Parte prima: popoli in movimento
Odoacre, una figura simbolica
Nella periodizzazione più comune, l’episodio che segna l’inizio del medioevo è la deposizione di Romolo Augustolo da parte di un capo militare sciro, Odoacre, nel 476. L’appartenenza di quest’ultimo è già fonte di confusione, in quanto gli Sciri sono sempre stati definiti dalla tradizione come popolo germanico. Infatti, la nozione di “Germani” non è solo stata messa in crisi dalla critica generale del concetto di etnia, ma anche dalla dimostrazione che fu la cultura romana a conferire quell’identità a vari popoli che erano invece lontani dall’idea di una comune appartenenza.
Anche osservando la ripartizione interna di questi popoli germanici notiamo che siamo al cospetto di aggregati tribali non ancora stabili. Questi sono i momenti di etnogenesi, che danno luogo alla definizione di nationes da parte della cultura romana e che producono formazioni più o meno stabili. Siccome erano popoli in continuo divenire etnico, possiamo individuare fasi di etnogenesi determinate dal prevalere dei capi di un raggruppamento tribale che avevano aggregato frazioni minori di popoli in armi, raggiungendo una sufficiente e durevole sedentarietà. Questi popoli è meglio definirli Barbari, mentre le definizioni macroetniche (Celti, Germani, Slavi, Ugrofinnici) sono da considerarsi valide solo più in ambito linguistico.
Odoacre, che era a capo di un esercito composito di Eruli e Rugi, dovette la propria formazione militare alla dipendenza del padre presso il re unno Attila. Non deve stupire la decisione di Odoacre di mettersi al servizio di Roma, in quanto ormai le truppe erano tutte reclutate tra i popoli barbarici. Costoro, raggiunto un grado di stanzialità che li poteva definire gentes, erano riconosciuti come foederati e per il diritto di hospitalitas potevano fruire di un terzo delle terre della regione in cui erano stanziati. Al di sopra di questi “eserciti di popolo” c’erano dunque i loro capi originari, anche se inseriti nel quadro istituzionale della res publica imperiale.
Odoacre giammai pensò di nominarsi imperatore d’Occidente, ma anzi da Zenone gli fu tollerato il titolo di patricius Romanus e quello di rex gentium. Odoacre governava così da Ravenna, già residenza dell’imperatore romano d’Occidente fin dai tempi di Onorio (402).
In questa fase tranquilla, il concetto stesso di Romani perse significato, rappresentando ormai solo più gli abitanti dell’Urbe.
Con l’ascesa di Odoacre assistiamo alla formalizzazione delle pratiche dell’hospitalitas e della foederatio, con cui Valente aveva già cercato di inquadrare i Goti. Franchi ed Alamanni erano foederati in Gallia, ma non riuscirono ad impedire lo sfondamento della frontiera del Reno da parte di popoli barbarici, prima che Alarico saccheggiasse Roma nel 410.
Gli Unni ed il seminomadismo di sfruttamento
Gli Unni, di origine ugrofinnica, erano stati i maggiori responsabili di quella mobilità di popoli dei secoli IV e V. Le loro tribù, di origine mongola ed aggregatesi nella steppa asiatica, si mossero in varie direzioni, determinando una spinta efficace sui Goti.
Un cospicuo aggregato tribale a maggioranza unna giunse in Europa guidato da Attila (450), ma venne sconfitto dal generale romano Ezio. Dopo un provvisorio ritiro, gli Unni conquistarono alcune città del nord Italia ma furono indotti a desistere ed a ritirarsi dalla penisola, forse grazie alla mediazione di papa Leone I, fino a stabilirsi in Pannonia. Altri Unni si muovevano verso il sud dell’Asia, giungendo a determinare la disgregazione definitiva dell’Impero della dinastia Gupta in India, che aveva elementi di debolezza interna paragonabili a quello romano d’Occidente.
La vera causa della tanta mobilità di quei popoli è da ricercare in fattori strutturali e politici. Le varie gentes cominciavano allora ad ambire a dominazioni proprie giacché alcune popolazioni stavano proprio abbandonando quella condizione di seminomadismo di sfruttamento. Questo stato imponeva loro di occupare un territorio per fare tutto il bottino possibile, sfruttare al massimo le terre dal punto di vista agrario per poi passare a nuove regioni più ricche di nuove prede. Il vero motore della mobilità era la ricerca di un insediamento stabile.
L’episodio della deposizione di Augustolo rimane di fatto un episodio, ricco però di elementi tipici dei nuovi generali assetti: la multietnicità degli aggregati tribali che lo promossero, lo sviluppo degli strumenti imperiali dell’hospitalitas e della foederatio, l’ansia di stanzialità delle gentes non più solo desiderose di bottino, la ricerca di formalizzazioni di tipo statale. La stessa nomina di rex gentium non è da interpretare in chiave culturale romana: rex per i barbari indicava un condottiero militare. Così il suo titolo non comportava il governo su un territorio, bensì la prerogativa del comando. Un capo tribù aveva una concezione personale del potere: sapeva su chi e quali famiglie comandava, ma non si poneva il problema della definizione dei confini territoriali dell’esercizio di quel potere. La memoria collettiva del seminomadismo faceva prevalere la concezione personale su quella territoriale, e le due concezioni (barbarica e romana) si affiancarono poi, convivendo, per gran parte dei secoli altomedievali.
Un occhio di riguardo da parte di Zenone verso Odoacre derivava proprio dal fatto che egli era un re non a capo di una natio ben definita ed in quanto tale pericolosa.
La stanzialità rifugio di altre genti
Franchi ed Alamanni avevano rintuzzato l’avanzata nelle Gallie di vari altri popoli, ma riuscirono solo a deviarne gli obiettivi. Gli Svevi trovarono gli agognati spazi nella Galizia, gli Alani in Portogallo, i Vandali nell’Africa settentrionale. La maggior parte di questi popoli era rimasta legata alla versione ariana del cristianesimo, favorita dalla traduzione della Bibbia in goto da parte di Úlfila. Tuttavia le strutture episcopali ariane si affiancarono a quelle cattoliche quasi senza problemi. Non si comportarono così i Vandali, che assunsero un atteggiamento persecutorio nei confronti delle chiese cattoliche sulle coste settentrionali dell’Africa. Questa scelta attirò l’inimicizia dell’Impero d’Oriente e nel 533 i Vandali saranno sconfitti dal generale bizantino Belisario.
Nel continente europeo si erano verificati stanziamenti tribali identificabili con nomi che coprono in realtà alleanze variabili: gli Alamanni sul medio Reno, i Turingi nella Germania centrorientale, i Burgundi nei bacini del Rodano e della Saona. Quest’ultimi furono quelli che territorializzarono maggiormente il loro potere creando un’impalcatura regia attorno a Lione.
Nell’Europa nordoccidentale il passato romano incise meno. Popoli della Scozia detti Pitti facevano incursioni nella Britannia insulare e continentale. I Britanni favorirono così gruppi tribali provenienti dalla Danimarca e dalla Germania settentrionale: Iuti, Angli, Frisoni e Sassoni avviarono un’occupazione irreversibile delle coste del Mare del Nord e poi all’interno della Britannia. Qui una colonizzazione lenta e profonda li portò a sostituire le popolazioni celtiche, che si rifugiarono nel Galles, nella Cornovaglia e nella Bretagna. I regni che si costituiranno nel VI secolo si caratterizzeranno per l’omogeneità culturale e religiosa, con un breve ritorno a forme politeistiche. L’omogeneità fu anche linguistica e l’anglosassone divenne ben presto linguaggio ufficiale.
I diversi regni davano una configurazione territoriale con territori che prevalevano su altri: ruolo di coordinamento spettò di fatto al regno di Northumbria e poi a quello di Mercia. Dal Kent era partito in quegli anni un processo di evangelizzazione dell’isola, che fonderà la sede vescovile di Canterbury.
L’integrazione frenata dei Visigoti
Abbiamo visto come v’era possibilità d’integrazione fra due culture. Da una parte quella romana con i suoi valori (concezione territoriale dello Stato, stratificazione sociale basata sul latifondo, cattolicesimo) e quella barbara (concezione personale del potere, valore eminente della capacità di comando, conservatorismo religioso in equilibrio tra politeismo ed arianesimo).
Il popolo che più velocemente stabilì una convivenza furono i Burgundi. Tuttavia questi erano pochi, specie se paragonati agli aggregati tribali di Goti e Franchi. Una folta compagine di tribù che avevano stretto relazioni tra loro in un insediamento provvisorio, ma stanziale, nella zona del Danubio e del Mar Nero cominciò ad essere chiamata con il nome collettivo di Goti. Vennero poi distinti i Goti dell’ovest, gli Ostrogoti, dai Goti dell’est, i Visigoti.
Dopo la vittoria visigota ad Adrianopoli, questo popolo cominciò ad essere inquadrato nel sistema bizantino (tramite hospitalitas e foederatio), ma ciò non bastò a frenare la loro espansione verso occidente. Il loro re Alarico, già nominato da Bisanzio magister militum per Illyricum, arrivò a devastare Roma nel 410. Nella ricerca di nuovi spazi territoriali, i Visigoti non si proposero di costituire uno stanziamento con apparati territoriali intorno all’antica capitale: i Visigoti si spingeranno infatti verso sud, grazie alla forte attrattiva esercitata da Sicilia ed Africa settentrionale. La morte di Alarico frenò il progetto, dal momento che il successore Ataulfo, sposatosi con Galla Placidia (sorella dell’imperatore Onorio), cercò di unificare dominazione visigota e potere dell’Impero romano. Tuttavia Onorio non condivise mai questo orientamento e spinse i Visigoti verso le Gallie e l’Ebro, consolidandosi attorno alle città di Bordeaux e Tolosa.
In queste regioni i Visigoti si inserirono fra i grandi possessori preesistenti. Le amministrazioni municipali romane sopravvissero e componenti del ceto senatorio galloromano si affiancarono ai Visigoti nell’esercizio dello stesso comando militare.
I re visigoti vennero influenzati dall’attività legislativa dell’imperatore d’Oriente Teodosio II. Re Eurico aveva reso stabile la presenza gota anche su gran parte della penisola iberica. Eurico emanò il Codex Eurici, base della futura Lex Romana Visigothorum di re Alarico II.
Le strutture del regno visigoto furono mantenute in vita grazia ad un intervento del re ostrogoto Teoderico, anche se la configurazione territoriale cambiò. I Visigoti mantennero solo la Settimania, ma la maggior parte di loro si spostò nella penisola iberica. Qui, sotto re Leovigildo, vissero il periodo di maggior consolidamento, incorporando il regno degli Svevi e spegnendo le autonomie locali. Il centro politico si fissò attorno a Toledo.
Già in Aquitania i vescovi avevano cominciato a prender parte alle assemblee del potere. Questa formula prese piede anche nella Spagna visigota, sebbene qui servissero per stemperare le tensioni tra re sempre più tolleranti ed un’aristocrazia sempre più conservatrice. La doppia rete di diocesi ariane e cattoliche durò finché il re Leovigildo non tentò di riunificarle in quella ariana, ma il tentativo fallì. Il figlio Recaredo solennizzò la sua conversione al cattolicesimo e quella di tutti i Visigoti, mentre con il quarto concilio di Toledo, ispirato da Isidoro di Siviglia, venivano attribuiti al re il titolo di sanctissimus princeps e di orthodoxus rex. L’integrazione era profondamente riuscita, ma non seppe dare i giusti frutti a causa dell’invasione della penisola iberica da parte dei musulmani nel 711.
Nel caso iberico rimase senza seguito una codificazione che aveva teso ad una maggiore unità giuridica e religiosa. Significativo era il fatto che si fosse romanizzata la lingua, così come l’aristocrazia visigota soleva imitare quella romana per quanto riguarda l’interesse nei latifondi, anche se continuavano a mantenere proprie clientele armate per evitare dinastizzazioni della carica regia. Normalmente la nomina doveva essere elettiva, ma poteva anche essere un discendente del re purché avesse dimostrato il carattere della dignitas, cioè l’attitudine al comando ed il valore militare.
Alle soglie della sintesi romano-barbarica: gli Ostrogoti
A determinare la durata di un aggregato tribale grande importanza aveva l’esistenza di una tribù-guida, identificabile con una famiglia allargata e ramificata (la sippe), di riconosciuto carisma di comando. Fondamentale fu la sippe degli Àmali, a cui apparteneva re Teoderico, per il processo di etnogenesi degli Ostrogoti.
Dal punto di vista dell’imperatore Zenone, gli Ostrogoti suscitavano problemi nella zona della Mesia, destabilizzando i territori d’influenza bizantina. Allo stesso modo in Italia il regno di Odoacre sollevava più consensi che preoccupazioni presso il popolo italico.
Probabilmente per questo è fatto plausibile che Zenone fosse rimasto soddisfatto del trasferimento del popolo ostrogoto in Italia, ricorrendo al rapporto di foederatio con la nuova dominazione.
Completamente dimenticate le controversie goto-bizantini dei tempi di Alarico, il pensiero radicale e contrario ai Barbari era scomparso, ed anzi aumentavano i buoni rapporti con il gruppo àmalo degli Ostrogoti. Teoderico, trasferito giovanissimo a corte come ostaggio, poté garantirsi la fiducia di Zenone e diventare comandante delle truppe imperiali e console. Con questi poteri venne inviato in Italia per ostacolare Odoacre ed il conflitto si prolungò dal 488 al 493, con la sconfitta e morte del re sciro.
Con le nuove regioni assoggettate, Teoderico dovette però rinunciare alle dominazioni balcaniche. Le insegne di Odoacre vennero rimandate indietro a Costantinopoli, ma il successore di Zenone, Anastasio, le mandò di nuovo a Ravenna per Teoderico: da una parte era sì riconoscimento ma dall’altro era anche accettazione dell’inquadramento da parte del re ostrogoto.
Nel suo regno, Teoderico non volle sovvertire l’ordine preesistente ma anzi lasciò invariato l’assetto politico e militare: Goti erano i capi dell’esercito, Romani i governatori civili preposti alla popolazione romana (erano separati i tribunali di Goti e Romani). Inoltre il ruolo del Senato, composto esclusivamente da romano-italici, era stato rivitalizzato. Questo equilibrio complementare tra le parti era garantito dalla forte autorità arbitraria del sovrano in caso di interferenze.
Teoderico a Ravenna non era solo: era affiancato dal consistorium, il consiglio del principe dove agivano i maggiori capi militari goti, ma anche i principali intellettuali latini del tempo. In accordo col Senato romano fu varata una politica fiscale equilibrata, centralizzando la monetazione e promuovendo attività di ricostruzione e bonifica. Fino al 523 l’Italia ostrogota visse una fase di ordinata ripresa.
La politica estera di Teoderico riprendeva il modello, inevitabile, dell’antico Impero romano. A nord-est gli Ostrogoti possedevano già le regioni di Rezia, Norico, Pannonia e Dalmazia, mentre a nord-ovest occorreva arginare la minaccia franca. Venne così conquistata la Provenza, diventando tutori di Visigoti ed Alamanni (grazie ad una accurata politica matrimoniale).
Riguardo ai rapporti con la Chiesa, lo scisma delle due comunità cristiane rendeva sufficientemente forte il legame tra la Chiesa cattolica e Ravenna. Con l’avvento però dell’imperatore Giustino nel 518, le due Chiese si riunirono provocando un generale atteggiamento antiariano sul piano religioso, oltre che favorire un controllo bizantino sull’apparato ostrogoto in Italia.
Fra il 523 ed il 524 Giustino emanò dei provvedimenti che bandivano i pagani, gli ebrei e gli eretici dai pubblici uffici, promuovendo anche un atteggiamento persecutorio contro gli ariani. Teoderico si vide costretto a rompere l’equilibrio fra i suoi consiglieri: i capi goti prevalsero a scapito degli intellettuali romani, facendo cadere in disgrazia tutto il Senato. Persino papa Giovanni I venne accusato di connivenza con il partito imperiale romano e venne catturato ed imprigionato a vita.
Teoderico morì nel 526: in tre anni l’integrazione romano-barbarica del re goto si era dissolta. Seguì un periodo di incerti avvicendamenti al trono finché il re Teodato si vide recapitare contro due eserciti dell’imperatore Giustiniano, ostacolati però da un nuovo sentimento di patriottismo antibizantino della popolazione italica, nostalgica dell’amministrazione teodericiana.
Il nuovo re ostrogoto Totila cercò di far convergere nelle sue casse tutti i proventi destinati all’Impero bizantino ma ciò non bastò per vincere il conflitto, che si era protratto per circa vent’anni. Giustiniano, nel 554, promulgò la Prammatica Sanzione, una legge che riportò l’Italia sotto la dominazione romano-bizantina. L’Italia però venne ridotta a prefettura del pretorio, mentre i goti s’integrarono ben presto fra i possessori romani, mentre altri si dispersero rinunciando alla propria identità. Ogni pratica non cattolica venne perseguitata, mentre la Pianura padana visse un periodo di forte ridimensionamento, così come tutte le regioni settentrionali, quasi scollate dal centro-sud italico, molto più considerato dai Bizantini.
Dai secoli V e VI emerse un fattore di squilibrio ovvero la mancata integrazione fra la civiltà romana e le nuove realtà tribali. Mancava giusto quel passaggio dall’integrazione alla simbiosi che avrebbe potuto garantire una comunanza di stili di vita, di lingua, se non l’ordine politico-militare. Solamente gli Ostrogoti si erano avvicinati alla simbiosi, siccome i Visigoti furono bloccati anzitempo dai musulmani. L’esperimento ostrogoto in Italia naufragò perché la penisola era una zona ancora troppo sottoposta ai giochi di potere.
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