La caduta del regime fascista e la Repubblica di Salò
Alle 22.45 del 24 luglio 1943, una voce stentorea lesse un comunicato: «Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del Governo, primo ministro segretario di Stato, di sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato capo del Governo... Pietro Badoglio».
La gente che ascoltò il comunicato scese subito nelle piazze, per esternare emozioni contrastanti: gioia per la fine della guerra e rabbia per un regime che non si amava più. Già la mattina del 26 luglio erano scomparsi i giganteschi fasci littori che adornavano il balcone di Palazzo Venezia. La gente scese nelle strade festante, chi con il quadro del Re in mano, chi con fogli prestampati con la scritta «Viva l'esercito», c'era chi invece camminava col pugno chiuso. Una cosa, comunque, accomunava tutti, la gioia immensa perché si pensava che con la fine del fascismo finisse anche la guerra. Ma il comunicato di Badoglio diceva anche: «La guerra continua».
Il popolo non comprese subito tali parole; venti anni di silenzio furono in un attimo abbattuti e le strade, le piazze di tutte le città si colorarono di gente sorridente e festante. La notizia del crollo del Regime fascista è ancora oggi argomento di discussione per vari studiosi. Infatti quello che risulta incomprensibile non è la serie di eventi che condussero alla fine del regime, bensì il motivo per cui non ci sia stata nessuna resistenza da parte dei fascisti. Ovviamente alcune sacche resistettero a tale cambiamento epocale, ma si trattò di pochi episodi sporadici; venti anni di fascismo caddero all'improvviso, come un castello di sabbia.
Le cause del declino fascista
Le risposte a questo quesito sono molteplici. Prima di tutto il fascismo cominciò a perdere consensi dal 1938, con l'entrata in vigore delle «leggi razziali», leggi che la maggior parte degli italiani non riusciva proprio a capire. Poi la guerra, condotta male, e una politica interna che era sempre diventata più rigida e assente. Il fascismo e il regime diventavano sempre più bersagli delle battute stizzite del popolo: Mussolini era chiamato «Mutolini»; si cominciò a chiamare l'ultimo foro della cinta dei pantaloni, che si stringeva sempre più perché non si mangiava, col nome «Foro Mussolini».
Il 25 luglio 1943, intorno alle 17, il Duce salì su un autoambulanza, era l'ultima volta che avrebbe visto il Re e Roma. Da quel momento iniziò per lui un'odissea, l'ex Duce di Italia fu portato a tappe in varie parti della penisola per poi approdare sul Gran Sasso e rimanere lì prigioniero di Badoglio. Il nuovo capo di governo attuò subito una politica interna molto rigida; prima di tutto, almeno formalmente, era determinato a continuare la guerra con i tedeschi; poi attuò un regime militare in tutta Italia e come ultimo obbiettivo era determinato a trovare tutti gli ex fascisti per toglierli di mezzo. Badoglio era stato preferito a Caviglia, propostogli da Grandi.
La reazione della popolazione e le azioni di Badoglio
La popolazione, dopo i primi entusiasmi, capì che le cose erano cambiate ben poco. In tutte le città furono costituiti picchetti di carabinieri e dell'esercito; furono affissi comunicati del Comando del Corpo d'Armata recanti come oggetto l'«Attuazione dello Stato di Guerra». In esso si ribadiva il coprifuoco che aveva inizio alle 21,30; l'impossibilità di riunirsi in più di tre persone; l'impossibilità di affissione di stampati, di manoscritti, di inviti di qualsiasi specie...
I fascisti, come già detto, si nascosero o si rifugiarono in Germania. Personaggio fondamentale per capire meglio quale fosse lo spirito e le motivazioni di quella che sarà la rinascita del neo fascismo è certamente A. Pavolini. Subito dopo il 25 luglio si nascose a Roma in via delle tre Madonne ai Parioli a casa di un amico. Il giorno dopo, dalla stessa abitazione, guardava la gente festante che distruggeva i fasci littori che adornavano la facciata dell'Istituto Africano in via Aldrovandi. Alcuni giorni dopo raggiunse il Führer, così come Farinacci, Ciano, Preziosi.
A. Pavolini e la Repubblica di Salò
Sarà Pavolini, però, l'«irriducibile» di Salò, che trasformò il partito politico-militare in un feroce esercito: le brigate nere. Dopo il 25 luglio che fine avevano fatto gli altri fascisti? Balbo era morto agli inizi del 1940; Ettore Muti (pilota di gran valore e segretario del P.N.F.) sarà ucciso a Fregene, il 24 agosto, dai carabinieri in circostanze strane. Giuseppe Bottai si nascose a lungo, era cercato dai badogliani e dai nazisti, lo si ritroverà nella Legione straniera Francese, a Sidi Bel Abbès, arruolatosi sotto il nome di Andrea Battaglia. Il vertice del fascismo era totalmente disgregato.
Il periodo di transizione e l'armistizio dell'8 settembre
Dal 25 luglio ai primi giorni di settembre, in Italia, si vissero momenti difficili; dal punto di vista diplomatico Badoglio instaurò i primi contatti con gli Alleati, dando vita il 3 settembre alla prima tappa di quella che sarà chiamato dai più, il giorno della «Morte della Patria»: l'8 settembre. Quel giorno il Governo comunicò l'abbandono dell'alleanza Italo-Tedesca: l'Italia si ritrovò nella confusione più totale; in alcuni casi i soldati italiani, ignari della situazione, vennero arrestati o addirittura uccisi da coloro che credevano ancora degli alleati: i tedeschi.
Il Re e il Governo lasciarono Roma allo sbando, con una fila lunghissima di macchine si diressero verso il sud liberato. Bisogna dire che l'ex alleato tedesco non si era mai fidato di Badoglio, infatti, appena usciti il Re e il Governo entrarono, nella capitale le armate tedesche, pronte a rifarsi di uno stato che ormai era diventato un nemico e in più un traditore. Entrando in Roma, i nazisti trovarono i primi atti di resistenza; infatti molti civili e ex militari impugnarono le armi, scesero per le strade ed iniziarono a sparare contro le armate che avanzavano inesorabilmente. A Porta San Paolo si verificarono dei veri e propri atti eroici, che per lo più finirono con la morte dei civili. Furono i primi martiri di un lungo elenco, furono i primi giorni di un periodo di terrore che passerà per il 23 marzo 1944: l'attentato di via Rasella e del seguente massacro delle Fosse Ardeatine.
La liberazione di Mussolini e la rinascita del fascismo
Mussolini nel frattempo era ancora imprigionato a Campo Imperatore, sorvegliato giorno e notte da dei carabinieri. Come già detto quasi tutti i fascisti si erano rifugiati in Germania, così come anche la famiglia Mussolini e la famiglia Ciano. I fascisti presenti in Germania insieme ai nazisti avevano tutte le intenzioni di ridar vita al fascismo. I tedeschi erano d'accordo su tutto meno sul nome del capo di questo nuovo fascismo. Farinacci fece di tutto per attirarsi le simpatie dei tedeschi, non sapendo che lo stesso Hitler lo odiava e addirittura aveva pensato di fucilarlo, perché lo aveva scambiato per il «traditore» numero uno, Dino Grandi. Goebbles scriverà sulle figure e i nomi del neofascismo «sono troppo poco importanti».
Il colpo di scena si ebbe il 14 settembre 1943: Mussolini venne liberato grazie ad un reparto delle SS. Le foto di questo avvenimento sono eloquenti; il Duce era un uomo stanco, invecchiato, vestito blu con un cappello «borghese» in testa. Addosso ha un cappotto blu scuro di molte taglie più grande, la mascella volitiva che per molti anni aveva caratterizzato il mito del Duce era scomparsa, il viso scavato. L'aereo su cui salì Mussolini, un Heinkel, raggiunse Vienna dove ci fu l'incontro con Hitler. Durante questo incontro Mussolini poté riabbracciare nuovamente anche il figlio Vittorio, che in seguito scrisse: «Scese mio padre dall'aereo accennando un sorriso, salutando romanamente. Sul capo un cappello nero a cencio. Il volto pallido e l’aspetto malato. Era magro e stanco. Provai un profondo sentimento di pena e anche di ira.»
Hitler invece era raggiante e già intravedeva una nuova fase per il fascismo.
-
La Resistenza e la Repubblica di Salò - appunti storia contemporanea
-
Storia economica
-
Storia moderna
-
Storia moderna