Estratto del documento

I vescovi e la riforma della chiesa

Le funzioni del vescovo in età post-carolingia (IX-XI secolo)

Fino al XII secolo, era ancora radicata l’ideologia regia basata sulla cooperazione e la protezione delle chiese. La realtà ecclesiastica, a sua volta, favoriva il potere pubblico riservando ad esso la consacrazione della carica: solo i re, a differenza dei dinasti, erano incoronati e riconosciuti. Molti vescovi erano legati alle corone: si ricorda Adalberone di Laon, l’arcivescovo che, dopo aver trascorso una vita politicamente attiva, dedicò al re di Francia Roberto Pio, figlio di Ugo Capeto, un poema in cui viene spiegata la famigerata tripartizione della società dell’epoca, casa terrena di Dio dove vi erano oratores, bellatores e laboratores (uomini, liberi e non liberi, deputati al lavoro manuale ed alla produzione del sostentamento materiale per le più alte classi sociali). Il re doveva tenere uniti i tre ordini grazie alle sue virtù di imago iuventutis e sapientia, ovvero farsi rispettare e disciplinare la popolazione attraverso la spada e l’autorevolezza dei suoi ammonimenti.

Il vincolo tra potere regio e ecclesiastico, restò forte proprio nel momento in cui il potere regio era in crisi politico-amministrativa per via della proliferazione di dinasti e poteri privati, grazie al contributo di alcuni vescovi potenti circondati da vassalli e al nesso ideologico che li legava. Gli enti ecclesiastici detenevano il monopolio culturale che alimentava l’ideologia corrente; in Italia, in Borgogna-Provenza e nella Francia centro-settentrionale, essendo l’episcopio impossibile da patrimonializzare, il re interveniva nell’elezione sia tenendo conto dei suoi interessi politici, sia dell’influenza esercitata su di lui da parte dei chierici a lui più legati. Venivano così eletti i personaggi più fidati, ai quali il re non temeva di concedere potere temporale, a danno dei dinasti. In molti casi, però, come ad esempio nell’Italia di Ottone I, l’accrescimento delle prerogative temporali dei vescovi furono frenate a favore di alcuni laici fedeli al re, come la famiglia lombarda dei Canossa.

Erano soprattutto gli episcopi a cercare sempre più potere per rafforzare la propria potenza locale sfruttando le strutture culturali di cui erano portatori, e dando vita a vere e proprie dominazioni signorili e, facendo leva anche sull’autonomia istituzionale concessa grazie all’immunità, creavano dei modelli di dominazione a base fondiaria concorrente al potere pubblico a cui si ispiravano molti dinasti. Ciò contraddiceva il vincolo ideologico tra il potere regio e l’episcopio poiché teoricamente i vescovi sarebbero dovuti essere custodi di un potere di origine pubblica. Una reciproca influenza, fu conseguente, tra l’episcopio e i dinasti: oggi ci sono giudizi contrastanti riguardo il ruolo delle chiese nella società post-carolingia: è vero che molte chiese, grazie al coinvolgimento nella rete di poteri giurisdizionali privati, allargarono la loro sfera d’influenza in seguito alle ambizioni di alcuni chierici, ma altrettanto forti furono le ambizioni di alcuni potenti laici che approfittarono dell’esercizio dell’avvocazia (tutela di enti e istituzioni ecclesiastiche) per promuovere ma in realtà sfruttare chiese e monasteri.

I vescovi e le città

La personalità del vescovo era legata alla città già dal V secolo e si rafforzò con il connubio con il potere regio in età dei Merovingi, per poi consolidarsi ulteriormente sotto i Carolingi, i quali favorirono la commistione tra il regnum e il sacerdotium inserendo nei distretti comitali città governate da vescovi e concedendo l’immunità agli enti ecclesiastici. L’immunità fu il passo fondamentale per permettere ai prelati di creare una base fondiaria personale tanto in campagna quanto in città. A partire dall’età carolingia, nelle mani dei vescovi si concentrarono prerogative come la riscossione di proventi pubblici (ad esempio i telonea, ossia, tasse sul trasporto e sulla vendita delle merci), la donazione di mura cittadine, l’autorizzazione a erigere fortezze e l’affidamento della giurisdizione pubblica di interi comitati dove il vescovo sceglieva i funzionari a modo suo specie se il capoluogo del comitato coincideva con la sua sede in quanto vescovo.

Dai Carolingi in poi, da quando i vescovi traevano vantaggi dalla loro influenza e potenza nelle città, avviene una vera e propria trasformazione in signorie temporali riconosciute dal re. In campagna, il vescovo era visto in qualità di padrone più che di detentore di potere pubblico: è così che si venne a creare il ceto dei “non liberi”; nelle città, invece, il dinamismo economico e la concezione cittadina di continuità col passato impedì al vescovo di porsi come padrone: i “concives” lo consideravano parte della cittadinanza, il più importante tra i cittadini, ma pur sempre un cittadino e mai un soggetto dotato di potere padronale.

Il caso di Cremona, nel 996, le collettività cittadine, entrarono in contatto con il regno, ottenendo concessioni di beni e proventi lungo il Po, contrastando gli interessi del vescovo: ciò sta a significare la maggior coscienza da parte dei cittadini rispetto alle collettività rurali di fronte al potere vescovile. Ritornando al caso cremonese, il vescovo si oppose revocando la concessione abusiva ma la cittadinanza, guidata dai maggiorenti, riuscì a non farsi sottomettere nonostante l’impero poi, fosse a favore del vescovo. Il potere del vescovo, quindi, funzionava effettivamente se riesce a contemplare sia gli interessi temporali dell’istituzione ecclesiastica, sia quelli della cittadinanza. Egli si trovava a governare su una collettività molto articolata, specie nel caso di Milano, dove, per conflitti interni si delinearono due ceti differenti: i cavalieri, divisi in milites maiores e in milites minores, contrapposti al popolo, composto di artigiani e mercanti. I milites mayores o capitanei divennero vassalli dell’arcivescovo, si occupavano della protezione della città e fondavano il loro potere sulla base patrimoniale fondiaria mentre i minores o valvassori erano vassalli dei milites maiores. A partire dalla seconda metà del secolo XII, lo scontro tra i due ceti di cavalieri, si definì tra entrambi gli ordini di milites e il popolo. Nel caso di Milano, i primi furono costretti ad abbandonare la città per motivi di sicurezza, poi nel 1044 avvenne la pacificazione e la nascita del comune milanese. Ariberto d’Antimiano (arcivescovo in carica dal 1080 al 1045), tentò di favorire i milites ma dovette cedere di fronte all’irruenza di una realtà cittadina ormai complessa e consapevole di sé: la figura del vescovo non poteva più porsi come una signoria incontrastata.

Per quanto riguarda l’ambito rurale, il prestigio religioso e la base economica personale, aggiunti alle concessioni di diritti signorili con i diplomi, permetteva a questi soggetti di formare vere e proprie formazioni coerenti di potere a carattere ecclesiastico, concorrenti con il potere pubblico.

  • Caso di Aquileia: il patriarcato locale riuscì a sfruttare le concessioni regie fino al XIV secolo, sfruttando, ad esempio, le vaste aree circostanti, pian piano bonificate.
  • Caso di Asti: malgrado l’episcopio locale detenesse il districtus (diritto di costringere) sul centro urbano di Asti e dei territori circostanti, la sua potenza territoriale sfumò in seguito alla concorrenza dello stesso centro di cui l’episcopio poteva esercitare il suo potere.
  • Caso di Roma: in seguito alle donazioni del secolo VIII, Roma annoverava l’esarcato di Ravenna, la Pentapoli e i ducati di Roma e Perugia ed era il maggior principato ecclesiastico vivente all’epoca. Il potere temporale dei Papi di fatto era esercitato solo sul Lazio, grazie alla solidarietà con l’aristocrazia locale. Col passare del tempo, soprattutto dopo la protezione carolingia nel IX secolo, la carica fu controllata sempre più dalle aristocrazie; poi intervenne l’Impero. Solo il movimento riformatore dell’XI secolo, restituì il controllo della carica papale agli ecclesiastici e consolidò le forme istituzionali del principato; l’influenza di Roma al di fuori del Lazio era di scarso rilievo, specie a Ravenna, dove l’arcivescovo era autonomo e protetto dal potere imperiale, infatti gli Ottoni, favorirono l’indipendenza fattuale di Ravenna proteggendolo e non di rado, durante i loro soggiorni, assegnavano attraverso i diplomi, interi comitati alla chiesa ravennate. I re e gli imperatori hanno operato in questo modo poiché c’erano numerose forze in gioco: oltre a quelle delle due chiese, erano coinvolte anche quelle delle aristocrazie militari e fondiarie del luogo.
Anteprima
Vedrai una selezione di 3 pagine su 9
Storia medievale - vescovi e la riforma della chiesa Pag. 1 Storia medievale - vescovi e la riforma della chiesa Pag. 2
Anteprima di 3 pagg. su 9.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Storia medievale - vescovi e la riforma della chiesa Pag. 6
1 su 9
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cricetina93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Senatore Francesco.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community