Storia moderna, lezione 2
La corte e la sua evoluzione storica
Riprendendo e ribadendo la diversa prospettiva con cui gli storici hanno incominciato a considerare questo argomento e questa realtà multiforme perché ha aspetti politici, economici, culturali, artistici e anche religiosi, si potrebbe considerare la corte come una struttura fondamentale per comprendere la società di antico regime e come questa si è organizzata.
Cosa importante sottolineata è il cambiamento di prospettiva. Sé per gli storici liberali dell’Ottocento e poi per gran parte del Novecento, la corte rappresentava in un certo senso una scoria del processo di modernizzazione, che tendeva quasi necessariamente alla creazione dello stato moderno, razionale, centralizzato, organizzato. La si definisce scoria, perché veniva ritenuta una realtà necessaria in questo processo, ma che era giustamente abbandonata e messa in secondo piano, perché quello che importava a questi storici era di sottolineare i processi di razionalizzazione amministrativa, di burocratizzazione, di centralizzazione del potere; tutti i processi che sembravano anticipare, in un certo senso profetizzare, la forma di stato liberal – democratico, dello stato moderno.
Legata a questa considerazione svalutativa della corte c’era anche un giudizio eticamente negativo nei confronti di questa realtà, che veniva considerata una realtà non solo gestita in modo autoritario e gerarchico, ma anche una realtà corrotta, perché favoriva lo spreco, il lusso. Queste caratteristiche della corte contrastavano con gli ideali che erano alla base del pensiero e dell’ideologia liberale, sia da punto di vista politico che economico, e con quelli di coloro che erano stati gli antenati del liberalismo e cioè gli illuministi settecenteschi, i quali compiono una serie di critiche molto forti nei confronti della corte.
La corte nel Settecento
Siamo ormai nel Settecento, un periodo in cui la corte come organizzazione e struttura di antico regime si trasforma e sta anche decadendo nella sua funzione. Da qui il concetto di corte come luogo che non esalta i valori ma anzi li corrompe; si crea un topos letterario (modello). La corte è vista quindi come luogo ideale dei cattivi costumi, che favorisce la corruzione morale, perché è il luogo delle trame di potere; il luogo non della verità ma della menzogna.
C’è un’opera di G. Verdi “Rigoletto” – ambientata in una corte italiana del Rinascimento che è la corte dei Gonzaga di Mantova in cui c’è un’aria molto famosa che inizia con Cortigiani Vil Razza Dannata; il cortigiano sarebbe una specie di uomo corrotto che ha ad uso a tramare a non dire mai la verità.
La visione del XX secolo e Norbert Elias
Nel XX secolo questa idea della corte come scoria di modernità e come luogo corrotto, dal punto di vista morale, è ripresa dalla storiografia sia di destra che di sinistra; sia la storiografia conservatrice, sia quella di matrice marxista. La corte viene considerata solamente una tappa necessaria del processo dell’assolutismo, una fase di transizione, brutta ma necessaria del processo verso la modernità.
La tendenza attuale è quella invece di considerare la corte come una realtà molto più complessa; un centro di potere che ha visto in gioco da una parte il sovrano, dall’altra i ceti egemoni della società, soprattutto la nobiltà, in un confronto che non è un confronto di subordinazione ma di tipo mutualistico. Cioè sono due poteri dello stato e del sovrano e della nobiltà che si confrontano e si condizionano a vicenda.
La strada per un’interpretazione più moderna della corte è stata aperta da uno studioso tedesco che si chiamava Norbert Elias. Sociologo più che storico; si spiega con ciò una caratteristica delle sue interpretazioni e cioè la tendenza a fornire modelli e generalizzazioni, modelli che valgano come delle leggi che tralasciano però le situazioni particolari.
Tuttavia questo studioso tedesco ha inaugurato un nuovo filone di studi sulla corte attraverso una serie di opere, che lui ha iniziato a scrivere a partire dagli anni 30 del Novecento ma che sono state pubblicate a partire dagli anni 60. Elias è uno di quei tanti studiosi tedeschi di nazionalità ebraica che, con l’affermazione del nazionalsocialismo, è costretto ad emigrare negli Stati Uniti.
Le opere di Norbert Elias
Le opere che a noi interessano, sono due:
- La società di corte;
- Il processo di civilizzazione.
Ne La società di corte, ma anche ne Il processo di civilizzazione, Elias individua la corte come una struttura fondamentale nell’evoluzione della società europea di antico regime; un microcosmo sociale di importanza rilevante, assoluta. Vede la corte sia come un momento fondamentale del processo di modernizzazione, di trasformazione della società nel senso moderno, riprendendo in tal senso l’interpretazione degli storici liberali, sia soprattutto come uno strumento che ha favorito la trasformazione sociale del ceto nobiliare; trasformando quello che era una casta di guerrieri in una classe di cortigiani, di gentiluomini.
Qui si lega un'altra opera, che è Il processo di civilizzazione, che è un’interpretazione dello sviluppo della civiltà europea nel senso illuministico di trasformazione dei costumi. Elias dice che la civilizzazione interessa la nobiltà feudale, che si trasforma in una classe di aristocratici non più legati alle attività guerriere, ma alle attività di corte e di governo, ingentilendo anche i costumi; la trasformazione del guerriero in gentiluomo che ha caratteristiche tutte sue.
Il concetto di corte nella storia moderna
La corte è vista come stadio di trasformazione e di sviluppo dello stato assoluto, che segna il passaggio tra il mondo medievale, che ha queste caratteristiche di essere un mondo feudale, decentralizzato e gerarchico, a un mondo moderno. La prospettiva che realizza può essere brevemente sintetizzata: al feudale si oppone il democratico; al decentralizzato il centralizzato; al gerarchico l’egualitario.
In questo senso la corte e il sovrano agisce in modo livellatore, cioè smussa quella che era l’egemonia della nobiltà a favore di una maggiore omogeneizzazione sociale.
Ora sé da un lato Elias ha aperto la strada, nel senso che ha tirato fuori, per così dire, la corte dallo “sgabuzzino”, in cui era stata messa dagli storici precedenti che la consideravano come una sorta di non valore; dall’altra parte ripropone anche lui la tesi della corte come strumento di disciplinamento sociale e di controllo della nobiltà.
Questa accentuazione è derivata dal fatto che Elias concentra la sua attenzione soprattutto su un modello, un modello storicamente importante ma tuttavia isolato, cioè Versailles. Lui si basa sullo studio di Versailles, cioè della corte di Luigi XIV, e soprattutto sulla testimonianza degli scrittori francesi, che conobbero quella realtà, in particolare di quel nobile che si chiamava Saint Simon che aveva lasciato diversi volumi di memorie in cui descriveva la vita di questa corte.
Il fatto di essersi concentrato sullo studio della realtà francese, lasciando perdere altre realtà, non consente di compiere ad Elias un discorso di carattere comparativo; non mette a confronto diverse realtà. Nell’Europa moderna non esisteva solo il modello francese, la corte francese seppure importante non era l’unica. Esistevano altre realtà in cui i processi e le condizioni erano diversi.
Quindi una critica generale mossa nei confronti di Elias è stata quella di tendere alla generalizzazione, alla costruzione di un modello piuttosto che tener conto delle differenze; differenze che sarebbero emerse se lui avesse fatto una comparazione tra le varie realtà. Ciò nonostante l’importanza di Elias è fondamentale in quanto è un pioniere di quel filone storiografico che ha posto la centralità sul tema della corte, che era stato dimenticato e negletto e veniva considerato una sorta di tabù storiografico prima; gli storici che si occupavano della corte erano “snobbati” in quanto si occupavano dello studio di un argomento di secondo ordine rispetto ad altri processi importanti da studiare.
Elias quindi riporta l’attenzione sulla corte anche se non riesce a liberarsi dell’eredità liberal – democratica che vede nella corte un qualcosa di negativo, seppur necessario. Noi abbiamo concluso che la corte è invece un’entità multiforme, in cui i rapporti sociali sono molto articolati al cui interno la nobiltà non perde la sua funzione e la sua importanza politica.
Riconsiderazione del concetto di assolutismo e stato moderno
Dobbiamo anche dire che negli ultimi cinquanta anni la stessa nozione di assolutismo e di stato moderno sono state messe in discussione, a partire da un importante congresso degli storici europei fatto nel 1955; c’è tutto un revisionismo che riguarda questi due concetti. In tal senso, per esempio, si ha adesso un’idea di assolutismo molto meno assoluto, il potere del Re non era come lo descrivevano i teorici della monarchia secondo cui il re decideva e tutto veniva eseguito, ma le direttive regie di governo erano condizionate da tutta una serie di fattori.
Lo stesso concetto di stato moderno e di modernità è stato riconsiderato. Quando inizia la modernità? Che cos’è? Quali sono i processi che si svolgono in Europa e che hanno determinato l’inizio della modernità? È la trasformazione dello stato nel senso centralizzato, burocratizzato, che segna il cammino della modernità o sono invece altri fenomeni non di tipo politico, ma di tipo anche cultural – religioso? Oppure sono le riforme religiose del Cinquecento che determinano l’inizio della modernità? O sono i processi economici, cioè l’atlantizzazione delle rotte e l’espansione europea, la colonizzazione, la nascita di un protocapitalismo? Sono questi gli elementi che hanno determinato la modernità?
Prima c’era un concetto di modernità che si accentrava sui processi politici; quindi organizzazione dello stato in senso centralizzato. Questa nuova visione della corte è stata favorita quindi, anche da queste nuove prospettive che interessano questi altri processi: il processo di modernizzazione in senso lato, il processo di creazione di nuove istituzioni politiche, che noi chiamiamo per comodità stato moderno. Anche la corte ha beneficiato quindi, di questo cambiamento di orientamento.
Modelli di corte in Europa
Abbiamo detto che una delle critiche mosse ad Elias è stata quella di concentrarsi solo sulla realtà francese e di non tener conto delle differenze esistenti con le altre realtà. Ci possiamo allora interrogare sull’esistenza di un modello di corte e sui caratteri che questa debba avere per essere definita tale e identificata. Quali sono quindi gli attributi generalizzanti che ci permettono di parlare di corte in senso generale per tutta Europa, indipendentemente dalle differenze locali, che noi dobbiamo considerare?
Possiamo tentare delle approssimazioni aiutandoci con l’idea che i contemporanei avevano di questa realtà. Un letterato tedesco, che si chiamava Friedrich Karl von Moser a metà del Settecento, quindi in quella età in cui a un certo punto corte e stato divergono, in sua opera, in cui prendeva in considerazione la realtà delle corti tedesche, realtà molto complessa perché la Germania del Settecento è costituita da molti stati e quindi molte corti anche importanti (principesche, ducali), arriva ad offrire tre attributi che definiscono la corte:
- Il luogo di residenza permanente del sovrano;
- Il luogo dove risiedono organi e ufficiali di governo;
- Il luogo dove i sudditi possano osservare i rituali e i cerimoniali che circondano il sovrano.
Questi tre attributi sottolineano la sedentarietà. Perché ci sia corte, la corte deve essere stabile, deve essere un qualcosa che si vede, un luogo ben preciso, che ha anche caratteristiche architettoniche di palazzi e di edifici.
La sedentarizzazione delle corti
Abbiamo visto in precedenza come il passaggio nello sviluppo delle monarchie dalla fase itinerante alla fase di sedentarietà sia un passaggio che si completa nel Cinquecento e che diventa fondamentale perché si affermi una realtà come la corte; abbiamo visto anche come gli stessi contemporanei la considerino tale.
Gli aspetti che individuano la corte hanno in comune l’unità di luogo in cui si svolgono: Il re vive lì; lì ci sono gli organi centrali di governo e i funzionari; in questo luogo avvengono le cerimonie che riguardano il sovrano. Quindi la sedentarietà prende il posto del movimento (itineranza), si tratta di un fattore molto importante, che si realizza pienamente nel Cinquecento. Per esempio, anche la monarchia francese fino alla metà del Cinquecento era una monarchia itinerante, perché il sovrano non risiedeva solo a Parigi, ma aveva delle residenze in tutta la Francia.
La sedentarizzazione è un processo che contraddistingue tutte le corti europee, anche sé alcune monarchie continueranno ad avere diverse residenze. Per esempio la corte prussiana continuerà ad avere anche nel Settecento due residenze oltre la capitale Berlino, e cioè Kleves e Koenigsberg. In questo panorama Versailles con la sua tipologia di corte staccata dalla città (Versailles è fuori Parigi) rappresenta più un’eccezione che una regola, nell’Europa delle corti, perché altre grandi monarchie hanno la loro sede in città, non stanno fuori. La monarchia inglese ha la sua sede a Londra, anche sé in determinati palazzi che sono simbolo della corona, la monarchia spagnola a Madrid e la monarchia austriaca a Vienna.
La storia di Vienna come capitale è un po’ particolare in quanto Vienna per molto tempo è stata una città di frontiera; fino alla fine del Seicento è stata costantemente sotto il pericolo del invasione turca. L’ultimo assedio da parte dei turchi a Vienna è del 1680 circa. Occorre ricordare che l’espansione ottomana arriva fino all’Ungheria, fino a Budapest. Budapest, città attraversata e divisa dal Danubio, è stata per moltissimo tempo da una parte cristiana e dall’altra ottomana. Una città divisa in due. Quindi Vienna assume le caratteristiche di capitale molto tardi a partire dalla fine di Seicento e poi soprattutto nel Settecento perché è una città costantemente minacciata dai nemici esterni.
Il fatto che la corte diventi sedentaria determina anche che nella città che il sovrano sceglie come sede si venga a costituire uno spazio regio, una area della città che mostra l’impronta della presenza del sovrano; una presenza fisica perché in questa area si costruisce la residenza. Il fatto che la monarchia diventi sedentaria modella, in questo caso, il volto della città da un punto di vista urbanistico e architettonico. La città che diventerà capitale è trasformata.
Un esempio di questo si vede in piccolo a Torino dove il centro cittadino è stato rimodellato dai Savoia, una dinastia per metà francese e per metà italiana, che si trasferiscono a metà del Cinquecento. Quindi il fatto che la corte diventi sedentaria determina il rimodellamento della città perché la corte, come diceva von Moser, non comprende solamente il sovrano e la residenza del sovrano, ma include anche i palazzi di governo. Quei palazzi che poi, quando si organizzerà sempre più la struttura di governo autonoma dalla corte, diventeranno i palazzi in cui ci saranno i tribunali, la camera dei conti, gli uffici finanziari, gli archivi. Questa presenza del palazzo del sovrano e dei palazzi del governo fa sì che l’osservatore esterno abbia sempre la percezione della presenza dell’autorità sovrana.
L'impatto della sedentarizzazione sullo sviluppo urbano
L’assetto urbano quindi, viene usato come strumento per affermare la presenza e come uno strumento di propaganda dell’autorità sovrana. Il fatto che il sovrano si stabilizzi e realizzi la propria residenza induce anche altri ad imitarlo, nella fattispecie la nobiltà, che da nobiltà di campagna si trasforma, indotta a seguire il sovrano in città, e costruisce palazzi. Torino in tal senso rappresenta un modello interessante. A partire dalla fine del Cinquecento e poi per tutto il Seicento, famiglie nobili della feudalità costruiscono i propri palazzi in città.
Non solo nobili, ci sono nuovi ceti che vengono coinvolti in questo processo, ad esempio i ceti dei burocrati, dei grandi ministri e degli ufficiali; anche queste famiglie tenderanno ad inurbarsi e dimostrare anche visivamente la loro fortuna sociale costruendo palazzi. All’interno della corte si possono evidenziare altre corti: della consorte, della regina, possono essere la corte della regina madre o della regina vedova, i principi del sangue che sono i figli del sovrano; non solamente i figli legittimi ma anche i figli illegittimi, Saint Simon ricorda che Luigi XIV aveva tutta una serie di figli illegittimi, che in quanto di sangue reale erano presi a corte avevano un loro seguito.
Quando avviene la sedentarizzazione a partire dal Cinquecento fino al Settecento abbiamo una espansione della corte in termini quantitativi; un fenomeno che ha interessato sia corti grandi che piccole. Questo processo di espansione si arresta nel Settecento perché da un lato c’è questa differenziazione fra struttura di governo e struttura proprio di corte, come servizio legato ai bisogni del sovrano e del principe, dall’altra parte c’è questa pressione della società civile e dell’opinione pubblica, che ha come portavoce gli illuministi in Francia, che criticano la corte come struttura che consuma e spreca.
Nella corte privato e pubblico sono fusi, si integrano, sono complementari, e questo lo si vede anche considerando gli spazi del potere, cioè i luoghi dove vengono discussi gli affari di governo che spesso coincidono con gli ambienti privati del sovrano.
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