativa riformatrice limitata solo ad alcuni stati e regioni, come la Lombardia e la toscana,

domini diretti dell’Austria e il regno di Napoli. Nel regno di Napoli uno slancio giurisdizionalista e

anti-curiale accompagnò il regno di Carlo di Borbone che oltre alla redazione di un catasto non

molto altro fu realizzato. Tale esiguità dei risultati è tanto più sorprendente se messa in rapporto

con l'ampiezza del dibattito e della ricchezza di proposte del ceto intellettuale. Al centro

dell'interesse degli illuministi meridionali fu sempre più presente l'analisi delle condizioni sociali

ed economiche. Nel Ducato di Milano, dominio dell'impero asburgico, vennero realizzate, in

ossequio ai principi di uniformità e centralizzazione, le stesse riforme nel campo dell'istruzione,

della codificazione, della politica ecclesiastica e fiscale, che erano state avviate negli strati ereditari

della casa d'Austria. Salvo che per il catasto, la cui preparazione fu solo avviata, tutti gli interventi

più tipici dell'assolutismo illuminato furono sperimentati nel Gran Ducato di toscana durante i

venticinque anni del governo del gran duca Pietro Leopoldo (fratello di Giuseppe II) futuro

imperatore d'Austria. Il riformismo toscano fu contraddistinto da una marcata propensione per le

soluzioni pratiche e tecniche e da una certa insofferenza per gli eccessi di teorizzazione. Nella

politica ecclesiastica, oltre all'applicazione dei principi giurisdizionalisti, furono soppressi numerosi

conventi. La toscana fu il primo paese ad accogliere, nel codice penale i principi del Beccaria: non

solo la tortura, ma anche la pena di morte venne abolita; sul piano procedurale fu riconosciuto

all'imputato il diritto alla difesa e resa obbligatoria la motivazione della pubblicazione delle

sentenze. 17. Alle origini della rivoluzione industriale

Con una serie di profondi mutamenti nelle forme di produzione prese avvio in Inghilterra, tra la

fine delle XVIII e gli inizi del XIX secolo, la rivoluzione industriale. Questo fu un rapido

cambiamento irreversibile e radicale. Fu una fase di sviluppo economico senza precedenti che ha

modificato profondamente un assetto economico-sociale stabile. Il passaggio da una economia

agricolo-artigianale a una economia industriale, fondata sulla fabbrica. Le ragioni per cui la

rivoluzione industriale si verificò inizialmente in Inghilterra e i fattori che concorsero a

determinarla furono: essenzialmente lo sviluppo raggiunto dal commercio, nelle caratteristiche

della sua agricoltura, nell'incremento della popolazione, nelle forme particolari della sua

organizzazione politica. Nei primi 50 anni delle XVIII secolo il commercio inglese rafforzò le sue

posizioni su scala mondiale. La riduzione dei rischi legati al commercio oltremare e l'aumento dei

profitti, insieme alla politica del governo consentiranno l'ingresso nel settore di uomini nuovi e il

dispiegarsi della libera iniziativa. Londra sviluppò una rete sempre più estesa di servizi di credito e

assicurativi, assumendo il ruolo di capitale finanziaria di tutta l'Europa. Il controllo del mercato

internazionale fornì alle manifatture britanniche la possibilità di un rapido e poco costoso

approvvigionamento di cotone grezzo, materia prima essenziale alla nascita della moderna industria

tessile. Nel corso del 700 l'assetto proprietario e delle strutture produttive dell'agricoltura inglese

subirono cambiamenti tanto profondi da generare quella che può essere definita una vera e propria

rivoluzione agricola. Il possesso delle terre si concentrò nelle mani di pochi grandi e medi

proprietari con la costituzione di ampie unità di produzione. Le tradizionali figure di piccoli

proprietari e dei contadini autonomi andarono diminuendo di numero e furono sostituite

progressivamente da un nuovo ceto di braccianti. Questa trasformazione degli assetti proprietari,

dovuta al fenomeno delle recinzioni e della privatizzazione delle terre comuni, fu accompagnata

dalla introduzione di nuove tecniche agricole e dall'adozione di nuovi sistemi di rotazione. La

drastica riduzione dell'autoconsumo, legata al diffondersi del lavoro salariato nelle campagne, e la

crescita dei redditi agricoli promossero la formazione di un vivace mercato interno grazie anche al

miglioramento delle vie di comunicazione. Strettamente intrecciata alle trasformazioni del mondo

rurale fu la rivoluzione demografica. Questa fu dovuta soprattutto al notevole aumento della

natalità la cui causa principale fu il progressivo abbassamento dell'età del matrimonio e un aumento

dei matrimoni stessi. La rivoluzione demografica rese disponibile all'industria nascente una

manodopera numerosa e quindi a basso costo. Un altro fattore importante fu la peculiarità del

sistema politico e del clima culturale inglese che consistono essenzialmente nella stabilità politica,

nel rafforzamento del ruolo del parlamento, nella vivacità della società civile. Le innovazioni

tecnologiche e la progressiva introduzione del sistema di fabbrica furono gli elementi di rottura che

segnarono il vero e proprio avvio alla rivoluzione industriale. Al rapido succedersi di nuove

invenzioni è stato a lungo attribuito un ruolo determinante nella trasformazione economica. Va fatta

però una distinzione tra invenzione e innovazione. Il termine invenzione designa la scoperta di una

determinata tecnica, quello di innovazione indica invece la sua applicazione. Così non è

l'invenzione in quanto tale che provoca il cambiamento, ma è la sua applicazione diffusa e

costante. In questo campo la rivoluzione industriale segna il passaggio da una situazione nel quale

il progresso scientifico era caratterizzato da scoperte sporadiche a una fase segnata da un flusso

continuo e concatenato di innovazioni. I settori principalmente interessati dai cambiamenti

tecnologici furono quelli delle macchine utensili, della estrazione e lavorazione delle materie prime,

in particolare del carbone e dei minerali ferrosi. Il passaggio successivo sulla via della

modernizzazione tecnologica fu quello dell'utilizzazione del vapore come forza motrice. Fino allora

le ruote idrauliche fornivano l’energia necessaria a muovere le nuove macchine. Ma la limitata

disponibilità di energia idrica vincolava la dislocazione delle fabbriche alla presenza dei corsi

d'acqua. Una volta messa a punto la tecnica dello sfruttamento del vapore e costituite le prime

macchine a vapore (James Watt) divenne sempre più conveniente utilizzare una forza motrice

costante alimentata da un combustibile: il carbone. L'attività industriale che per prima si avvalse dei

mutamenti nelle tecniche fu quella cotoniera. Alla vigilia della rivoluzione industriale, l'Inghilterra

eccelleva nei manufatti di lana, mentre il cotone veniva utilizzato prevalentemente per la

lavorazione di tessuti misti. Si trattava di una produzione effettuata quasi interamente a domicilio,

di mediocre qualità. La maggiore disponibilità di materia prima che fece seguito all'espansione

commerciale inglese e ai rapporti con le colonie fu certo una premessa necessaria ma in realtà

numerosi altri fattori concorsero a favorire questo processo: in primo luogo fu proprio la mancanza,

nel settore cotoniero, di tradizioni consolidate e l'esistenza di metodi rudimentali di fabbricazione

che permisero di assorbire con minori resistenze le nuove tecnologie. In secondo luogo, la

lavorazione industriale del cotone si basava su impianti e tecnologie fortemente innovative, ma di

costo limitato. Quello che serviva all'industria nascente era invece un'ampia disponibilità di

manodopera alla quale non era richiesta una particolare specializzazione. L'espansione

demografica, la possibilità di impiegare donne e bambini fornirono all'industria la necessaria

quantità di forza lavoro a basso costo. L'industria siderurgica inglese attraversò un processo rapido

di espansione che coincide con la fase di accelerazione della rivoluzione industriale. Questa

coincidenza rappresentò il risultato delle interconnessioni che si stabilirono tre ferro e gli altri

settori industriali. La progressiva meccanizzazione infatti dipendeva da investimenti in nuove

attrezzature e macchine costruite prevalentemente in ferro. L'avvento del sistema di fabbrica

sconvolse i metodi produzione e le forme di organizzazione del lavoro. In Inghilterra la maggior

parte dell'attività lavorativa si svolgeva nelle botteghe artigiane. Con l'introduzione delle macchine

a vapore questo sistema Venne progressivamente smantellato ed il lavoratore divenne un operaio:

abbandonò cioè tutte le altre attività che nell'impresa familiare continuava a svolgere ed ebbe nella

fabbrica il suo unico impiego. Inoltre cominciò ad eseguire solo operazioni parziali affidategli sulla

base di una crescente divisione del lavoro. Il sistema di fabbrica trasformò anche l'organizzazione

territoriale del lavoro e ridisegnò l'immagine topografica e architettonica delle città. Infatti l'attività

lavorativa si concentrò progressivamente nei centri urbani. A questo insieme di trasformazioni si

associa usualmente la nascita del proletariato industriale. L'avvento del sistema di fabbrica impose

condizioni di lavoro molto gravose, che prevedevano orari oscillanti fra le 12 e le 16 ore

giornaliere. La semplificazione del processo produttivo rese possibile il largo impiego, soprattutto

nell'industria tessile, di donne e bambini che furono sottoposti a livelli disumani di sfruttamento. La

condizione operaia era caratterizzata dalla estrema precarietà del posto di lavoro ed era inoltre

aggravata da tutti i problemi connessi al processo di inurbamento. Gli operai erano costretti ad

abitare in situazioni di soprafollamento, in case fatiscenti e in pessime condizioni igieniche. La

formazione dei grandi agglomerati di popolazione urbana e le nuove modalità di aggregazione

sociale rappresentate dalla fabbrica attraverso l'intensificarsi dei contatti, diffusero la

consapevolezza di un destino comune. Questi furono i presupposti per l'insorgere di forme nuove di

analisi e di azione politica. Così il luddismo, una delle prime manifestazioni di opposizione

sociale , era organizzato in segrete disciplinate bande di guerriglia, e prese il nome dal leggendario

tessitore Ned Ludd che avrebbe distrutto un telaio. I luddisti contrastavano il diffondersi della

prima meccanizzazione adottando come principale forma di lotta la distruzione delle macchine, nel

cui impiego veniva individuata la causa fondamentale della disoccupazione e dei bassi salari. Le

agitazioni luddiste lasciarono poi il posto a nuove forme di organizzazione come le società di

mutuo soccorso o le leghe di categoria che, accanto ad obiettivi di carattere strettamente sindacale,

cominciarono ad avanzare richieste di riconoscimento dei diritti politici. Le trasformazioni

economiche e sociali sollecitarono la riflessione teorica sui temi della partecipazione politica e

della riforma sociale. Secondo il principale esponente di questo orientamento utilitarista, Jeremy

Bentam, l'utilità è alla base dell'azione morale, che può essere giudicata e calcolata in funzione del

piacere o del dolore che arreca all'individuo. Il medesimo criterio deve poter guidare l'attività

legislativa il cui scopo è dunque l’utile comune ovvero la massima felicità del maggior numero

possibile di persone. Così l'efficacia dell'azione politica può essere misurata in relazione ai

miglioramenti che concretamente è in grado di produrre.

18. La nascita degli Stati Uniti

La guerra di indipendenza fra il 1775 e il 1783, oppose alla madre patria 13 colonie inglesi del nord

America. La rivoluzione americana fu il primo esempio di lotta di liberazione condotta

vittoriosamente da un paese extraeuropeo contro una potenza del vecchio continente. Formatesi in

tempi diversi, abitate da popolazioni tutt’altro che omogenee per religione e per etnia, le colonie del

nord America differivano profondamente fra loro anche per ciò che riguardava l’economia e

l’organizzazione sociale. Nel complesso, l’economia delle colonie era strettamente integrata con

quella della madrepatria, che, in base agli atti di navigazione si riservava il monopolio sui

commerci da e per le provincie d’oltremare. La quasi totalità della produzione coloniale era

destinata ai mercati britannici; mentre l’industria locale era ostacolata per evitare che entrasse in

concorrenza con quella della madrepatria. A questa stretta dipendenza economica faceva riscontro

una notevole autonomia sul piano politico. Dall’inizio del 700 tutte le colonie furono poste sotto il

controllo di un governatore di nomina regia, affiancato da consigli anch’essi nominati dall’alto. A

questi consigli si affiancavano però assemblee legislative elette dai cittadini. Nel corso del tempo,

le assemblee legislative assunsero poteri sempre maggiori nella conduzione degli affari delle

colonie, realizzando così esperienze di governo rappresentativo. Forme molto ampie di

autogoverno si realizzavano anche a livello delle comunità locali, che godevano ovunque di

larghissime autonomie: il che era dovuto in parte alle condizioni geografiche (le difficoltà di

comunicazione rendevano problematico l’esercizio di un forte potere centrale), in parte ai valori

politico-religiosi cui si ispiravano i coloni, molti dei quali erano emigrati in America per sfuggire a

persecuzioni o per sperimentare nel nuovo mondo nuovi modelli di convivenza civile e religiosa. Il

pluralismo, la tolleranza, la difesa delle autonomie locai erano valori condivisi dall’intera società

coloniale, anche se limitati all’universo bianco e cristiano. Fino agli anni 60 del secolo XVIII, il

problema dell’indipendenza rimase sostanzialmente estraneo agli orizzonti politici e alle aspirazioni

degli abitanti del nord America. I coloni di origine inglese non cessavano di sentirsi innanzitutto

sudditi della corona britannica, di far costante riferimento alle idee e agli schieramenti politici della

madrepatria. Troppo forti erano i vincoli con la madrepatria e troppo deboli i legami reciproci tra le

13 colonie perché una identità americana potesse svilupparsi spontaneamente. Il sostegno militare

della madrepatria era inoltre considerato indispensabile per proteggere la sicurezza delle colonie

contro le insidie delle due potenze cattoliche(Francia e Spagna). La guerra dei 7 anni, che vide i

coloni impegnati in un lungo e duro scontro con i francesi e le tribù indiane –loro alleate- parve

segnare il momento di massima unione fra la Gran Bretagna e le sue colonie. In realtà, fu proprio la

guerra a porre le premesse per un contrasto che si sarebbe presto rilevato insanabile. All’indomani

della pace di Parigi del 1763, l’Inghilterra si trovò padrona di un vasto impero nord-americano che

si estendeva dal Canada alla Florida. Per consolidare e difendere questo impero, dovette però

aumentare considerevolmente la sua presenza militare sul continente: un impegno che gravava

moltissimo sulle finanze inglesi. Di qui il tentativo del governo britannico di esercitare un più

stretto controllo sulle colonie e di addossare sulle loro spalle una parte crescente delle spese

necessarie alla loro sicurezza. Nel 64 fu emanata una nuova legge sul commercio degli zuccheri


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Moses

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in storia dell'arte
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof D'Avenia Fabrizio.

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