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Storia medievale, triennale

Appunti di storia medievale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Vaglienti dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia medievale docente Prof. F. Vaglienti

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Un punto di non ritorno fu rappresentato, nel febbraio del 624, dalla decisione di Maometto di

sostituire la Mecca a Gerusalemme come punto di orientamento per la preghiera, decisione che

mostrava chiaramente come la nuova religione intendesse radicarsi profondamente nella tradizione

del mondo arabo; contemporaneamente il profeta ne accentuava il carattere esclusivistico,

proclamando che l'unica vera fede era quella che Dio aveva rivelato attraverso di lui e istituendo il

digiuno del mese di ramadan in ricordo della rivelazione, che egli aveva avuto nella notte tra il 26 e

il 27 ramadan (notte venerata dai musulmani come “notte del destino”).

Il pensiero di Maometto non ebbe da lui una sistemazione definitiva, ma fu fissato nel libro sacro

del Corano una ventina di anni dopo la sua morte (632), per volontà del califfo Othman e ad opera

di Zaid ibn Thabit, che era stato segretario del profeta; la lingua adoperata fu quella comunemente

usata dai poeti arabi, diffuso in una vasta area comprendente non solo l'Arabia ma anche la Siria e la

Mesopotamia ed era compresa sia dai nomadi che dai sedentari.

I pilastri della religione sono:

doppia professione di fede

­ la (shahada) “Non c'è altro Dio che Allah e Maometto è il suo

inviato”; la prima, nel proclamare l'unicità di Allah, distingue radicalmente l'Islam dal politeismo, la

seconda lo distingue dalle altre religioni monoteistiche, e in particolare dall'ebraismo e dal

cristianesimo; la profezia di Maometto è infatti la più perfetta e Dio non ne invierà altre, per cui il

credente che abbandona l'Islam si macchia di una colpa gravissima, punibile con la morte.

La doppia professione di fede spiega anche il diverso trattamento riservato ai non credenti caduti

sotto la dominazione islamica: devono convertirsi o essere messi a morte, se pagani e politeisti;

possono conservare la loro fede, sottoponendosi però al pagamento di un'apposita imposta e

rinunciando ad ogni forma di proselitismo, se appartenenti a una religione monoteista rivelata in un

libro sacro. preghiera,

­ il secondo pilastro la per chiedere a Dio perdono e benedizione, che si recita in due

modi, ma sempre con il viso rivolto verso la Mecca: in forma individuale cinque volte al giorno

richiamo del muezzin, in un edificio consacrato al culto o uno spazio qualsiasi isolato dal suolo da

un tappeto, e in forma comunitaria, in una moschea, il venerdì a mezzogiorno.

La preghiera del venerdì, che è seguita dal sermone dell’iman (direttore della preghiera), allo scopo

di mantenere vivo tra i credenti lo spirito comunitario e di riaffermare la loro uguaglianza davanti a

Dio. ramadan:

­ il terzo pilastro è il nell'intero mese, consacrato alle pratiche di devozione, alla lettura e

all'approfondimento della fede in generale, è proibito dall'alba al tramonto bere, mangiare e avere

rapporti sessuali; il divieto non vale durante la notte.

­ quarto dovere fondamentale del credente è, a patto che ne abbia le possibilità materiali, il

pellegrinaggio alla Mecca, almeno una volta nella vita: pellegrinaggi o che si svolge in un'epoca

precisa e secondo un rito minuzioso.

­ il quinto pilastro è l'elemosina legale o di purificazione (zakah), diversa dall'elemosina volontaria

ed equivalente a un decimo del reddito.

A questi cinque pirati di alcuni musulmani ne aggiungono un sesto, la guerra santa (jihad); essa

indica non soltanto la guerra vera e propria per diffondere l'Islam nel mondo intero e per difendere

il territorio dagli attacchi degli infedeli, ma anche la lotta che ogni credente deve condurre contro se

stesso e le sue cattive inclinazioni. I successori di Maometto fecero del jihad un uso strumentale,

lanciandogli arabi alla conquista del mondo e alla conversione degli infedeli.

Il Corano dovrebbe dare una risposta a qualsiasi interrogativo umano, ma ben presto fu chiaro che

questo non era possibile; si fece ricorso perciò anche alla sunna, cioè alla tradizione relativa al

comportamento tenuto da Maometto in alcune particolari circostanze; questa tradizione, raccolta dai

suoi più diretti discepoli, era destinata a diventare una delle basi fondamentali del diritto

musulmano. 32

Il messaggio di Maometto dava a quel mondo una configurazione completamente nuova, superando

l'esasperato particolarismo di carattere tribale e organizzandolo, in nome di una nuova fede, intorno

a un'autorità centrale, che era temporale e religiose insieme.

A Medina, egli si fece costruire una casa, che divenne anche luogo di preghiera e di riunione,

riuscendo a raccogliere intorno a sé gran parte degli abitanti della città, a eccezione degli ebrei; nel

frattempo, i ripetuti attacchi alle carovane che si muovevano tra la Mecca e la Siria e l’Egitto

costituivano una seria minaccia al commercio dai Meccani e facevano crescere continuamente il

prestigio di Maometto.

Di qui la reazione dei quraishiti che dovrebbero prima accettare una tregua e consentire nel 629 a

Maometto di fare il pellegrinaggio alla Kaaba, e poi avvicinarsi a lui, convertendosi all'Islam e

aprendogli alla fine le porte della città; da allora crebbe di continuo il numero delle tribù beduine

che si convertirono o si allearono semplicemente, accettando di pagare un tributo.

Intanto l'aggressività e il dinamismo delle tribù arabe venivano indirizzati verso obiettivi sempre più

lontani, fino a lambire i confini dell'impero bizantino; alla sua morte, avvenuta nel 332 a Medina, al

ritorno da un pellegrinaggio alla Mecca, sorsero contrasti tra i suoi seguaci per la designazione di un

“sostituto” (khalifa, califfo); questi avrebbe dovuto reggere la comunità (umma) non sulla base di

un suo ruolo profetico, ma secondo lo spirito di Maometto, non essendo concepibile l'esistenza di

altri profeti dopo di lui.

La scelta cadde su Abu Bakr, tuttavia alcune tribù beduine non riconobbero la sua autorità,

riprendendo la loro autonomia e abbandonando anche l’Islam, mentre la situazione generale si

complicava con la comparsa di altri profeti; il califfo reagì con energia, ristabilendo in meno di un

anno il suo controllo su tutta la penisola arabica e lanciando già nel corso dei 633 le sue truppe in

direzione del Iraq, e, l'anno dopo, verso la Siria.

La sua scomparsa nel 634 riaprì la spinosa questione della successione, che fu risolta attraverso

l'elezione, da parte della comunità musulmana, di membri del ristretto gruppo dei parenti e dei primi

compagni del profeta; la tensione culminò in vera e propria rottura (fitna) con l’ascesa al califfato di

Ali, genero di Maometto, il quale, sentendosi poco sicuro in Arabia, stabili la sua sede a Kufa, nel

basso Iraq. Deposto sulla base di una sentenza che lo ritenne colpevole dell'assassinio del suo

predecessore Othman, si mantenne in armi con i suoi seguaci, che furono detti “sciiti”, cioè “il

partito” (shi’a) di Ali, contrapposto alla maggioranza dei musulmani ortodossi, detti “sunniti”.

La sua morte violenta nel 661 segnò, con la fine del califfato elettivo, anche l’avvio per la giovane

comunità musulmana di una nuova fase storica, caratterizzata dal superamento del regime teocratico

fondato sul Corano e sulla sunna, e dall'adozione di forme organizzative più complesse.

Le lotte per la successione profeta non solo non avevano frenato lo slancio espansivo della

comunità musulmana, ma anzi lo avevano esaltato; il risultato fu che in poco più di vent'anni

l'impero persiano fu completamente spazzato via e quello bizantino amputato di gran parte

dell'Africa del Nord e della Siria.

All’origine di questi strepitosi successi ci fu anche la debolezza dei persiani e dei bizantini, che si

erano combattuti a lungo tra di loro senza esclusione di colpi; al che si aggiungevano, nel caso dei

bizantini, i contrasti interni di natura religiosa e l'eccessiva pressione fiscale, per cui egiziani e

siriani finirono con l'accogliere gli arabi come liberatori.

Con la conquista di così vasti territori, fu subito chiaro che all'uguaglianza teorica di tutti i

musulmani, prevista dal Corano, corrispondeva una realtà ben diversa; i primi compagni di

Maometto e successivamente i capi delle tribù e dei clan che si erano uniti a lui acquisirono infatti

un ruolo egemone. A questo è da aggiungere che dopo la scomparsa di Maometto ci fu una ripresa

di vitalità dei clan familiari, che il profeta era riuscito a ridimensionare in nome della comunanza di

fede e della comune sottomissione a lui. 33

Rispetto ai musulmani arabi, i quali facevano parte delle tribù, i non arabi convertiti all'islamismo,

non essendo in esse inseriti, vennero a trovarsi su un piano di inferiorità, in quanto soggetti

(mawali, clienti) alla protezione di un capo tribù; la situazione cambiò tuttavia gli inizi dell’VIII

sec, quando, per esigenze di carattere militare legati a nuovi progetti espansionistici, fu consentito il

reclutamento di mawali, pagati con regolare stipendio. Sia i musulmani arabi sia i nuovi convertiti,

a loro volta, formavano comunità distinte rispetto alle popolazioni sottomesse.

Per il governo dei territori conquistati fu necessario provvedere a un apparato amministrativo, che

fu in buona parte quello ereditato dalle precedenti dominazioni bizantine e persiane, per cui in

genere rimasero al loro posto i vecchi funzionari; ad essi si sovrapposero agli esponenti della nuova

amministrazione araba.

A capo di ogni provincia fu posto un governatore (amar, emiro), assistito da un corpo di guardia

nonché da un giudice e da un responsabile del diwan, cioè dell'apparato finanziario, che

amministrava non sono gli introiti dei bottini di guerra, ma anche le entrate regolari, costituite dalle

tasse pagate dagli infedeli e dalle elemosine, volontarie e non, versate ai musulmani.

Si assistette al rafforzamento del ruolo del califfo che tendeva, sul modello bizantino e persiano, a

dare stabilità al suo potere, e quindi a trasmetterlo ereditariamente; una forte spinta in tale direzione

si registrò già sotto il governo del terzo califfo elettivo, Othman, del clan degli Omayyadi, il più

potente all'interno dell'aristocrazia quraishita della Mecca.

Egli si appoggiò ai membri del suo clan, di cui favorì l’ ascesa ai vertici dell'amministrazione dello

Stato e nello stesso tempo si volse anche ad allargare la base del suo potere, creando, attraverso

l'assegnazione di terre guerrieri arabi stanziati nei territori occupati, una vasta clientela politica,

legata a sé e alla propria famiglia. E fu proprio appoggiandosi ad essa che gli Omayyadi tornarono

al potere nel 660 con Muawija, il quale depose Ali e diede inizio a una lunga serie di califfi

omayyadi.

La stabilizzazione del potere nell'ambito della dinastia regnante, che dalla forza stessa delle cose

veniva spinta ad accentuare l'aspetto politico della funzione del califfo rispetto a quello religioso,

coincise con la ripresa del movimento espansivo e con il rafforzamento dell'apparato statale, che si

tentò di rendere uniforme in tutti territori conquistati.

Mentre la capitale veniva trasferita a Damasco, in Siria, particolare attenzione veniva dedicata

all’Iraq, dove gli sciiti si mantennero a lungo in armi, minacciando l’unità dell'impero; ma non

erano solo le tribù sciite a dar vita a frequenti tentativi di rivolta: episodi di insofferenza si

registravano, infatti, un po' dovunque, tranne evidente che l'accettazione dell'Islam non aveva fatto

sparire del tutto il tradizionale spirito di clan; ciò nonostante gli Omayyadi riuscirono ad esercitare

una fortissima spinta espansiva in tutte le direzioni.

Il primo obiettivo fu Costantinopoli; nello stesso tempo fu ripresa l'espansione in direzione

dell'Africa settentrionale, che in meno di cinquant'anni fu interamente conquistata fino alla costa

atlantica, nonostante l'accanita resistenza dei bizantini e dei berberi. Convertitisi rapidamente

all'islamismo, mantennero tuttavia un forte spirito di autonomia, aderendo al movimento dei

Kharigiti, i quali contestavano l'ereditarietà del potere califfale e rivendicavano l'uguaglianza di tutti

i musulmani.

Nel 711 poi gli arabi passarono le colonne d'Ercole, approdando sul promontorio che fu chiamato

Gebel el­Tarik (Gibilterra), dal nome del comandante dell'esercito musulmano; conquistata la

Spagna (al­Andalus) in soli cinque anni grazie ancora una volta la buona accoglienza della

popolazione locale, gli invasori passarono in Gallia.

Qui, pur essendo stati sconfitti nel 732 a Poitiers, mantennero per qualche anno il controllo della

Provenza della Linguadoca, ritirandosi poi in Spagna, dove era in atto una rivolta dei contingenti

berberi.

Intanto i califfi omayyadi lanciavano un'altra grandiosa offensiva in direzione dell'Asia centrale e

dell'India, raggiungendo nel 710­14 il bacino dell’Indo a sud e quello del Syr­Daria a nord; in Asia

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centrale però, più che altrove si rivelò difficile la convivenza dei nuovi convertiti con i dominatori

arabi, che concentravano nelle loro mani la proprietà delle terre, per cui scoppiarono violente

rivolte, destinata a rivelarsi fatali per la dinastia omayyade.

La situazione precipitò nel 747 in seguito a un'insurrezione armata promossa dagli Abbasidi, che si

ritenevano legittimi successori di Maometto in quanto discendenti di al­Abbas, suo zio paterno;

impadronitisi del potere con l'appoggio degli sciiti e ucciso l'ultimo califfo omayyade, spostarono il

centro dell'impero dalla Siria all’Iraq.

Qui al­Mansur, il vero artefice del successo della dinastia abbaside, fondò nel 762 la nuova capitale,

Baghdad; nello stesso tempo fu avviata una riorganizzazione dello Stato sul modello

dell'assolutismo monarchico di stampo orientale. Ad esso aderiva la nuova configurazione del ruolo

del califfo, considerato dagli Abbasidi non più vicario di Maometto, ma rappresentante di Dio in

terra e, come tale, non al di sopra dei comuni mortali; il potere effettivo finiva concentrando quindi

nelle mani di potenti funzionari, tra cui il visir, al quale faceva capo all'amministrazione centrale

dello Stato con la sua complessa gerarchia di funzionari, ora reclutati non più soltanto tra gli arabi,

ma anche tra i mawali, soprattutto iraniani.

L’esercito perse la precedente struttura di carattere tribale, risultando ormai formato in misura

sempre maggiore la mercenari non arabi, iraniani, berberi, ma soprattutto turchi; concepito come

strumento di potere nelle mani dei sovrani, passa in effetti sotto il controllo dei capi militari (amir)

che acquistarono un ruolo via via crescente. Le nuove forme di reclutamento sia dei funzionari sia

degli eserciti si inserivano, a loro volta, in un più ampio processo evolutivo, tendente a ridurre il

predominio degli arabi e ad affermare l'uguaglianza davanti allo Stato di tutti i musulmani,

considerati parte di una sola grande comunità, di cui califfo, che portava il titolo di amir almuminin

(capo dei credenti), era la guida.

Espressione e stesso tempo potente fattore di unità religiosa e culturale si rivelò la lingua araba; essa

fu non soltanto il principale mezzo di comunicazione tra i tanti popoli entrati a far parte del mondo

musulmano, ma anche la lingua della cultura che si sviluppò in campi nuovi; al contrario l'arte non

sembra aver conosciuto nell'età degli Abbasidi lo splendore raggiunto al tempo degli Omayyadi, al

quale risalgono i monumenti più insigni dell'architettura arabo musulmana sia religiosa sia civile.

A questa fioritura nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti si univa, e ne costituiva anzi il

presupposto materiale, un grande slancio anche sul piano economico, di cui beneficiarono non

soltanto le regioni del mondo islamico, ma anche quelle che con esso erano in contatto; il principale

settore produttivo era, come dovunque nel medioevo, quello agricolo: in esso si registrarono

notevoli cambiamenti sia in riferimento al regime della proprietà, che si andrà concentrando nelle

mani di militari, funzionari dello Stato e commercianti, sia nell'ambito delle tecniche agrarie.

Uno stimolo assai forte al mondo agricolo veniva dalle città, che ripresero e accentuarono ancora di

più il ruolo centrale che avevano svolto nel mondo ellenistico romano; non soltanto, infatti, furono

fondate nuove città, ma sia le vecchie sia le nuove ebbero un notevole incremento demografico,

diventando sedi di attività produttive e commerciali nonché di vita intellettuale, a un livello del tutto

sconosciute l'Occidente.

Allo sviluppo dell'artigianato si aggiunse, assumendo ben presto una posizione dominante, quello

del commercio; questo trasse nuovo impulso dalla nascita di grandi centri di consumo e di scambi,

ma contribuì a sua volta farne crescere altri, come Alessandria d'Egitto.

La formazione di grandi proprietà e l'esodo rurale in direzione le città avevano reso altamente

produttivi gli investimenti nelle zone suburbane dove, grazie a nuove tecniche agricole e al lavoro

di salariati e di schiavi, era possibile realizzare grosse eccedenze produttive da destinare al mercato

cittadino.

Un mondo come quello arabo musulmano rivelava al suo interno elementi di debolezza che ne

avrebbero di lì a non molto minato la stabilità è l'unità; innanzitutto l'aumento della ricchezza aveva

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accentuato gli squilibri sociali all'interno del mondo musulmano, anche se tendeva ad attenuarsi la

distinzione tra arabi e non arabi.

Il fenomeno dei progressi notevoli dell'agricoltura araba era concentrato fondamentalmente nelle

zone suburbane: il mondo agricolo nel suo complesso era invece alle prese con problemi

drammatici, quali la mancanza di acqua e la scarsità di manodopera, per cui un peggioramento delle

condizioni climatiche o uno sconvolgimento di natura politico militare poteva provocare effetti

catastrofici.

Non furono però questi squilibri di carattere strutturale a mettere in crisi l'impero abbaside, ma fu

piuttosto l'insorgere di fortissime spinte autonomistiche, alla base delle quali c'erano non soltanto

motivazioni di carattere etnico e religioso, ma anche ambizioni di governatori locali e rivalità

all'interno della dinastia regnante.

All’inizio, inoltre, la formazione di dinastie locali di emiri non mise formalmente in discussione

l'unità dello Stato, dal momento che fu sempre riconosciuto l'altro dominio del califfo; tuttavia già

agli inizi del X sec, le tensioni interne al mondo islamico si fecero più acute: il additano di califfo fu

rivendicato sia dalla dinastia dei Fatimi, i quali, atteggiandosi ad alfieri dello sciismo, avevano

acquisito il controllo di gran parte dell'Africa del nord nonché dalla Siria e della Palestina, sia

dall'emiro di Cordova.

Tentativi di secessione si registrarono anche nella parte centro­orientale dell'impero arabo (Iraq,

Iran, Afghanistan), soggetta alla pressione di tribù turche, spinte verso occidente dai cinesi e dai

mongoli; i turchi furono però ben presto accolti nell'esercito come mercenari, islamizzandosi e

diventando il sostegno principale della dinastia abbaside.

Questa, tra XI e XII sec, fu così addirittura in grado di intraprendere tentativi espansionistici in

direzione del mondo cristiano, riuscendo poi a mantenersi al potere fino al 1258, quando Baghdad

fu messa a ferro e fuoco dalle orde mongole di Hulagu Khan.

Circa le varie formazioni politiche che nascevano e si disfacevano continuamente all'interno del

mondo islamico, dobbiamo citare innanzitutto al­Andalus, vale a dire la parte centro meridionale

della Spagna e Portogallo di oggi, un territorio quindi molto più vasto dell'attuale Andalusia;

divenuta nel 756 un emirato praticamente indipendente dal governo di Baghdad e nel 929 un

califfato, la Spagna musulmana giunse in poco tempo una grande prosperità economica e un livello

assai alto di civiltà.

Sul finire del X sec la capitale Cordova poteva rivaleggiare con Baghdad, non soltanto come centro

di traffici commerciali, ma anche sul piano artistico e letterario; è questo il periodo in cui fu

realizzata anche una politica espansionistica ai danni sia dei cristiani del nord, ai quali nella 997 fu

tolta Santiago di Compostela, sia dei berberi musulmani del Marocco e dell'Algeria occidentale. Il

ritorno offensivo dei cristiani e l’esplodere di conflitti interni misero in crisi il califfato omayyade,

che scomparve nel 1031, frantumandosi in una serie di piccoli Stati.

Il processo di disgregazione politica fu interrotto dagli Almoravidi, una dinastia berbera che, dopo

essersi imposta in Marocco in nome del ritorno alla stretta osservanza delle prescrizioni del Corano,

nel 1086 e stese il suo dominio anche sulla Spagna; dopo aver inflitto ai cristiani del nord ripetute

sconfitte, fu a sua volta soppiantata da un'altra dinastia berbera, quella dei Almohadi che, anch'essa

in nome del ritorno all'islamismo puro, tra il 1139 e il 1147 inglobò il dominio dei Almoravidi in un

vasto impero, e steso dalla costa atlantica del Marocco alla grande Sirte (Libia).

Una storia non meno brillante visse contemporaneamente l'Egitto ad opera della dinastia dei Fatimi,

il quali crearono un califfato autonomo, e stendendo il loro dominio su tutto il Maghreb e sulla

Sicilia; alla prosperità del paese contribuirono anche i cristiani, ma soprattutto gli ebrei, che

godettero di piena libertà di culto e potettero svolgere indisturbati le loro attività, grazie alle quali il

Cairo, fondata appena nel 969, divenne già agli inizi del secolo seguente il più grande centro

commerciale dell'epoca. 36

Dobbiamo quindi parlare dalla Sicilia, contro la quale gli arabi, muovendo dalla costa africana,

operarono incursioni fin dal 625, ma con maggiore frequenza dopo il loro insegnamento in Ifriqiya

(l'attuale Tunisia); un'operazione di conquista vera e propria fu avviata solo nell'827, ad opera della

dinastia degli Aghlabiti, i quali avevano ottenuto nell'800 dal califfo Harun al­Rashid di trasformare

in ereditario all'emirato di Ifriqiya.

Nell’840 venne completata la conquista della Sicilia occidentale; l'insorgere di violenti contrasti tra

arabi e berberi creò per qualche decennio una situazione di stallo, se non di vero e proprio caos, di

cui però i bizantini non furono in grado di approfittare.

Così, alla ripresa delle ostilità si ebbe la conquista, prima, di Siracusa, della placenta 78 e poi di

quasi tutto il resto dell'isola; costituitasi in emirato indipendente sotto la dinastia dei Kalbiti, l'isola

conobbe per circa un secolo un periodo di floridezza e di benessere, di cui era espressione il rigoglio

della vita urbana. Il livello assai alto dell'agricoltura siciliana non fu però raggiunto solo in ristrette

aree suburbane, ma nel complesso dell'isola; crebbe pertanto, fortemente la produzione di grano,

frutta, ortaggi, cotone e canapa, prodotti tipici dell'agricoltura siciliana, che alimentarono una forte

esportazione sia verso l'Africa sia verso il mondo cristiano; ma furono introdotte anche nuove

colture, come quelle degli agrumi, dei gelsi, della palma da dattero e del papiro.

La Sicilia però non era fiorente solo di traffici e di attività produttive, ma anche di studi, sia quelli

tradizionali di diritto e di interpretazione del Corano e della sunna, sia quelli sviluppatisi più di

recente, quali la filologia e la storiografia; un posto di particolare rilievo ebbe sempre la poesia.

I due secoli e mezzo di dominazione arabo musulmana lasciarono nell'isola un'impronta

evidentissima almeno fino al pieno 200; destinata ad attenuarsi in seguito, questa impronta non

scomparve del tutto.

L’espansione dell'Islam non creò una frattura netta nella storia del Mediterraneo, infatti

continuarono i traffici dei prodotti tipici di quell'area, l'olio, i cereali, i tessuti, il papiro; anzi le

razzie contribuirono allo sviluppo di una nuova voce del commercio mediterraneo, gli schiavi, assai

richiesti sia in occidente che in oriente. Inoltre la civiltà araba operò, soprattutto per il tramite della

Spagna, ma anche attraverso la Sicilia, come fattore di stimolo sull'Occidente, quando esso trovò in

se stesso le energie per andare alla ricerca di nuove forme politiche e di nuovi valori spirituali.

LA NASCITA DELL’EUROPA

Economia e società nell'alto medioevo

L’Occidente cristiano conosceva tra VI e VIII sec una grave decadenza dell'urbanesimo antico e un

processo involutivo, che investiva tutti i settori della società.

I segni dell'involuzione sono già evidenti del paesaggio, i cui abitanti ne occupano solo un'area

ristretta, in genere quella meglio difendibile; il fenomeno dell'espansione araba non ebbe

dappertutto la stessa intensità, ma esso investì anche quelle aree, che secondo Pirenne ne erano state

immuni, come ad esempio l'Italia meridionale; qui infatti scomparvero parecchie città o per il

degrado che colpì vaste zone o semplicemente perché gli abitanti si spostarono in località vicine,

più facilmente difendibili.

Né a scomparire erano solo le città, ma anche quella fitta rete di villaggi, disseminati nei pressi delle

vie di maggiore traffico, che avevano dato un'impronta caratteristica al popolamento e

all'insediamento di età romana.

A risentirne fu quindi anche la rete viaria, che era stata il vanto dello Stato romano e che si era

mantenuta e efficiente non solo per gli interventi dei funzionari imperiali, ma anche per le cure delle

popolazioni locali, che ne avevano la manutenzione.

La situazione variava da una regione all'altra; nell'insieme però la rete viaria antica, già indicata

come deteriorata nel IV sec, risulta nell'alto medioevo completamente sconvolta.

A decretarne nella maggior parte dei casi l'abbandono, non sono tanto le peggiorate condizioni di

percorribilità, quanto piuttosto il venir meno degli scambi e dell'intensa vita di relazione. 37

La vita economica e sociale si svolgeva ormai intorno a nuovi centri di aggregazione, per cui fu

inevitabile che la rete viaria si venisse ristrutturando attraverso l'abbandono di antichi percorsi e la

creazione di nuovi; ad interrompersi non fu soltanto la manutenzione delle strade, ma anche quella

degli argini dei fiumi nonché la canalizzazione delle acque e la sistemazione dei pendii.

Si assisteva inoltre alla dilatazione delle foreste; il fenomeno ebbe intensità diversa nelle varie zone:

in quelle a clima più secco, dove per giunta il popolamento e lo sfruttamento del suolo erano stati

più intensi, non rinacquero mai grandi boschi; le foreste caratterizzavano invece fortemente le

regioni al di là del Reno.

Al di la della zona delle foreste, oltre all'Elba e il Danubio, si estendevano invece le steppe

sconfinate dell'Europa orientale, sia pur intervallate da foreste paludi. Nell’insieme il bosco ebbe

nella vita delle popolazioni dell'alto medioevo, e in misura minore anche per quelle dei secoli

seguenti, un'importanza che andava al di là dell'ambito economico e materiale, per investire la sfera

della psicologia o dell'immaginario: innanzitutto nelle foreste si praticava liberamente la caccia; in

più nell'alto medioevo c'era abbondanza di animali selvatici e scarsità di cacciatori, per cui i

prodotti della caccia costituivano una componente importante dell'alimentazione contadina.

Nelle foreste si raccoglievano, inoltre, i frutti spontanei, la legna per il riscaldamento, per la

fabbricazione agli attrezzi agricoli e per la costruzione di case, palizzate, apparati di difesa; i boschi,

soprattutto quelli di quercia, erano anche il pascolo ideale per gli animali e per i porci in particolare.

Il bosco però, con la sua penombra e il suo silenzio, era anche il regno del meraviglioso e del

mistero, popolato di streghe, diavoli, mostri, briganti nonché di eremiti e santi, per cui costituiva lo

sfondo più frequente della narrativa popolare e dei racconti a carattere agiografico.

All’origine di un così grande cambiamento dell'assetto e dell'organizzazione del territorio vi era lo

spopolamento di città e campagne; il fenomeno è difficilmente quantificabile, ma i dati sono

convergenti nel prospettarci per i secoli V­VIII l'immagine di un popolamento assai rado e di grandi

spazi vuoti tra un insediamento dell'altro.

A questo risultato non si era giunti all'improvviso, bensì attraverso un lento declino iniziato almeno

dal II­III sec, per cui le popolazioni germaniche furono accolte all'interno dei confini dell'impero

anche con la prospettiva di favorire il ripopolamento delle zone periferiche. Oggi gli storici sono

concordi nel credere che la pressione dei germani sui confini romani nascesse non da una situazione

di sovraffollamento nelle loro regioni di origine, ma dal livello assai basso della loro agricoltura e

dalla pressione che su di essi esercitavano altre popolazioni seminomadi più aggressive.

A livelli democratici tanto bassi si giunse per una serie di fattori: guerre e devastazioni certamente

provocarono vuoti nella popolazione, vuoti che in condizioni normali sarebbero stati colmati in

tempi più o meno brevi, ma ciò risulta impossibile in un periodo in cui le devastazioni si ripetevano

e ad esse si sommavano grandi epidemie di peste, vaiolo, tubercolosi, per non parlare poi della

malaria, che tendeva a diventare ormai endemica nelle zone in via di in paludamento.

A ciò si univa anche il fatto che organismi debilitati erano più esposti al contagio, il che spiega

l'incredibile ripetersi di ondate epidemiche, almeno una ventina nei secoli VI­VIII.

La crisi demografica tuttavia non ebbe dovunque la stessa gravità, essendo legata anche alle

condizioni locali del popolamento: ad esempio fu massima in Italia, ma minore in aree meno

densamente popolate, come la Spagna, i Balcani e la Scandinavia.

Il calo demografico aveva dovunque conseguenze immediate sull'economia e sul paesaggio agrario;

con le città scomparse o ridotte a poche migliaia o addirittura poche centinaia di abitanti si

allentarono di molto quei flussi di scambio tra città e campagna; si allentarono, ma non si

interruppero mai, e ciò soprattutto in Italia, dove le città, ancorché immiserite, rimasero per numero

e per consistenza demografica di gran lunga superiori a quelle delle altre regioni europee..

Un primo elemento importante è il livello assai basso della produttività, dovuto al carattere

rudimentale degli attrezzi agricoli e alla perdita di buona parte di quelle conoscenze tecniche, che

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erano state accumulate in età romana; d'altra parte, la crisi dell'artigianato cittadino e la scarsa

disponibilità di denaro da parte dei contadini facevano si che questi cercassero di produrre da sé

quegli utensili e quei prodotti che non erano più in condizione di comprare al mercato.

Di cui una certa tendenza all'autoconsumo e alla diversificazione della produzione, per cui ogni

famiglia contadina non coltivava un pezzo di terra compatto, ma una serie di appezzamenti più o

meno distanti tra di loro e collocati in zone a diversa vocazione agricola.

Per alcune zone gli storici dell'agricoltura hanno individuato un modello organizzativo ben preciso,

caratterizzato dall'esistenza intorno al villaggio di 3 zone concentriche, caratterizzate da una

produttività che diminuiva man mano che ci si allontanava dal centro; a ridosso del villaggio c'era

una prima fascia di terre intensamente coltivate a orti e vigneti; subito al di là di essa c'era un'ampia

zona coltivata a cereali, dove dopo il raccolto gli animali di tutti gli abitanti del villaggio potevano

liberamente pascolare; infine si aveva la faccia dei prati, dei boschi e dell’incolto in genere,

ugualmente accessibile a tutti per il pascolo, la caccia, la pesca e la raccolta di legna e dei frutti

spontanei.

Questo schema però solo poche volte si ritrova adottato in maniera completa, essendo la realtà,

soprattutto nelle zone più vicine alla città, molto più varia e articolata. Cmq la produttività delle

terre era buona negli orti, ma assai bassa nelle terre coltivate a cereali, che rendevano in media 2­3

volte la quantità di frumento seminato e solo un po' di più con la semina di grani inferiori.

Considerato che dopo il raccolto bisognava conservarne una parte per la prossima semina e versarne

un'altra al proprietario del fondo si comprende come alla famiglia contadina restasse ben poco per il

suo nutrimento; di qui la necessità di integrare i prodotti della terra con la pesca, la caccia e

l'allevamento. Nello stesso tempo, però, la bassa produttività, tenendo i contadini sempre al limite

della sussistenza, impediva loro di accumulare risorse, per dotarsi di attrezzi meno rudimentali e di

animali da utilizzare sia per la produzione di concime sia per il lavoro nei campi.

La scarsità di concime animale era in parte compensata con tecniche alternative, ma il sistema più

usato era il maggese, vale a dire il riposo dopo ogni raccolto (maggese deriva da maggio, periodo in

cui il campo lasciato a riposo si ricopriva di erba) che in questo periodo durava un anno e il

territorio era diviso in due parti: ogni anno una metà era coltivata e l'altra restava a riposo, l'anno

dopo accadeva il contrario.

Il contadino in genere non era proprietario della terra che coltivava e a volte anche degli animali che

allevava; spesso non era proprietario neanche di se stesso, essendo di condizione servile. Per questo

fenomeno dobbiamo risalire agli ultimi secoli dell'età romana, dove l'importante non era tanto avere

abbondanza di beni, quanto piuttosto gli uomini; di qui la tendenza ad accasare parte degli schiavi,

cioè a dotarli di un pezzo di terra e di una casa, un manso, come si diceva in varie regioni, in modo

che potessero provvedere al loro mantenimento e a quello della loro famiglia.

Al padrone erano tenuti a corrispondere una parte della raccolto e un certo numero di giornate

lavorative o corvèes in determinati periodi dell'anno, oltre a prestazioni in natura; gli schiavi rimasti

nella casa del padrone vengono definiti nei documenti prebendari, da praebenda, termine che

indicava il vitto loro fornito.

Concessioni di parti dell'antica azienda il grande proprietario faceva da tempo anche a coltivatori di

condizione libera, ma privi di terra, ai quali richiedeva però una quota minore di raccolto e un

numero non alto di giornate lavorative; anche i piccoli proprietari delle aree circostanti, non

trovando protezione nei funzionari pubblici, finivano inevitabilmente per chiederla ai grandi

proprietari fondiari nella zona. Questi, infatti, avevano abbandonato le città esposte alle scorrerie

degli invasori e si erano costruiti nelle loro terre residenze fortificate: a loro si rivolgevano i piccoli

proprietari liberi dei dintorni, i quali in cambio di protezione erano disposti a rinunciare a diritti che

non erano più in grado di far valere; preferivano perciò donare o vendere al grande proprietario le

loro terre e diventare suoi coloni, riprendendo spesso in affitto le stesse terre cedute. 39

In Italia tuttavia non si giunse mai alla scomparsa totale della piccola proprietà, detta allodio (dal

tedesco all­hod, proprietà piena) che si mantenne soprattutto nelle zone più vicine alle città e nelle

aree rimaste più a lungo sotto il governo di Bisanzio.

Il risultato fu che le grandi proprietà, sia quelle rimaste in possesso dell'aristocrazia romana sia

quelle passate ai capi germanici sia infine quelle pervenute a chiese e monasteri, si vennero

articolando in terre date in concessione a coloni liberi o di condizione servile, è terre gestite

direttamente dal proprietario attraverso amministratori di sua fiducia.

Le prime formavano il massaricio o pars massaricia (da massari, cioè coloni), le altre la riserva

padronale o dominicum o pars dominica (da dominum, signore); era però tutt'altro che frequente il

caso in cui una o entrambe le parti formassero un blocco compatto, dato che spesso i manzi si

incuneavano nella riserva e quest'ultima si componeva di terre sparse. L’insieme delle parti formava

la curtis o villa che però non era formata soltanto dal massaricio e dalla riserva, ma anche da una

terza parte, composta da boschi, prati, stagni, terre incolte che erano indispensabili per la

sopravvivenza delle famiglie contadine; su di esse i coloni avevano dei diritti d'uso, legati al manso

che tenevano in concessione.

Si può dire che si cercava di stabilire un certo equilibrio tra le terre date in affitto e quelle in

conduzione diretta, nel senso che l'estensione di queste ultime era rapporto al numero di prestazioni

d'opera, su cui era possibile far affidamento; non può essere, infatti, considerato casuale che in

diverse corti dell'Italia settentrionale il massaricio occupasse i due terzi degli arativi e la riserva

padronale il restante terzo.

Si trattava di un equilibrio sempre precario, perché l'estensione di una curtis era soggetta a continue

variazioni; è proprio l'integrazione tra riserva e massaricio, resa possibile dalle prestazioni d'opera

dei contadini dipendenti, l'elemento caratteristico di questo tipo di organizzazione produttiva, che si

indica abitualmente con l'espressione di economia curtense.

La dove, però, era possibile vendere l'eccedenza della produzione e rifornirsi sul mercato di quegli

utensili, non si esitava a farlo. A ciò bisogna aggiungere che i prodotti dell'agricoltura e

dell'artigianato curtensi non sempre venivano consumati sul posto: parecchi proprietari

disponevano, infatti, di più corti, nelle quali abitualmente si recavano per consumare quanto vi era

stata accumulato, ma a volte lo facevano anche trasportare nel luogo della loro residenza abituale.

Questa, ovviamente era una necessità per i monasteri; il trasporto di prodotti da una corte all'altra,

nell'ambito di uno stesso complesso padronale, o al mercato era legato anche alle diverse vocazioni

produttive delle varie corti.

Circa l’origine della curtis, la divisione tra terre gestite direttamente dal proprietario e terre date in

concessione a coloni risaliva all'età romana, ma il collegamento organico tra le due parti sembra che

sia avvenuto in area franca è che da qui si sia diffuso, a partire dalla fine dell’VIII sec, nel resto

dell'Europa.

L’organizzazione curtense non giunse tuttavia, mai a ricoprire l'intero territorio né del regno dei

franchi, né dalle altre regioni europee, sia perché coesistettero con essa altre forme di produzione,

legate alla piccola proprietà contadina, sia perché allo stesso collegamento tra riserva e massaricio

non fu dovunque né molto stretto né stabile nel tempo.

Sia sui servi praebendari che su quelli casati era normale che il proprietario signore avesse pieni

poteri, esigendo da loro totale obbedienza; è vero però che con la diffusione del cristianesimo le

condizioni di vita dei servi erano migliorate.

In origine la condizione dei servi era nettamente distinta da quella dei coloni liberi, i quali erano

dipendenti dal proprietario del loro fondo solo dal punto di vista economico; man mano che però

che i funzionari pubblici cominciavano a configurarsi come oppressori o a scomparire del tutto,

cresceva il ruolo dei grandi proprietari fondiari come protettori dei loro dipendenti e dei piccoli

40

proprietari delle terre circostanti, sui quali fu inevitabile che esercitassero, insieme alla protezione,

anche poteri di giustizia e di comando.

Né si trattava solo di una dipendenza di fatto, priva di riconoscimento formale; già per l’VIII sec,

infatti, abbiamo documenti relativi all'uso, peraltro risalente all'età tardo romana, di riconoscere per

iscritto l'autorità del signore, in cambio della sua promessa di protezione e aiuto sia nel reperimento

dei mezzi di sussistenza sia nei confronti di pericoli esterni: si tratta della pratica della

commendatio.

Le stesse prestazioni d'opera si configuravano inevitabilmente con un segno di soggezione, per cui

appena possibile si cercava di riscattarle con canoni in denaro.

L’Europa dei secoli VI­VIII era certamente impoverita, ma questo non significa assenza assoluta di

commerci e ritorno a scambi in natura; un po' dovunque è documentata infatti l'esistenza di fiere e

mercati locali, nei quali i contadini potevano vendere le loro eccedenze, per procurarsi il denaro

necessario per pagare il canone, che a volte era parte in natura e parte in denaro; senza contare poi

che gli abitanti di una corte non vivevano isolati dagli altri, dato che spesso risiedevano in villaggi i

cui abitanti facevano capo a corti di diverse.

Le stesse città, ancorché immiserite e ridotte a poche centinaia o a qualche migliaio di abitanti,

continuavano a ospitare artigiani, che evidentemente non lavoravano solo per i loro concittadini, ma

anche per i contadini dei dintorni; si trattava in ogni caso di un commercio che riguardava pochi tipi

di beni e di valore assai modesto: un commercio per il quale bastavano le monete d'argento.

Non era necessaria invece la disponibilità di monete d'oro, ormai sempre più rare sia perché

venivano fuse per ricavarne oggetti preziosi, soprattutto per gli usi liturgici, sia perché esse da

tempo prendevano la via dell'oriente, dove servivano per l'acquisto di beni di lusso.

Infatti, nonostante il suo impoverimento, l'Europa era pur sempre in grado di esportare qualcosa in

oriente, come legno, metalli, pelli, schiavi provenienti dai paesi slavi; questi traffici a lunga distanza

non esercitarono allora nessuno stimolo sull'economia locale, che rimase a lungo depressa, come se

non ci fosse stata alcuna comunicazione tra i mercati locali e il commercio internazionale.

Essi contribuirono tuttavia a tenere aperta una strada, che si rivelerà preziosa, appena la società

europea, intorno al Mille, manifesterà un forte slancio espansivo.

Intanto, bisogna precisare che non tutto l'Occidente era economicamente depresso e non dovunque i

traffici languivano; una casa eccezionale era costituito da quelle regioni che erano rimaste ben

collegate con l'oriente bizantino e arabo, vale a dire l'Italia meridionale, Ravenna e le lagune venete

da Grado a Chioggia.

L’impero carolingio e le origini del feudalesimo

Il regno dei franchi conobbe dopo la morte di Clodoveo un progressiva indebolimento del potere

Neustria, Aquitania

regio e l'emergere di quattro organismi politici, la l’Austrasia, la e la

Borgogna, in concorrenza tra di loro e percorsi all'interno da forti tendenze autonomistiche da parte

dell'aristocrazia.

Nel corso del VII sec la lotta per l'egemonia si venne restringendo all’Austrasia e alla Neustria; ne

erano protagonisti non i sovrani dei due regni, bensì i loro maestri di palazzo o maggiordomi,

effettivi detentori del potere.

Nel corso della seconda metà del VII sec si imposero definitivamente i maestri di palazzo

Pipinidi

dell'Austrasia, detti in quanto discendenti da Pipino di Landen; artefice delle fortuna della

famiglia fu Pipino di Heristal, a cui successe il figlio, Carlo Martello, il quale, dopo avere superato

l'opposizione dei suoi stessi familiari che gli contestavano la legittimità della nascita, intraprese

un'energica e fortunata opera di ricomposizione politico territoriale: rinsaldò innanzitutto il suo

potere in Austrasia, Neustria e Borgogna, e poi passò a occuparsi dell’Aquitania, sotto l'incalzare

anche del pericolo degli arabi, i quali, dopo aver travolto il regno dei Visigoti, avevano valicato i

Pirenei, spingendosi fino in Borgogna. 41

La vittoria che egli riportò su di loro a Poitiers nel 732 non valse a ricacciarli al di là dei Pirenei,

dato che essi conservarono il possesso della Settimania (attuale Linguadoca), ma gli conferì un

enorme prestigio e il ruolo di campione della cristianità.

Questo gli consentì, dopo la scomparsa senza eredi diretti del re merovingio Teodorico IV nel 737,

di lasciare il trono vacante e di comportarsi, fino alla morte nel 741, come un re a tutti gli effetti; tra

l'altro il regno venne diviso tra i figli, come era in uso tra i sovrani merovingi: assegnò al

primogenito Carlomanno l’Austrasia, l’Alemannia e la Turingia, e al più giovane Pipino il breve la

Neustria, la Borgogna e la Provenza.

I due fratelli non furono però in grado di proseguire sulla strada intrapresa dal padre, per cui due

anni dopo, per venire a capo dell'opposizione di parte dell'aristocrazia, soprattutto nelle regioni

periferiche, ripristinarono la monarchia merovingia, elevando al trono un re fantasma Childerico III.

Nello stesso tempo seguivano con interesse l'attività missionaria intrapresa da un monaco

anglosassone, Bonifacio, il quale si era recato a predicare il Vangelo a Frisoni e Sassoni, ancora

legati ai culti pagani; la sua opera si rivelò assai importante per l'acquisizione definitiva di quelle

regioni all'influenza della Chiesa romana e al dominio dei franchi.

Nel regno dei franchi l'organizzazione ecclesiastica e la vita religiosa in generale erano in profonda

crisi, così i concili furono convocati per ben tre volte tra il 742 e il 744, dando avvio a una

riordinamento complessivo della Chiesa franca attraverso la sostituzione dei prelati indegni, la

nomina dei titolari delle sedi vacanti e il ripristino della disciplina ecclesiastica.

Nel 747 Carlomanno abdicava, ritirandosi nel monastero di Montecassino e lasciando campo libero

al fratello Pinino, che di lì a poco ritenne giunto il momento di dare sanzione formale al suo potere;

il papato era orientato a stabilire un saldo collegamento con la rinascente potenza franca, in cui

vedeva l'unico sostegno contro la ripresa dell'espansionismo longobardo in Italia.

Nel 751 Pipino, rinchiuso in convento Childerico III, si fece proclamare re da un'assemblea di

grandi a Soissons, facendosi poi ungere con l'olio santo da Bonifacio e da altri vescovi, secondo

l'uso degli antichi re giudaici; l'approvazione pontificia e l'unzione di Bonifacio davano al suo

potere un fondamento sacro, facendolo discendere direttamente da Dio e quindi ponendo le

premesse per la nascita di una monarchia di diritto divino.

Infine egli si fece consacrare di nuovo nel 754, insieme ai due figli Carlomanno e Carlo, dal

pontefice Stefano II, recatosi in Francia per chiedere il suo aiuto contro i longobardi.

Indubbiamente all'origine della ricostituzione dell'antica unità politica dei franchi sono da porre le

capacità politiche dei pipinidi, ma esse si esplicarono innanzitutto nell'aver intuito le enormi

potenzialità politiche e militari insite nell'istituto della clientela amata.

La partecipazione all'esercito regio restava pur sempre una prerogativa, oltre che un dovere, di tutti i

franci homines, vale a dire degli uomini liberi; quella attitudine si conservava, però, intatta in alcune

minoranze guerriere, e anzi si potenziava gli inizi dell’VIII sec con la diffusione di nuove tecniche

militari, provenienti dal mondo delle steppe asiatiche. Si trattava in genere di giovani guerrieri,

facenti parte del seguito armato dei sovrani (trustis) e di quegli esponenti della nobiltà che,

continuando la tradizione dell'antico comitatus e a imitazione della trustis regia, avevano mantenuto

intorno a sé un numero più o meno grande di uomini armati.

Essendosi ridotta, con la fine delle guerre di conquista, la possibilità di ricompensarli con i frutti di

razzie e scorrerie, ai capi militari non restava che tenerli presso di sé, tra i loro familiares, o

accasarli, mediante la concessione di terre; in cambio essi si impegnavano, mediante un giuramento,

a prestare il servizio militare in determinate circostanze, che con il passare del tempo si vennero

definendo sulla base della consuetudine.

L’espediente non era diverso da quello che lo stesso capo militare adottava per lo sfruttamento delle

sue terre, date in concessione in cambio di prestazioni di lavoro, vale a dire delle corvèe sulla

riserva padronale; la differenza consisteva nella qualità del servizio, vile nel caso del contadino,

prestigioso nel caso del guerriero. 42

Accadde poi che l'ingaggio del guerriero venisse formalizzato con una vera e propria cerimonia,

detta poi dell'omaggio, e sancito con un giuramento di fedeltà, nel mentre il termine di origine

vassus

celtica (servitore, giovane), subiva un cambiamento di significato, nobilitandosi e passando a

indicare il cavaliere legato al suo signore da un vincolo di fedeltà personale; per indicare invece la

feudo,

ricompensa della fedeltà e del servizio si prese a usare il termine che subì un'evoluzione

semantica, passando dal significato originario di bestiame, e di bene mobile in generale, a quello di

bene fondiario, essendo il vassallo generalmente retribuito con la concessione di terre, concessione

che avveniva anch'essa in maniera solenne, attraverso una cerimonia di investitura.

La conseguenza del diffondersi dei rapporti vassallatico beneficiari (beneficium è l'equivalente

latino di feudo) era che all'interno dell'esercito regio venivano acquistando un ruolo preminente i

nuclei vassallatici, preminenza legata non solo alla prestanza fisica e all'abilità nell'uso delle armi,

ma anche a un più efficace armamento, che ormai non era più alla portata di un qualsiasi uomo

libero, ancorché dotato di beni.

Di seguiti armati così equipaggiati i Pipinidi disponevano con maggiore larghezza rispetto ad altre

famiglie dell'aristocrazia, potendo contare su una larga base fondiaria nei loro possedimenti

dell’Austrasia; al tempo di Carlo Martello puntarono decisamente all'ampliamento delle loro

clientele vassallatiche, attingendo sia alle terre del fisco regio sia, soprattutto, all'enorme patrimonio

di monasteri e chiese vescovili.

L'ovvia opposizione di vescovi e abati fu aggirata lasciando agli enti ecclesiastici la proprietà di

quei beni, che venivano concessi ai vassalli dei Pipinidi in cambio del versamento di un canone e

come corrispettivo di un servizio armato, da prestare in difesa della cristianità minacciata dagli

arabi.

Inoltre, Carlo Martello intraprese un vasto reclutamento tra gli esponenti stessi dell'aristocrazia, già

dotati di seguiti armati: il risultato fu che intorno alla sua famiglia si creò un vasto aggregato di

clientele militari e politiche, il che spiega come Pipino il breve potesse spodestare l'ultimo sovrano

di quella dinastia, senza incontrare alcuna resistenza.

Con questa forte macchina da guerra, Pipino il breve diede inizio a una nuova fase di espansione dei

franchi in Europa, di cui ne fecero le spese i longobardi, che, con il re Astolfo, erano impegnati in

una politica di espansione in Italia, volta a eliminare i residui possedimenti che vi avevano i

bizantini.

Davanti all'avanzata di Astolfo, il pontefice Stefano II nel 754 si recò in Francia dove conferire al re

il titolo di Patrizio de romani, vale a dire in sostanza di protettore della Chiesa romana, titolo sul

quale il Papa fece immediatamente leva per chiedere un suo intervento in Italia contro Astolfo; non

gli fu facile tuttavia convincerlo, perché negli ambienti di corte c'era un forte partito filolongobardo

capeggiato dal fratello del re, monaco a Montecassino.

Il papato infatti era allora proteso alla creazione di un suo dominio territoriale in Italia centrale e la

compilazione la falsa donazione di Costantino risale proprio a quell'epoca; la spedizione militare di

Pipino in Italia avvenne nel 755 e mostrò chiaramente la differenza di potenziale bellico esistente

tra i due regni. Travolte le truppe di Astolfo, Pipino, non essendo interessato a forzare la situazione,

si accontentò della sua promessa di cedere al Papa Ravenna e gli altri territori sottratti ai bizantini.

Bastò però che egli lasciasse l'Italia, perché Astolfo si rimangiasse le sue promesse, riprendendo gli

attacchi a Roma; nel 756 intraprese per ciò una nuova spedizione imponendo al re longobardo alla

cessione immediata alla Chiesa di Roma degli ex territori bizantini della costa romagnola.

Il nuovo re longobardo, Desiderio mostrò propositi meno bellicosi nonché la volontà di intrattenere

rapporti di amicizia con il franchi; a sancire il nuovo corso della politica longobarda, intervenne il

matrimonio dei figli di Pipino, Carlomanno e Carlo con le principesse Gerberga e Ermengarda,

secondo la tradizione figlie di Desiderio.

Alla morte di Carlomanno, Carlo (detto poi Magno), rimasto unico sovrano, ripudiò la moglie

Ermengarda e scacciò la vedova del fratello con i figli che si rifugiarono presso re Desiderio; questi

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improvvisamente mosso l'attacco ai territori da poco consegnati al pontefice e alla stessa Roma,

però si scontrò con l'irriducibile ostilità del nuovo pontefice Adriano I che chiese l'intervento di

Carlo.

Carlo, sconfitto nel 773 Desiderio in Val di Susa, allo sbocco della pianura padana, la costrinse a

rinchiudersi in Pavia e, una volta che si fu arreso dopo 10 mesi di assedio, lo fece prigioniero

portandolo poi con sé in Francia.

Nel giugno del 774 cinse a Pavia la corona di re dei longobardi, anche se formalmente si trattò

soltanto quasi di un cambio di dinastia, perché la maggior parte dei duchi degli esponenti

dell'aristocrazia longobarda si sottomisero al vincitore conservarono i loro patrimoni fondiari,

mentre restavano in piedi l'apparato politico amministrativo e le leggi preesistenti.

Cambiamenti più radicali furono introdotti nel 776 quando, in seguito a un tentativo di riscossa dei

duchi, ci fu una larga in missione nella penisola di conti e vassalli franchi che assicurarono al

sovrano un più saldo controllo del nuovo regno, affidato a suo figlio Pipino. Con loro arrivarono in

Italia anche i rapporti vassallatico beneficiari, conoscendo subito una grande diffusione.

Gli anni che seguirono la conquista del regno longobardo videro Carlo impegnato in una serie

incessante di guerre: da 778 condusse un forte corpo di spedizione al di là dei Pirenei, con

l'obiettivo di giungere fino all’Ebro e mettere fine una volta per sempre alla minaccia dei

musulmani di Spagna, meglio noti come mori o saraceni, ma dopo la conquista di Pamplona fu

costretto a ritirarsi, per far fronte a una rivolta dei sassoni (episodio di Rolando).

Su quel fronte non tornò prima dell’801, quando diede inizio a una nuova campagna che procedette

molto lentamente e tra difficoltà di ogni genere, ma che si concluse nell’813 con la creazione di un

nuovo distretto di confine, la Marca ispanica, comprendente la Navarra e buona parte della

Catalogna, con capitale Barcellona.

A nord ci vollero quasi trent'anni e massacri spaventosi per venire a capo dell'ostinata resistenza dei

sassoni i quali, prima ancora del dominio franco, rifiutavano il cristianesimo, che Carlo tentava di

imporre loro con la forza; quando finalmente ebbero termine le operazioni belliche nell'804, fu

possibile completare l'opera iniziata da Bonifacio, dando alla regione un saldo ordinamento

ecclesiastico.

Difficoltà comportò anche il controllo della Frisia che pure era stata evangelizzata da Bonifacio, ma

la sconfitta dei sassoni indusse definitivamente alla resa i frisoni che furono incorporati nel regno di

Carlo; allo stesso esito si giunse con la Baviera.

Il re franco nel 788 incorporò Baviera, Carinzia e Austria nel suo regno e furono necessarie ripetute

spedizioni, alternate a campagne missionarie, contro le popolazioni slave ancora pagane, ma

soprattutto contro i temibili avari, che dalla Pannonia compivano continue incursioni e razzie in

direzione di Germania e Austria, ma che alla fine costrinse alla conversione al cristianesimo e alla

stabilizzazione all'interno dei loro confini.

Carlo era consapevole del suo enorme potere e soprattutto delle responsabilità che gli derivavano

dal ruolo di protettore della chiesa, in quanto patrizio de romani; a fargliene cogliere tutta

l'importanza erano gli uomini di cultura, che egli chiamava a sé da ogni parte d'Europa e alle cui

dotte conversazioni amava essere presente. Si trattava di monaci ed ecclesiastici, il che non

sorprende in un'epoca in cui la cultura, scomparse da tempo le scuole cittadine e l'aristocrazia colta

dell'età romana, era appannaggio esclusivo dei monasteri e degli ambienti vescovili.

Essi svolsero un ruolo decisivo nell'aiutare Carlo nell’acquisire un'ideologia del potere, capace di

proiettarlo in una dimensione politica nuova, assimilabile a quella degli imperatori cristiani

nell'antica Roma; Carlo infatti mostrava di ispirarsi al modello imperiale romano e in particolare a

Costantino, che cercò di imitare le sue azioni più significative, tra cui la fondazione di

Costantinopoli; infatti fondo anche di una città capitale, Aquisgrana, ispirandosi ai modelli antichi

nella disposizione e nella forma degli edifici (importanti sono l'aula del palazzo, la basilica e il

portico). 44

Carlo continuava nei suoi atti ufficiali a far uso dei titoli tradizionali di “re dei franchi, re dei

longobardi e patrizio de romani“, ma sul finire dell’VIII sec un concorso fortuito di circostanze gli

consentì di conseguire un solenne riconoscimento del ruolo politico che si era conquistato in

Europa.

Dal 797 occupava il trono di Costantinopoli l'imperatrice Irene, che si era impadronita della corona,

facendo accecare e imprigionare il figlio Costantino VI e arrecando grave danno al prestigio della

dignità imperiale; a questa situazione di sostanziale vacanza al vertice della massima istituzione

politica della cristianità si aggiungeva la debolezza dello stesso papato, retto dal 795 da papa Leone

III, fortemente contestato da esponenti della nobiltà romana, che lo accusavano di spergiuro e

adulterio.

La situazione precipitò nel 799 quando il Papa fu aggredito, ferito e imprigionato nel monastero di

Sant'Erasmo, dal quale potevo uscire solo grazie all'intervento di due missi franchi; raggiunto Carlo

a Paderborn, in Germania e implorato il suo aiuto, fu sotto buona scorta riaccompagnato a Roma,

dove il re stesso giunse il 24 novembre dell'800.

Riunita un’assemblea di prelati e laici, davanti ad essa il 23 Dicembre Leone III giurò sulla propria

innocenza, ottenendo così la riabilitazione; due giorni dopo, nella chiesa di San Pietro, durante la

celebrazione liturgica del Natale, Leone III pose sul capo di Carlo una corona, mentre il popolo

romano ripeteva per tre volte l'acclamazione “A Carlo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico

imperatore dei romani, vita e vittoria!”.

Su questo episodio le tesi ruotano intorno al problema della paternità dell'iniziativa: fu

un'improvvisazione del pontefice o una cerimonia adeguatamente preparata insieme a Carlo? Da

quanto si è detto finora dovrebbe emergere chiaramente che il re franco era già da tempo

culturalmente pronto per la promozione a imperatore e che le discordanze delle fonti dipendono

unicamente dal punto di vista dei loro autori. Tuttavia quello che è certo è che nel dicembre dell'800

arbitro della situazione era Carlo Magno e che Leone III non era in grado di imporgli alcunché.

Nello stesso tempo però, con l'atto dell’incoronazione il Papa riaffermava la supremazia religiosa

della Chiesa di Roma, l'unica autorità capace di dare legittimità e quindi funzione sacrale a un

potere, che ormai si imponeva gran parte della cristianità occidentale.

In oriente le reazioni agli avvenimenti romani della notte di Natale oscillarono tra ostilità e

derisione; appena fu ripristinata la legittimità costituzionale con la deposizione di Irene e l'ascesa al

trono dell'imperatore Niceforo, scoppiò un vero e proprio conflitto tra i due imperi, che terminò solo

nell'812, quando il nuovo imperatore Michele I riconobbe a Carlo il titolo imperiale, in cambio della

cessione di territori nell'Istria e nella Dalmazia, e alla rinuncia a ogni pretesa su Venezia.

A Carlo spettava la difesa della cristianità occidentale dall'assalto dei pagani nonché la protezione e

il controllo dell'apparato ecclesiastico; al papato sarebbe spettato soltanto pregare per assicurare la

protezione divina sugli eserciti imperiali e sul popolo cristiano; il papato però non poteva accettare

un ruolo così marginale per cui dopo la morte dell'imperatore la questione fu riaperta e, questa

volta, in un contesto politico alquanto diverso.

Va precisato che Carlo non aveva né i mezzi né la volontà di rendere perfettamente omogenei i vasti

territori soggetti al suo dominio; in essi pertanto rimasero in vigore gran parte degli ordinamenti e

delle leggi preesistenti, soprattutto nell'ambito del diritto privato.

Là dove non giunse a costituire regni dotati di larga autonomia e affidati ai figli, come in Aquitania

e in Italia, Carlo mirò a creare distretti più o meno grandi e territorialmente coerenti, a capo dei

quali pose funzionari pubblici con il titolo di conte e con il compito di provvedere soprattutto alla

difesa e all'amministrazione della giustizia.

Nelle zone di nuova conquista o di frontiera, dove era necessario un maggiore impegno militare, i

distretti, chiamati marche, avevano una maggiore estensione ed erano affidati a funzionari chiamati

marchesi; grandi distretti erano anche i ducati, alcuni dei quali ebbero un carattere nazionale, nel

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senso che rappresentavano una forma di riconoscimento dell'identità nazionale di alcuni popoli,

ancora recalcitranti a un pieno inserimento nel mondo carolingio.

Conti, marchesi e duchi erano reclutati a volte sul posto, ma là dove era necessario esercitare un più

efficace controllo su popolazioni irrequiete si attingeva alla schiera dei vassalli diretti del re o alle

famiglie in più stretto contatto con la corte franca; in breve tempo tuttavia gli immigrati franchi si

radicarono sul posto, per cui divenne normale che i funzionari pubblici avessero la base

patrimoniale più o meno grande e saldi rapporti familiari all'interno del distretto loro affidato.

La loro opera veniva ricompensata non soltanto con il prestigio e la potenza che la carica (honor)

comportava, ma anche con i proventi di multe e confische e, soprattutto, con il reddito prodotto dei

beni terrieri, che costituivano la normale dotazione alla carica (res de comitatu).

Il risultato di tutto questo fu che nelle mani del funzionario pubblico veniva a concentrarsi un vasto

patrimonio, formato da terre che egli deteneva a titoli diversi, alcuni in quanto beni di famiglia

(allodi), altre come beneficio in quanto vassallo del re, altri infine al titolo di compenso per la carica

pubblica che ricopriva. La distinzione, chiara a livello giuridico, lo era assai meno nella realtà

concreta, per cui si intendeva far sì che le res de comitatu si confondessero con le altre e

rientrassero a far parte del patrimonio della famiglia, unitamente alla carica pubblica.

Tuttavia si tennero sotto controllo i conti (lo stesso valeva ovviamente anche per marchesi e duchi),

insediando all'interno del loro distretti un grande numero di vassi dominici (i fedeli diretti del re);

essi erano sottoposti alla giurisdizione dei conti, sotto il cui comando raggiungevano l'esercito

regio, ma la loro presenza all'interno della contea costituiva pur sempre un fattore di equilibrio

rispetto al potere dei funzionari pubblici.

Per raggiungere lo stesso scopo si fece un ricorso sempre più ampio all'immunità, ma all'originaria

immunità fiscale ne era stata aggiunta anche un'altra di carattere giurisdizionale, per cui nelle terre

immuni non poteva entrare nessun funzionario pubblico per riscuotere imposte o per compiere

arresti o altri atti di polizia, che erano demandati all’immunista, artigianale cioè di quella speciale

concessione.

La presenza di enti immunitari all'interno della contea, creando isole di giurisdizione sottratte

all'autorità del conte, ne riduceva ovviamente l'autorità, ma ancora una volta costituiva un freno alla

crescita della sua potenza.

L’amministrazione dell'impero faceva capo al palazzo, termine che indicava sia la residenza del

sovrano sia l’insieme dei funzionari e dei dignitari di corte, che formavano il suo seguito e

svolgevano compiti particolari. Tra essi avevano un ruolo di primo piano tre ufficiali, che erano i

più stretti consiglieri dell'imperatore: l’arcicappellano, capo dei chierici di palazzo e preposto a

cancelliere,

tutti gli affari di natura ecclesiastica; il anch'egli un ecclesiastico, capo del personale

conti

addetto alla redazione di diplomi, lettere del re, testi legislativi; il conte, o più spesso, i

palatini, responsabili dell'amministrazione della giustizia, ma a volte incaricati anche di missioni

speciali come delegati del re.

missi dominici

I erano gli ispettori che ogni anno, a due a due (un laico e un ecclesiastico), avevano

il compito di visitare una determinata contea (o marca o ducato) per controllare l'operato sia degli

ecclesiastici che dei funzionari laici; i loro poteri erano assai ampi, dato che rappresentavano in

tutto e per tutto l'imperatore, al quale dovevano fare rapporto al loro ritorno.

La corte, con tutti i suoi dignitari e funzionari, non aveva una sede fissa, ma si spostava da un posto

all'altro, per consumare in loco le risorse delle ville imperiali, le quali, data l'assenza di una regolare

tassazione diretta, costituivano la fonte principale di entrata dello Stato.

Oltre che mediante i missi dominici, Carlo Magno cercò di dare un minimo di omogeneità

capitolari,

all'impero attraverso un'intensa attività legislativa, di cui erano espressione i leggi

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formate da brevi articoli (capitula) ed emanate nel corso di annuale assemblea dette placiti; se ne

tenevano in genere due all'anno, una a porte chiuse in ottobre, l'altra, il placito generale, a maggio.

La materia trattata nei capitolari riguardava soprattutto il diritto pubblico e l'organizzazione

ecclesiastica, ma alcuni di essi, i cosiddetti capitularia legibus addenda, si configuravano come

integrazione alle leggi nazionali dei popoli che facevano parte dell'impero, intervenendo nel diritto

privato e in quello penale. Frequenti furono gli interventi legislativi in campo economico per cui si

cercò di frenare l'incetta dei prodotti agricoli da parte dei grandi proprietari, si tentò, sempre per

proteggere i ceti meno abbienti, di impedire eccessivi aumenti dei prezzi, fissandoli con un

capitolare del 794.

Si trattava però di interventi che difficilmente riuscivano a sortire l'effetto sperato, perché

l'imperatore non aveva i mezzi per far rispettare le sue decisioni.

Attraverso i capitolari si riportò un po' di ordine anche nel settore fiscale e monetario: dato che la

scarsità di monete in circolazione e la mancanza di un capillare apparato burocratico rendeva

impossibile ripristinare il sistema di imposte fondiarie in uso nel mondo romano, si regolamentò la

riscossione dei dazi e dei pedaggi su strade, ponti, valichi, in modo da non ostacolare ulteriormente

gli scambi commerciali, già poco fiorenti. Allo stesso scopo miravano gli interventi in campo

monetario, attraverso i quali si cercò di riportare sotto il controllo regio l'attività delle zecche

private, evitando che fossero messe in circolazione monete dotate di scarso prestigio, perché

contenenti una piccolissima quantità di metallo prezioso.

Data la scarsità dell’oro, si puntò sulla coniazione di monete d'argento, il cui valore era più aderente

al livello degli scambi commerciali del tempo; la moneta circolante divenne allora il denaro, anche

se nelle contrattazioni di beni di più alto valore si continuava, per comodità, a far uso del soldo,

divenuta una moneta di conto, cioè non effettivamente coniata; i pagamenti erano fatti invece in

denari, quotati 12 a uno rispetto al soldo.

Non pochi capitolari furono dedicati alla riforma della Chiesa e dei monasteri: si trattava di

continuare l'opera di restaurazione ecclesiastica, intrapresa al tempo di Pipino il breve da Bonifacio,

e di estenderla tutto l'impero. Gli ecclesiastici di corte venivano infatti elaborando la concezione di

un impero coincidente con la comunità cristiana e retto in piena unità di intenti dall'imperatore e dal

Papa, sulla base di principi enunciati da PapaGelasio agli inizi del V sec.

L’iniziativa era tutta nelle mani di Carlo Magno che direttamente o indirettamente sceglieva vescovi

e abati, infatti avere buoni vescovi e abati significava garantire il corretto funzionamento delle

istituzioni ecclesiastiche che, assicurando l'inquadramento della popolazione, contribuivano anche a

dare stabilità al dominio carolingio.

Non era un caso perciò anche alla conquista di nuovi territori seguiva subito, insieme all'opera dei

missionari, l'introduzione dei modelli organizzativi della Chiesa franca, articolata in province,

diocesi e pievi: le prime erano rette da arcivescovi e comprendevano al loro interno un numero più

o meno grande di diocesi che, a loro volta, erano divise in grandi circoscrizioni parrocchiali, dette

pievi.

All’origine dell'opera di riforma dei monasteri c'era l'opera convergente di monaci irlandesi e

anglosassoni, che una sorta di inquietudine religiosa aveva portato in giro per l'Europa romano

germanica, e della nobiltà franca che, attraverso la protezione dei monasteri fondati da quei santi

monaci, dava un'ulteriore fondamento alla protezione militare e politica. Molti di quei monasteri, ai

quali venivano preposti come abati e badesse esponenti delle stesse famiglie nobili che li

fondavano, erano però ben presto decaduti e avevano perso ogni prestigio religioso.

Vi avevano contribuito l’affievolirsi della disciplina interna e la dispersione del loro patrimonio ad

opera di non pochi abati, i quali avevano più familiarità con le clientele militari e le pratiche di

governo che con i testi sacri e le funzioni liturgiche.

Carlo Magno avviò perciò un'opera di restaurazione della disciplina monastica, che sarà portata a

pieno compimento da Ludovico il pio e dal suo consigliere Benedetto d’Aniane, e che fu attuata

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attraverso l'imposizione a tutti monasteri della regola di San Benedetto. Per attuare questo vasto

progetto di riforma, fu considerato indispensabile elevare il livello culturale di monaci e chierici,

perciò furono istituite scuole presso le chiese cattedrali e i monasteri.

Queste scuole venivano frequentate anche da esponenti delle famiglie nobili, destinati alla carriera

di funzionari e amministratori pubblici; desiderio di Carlo Magno sarebbe stato, tuttavia, quella di

estendere a tutti i sudditi i benefici dell'istruzione .

Il rilancio dell'istruzione scolastica traeva impulso da un gruppo di intellettuali, ovviamente

ecclesiastici, che Carlo riunì presso la sua corte di Aquisgrana, dando vita a quella che viene

comunemente chiamata Accademia o anche Schola palatina.

Non si trattò però di una vera e propria scuola, quanto piuttosto di un cenacolo di uomini di varia

cultura, animato dal monaco anglosassone Alcuino di York, responsabile della riorganizzazione

delle scuole nell'impero. Espressione e, nello stesso tempo, strumento assai importante della rinata

attività di studio e di recupero di testi di autori classici e dalla bassa latinità fu la nuova scrittura

carolina che grazie alla sua leggibilità ebbe grande diffusione in tutta Europa.

L’imponente costruzione politica realizzata da Carlo Magno entrò in crisi dopo la sua morte, ma

questo non impedì che continuasse la rinascita culturale, che anzi raggiunse il suo culmine dopo la

metà del IX sec; sul finire di quel secolo la crisi del mondo carolingio si manifestò anche sul piano

culturale e religioso, ma essa fu meno grave che negli altri campi.

L’opera degli uomini di Chiesa andrà, peraltro, al di là dello stesso ambito culturale e religioso, dato

che saranno essi a mantenere in vita anche nei momenti di più acuta crisi politica, e sia pure in

maniera a volte contraddittoria, l'idea dello Stato come fonte di ogni potere di comando e

dell'impero come garante della pace e, in quanto tale, superiore alle varie dominazioni territoriali.

La crisi dell'ordinamento carolingio e lo sviluppo dei rapporti feudali

La grandiosa costruzione politica realizzata da Carlo Magno rivelava non pochi elementi di

debolezza e di contraddizione, riconducibili al persistere di tradizioni di origine franca, non del tutto

compatibili con i modelli di organizzazione politica che andavano elaborando gli intellettuali di

corte.

Il problema più grave era quello della successione per cui nell'806 Carlo Magno divise i sui domini

tra i tre figli, assegnando al primogenito Carlo la maggior parte della Francia e le conquiste

orientali, a Ludovico l’Aquitania e a Pipino l'Italia con la Baviera, rinviando a un altro momento la

designazione del successore al titolo imperiale. A eliminare per ogni incertezza intervenne la morte

prematura di Carlo e Pipino, per cui Ludovico nell'814 raccolse l'intera eredità paterna, compreso il

titolo imperiale.

Ludovico, portato ad accentuare il carattere sacro del potere imperiale e quindi ad attuare una più

stretta compenetrazione tra Stato e Chiesa, si preoccupò per prima cosa di risolvere proprio il

problema della successione, per cui nell'817 emanò una costituzione (Ordinatio imperii) con la

quale proclamò l'indivisibilità dell'impero, che veniva destinato al primogenito Lotario, mentre agli

altri due figli Pipino e Ludovico (detto poi il germanico), assegnava territori periferici, quali

l’Aquitania con la marca spagnola al primo e la Baviera al secondo.

Lotario venne subito associato al governo e mandato in Italia, dove operò in maniera energica,

emanando nuovi capitolari e imponendo nell'824 alla sede pontificia la famosa Constitutio romana,

con la quale stabiliva che il Papa, regolarmente eletto dal clero e dal popolo romano, avrebbe

dovuto prestare giuramento di fedeltà all'imperatore prima di essere consacrato, vale a dire prima di

prendere possesso della carica.

Ludovico non riuscì né ad attuare il proposito di non dividere ulteriormente il territorio dell'impero

né a tenere a bada i figli minori: ne nacquero tensioni e scontri armati, che videro alla fine lo stesso

Lotario ribellarsi al padre insieme ai fratelli. Per far fronte alla situazione, l'imperatore non trovò di

meglio che cercare di allargare la schiera dei suoi vassalli, moltiplicando le concessioni di benefici.

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Tuttavia se questo sembrò produrre qualche effetto nell'immediato, alla lunga il rimedio si rivelò

inefficace, anche perché così si impoveriva il patrimonio del fisco che era la principale fonte di

reddito per la monarchia.

Ugualmente ambivalente fu l’apporto degli uomini di Chiesa che, proprio in coincidenza con la crisi

profonda in cui stava cadendo l'impero, presero a definirne meglio la fisionomia sul piano

dottrinale, insistendo sulla sua indivisibilità e sulla sua natura sacrale. Essi enunciarono un principio

nuovo, gravido di conseguenze per i secoli futuri: quando l'imperatore, per un qualsiasi motivo, non

era in grado di assolvere ai suoi compiti di garante della pace e della giustizia, spettava alla Chiesa

intervenire per guidarne l'azione e giudicarne il comportamento; in questo modo si ponevano le

premesse per gli interventi dei pontefici nella sfera politica.

La situazione precipita con la morte di Ludovico il pio, per cui si giunse allo scontro frontale tra

Lotario e fratelli Ludovico il germanico e Carlo il calvo (succeduto a Pipino); dopo aver sconfitto

l'imperatore, i ribelli stipularono nell'814 a Strasburgo un patto solenne, promettendo di aiuto

reciproco alla presenza dei loro eserciti. Per farsi capire dai soldati del fratello, provenienti dalle

regioni dell'attuale Francia, Ludovico il germanico giurò in lingua romana, cioè in francese; dallo

stesso motivo Carlo il calvo si espresse in lingua teudisca, cioè in tedesco: in questa maniera i due

fratelli mostravano di avere chiara coscienza delle differenze etniche e linguistiche delle

popolazioni dei loro rispettivi domini.

Il trattato di Verdun, che Lotario fu costretto ad accettare nell'843, sancì la definitiva divisione

dell'impero: a Carlo il calvo andò la parte occidentale (Neustria, Aquitania e marca spagnola), a

Ludovico il germanico la parte orientale (Carinzia, Baviera, Alemannia, Turingia, Sassonia), a

Lotario la parte centrale, ovvero un ampio territorio che dall'Italia centro­settentrionale, attraverso

le attuali Provenza, Borgogna, Lorena e Olanda, arrivava al mare del Nord. 49

Lotario conservava il titolo imperiale e una teorica superiorità sui regni dei fratelli, ma in realtà al di

fuori dei suoi domini non aveva alcun potere effettivo; la sua posizione era poi ulteriormente

indebolita dalla mancanza di omogeneità geografica, etnica e linguistica dei territori a lui soggetti.

L’imperatore morì nell’855 e gli successe il figlio Ludovico II; alla sua morte, nell'876 lo zio Carlo

il calvo conseguì, con il dominio dell'Italia, anche la corona imperiale; nell’884 una fortunata

coincidenza, vale a dire il esaurirsi della discendenza diretta di Carlo il calvo, permise al figlio di

Ludovico il germanico, Carlo il grosso di riunire di nuovo nelle sue mani tutta l'eredità di Carlo

Magno.

Si tratta però di una restaurazione del tutto effimera, dato che già nell'887 l'imperatore, rivelatosi

impotente a fronteggiare le incursioni dei normanni e gli intrighi della grande aristocrazia fu

costretto ad abdicare e a ritirarsi in un monastero, dove morì l'anno dopo.

Nella parte orientale venne elevato al trono e alla dignità imperiale Arnolfo di Carinzia; in Francia

diventava re Oddone, mentre il regno d'Italia fu infine attribuito da un'assemblea di nobili a

Berengario, marchese del Friuli, appartenente a una famiglia imparentata con i carolingi.

La dissoluzione dell'impero investi l'organizzazione politica del mondo carolingio a tutti i livelli e

ne fu coinvolta anche la stessa organizzazione ecclesiastica.

Certamente già nel corso del IX sec l'assimilazione tra honor comitale e beneficio vassallatico era

pienamente in atto, e assai debole e discontinua e la capacità delle monarchie di coordinare in

qualche maniera i poteri locali; il fenomeno aveva però una portata più grande e investiva anche le

contee, al cui interno il conte non riusciva a esercitare una reale egemonia sui minori centri di

potere: finì pertanto con il limitare il suo raggio d'azione ai territori posti sotto il suo diretto

controllo.

Accadde, inoltre, che egli stesso contribuisse non di rado alla dissoluzione dell'ordinamento

pubblico, superando i confini della sua circoscrizione e creando salde basi di potere all'interno delle

contee circostanti. Strumento essenziale di dominio era la disponibilità di un gran numero di

vassalli, era infatti del tutto privo di applicazione il capitolare del 778­779, che stabiliva il divieto

per i potenti di circondarsi di seguiti armati.

Il conte, ma lo stesso valeva ovviamente per marchesi e duchi, operava quindi all'interno e

all'esterno del suo distretto in concorrenza con altri poteri; tra essi, innanzitutto le grandi signorie

monastiche e vescovili che pretendevano di considerare esenti dalla giurisdizione comitale non solo

i territori per i quali era stata originariamente prevista tale condizione privilegiata, ma anche quelli

acquisiti successivamente.

Conseguenza ancora più grave era che l'esempio di queste potenti signorie immunitarie, veri e

propri Stati nello Stato, esercitava una forte attrazione su quanti, potendo disporre a vario titolo di

possessi fondiari e di clientele vassallatiche, tendevano a ritagliarsi all'interno dei distretti pubblici

domini più o meno ampi. Di qui il formarsi di signorie, i cui titolari, pur essendo sprovvisti di una

formale delega da parte della monarchia, esercitavano poteri di natura pubblica.

Per indicare queste nuove realtà dell'Europa dei secoli IX­X, la storiografia usa oggi l'espressione di

“signoria bannale”, da “banno”, cioè potere di comando per una finalità di carattere pubblico.

Allora non poche signorie erano, diremo oggi, abusive, nel senso che taluni grandi proprietari

esercitavano poteri di comando, per i quali non avevano mai ottenuto deleghe ne dal re né dai suoi

più alti funzionari.

Le condizioni complessive dell'economia e della società del tempo non consentivano al sovrano di

disporre di mezzi necessari per mantenere un apparato di funzionari stipendiati: l'unico stipendio

possibile era la terra, che però provocava il radicamento del funzionario su di essa e quindi la

tendenza a sottrarla al patrimonio del fisco, per inglobarla in quella della propria famiglia. Il

processo subì una forte accelerazione tra la fine del IX sec e gli inizi del X causa di eventi esterni: le

nuove migrazioni dei popoli e le incursioni dei saraceni sulle coste della Francia e dell'Italia. 50

La formazione dell'impero franco nel cuore dell'Europa non era valsa a mettere fine alle migrazioni

dei popoli seminomadi, in continuo movimento al di là delle frontiere del mondo carolingio.

Una vasta area ancora priva di stabile sistemazione etnico territoriale era quella occupata dagli

slavi: proprio in essa fecero irruzione nella seconda metà del IX sec gli ungari, provenienti dalle

steppe della Russia centrale, che si stanziarono nell'895­96 in Pannonia, vale a dire nell'attuale

Ungheria; tuttavia questo non cambiò le loro abitudini predatorie.

Davanti a loro le formazioni politiche nate dalla dissoluzione dell'impero carolingio si rivelarono

del tutto impotenti a garantire la difesa delle popolazioni e non trovarono di meglio che tentare di

fermarli con l'offerta di grossi tributi in denaro o di dirottarli verso territori nemici. A fare le spese

delle divisioni interne alle formazioni politiche post­carolinge furono soprattutto i monasteri ricchi

di oggetti preziosi e i centri abitati privi di adeguate difese.

A mettere fine alle loro scorrerie contribuirono due fatti convergenti: da un lato la riorganizzazione

del regno di Germania ad opera della nuova dinastia di Sassonia, il cui maggior esponente, Ottone I,

sconfisse definitivamente gli ungari; dall'altro l’esaurirsi della loro spinta offensiva dopo la

conversione al cristianesimo ad opera dei missionari provenienti dalla Germania.

Contemporaneamente l'Europa cristiana veniva aggredita anche da sud e da nord da bande di

predoni e corsari, provenienti dai paesi musulmani e dalla Scandinavia.

L’esaurirsi della spinta offensiva dei musulmani dopo la conquista della Sicilia, completata nel 902,

non significò infatti la fine le loro attacchi all'Occidente, che continuarono sotto forma di razzie e

incursioni ad opera di bande armate. Ad esserne investita fu soprattutto l'Italia, dove il pericolo dei

saraceni, come erano chiamati quei predoni, rimase assai forte fino agli inizi dell’XI sec.

La loro pericolosità era accresciuta dalla disgregazione politica esistente nella penisola, per cui

poterono inserirsi nelle lotte tra i vari potentati locali, ora come mercenari ora come creatori di

autonome dominazioni politiche.

Essi crearono anche degli insediamenti fortificati, detti “ribat”, da cui partivano per razzie nei

territori circostanti: obiettivi delle loro razzie erano sia le città che le grandi abbazie isolate, dove

facevano man bassa di oggetti preziosi. Spesso l'unico modo per fermarli era quello di versare loro

pesanti tributi in denaro, come facevano regolarmente varie città dell'Italia meridionale; la

resistenza armata ebbe invece per gran parte del X sec esiti alterni, cmq non risolutivi, non essendo

riuscite le massime autorità politiche del tempo né a collegarsi tra di loro né a coordinare in maniera

efficace le iniziative a carattere locale, e ciò nonostante i continui appelli papali.

Le regioni dell'Europa risparmiate dalle incursioni di ungari e saraceni furono investite invece da

quelle dei normanni (uomini del nord) o vichinghi (pirati, da vik, “baia”), che dalla Scandinavia si

misero in movimento con le loro agili imbarcazioni in direzioni diverse, compiendo scorrerie e atti

pirateschi, ma non disdegnando di fare soste più o meno lunghe, per svolgere pacifici traffici con le

popolazioni locali.

Negli anni 859­860 essi si spinsero anche nel Mediterraneo, raggiungendo la Catalogna, la

Provenza e la Toscana; sulle coste di questi paesi compivano razzie e creavano insediamenti

fortificati, dai quali partivano per penetrare all'interno, risalendo i fiumi navigabili; città e monasteri

isolati venivano assaliti e saccheggiati, se non versavano grossi tributi denaro.

Li pagò anche l'imperatore Carlo il grosso per salvare Parigi; i suoi successori non conseguirono

però risultati apprezzabili, per cui nel 911 il re Carlo il semplice non trovò di meglio che tentare di

renderli sedentari, concedendo in feudo al loro capo, Rollone, l'attuale Normandia, regione a nord

della Francia in piena anarchia politica.

Allora accadde che quella che era stata una banda di predoni riuscì, nell'arco di un cinquantennio,

assicurare al territorio un forte inquadramento politico attraverso una rete di rapporti vassallatico

beneficiari, che faceva capo al duca e che restò sempre assai salda senza conoscere quelle forme di

scollamento in atto nel resto del mondo carolingio. 51

Intanto anche i Danesi erano arrivati a controllare verso la fine del IX sec tutta la parte centrale

dell'isola, cui diedero il nome di Danelaw; non si tratta però di un dominio stabile perché,

diversamente che in Normandia, non emerse un capo capace di imporsi ai suoi uomini.

I sovrani degli nati dalla dissoluzione dell'impero carolingio tentarono in qualche modo di

organizzare la difesa dei loro territori; non riuscirono però a mantenere il controllo della situazione,

data l'estrema frammentazione del teatro di guerra e la grande mobilità di un esercito che, non

mirando, almeno agli inizi, a stabili conquiste, colpiva di sorpresa e si ritirava.

Fu inevitabile perciò coinvolgere sempre di più nella difesa le forze locali, autorizzando la

costruzione di castelli e di altre opere difensive; la situazione era così difficile che sempre più

spesso proprietari e signori fondiari, sia laici che ecclesiastici, prendevano l'iniziativa di fortificare

le loro ville o di costruire castelli.

La costruzione di un castello aveva un impatto ambientale notevole, condizionando fortemente la

vita dell'organizzazione nel territorio; intanto il signore difficilmente lo costruiva con le sue sole

forze, ma chiamava a contribuirvi gli abitanti delle terre circostanti, in considerazione del fatto che

anch'essi se ne sarebbero serviti; per lo stesso motivo si sentiva autorizzato a imporre i loro turni di

guardia e servizi di manutenzione.

Il signore cominciava allora ben presto a diventare anche il loro giudice, attribuendosi quei compiti

di natura giudiziaria, che il conte e i funzionari da lui dipendenti non erano più in grado di svolgere;

se a questo si aggiunge che nel castello il signore si preoccupava di far sorgere anche una Chiesa

per l'assistenza religiosa sia di quelli che vi risiedevano stabilmente sia di coloro che vi si

rifugiavano in caso di pericolo, si comprende come il territorio incastellato si configurasse come

organismo politico completo nelle sue attribuzioni di natura pubblica.

Alcune di queste signorie di castello erano nate in maniera abusiva, ma spesso era tutto in regola,

perché all'origine di esse c'erano fortificazioni erette dal conte e da lui affidate a suoi dipendenti;

ben presto però il conte ne aveva perso il controllo, perché anche i suoi vassalli tendevano a

considerare ereditaria la funzione e la fortezza loro attribuite. Il potere, o formatosi in maniera

spontanea o delegato dal titolare della funzione pubblica (re, conte o marchese) teneva sempre ad

esercitarsi in maniera autonoma.

È da precisare che con “castello” i documenti medievali indicano due realtà distinte: il castello in

senso moderno, cioè una fortezza presidiata da soldati e abitata generalmente solo dal castellano e

dalla sua famiglia, in cui la popolazione dei dintorni si rifugiava solo in caso di necessità; il

villaggio fortificato, vale a dire un centro abitato preesistente, che ora viene circondato di mura e

fossato, e all'interno (o nei pressi) del quale signore costruisce a volte una sua dimora fortificata.

Sia nell'uno che nell'altro caso il popolamento della zona ne risulta modificato, perché gli abitanti

dei piccoli agglomerati circostanti tendono a insediarsi all'ombra della fortezza, per essere meglio

protetti.

Né a risultare modificata era solo la distribuzione degli uomini sul territorio: innanzitutto non

potevano non esserci ripercussioni sulla rete viaria, che lentamente si venne riorganizzando, per

rendere agevoli e rapidi i collegamenti con i nuovi centri fortificati. Ma addirittura sconvolte

risultarono in alcune zone le forme preesistenti di inquadramento religioso della popolazione rurale,

infatti nel momento in cui la popolazione rurale si venne concentrando nei centri fortificati, i

distretti pievani dovettero essere adeguati alla nuova realtà, con la conseguenza che scomparvero le

antiche pievi, dal territorio assai ampio, e al loro posto si formarono le nuove parrocchie, il cui

ambito territoriale veniva ora a coincidere con quello del castello.

L’Europa del X sec, per quanto poco evoluta e tutta immersa nel mondo rurale, aveva pur sempre

bisogno di qualcuno che esercitasse un minimo di potere sul territorio; tuttavia la società,

abbandonata a se stessa, veniva esprimendolo al suo seno poteri in concorrenza tra di loro: il fatto è

che il X sec non fu solo un “secolo di ferro”, ma anche un periodo di grande vitalità, in cui si ebbe

una riorganizzazione dal basso, per adeguare le strutture politiche ai nuovi bisogni della società. 52

La tendenza che emerse fu quella di coordinare questi poteri concorrenti, per cui i signori territoriali

riservavano a sé sia la difesa del territorio, e quindi la facoltà di imporre servizi di guardia e

prestazioni varie di natura militare, sia l'alta giustizia, cioè le cause che comportavano pene

detentive e corporali, lasciando ai minori signori fondiari la bassa giustizia.

Il risultato fu una sorta di guerra di tutti contro tutti, che giustifica la definizione del secolo X come

“secolo di ferro”; questa situazione di estrema frantumazione del potere però non va vista solo in

senso negativo, ma anche nei suoi risvolti positivi, come ricerca da parte della società del tempo di

nuovi assetti di potere.

Che ruolo svolsero in tutto questo i rapporti vassallatico beneficiari? Dobbiamo dire che le stesse

relazioni di vassallaggio furono coinvolte nella crisi generale, perché vennero a snaturarsi

profondamente; in origine infatti l'elemento più importante era il vassallaggio, per cui la fedeltà

veniva ricompensata con un feudo che diventava a sua volta impegno per futuri servizi.

Ora invece accadeva che il feudo, cioè la terra, diventava l'elemento decisivo, per cui si entrava nel

vassallaggio di qualcuno per ricevere quel determinato feudo; la fedeltà, che originariamente era

considerata più vincolante degli stessi legami di parentela, finì così con l’essere commisurata al

feudo, cioè era più o meno grande a seconda dell'entità del feudo. Si giunse al paradosso della

pluralità degli omaggi: il cavaliere prestava l'omaggio e il connesso giuramento di fedeltà a più

signori, ricevendo un feudo da ognuno di loro; in caso di conflitto tra i suoi signori, si considerava

obbligato al servizio militare a favore di chi gli aveva dato il feudo più grande.

Intanto, la tendenza a inserire il feudo del patrimonio familiare e a considerarlo ereditario veniva

rafforzata da provvedimenti legislativi: il primo è il capitolare di Quierzy, emanato da Carlo il calvo

nell'877, con cui l'imperatore stabilì che, in caso di morte di un conte o di un vassallo regio con un

figlio minorenne o al seguito dell'imperatore, si sarebbe dovuto provvedere ad una amministrazione

provvisoria della contea o del feudo, in attesa del suo ritorno, e lo stesso ordinava di fare ai vassalli,

che lo stavano seguendo in Italia, nell'ambito dei loro rispettivi feudi.

Il capitolare fu ben presto interpretato come formale sanzione al principe dell’ereditarietà dei feudi

maggiori, di quelli cioè concessi direttamente dal re o imperatore; per quelli minori, concessi dai

vassalli ai loro fedeli (detti valvassori), bisognerà attendere invece la Constitutio de feudis, emanata

nel 1037 dall'imperatore Corrado II.

Si assistette quindi al formarsi di una rete molto intricata di rapporti politici; la situazione era quella

di un'estrema frantumazione politica: gli unici organismi a più vasto raggio che riuscivano a

mantenersi in piedi, sia pure attraverso continui cambiamenti di territorio, erano quei complessi

feudali più o meno grandi, che facevano capo a principi territoriali, il cui potere si configurava in

maniera non diversa da quello dei re; non a caso le fonti del tempo li definivano regna.

La dissoluzione dell'impero carolingio e l'estrema frantumazione del potere erano conseguenza delle

condizioni complessive dell'Europa del tempo, priva delle risorse materiali e intellettuali per far

funzionare grandi ordinamenti e strutture organizzative, paragonabili a quelli dell'impero bizantino

e del mondo arabo. La riprova è fornita dal fatto che, parallelamente alla crisi dell'ordinamento

pubblico, si ebbe anche quella dell'organizzazione ecclesiastica.

Nell’impero carolingio era chiara la preoccupazione del potere politico di garantire il corretto

funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche, così come era evidente anche la preoccupazione di

elevare il livello culturale del clero e soprattutto dei vescovi.

Orbene tutto questo venne messo in discussione tra IX e X sec in seguito al diffondersi di usi e

consuetudini che andavano esattamente in direzione opposta. In non poche diocesi i vescovi

dedicavano più tempo all'esercizio dei loro poteri signorili che all'attività religiosa ma, quello che

era più grave, è che concedeva in feudo ai loro vassalli le risorse delle chiese, come le decime

versate dai fedeli, per averne servizi di natura militare. Anche quelli più impegnati sul piano

religioso si trovavano, tuttavia, in condizione di non poter svolgere efficacemente i loro compiti di

natura pastorale, perché un numero sempre crescente di chiese veniva sottratta loro controllo. 53

Infatti la legislazione canonica vigente prevedeva per i proprietari di chiese solo il diritto di

presentare al vescovo il chierico candidato ad assumerne la cura, essendo riservato a lui il

conferimento sia delle funzioni di carattere religioso (officium) sia delle entrate e dei beni ad esse

connessi (beneficium); sempre al vescovo spettava inoltre il controllo sull'attività pastorale dei

chierici, che egli aveva il dovere di visitare periodicamente nelle loro chiese e di convocare al

sinodo diocesano.

La realtà era alquanto diversa: il proprietario laico praticamente sceglieva lui il chierico a cui

affidare la sua Chiesa e al vescovo non restava altro da fare che accettare il fatto compiuto, potendo

opporsi teoricamente solo in caso di manifesta indegnità del candidato proposto.

Né soltanto a questo si limitava l'ingerenza dei laici nella vita della Chiesa: non meno diffusa era la

tendenza di imperatori, re e principi territoriali a imporre propri candidati alla guida sia delle diocesi

che delle grandi abbazie. Il sostegno di questi enti diventava, infatti, sempre più importante, man

mano che essi venivano dotati di poteri di natura pubblica, sottratti a conti, duchi e marchesi; il

fenomeno interessò soprattutto la Germania e l’Italia ed ebbe una forte accelerazione nella seconda

metà del X sec, al tempo dell'imperatore Ottone I, quando alcuni vescovi furono investiti della

carica di conte e altri ebbero attribuzioni di tipo comitale su città e parti di contee.

La novità introdotta da quell’imperatore non consistente quindi nel coinvolgimento dell'episcopato

nel governo dello Stato, bensì nella più decisa spinta da lui data a un processo già in corso da

tempo.

I successori di Lotario fecero valere effettivamente i loro diritti (Constitutio romana), soprattutto al

tempo di Ludovico II il quale, impegnato a lungo in Italia contro i saraceni, esercitò un diretto

controllo sulla città di Roma e sulle elezioni dei pontefici. Quindi il papato o soggiaceva al potere

imperiale o, quando questo era assente, si trovava indifeso davanti alla pressione dell'aristocrazia

romana.

L’Italia poteri locali e podestà universali

Nel X sec, ciò che rendeva particolare la situazione della penisola italica era la coesistenza di

localismo e universalismo, per cui un esasperato particolarismo politico si sviluppava all'ombra

delle autorità che rivendicavano una loro funzione universale.

Innanzitutto il quadro politico della penisola era assai frammentato e di non facile definizione già

sul piano giuridico politico: Italia settentrionale e buona parte di quella centrale formavano il regno

d'Italia.

Puglia, Basilicata, Calabria meridionale buona parte della Campania costiera erano inserite

nell'impero bizantino, che allora non era affatto in crisi, ma stava anzi attraversando un periodo di

rinnovato splendore e di slancio espansionistico.

Questa divenne così terra di incontro e di scontro di due imperi, che rivendicavano entrambi diritti

di sovranità sui territori meridionali rimasti ai longobardi: si trattava dell'antico ducato di

Benevento, dove i contrasti interni alla dinastia principesca portarono nell'849 alla sua divisione nei

principati di Benevento e Salerno, da cui si distaccò qualche decennio dopo la contea di Capua.

Le lotte per l'egemonia tra queste tre formazioni politiche crearono le premesse per un inserimento

nelle loro vicende interne sia dei saraceni che dei due imperi.

Puramente teorica era anche la sovranità dell'impero bizantino sui tre ducati di Napoli, Gaeta e

Amalfi, retti da dinastie locali e in perenne conflitto con i vicini stati longobardi; i loro duchi

seppero garantirne a lungo l’indipendenza.

Al centro della penisola, tra Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, c'erano poi le due vaste signorie

di Montecassino e di San Vincenzo al Volturno: dotate da Carlo Magno e dai suoi successori di

privilegi di immunità, che le ponevano sotto la speciale protezione degli imperatori, furono rette tra

la fine dell’VIII sec e la metà del IX da abati di origine franca o comunque strettamente legati alla

corte carolingia. La crisi dell'autorità imperiale le privava però del loro sicuro ancoraggio politico,

54

esponendole alla forte pressione dei longobardi e dei conti di Capua in particolare, oltre che alle

scorrerie dei Saraceni.

Il fattore di maggiore complicazione del quadro politico italiano era tuttavia rappresentato dal

papato, che esercitava in maniera incerta e discontinua la sua signoria su buona parte di Lazio,

Umbria e Marche, ma rivendicava la sua funzione universale in ambito sia religioso sia politico.

Si trattò per allora di rivendicazioni privi di effetti concreti, ma la situazione cambierà radicalmente

nell’XI sec, quando, estromesso l'imperatore bizantino dalla scena politica italiana, resteranno a

fronteggiarsi ancora lungo papato e impero romano germanico, condizionando fortemente la vita

politica italiana.

Il regno italico venne attribuito da un'assemblea di nobili a Berengario, marchese del Friuli,

iniziatore di una serie di re, che si susseguirono in maniera assai rapida e a volte avventurosa;

contro di lui infatti, già due anni dopo si levò Guido, duca di Spoleto; alla sua morte nell'894 gli

successe il figlio Lamberto, il quale riuscì a mantenersi sul trono soltanto per quattro anni e in

mezzo a difficoltà di ogni genere.

A contrastare Lamberto fu il re di Germania, Arnolfo di Carinzia, al quale fece appello papa

Formoso per sottrarsi alla pressione che il nuovo re esercitava sui territori pontifici dai suoi domini

spoletini.

Arnolfo, riconosciuto re dai feudatari italiani nell'894, fu incoronato imperatore due anni dopo dallo

stesso papa Formoso; tuttavia Arnolfo sparì ben presto dalla scena politica lasciando il campo libero

a Lamberto, ma solo per poco dato che questi morì già nell'898.

Riemerse allora il tenace Berengario del Friuli, che subito si impegnò, sia pure con esito disastroso,

contro gli invasori ungari; la sconfitta che subì nella battaglia del Brenta, tuttavia, rese debole la sua

posizione nei confronti dei nemici interni, che gli contrapposero Ludovico di Provenza, anch'egli

incoronato imperatore.

Nel 905 Berengario riuscì a vincere Ludovico di Provenza e rispedirlo in Francia, dopo averlo fatto

accecare; nel 915, essendo riuscito ad espellere i saraceni dalla loro base alla foce del Garigliano e a

rendere più sicura Roma dalle loro incursioni, ottenne dal Papa Giovanni X la corona imperiale.

Nel 924 sconfitto da un nuovo pretendente al trono, Rodolfo di Borgogna, uscì definitivamente di

scena; la stella di Rodolfo brillò solo per poco, perché già due anni dopo fu costretto a cedere il

trono a Ugo di Provenza, che la tenne ininterrottamente fino al 946, riuscendo in qualche modo a

imporre la sua autorità grazie all'appoggio soprattutto dei marchesi di Toscana.

Nel 950, scomparso anche Lotario, figlio di Ugo, Berengario poté cingere la corona di re d'Italia,

ma già l'anno dopo cominciarono le prime difficoltà; ne fu responsabile principale la coraggiosa

vedova di Lotario, Adelaide che, perseguitata da Berengario, chiese aiuto al re di Germania, il quale

non si lasciò sfuggire l'occasione per inserirsi nelle vicende italiane.

Dopo avere sposato la stessa Adelaide, nel 951 scese in Italia, prontamente accolto dalla feudalità,

che gli fece atto di sottomissione insieme allo stesso Berengario il quale riuscì così a conservare il

regno in qualità di vassallo. Negli anni seguenti tuttavia egli approfittò della lontananza di Ottone

per recuperare la sua indipendenza e per tentare anche di espandersi in Italia centrale ai danni dei

territori della Chiesa.

Il risultato fu che Ottone, chiamato in aiuto da Papa Giovanni XII, nel 961 ritornò in Italia e fece

prigioniero Berengario, cingendo poi sia la corona regia sia, nel febbraio dell'anno dopo, quella

imperiale.

Con la deposizione di Carlo il grosso e la crisi dell'impero, il papato vide ridimensionato il suo

ruolo all'interno della cristianità occidentale; per giunta si trovava in difficoltà anche sul piano

interno, essendo in balia dell'aristocrazia romana, che divenne arbitra dell'elezione papale e compì

ampie usurpazioni del patrimonio fondiario della chiesa. 55

Erano quelli gli anni in cui occupava in città una posizione preminente la famiglia dei conti di

Tuscolo, soprattutto con Marozia, la quale, dopo aver sposato prima Alberico di Spoleto e poi

Guido di Toscana, passò a terze nozze con il re d'Italia Ugo di Provenza.

Una rivolta popolare, promossa dal fratello del Papa, Alberico, costrinse però sovrano a lasciare la

città prima dell'incoronazione; da allora, e fino alla morte nel 954, lo stesso Alberico, con il titolo di

“principe e senatore dei romani”, rimase padrone incontrastato di Roma e del papato, svolgendo

un'azione benefica a vantaggio di entrambi. Per garantire la sicurezza della città, impedì a qualsiasi

sovrano di venirvi a ricevere la corona imperiale, per cui l'impero rimase vacante dopo la morte di

Berengario nel 924.

Ad Alberico successe nella dignità di principe il figlio Ottaviano, che nel 955, appena sedicenne,

assieme al seggio pontificio con il nome di Giovanni XII; nel febbraio del 962 accettò di incoronare

imperatore Ottone, il quale tuttavia l'anno dopo lo sottopose a giudizio di un sinodo, che lo dichiarò

decaduto.

Ottone era succeduto nel 936 al padre Enrico l'uccellatore della casa di Sassonia; allora il regno di

Germania, che comprendeva quella parte dell'impero carolingio tra il Reno e l'Elba pervenuta

nell’833 a Ludovico il germanico, era articolato nei ducati di Sassonia, Franconia, Svevia e Baviera,

ai quali Enrico aveva aggiunto quello di Lorena.

Circa questi ducati oggi prevale l'orientamento di chi attribuisce un ruolo decisivo all'attività

dell'aristocrazia e di quelle famiglie di tradizione militare che riuscirono, partendo dall'esercizio di

pubblici uffici, a dare vita a grandi formazioni politico territoriali e a far nascere nelle popolazioni

locali la coscienza di appartenere a una comunità di popolo (allo stesso modo in Francia si

andavano formando principati territoriali con un forte radicamento nelle coscienze delle

popolazioni).

L’esistenza all'interno del regno di Germania­ o dei franchi orientali­ di ducati che avevano pur

sempre uno sfondo etnico non impedì, tuttavia, che già nel corso del X sec cominciasse a formarsi

lentamente una coscienza nazionale tedesca, attraverso la consapevolezza delle varie stirpi

germaniche di vivere all'interno di un regno comune.

Vi contribuì fortemente proprio Ottone di Sassonia, il quale operò subito con estrema decisione per

rendere effettiva la sua autorità all'interno di tutti e cinque ducati; in più egli, tutte le volte che gli fu

possibile, sostituì i duchi e i maggiori funzionari pubblici con membri della sua famiglia, anche se

non sempre essi corrisposero le sue aspettative.

Più regolare si rivelò l'appoggio dei vescovi, che Ottone coinvolse appieno nel governo di città e

contee, facendone dei signori territoriali in grado di disporre di consistenti nuclei armati, che

all'occorrenza non esitavano a mettere a sua disposizione.

Egli ebbe il merito di esigere da loro un pari impegno in campo religioso, per cui quei fenomeni di

indisciplina e di rilassatezza dei costumi, che affliggevano il clero e le comunità monastiche di altre

parti d'Europa, apparivano in Germania molto meno gravi; anzi, non pochi vescovi stavano già

avviando interventi di riforma e qualcosa cominciava a muoversi anche all'interno dei monasteri.

Importante fu l'impegno missionario della Chiesa tedesca, impegno che ovviamente Ottone

sosteneva anche allo scopo di estendere la sua influenza sulle popolazioni slave ancora pagane; tutto

ciò comportava ovviamente piena libertà per il re nella scelta di vescovi e abati, che egli trasse

sempre da famiglie a lui strettamente legate, investendoli non soltanto delle cariche pubbliche, ma

anche delle funzioni spirituali, per cui si configurava come un vero e proprio capo della Chiesa

tedesca.

Nello stesso tempo veniva incoraggiata la ripresa degli studi, che vedeva impegnate soprattutto le

grandi abbazie; il naturale coronamento di un'attività a così vasto raggio fu l'incoronazione

imperiale che avvenne in San Pietro a Roma nel febbraio del 962.

I contemporanei la considerarono una restaurazione dell'impero di Carlo Magno, ma ciò che è più

importante nel confronto dell'impero ottoniano con quello carolingio è la comune ispirazione

56

all'universalismo antico di Roma, più accentuata tuttavia in Ottone, e alla missione di protettori

della cristianità e del papato.

Sceso in Italia nel 961 per cingere prima la corona d'Italia e poi quella imperiale, Ottone vi rimase

quattro anni, durante i quali cercò di risollevare le condizioni del papato, avvilito dalla pressione

dell'aristocrazia romana dalla mancanza di una guida sicura.

Dopo il soggiorno di un anno in Germania, Ottone nel 966 era di nuovo in Italia, dove rimane

questa volta sei anni; dopo aver fatto incoronare imperatore il figlio Ottone II, volse la sua

attenzione verso l'Italia meridionale, tentando di imporvi la sua autorità.

E in effetti Pandolfo Capodiferro e il figlio Landolfo IV, principi longobardi di Benevento e Capua,

si riconobbero suoi vassalli; non ebbe invece uguale fortuna con i bizantini il cui imperatore

Giovanni Zimisce, nel 972 riconobbe a Ottone il titolo imperiale e acconsentì alle nozze tra Ottone

II e la principessa Teofane, che avrebbe dovuto portare in dote i territori bizantini dell'Italia

meridionale.

Ottone I mori nel 973, poco dopo il suo rientro in Germania; i 10 anni trascorsi in Italia

contribuirono, però, a rendere tutt'altro che tranquillo il trapasso dei poteri al figlio, il quale impiegò

ben sette anni per venire a capo delle resistenze dei duchi di Lorena, Svevia e Baviera, desiderosi di

recuperare la loro piena indipendenza.

Nel frattempo a Roma l’aristocrazia romana aveva ripreso a imperversare, giungendo al punto di

uccidere il papa filoimperiale Benedetto VI, al quale diede come successore Bonifacio VII; i

principi longobardi di Benevento e Capua avevano ripreso la loro di libertà di movimento; i

saraceni di nuovo facevano scorrerie in Calabria e lungo le coste; i bizantini non mostravano

nessuna intenzione di onorare i patti matrimoniali.

Nel 980 Ottone II era già a Roma, intento a fare preparativi per una campagna in Italia meridionale;

dal 982 subì però una grave sconfitta la parte dei saraceni a Stilo, in Calabria; la morte lo colse

l'anno dopo all'età di 28 anni.

Lasciava come erede il piccolo Ottone III sotto la tutela, prima, della madre Teofane e, dopo la sua

morte nel 991, dell’ancora energica nonna Adelaide.

Nel 996 il giovane Ottone, uscito di tutela all'età di 16 anni, poté raccogliere l'eredità paterna: egli

tentò subito di dare un contenuto effettivo alla teoria del carattere universale dell'impero e del

connubio tra regno e sacerdozio; il suo primo atto di governo fu pertanto la nomina a pontefice di

un suo parente e cappellano di corte, Gregorio V.

L’intera si poneva di guidare la cristianità alla felicità terrena e alla salvezza eterna, governando a

stretto contatto con il pontefice, per cui, appena asceso al trono, si trasferì a Roma, insediando la

corte sull’Aventino e adottando un cerimoniale di tipo bizantino, che aveva appreso dalla madre.

I suoi progetti utopistici e il suo entusiasmo si scontrarono con ostacoli insormontabili proprio

all'interno dei suoi domini: in Germania cresceva tra l’aristocrazia lo scontenta per la scarsa

considerazione in cui l'imperatore teneva i problemi del paese; in Italia i grandi feudatari, abituati

ad essere praticamente indipendenti, non gradivano che il loro re e imperatore vi avesse preso

stabile residenza; per lo stesso motivo ancora più scontenta era l'aristocrazia romana, che si vedeva

privata della tradizionale influenza sul papato.

Il risultato fu una sollevazione dei feudatari italiani, a cui seguì quella dei romani nel 1001, che

costrinse Ottone III a lasciare la città; nel gennaio dell'anno dopo, all'età di soli 22 anni, moriva

senza eredi diretti nel monastero di Monte Soratte, presso Roma.

Gli successe il cugino Enrico II, che lasciò cadere subito i progetti di potere universale del suo

predecessore, concentrando tutti i suoi sforzi sulla Germania, di nuovo alle prese con lo spirito di

indipendenza dell'aristocrazia e con la pressione gli slavi alle frontiere e ancora una volta si rivelò

decisivo l'appoggio dei vescovi.

Contemporaneamente si preoccupò di combattere la rilassatezza dei costumi del clero e dei monaci,

incoraggiando i movimenti di riforma. 57

Intanto in Italia la lontananza di Enrico aveva favorito i progetti di quella parte dell'aristocrazia, che

non gradiva né il legame definitivo del regno d'Italia con quello di Germania né l'eccessiva

concentrazione di potere nelle mani dei vescovi, pilastro della politica della dinastia sassone.

Venne così incoronato re a Pavia nel 1002 il già menzionato Arduino di Ivrea, considerato nella

storiografia romantica dell'800 il primo re nazionale; i grandi del regno si divisero sulla base dei

loro interessi e quelli che sostenevano Arduino non formavano affatto il partito più forte, anche

perché la monarchia tedesca poteva contare sempre sull'appoggio della feudalità ecclesiastica.

Nel 1004 perciò Enrico II valicò le Alpi e, dopo aver sconfitto Arduino, ottenne a Pavia la corona di

re d'Italia; il marchese di Ivrea non si diede per vinto e si mantenne in armi per 10 anni ancora, ma,

sconfitto ripetutamente, dovette desistere, ritirandosi nel monastero di Fruttuaria, dove morì nel

1015.

Intanto nel 1014 Enrico II si era fatto incoronare imperatore da papa Benedetto VIII, della famiglia

dei conti di Tuscolo; a lui successe un altro pontefice della stessa famiglia, Giovanni XIX.

Il fatto che i conti di Tuscolo avessero ripreso il sopravvento al tempo di Enrico II mostra come gli

imperatori tedeschi avessero difficoltà a rendere effettivo il loro potere in Italia; bastava infatti che

si allontanassero dalla penisola e riemergevano prepotentemente le tendenze autonomistiche dei

signori locali, che solo formalmente riconoscevano l'autorità regia e imperiale.

A rendere particolarmente intricata la situazione politica del regno italico contribuiva il fatto che

non si era avuta in Italia, se non in misura marginale, la formazione di grandi principati territoriali,

capaci di coordinare e disciplinare le forze signori locali.

Lo avevano impedito vari fattori: da un lato la presenza di re che, per quanto deboli, erano stati pur

sempre in continua attività militare, condizionando le strategie politiche delle maggiori famiglie

dell'aristocrazia; dall'altro il protrarsi per più di un secolo dalle incursioni saracene e ungare che

avevano contribuito al proliferare dei castelli e quindi delle minori dominazioni territoriali;

dall'altro, ancora, la vitalità delle città che, per quante indebolite dalla crisi demografica e dalla

depressione economica, avevano pur sempre conservato una certa vitalità e una orgogliosa

coscienza di sé.

Questa vitalità delle città, anzi, si era accresciuta grazie alla politica ottoniana di appoggio ai

vescovi, i quali risiedevano appunto in città e provenivano in genere da famiglie che avevano non di

rado la residenza nelle città o un collegamento con esse; tuttavia i vescovi nella loro attività politica

non potevano sottrarsi al condizionamento della comunità cittadina, alla quale tra l'altro, spettava

teoricamente il diritto di leggerli.

Quindi i vescovi non potevano operare senza ricercare il consenso dei cittadini e questi, a loro volta,

erano ben lieti di sostenerli, per i poteri, che imperatori e re d'Italia trasferivano dai conti ai vescovi,

significavano per la comunità cittadina e soprattutto per gli operatori economici locali maggiore

libertà di movimento e un coinvolgimento nella vita politica locale di gran lunga più grande rispetto

a quello che avveniva nelle campagne; ne erano consapevoli gli stessi sovrani.

Il nuovo imperatore Corrado II, della casa di Franconia, pensò allora di approfittare del conflitto tra

l'arcivescovo di Milano Ariberto e altri grandi feudatari con i rispettivi valvassori che rivendicavano

il diritto di trasmettere i loro feudi agli eredi, per riaffermare in Lombardia l'autorità imperiale, che

si era indebolita dopo la morte di Enrico II e la distruzione del palazzo regio di Pavia nel 1024 ad

opera dei cittadini.

Giunto in Italia, puntò sull'indebolimento della nobiltà maggiore, pur essendo essa in gran parte

filomperiale, e si schierò dalla parte dei valvassori, emanando il loro favore nel 1037 la Contitutio

de feudis, con la quale assicurava l'ereditarietà ai feudi minori e il ricorso al tribunale imperiale

contro gli abusi dei grandi. Decise quindi di deporre e di processare l'arcivescovo Ariberto, ma in

favore di questi intervennero i milanesi, per cui, dopo un inutile assedio della città, Corrado ripassò

le Alpi e se ne tornò in Germania. 58

La popolazione cittadina si era schierata ora dalla parte del suo arcivescovo, per respingere quella

che appariva un'aggressione all'intera città, ma ben presto, dando vita al comune, avrebbero assunto

la gestione diretta del governo locale.

Processi in parte simili erano in atto anche nel sud della penisola, sia nei territori longobardi, sia in

quelli sotto il dominio effettivo o la sovranità formale dell'imperatore di Bisanzio; soprattutto in

Campania e in Puglia, regioni tra le più urbanizzate del tempo, le città apparivano già decisamente

avviate verso una ripresa economica e demografica.

La loro struttura sociale si veniva differenziando, con l'emergere di nuovi ceti, legati all'artigianato

e al commercio, che presero il posto di quei mercanti orientali, che avevano smesso di frequentare i

porti del Tirreno dopo l'espansione araba nel Mediterraneo. A questo si accompagnava l'emergere

della coscienza cittadina e della consapevolezza, da parte delle comunità urbane, di poter giocare un

ruolo sul piano politico.

La differenza tra le zone longobarde e quelle bizantine appariva invece più grande al di fuori dei

centri urbani; nell’ambito delle prime si manifestava quella stessa tendenza al formarsi di signorie

fondiarie e territoriali, infatti anche al sud il possesso di vasti beni terrieri aveva sempre comportato

l'esercizio di poteri di comando su quelli che vi abitavano, ma il formarsi di signorie nel corso del X

sec era riconducibile soprattutto all'intraprendenza dei funzionari pubblici che tendevano a radicati

sul territorio e a sottrarsi al controllo del principe.

Questo faceva sì che a livello locale il detentore del potere apparisse sempre nella sua veste di

funzionario pubblico, ma non contribuiva ad attenuare quella generale situazione di insicurezza, che

ovunque in Europa caratterizzò il X sec e che era provocata sia delle lotte incessanti dei signori tra

di loro sia dalle incursioni dei saraceni, ungari e normanni; di qui anche in Italia meridionale una

forte spinta alla costruzione di castelli.

In certe aree l’incastellamento fu nel X sec un fatto talmente vistoso da essere sottolineato dai

cronisti, di solito poco attenti a problemi del genere; il fenomeno altrove fu certamente meno

vistoso, ma nel complesso le zone longobarde si caratterizzavano rispetto a quelle dell'area

bizantina per una maggiore proliferazione di poteri locali e per un progressivo indebolimento

dell'autorità del principe.

L’area bizantina comprendeva la Puglia, la Basilicata e la Calabria, organizzate rispettivamente nei

tre temi di Longobardia, Lucania e Calabria; i tre piccoli ducati di Gaeta, Napoli e Amalfi erano

invece sostanzialmente indipendenti (il tema era una circoscrizione territoriale, retta da uno stratega

inviato da Bisanzio, che aveva il compito di coinvolgere le forze locali nella difesa dagli attacchi

esterni e di garantirne il collegamento con il potere centrale).

Questo tipo di organizzazione, potenziata sul finire del X sec mediante l'inserimento dei tre temi in

una superiore struttura di governo, il catepanato d'Italia con sede a Bari, rivelò un efficace

strumento per dare stabilità al dominio bizantino che si era ampliato sensibilmente in seguito a un

rinnovato impegno militare. Tutto questo si inseriva, a sua volta, in una più ampia politica

espansionistica che allora Bisanzio stava conducendo nel Mediterraneo, dei Balcani e in Asia

minore; a ciò è da aggiungere che i bizantini svolsero un'azione a vasto raggio, tesa ad assicurare il

consenso alla loro dominazione anche la parte della popolazione longobarda della Puglia e della

Calabria.

Cercarono perciò di guadagnarsi l'appoggio dei vescovi o sottomettendoli all'autorità del patriarca

di Costantinopoli o, quando questo non fu possibile, consentendo solo l'elezione di prelati sulla cui

fedeltà potevano contare; largheggiarono inoltre, nel concedere di titoli onorifici agli esponenti del

ceto dirigente locale, mentre anche il monachesimo italo greco, assai diffuso in Calabria e in

Lucania, contribuiva indirettamente a orientare la popolazione verso i modelli culturali e spirituali

del mondo bizantino. Se poi si considera il carattere molto più evoluto dell'organizzazione

amministrativa bizantina rispetto a quella delle formazioni politiche post­carolinge, si comprende

59

come nel panorama dell'Italia del X secolo le estreme regioni meridionali si presentassero con

caratteri originali.

Splendore e declino di Bisanzio

Alla fine dell’VIII sec l'impero bizantino comprendeva, in Asia, poco meno della metà dell'attuale

Turchia, e in Europa la Tracia orientale nonché le città greche di Atene, Patrasso e Corinto e i

territori dell'Italia meridionale sottratti alla conquista dei longobardi.

L’intera ebbe però la forza di resistere e di passare addirittura al contrattacco verso la metà del IX

sec e il motivo principale è da ricercare nel poderoso sforzo compiuto dalle varie dinastie che si

succedettero sul trono, per rinnovare l'organizzazione statale e metterla in grado di far fronte alle

difficoltà del momento.

La riforma dell'amministrazione provinciale mirava a radicare nel territorio i soldati, detti stratioti,

rendendoli nello stesso tempo colonizzatori e proprietari delle terre, che avevano il compito di

difendere e che potevano trasmettere ai loro figli insieme all'obbligo di prestare il servizio militare.

Essi inoltre erano quasi completamente esentati dal pagamento delle tasse e ricevevano un piccolo

stipendio, per far fronte alle spese di armamento; si favorì anche il formarsi di una piccola proprietà

di contadini liberi, principale base economica e finanziaria dello Stato: essi infatti vivevano in

comunità di villaggio, che costituivano unità amministrative e fiscali, per cui erano tutti insieme

responsabili del pagamento delle tasse anche per eventuali evasori e per i terreni rimasti privi di

coltivatori.

Il latino, fino ad allora lingua ufficiale dello Stato sebbene poco compresa dal popolo, fu sostituito

con il greco e la grecizzazione investì anche il titolo imperiale, dato che i tradizionali termini latini

di imperator, caesar, augustus furono sostituiti dal titolo greco di basileus.

Lo stesso avvenne nell'ambito dell'attività legislativa, che vedeva un progressivo superamento del

diritto romano e l'introduzione di consuetudini di origine orientale.

L’appoggio dato dallo Stato al ceto dei piccoli coltivatori diretti, liberi o tenuti al servizio militare e

il carattere prevalentemente rurale dell'economia non impedirono però alle città, soprattutto quelle

della costa, di continuare le loro attività commerciali e produttive, alimentando così una, sia pur

ridotta, circolazione monetaria. A dare impulso alla vita delle città contribuiva a volte l'autonomia

più o meno ampia, di cui esse godevano nelle province periferiche; qui infatti, le necessità di difesa,

rendendo indispensabile il coinvolgimento delle forze locali, non consentirono una piena attuazione

alla legge con cui Leone VI abolì le autonomie municipali, concentrando tutti i poteri nelle mani dei

funzionari pubblici.

Dobbiamo parlare anche della controversia iconoclasta, la lotta cioè contro il culto delle icone,

tavole di legno, per lo più prodotte nei monasteri, su cui erano effigiate immagini sacre. Il

movimento partì dalle province orientali dell'impero, più influenzate dall'islamismo e dal giudaismo

e quindi più sensibili alle accuse di idolatria che musulmani ed ebrei, da sempre contrari alla

raffigurazione della divinità sotto sembianze umane, rivolgevano ai cristiani.

Il movimento raggiunse la corte quando salì al trono Leone III l’isaurico che, proveniente da una

famiglia di stratioti, aveva fatto carriera nell'esercito, diventando poi stratega del tema di Anatolia.

Egli promulgò un decreto nel 726 con il quale proibì il culto di tutte le immagini, sia quelle

riprodotte su tavole di legno sia quelle presenti in affreschi e mosaici, ordinandone la distruzione; e

ciò nonostante l'opposizione del patriarca di Costantinopoli e di papa Gregorio III, che nel 731

scomunicò l'imperatore e i suoi sostenitori.

Il figlio Costantino V proseguì con decisione ancora maggiore la politica paterna, riportando anche i

importanti vittorie su arabi e bulgari, e colpendo duramente i monaci ribelli.

Cercando il consenso soprattutto nelle province orientali, gli imperatori isaurici mostrarono di aver

capito che i destini dell'impero si giocavano su quel fronte e non esitarono a fare scelte che

avrebbero potuto avere, come in effetti ebbero, contraccolpi negativi nei territori occidentali (Grecia

e Italia), dove le popolazioni accolsero con indifferenza o con ostilità i provvedimenti iconoclasti. 60

Cmq la loro politica diede i suoi frutti, dato che con le vittorie militari e con il sostegno dei temi

orientali riuscirono a bloccare l'avanzata degli arabi e ad arrestare la crisi dell'impero.

Con l'avvento al trono di Costantino VI e di sua madre Irene, sembrò che si volesse rinunciare alla

politica degli imperatori isaurici, dato che fu nominato nel 784 un patriarca iconodulo, cioè

favorevole al culto delle immagini; tre anni dopo il VII concilio ecumenico di Nicea, l'ultimo

riconosciuto come tale da tutta la cristianità, condannò l'iconoclasmo come eresia.

La soluzione definitiva della controversia iconoclastica doveva però tardare ancora di alcuni

decenni: innanzitutto la posizione di Irene era indebolita dal mancato riconoscimento del papato,

che la considerava un'usurpatrice, ritenendo perciò stesso il trono vacante; cosa che aveva fornito il

pretesto per l'incoronazione imperiale di Carlo Magno.

La deposizione dell'imperatrice nell'802 rimise tutto in discussione e Carlo Magno dovette attendere

fino all'812 per avere il sospirato riconoscimento del suo titolo dall'imperatore Michele I; con il

successore di questi, Leone V si ebbe un ritorno al potere della corrente iconoclasta, sia pure senza

le asprezze del tempo degli imperatori isaurici. La contesa sarà chiusa solo nell'843 dall'imperatore

Michele III il quale, richiamandosi al concilio di Nicea del 787, riaffermò la liceità del culto delle

immagini.

Alla minore pressione esterna è da ricollegare anche la ripresa della grande proprietà terriera, ad

opera degli esponenti della burocrazia della capitale, dell'alto clero, dei vertici militari e

dell'amministrazione civile e militare dei temi, ai quali si affiancavano i grandi mercanti di

Costantinopoli e delle altre città.

Ad essa faceva da riscontro la crisi di quel ceto di piccoli proprietari che aveva formato nel recente

passato il nervo degli eserciti dell'apparato produttivo bizantino; della gravità del problema si resero

conto l'imperatore Romano Lecapeno e i suoi successori, tutti autori di novelle, cioè nuove leggi in

difesa della proprietà degli stratioti e dei contadini liberi.

Nonostante la protezione della legge, i contadini impoveriti e impotenti a far fronte ai loro doveri

fiscali preferivano cedere le loro terre a un potente e mettersi sotto la sua protezione, così come

avveniva in Occidente; in più gli stessi funzionari provinciali, i quali dovevano vigilare sulla

correttezza delle compravendite di terre, appartenevano proprio a quelle famiglie che traevano

vantaggio dall'impoverimento dei piccoli proprietari.

L’imperatore Niceforo Foca, esponente di una grande famiglia aristocratica, emanò addirittura leggi

a tutela dei potenti, favorendo la concentrazione delle terre nelle loro mani; i suoi successori,

Giovanni Zimisce e Basilio II ripresero invece la politica antinobiliare di Romano Lecapeno,

vietando la cessione all'aristocrazia fondiaria dei beni dei piccoli proprietari; il che provocò vaste

rivolte della nobiltà di provincia.

Tali provvedimenti non potevano ribaltare una situazione che vedeva nelle campagne il netto

predominio dei grandi proprietari e la diffusione di rapporti di dipendenza personale; le campagne

dell'impero bizantino erano, dove più dove meno, collegate con il mercato sia locale che

internazionale, per cui le città esercitavano una funzione di stimolo sull'attività delle famiglie

contadine.

L’esistenza di un apparato pubblico, di gran lunga più efficiente di qualsiasi altro a quel tempo,

rendeva inoltre lo stato in qualche modo sempre presente, per cui non si ebbe quel totale

trasferimento di poteri ai signori, che caratterizzava le campagne europee.

L’imperatore bizantino aveva strumenti di direzione politica e di intervento nella vita sociale

sconosciuti ai sovrani dell'Occidente; la sua posizione si era venuta progressivamente rafforzando a

partire già dai primi decenni dell’VIII sec, per raggiungere livelli assai alti al tempo di Leone VI,

agli inizi del IX sec.

L’imperatore, vero e proprio rappresentante di Dio sulla terra, capo dell'esercito e

dell'amministrazione, garante della giustizia e della pace, era anche il difensore della Chiesa e della

vera fede; l'imperatore decideva in merito all'elezione del patriarca, che egli era in grado di deporre,

61

se non perfettamente allineato sulle sue posizioni, e legiferava anche in materia di fede, essendo

interessato a combattere ogni movimento eretico.

Ne risultò un legame strettissimo tra Stato e Chiesa, molto più stretto di quello che si cercava di

realizzare in Occidente: un legame che non diede quasi mai luogo a conflitti laceranti, dato che la

compenetrazione tra i due poteri avvenne sempre all'insegna di una indiscussa egemonia di quella

imperiale.

Al rafforzamento dell'autorità degli imperatori contribuirono anche i successi che seppero

conseguire sul piano militare gli esponenti della dinastia macedone; a loro si deve il potenziamento

della marina militare. Abbiamo già detto dei successi riportati in Italia, che culminarono nella

creazione del catepanato con sede a Bari; dobbiamo prestare attenzione al fronte settentrionale,

quello dei Balcani e del Mar Nero, molto più complesso e difficile, data l'aggressività dei russi e

delle popolazioni delle pianure sarmatiche, nonché delle formazioni slavo bulgare dei Balcani.

Contro di loro le vittorie si alternarono a gravi disfatte e la stessa Costantinopoli dovette sostenere

attacchi navali da parte dei russi nell'870 e nel 907, nonché un violento assedio da parte del re dei

bulgari Simeone il quale, educato a Costantinopoli, aveva assunto il titolo di zar (Cesare) e ambiva

ad annettersi l'intero impero, perda la vita a un grande Stato bulgaro bizantino.

Fu merito di Romano Lecapeno se anche questo difficile momento fu superato, infatti egli seppe dar

vita a una rete di alleanze che portarono all'accerchiamento dei bulgari ad l'opera di serbi, croati e

russi per cui fu possibile arrivare a una soluzione di compromesso.

In base ad essa Simeone rinunciò ai suoi ambiziosi progetti, accontentandosi del titolo di basileus

dei bulgari; i suoi successori tentarono più volte di riprendere l'iniziativa, finché non furono

definitivamente vinti e sottomessi nel 1014 dall'imperatore Basilio II.

Nell’area balcanica fu introdotta l'organizzazione dei temi, che proprio agli inizi dell'XI secolo

raggiunse la massima diffusione, mentre la chiesa bulgara fu trasformata in archiepiscopato e

sottomessa al patriarca di Costantinopoli.

La cristianizzazione degli slavi e delle altre popolazioni pagane dei Balcani e della Russia avveniva

però in concorrenza con la Chiesa di Roma e con i franchi, la cui avanzata in Europa ugualmente

procedeva in concomitanza con l'attività missionaria promossa dal papato.

Un vero e proprio conflitto scoppiò per il controllo della chiesa bulgara; il seggio patriarcale di

Costantinopoli era allora occupato da Fozio, l'ordinato dall'imperatore Michele III, ma non

riconosciuto da papa Niccolò I; dopo un violento scambio di lettere con il Papa, in cui veniva

denunciata l'ingerenza della Chiesa romana nell'area di influenza del patriarcato costantinopolitano,

Fozio nell’867, richiamandosi alla cosiddetta “disputa del Filioque”, fece scomunicare il Papa da un

concilio riunito a Costantinopoli.

La questione fu accantonata in seguito alla deposizione di Fozio, decisa dal concilio di

Costantinopoli del 869­870, il quale deliberò anche in maniera definitiva sulla sottomissione della

chiesa bulgara all'autorità del patriarca di Bisanzio.

Ad abbassare la tensione tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, contribuì in maniera

decisiva la crisi del papato nel corso del X sec; e infatti, quando essa fu superata gli inizi del nuovo

millennio, i rapporti divennero di nuovo assai tesi. Ai vecchi problemi della giurisdizione sui

cristiani dell'area balcanica e del “Filioque”, intanto, altri, sia pur meno gravi, se ne erano aggiunti

nel corso degli anni.

La situazione esplose a metà dell'XI secolo quando alla guida delle due chiese vennero a trovarsi

prelati intransigenti, nemici di ogni compromesso: a Roma era papa Leone IX, a Costantinopoli era

patriarca Michele Cerulario.

Dal momento che l'imperatore Costantino X era interessato a non far precipitare la situazione, da

Roma fu inviata una delegazione per tentare di appianare i contrasti, delegazione guidata però da

una persona poco adatta, il monaco Umberto di Moyenmoutier, di cui era noto il carattere

62

intransigente; infatti, il 15 luglio 1054 i tre legati papali deposero sull'altare della chiesa di Santa

Sofia la bolla di scomunica del Cerulario, il quale ovviamente fece lo stesso nei loro confronti.

Lo scisma tra le due chiese non fu sentito affatto come un avvenimento traumatico dal mondo

cristiano; anzi tutto lascia credere che quasi non sia stata avvertito.

L’elemento che pesò di più fu tuttavia l'orientamento in senso fortemente monarchico che il papato

assunse tra XI e XII sec, per cui i teologi bizantini sostenevano che era la Chiesa di Roma, e non

quella di Costantinopoli, ad allontanarsi dall'ortodossia e a mettere in discussione l'assetto elaborato

nei primi concili ecumenici, il quale avevano previsto una cristianità raccolta intorno ai cinque

patriarcati di Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli, e non

un'organizzazione di tipo gerarchico culminante nel Papa di Roma.

Sul piano economico le attività produttive e commerciali, che avevano la loro sede naturale nelle

città, apparivano in piena ripresa tra IX e X sec, e la moneta bizantina era forte sui mercati

internazionali, tra cui anche quello italiano. Costantinopoli e allora il più importante centro

commerciale e produttiva del Mediterraneo ed era nota in tutto il mondo per la produzione di stoffe

e sete.

Tranne che per Costantinopoli, non sappiamo con precisione come fossero regolati i commerci e le

attività produttive, ma probabilmente dovunque era assai forte il controllo dello Stato.

Le città, e Costantinopoli in primo luogo, erano anche sede di un'intensa attività artistica e culturale,

che vedeva impegnati in prima persona gli stessi imperatori.

Proprio quando il prestigio politico e culturale di Bisanzio era al culmine e l'autorità degli

imperatori si esercitava su un territorio che in certi punti coincideva con quello dell'antico impero

romano, apparvero minacciosi all'orizzonte i segni di un rapido declino; innanzitutto con la fine

della dinastia macedone, nel 1056, cominciò mezzo secolo di lotte per il potere tra alta burocrazia e

nobiltà della capitale, da una parte, e aristocrazia fondiaria delle province dall'altra.

La vittoria di quest'ultima portò all'abbandono della politica a sostegno della proprietà contadina e

alla concessione di ampi privilegi ai signori fondiari, esentati anche dal pagamento delle tasse; tutto

questo mentre aumentava di nuovo la pressione sulle frontiere ed era necessario trovare i mezzi per

arruolare truppe mercenarie, perché era la rovina della piccola proprietà contadina privava lo stato

dell’apporto militare degli antichi stratioti.

Il pericolo veniva da tutte le parti: sul fronte orientale la minaccia era rappresentata dai turchi

selgiuchidi, i quali, provenienti dalle steppe dei Kirghisi (Turkestan), si erano impadroniti di

Baghdad; essi diedero subito inizio a una vasta offensiva contro i Fatimiti dell'Egitto e gli altri

potentati musulmani, ripristinando in poco tempo l’antico impero e l'unità religiosa in una vasta

area, che andava dall'Anatolia all'Afganistan. In essa erano comprese anche la Siria e la Palestina,

sottratte ai Fatimiti; Gerusalemme fu conquistata nel 1070; l'anno dopo si ebbero lo scontro diretto

con i bizantini e la sconfitta a Manzicert, in Armenia, dell'imperatore Romano IV Diogene.

Nel 1081, quando l'imperatore Alessio Comneno riuscì finalmente a conquistare in maniera

definitiva il potere per la sua famiglia, all'impero era rimasto in Asia un territorio corrispondente a

meno di un quarto dell'attuale Turchia.

Il pericolo maggiore venne però dai normanni dell'Italia meridionale; dopo aver infatti espulso i

bizantini dall'Italia ed essersi impadroniti di Durazzo (oggi in Albania), puntarono addirittura alla

conquista di Costantinopoli. Disperando di poterli fermare con le sue sole forze, l'imperatore

Alessio Comneno chiese l'aiuto di Venezia, che effettivamente sconfisse i normanni per mare, ma

chiese un compenso assai alta per il suo aiuto, facendosi concedere amplissimi privilegi.

In base ad essi i veneziani potevano commerciare liberamente in tutte le città dell'impero, compresa

Costantinopoli, senza pagare i dazi e le altre tasse, che invece gravavano sugli operatori locali; il

risultato fu che in breve tempo essi divennero arbitri della vita economica dell'impero, risucchiando

la maggior parte delle sue risorse finanziarie. 63

Mentre l'aristocrazia militare delle province faceva sentire sempre di più la sua forza sul potere

centrale, l'impero si andava configurando nel corso del XII sec come un'appendice di Venezia, che

agli inizi del secolo seguente ne assumerà, sia pure temporaneamente, il controllo diretto.

L’APOGEO DELLA CIVILTÀ MEDIEVALE

Incremento demografico e progressi dell'agricoltura nell'Europa dei secoli XI­XIII

Nella seconda metà del secolo XI vediamo comparire nuovi soggetti politici, capaci di infliggere un

duro colpo alla potenza dell'impero bizantino, allora all'apice del suo splendore.

Tra essi, due venivano dall'Occidente, anzi dall’Italia: i normanni e i veneziani che sono tuttavia

sono la punta avanzata di un movimento più ampio, che vedeva tutte le regioni dell'Occidente in

crescita più o meno rapida e alla ricerca di nuovi sbocchi commerciali.

Agli inizi del nuovo millennio è certo che la popolazione europea, dopo il calo dei secoli III­VI e la

stagnazione di quelli seguenti, era di nuovo in aumento: ovunque è in atto un ampliamento delle

terre messe a coltura attraverso impegnative opere di dissodamento, disboscamento, bonifica.

Le città si ripopolano e diventano centri di scambi e di attività produttive; salgono i prezzi dei

prodotti agricoli e le famiglie nobili risultano formate da un numero maggiore di membri, infatti il

possesso fondiario appare sempre più frantumato nel passaggio da una generazione all'altra, segno

che viene diviso tra un numero più grande di figli.

Si assiste inoltre alla fondazione di nuovi villaggi: essa di per sé stessa potrebbe non significare

molto, dato che nuovi abitati nascono anche quando la popolazione è in calo e per ragioni diverse;

tuttavia, le città e i villaggi fondati nei secoli XI­XII sono così numerosi, che non vi possono essere

dubbi sul fatto che all'origine del fenomeno ci sia un aumento della popolazione.

Già tra IX e X sec appare avviato un lento aumento della popolazione contadina, probabilmente

frenato dalle devastazioni provocate dagli ungari, saraceni e normanni; il loro arresto verso la metà

del X secolo, contribuendo a migliorare di molto la sicurezza, consentì alla popolazione di crescere

in maniera più spedita. Dobbiamo però dire che c'erano forti squilibri tra una regione e l'altra e

all'interno della stessa regione, per cui villaggi vicini potevano registrare andamenti demografici

molto diversi.

Un altro fenomeno di grandi dimensioni, che coinvolse tutta l'Europa, fu l'ampliamento dello spazio

coltivato: anche a tal proposito è da ricordare che le condizioni di partenza dei vari paesi erano

diverse.

In Italia e in Francia meridionale nelle aree già relativamente popolate l'espansione delle

coltivazioni avveniva a spese di quelle zone incolte che costituivano parte integrante delle curtes e

dei territori dei villaggi, per cui non si avevano spostamenti di popolazione e l'opera di

dissodamento era il risultato di un contratto tra proprietario terriero e il coltivatore.

In genere il primo concedeva la terra e non di rado sementi e materiali vari, per consentire di

avviare l'attività produttiva, richiedendo in cambio il pagamento di un canone in natura solo a

partire dal momento in cui la terra avrebbe cominciato a produrre.

I più solleciti nello stipulare patti agrari appaiono gli enti ecclesiastici e soprattutto i monasteri, ma

è da credere che l'impressione di minore attivismo da parte dei proprietari laici sia in parte legata

alle perdite più gravi, che ha subito nel corso dei secoli la documentazione delle famiglie nobili

rispetto a quella conservata negli archivi ecclesiastici. Cmq sono numerose le fonti relative

all'impegno dei signori laici nella valorizzazione di zone completamente disabitate, nelle quali essi

cercavano di attirare i coloni sia per valorizzarle sia per accrescere il numero degli uomini soggetti

alla loro giurisdizione.

Le fonti chiamano questi nuovi centri abitati villenuove o borghi franchi, in chiaro riferimento alle

particolari condizioni giuridiche, di cui godevano i loro abitanti: a loro, infatti i signori, per attirarli

sulle proprie terre e per stimolarne l'impegno nella difficile fase preliminare dei lavori di bonifica e

disboscamento, concedevano privilegi di vario genere. 64

Un ruolo assai importante nell'espansione dello spazio coltivato ebbero anche i nuovi ordini

monastici fondati nel corso del XII sec, i cistercensi e i certosini; desiderosi infatti di riscoprire lo

spirito originario della regola benedettina e insofferenti della ricchezza e della potenza conseguite

dalle grandi abbazie del tempo, cercarono soprattutto la solitudine e la povertà, rifugiandosi nel

cuore della foresta e in territori spopolati, dove erano costretti a provvedere direttamente al proprio

sostentamento.

Ben presto intorno ai nuovi monasteri sorsero villaggi di contadini, desiderose di iniziare una nuova

vita sotto la guida e la protezione dei monaci.

Parlando di villenuove e borghi franchi promossi da signori laici e monasteri, non bisogna pensare

però che tutta la popolazione impegnata nelle opere di colonizzazione vivesse concentrata nei

villaggi; soprattutto nelle aree più urbanizzate infatti, la messa a coltura di terre incolte o

l'introduzione di nuove e più redditizie coltivazioni in quelle già sfruttate comportavano sempre più

spesso la costruzione di nuove dimore per i contadini sparse per i campi.

Altrove invece, il fenomeno fu più tardo ed ebbe carattere diverso, legato com'era agli investimenti

sempre più massicci, che nelle campagne facevano mercanti, artigiani e abitanti delle città in

genere.

In questo caso si trattava di una riorganizzazione dell'attività produttiva, per cui la casa colonica era

in realtà il centro di un'azienda agraria nata dall'accorpamento di un certo numero di terre; in questa

maniera si superava l'organizzazione dell'alto medioevo, caratterizzata dalla dispersione delle terre,

e si poteva procedere alla chiusura dei campi mediante siepi e segnali di vario genere, per impedire

soprattutto all'ingresso di animali estranei all'azienda (in età moderna queste aziende saranno

chiamate poderi).

L’espansione dello spazio coltivato nei secoli centrali del medioevo non va considerata, tuttavia,

una storia lineare di progressi continui e generalizzati, dai primi dissodamenti e disbocamenti

intorno al Mille alla creazione dei poderi mezzadrili; infatti a quell'esito non si giunse che in poche

zone, là dove c'era disponibilità di capitali da investire nella terra; nel resto dell'Europa i successi

furono più limitati e soprattutto sempre precari.

Tale fenomeno interessò anche vastissime aree fino ad allora quasi deserte, assumendo a volte

dimensioni notevoli e modificando profondamente la natura stessa dei luoghi: è questo il caso delle

aree costiere dei Paesi Bassi, nell'alto medioevo scarsamente popolate, perché disseminate di paludi

e acquitrini.

Nell’arco di 2­3 secoli l'intera zona fu bonificata attraverso la creazione di grandiose dighe; sulle

aree recuperate e liberate dalla salsedine si procedette poi a impiantare aziende agrarie e di

allevamento, raggiungendo livelli produttivi di grande rilievo, che consentivano di far fronte alla

crescente richiesta di generi alimentari da parte delle numerose città della zona.

In Spagna il ripopolamento la messa a coltura di nuove terre procedevano insieme al movimento di

riconquista, da parte dei cristiani, dei territori occupati dagli arabi nel secolo VIII.

Il paese però che produsse il più intenso slancio espansivo fu la Germania: l'iniziativa fu soprattutto

dei principi territoriali, che si diedero a incoraggiare con privilegi e carte di libertà i contadini

disposti a impegnarsi nella valorizzazione delle loro terre, spesso ricorrendo all'opera di

intermediari, veri e propri “incettatori di uomini”. Né i principi territoriali si limitarono a questo ma,

spinti dalla pressione demografica e dal desiderio di estendere i loro domini, diedero vita a una

grandiosa “spinta verso oriente”, guidando i coloni al di là delle frontiere delle loro signorie, in

territori dei quali erano partite circa otto secoli prima le migrazioni verso occidente delle

popolazioni germaniche.

Tuttavia, già a partire dal 1143, nuove ondate di colonizzatori provenienti non solo dalla Germania,

ma anche dalla Frisia, dalle Fiandre e dalla Westfalia, fecero risorgere i villaggi e i castelli distrutti,

sovrapponendosi agli slavi, che furono convertiti e completamente assorbiti. 65

Verso la fine del XII sec gli sforzi si rivolsero verso le regioni del Baltico, abitate da popolazioni

pagane appartenenti al gruppo linguistico finnico, e dovunque conquista, colonizzazione ed

evangelizzazione forzata procedettero parallelamente. Vienna, fondata nel 1018, divenne capoluogo

della marca orientale fu creato il ducato di Carinzia, oltre naturalmente a vari vescovadi e

monasteri, che contribuirono a cancellare completamente da quelle regioni qualsiasi impronta slava.

All’origine di tutto questo c'era l'incremento demografico, che rendeva eccessivo il carico umano

sulle terre già coltivate; ma una spinta non meno forte era fornita dal desiderio di migliorare le

proprie condizioni di vita, sottraendosi al potere dei signori fondiari: è ciò che dovette avvenire in

modo particolare in Germania.

Flussi migratori così intensi ebbero notevoli conseguenze anche nelle terre di origine degli

emigranti: i signori di quelle terre infatti si dovettero porre il problema di evitare la partenza dei

loro contadini e di qui una serie di patteggiamenti con le comunità contadine, che a volte riuscivano

a strappare ai loro signori diritti non molto diversi da quelli che avevano attirato in terre lontane i

nuovi coloni.

In questo i contadini erano agevolati dal movimento complessivo dell'economia del tempo che,

essendo in fase di crescita, richiedeva maggiore libertà di iniziativa e quindi il superamento o,

almeno, l'allentamento di quei vincoli che ostacolavano l'aumento della produzione.

Così la curtis subì trasformazioni di entità diversa nelle varie parti d'Europa, anche se la tendenza

dovunque era quella di ridurre la riserva padronale e di estendere l'area a diretta gestione dei

coltivatori, riducendo parallelamente il numero delle prestazioni d'opera. I signori, da parte loro,

potevano disporre di nuove entrate, utilizzabili sia per migliorare il loro tenore di vita sia per

accrescere la produttività della parte residua della riserva padronale, ricorrendo all'opera di salariati.

La maggiore libertà di iniziativa provocava ovviamente all'interno della società rurale l'emergere di

differenziazioni che, per quanto non del tutto assenti in precedenza, non erano tuttavia molto

accentuate a causa del carattere complessivamente depresso dell'economia alto medievale.

All’origine delle trasformazioni in atto nelle campagne c'era anche l'introduzione di nuove tecniche

agrarie e di nuove coltivazioni; in realtà non si trattava di novità in senso assoluto, ma sono ora

c'erano le condizioni perché esse avessero una larga diffusione e di spiegassero tutti i loro effetti

positivi.

Grande importanza è attribuita l'introduzione, nelle terre di nuova coltivazione, di tecniche di

aratura capace di smuovere terreni pesanti nonché ricchi di radici d'albero e sassi, quali erano quelli

appena sottratti ad acquitrini e foreste. Particolarmente adatto si rivelò per esse si rivelò l'aratro

pesante che era in grado di incidere più in profondità il terreno e di smuovere le zolle, sollevandole

e rovesciandole; data però la sua pesantezza, era necessario, per azionarlo, disporre di un traino

animale più numeroso, non bastando la tradizionale coppia di buoi, infatti ce ne volevano almeno

quattro.

Un’altra novità fu costituita dall'abbandono della tradizionale bardatura, formata da una cinghia di

cuoio tenero che stringeva l'animale alla gola, ostacolandogli la respirazione; adesso fu sostituito

nell’XI sec un collare rigido, che poggiava sulla spalla del bue, permettendogli così di respirare

liberamente, mentre trascinava l'aratro.

Questo sistema di bardatura consentì inoltre di impiegare per l’aratura il cavallo; tuttavia per

l'impiego del cavallo in agricoltura era necessario risolvere un altro problema tecnico, la ferratura

dello zoccolo, per evitare che questo si consumasse sulla terra dura.

Con l'incremento dello sfruttamento delle miniere a partire dall'XI sec il costo del ferro diminuì e

questo ne consentì un più largo impiego nella costruzione di aratri e attrezzi agricoli nonché di asce

e seghe, indispensabili per gli estesi disboscamenti allora in corso. 66

Tuttavia, il cavallo restava pur sempre un bene costoso sia per l'acquisto sia per il mantenimento,

per cui non tutte le famiglie contadine potevano disporne; un ostacolo alla sua diffusione era anche

la scarsità di foraggi, che in parte fu superata con l'introduzione, via via sempre più ampia partire

dal IX­X sec, della rotazione triennale, sistema che prevedeva la divisione del campo in tre parti:

una destinata la tradizionale semina autunnale di frumento, un'altra alla semina primaverile di

avena, orzo e legumi, una terza al riposo (maggese).

I vantaggi della rotazione triennale erano molteplici: la superficie improduttiva si riduceva da metà

a un terzo e la produzione si diversificarla; la maggiore disponibilità di avena consentiva il

mantenimento di cavalli, mentre quella di fave e piselli permetteva di rendere l'alimentazione dei

contadini più varia e più ricca di vitamine, accrescendone la resistenza alle malattie infettive.

Tuttavia il nuovo tipo di rotazione agraria non si diffuse rapidamente e dappertutto: dobbiamo dire

che, a prescindere dalla scarsa apertura al nuovo, che ha sempre caratterizzato il mondo contadino,

c'era il fatto che la rotazione triennale, per ragioni di carattere climatico, era di più difficile

adozione nell'Europa mediterranea, dove le primavere sono brevi e asciutte.

Vennero così a formarsi due modelli di agricoltura: quella dell'Europa centro­settentrionale

(Inghilterra, Germania, Paesi Bassi, Francia settentrionale) caratterizzato dalla rotazione triennale,

dall'impiego del aratro pesante e dai campi aperti; quella dell'Europa mediterranea (Francia

meridionale, Italia, Spagna, Grecia), caratterizzata dalla rotazione biennale, dall'aratro leggero, da

un più forte individualismo agrario e da campi a forma tendenzialmente quadrata e non di rado

chiusi.

Al di là delle diversità tra il modello mediterraneo e quello dell'Europa centro­settentrionale, è

indubbio che tra X e XI sec non solo si dilatò enormemente lo spazio coltivato (forse di almeno tre

volte), ma aumentò anche la produttività del suono. I valori erano tuttavia ancora assai bassi in

assoluto, per cui all'incremento della popolazione e alla richiesta sempre crescente di derrate

alimentari si faceva fronte in primo luogo con la dilatazione dello spazio coltivato; quando non fu

più possibile procedere in questa direzione, perché erano stati ormai utilizzati anche terreni poco

adatti alla coltivazione, la carestia, che pure era sempre stata un pericolo, divenne una realtà molto

più familiare alle popolazioni sia delle città che delle campagne, fino a diventare nel corso del 300

un vero e proprio flagello ricorrente.

Dobbiamo però chiederci che cosa impedì all'agricoltura medievale di conseguire risultati migliori:

la risposta più ricorrente è legata alla scarsità di concime. Essendo infatti ancora di là da venire i

concimi chimici, gli unici allora disponibili erano quali animali, ma il letame utilizzabile era assai

scarso, perché gli animali in genere non erano allevati in recinti o nelle stalle, bensì allo stato brado.

D’altra parte, riducendo i prati per incrementare la coltivazione dei cereali, si impediva un ulteriore

incremento dell'allevamento e quindi della produzione di residui organici, da usare come concime.

La ripresa del commercio e delle manifatture

I progressi dell'agricoltura nei secoli XI­XII, anche se limitati, valsero nondimeno a creare le

condizioni per la ripresa del commercio e dell'artigianato, nonché delle città che divennero le sedi

naturali di quelle attività.

Le popolazioni più attive erano quelle che si trovavano nei punti di incontro tra aree economiche

veneziani,

diverse: i che tramite la pianura padana metteva in collegamento il mondo bizantino con

amalfitani,

l'Europa centrale; gli che collegavano l'Italia centro­meridionale con i mercati bizantini

frisoni, vareghi variaghi

e arabi; i attivi sia nei porti del Mare del Nord, sia in quelli del Reno; i o

(vichinghi), pirati mercanti originari della Svezia, che fra VIII e IX sec misero in collegamento il

mare Baltico con i mercati bizantini e arabi attraverso i grandi fiumi della Russia.

Ad essi bisogna aggiungere gli ebrei, che svolsero uno importantissimo come intermediari tra

mondi lontani e diversi, dato che furono gli unici nell'alto medioevo ad avere un raggio d'azione

intercontinentale, muovendosi, attraverso vari itinerari, dalla Germania all'estremo oriente e

insediandosi numerosi nei centri più importanti posti lungo le direttrici di maggior traffico. 67

Nel corso del X sec assistiamo a due fenomeni nuovi: l'ampliarsi del ceto dei mercanti di

professione, con la comparsa sulla scena anche di tedeschi, boemi e slavi, e la crescita di

importanza delle fiere, che cominciano a superare l'ambito locale.

L’area mediterranea era articolata in almeno tre settori: quello facente capo a Costantinopoli, quello

comprendente i paesi musulmani (Spagna, Africa del Nord, Sicilia, Siria), quello dell'Occidente

cristiano (Italia e Francia meridionale). Essi però, grazie anche all'attività crescente di veneziani e

amalfitani, si andavano sempre di più collegando tra loro attraverso rotte marittime sia costiere sia

di alto mare.

Nell’area nordica sono invece individuabili: un settore Atlantico, comprendente Irlanda, Inghilterra

sud­occidentale, Bretagna e Spagna, e un altro formato da Mar Baltico, Mare del Nord e Canale

della manica.

Nel corso dei sec XI­XII non solo crebbe il movimento all'interno dei settori e delle aree, ma si

attuò in maniera non episodica il collegamento tra l'area mediterranea e quella nordica, attraverso

l'integrazione tra rotte marittime e itinerari fluviali e terrestri.

Le fiere di Champagne erano mercati internazionali del tempo, ognuna delle quali durava un paio di

mesi e si succedevano nel corso dell'anno in località vicinissime fra loro; allora successo contribuì

non soltanto la favorevole posizione geografica, nel punto d'incontro tra area mediterranea e area

nordica, ma anche la politica lungimirante dei conti di Champagne.

Le fiere di Champagne garantirono infatti a lungo la pace delle regioni e fornirono ai mercanti

scorte armate lungo le strade di accesso alle fiere nonché agevolazioni fiscali e garanzie di ogni

genere; esse decaddero a metà del 200, quando vennero meno entrambe le condizioni che ne

avevano determinato il successo (tranquillità della regione e ruolo di mercato permanente).

Nella fase della loro massima fioritura le fiere di Champagne svolsero tuttavia un ruolo che è stato

paragonato a quella delle Olimpiadi nel mondo greco, infatti esse favorirono l'incontro periodico di

mercanti che parlavano varie lingue e avevano usi e costumi diversi e diedero loro contributo alla

formazione di un, sia pure inconsapevole, spirito europeo.

Tra gli artefici del successo delle fiere di Champagne vanno collocati anche gli operatori economici

italiani che contribuirono fortemente a fare di esse un sistema integrato di scambi; in particolare gli

italiani vennero attirati in Egitto a causa del cambiamento, nel corso dell’XI sec, degli itinerari

commerciali tra India e Mediterraneo, che ora facevano capo non più al Golfo Persico, bensì al mar

Rosso.

Nel corso dell’XI sec si vennero però ridefinendo non soltanto le rotte e gli oggetti del commercio

mediterraneo, ma anche le posizioni di forza all'interno del mondo della mercatura: i mercanti più

attivi e intraprendenti erano i veneziani, che assicuravano anche il collegamento tra Alessandria

d'Egitto e Costantinopoli; ad essi cominciarono ad aggiungersi i genovesi e, nel secolo seguente, i

pisani.

Il collegamento tra area mediterranea e area nordica fu perfezionato a partire dalla seconda metà del

XIII sec dalla creazione di rotte marittime tra Mediterraneo e Mare del Nord attraverso lo stretto di

Gibilterra e le coste dell'Atlantico, rotte sulle quali fin dall'inizio furono particolarmente attivi i

genovesi.

L’individuazione di nuove rotte marittime e l’incremento della navigazione su quelle già esistenti

andarono di pari passo con l'introduzione di alcuni miglioramenti tecnici; non si trattò di singole

innovazioni di portata rivoluzionaria, ma di miglioramenti lenti che, sommati tra loro, nell'arco di 2­

3 secoli fecero progredire di molto la navigazione mediterranea; fu così possibile ridurre

progressivamente il periodo invernale di inattività.

La prima di queste innovazioni è l’introduzione, nel XII sec, della bussola, probabilmente

proveniente dalla Cina, che però si diffuse lentamente; di uso generalizzato divennero invece, nel

corso del XIII sec, i portolani, a cui si affiancano le carte nautiche, che diventarono via via più

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precise, anche se conservarono a lungo l'errore dell'eccessiva inclinazione dell'Italia in senso ovest

est; nello stesso tempo si costruirono navi sempre più grandi e sicure, oltre che più manovrabili.

I progressi della navigazione non impedirono che la maggior parte dei traffici avvenisse per via di

terra, utilizzando come mezzi di trasporto le bestie da soma, ma anche, e sempre più

frequentemente, carri a due e a quattro ruote; non si trattava delle strade diritte ben lastricate del

mondo romano, ma di percorsi accidentati. C’era tuttavia il vantaggio di una rete viaria sempre più

fitta, che obbediva principalmente all'esigenza di abbreviare il viaggio, perché per il mercante il

tempo era denaro e quindi incideva sulle spese. L’intensificazione degli scambi portò all'emergere

di nuovi assi viari.

La novità del commercio dopo il Mille è costituita dall'aumento notevole delle merci in

circolazione: non più prevalentemente articoli ricchi e di facile trasporto (spezie, stoffe, pietre

preziose, profumi), ma merci di ogni tipo, tra cui il grano, il sale, il vino, le materie prime per

l'industria tessile, gli schiavi.

I vari prodotti del commercio internazionale avevano zone di provenienza ben definite, la cui

vocazione produttiva finì con l'essere esaltata sempre di più: divennero così delineando aree a

specializzazione agricola e aree a specializzazione manifatturiera.

Artefice dell'integrazione tra aree a diversa specializzazione produttiva e della creazione di un

sistema economico unitario, all'interno del quale, nonostante le divisioni politiche e religiose, si

realizzò un'intesa circolazione di beni e persone, fu il mercante.

È chiaro che non ci troviamo più di fronte al mercante avventuroso, che trasportava poche merci

attraverso ripidi pendii e strade disagevoli; certamente il commercio continuava a comportare non

pochi rischi, ma essi non erano in grado di influire in maniera significativa su un’attività mercantile,

che si avvaleva di strumenti sempre più sofisticati.

Così era difficile che briganti e pirati mettessero le mani su grosse somme di denaro, perché

nell'ambito del commercio a lunga distanza si faceva largo uso della lettera di cambio o cambiare

tratta (la lettera di cambio e a quella che il debitore scriveva a un suo corrispondente di

Costantinopoli, con l'ordine di pagare il suo debito al presentatore della lettera o a un suo delegato;

questi, a sua volta, attraverso un atto di procura, poteva cedere il suo credito a un terzo, dal quale

aveva acquistato eventualmente merci in una fiera o altrove): in tal modo si veniva a creare una

forma intensa di circolazione fiduciaria, che permetteva di regolare i pagamenti attraverso la

semplice compensazione, riducendo l'uso della moneta sola le operazioni di saldo.

Ben presto si trovò anche il modo di ridurre i rischi della navigazione sia mediante la costruzione di

navi più robuste sia mediante la formazione di convogli gestiti dallo Stato, sia soprattutto attraverso

lo sviluppo delle assicurazioni marittime; la forma più efficace di protezione fu rappresentata

tuttavia dalla diversificazione dei propri investimenti, per cui un mercante non impiegava tutte le

sue risorse in una determinata operazione, ma coinvolgeva in essa anche altri mercanti. commenda,

Si formava così una vera e propria società, molto diffusa nelle città di mare, detta

mediante la quale il mercante in procinto di partire per un viaggio di affari (commendatario), di cui

erano precisate sia le tappe sia le finalità, raccoglieva somme più o meno consistenti da vari

finanziatori, i quali, conclusa l'operazione, avrebbero partecipato agli utili o alle perdite

dell'operazione in rapporto alla quota versata. societas maris

Alla commenda si affiancò, e a un certo punto si sostituì del tutto, la o contratto di

compagnia, che si differenziava dalla prima perché la società era stipulata non più per un solo

viaggio, ma per un determinato periodo e per molteplici operazioni commerciali. Società di questo

tipo erano invece da tempo diffuse per il commercio terrestre, dove operavano grandi compagnie

che prendevano il nome dalla famiglia che ne deteneva l'intero capitale o la quota maggiore.

Ben presto queste società cominciarono ad avvalersi non soltanto dei capitali dei soci, ma anche

delle somme di denaro che vi depositavano privati risparmiatori, in cambio o di una partecipazione

69

agli utili o di un interesse fisso. In questo modo le compagnie vennero a svolgere anche una vera e

propria attività bancaria, accettando depositi e facendo prestiti sia a privati sia a sovrani e pontefici.

In genere i prestiti ai sovrani venivano fatti non tanto per lucrare interessi, quanto piuttosto per

ricevere facilitazioni commerciali.

Sarà solo nel corso del 400 che l'attività bancaria acquisterà una sua autonomia mediante la

creazione di vere e proprie banche e non di rado esse facevano capo alle stesse persone che

possedevano quote anche in compagnie commerciali.

All’inizio i mercanti praticavano anche il cambio delle monete, ma in questo settore la

specializzazione fu ancora più precoce, per cui l'attività di cambiatore acquistò ben presto una sua

autonomia e fu appannaggio soprattutto di operatori italiani e lombardi in particolare.

Lo sviluppo dei commerci e della vita economica nel suo complesso richiese a un certo punto il

superamento del sistema monetario creato da Carlo Magno e basato sulla libra d'argento, la quale si

divideva in 20 soldi di 12 denari ciascuno.

Con il passare del tempo e con il progressivo intensificarsi del particolarismo politico, il diritto di

battere moneta era diventato però prerogativa più o meno legittima prima di molti signori laici ed

ecclesiastici, poi di varie città, con la conseguenza che i denari in circolazione variavano

notevolmente sia per il peso sia per il valore dell'argento.

Monete così scadenti potevano andar bene per i piccoli traffici locali, ma non per quelli a carattere

internazionale, per i quali si usavano abitualmente monete d'oro arabe o bizantine; quando però

anche esse cominciarono a perdere di prestigio in conseguenza sia del declino di Costantinopoli sia

della riconquista cristiana della Spagna, i mercanti dell'Europa cristiana si dovettero porre il

problema di dotarsi di una moneta stabile e capace di circolare dappertutto.

L’iniziativa fu presa da Venezia, che coniò, probabilmente nel 1202, il grosso d'argento, ma questo

non valse a risolvere il problema, e si coniavano pur sempre monete d'argento, mentre il valore

degli scambi e richiedeva l'uso dell’oro, che infatti circolava, oltre che sotto forma di monete

bizantine e arabe, anche in pezzi valutati a peso.

Nei primi decenni del XIII sec la situazione si ribaltò per cui gli operatori economici delle città

italiane dominavano i mercati dell'Europa e del Mediterraneo e la scena politica internazionale era

occupata da Federico II: fu proprio lui a riprendere nel 1231 la coniazione dell’oro, facendo battere

nel regno di Sicilia l’augustale, seguito una ventina d'anni dopo dal fiorino fiorentino e dal genuino

genovese e nel 1284 dal ducato veneziano.

Il commercio a livello locale e internazionale era basato non solo sulle derrate alimentari, ma anche

sui prodotti dell'artigianato e di quella che possiamo definire “industria” tessile, l'uno e l'altra

strettamente legati all'ambiente urbano.

Tra XI e XII sec però ad essi si vennero aggiungendo nuove categorie di artigiani, specializzati in

determinata attività, che lavoravano non più o non sono per la ristretta clientela locale, ma per un

mercato più ampio, spesso a carattere internazionale.

Il settore di punta dell'industria medievale fu senz'altro quello tessile, e quello laniero in particolare,

nel quale già nel XII sec le città delle Fiandre avevano raggiunto per qualità e quantità livelli

produttivi assai alti; nel corso del 200 anche in Italia si fecero notevoli progressi, ma in Italia

contemporaneamente cresceva la produzione dei tessuti di cotone e di seta.

In particolare la produzione dei fustagni (fabbricati con il cotone rinforzato con il lino) era diffusa

nelle città della Lombardia, e a Cremona in particolare, da dove raggiungevano i mercati esteri

attraverso Venezia; l'industria della seta ebbe invece un'importanza minore in questo periodo,

mentre la sua piena fioritura si avrà solo agli inizi dell'età moderna.

Di particolare importanza fu la nuova organizzazione del settore laniero, infatti quando si cominciò

a lavorare per un mercato più ampio, per cui era necessario disporre di grandi quantità di materie

prime e di attrezzi più costosi, fu inevitabile il passaggio ad una diversa organizzazione, basata sul

cosiddetto opificio decentrato. Il protagonista del cambiamento fu il grande mercante che promosse

70

una grande specializzazione produttiva, per cui le numerose operazioni furono divise tra un grande

numero di botteghe artigiane e lavoranti a domicilio, che erano in collegamento tra di loro

attraverso gli agenti del mercante. In questa maniera non si aveva la concentrazione in un solo

opificio di un gran numero di lavoratori, ma nelle città dove l'industria laniera fu molto sviluppata si

ebbe ugualmente la presenza di grandi masse di operai.

Vi erano anche altre attività produttive tra cui andò acquistando un rilievo via via crescente la

lavorazione dei metalli per la produzione di armi e attrezzi di vario genere; un settore

completamente nuovo e di fondamentale importanza per la civiltà europea fu quello della

fabbricazione della carta, inventata in Cina e trasmessa all'Occidente dagli arabi, che nel 1151

impiantarono una cartiera in Spagna (il primo e per molto tempo il più importante centro di

produzione in Italia fu Fabriano).

Artigiani altamente specializzati operavano in ambiti, nei quali non è facile distinguere l'industria

dall'arte vera e propria; di poco posteriore al XII­XIII sec è la fortuna dell'industria delle ceramiche

artistiche, che dalla sua terra di origine, l'Umbria, si diffuse prima nelle Marche e in Romagna, dove

raggiunse livelli assai alti a Faenza, e poi via via in altre regioni italiane. In tutti questi settori la

produzione restò sempre al livello della bottega artigiana; laddove invece l'industria fu costretta a

superare ben presto la dimensione dell'artigianato fu nel settore delle costruzioni navali.

In tutti i settori dell'artigianato l'unità produttiva di base era costituita dalla bottega artigiana nella

quale, accanto al titolare (maestro) e in posizione subordinata, lavoravano i suoi familiari, uno o più

collaboratori stabili (socii, laborantes), almeno un paio di apprendisti (discipuli) e salariati, assunti

in genere per determinati periodi o per lavori occasionali.

Diventare maestro significava non soltanto avere maggiori prospettive di guadagno, ma inserirsi a

pieno titolo nella struttura economica e sociale della città, e acquisire strumenti di partecipazione

politica, laddove le associazioni di categoria svolgevano anche un ruolo sul piano politico.

Esse sono chiamate dagli storici “corporazioni di arti e mestieri”, ma i documenti del tempo le

indicano con i nomi di “arti, frataglie, paratici, società, università”.

Sulla loro origine si è discusso a lungo e oggi si tende a credere che le corporazioni del pieno

medioevo, anche se sembrano continuare analoghe associazioni preesistenti, si configurano

sostanzialmente come realtà nuove per la varietà e l'importanza dei compiti che svolsero. Di tali

associazioni facevano parte a pieno titolo sono i maestri e, in posizione subordinata, i loro

collaboratori e discepoli; l'obiettivo delle corporazioni era principalmente quello di tutelare gli

interessi dei propri membri, e ciò a tutti i livelli.

Nei Paesi Bassi, Germania e soprattutto in Italia centro­settentrionale le corporazioni ebbero un

ruolo politico di rilievo, non sono nel senso che con la loro forza economica erano capaci di

influenzare le scelte delle autorità comunali, ma anche per le competenze di carattere politico

amministrativo che furono ad esse riconosciute, per cui gestivano servizi di interesse pubblico e

designavano propri membri nei consigli e negli altri organismi cittadini.

La novità più importante in assoluto fu l'utilizzazione, a partire dall’XI sec, dell'energia idraulica in

svariati settori di attività; decisiva si rivelò così l'invenzione dell’albero a camme che, trasformando

il movimento circolare di una ruota in movimento lineare alterno, consentì di azionare vari

meccanismi a scopi industriali.

Lo sviluppo dei centri urbani e le origini della borghesia

Le città furono una componente fondamentale della storia europea a partire dall’XI sec; nell’alto

medioevo esse ebbero una funzione poco rilevante, se non addirittura decisamente marginale.

Dobbiamo ricordare che l'Occidente non costituiva, da questo punto di vista, una realtà unitaria,

perché l'urbanizzazione in età antica era stata di intensità varia: massima in Italia e nella Francia

meridionale, e via via minore con il progredire della distanza dalle coste del Mediterraneo. 71

Mentre perciò nelle aree marginali dell'antico impero romano le città scomparvero del tutto, altrove

molte sopravvissero, sia pure fortemente ridimensionate come estensione e numero di abitanti; per

la loro sopravvivenza decisivo fu il ruolo dei vescovi, la cui presenza in città faceva sì che essa

continuasse ad essere il punto di riferimento delle popolazioni contadine dei dintorni, dato che

l'organizzazione ecclesiastica delle campagne faceva capo alla chiesa cittadina, alla quale in ogni

caso bisognava recarsi per ricevere alcuni sacramenti.

Le città romana avevano avuto un ruolo economico alquanto modesto, configurandosi soprattutto

come centri di consumo più che di produzione e di scambi; diversa è invece la fisionomia

complessiva dell'urbanesimo medievale, incentrato sul ruolo della città come centro di produzione e

di scambi, per cui, anche se continuano a risiedervi proprietari terrieri dei dintorni, sono sempre più

numerosi gli esponenti dei ceti produttivi, i quali danno vita a nuove attività economiche.

Punto di raccordo tra l'urbanesimo antico e quello medievale fu l'Italia meridionale, le cui città, pur

risentendo degli effetti negativi delle invasioni germaniche e del declino demografico dei secoli III­

VII, erano rimaste inserite nello spazio commerciale bizantino e musulmano. Esso non sia affatto

contratto, ma anzi, tra IX e X sec, con l'esaurirsi della spinta espansiva degli arabi e con la ripresa di

Bisanzio, si era andato ulteriormente dilatando.

Le attività manifatturiere vi erano in piena espansione, anche ad opera di artigiani provenienti dal

contado, e assumevano a volte un tale rilievo nell'economia cittadina, da identificarsi agli occhi dei

visitatori stranieri con la città stessa; in crescita appaiono un po' tutte le branche della produzione,

però si trattava di una produzione che, fatta eccezione per il lino, non alimentava un’apprezzabile

corrente di esportazione, ma trovava sbocco nel mercato locale.

Questo poi, esauritasi la vecchia classe mercantile formata soprattutto da orientali, era, almeno dal

X sec, completamente nelle mani di mercanti locali, tra i quali già allora emergevano gli amalfitani.

Ad Amalfi faceva concorrenza Gaeta, che agli inizi dell’XI secolo gestiva una linea di navigazione

regolare con il levante, inviando navi a caricare pepe e cotone nei porti del Cairo, di Alessandria e

di Beirut.

Intraprendenza e spirito di iniziativa mostravano anche i marinari e i mercanti di Bari, che già a

partire dalla seconda metà del X sec erano attivi nelle città bizantine, soprattutto Costantinopoli e

Antiochia.

Nonostante lo sviluppo dei commerci e delle attività produttive, le città meridionali non assunsero

tuttavia, un ruolo completamente nuovo rispetto al passato romano, ma vi si perpetuò il predominio

sociale e politico dell'aristocrazia fondiaria, che riuscì a imporre anche ai nuovi ceti i propri modelli

culturali.

Decisamente proiettate verso il futuro appaiono già nell’XI sec alcune città marinare dell'Italia

centro­settentrionale:

Venezia,

­ a lungo contesa tra i due imperi, rimase alla fine nell'orbita politica di Bisanzio,

ma si organizzò ben presto in maniera sostanzialmente autonoma (essa nel IX sec disponeva

già di una flotta da guerra); la posizione di forza di Venezia del Mediterraneo orientale fu

sancita dalla bolla d'oro del 1082, con la quale i suoi mercanti ottennero dall'imperatore

Alessio Comneno, in cambio dell'aiuto militare contro i normanni, piena libertà di

commercio in tutte le città dell'impero. Pisa Genova,

­ Sul Tirreno si appuntavano le mire di dominio di altre due città marinare, e

entrambi in posizione favorevole per trarre vantaggio dalla ripresa degli scambi tra l'Europa

continentale e i paesi del Mediterraneo, per cui il primo obiettivo che si posero fu quello di

liberare il Tirreno dalla presenza dei pirati saraceni.

I rapporti commerciali vedevano ormai veneziani, pisani e genovesi in posizione di preminenza

assoluta, mentre gli amalfitani, i gaetani, i baresi e gli altri mercanti meridionali non apparivano più

in grado di reggerne il passo. 72

Questo predominio si venne ulteriormente consolidando dopo la crociata del 1097­1099 che non fu

affatto promossa e sostenuta dai mercanti italiani, i quali a un attacco così massiccio al mondo

musulmano avrebbero preferito quella microconflittualità che non pregiudicava i rapporti

commerciali.

Lo spirito di crociata, frutto di intolleranza contro il “nemico” e il “diverso” fu il prodotto di

un'Europa feudale in piena crescita demografica e alla ricerca di sbocchi; gli italiani vi si inserirono

successivamente, traendone peraltro il massimo del profitto.

Dopo la fase eroica dell’XI sec, il Tirreno cominciava a diventare piccolo delle città marinare

italiane, tra le quali la concorrenza diventava sempre più aspra.

In generale era in atto una ripresa che coinvolgeva anche le città dell'Europa continentale e ne

favoriva il sorgere di nuove; in questo panorama l'Italia centro­settentrionale si inseriva con

elementi di originalità. Innanzitutto l'intensità dell'urbanesimo di antica data non consentì, come

altrove, il sorgere dopo il Mille di molte città nuove: villaggi rurali, destinati poi a crescere di

consistenza, furono fondati in gran numero, ma le vere e proprie città di nuova fondazione furono

poche (Ferrara, Fabriano).

Il ruolo che nelle città vecchie e nuove svolse il vescovo fu anch'esso del tutto particolare, andando

ben presto molto al di là dell'ambito religioso e configurandosi come un potere concorrente con

quale funzionari pubblici.

Le funzioni pubbliche vi erano svolte principalmente dai vescovi, il cui governo consentiva un

livello di partecipazione politica della comunità cittadina, sconosciuto altrove; già era reso possibile

sia dal fatto che il vescovo, in quanto eletto dal clero e dal popolo, era pur sempre espressione della

città, sia dalla particolare composizione sociale di questa.

Non solo, infatti, la fuga verso la campagna della nobiltà romana era stata in Italia meno massiccia

che altrove, ma il ritorno in città della nobiltà terriera era stato molto più precoce e consistente; vi

avevano contribuito alla forza di attrazione della curia del vescovo e la migliore qualità della vita in

un ambiente in cui la presenza di mercanti, uomini di legge, professionisti, oltre che di esponenti

della piccola e media nobiltà, forniva opportunità di nuovi rapporti economici e sociali.

Il risultato fu il formarsi nel corso dei secoli X­XI di comunità urbane dinamiche e cosciente della

propria forza, e quindi in grado di condizionare fortemente il governo del vescovo, per poi

successivamente esautorarlo del tutto.

La rinascita urbana coinvolse anche la Francia meridionale e, sia pure in misura minore, alcune

regioni della Germania poste lungo il corso del Reno e dei suoi affluenti, in buona parte navigabili;

tuttavia anche in queste regioni, come nel resto della Germania, della Francia settentrionale e delle

Fiandre, dove l'eredità romana era stata più debole, assistiamo nel corso dei secoli XI­XII alla

nascita di nuove città, in collegamento con l'intensificarsi delle attività mercantili e artigianali.

I modi in cui questo venne furono fondamentalmente due: o un signore feudale prese l’iniziativa di

fondare un centro fortificato nei pressi di un luogo di mercato, o un gruppo di mercanti creò un

proprio insediamento nei pressi di un castello, di una piccola città fortificata o di una grande

abbazia.

borgo

Il (burg), come si chiamò questo nuovo insediamento, ben presto crebbe in estensione e in

floridezza economica, per cui finii con il prevalere sul nucleo originario, fino a che un'unica cinta

muraria non li inglobò entrambi, sanzionando così la nascita della nuova città.

In Germania lo sviluppo delle attività mercantili e manifatturiere avvenne sia nelle città di origine

romana sia in quelle nate nel corso del medioevo; esse, insieme ad altre città della Germania

settentrionale, che traevano le loro risorse sia dal commercio all'interno dell'area balcanica e del

Mar del Nord sia da quello a lunga distanza con le aree interne, diedero vita all'inizio del 300 a una

lega assai potente sul piano economico e militare, la lega anseatica, per garantirsi il monopolio dei

traffici nelle zone di loro interesse. 73

Al di la delle regioni colonizzate dai mercanti tedeschi l'urbanesimo costituiva un fenomeno di

scarsa rilevanza, nel senso che le città, fondate in gran parte di recente da principi e signori

territoriali, erano poche e di piccole dimensioni. Il reticolo urbano presentava maglie ancora più

larghe man mano che ci si dirigeva verso est, anche se non mancavano città di una certa importanza

commerciale, sorte già nel X sec dallo sviluppo di centri di mercato o a protezione di facili

attraversamenti fluviali e di importanti strade di comunicazione.

Il medioevo occidentale non conobbe il fenomeno delle megalopoli; le stesse aree a più intensa

urbanizzazione­ Italia centro­settentrionale e Fiandre­ erano tali per il gran numero di città e non per

la loro grandezza.

La crescita così impetuosa delle città europee tra XI e XIII sec fu resa possibile non tanto

dall'aumento naturale della popolazione, quanto piuttosto da una massiccia immigrazione di abitanti

delle campagne, spinti non soltanto dalla necessità di alleggerire la pressione umana su antichi e

nuovi mansi, ma anche dal desiderio di sfruttare le opportunità di lavoro che fornivano le nascenti

industrie cittadine, quella e in particolare. Non mancavano tra loro quelli di condizione servile, che

dalla fuga in città si attendevano non solo un tenore di vita meno precario, ma anche la libertà

personale.

Le nuove attività economiche e le esigenze della vita associata richiedevano infatti la piena

disponibilità della propria persona e del proprio tempo, suscitando nello stesso tempo la solidarietà

tra coloro che svolgevano stesso lavoro; la popolazione urbana era consapevole, oltre che

orgogliosa, delle proprie condizioni giuridiche e della propria diversità rispetto agli abitanti delle

campagne.

Diverso era anche il tipo di attività lavorativa che svolgevano i cittadini o borghesi, come si

dicevano oltralpe, con chiaro riferimento al borgo, da cui erano nate molte città; normalmente i

borghesi erano impegnati nel commercio e nell'artigianato: attività che si incrementavano con il

crescere della popolazione e che richiedevano una sempre più forte specializzazione.

Si veniva delineando così una società più ricca e articolata, nella quale gli uomini occupati nella

preghiera, nell'esercizio delle armi e nel lavoro della terra costituivano ancora una schiacciante

maggioranza, ma nella quale coloro che erano impegnati nel commercio, nel credito e delle

manifatture svolgevano un ruolo di crescente importanza.

Alla nuova struttura della società europea tardava però ad adeguarsi l'immagine che essa aveva di se

stessa e che era basata sulla divisione in tre ordini, intesi come gruppi sociali, i cui componenti

avevano compiti, ambiti di attività e condizioni di vita comuni: coloro che pregavano e predicavano,

coloro che combattevano per la difesa delle chiese e del popolo e i rustici, che lavoravano la terra

per sé e per gli altri. L’immagine della società tripartita mantenne tutta la sua forza di suggestione,

configurandosi, con la sua rigidità, come strumento di difesa dell'ordine costituito.

Vi contribuirono certamente da un lato, il sospetto che sul piano etico avvolse sempre le attività

commerciali e creditizie, e dall'altra la condanna del pensiero ecclesiastico per gli usurai, ai quali si

tendeva ad assimilare mercanti e banchieri; la nascita di un ceto borghese che si contrapponeva agli

abitanti della campagna per stile di vita e mentalità, non deve far pensare tuttavia a una netta

separazione tra città e mondo rurale.

L’elemento di separazione, operante non solo a livello di rappresentazione mentale ma anche come

realtà materiale, era costituito dalle mura, che nelle città medievali erano appunto il simbolo

eloquente.

Un elemento che accomuna le città europee, sia quelle di origine romana sia quelle di nuova

fondazione, è la tendenza che esse manifestarono tra XI e XII sec a dotarsi di una certa autonomia

nei confronti dei principi e dei signori territoriali.

Nelle Fiandre e nella Francia del nord il movimento comunale nacque all'iniziativa dei cittadini, i

quali, sotto la guida di personaggi eminenti per ricchezza e prestigio sociale, stipularono tra loro

giuramenti di pace (coniurationes), prima per mantenere la concordia all'interno della città, poi

74

anche per conseguire spazi più o meno ampi di autonomia e per limitare gli arbitri dei signori. In

genere si avviavano con questi ultimi trattative, per averne la concessione di una carta di Comune,

trattative che giungevano più facilmente in porto, quando i comuni erano in grado di sborsare

ingenti somme di denaro o quando condizioni politiche particolari aumentavano la loro forza

contrattuale; ma, quando le circostanze lo imponevano, non si esita a ricorrere alla rivolta armata.

Tutt’altro che raro era poi il caso in cui l'iniziativa era nelle mani dei signori i quali, dopo aver

promosso lo sviluppo dei centri abitati da loro dipendenti, li dotavano di carte di franchigie (cioè di

privilegi ed esenzioni) o concedevano ad essi la carta di Comune in cambio, oltre che di grosse

somme di denaro, del mantenimento di propri funzionari all'interno della città.

La monarchia francese, nel corso del XII sec, favorì i comuni che si trovavano nei territori soggetti

alla giurisdizione di signori e principi territoriali, ma tenne a freno quelli da essa direttamente

dipendenti; solo nella Francia meridionale i comuni, retti da consoli, ebbero prerogative e poteri

analoghi a quelli dei comuni italiani, estendendo il loro controllo anche sulle campagne.

In Germania il movimento comunale presenta forti analogie con quello della Francia del nord:

ugualmente le autonomie comunali furono il risultato di trattative alternate a movimenti di rivolta e

l’iniziativa politica fu nelle mani di un numero ristretto di famiglie di grandi mercanti e proprietari

terrieri.

Nel resto dell'Europa, dove lo sviluppo delle città fu più lento, le comunità cittadine ebbero

ovviamente minori capacità di iniziativa politica, ma dovunque furono in grado di ottenere in

qualche misura spazi di autonomia attraverso l'elezione di giudici e di organismi amministrativi.

Il rinnovamento della vita religiosa e la riforma della Chiesa

La crescita della società europea coinvolgeva anche altri campi, ugualmente contrassegnati da

nuove esperienze; in ambito religioso l'esigenza di rinnovamento si manifestò prima che altrove.

Nel X sec l'ordinamento ecclesiastico, privato del sostegno del potere politico in seguito alla crisi

dell'impero, non riusciva a funzionare sia per l'ingerenza dei laici nelle nomine di papi, vescovi,

abati e rettori di chiese, sia per il livello culturale e morale assai basso di prelati e chierici che

trascuravano i loro compiti pastorali e sottraevano beni alle chiese.

A far peggiorare ancora di più la situazione contribuì a un certo momento la diffusione della

simonia, per cui sovrani, vescovi e signori laici non esitarono ad accettare o a richiedere somme di

denaro da coloro che aspiravano al conseguimento di dignità ecclesiastiche; un altro problema era

rappresentato dai chierici ammogliati: il fenomeno era diffuso un po' dovunque, ma in particolare in

Italia meridionale dove era riconducibile anche all'influsso della Chiesa greca, che invece metteva il

matrimonio dei preti.

Dobbiamo dire che, contrariamente alla crisi dell'ordinamento politico, molto più rapido ed efficace

fu il recupero della funzionalità dell'apparato ecclesiastico.

Innanzitutto l'importanza preponderante che gli uomini del tempo attribuivano al ruolo degli uomini

di Chiesa (oratores), i quali costituivano il primo ordine della società, fece sì che le loro

manchevolezze fossero sentite come più gravi, e quindi come intollerabili; inoltre il mondo

ecclesiastico, avendo assorbito in sé tutte le energie intellettuali dell'Europa altomedievale, aveva

gli strumenti di carattere culturale, per comprendere la natura dei fenomeni allora in atto nella

cristianità e per indicare i relativi rimedi.

Non a caso fu nell'ambito dei monasteri che si manifestarono i primi segni di rinnovamento; era

infatti in essi che, nonostante le difficoltà create dalla presenza di abati imposti dall'esterno, si

continuava a una tradizione di studi e di riflessione teologica, al servizio non solo della Chiesa, ma

anche del potere politico.

Già nel corso del X sec cominciarono quindi ad essere sperimentati forme nuove di vita monastica e

moduli organizzativi, capaci di garantire ai monaci minori condizionamenti esterni. 75

L’esperienza, che si rivelò particolarmente feconda e che riassume in sé buona parte della storia

monastica del periodo a cavallo tra primo e secondo millennio, fu quella del monastero di Cluny,

fondato nel 910 in Borgogna dal duca Guglielmo d'Aquitania e dall'abate Bernone.

In questo caso più monasteri erano riuniti sotto la guida di un solo abate, quello di Cluny, che

reggeva le comunità locali attraverso dei priori, garantendo così una certa uniformità di governo e,

soprattutto, una maggiore forza di resistenza ai condizionamenti esterni.

Era già stato dato, modificando la regola benedettina, più spazio alla preghiera e alle pratiche

liturgiche, ma i cluniacensi fecero ancora di più: il lavoro manuale scomparve del tutto

dall'occupazione dei monaci per essere affidato soltanto a servi e coloni; nella stesso tempo

venivano introdotti la lettura giornaliera di un gran numero di salmi, solenni funzioni liturgiche,

nuovi culti di santi e riti di suffragio per i defunti, consistenti non soltanto nella preghiera, ma anche

nella distribuzione di pasti ai poveri.

Non poco tempo i monaci, e soprattutto agli abati, dedicavano anche allo studio e all'attività

letteraria, finalizzata all'edificazione morale di laici ed ecclesiastici (un genere letterario molto

praticato fu l’agiografia). Contemporaneamente operavano altri riformatori, ispirandosi al modello

cluniacense o in maniera del tutto autonoma.

L’eremitismo era una forma di vita monastica praticata fin dei primi secoli dell'era cristiana,

configurandosi come separazione totale dalla società; intorno al Mille ebbe una grande ripresa,

proprio come reazione alla crisi delle istituzioni ecclesiastiche e politiche e come espressione di una

religiosità diversa, più intima e più aderente al modello della povertà evangelica.

All’inizio si trattò di eremiti isolati o viventi l'uno accanto all'altro in posti solitari e appartati, ma

ben presto sorsero veri e propri ordini religiosi di tipo eremitico; al filone eremitico è da collegare

l'ordine dei certosini, fondato in Francia, presso Grenoble, alla fine dell’XI sec, da Bruno di

Colonia; esso fu così denominato dalla Grande Chartreuse, il luogo dove sorse nel 1084 la prima

comunità e che diede il nome anche ai monasteri dipendenti, detti appunto certose: si trattava di

grandi complessi edilizi, in buona parte oggi ancora esistenti, formati da celle in cui i certosini

vivevano da soli per la maggior parte della giornata, e da edifici per la preghiera comunitaria.

L’ordine dei Cistercensi nacque a Citeaux, sul finire dell’XI sec; per essi, non si trattava solo di

soddisfare il desiderio di solitudine e di religiosità più intima, ma anche di recuperare lo spirito

originario della regola benedettina e quindi l'ideale evangelico della povertà. I cistercensi si

insediarono quindi luoghi incolti e paludosi, che essi stessi bonificarono e misero a coltura, per

procurarsi da vivere con il lavoro delle proprie mani; essi vollero inoltre restare sottomessi ai

vescovi.

Diversa era anche la struttura organizzativa dell'ordine, basata sull'autonomia dei singoli monasteri

e su un organismo centrale, il capitolo generale, che si riuniva ogni anno ed emanava norme valide

per tutte le case dell'ordine (nei decenni seguenti anche essi entrarono in crisi).

I sovrani carolingi avevano cercato di ripristinare la vita comune del clero, prescrivendo la

costruzione di appositi edifici nei quali chierici addetti all'officiatura nelle Chiesa avrebbero dovuto

vivere in comune; quelle norme però, non furono mai attuate appieno e ben presto furono

dimenticate.

La conseguenza fu che la vita comune, là dove era stata introdotta, entrò in crisi e i beni destinati al

mantenimento delle comunità canonicali furono divisi in quote, dette prebende, assegnate ai singoli

chierici. Un’inversione di tendenza si manifestò tra X e XI sec nell'ambito delle chiese cattedrali,

dato che anche presso di esse, come nei monasteri, si erano conservate buone tradizioni di cultura.

Quindi alcuni vescovi, tra X e XI sec, cominciarono ad affiancare ai loro mille impegni di carattere

politico e gestionale una maggiore attenzione agli aspetti religiosi e pastorali del loro ministero; la

loro attività riformatrice all'inizio si concretizzò proprio nello sforzo di ripristinare la vita comune,

considerata come miglior rimedio contro il concubinato. 76

Nell’XI sec si formarono così comunità di chierici, rette da regole più o meno rigorose, tra cui

quella di Sant'Agostino e chiamate perciò canoniche regolari che non devono essere confuse con le

comunità monastiche.

Voci di critica nei riguardi del clero simoniaco e concubinario si levavano anche all'interno del

laicato: l'esigenza di un rinnovamento della vita religiosa diventava peraltro, sempre più sentita,

man mano che il progredire del movimento di riforma all'interno dei monasteri e delle comunità

canonicati forniva ai laici esempi di esperienze religiose più intense e aderenti al Vangelo.

In questo clima di rinnovata aspirazione alla vita evangelica si colloca un movimento di

contestazione, nato intorno la metà dell’XI sec a Milano, da dove si diffuse in altre città dell'Italia

centro­settentrionale. Ne fu promotore un diacono proveniente dalle campagne varesine, Arialdo, il

quale cominciò a predicare contro i chierici concubinari, esortando a rifiutare i sacramenti da loro

amministrati; la reazione del clero e dell'arcivescovo Guido da Velate, che scomunicò i patarini,

come vennero definiti i seguaci di Arialdo in segno di disprezzo, rese l'atmosfera incandescente.

Contemporaneamente sempre più vivace si faceva la contestazione di vescovi e chierici corrotti da

parte dei movimenti popolari della Toscana; i tempi erano ormai maturi perché si tentasse di

realizzare un coordinamento tra i vari filoni del movimento di riforma, che intanto aveva suscitato

anche un vivace dibattito a livello teologico; quel coordinamento fu assicurato dal papato ma, prima

che esso assumesse un ruolo di protagonista, l'iniziativa fu per qualche tempo nelle mani del potere

politico.

Gli imperatori tedeschi fin dal tempo di Ottone I erano stati fortemente interessati al corretto

funzionamento dell'ordinamento ecclesiastico, e ciò non solo per motivi religiosi, ma anche perché

vescovi, abati e rettori di chiese erano un prezioso sostegno del potere imperiale.

La stessa premura avevano manifestato nei riguardi del papato quando l'esigenza di un profondo

rinnovamento della chiesa cominciò ad essere largamente diffusa e gli imperatori stessi se ne fecero

interpreti e sostenitori.

Enrico III, succeduto nel 1039 a Corrado II, continuò ad appoggiarsi ai piccoli feudatari per ridurre

la potenza dei grandi, ma nello stesso tempo intraprese un'opera di moralizzazione all'interno

dell'episcopato.

Nel 1046 Enrico III volse la sua attenzione alla Chiesa di Roma, allora in profonda crisi perché le

rivalità tra le famiglie dell'aristocrazia romana avevano portato all'elezione contemporanea di ben

tre papi; egli li depose tutti e tre e al concilio di Sutri fece eleggere un suo candidato che prese il

nome di Clemente II; vennero emanate anche delle norme contro gli ecclesiastici colpevoli di

simonia e furono dichiarati decaduti.

Nello stesso tempo tra gli intellettuali impegnati nell'opera di riforma cominciò a diffondersi l'idea

che non era possibile un'opera di vero rinnovamento senza la libertas Ecclesiae, senza cioè

eliminare l'ingerenza dei laici, e quindi anche dell'imperatore, nella scelta di papi, vescovi, abati e

rettori di chiese.

La rapidità con cui si faceva strada questa idea è dimostrata dal comportamento di Brunone di Tuol,

il quale, pur essendo stato designato al trono pontificio da Enrico III, volle essere eletto

regolarmente dal clero e dal popolo di Roma, prendendo poi il nome di Leone IX.

Egli cominciò con il riunire intorno a sé da ogni parte d'Europa i maggiori esponenti del movimento

di riforma e, con la loro collaborazione, cominciò ad essere elaborata, per l'impulso soprattutto di

Umberto di Silvacandida la teoria del primato del Papa sulla Chiesa universale.

Una battuta d’arresto nella sua intensa attività fu provocata dallo scontro con i normanni nell'Italia

meridionale: il pontefice del 1053 si pose alla testa di un esercito che mosse contro di loro; sconfitto

a Civitate, in Puglia, fu trattenuto praticamente prigioniero per quasi un anno, fino a quando, cioè

non si convinse dell'utilità di un'intesa con i normanni i quali, in cambio del riconoscimento delle

loro conquiste, promettevano al papato appoggio politico e militare. 77

La crescente autonomia dalle direttive imperiali di Leone IX e dei un ,più stretti collaboratori non

valsero tuttavia a far desistere un dalla sua politica moralizzatrice; la sua morte, avvenuta nel 1056

e la debolezza del potere imperiale, retto dall’imperatrice Agnese in nome del figlio Enrico IV,

evitarono per il momento l’esplodere delle contraddizioni, consentendo nello stesso tempo a quello

che possiamo chiamare il gruppo dei riformatori romani di mettere a punto la propria strategia.

Da una parte c’era lo schieramento, guidato da Umberto di Silvacandida, che potremmo definire

rigorista e che propugnata un'assoluta indipendenza della Chiesa dal potere regio e imperiale,

nonché una condanna più decisa della simonia, che avrebbe dovuto comportare non sono la

deposizione dei vescovi simoniaci, ma anche l'annullamento di tutti i loro atti, tra i quali le

ordinazioni sacerdotali.

Dall'altra c'era chi riteneva in praticabili soluzioni di questo genere, e ciò sia per motivi di carattere

teologico sia per considerazioni di ordine pratico: innanzitutto i sacramenti sono validi

indipendentemente dalla qualità morale di chi li amministra, senza contare poi che alcuni di essi non

possono essere impartiti i due volte.

Il papato, approfittando della minorità di Enrico IV, si rafforzava politicamente e attuava, con

Niccolò II e Alessandro II, una serie di interventi assai importanti in ambito disciplinare e

organizzativo.

Il primo perfezionò l'intesa con i normanni dell'Italia meridionale; nello stesso anno riunì un

concilio nel Laterano, nel quale furono varati provvedimenti che impressero una forte accelerazione

alla riforma: innanzitutto vennero modificate le procedure per l'elezione papale, che fu

sostanzialmente riservata al collegio dei cardinali, riducendosi a un fatto puramente formale

l’intervento finale del clero e del popolo romano; fu rinnovato inoltre l'obbligo del celibato per gli

ecclesiastici e fu proibito loro di ricevere chiese dai laici, anche a titolo gratuito. I due successivi

concili del 1060 e 1061 si espressero in maniera definitiva sul problema della simonia, attuando una

specie di sanatoria: i vescovi simoniaci furono deposti, ma le ordinazioni da loro compiute fino a

quel momento, purché non ci fosse stato versamento di denaro, furono ritenute valide.

Enrico IV, uscito di minorità nel 1066, si rese subito conto delle conseguenze che i recenti

provvedimenti adottati dal papato avrebbero avuto sul piano politico; in precedenza già la madre e i

sui consiglieri avevano tentato di bloccare i riformatori romani, facendo leva sull'ostilità verso di

loro di non pochi vescovi; ora però il giovane sovrano aveva intenzione di affrontare la questione

con maggiore decisione.

Nel frattempo saliva sul trono pontificio, con il nome di Gregorio VII un uomo dotato di una forte

personalità e di una concezione altissima della dignità papale, che introdusse un elemento di forte

novità nel panorama del movimento di riforma, rivendicando il primato romano, cioè la suprema

autorità del Papa all'interno della chiesa e nell'ambito della società cristiana.

Ne scaturì una profonda e violenta spaccatura del movimento riformatore, che porta a un

rimescolamento generale delle forze in campo; in più, già nel 1075, in un testo nato come Dictatus

papae, il pontefice mostrava di ritenere la sua giurisdizione estesa anche all'ambito temporale; si

affacciava così l'idea di una monarchia universale incentrata sul pontefice romano, al quale

avrebbero dovuto far capo tutti poteri, sia spirituali sia temporali: una concezione che apparve

inaccettabile a un sovrano quale Enrico IV non meno risoluto ed energico del pontefice.

per le investiture”,

Ne una lunga lotta, nota come “lotta che i due contendenti combatterono sia

con le armi sia attraverso quelle che noi oggi definiremmo “campagne di stampa”.

Le prime mosse del pontefice furono l'emanazione di alcuni decreti nel 1074 e la convocazione di

un concilio l'anno dopo; Enrico IV, nel 1076 convocò a Worms un'assemblea (dieta) di nobili ed

ecclesiastici in cui, con il consenso di quasi tutti i vescovi tedeschi e dalla Lombardia, depose e fece

scomunicare il pontefice. 78

Per tutta risposta Gregorio VII non solo scomunicò a sua volta i vescovi presenti alla dieta, ma

depose e scomunicò anche l'imperatore sciogliendo i sudditi dal dovere di fedeltà, provvedimento

che veniva a dare legittimità alla posizione dell'aristocrazia tedesca, che infatti riesplose subito più

forte di prima.

I rivoltosi imposero a Enrico IV di sottoporsi al giudizio del Papa, convocando per il 1077

un'apposita dieta ad Augusta: Gregorio si mise effettivamente in marcia, per raggiungere la città

tedesca e si fermò nel castello di Canossa. Enrico, ritenendo troppo umiliante per lui il giudizio

papale in una pubblica assemblea, lasciò segretamente la Germania e si presentò a Canossa per

implorare l’assoluzione dalla scomunica; il Papa all'inizio rifiutò di riceverlo, ma dopo che

l'imperatore ebbe atteso tre giorni a piedi nudi in mezzo alla neve e in abito da penitente gli

concesse il suo perdono.

Tuttavia Enrico, una volta spezzato il fronte dei suoi oppositori, si volse contro il Papa che nel 1080

gli rinnovò la scomunica; in quello stesso anno Enrico IV convocò ben due concili: uno a Magonza,

dove fece di nuovo deporre Gregorio VII e il secondo a Bressanone, dove fece eleggere papa

l’arcivescovo Guiberto di Ravenna che prese il nome di Clemente III. Quindi scese in Italia

attraverso la Val d’Adige, dirigendosi verso Roma dove giunse il 21 maggio del 1081; la città fu

presa nel marzo del 1084, mentre Gregorio si asserragliava in Castel Sant'Angelo.

Qualche giorno dopo Enrico fece consacrare Clemente III dal quale fu incoronato imperatore; i

romani dovettero subire anche un orrendo saccheggio da parte dei normanni, mentre il pontefice,

stanco e amareggiato, seguiva i suoi rudi liberatori a Salerno, dove morì nel 1085.

Apparentemente egli usciva sconfitto dalla lotta con l'impero e i suoi successori dovettero rivedere

profondamente la sua politica ecclesiastica, ma dopo di lui niente fu più come prima; l'impero,

messosi in contrasto con la Chiesa, era destinato a perdere la sua funzione religiosa e a cercare una

nuova legittimità sul piano giuridico.

Dopo il breve e contrastato pontificato di Desiderio, che prese il nome di Vittore III, salì sul trono

pontificio Urbano II il quale, pur essendo stato un fervido sostenitore di Gregorio VII, si

differenziava da lui non solo per temperamento, ma anche per il diverso ruolo che attribuiva alle

varie componenti del mondo ecclesiastico.

Il nuovo pontefice, pur essendo un monaco, cercò un collegamento più stretto con l'episcopato;

mirò pertanto a rafforzarne l'autorità all'interno delle diocesi, frenando il fenomeno delle esenzioni

monastiche e promuovendo la fondazione di canoniche regolari; numerosi vescovi della Germania e

della Lombardia, da sempre schierati dalla parte dell'imperatore, riconobbero l'autorità del Papa di

Roma e abbandonarono l'antipapa Clemente III.

Ormai l'iniziativa era tutta nelle mani del pontefice, in perenne movimento attraverso l'Italia e la

Francia, dove teneva concili e richiamava le autorità politiche al rispetto delle leggi della chiesa;

particolarmente attivo fu in Italia meridionale.

Nel 1093, lasciata dopo una lunga permanenza l’Italia meridionale, il Papa poté finalmente rientrare

a Roma, dove però non si fermò a lungo, perché già nell'autunno dell'anno dopo era in giro per

l'Italia centro­settentrionale, allo scopo di incitare i suoi aderenti allo sforzo finale contro il partito

filoimperiale.

Nel 1095 tenne due concili, uno a Piacenza l'altro a Clermont­Ferrand: nel primo ricevette anche

degli ambasciatori greci, con i quali trattò il problema della riunificazione delle due chiese; nel

secondo, Urbano II, avere deplorato le lotte fratricide tra i cristiani, esortò chi vi era stato coinvolto

a intraprendere un pellegrinaggio in terra santa come mezzo di purificazione dei peccati e come

occasione per recare aiuto alla Chiesa orientale, minacciata dagli infedeli.

Successore di Urbano II fu un altro monaco, Pasquale II, con il quale il papato sembrò ritornare

sotto il controllo del partito rigorista di ispirazione gregoriana; nel Concilio Laterano del 1102 fu

rinnovato il decreto contro le investiture di chiese e monasteri fatte da laici, mentre nell’entourage

pontificio comincia a farsi strada una proposta rivoluzionaria: vescovi e abati avrebbero rinunciato

79

ai beni e ai poteri ricevuti dallo Stato, eliminando con ciò stesso il presupposto dell'intervento del

potere politico nella loro nomina.

Questa soluzione sembrò a un certo punto trovare il consenso sia di Pasquale II sia dello stesso

nuovo imperatore Enrico V, i quali nel febbraio del 1111 raggiunsero a Sutri, presso Viterbo, un

accordo in tal senso; tuttavia in pochi giorni tutto tornò al punto di prima: un consiglio sconfessò

Pasquale II mentre la parola ritorna alle armi. Il pontefice, ormai in balia dell'imperatore, fu

costretto non solo a incoronarlo, ma a concedergli addirittura la facoltà di investire i vescovi con i

simboli del potere spirituale, vale a dire con l’anello e il pastorale.

Tra scomuniche e colpi di scena continuava intanto in dibattito in corso da quasi un secolo, dibattito

sempre più influenzato dal clima di stanchezza, che si andava diffondendo nella cristianità

occidentale.

Dando per scontato che vescovi e abati di grandi monasteri dovessero continuare a svolgere

funzioni spirituali e politiche insieme, un accordo sarebbe stato possibile sulla base della netta

divisione tra i due ambiti, per cui l'autorità ecclesiastica avrebbe conferito mediante anello e

pastorale le prerogative di carattere spirituale , mentre l'autorità politica avrebbe mantenuto

l'investitura delle sole funzioni temporali, ma utilizzando singoli propri del potere politico quale lo

scettro.

Con il nuovo pontefice Callisto II si giunse nel 1122 alla stipula del famoso concordato di Worms:

si trattò nella sostanza di un compromesso, che però formalmente rappresentava un successo per la

Chiesa, perché era affermato con chiarezza il principio della non ingerenza del potere politico

nell'elezione di vescovi e grandi abati che sarebbe dovuta avvenire sulla base delle norme

canoniche, cioè delle leggi della chiesa.

Risultato di un compromesso fu anche l'accordo relativo alle procedure sia dell'elezione sia

dell'investitura: in Germania l'imperatore o un suo rappresentante poteva assistere all'elezione e

intervenire in caso di dissenso tra gli elettori; inoltre poteva procedere subito dopo all'investitura

senza neanche attendere la consacrazione religiosa da parte dell'arcivescovo.

In Germania, soprattutto, si può intuire come la presenza dell'imperatore o di un suo rappresentante

al momento dell'elezione fosse tutt'altro che ininfluente sulla scelta del candidato; inoltre

l'imperatore aveva il diritto di negare l'investitura dell’eletto, se non fosse stato di suo gradimento, e

il suo rifiuto si configura oggettivamente come un veto; quindi non era difficile a sovrani e principi

autorevoli influenzare corpi elettorali, formati pur sempre da esponenti di famiglie in un modo o

nell'altro legate al potere politico.

Tra l'altro i diritti riconosciuti dal papato dall'imperatore si presentavano formalmente come una

concessione personale Enrico V e non come prerogative definitive dell'autorità imperiale; il che

mostrava la volontà della Chiesa di mantenersi margini di manovra per l'avvenire.

Il concordato di Worms fu ratificato dal concilio lateranense del 1123: l'assemblea, alla quale

parteciparono circa 300 vescovi e abati di tutto l'Occidente, fu considerata un concilio ecumenico;

esso segna l'avvio di un processo che portò in tempi rapidissimi alla collocazione del papato dal

vertice della società cristiana e alla piena realizzazione del primato papale.

La Chiesa di Roma, una volta risolta la contesa con l'impero, seppe avviare una grandiosa opera di

consolidamento in tutti i campi: innanzitutto il concilio del Laterano ribadì solennemente la

condanna della simonia e del concubinato, oltre che la totale esclusione dei laici da ogni ingerenza

nel funzionamento degli organismi ecclesiastici; subito dopo il papato si dotò degli strumenti per

poter intervenire in maniera diretta nella vita delle chiese locali.

La stessa elezione dei vescovi che il secondo concilio ecumenico lateranense del 1139 riservò ai

capitoli cattedrali, fu in seguito sempre più di frequente decisa Roma.

Tutto questo comportò un notevole potenziamento dell'apparato burocratico, soprattutto degli uffici

di cancellieri e di quelli finanziari; i primi dovettero fa fronte a un impressionante produzione di

documenti e di lettere. D'altra parte i ricorsi a Roma comportavano anche il pagamento di tasse

80

varie, che con il passare del tempo diventeranno una voce consistente nel bilancio pontificio, ma

alimenteranno anche la venalità degli addetti agli uffici; di tutte queste entrate fu fatto per la prima

volta un elenco ufficiale nel 1192, noto come Liber censuum; ne fu autore il responsabile

dell'amministrazione finanziaria, il camerlengo Cencio.

Strumento importantissimo per il governo pontificio fu anche l'istituto della legazione; all'inizio si

trattò di rappresentanti (legati) inviati temporaneamente presso sovrani o enti ecclesiastici per

trattare questioni particolari; in seguito ad essi se ne aggiunsero di permanenti che erano perlopiù

gli stessi arcivescovi locali. Per le missioni più importanti i compiti di legato venivano svolti dai

cardinali, i quali formavano il ristretto collegio dei consiglieri e dei più diretti collaboratori del

Papa.

Grazie a loro il papato riuscì ad attuare nel corso del XII sec una forma assai avanzata di

centralismo monarchico; ben presto, in conformità con le teorie gregoriane, la Santa sede riuscì

infatti a diventare il punto di riferimento di tutta la politica europea, assumendo­ temporaneamente

o in maniera definitiva­ la sovranità diretta di alcuni Stati e influendo fortemente sulla vita degli

altri.

Ne scaturì, tra XII e XIII sec, una piena supremazia papale non solo in ambito ecclesiastico, ma

anche sul piano più strettamente politico.

Rinascita culturale e nuove esperienze religiose

La rinascita carolingia, nata dal proposito di Carlo Magno di elevare il livello di istruzione del clero

franco, svolse soprattutto un ruolo di recupero del patrimonio letterario classico e della lingua

latina. Con la crisi della dinastia carolingia il suo centro non fu più costituito dalla corte imperiale,

ma dalle abbazie e dalle grandi cattedrali.

Durante tutto il X sec fu la Germania a continuare idealmente la tradizione carolingia grazie agli

imperatori della casa di Sassonia e soprattutto a Ottone I che portò con sé dall'Italia grammatici e

teologi; la corte imperiale non diventò però un vero e proprio centro di cultura e gli stessi monasteri

tedeschi non raggiunsero mai una grande vitalità culturale, per cui già nell'XI sec erano aperti

all'influenza francese.

Intanto una sempre più vivace attività culturale era in atto verso la metà dell'XI sec in Italia

meridionale da sempre in contatto diretto con il mondo greco e con quello arabo; in verità

l'Occidente era già entrato in contatto con la cultura araba per un altro tramite, cioè attraverso i

viaggi che sul finire del X secolo aveva compiuto in Spagna Gerberto di Aurillac (futuro papa

Silvestro II).

Non può mettersi in dubbio che sia stata l'Italia meridionale, e Salerno in particolare, il terreno

privilegiato della trasmissione in Occidente della cultura greca e araba; nell'Italia settentrionale era

in atto in quello stesso periodo la rinascita del diritto romano studiato in maniera sistematica sulla

base dell'intero Corpus iuris civilis di Giustiniano. Il paese nel quale l'attività culturale appariva

nell'XI sec in piena ripresa in tutti i campi è invece la Francia.

Se nell'XI secolo l'Europa occidentale, ma soprattutto la Francia e l’Italia, appariva in piena ripresa

culturale, fu nel secolo seguente che il fenomeno ebbe una forte accelerazione, per cui giustamente

si parla di “rinascita del secolo XII”.

Fino a tutto l'XI secolo i grandi monasteri avevano ancora svolto un ruolo culturale di grande rilievo

(Montecassino); a metà del XII sec erano invece in piena fioritura gli ordini religiosi di nuova

fondazione, cistercensi, certosini, camaldolesi; essi però contribuirono solo in piccola misura al

progresso della cultura, perché il loro obiettivo era l'ascesi spirituale e non l'attività intellettuale.

Fervidi centri di vita intellettuale furono piuttosto nel XII sec le cattedrali, le quali, rispetto ai

monasteri, perlopiù isolati nelle campagne, avevano il vantaggio di essere pienamente inserite nelle

città allora in piena crescita economica e sociale; il fenomeno fu particolarmente evidente nella

Francia settentrionale. 81

Le scuole cattedrali erano sotto il controllo dei vescovi, i quali rilasciavano agli insegnanti

un'apposita licenza; mancava però un vero e proprio programma di studio né tantomeno erano

previsti esami finali. Tutto questo avverrà con le università, le nuove istituzioni scolastiche del XII

secolo che diedero all'istruzione superiore un carattere e organizzazione completamente nuovi.

Le università furono una creazione originale del XII secolo: si trattò all'inizio di semplici

associazioni di studenti e professori che si configuravano in maniera non molto diversa dalle

corporazioni di arti e mestieri; innanzitutto si mirò a ottenere il riconoscimento dell'autorità civile

ed ecclesiastica e la concessione di privilegi di carattere giuridico ed economico, essenziali

soprattutto per gli studenti più poveri.

Nello stesso tempo le università cercarono di fissare i programmi di studio, i compensi da

corrispondere ai professori e le modalità per sostenere gli esami e conseguire la laurea, vale a dire la

licenza di insegnamento. Il termine universitas indicava solo la struttura corporativa che si

occupava di far funzionare il complesso dell'organizzazione didattica che era indicata con il termine

studium: esso era suddiviso in quattro facoltà, quella delle arti e le tre facoltà superiori di diritto

(civile e canonico), medicina e teologia.

La prima università dell'Europa medievale è tradizionalmente considerata la scuola medica di

Salerno, anche se le sue origini restano ancora oscure; è certo soltanto che nel corso del XII sec era

già operante uno stretto collegamento tra medicina e filosofia di cui sono espressione numerosi

trattati.

Nulla si sa, tuttavia, del conferimento di lauree prima delle Costituzioni emanate dall'imperatore

Federico II a Melfi (Potenza), nel 1231, in base alle quali il candidato, dopo aver superato a Salerno

l'esame pubblico dinanzi ai maestri della scuola, si sarebbe dovuto presentare all'imperatore o a un

suo rappresentante per avere la licenza.

A Bologna l'università nacque nell'ambito delle scuole laiche di diritto già verso la metà del XII

secolo; a Parigi le origini dell'università sono da collegare con la scuola della cattedrale di Notre

Dame; verso la metà del XII secolo essa aveva tanti docenti e di così grande prestigio, da fare di

Parigi la prima città di insegnanti che abbia avuto il mondo medievale.

Nel 1222 fu la volta di Padova; nel 1224 nacque quella di Napoli, ma questa volta l'iniziativa fu

dell'imperatore Federico II; il quale chiamò a insegnarvi maestri bolognesi, cercando nello stesso

tempo di attirarvi studenti: il suo obiettivo era quello di assicurarsi il controllo sulla formazione del

personale da inserire nell'amministrazione del regno di Sicilia. Prima ancora che da altri sovrani il

suo esempio fu seguito dai pontefici, i quali si resero conto dell'importanza delle nuove istituzioni

scolastiche e si adoperarono per assumerne il controllo o attraverso proprie fondazioni o inserendosi

nei contrasti tra autorità cittadine e università e prendendo queste ultime sotto la loro protezione; il

risultato dell'interessamento di sovrani e papi per le università fu che esse, già nel corso del 300

vennero perdendo buona parte dell'impronta originaria.

Le università mantennero una loro autonomia organizzativa che le rese alquanto diverse l'una

dall'altra, tuttavia è possibile tuttavia individuare alcuni elementi comuni.

I corsi si tenevano nelle case dei maestri o in sale da loro affittate, dato che non esistevano edifici e

aule universitarie; le assemblee, gli esami, le dispute solenni si svolgevano invece nelle chiese o nei

conventi.

L’insegnamento era basato fondamentalmente sulla lezione (lectio) e sulla disputa disputata

(disputatio); il maestro sceglieva un tema (questione, quaestio) e dava l'incarico a un suo assistente

(baccelliere) di presentarlo agli studenti e di rispondere alle loro obiezioni; il giorno dopo faceva la

determinatio, cioè dava la sintesi della discussione ed esponeva la sua tesi al riguardo.

Da queste dispute ordinarie si distinguevano quelle assai più impegnative: si tratta delle cosiddette

quaestiones quodlibetales, cioè di dispute su qualsiasi argomento, per cui il maestro e i suoi stessi

assistenti dovevano essere pronti a rispondere alle domande del pubblico; alle lezioni e alle dispute

82

si aggiungevano nelle facoltà di arti, alle quali si accedeva all'età di 12­13 anni, esercitazioni

pratiche, nonché ripetizioni scritte e orali per verificare l'apprendimento degli allievi.

Al termine degli studi gli studenti conseguivano dei titoli sulla base dei quali alcuni diventavano a

loro volta maestri, mentre i più facevano carriera all'interno dell'organizzazione ecclesiastica o nelle

amministrazioni pubbliche.

Il prestigio delle facoltà superiori variava ovviamente da una sede universitaria all'altra; per la

medicina il centro più rinomato fu all’inizio Salerno.

Gli studi di filosofia e teologia ebbero il loro centro principale a Parigi dove si venne elaborando

quella tipica cultura filosofica degli ambienti universitari medievali che si indica comunemente con

il nome di scolastica; tra coloro che si proposero di conciliare la filosofia aristotelica con il pensiero

cristiano svolsero un ruolo di primo piano due filosofi e teologi, Alberto magno e Tommaso

d'Aquino che nella sua opera Summa theologica, tentò l'unione della scienza con la fede, facendo

della teologia una scienza che parte dalle verità di fede per poi svilupparle secondo i principi

razionali e i procedimenti logici in uso appunto nell'ambito dell'insegnamento universitario.

Per lo studio del diritto l'università più rinomata fu, per tutto il medioevo, Bologna; qui erano già

attivi nell’XI secolo maestri che tenevano lezioni private sul Corpus iuris civilis di Giustiniano; le

loro riflessioni, dette grosse, venivano riportate ai margini dei manoscritti che utilizzavano, per cui i

primi giuristi furono chiamati glossatori.

Ai primi del 300 ci fu l'avvento di una nuova scuola di giuristi, quella dei commentatori, detti così

perché alla glossa sostituirono la trattazione sistematica di determinati principi giuridici o di norme

particolari.

La nascita dell'università contribuì a modificare radicalmente le condizioni in cui fino ad allora

erano stati prodotti i libri; questi si erano venuti configurando come oggetti rari e di lusso, e quindi

molto costosi; prodotti esclusivamente degli scriptoria dei monasteri e, in misura minore, delle

chiese cattedrali, richiedevano mesi, a volte anni, di lavoro.

Ora, nell'ambito dell'insediamento universitario era invece necessario disporre di molte copie della

stessa opera e di libri maneggevoli e poco costosi, sui quali poter fare anche delle annotazioni

durante la lettura e il commento che ne faceva il maestro; all'inizio studenti e maestri furono

costretti a procurarsi da soli e in mezzo a difficoltà di ogni genere i libri di cui avevano bisogno.

L’esempio fu fornito ancora una volta da Parigi e Bologna ,dove venne introdotto il sistema della

“pecia” che consentiva da parte di assicurare la correttezza dei testi e dall'altra la possibilità di

rifornirsene a prezzi più accessibili.

Si trattava di questo: una commissione di professori approvava i testi ufficiali (exemplaria) da usare

per l'insegnamento, che venivano forniti agli stationarii riconosciuti dall'università; questi li

utilizzavano sia per trarne le copie da destinare alla libera vendita, sia per darli in prestito a studenti

e professori che volessero provvedere in proprio a ricopiarli. Gli exemplaria però non erano

conservati e fittati nella loro integrità, ma a fascicoli sciolti detti peciae (di qui il nome del sistema),

in maniera che potessero lavorare più copisti contemporaneamente, ognuno dei quali utilizzava una

pecia alla volta.

Pur essendo gli stationarii indipendenti l'uno dall'altro e pur moltiplicandosi con il passare del

tempo le sedi universitarie, venne a formarsi ugualmente un tipo di libro con caratteristiche comuni:

ampi margini per i commenti, uso di iniziali e di divisioni di i periodi che consentivano di

evidenziare bene le varie parti del testo, sistemi sintetici di citazioni.

La materia scrittoria usata era perlopiù ancora la pergamena, ma già si comincia a diffondere l'uso

della carta per i codici di uso corrente; anche la scrittura venne ad assumere caratteristiche

particolari: si trattava della scrittura gotica, allora ampiamente diffusa sia per i documenti sia per i

libri. Nell’ambito dei testi universitari si formarono tuttavia tipizzazioni grafiche particolari, dette

dagli studiosi litterae scholastichae che caratterizzarono la produzione libraria dei vari centri

universitari. 83

La lingua dei testi universitari e dell'insegnamento era dovunque latino; i secoli XII­XIII videro

però una diffusione della cultura che andava molto al di là degli ambienti universitari e che

coinvolgeva nuovi ceti sociali. Fin dai primi secoli del medioevo la stragrande maggioranza dei

laici e finanche non pochi esponenti del basso clero non erano più in grado né di capire di parlare

latino, che però aveva continuato ad essere la lingua della cultura e quindi dei testi scritti; rarissime

sono le testimonianze scritte delle lingue volgari parlate sia dal popolo sia dagli stessi dotti nella

loro vita quotidiana.

Tra XI e XII sec assistiamo però alla diffusione di componimenti e di opere in lingua volgare; il

fenomeno si manifesta dapprima negli ambienti feudali della Francia dove si erano formate,

dall'evoluzione del latino, varie parlate locali, le lingue romanze.

In Francia ne emersero due, la lingua d’oil al nord e la lingua d’oc a sud; fu proprio quest’ultima,

che aveva il suo centro in Provenza, ad esprimere nel corso del XII secolo, una raffinata produzione

poetica che si diffuse anche in Italia.

Uguale prestigio fuori dalla Francia ebbero anche la narrativa e la trattatistica in lingua d’oil che si

impose definitivamente dopo il declino politico culturale della Provenza agli inizi del 200; questo

fece sì che i primi poeti e trattatisti italiani, i quali decisero di rivolgersi a un pubblico più vasto,

facessero uso proprio della lingua d’oc e della lingua d’oil, piuttosto che del volgare italiano; nel

caso della scuola poetica siciliana si trattò di un'esperienza tutta interna al mondo dell'aristocrazia di

corte, ovvero del mondo delle città dove già si erano affermate le nuove istituzioni comunali.

La documentazione prodotta dai notai e dai mercanti era in genere in latino, ma il tipo di pubblico

con cui avevano a che fare li costringeva a saltare continuamente dal latino al volgare e viceversa;

essi divennero quindi la memoria storica delle loro città e contribuirono alla fioritura della

storiografia cittadina che raggiunse livelli assai alti tra XII e XIV secolo

I mercanti solo raramente conoscevano un po' di latino, in compenso erano portatori di una nuova

mentalità fortemente impregnata di razionalità; per la loro attività essi avevano bisogno di scrivere

continuamente lettere e di tenere registri, ma ben presto cominciarono a scrivere anche per ragioni

non strettamente professionali. Ne nacquero così i Libri di ricordanze nei quali annotavano le

vicende della loro famiglia sia per mantenere vivo, attraverso lo scorrere delle generazioni,

l’attaccamento alla tradizione familiare, sia per mettere a frutto la loro esperienza per l'educazione

di figli e nipoti.

Le autorità cittadine, dal canto loro, si preoccuparono di creare scuole aperte a tutti; l'aumento del

numero di coloro che sapevano leggere creò, a sua volta, le premesse per l'immissione sul mercato

di un nuovo tipo di produzione libraria di nessun prestigio artistico, ma di costo assai basso.

Il termine laico passò quindi ad indicare non più una persona priva di cultura: in questo senso

possiamo parlare di laicizzazione della cultura. A partire dal XII secolo anche i laici erano diventati

produttori e fruitori di cultura; si trattava però pur sempre di una cultura fortemente intrisa di valori

religiosi, dato che la religione continuò a permeare profondamente tutta la società medievale (ne era

fortemente condizionato anche il mercante).

Tutto ciò pose le premesse per un maggiore dinamismo dei laici anche sul piano religioso; esso si

manifestò principalmente attraverso il proliferare di iniziative caritative, come la fondazione di

ospedali e di confraternite che ebbero, tra XII e XIV secolo una diffuse enorme in tutta Europa.

Si trattava però di un fenomeno di massa che non poteva appagare le ansie e il malessere di chi

aspirava a un regime più perfetto di vita spirituale e non trovava nella chiesa dell'età post gregoriana

una qualche aderenza a quel modello della comunità cristiana delle origini.

Sarà solo a partire dal 300 che le tesi di docenti universitari, considerate eretiche dalla Chiesa, si

salderanno a movimenti popolari, dando vita a forme di contestazione di massa; tra XII e XIII sec,

invece, il dissenso si manifestò tra spiriti semplici, anche se non del tutto sprovveduti culturalmente.

84

Essi non erano interessati a sottilissime questioni ideologiche e dottrinarie, ma muovevano

unicamente da esigenze di carattere morale ed erano fiduciosi nella possibilità di conseguire

qualche risultato.

Andava crescendo della Francia meridionale, in Germania e in Lombardia il numero dei seguaci di

Valdo (o valdesio); la novità consisteva nella convinzione di Valdo e dei suoi primi seguaci di avere

il diritto­dovere, come qualsiasi altro cristiano, di predicare il Vangelo. Essi cercarono

disperatamente di rimanere all'interno della Chiesa e di ottenere l'approvazione delle autorità

ecclesiastiche, ma invano.

I poveri di Lione, come si definivano, furono dichiarati eretici e colpiti da perpetua scomunica da

Lucio III nel 1184 con la decretale Ad abolenda; nei loro confronti tentò un'opera di recupero

Innocenzo III che però ebbe successo solo parzialmente.

Con la stessa decretale Lucio III condannò anche gli Umiliati e i Catari: essi infatti, pur muovendo

dalla stessa esigenza di rinnovamento morale che animava gli altri movimenti religiosi a carattere

popolare, avevano anche una loro dottrina e un'organizzazione ecclesiastica con vescovi, sacerdoti e

particolari pratiche sacramentali: una vera e propria Chiesa alternativa, assai radicata nella Francia

meridionale, ma presente anche in alta Italia.

Nella lotta ai Catari la Chiesa mobilitò anche le autorità politiche facendo leva sul carattere,

considerato eversivo, della loro predicazione e arrivando al punto da bandire contro di loro una

crociata.

Francesco d’Assisi diede ai suoi seguaci il nome di frati minori in segno di umiltà; già il nome

indicava una rottura rispetto a una situazione consolidata che vedeva gli ordini religiosi e le

comunità canonicali in possesso di estesi beni fondiari e di poteri di natura signorile; tale era allora

la condizione degli stessi cistercensi.

Per procurarsi da vivere, Francesco e i suoi compagni, che non avevano dimore fisse, lavoravano

con le loro mani e si affidavano alla provvidenza, ricorrendo alla mendicità nel caso in cui non

avessero trovato di che vivere con il lavoro.

Uno stile di vita così radicalmente nuovo che, sia pur senza clamore, offriva dell'esperienza

cristiana un'immagine molto diversa da quella della Chiesa nel tempo, non mancò ovviamente di

suscitare una forte diffidenza da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Tuttavia Innocenzo III, uno dei

maggiori pontefici del medioevo, nel 1120 approvò, sia pur solo verbalmente, la regola di vita che

Francesco aveva proposto ai suoi compagni; l'approvazione scritta, e quindi definitiva, verrà data

nel 1223 dal nuovo pontefice Onorio III.

Intanto già nel 1216 Onorio III aveva approvato un'altra regola, quella elaborata da Domenico di

Guzman, per l'ordine dei frati predicatori; anch'essi avevano operato un rifiuto completo della

ricchezza e di ogni forma di possesso scegliendo di vivere sulla base delle elemosine e delle offerte

dei fedeli.

I domenicani, rispetto ai francescani, avevano scelto come principale campo di impegno la lotta

contro gli eretici, da condurre sia con l'esempio della loro vita, sia con la predicazione.

Il rapido sviluppo dell'ordine dei francescani anche nei paesi d'oltralpe, dal clima più rigido, aveva

comportata la stabilizzazione dei frati in edifici di tipo conventuale e ben presto anche l'afflusso di

donazioni di beni immobili. Inoltre, a bussare alla porta dei colleghi furono quasi subito anche

chierici e intellettuali.

Il pontefice aveva negato valore normativo al Testamento con il quale, alla fine del 1226, poco

prima di morire, Francesco aveva riproposto i caratteri originali dell'esperienza sua e dei suoi

compagni, risolvendo il problema della disponibilità che ormai l'ordine, contrariamente alle

raccomandazioni di Francesco, aveva di case, chiese e conventi e stabilendo che ne avesse soltanto

l'uso, mentre la proprietà era della chiesa romana. 85

Il punto di arrivo di questo processo fu il lungo generalato Bonaventura da Bagnorea che segnò

quasi una rifondazione del francescanesimo, di cui venne ridefinita, per impulso anche della curia

romana, la collocazione nella Chiesa e nella società. L'intenzione era quella di mettere fine, una

volta per tutte, ai contrasti interni che traevano alimento dal ricordo di quella che era stata la

testimonianza cristiana di Francesco e dei suoi primi compagni, ma l'obiettivo non fu raggiunto;

anzi, riesplose più aspro che mai il dibattito sul binomio povertà ricchezza.

spirituali

Il risultato fu che venne a crearsi una lacerante spaccatura tra i cosiddetti che intendevano

conventuali

restare fedeli allo spirito e alla lettera della regola e i che invece ritenevano

indispensabile adattarla alle nuove dimensioni dell'ordine e ai compiti che lo attendevano; si trattò

di una lotta assai dura nella quale intervenne pesantemente il papato, che perseguitò le frange più

estremiste degli spirituali.

I frati minori seppero realizzare una presenza capillare in tutti gli ambienti sociali, adottando una

precisa strategia insediativa per cui fissarono le loro sedi all'interno delle città o nei centri abitati

che svolgevano la funzione di poli di aggregazione di territori più o meno ampi.

Questo fece sì che essi acquistassero ben presto un prestigio enorme, per cui diventarono il punto di

riferimento non sono del laicato pio e delle sue associazioni, ma anche dei ceti dirigenti cittadini;

intanto lo stile di vita di francescani e domenicani veniva adottato da altri gruppi e movimenti a

carattere mendicante, ma la Chiesa con il Concilio di Lione del 1274 cercò di porre un freno al

fenomeno, riconoscendo come mendicanti soltanto francescani e domenicani e accantonando il

problema dei carmelitani e degli agostiniani che vennero riconosciuti soltanto nel 1298: nasceva

così quella che è stata definita la quadrilogia mendicante, alla quale bisogna però aggiungere i servi

di Maria che saranno riconosciuti come mendicanti all'inizio del 300 (si tratta di un ordine ancora

oggi esistente, ma che non raggiungerà mai la diffusione degli altri quattro).

Rapporti feudali e processi di ricomposizione politico territoriale. L’impero e l’Italia dei Comuni

Il rinnovato dinamismo della società europea e richiedeva condizioni di maggiore sicurezza per

mercanti e contadini impegnati in grandi lavori di dissodamento; per realizzarle, era necessario

superare lo stato continuo di guerra.

Una prima risposta fu data, a partire dalla fine del X sec, dalla Chiesa attraverso il movimento delle

paci di Dio, nato in Aquitania (Francia sudoccidentale), da dove si diffuse nel resto della Francia

entro la metà del secolo seguente.

Ne furono protagonisti i vescovi, i quali organizzarono grandi assemblee pubbliche di clero e

popolo, per promuovere una mobilitazione collettiva a difesa dell'ordine pubblico, ma soprattutto

delle chiese, dei chierici, dei monaci nonché delle categorie più deboli.

In quelle occasioni l'indice veniva puntato contro i violatori della pace, cioè i signori detentori di

castelli e i membri del loro seguito armato; contro di essi venivano mobilitati, insieme al popolo,

anche principi e signori contrari alla violenza. Ben presto si cercò anche di garantire a tutti una

maggiore sicurezza, proibendo qualsiasi attività bellica in determinati giorni, quali la domenica, le

festività religiose e i giorni precedenti.

Ovviamente prescrizioni così vincolanti furono rispettate solo in parte, tuttavia esse contribuirono,

da un lato, a dare ulteriore legittimazione all'opera di principi e sovrani, dall'altro a reprimere in

qualche misura i disordini, prospettando al ceto inquieto dei guerrieri l'ideale del cavaliere al

servizio dei deboli e della fede cristiana.

L’intervento della Chiesa nel disciplinare il ceto dei cavalieri (milites, nei testi latini) avveniva, del

resto, proprio in un periodo in cui gli stessi uomini di Chiesa stava elaborando una compiuta visione

la società, che era divisa tra coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano.

In questo caso tuttavia il modello funzionava, perché effettivamente coloro che combattevano a

cavallo, proprio nel corso dell’XI sec, andavano prendendo coscienza della loro particolare

condizione sociale e giuridica; è, infatti, questo il periodo in cui coloro che esercitavano funzioni

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militari e a vario titolo avevano poteri di comando e di governo, si stavano chiudendo in un ceto

privilegiato, la nobiltà i cui membri godevano di vari privilegi.

A dare coesione a questo ceto contribuì anche il modello di comportamento cavalleresco elaborato

dagli ecclesiastici francesi, i quali nella seconda metà dell’XI sec trasformarono l'investitura, vale a

dire la cerimonia di ingresso nella cavalleria, in un rituale a carattere religioso.

Nel corso del XII secolo il codice di comportamento cavalleresco si venne ulteriormente

arricchendo ad opera dei “giovani”, vale a dire dei cavalieri non sposati e privi di feudi; essi

elaborarono l'ideale di una vita gioiosa e avventurosa in cui trovavano posto, accanto a giostre e

tornei, anche le conversazioni amorose e la lettura di poesie e romanzi cavallereschi.

Gli ideali cavallereschi e cortesi (cioè di corte), celebrati da poeti e scrittori, non devono da farci

dimenticare che nella realtà lo stile di vita dei cavalieri restava fortemente impregnato di violenza,

soprattutto quello dei “giovani” che si lanciavano in qualsiasi impresa guerresca e vanificavano le

iniziative di pace dei vescovi.

Il problema fu risolto in parte indirizzando l'aggressività dei cavalieri al di fuori della cristianità: in

un concilio svoltosi nel 1054 a Narbona si affermò infatti che non era lecito versare sangue

cristiano, perché sarebbe stato come versare il sangue di Cristo stesso; il che costituì la premessa

per la legittimazione del cavaliere come miles Christi e, in quanto tale, impegnato nella lotta contro

gli infedeli e per la dilatazione dei confini della cristianità.

I vescovi, attraverso il movimento delle paci di Dio e il disciplinamento delle forze più esuberanti

della società, sopperivano in sostanza alle carenze dell'ordinamento politico, che non era in grado di

mantenere l'ordine nella società.

Quando, nel corso del XII sec si avviò, anche sul piano più propriamente politico, una lenta ripresa

e si tenta di coordinare e disciplinare la congerie dei poteri locali, lo strumento sul quale si fece leva

furono proprio quei rapporti feudo­vassallatici che nell'opinione corrente ne sono considerati la

causa principale; in realtà essi erano suscettibili di utilizzazione diversa.

Nell’Europa del IX­X sec, priva degli strumenti culturali e materiali per far funzionare grandi

organismi politici, furono utilizzati per creare intorno a sovrani, principi territoriali e signori locali

clientele armate, che garantissero loro il sostegno militare per attuare un minimo di controllo in

ambiti territoriali assai limitati.

A partire dalla seconda metà dell’XI sec i rapporti feudo­vassallatici persero il carattere

esclusivamente militare che avevano avuto in origine, per trasformarsi soprattutto in strumenti di

governo e di coordinazione politica nell'ambito di territori più vasti.

All’origine di questa trasformazione, che tra XI e XII sec era solo una linea di tendenza, c'erano,

oltre al rinnovato dinamismo e alle nuove esigenze della società europea, altri due fattori: il pieno

riconoscimento anche sul piano giuridico formale dell’reditarietà dei feudi e la nascita del diritto

feudale ad opera soprattutto di giuristi di area lombarda. Furono essi a creare il sistema feudale,

definendo il ruolo dei rapporti feudo­vassallatici all'interno dell'ordinamento dello Stato.

Nel 1037 l'imperatore Corrado II aveva sancito l'ereditarietà dei feudi: questo significava che ormai

il feudo faceva parte del patrimonio del vassallo e non poteva essere più sottratto né lui né ai suoi

discendenti; in più, con il passare del tempo il legame personale tra signore e vassallo si era venuto

sempre più allentando, per cui la cerimonia dell'investitura si era andata configurando come un atto

puramente formale.

I rapporti feudali conobbero il massimo di espansione proprio tra XI e XII sec non solo per il fatto

che furono allora “esportati”, in seguito a guerre di conquista, i nuovi territori, ma anche perché

conobbero un più esteso impiego proprio là dove erano nati o erano conosciuti da tempo.

I giuristi avviarono una profonda riflessione sulla natura e sull'attribuzione del potere politico:

arrivarono così a individuare nello Stato la fonte del diritto e di ogni potere, per cui l'esercizio di

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qualsiasi funzione di comando e di qualsiasi potestà legislativa non era concepibile senza una

formale delega da parte dell’autorità sovrana.

Il problema era allora quello di conciliare i risultati della riflessione giuridica con una realtà politica

assai frantumata, che vedeva l'esistenza di poteri privi di legittimazione e di coordinamento; furono

essi stessi a indicare una soluzione attraverso il feudo oblato: si trattava di terre, fortezze e

giurisdizioni tenute in allodio, che ora il proprietario donava a un signore, per riaverle in feudo dopo

aver prestato omaggio.

Il proprietario, diventando vassallo, si trovava ad avere delle terre non più in proprietà piena, ma

gravate di servizi a favore del signore; questo danno era però assai lieve e i servizi di cui ora

risultava gravato erano poco impegnativi perché l'aiuto militare, quando era richiesto, non poteva

durare più di 40 giorni.

Già nel corso dell’XI sec è documentata l'esistenza e il Lombardia di feudi sine servitio o sine

fideilitate, vale a dire feudi per i quali i vassalli non dovevano il servizio militare; ma a che cosa

serviva allora un feudo senza servizio militare? Serviva a creare un raccordo di tipo politico tra un

sovrano, un principe o un qualsiasi signore impegnato nella costruzione di un più vasto dominio

territoriale e signori minori, per cui il vantaggio era reciproco.

Il processo fu assai lento ed ebbe nei vari paesi modalità e tempi diversi, portando al coordinamento

di tutte le signorie feudali ora intorno a un sovrano, ora intorno a un principe territoriale o a uno

Stato città; nasce così l'immagine della piramide feudale e elaborata da giuristi e intellettuali del XII

sec, che però non rimase confinata nei libri, dato che fornì ai principi il presupposto teorico della

loro politica di ricostruzione dello Stato; niente invece autorizza a estenderla ai secoli precedenti.

L’efficacia dei rapporti feudali come strumento di governo fu sperimentata in maniera abbastanza

precoce in Inghilterra e in Italia meridionale ad opera dei normanni.

In Italia le comunità cittadine non erano formate solo da mercanti e artigiani, ma anche da esponenti

della piccola e media nobiltà, dotata di beni fondiari; si trattava spesso di feudi della chiesa

vescovile, i cui titolari, a differenza dei feudatari non residenti in città, erano in stretto contatto con

il loro signore, il vescovo, aiutando nell'espletamento delle sue funzioni pubbliche.

La situazione politica all'interno della città era però tutt'altro che chiara, e le funzioni pubbliche

erano perlopiù ripartite tra diversi soggetti politici: il vescovo e il conte innanzitutto, ma a volte

anche il capitolo cattedrale e i grandi monasteri urbani; a complicare le cose interveniva il

protagonismo della comunità cittadina, che riusciva sempre in qualche modo a far sentire la sua

voce sia alle autorità locali sia allo stesso potere sovrano; gli esponenti della nobiltà non si

trasferivano in città per trovare lavoro, ma per incrementare il loro prestigio e la loro ricchezza,

conservando naturalmente quelle tradizioni militari e quelle attitudini al comando.

La latta per le investiture in particolare si rivelò un'occasione assai favorevole allo sviluppo delle

autonomie cittadine, data la necessità in cui si trovarono imperatori e pontefici di guadagnarsi il

sostegno delle comunità locali, in favore delle quali largheggiarono in concessioni e privilegi.

Nel 1097 proprio a Milano è documentata per la prima volta la nuova magistratura dei consoli,

espressione di un nuovo ordinamento politico; era accaduto che, approfittando dell'indebolimento

del potere vescovile, contestato dai riformatori, e facendosi interprete del desiderio di pacificazione

interna, ampiamente diffuso nel popolo, alcune famiglie più in vista avevano dato vita a

un'associazione giurata (coniuratio), per garantire appunto la pace all'interno della città,

assumendone direttamente il governo.

Contemporaneamente fu eletta una magistratura collegiale, denominata consolato che nel 1130

contava 23 membri; di essi ben 18 sono qualificati come capitanei o valvassores e cinque come

semplici cives; questo dimostra che gli esponenti dell'aristocrazia feudale e costituivano il nucleo

più forte del nuovo ceto dirigente comunale; di esso facevano parte, sia pure in posizione

largamente minoritaria, anche esponenti del mondo mercantile e di quello delle professioni, mentre

ne era totalmente escluso il resto del popolo. 88

La nascita del comune avvenne in ogni città con modalità particolari; il periodo in cui compaiono le

nuove istituzioni comunali coincide con il quarantennio 1080­1120, vale a dire con il periodo della

lotta per le investiture.

L’iniziativa appare in genere nelle mani del ceto aristocratico: cmq dovunque il termine consulares

fu usato per indicare il gruppo ristretto di famiglie, aristocratiche o borghesi che fossero, da cui

provenivano i consoli. Bisogna dire che in questo periodo i gruppi consolari non formavano un ceto

chiuso, dato che in esso potevano entrare e sia i nobili immigrati dalle campagne che gli esponenti

più facoltosi del mondo mercantile, ma la chiusura avverrà tra XII e XIII sec.

I consoli si ripromettevano di curare gli interessi di tutta la città e non sono del gruppo sociale di cui

erano espressione; il che spiega perché essi godessero, in questa fase, del consenso di tutta la

comunità cittadina. Gli organi di governo erano dovunque l’Arengo, cioè l'assemblea generale dei

cittadini, cui spettava decidere in merito ai problemi di interesse generale, e il Collegio dei consoli,

cui spettava il potere esecutivo; i consoli restavano in carica per un periodo assai breve, sei mesi o

al massimo un anno, per evitare l’affermarsi di regimi di tipo personale.

All’inizio l'elezione dei consoli venne fatta per acclamazione, quando però nell'assemblea vennero

ammessi tutti i capifamiglia della città, la situazione si complicò enormemente, per cui si resero

necessarie alcune innovazioni di carattere istituzionale.

Innanzitutto l'assemblea generale fu sostituita da due consigli: il consiglio maggiore, con potere

deliberativo e un ristretto consiglio minore che affiancava i consoli nell'esercizio delle loro

funzioni; le modalità dell'elezione variavano da una città all'altra; fu riformata anche l'elezione dei

consoli, fatta ora non più direttamente dal consiglio maggiore, ma attraverso due o tre gradi

intermedi.

Il comune era indubbiamente un fatto nuovo, ma esso non nasceva da una rivoluzione violenta

contro l'assetto politico e istituzionale precedente; particolarmente ambiguo era rapporto con il

vescovo, le cui prerogative giurisdizionali venivano progressivamente ridimensionate all'interno

della città, ma strenuamente difese di fuori di essa e nel resto del territorio della diocesi, dove per

allora il comune poteva far arrivare la sua influenza solo operando a sostegno dell'autorità

vescovile.

Un altro canale di comunicazione con il mondo rurale era rappresentato all'aristocrazia cittadina;

essa era legata ai signori feudali e agli agenti regi o comitali da rapporti di parentela, grazie ai quali

riusciva a risolvere più facilmente e conflitti di competenza e contrasti, inevitabili in una fase di

così intensa sperimentazione politica.

D’altra parte a spingere decisamente il comune verso il controllo del contado erano anche mercanti

e artigiani, interessati a estendere il raggio delle loro attività e quindi a eliminare gli ostacoli

frapposti alla libera circolazione delle merci dal groviglio delle giurisdizioni locali.

Il comune si inseriva in quel più ampio processo di superamento del particolarismo politico alto

medievale, allora in atto dovunque in Europa; anche in questo caso tra tempi e modi furono diversi

da una città all'altra; in generale può dirsi che una politica sistematica di sottomissione del contado

si ebbe solo sul finire del XII sec.

Il concordato di Worms del 1122 privava l'impero del suo carattere sacro, costringendolo a trovare

altre basi teoriche, sulle quali fondare la sua esistenza; queste basi furono fornite ancora una volta

dalla cultura giuridica del tempo non solo attraverso la più precisa definizione dei rapporti feudali,

ma anche grazie ad una rinnovata concezione del potere imperiale, fondato ora anche sul diritto

romano e non più soltanto su motivazioni religiose; protagonista di questa svolta fu Federico I, detto

in Italia Barbarossa.

Enrico V non era riuscito ad assicurare maniera definitiva alla sua dinastia la successione al trono di

Germania, per cui alla somma dei principi tedeschi elessero Lotario di Supplimburgo, dalla casa di

Baviera; alla morte di questi i principi fecero di nuovo valere le loro prerogative, rifiutando

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l'elezione del genere di Lotario, Enrico di Baviera, e scegliendo questa volta un esponente della casa

degli Hohenstaufen, Corrado III.

I due schieramenti, che così vennero a delinearsi all'interno della grande nobiltà tedesca, presero il

nome di ghibellino (dal castello svevo di Weibligen) e guelfo (dal castello bavarese di Welf); la

situazione di equilibrio creatasi tra di loro, con la prevalenza ora dell'1 h dell'altro, contribuiva a

indebolire ulteriormente il potere imperiale.

La situazione cominciò a sbloccarsi nel 1152, quando i principi tedeschi, accogliendo la

raccomandazione di Corrado III, elessero re di Germania e designarono come imperatore il duca di

Svevia, Federico, la cui madre Giuditta apparteneva alla casa dei duchi di Baviera.

Il giovane sovrano come prima cosa indisse per l'anno seguente una dieta a Costanza (oggi in

Svizzera), alla quale parteciparono anche i legati del pontefice Anastasio IV; in questa occasione

Federico espresse la sua convinzione che potere politico e potere spirituale dovessero collaborare su

un piano di parità e ribadì i suoi diritti in materia di elezione dei vescovi tedeschi; nello stesso

tempo assicurava di voler garantire il prestigio e la potenza della Chiesa romana, ottenendo in

cambio la promessa del pontefice di incoronarlo imperatore a Roma.

A Costanza comparvero anche due inviati della città di Lodi, venuti a implorare la giustizia

imperiale contro la prepotenza dei milanesi; l'imperatore volse subito la sua attenzione all'Italia,

dove lo sviluppo delle autonomie comunali aveva creato una situazione che la corte imperiale

faceva fatica a capire, perché del tutto diversa rispetto a quella della Germania; qui infatti lo

sviluppo delle città non arrecava pregiudizio all'autorità imperiale, che anzi lo favoriva come

contrappeso alla forza della feudalità.

Federico aveva programma politico molto ambizioso: utilizzazione dei legami feudali sia in

Germania che in Italia, per disciplinare e coordinare tutti poteri signorili esistenti sul territorio;

saldo governo delle terre direttamente dipendenti dalla corona; rinnovato controllo sulla Chiesa

tedesca e sulle città imperiali della Germania; recupera degli jura regalia, vale a dire dei diritti

inalienabili del potere regio.

L’ultimo punto trovava a un sostegno proprio nella cultura giuridica allora in piena fioritura nelle

città comunali italiane e soprattutto a Bologna; nell'ottobre del 1154 il Barbarossa era già in

Lombardia, dove indisse una dieta a Roncaglia, presso Piacenza: gli ambasciatori di Milano vi si

presentarono con una grossa somma di denaro, sperando di poter ottenere il riconoscimento dei

diritti regi; tuttavia l'imperatore non solo rifiutò l'offerta, ma misera città al bando, privandola di

tutte le regalie.

Dopo avere distrutto Tortona, alleata dei milanesi, si diresse a Roma dove, prima

dell'incoronazione, così come era stato convenuto con il pontefice, abbattè il regime comunale

formatosi a Roma nel 1143 e allora capeggiato da Arnaldo di Brescia, un riformatore legato alla

tradizione patarinica.

La prima iniziativa del Barbarossa consistette nella convocazione di una seconda dieta, sempre a

Roncaglia, dove Federico chiede ai quattro famosi dottori dell'Università di Bologna di indicargli

con precisione i diritti regi: l'elenco fornito dai giuristi, che fu poi inserita nella costituzione sulle

regalie, emanata dall'imperatore, era molto lungo.

Si trattava di diritti, di cui i comuni si erano appropriati da tempo e che l'imperatore era anche

disposto a lasciare loro in godimento, ma a patto che versassero per essi un tributo annuo e

riconoscessero nell'impero la fonte di tutti poteri; in base allo spesso principio emanò anche una

costituzione sulla pace, con la quale proibì le leghe tra le città e le guerre private; passò infine a

occuparsi sia dei distretti pubblici di cui rivendico la dipendenza dal potere regio, proibendone la

divisione, sia di quei beni allodiali, ai quali era connesso l'esercizio di giurisdizioni signorili.

Egli vagheggiava uno Stato nel quale tutti poteri, sia quelli gestiti dai funzionari pubblici che quelli

esercitati dalle magistrature comunali e dai signori locali, derivassero dall'imperatore; né si trattava

solo di un'enunciazione di principi astratti, poiché funzionari imperiali furono inviati dappertutto. 90

Il Barbarossa, richiamandosi ai poteri di natura politica di cui godevano molti ecclesiastici, tentò di

imporre loro un controllo che andava al di là delle prerogative che gli spettavano in base al

concordato di Worms; il risultato fu la formazione di un grande movimento di opposizione, di cui

facevano parte non solo numerosi comuni lombardi e veneti, ma anche il pontefice Alessandro III.

La reazione l'imperatore fu assai dura: ad Alessandro III, costretto a fuggire in Francia, fu

contrapposto l'antipapa Vittore IV; Milano fu assediata e alla fine rasa al suolo, ma questo non valse

a fiaccare la resistenza dei comuni.

Dalla fusione della lega veronese e di quella cremonese nacque la Societas Lombardiae, vale a dire

la lega lombarda, sancita dal famoso giuramento di Pontida del 7 aprile 1167; ad essa si collegò lo

stesso Alessandro III, in onore del quale i comuni chiamano Alessandria la città costruita in

posizione strategica, contro la quale il Barbarossa concentrò i suoi sforzi, non riuscendo ad averne

ragione.

Nel frattempo la situazione in Germania si faceva difficile a causa della riottosità dei feudatari,

capeggiati dal suo antico rivale Enrico il Leone, con il quale l'imperatore aveva inutilmente cercato

un accordo, concedendogli il ducato di Baviera.

A questo punto l'imperatore puntò su una soluzione di tipo diplomatico: giunse così ad un accordo

con il pontefice, impegnandosi ad abbandonare l'antipapa e a restituire alla Chiesa di Roma i

territori e le regalie, di cui si era impadronito; Alessandro III, a sua volta, si impegnò a convalidare

tutti gli atti di natura ecclesiastica compiuti in Germania durante il recente scisma e a fare da

mediatore con i comuni.

Tuttavia si giunse l'anno dopo a Venezia soltanto alla stipula di una tregua di sei anni, che consentì

all'imperatore di dedicarsi finalmente ai problemi della Germania; un trattato di pace venne

stipulato sei anni dopo, nel 1183, a Costanza: si trattò di un compromesso che, da una parte,

salvaguardava il principio che tutti i poteri pubblici derivavano dall'imperatore, dall'altra garantiva

ai comuni della lega le regalie di cui già godevano da tempo, tra cui il diritto di costruire fortezze e

di unirsi in leghe.

Per quanto riguardava la controversa questione dei consoli, fu stabilito che essi, liberamente eletti

dai cittadini, dovessero ricevere ogni cinque anni investitura formale da parte dell'imperatore, a

meno che non vi provvedesse già il vescovo.

Le concessioni fatte dal Barbarossa a Costanza erano destinate solo alle città della lega; esse

finirono tuttavia ben presto per essere considerate valide per tutti i comuni, i quali vennero così a

configurarsi come organismi politico amministrativi pienamente legittimi e inseriti nella struttura

dell'impero.

Questo inserimento, d'altra parte, non comportava affatto una riduzione della loro autonomia, tanto

più che dopo la morte di Federico Barbarossa nel 1190 e di suo figlio Enrico VI nel 1197 l'autorità

imperiale conobbe un lungo periodo di crisi; i comuni ne approfittarono per consolidare

definitivamente le loro istituzioni e per avviare una sistematica sottomissione del contado.

Innanzitutto furono definiti i rapporti con il vescovo, il quale fu estromesso da ogni giurisdizione

civile, ma non senza resistenze e contrasti; si provvide a dotare la città di edifici pubblici e alla

redazione di un codice di leggi (Statuto), avvalendosi dalla porta di giudici, notai ed esperti di

diritto in generale.

La sottomissione del contado fu attuata in maniera sistematica e ricorrendo a strumenti diversi; i

detentori di fortezze e di diritti signorili dovettero riconoscersi vassalli del comune e risiedere una

parte dell'anno in città; con i più potenti, quando non fu possibile eliminarli con la forza, si cerca di

stipulare patti di alleanza, non di rado sotto forma anche di ingaggi militari, dato che il comune

aveva bisogno per la sua difesa dei contingenti armati dei signori feudali.

Uno strumento efficace di controllo del territorio, soprattutto nelle zone di confine con altri comuni

e con signorie fondiarie, fu rappresentato dai borghi franchi: essi erano autorizzati anche a darsi

91

ordinamenti di tipo comunale, sulla base del modello del comune rurale; alla base del fenomeno

c'era sia la tendenza naturale a imitare la città sia il dinamismo dei ceti rurali che, dovunque in

Europa, erano allora impegnati a strappare ai signori fondiari e migliori condizioni di lavoro e più

ampi spazi di libertà.

La novità più significativa fu la sostituzione della magistratura collegiale dei consoli con il podestà,

tal che si parla di fase podestarile; la società comunale si andava facendo sempre più complessa,

finchè non si formarono due schieramenti, quello della nobiltà e quello del popolo.

La realtà era però un po' più complessa, perché della nobiltà facevano parte anche mercanti

arricchiti e del popolo i nobili da poco immigrati in città; è più esatto perciò vedere nei due

schieramenti dei nobili e del popolo, da una parte, i detentori del potere e dall'altra coloro che

miravano a sostituirsi alla vecchia classe dirigente. Questa era stata capace di condurre il comune

alla vittoria contro il Barbarossa, ma non appariva ora in grado di gestire la pace, per cui i contrasti

tra i gruppi sociali producevano paralizzanti lacerazioni all'interno del collegio dei consoli.

La soluzione fu trovata nella sostituzione dei consoli con un podestà: non si trattava di un leader

politico, ma di un tecnico della politica e del diritto, il cui compito era quello di eseguire le

decisioni prese dai consigli cittadini, di applicare le leggi, di amministrare la giustizia e di

sovrintendere a tutto l'apparato burocratico del comune.

Verso la metà del 200 le tensioni all'interno dei comuni più popolosi ed economicamente più

dinamici riesplosero con rinnovata violenza; i nobili, non solo facevano una netta distinzione tra le

famiglie di antica nobiltà cittadina e quelle da poco immigrate in città, ma erano anche divisi da

profondi odi familiari, che erano all'origine di continui attentati alla quiete pubblica.

Essi inoltre riunivano intorno a sé schiere di clienti e di amici appartenenti a vari ceti sociali, che

formavano un vero e proprio clan, dotato di una ferrea organizzazione interna e pronto a prendere le

armi alla prima occasione; i clan erano riuniti in federazioni, dette societates militum, che a volte

formavano due raggruppamenti contrapposti, definiti guelfi e ghibellini.

I guelfi erano gli aderenti al partito filopapale, mentre i ghibellini erano i sostenitori di un più saldo

legame con il potere imperiale; i termini “guelfi e ghibellini” persero però, ben presto il significato

originario, diventando la copertura ideologica di conflitti sia all'interno della nobiltà sia tra i comuni

stessi.

Non meno complessa era la situazione del ceto popolare, tenuto insieme unicamente dalle necessità

della lotta contro la nobiltà; bastava però che la tensione calasse un po' o che addirittura assumesse

il controllo del comune, perché esplodessero subito le contraddizioni al suo interno.

Inoltre la comunanza di interessi tra mercanti e artigiani era assai scarsa, soprattutto nei grandi

centri nei quali mercanti imprenditori avevano il pieno controllo della produzione tessile e

tendevano a superare i vincoli di carattere corporativo.

Le esigenze della lotta contro i nobili valsero tuttavia a superare temporaneamente queste

differenze, per cui mercanti, cambiatori, artigiani, i intellettuali laici, nobili esclusi dal ceto di

governo aristocratico diedero vita ad una propria associazione, detta societas populi, anch'essa

organizzata sul modello del comune, vale a dire con capi e consigli. Il risultato fu la coesistenza in

città di più centri di potere, dotati di notevoli capacità di azione e di larghe prerogative di carattere

giurisdizionale.

Il complicarsi della vita politica nell'ambito dei comuni produsse il fenomeno del fuoriuscitismo,

vale a dire l'espulsione dalla città degli esponenti della parte perdente, con la relativa confisca dei

beni; i fuoriusciti però non si rassegnavano alla loro sorte, ma si organizzavano anch'essi in comune

(il cosiddetto comune degli estrinseci), stabilendo stretti collegamenti con i loro partigiani rimasti in

città e con comuni rivali.

L’esito delle lotte fu in non poche città, la presa del potere da parte del popolo; questo però non

semplificò, ma complicò ulteriormente la situazione politica, perché il popolo non sciolse la sua

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società, ma la affiancò agli organi del comune; si venne a creare così una sorta di sistema

bicamerale.

Lo stesso potere esecutivo venne ripartito tra il podestà e i capi del popolo, i cosiddetti anziani, che

venivano espressi dalle arti maggiori e medie, e formavano il priorato delle arti a cui si affiancò

successivamente un capitano del popolo, al quale il podestà dovette cedere le sue competenze di

carattere militare.

I governi popolari da un lato non tutelarono le classi inferiori, spingendole così alla rivolta e

all'alleanza con la nobiltà; dall'altro, ebbe atteggiamenti punitivi verso la vecchia classe

aristocratica, del cui apporto avevano peraltro bisogno soprattutto sul piano militare.

Eppure, nonostante tutto, i governi popolari consentirono il massimo di partecipazione e di

democrazia nella vita politica del medioevo; la mancanza di un numeroso apparato burocratico fece

sì che molti servizi comunali fossero gestiti attraverso il concorso dei cittadini, i quali è un certo

punto cercarono anche di evitare le cariche pubbliche più impegnative.

Il provvedimento dell'affrancazione dei servi della gleba è oggi ricondotto dagli storici a

motivazioni di natura fiscale; si pensa cioè che l'obiettivo sia stato quello di far aumentare il numero

dei contribuenti, dato che i servi, considerati di proprietà dei loro signori, non pagavano le imposte;

lo dimostra il fatto che ai servi diventati liberi fu vietata l'immigrazione in città, mentre intanto il

contado veniva sottoposto a una crescente pressione fiscale, per consentire al comune il reperimento

delle risorse finanziarie da destinare alla difesa, alle opere pubbliche e a servizi sociali sempre più

sviluppati.

La diffusione dei rapporti feudali. L’Inghilterra, il Mediterraneo e le crociate

I rapporti feudo­vassallatici raggiunsero nei secoli XI­XII il massimo di diffusione, grazie

soprattutto ai cavalieri provenienti dal ducato di Normandia.

Anche qui era stato introdotto l'ordinamento pubblico carolingio, ma le cose andarono diversamente

perché sul tronco dell'antico vassallaggio si innestarono il vigore militare e le tradizioni di fedeltà

dei guerrieri vichinghi.

Questo permise a Rollone e ai suoi successori di rivitalizzare l'organizzazione territoriale carolingia;

feudatari e viceconti, in prevalenza di origine vichinga e di sicura fedeltà, consentirono ai duchi di

mantenere un controllo del territorio di gran lunga più saldo di quello degli altri principi e dello

stesso re di Francia; tuttavia essi furono attratti non tanto dai vicini territori francesi, quanto

piuttosto dall'Inghilterra.

Nei primi decenni dopo il Mille, Canuto II il grande riuscì a creare un vasto impero intorno al

Baltico, comprendente la Danimarca, la Norvegia e l'Inghilterra, che però si dissolse completamente

dopo la sua morte nel 1035. Questo consentì all'Inghilterra, dove Canuto aveva promosso la fusione

tra danesi e sassoni, di recuperare l’indipendenza con il re Edoardo il confessore; gli successe il

cognato Aroldo II, contro il quale si levò Guglielmo, duca di Normandia, accampando diritti al

trono, in quanto nipote di Edoardo il confessore.

Con l'ascesa al trono di Guglielmo, detto poi il conquistatore, l'Inghilterra si venne legando

strettamente alla Francia; insieme a lui e ai suoi cavalieri giunsero infatti nell'isola, e questa volta in

maniera massiccia, la lingua e costumi francesi, tra cui i rapporti feudo­vassallatici.

Verso la metà dell’XI sec il potere del sovrano francese era quanto mai limitato, esercitandosi in

maniera diretta su un territorio poco più vasto dell'attuale regione parigina; il conquistatore e i suoi

successori si posero il duplice obiettivo di rendere accetto alla popolazione il nuovo ceto dirigente e

di rafforzare il potere monarchico. A tale scopo lasciarono intatta la divisione del regno in contee,

già attestata nel secolo precedente, sottoponendo i loro amministratori, detti sceriffi, al controllo

regio attraverso giudici itineranti, che fungevano anche da tribunale di appello.

Per l'amministrazione delle finanze, ma anche con competenza in materia giudiziaria, fu creata la

camera dello scacchiere, dal nome di una tavola coperta da un tappeto a riquadri, intorno alla quale i

suoi membri si riunivano. Guglielmo il conquistatore fece anche redigere il domesday book, un vero

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9 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Vaglienti Francesca Irma.

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