Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

arbitraria, chiamò in Italia ottone 1 di Sassonia, re teutonico, che fu incoronato re d’Italia nel 962. Da questo

moment in poi regno italiano e tedesco saranno quasi stabilmente retti dallo stesso sovrano. Anche il regno

teutonico all’inizio aveva avuto un re carolingio: Arnolfo di Carinzia, ma ben presto si avvertì l’influenza dei

grandi ducati del regno (Baviera, Svevia, Sassonia ecc). gli successero Corrado 2 ed Enrico 1, padri della

Germania. Il figlio di Enrico, ottone 1, avrà il controllo su Italia e Germania. I successori di ottone si videro

trasmessa una concezione del potere fondata sulla capacità di coniugare l’idea di potere pubblico con il

consenso delle maggiori famiglia aristocratiche. Ottone collegò la sua dinastia anche con quella bizantina e

fece eleggere papa il suo precettore. Infine venne conquistato anche il regno di borgogna e il re teutonico

governava su ampia parte dell’Europa occidentale.

Gli ottoni in alcune regioni italiche non favorirono affatto i vescovi, ma gli ufficiali laici. In altre zone invece,

furono generosi di concessioni ai vescovi poiché volevano alleati forti nella competizione coi potenti locali,

come il marchese di Ivrea Arduino. Fuori dall’Italia essendo molte diocesi state devastate dagli ungari o dai

saraceni, i re concedevano ai vescovi tutte le esazioni pubbliche per consentire la ripresa economica. Non

si può parlare di assenza di re in questi anni. Era sempre e cmq presente, anche in periferia, tramite la

contrattazione con le forze locali. Per forza di cose, il potere regio era indotto ad occuparti delle aree più

importanti, ovvero le città. Tuttavia nelle campagne carolingie c’’erano sedi avvertite come luoghi di qualità

pubblica: i castelli, o castra, esito della fortificazione di villaggi o edificati appositamente per essere rifugi di

pochi e magazzino di beni. L’incastellamento è un passaggio di transito che vede il suo sviluppo nella

signoria. I castelli di famiglia divennero i fulcri del potere nuovo delle dinastie di conti e marchesi. Anche chi

possedeva aziende agrarie cominciò a fortificarle e divennero curtes. Il numero di detentori di poteri

signorili si ampliava sempre più.

In Europa solo alcune di queste aree egemoniche si richiamavano alle antiche giurisdizioni di duchi,

marchesi e conti. Quando diventavano aree di potere dinastico vengono definite principati territoriali;

quando si trattava di signorie solo di modesta espansione erano detti dominatus, signorie soltanto arricchite

da un titolo tradizionale. In questa fasce nasce una nuova aristocrazia detta di ufficio, in quanto di

ascendenza funzionariale. I confini dei comitati avevano perso il loro valore. Rami diversi dell’antica

dinastia comitale esercitavano il potere signorile su contee dislocate all’interno e anche all’esterno

dell’antico comitato. Al centro della signoria non vi era più la città, ma il castello. La città era diventata una

signoria vescovile. I principati territoriali mai si diffusero in Italia solo Baviera o borgogna, ad eccezione dei

marchesati di Saluzzo, Monferrato e i conti di Savoia. Nei principati il potere si distribuiva su tre livelli: in

alto il re, in basso i signori locali e in mezzo i principi. Questi erano a capo dell’esercito e della giustizia alta

(condanne a morte), mentre i signori mantenevano poteri circoscritti e la bassa giustizia (reati minori).

Parte seconda.

Attorno all’anno 1000 troviamo un europa-cittadella assediata da nuovi barbari, ma anche un nuovo slancio

demografico con conseguente sviluppo economico.

Protagonisti delle nuove invasioni sono i normanni. Gli arabi avevano dato vita ad un impero centralizzato

ed economicamente sviluppato grazie ad una fitta rete commerciale. I bizantini erano sempre più deboli,

così aumentarono le incursioni e razzie arabe sulle coste dell’Italia meridionale da bande saracene e nel

902 assoggettarono bari e Taranto. Altre bande di predoni, forse baschi, si insediarono a fraxinetum e

soltanto l’azione congiunta del marchese di Torino e del conte di Provenza riuscì a scacciarli. Il dominio

arabo in Sicilia rimase, fino all’arrivo di Ruggero d’altavilla. Il termine normanni era affibbiato alle

popolazioni che tramite lunghe imbarcazioni dette drakkar risalivano i fiumi e compivano razzie.

L’Inghilterra sassone fu conquistata dal danese canuto il grande e i variaghi contribuirono alla creazione dei

principati russi. Nella regione di caux (Normandia) il normanno rollone ottenne dai franchi la zona come

beneficio. Qui i normanni si integrarono con gli autoctoni e si convertirono al cristianesimo. Altri normanni

invece scelsero l’attività di mercenari e conquistarono la Sicilia sottraendola ai musulmani e imponendosi

sui bizantini. Grazie allo stretto legame con il papato i normanni si affermarono in tutto il mezzogiorno. Gli

ungari, stabilitisi in pannonia, compivano raid stagionali verso l’impero e imponevano pesantissime tasse

alle popolazioni aggredite. Ottone 1, re teutonico, li sconfisse definitivamente al Lechfeld nel 955 e gli

ungari vennero a patti coi re tedeschi, interrompendo le periodiche scorrerie fino alla conversione-

integrazione con il loro re Stefano il santo.

L’irruzione di queste popolazioni alla ricerca di ricchi bottini fu resa possibile da nuove tecniche militari e fu

facilitata anche dall0incosistenza della difesa dei poteri centrali. Alla debolezza del potere pubblico era

sorto un movimento spontaneo di autodifesa, come Carlo il calvo che emanò la distruzione di castelli

illegalmente edificati sì contro le invasioni, ma soprattutto per evitare lo sfruttamento di residenti e vicini.

Signoria e incastellamento non sono dipendenti l’un l’altro e non sono stati totalmente favoriti dalle

invasioni, anche se questa fase di incertezza del potere centrale ha sicuramente favorito la crescita di

poteri centrifughi. Nell’incontro-scontro tra invasori e paesi aggrediti le strutture del potere subirono una

sostanziale trasformazione, dopo che vennero integrati. In Inghilterra, con la conquista di Guglielmo il

conquistatore si era importato un modello di schema politico impostato sui rapporti feudali (baroni,

domesday book) incorporando elementi anglosassoni come gli shires e gli sherifs. Anche in Italia i

normanni importarono istituzioni feudali. Ruolo centrale aveva il sovrano che controllava il regno attraverso

una rete amministrativa, le dohanae e giustizieri provinciali.

Le scorrerie provocarono una capillare militarizzazione del territorio accentuando lo sviluppo autonomo del

potere. C’era una pluralità di centri di potere autonomi. Molti possessori ricchi si appropriarono di poteri,

accantonando l’autorità regia. Conseguenza di tale processo fu una profonda alterazione della

popolazione. Il sistema signorile si stava ponendo come intermediario tra potere centrale e sudditi. E per

fare ciò i signori cominciarono ad usare indiscriminatamente la violenza, provocando la sottomissione dei

contadini per paura. Ciò portò alla scomparsa dei liberi nomines e della schiavitù rurale. Si creò una nuova

categoria, detta rustici, completamente sottomessi. Ultima fase fu l’equilibrio tra governanti e governati con

l’affermarsi di precise consuetudines loci che segnarono la definitiva sottomissione anche degli arimanni,

allodieri che erano riusciti a conservare ristretti spazi d’autonomia.

Una crescita demografica ed economica caratterizzò l’Europa del 11 secolo fino alla metà del 13.

L’aumento della popolazione delle campagne, favorì il consolidamento della signoria locale o territoriale,

tramite un modello di villaggio accentrato, in cui, tutti i residenti soggiacevano al potere del dominus loci. Il

signore viene ora definito signore di banno e il locus solitamente è controllato dal castello. Nel regno di

Francia si erano affermati centri di potere connessi con dinastie nobiliari, collegate al re da vincoli

vassallatici, ma a lui pari. All’interno dei nuovi principati si andò sviluppando una progressiva

frammentazione signore, senza alterare la funzione pubblica del conte. Solo dopo la metà del 10 secolo

sorsero nuovi castelli non dipendenti dal conte e quindi si svilupparono signorie autonome. Il regno di

Francia era diviso in una dozzina di principati. Il termine comitatus/contea indicherà ora non più una carica

pubblica ottenuta per delega sovrana, ma un territorio ed un insieme di poteri che costituiscono un

patrimonio ereditario e il rapporto con il re è solo vassallatico. In tutto il regno si moltiplicano i gruppi armati

che collaborano con il signore locale: sono i milites delle guarnigioni dei castelli. In Germania c’era già una

forte aristocrazia, che ovviamente favorì la signoria territoriale dinastica che deteneva castelli e controllava

monasteri, anche se ancora dipendente dal re. In seguito i principi dell’impero assunsero autonomia politica

ed esclusivo vincolo feudale con l’imperatore, costituendo il collegio dei grandi elettori imperiali. A loro volta

i principi potevano contare su una clientela feudale composta da signori locali fondiari. Nel regno d’Italia la

situazione era molto più disgregata e complessa. Nei secoli x e xi in Italia era consuetudine attribuire il

titolo comitale o marchionale anche a figli e nipoti. Alla fine del secolo le dinastie italiane si erano schierate

o a favore o contro l’imperatore, impegnato nel conflitto con il papato romano. Nel 1037 Corrado 2 con

l’edictum de beneficiis aveva distinti i seniores (vescovi o marchesi o conti) dai milites, a loro volta divisi in

maiores o minores, garantendo così a tutti il diritto ereditario dei benefici. Da questo momento il beneficio di

cui godeva il vassallo divenne la signoria stessa. Diffuso era il caso del feudo oblato in cui una signoria

allodiale veniva donata ad un signore superiore e da lui restituita in feudo al donatore creando un rapporto

di dipendenza vassallatica. Così il feudo si signoria era diventato in tutta Europa lo strumento più diffuso

per la ricomposizione politica. Specialmente al tempo di Barbarossa, che proprio su base feudale tentò di

impostare la restaurazione del regno d’Italia, si manifestò la vocazione principesca delle dinastie. Le

famiglie aristocratiche seppero accortamente rendere patrimoniale e dinastico il loro potere, così il territorio

del marchese divenne marchesato, e quello del conte, contea (presero così forma marchesato di Saluzzo,

Monferrato ecc).

Una duplice difficoltà ritardava quindi i progetti signorili delle dinastie italiane: la concorrenza fra signori

locali e il rischio dell’annientamento politico da parte dell’espansionismo territoriale delle città comunali. Il

ricorso al feudo oblato benne individuato come soluzione a questo problema. Diventando il beneficium

qualcosa di reale, aumentò la sua importanza e anche un maggior rispetto all’omaggio e alla fedeltà. Se

prima era qualcosa che remunerava l’attività militare di un vassallo ora se si poteva subentrare

ereditariamente nel godimento del bene la situazione si capovolse. Si indebolì infatti il nesso personale fra

concedente e beneficiario. Così un medesimo vassallo poteva essere vassallo di più seniores. L’insieme

dei vassalli di un signore formava la sua clientela o curia vassallatica. La curia fungeva da tribunale

arbitrale e il vassallo aveva anche l'obbligo di prestare un servitium che consisteva in auxilium e consilium:

il primo difenderlo con la spada e il secondo finanziarlo. Il senior invece aveva come obblighi fornire loro i

mezzi di sostentamento e difenderli in caso di bisogno.

Fra i secolo 11 e 12 si consolidò in tutta Europa l’assunzione dei poteri sugli uomini da parte dei detentori

dei castelli. I diritti del signore erano il bannum (il potere, prima esercitato dalle autorità regie) e il dominum

(la gestione patrimoniale e dinastica). Le principali competenze delegate dal re al conte erano state

l’amministrazione della giustizia e la connessa autorità di costringere al giudizio e di trattava di competenze

remunerate. Al venir meno della nomina regia di ufficiali pubblici, esse vennero assunte dai signori che così

ottennero la possibilità di imporre l’ordine ai sottoposti e di ricavare una fonte di reddito. L’autorità di

costringere al giudizio venne immediatamente utilizzata per assoggettare i rustici a prelievi di risorse, come

frodo e albergaria. Tutte le altre tasse erano dette bannalità, che erano prestazioni d’opera per la

manutenzione delle infrastrutture pubbliche e che coinvolgevano tutta la comunità. Una novità era la taglia.

In origine era un’imposta straordinaria, ma tese a diventare ordinaria, accompagnata da focatico (riscossa

su intere famiglie) o il testaticum (su un singolo individuo). Se poi un dipendente moriva, gran parte del suo

patrimonio passava, secondo il diritto di manomorta, al signore. Quando una donna usciva, causa

matrimonio, dai confini signorili si esigeva il formariage. Queste tasse si aggravarono durante il 12 secolo,

con lo sviluppo di una certa prosperità contadina. C’erano anche tasse a chi confluiva nei mercati signori,

sia sui prodotti pervenuti (telonea) che su quello commerciati (curadia). Non mancarono sollevazioni

popolari alimentate anche dalla ius prime noctis, improponibile in una società cristiana.

In questo periodo ci fu un notevole sviluppo demografico, la cui domanda alimentare poté essere

soddisfatta dalla dilatazione delle superfici coltivabili a discapito del bosco. Presero avvio quindi grandi

dissodamenti che intaccarono il manco selvoso altomedievale, per iniziare a coltivare cereali. Il motore di

questa agrarizzazione fu l’iniziativa signorile. Si signori fondiari fecero fronte alla crescita demografica

prima frazionando il manto in quarti, affidati ciascuno ad una famiglia diversa. Si cominciò ad intaccare

anche il dominico. Furono i signori bannali a ricorrere spesso a contratti con signori fondiari, detentori di

terre incolte, per creare nella nuova are di insediamento (Villanova) in cui fare lavorare i dipendenti e sulla

quale avrebbero esercitato il potere i domini loci. L’affermazione signorile riguardò anche il controllo di

vaste aree selvose, sia per affermare la loro autorità, sia per evitare che i contadini ne usufruissero

liberamente, come facevano prima. Numerose furono le contese fra le comunità di villaggio e i signori. Con

la riduzione del dominico anche le corvees tendevano ad essere ridotte e commutate in canoni in

numerario. Questa formula favorì il lavoro salariato che veniva a colmare l’esaurirsi di manodopera

schiavile. A questa trasformazione contribuì anche un perfezionamento delle tecniche agrarie, come un

miglioramento strutturale dell’aratro. Tuttavia la produttività agraria era ancora lontana dal rispondere alle

esigenze di una popolazione in crescita. Le rese insufficienti restarono infatti un grave problema. Con il

coltivato a maggese i cereali producevano poco più del doppio della quantità seminata. C’erano quindi

ancora casi di carestia. Qualche miglioramento avvenne con il passaggio dalla rotazione biennale a quella

triennale. Incremento demografico ebbe come conseguenza anche un’intensa mobilità geografica legata

allo sfruttamento di risorse. Anche la moneta cominciò a circolare di più nelle campagne, ma sempre in

minimi livelli. Ci fu quindi una graduale ripresa del commercio locale che si sposta verso la città, portando

con sé anche l’inurbamento degli abitanti delle campagne di diverso ceto sociale.

Un motivo rilevante di attrazione urbana era anche la particolare condizione giuridica di cui godevano gli

abitanti che potevano commerciare senza la pesante presenza economica e sociale dei signori rurali. La

signoria cittadina era spesso retta da vescovi. Fin dall’età carolingia vescovo e conte presentavano in molti

casi competenze analoghe sugli abitanti della città: ai conti funzioni militari e ai vescovi funzioni civili. Nelle

civitates, le sedi vescovili dell’impero, erano molti diverse a seconda della loro fondazione: se romana nella

Francia meridionale i vassalli del vescovo si erano insignoriti interi quartieri urbani o esercitavano un potere

collettivo sulla città, mentre nella Francia settentrionale era subentrato un loro inglobamento nel dominio

signorile rurale. Qui alcuni residenti si organizzavano in base alla loro professione, con accordi di mutua

difesa. Nelle civitates degli regno d’Italia, invece, la popolazione appariva con chiarezza distinta dagli

abitanti del territorio. C’era un presule che dialogava con l’impero e questo aveva favorito la loro immediata

dipendenza collettiva dall’imperatore che si esplicitava con il godimento di peculiari libertà come il potere di

svolgere liberamente il commercio. Quindi il trapasso fra il regime vescovile e quello comunale avvenne

dunque spontaneamente. L’affermazione dell’autogoverno cittadino è uno dei principali fenomeni del basso

medioevo. Le cause che portarono le città all’assunzione dell’autogoverno furono: l’esigenza di colmare un

vuoto di potere pubblico e di garantire la difesa e la protezione degli abitanti, creando una medesima

condizione giuridica fra i residenti. Al suo interno si affermarono certamente supremazie locali e non

mancarono concorrenze violente all’interno dell’elite militare urbana. Nelle città italiane, a differenza di

quelle del mezzogiorno francese, il potere dei clan militari non riuscì ad intaccare unità territoriale urbana

né il vescovo impose un duraturo regime signorile simile a quello del mondo tedesco. Le competenze

collettive di governo vennero affidate ad una magistratura collegiale elettiva, il consolato. La libertà era

fondata sulla partecipazione alla milizia urbana da parte di tutti gli abitanti e lo sviluppo dei commerci

avevano favorito il superamento delle conflittualità interne (come altezza torri aristocratiche). L’economia

cittadina appariva quindi diversa da quella rurale. Si sviluppò un’economia monetaria legata ai traffici e la

ripresa mercantile incise anche nel riordino urbanistico. Si sviluppò anche il diritto urbano grazie a gruppi di

mercanti cittadini riuniti in gilde commerciali. Nella Francia settentrionale e centrale, il re ed i signori

territoriali, tramite il rilascio di una carta comune, conce detto a gruppi di abitanti di alcune città di poter

formare una propria associazione giurata che regolamentasse e coordinasse l’esercizio dei diritti signorili.

Ebbero maggior fortuna le carte di franchigia, ottenute dalla comunità cittadina come riconoscimento di

diritti civici e di garanzie giuridiche. Tutte queste carte denunciano l’aspirazione degli abitanti non nobili

delle città (burgenses) ad essere collettivamente considerati come distinti all’interno della signoria dai

dipendenti della campagna e a partecipare direttamente all’amministrazione. Anche nel mezzogiorno

francese molte popolazioni cittadine assunsero precocemente prerogative amministrative, ma continuò ad

esistere anche la signoria. Nel regno tedesco era diffusa la fondazione di nuovi insediamenti ispirati a città

già esistenti. Tuttavia non veniva concesso agli abitanti la gestione autonoma e l’amministrazione veniva

affidata perlopiù a ministrale, ossia vescovi. Città autonome furono invece le reichsstadten, che

dipendevano direttamente dall’imperatore.

Il comune italiano, a differenza di analoghe forme di autonomia cittadine, non necessitava di concessioni

signorili espressamente rilasciate di volta in volta. Il riconoscimento dell’autorevolezza pubblica del nuovo

organismo cittadino rispondeva alla domanda di giustizia da parte di una società che non aveva un

adeguato apparato politico-istituzionale in grado di risolvere le controversie. Conti e marchesi, prima

funzionari pubblici, ora erano impegnati a crearsi una dinastia. Un altro aspetto importante del comune

italiano è il suo controllo politico sugli abitanti dell’area che gravita intorno alla città. Restava, per ora, fuori

dal controllo comunale la vasta parte rimanente della diocesi e dell’antico comitatus, frammentata in villaggi

e castelli alle dipendenze dei signori locali. Le prime iniziative politiche dei comuni al di là del proprio

districtus furono rivolte alla tutela dei transiti, per ampliare e garantire aree di mercato. Finivano così per

collidere i diversi interessi delle città. Nel corso di questi conflitti andò a rafforzarsi, in città, il ceto

dominante dei milites. La crescita di responsabilità da parte del nuovo ente cittadino portò ad una più

articolata organizzazione. Gli uffici andavano moltiplicandosi: tesorieri, giudici, estimatori ecc. uomini di

legge e notai provvedevano a mettere per iscritti normative, fino a quando non si sarebbe scritto uno

statuto cittadino. La crescita del comune viene garantita dalla scrittura, che diventa parte legittimante per

l’esercizio della giurisdizione nei luoghi sottomessi.

Durante l’11 secolo la chiesa romana aveva visto rafforzare la sua autorità. L’imperatore doveva essere

eletto e incoronato re in Germania per voto unanime, ma poi doveva scendere in Italia per ricevere dal

papa la corona imperiale. Quindi il re aveva una sorta di controllo sull’incoronazione papale. Salì al trono

Federico 1 di Barbarossa degli staufer. Scese in Italia per la consacrazione papale, ma si rese conto della

preminenza assunta dal comune di Milano e così alla prima dieta di roncaglia (1155) lo mise al bando. Non

disponendo di risorse economiche per punire militarmente Milano, Federico accettò gli aiuti delle città

nemiche di Milano, come Como o Pavia. Alla seconda dieta di roncaglia, 1158, Federico mise a punto un

programma per un potenziamento delle relazioni feudali, pensando così di risolvere il problema della

disobbedienza dei comuni italiani. Dopo la distruzione di Milano nel 1162 le città non reagirono molto bene

alle imposizioni di Barbarossa e nel 1167 diedero vita ad un’alleanza militare, nota come la lega lombarda.

Fecero il famoso giuramento di Pontida. Dopo la sconfitta di Legano, Barbarossa giunse ad un definitivo

compromesso con i comuni, mediante la pace di costanza del 1183 con la quale vennero riconosciute tutte

le altre città della lega. Dopo questo confronto con Barbarossa, i comuni conobbero un periodo di notevole

sviluppo economico: il popolus pretese una maggiore partecipazione alla vita pubblica. Una

contrapposizione si venne a stabilire tra milites e popolus: i primi pensavano che l’autorità era prerogativa

militare, mentre i secondi l’autorità doveva essere un potere che tutelasse anche chi non avesse avuto

sostegno dalla struttura famigliare. S’andava imponendo la figura del podestà forestiero. Rimasero ancora

attive ostilità tra le città favorevoli o non alla politica imperiale che assumeranno la denominazione di guelfi

e ghibellini. In questa situazione trovò vantaggio il nipote di Barbarossa, Federico 2 nei suoi progetti di

conquistare i comuni. Così si formò la seconda lega lombarda che venne sconfitta nel 1237 dagli alleati

imperiali. Dopo la vittoria, l’imperatore provvide a riordinare l’intera Italia centrosettentrionale, imponendo ai

comuni giurisdizione, pedaggi e un funzionario. Prendeva anche vita il progetto di dividere l’Italia in nove

vicariati provinciali. Federico 2 non era tra le simpatie del papa Innocenzo 4 e così riuscì a destituirlo a

Lione nel 1245. Nel 1250 Federico 2 morì e l’Italia venne lasciata ai vincitori. le città non si ripresero mai e

tornarono a lottare fra loro.

Dopo Federico 2, Nella maggior parte dei comuni guelfi si andò a formare una configurazione dualistica

che vedeva il podestà, accanto al collegio degli anziani e tutelato da un capitano del popolo. È il caso di

Firenze, dove,accanto alle tradizionali famiglie guelfe si andarono ad affermare anche famiglie di origine

mercantile. Si affermò anche in città il priorato delle arti, un regime corporativo ad orientamento guelfo. In

Italia settentrionale a Milano il potere era diviso tra popolo e nobilita. Ma le due forze si scontrarono e

questo portò all’affermazione dell’arcivescovo ottone visconti. Da questo momenti si imporranno i regimi

personali sulle identità comunali. I signori cittadini si chiameranno tiranni e si approprieranno per delega

degli organismi comunali. Durante il 300 nell’Italia comune si tentò di creare nuovi centri di coordinamento,

che spesso varcavano i confini comunali. Solo alcuni riuscirono a dare vita a formazioni persistenti, come il

dominato visconteo che raggruppava Lombardia, buona parte del veneto e dell’Emilia, Perugia e Pisa.

Venezia invece assumeva il ruolo di mercato finanziario per l’aristocrazia di tutta l’area padana,

perseguendo una politica commerciale di largo respiro, ma limitando il controllo territoriale alla laguna.

Accanto alle dominazioni cittadine c’erano gli estensi a Ferrara, Modena e Reggio, e i Gonzaga a Mantova.

Genova invece, era delle famiglie Doria e spinola. Nel 1339 il popolo portò al potere Simone bocca negra,

che istituì la carica di doge perpetuo come a Venezia. Dopo una prima fase in cui i milites hanno egemonia

sulla città, arriva il momento per il popolo di rivendicare la loro entrata nell’ambito istituzionale. Durante il

300, si assistette all’affermazione dei signori e quindi allo svuotamento di significato delle istituzioni

comunali, creando un’instabilità istituzionale.

Il 12 secolo vide l’affermazione del papato che viene preso come modello, poi, per lo sviluppo delle

monarchie nazionali. L’evangelizzazione aveva raggiunto la massima parte dell’Europa. In Italia il primato

morale lo aveva la sede romana, ma a pari collocazione si trovavano le chiese di Milano e Ravenna. Nel

resto d’occidente si erano sviluppate chiese nazionali, in particolare in Germania, dove chiese e monasteri

avevano anche fatto parte del sistema di spartizione/controllo del territorio. L’incremento demografico

aveva moltiplicato anche il numero di chiese disseminate per le campagne, favorendo l’acquisizione da

parte di cappelle rurali, di diritti spettanti alle pievi, cioè ai centri, presso i quali si raccoglievano le decime

ecclesiastiche. Era un caso di patrimonializzazione. Contro poi a piaga della simonia i primi a porsi furono i

tedeschi, miranti il recupero dei beni della chiesa alienati da laici o distratti dal patrimonio ecclesiastico in

seguito alla destinazione ereditaria seguita dai presti sposati o concubinari (nicolaismo). Gli imperatori della

casa di franconia s’assunsero la responsabilità della riforma della chiesa. Gli interventi si estesero anche in

Italia dove l’elezione del papa era da tempo volontà delle famiglie aristocratiche della città. Nel 1046 venne

imposto da Enrico 3 papa clemente 2. fu una potente inversione di tendenza. Nel 1059 venne eletto papa

Niccolò 2 che emanò un decreto che regolamentava le procedure elettive del pontefice, circoscrivendo il

collegio elettorale ai soli cardinali delle diocesi suburbicarie e limitando l’ingerenza dell’imperatore e dei

laici. Nell’Italia settentrionale con il diacono arialdo, prese corpo il movimento della pataria, che

condannava il matrimonio dei preti, come causa della dispersione dei beni ecclesiastici e trovando

appoggio nel nuovo papato. Nel 1073 venne eletto papa Gregorio 7. Nonostante i buoni rapporti fra re e

papa, si manifestarono le prime avvisaglie della risi con il mondo ecclesiastico tedesco. Molto contestata fu

l’imposizione della castità, ma peggiore fu la condanna papale alle investiture: Gregorio infatti proibì che i

re conferissero all’aristocrazia ecclesiastica i poteri pubblici insieme con la carica religiosa. All’autorità

papale tutti dovevano obbedienza, pena la scomunica. Di fronte alla reazione indignata dei tedeschi,

Gregorio emanò una raffica di scomuniche che colpirono anche il re. Enrico dovette presentarsi penitente

per ottenere il perdono. Gregorio venne sempre più isolato e nel 1080 venne deposto. La cosiddetta lotta

per le investiture vide allora la cristianità spaccarsi sulle contrapposte posizioni. Un compromesso fu

raggiunto con il concordato di Worms nel 1122 tra papa Callisto 2 e l’imperatore Enrico 5, dove si

prevedeva che soltanto nel regno di Germania l’elezione dei vescovi avvenisse in presenza del re. L’anno

dopo il papa convocò il concilio lateranense 1, chiudendo la stagione della lotta alle investiture,

condannando la simonia.

Dopo Ugo capeto e dopo aver individuato un reame francese con il trattato di Verdun comincia il processo

di rafforzamento dell’autorità regia. Importanti appaiono la protezione nei confronti dei beni della chiesa e

dei mercanti. Con luigi 7 s’impose la pace del re sul dominio della corona, ristabilendo l’autorità dei

castellani e favorendo lo sviluppo commerciale. Anche alcuni avviarono procedimenti che segnarono il

passaggio decisivo dall’ordine signorile a quello principesco. Come quello di Normandia. Base per la

conquista dell’Inghilterra di cui il duce Guglielmo era diventato re. Il suo quartogenito Enrico strinse una

forte alleanza matrimoniale con i conti d’Angiò, suscitando i malumori dei baroni inglesi. Alla fine, i baroni,

temendo di perdere le terre nella Normandia passata agli Angiò, riconobbero come re Enrico 2, figlio di

Goffredo d’Angiò, detto il plantageneto. La potenza di Enrico che assommava al regno di Inghilterra, la

Normandia e le contee d’Angiò, crebbe ancora di più quando decise di sposare l’ex moglie di luigi 7,

Eleonora, che gli portò in dote l’aquitania e il poitou. Il re d’Inghilterra, così, poteva contare su tutta la parte

occidentale del regno di Francia come feudo del re di Francia. Lo scontro tra il sovrano e il potentissimo

vassallo era inevitabile e originò la prima guerra dei 100 anni, conclusasi nel 1259. In questo periodo si

diffuse la propaganda di miti identitari per costruire nuove entità statali, come Carlo magno in Francia, la

fondazione romana in Italia, mentre i plantageneti Artù. Enrico 2 prese provvedimenti per recuperare i beni

regi dispersi durante la guerra civile e fece distruggere i castelli edificati senza autorizzazione. Ebbe un

valido collaboratore, Thomas Beckett, arcivescovo di Canterbury, con il quale entrò poi in dissidio quando il

re cercò di limitare i diritti del clero in ambito giurisdizionale e di esercitare il controllo regio sull’elezione

delle dignità ecclesiastiche. Fu costretto all’esilio.

Il processo di accentramento del potere francese e inglese non ebbe lo stesso risultato nelle terre

dell’impero. La sua debolezza era dovuta infatti al principio elettivo, che poteva impedire il radicamento

dinastico. Nel regno di borgogna, prima del Barbarossa, era tenuto feudalmente dalla famiglia tedesca

degli zehringen, ma in seguito l’imperatore finì per escluderli, creando un appannaggio per il figlio. A sud

vennero favoriti i conti di Barcellona, assegnando a loro la Provenza. Non esistevano, quindi, condizioni tali

per cui l’impero germanico potesse dar vita ad un regno accentrato. Ugualmente impensabile appariva la

prospettiva di un accentramento amministrativo nel regno di Germania, articolato in potenti principati

dinastici. Ai confini orientali dell’impero si estendeva il mondo slavo. Si era sviluppato il ducato di Polonia

che divenne autonomo nel 1025 e che si convertì al cristianesimo. Parallelamente acquistava sempre più

potere il ducato di Boemia, cristianizzato e fortemente influenzato dalla politica imperiale e che in seguito

venne promossa a regno da Barbarossa. Il regno di Ungheria, invece, era sostenuto sia da papa che

imperatore, quindi non in rapporto univoco coi tedeschi.

La monarchia papale era un organismo inconsueto che si estendeva sia su un piano territoriale che

extraterritoriale, con sede di governo a Roma. La curia pontificia era risiedente qui, dominata in origine

dall’oligarchia aristocratica romana. Nella sua azione di governo il papa era affiancato dal concistorio, il

collegio cardinalizio, a cui erano attribuite competenze giudiziarie su Roma. Il corpo cardinalizio costituiva

infine il legittimo collegio a cui competeva l’elezione papale. Il dominio territoriale papale era sulla città di

Roma e sul suo senato. Al di fuori della città s’estendeva il patrimonio di san Pietro (campagna, marittima,

sabina, Tivoli, ducato di Spoleto, marchesato anconetano e la tuscia meridionale). Per risolvere il problema

di organizzare il controllo sull’intero ordinamento ecclesiastico era indispensabile una radicale

riorganizzazione centralizzata che approdasse ad un corpo di leggi valide per tutti. Tale compito fu affidato

al monaco graziano che nel 1140 redasse il decretum che fornì le basi per il diritto canonico. Le leggi

emanate dal papa prendevano il nome di norme decretali. Queste migliorie conferirono al papato un

poderoso apparato di governo, preso ora da modello dai regni europei. Solo il regno di Francia riuscì alla

fine a consolidarsi attorno al potere del monarca. Il figlio di luigi 7, Filippo Augusto, dovette sottomettere i

potenti conti di champagne e fiandre, poi dovette sottrarre l’Angiò e la Normandia ai plantageneti.

Sconfisse gli inglesi a bovine nel 1214, consolidando il suo potere su tutta l’area settentrionale e

accrescendo l’autorità del regno. Aumentarono le finanze regie e ci fu una regolare amministrazione della

giustizia. I baroni inglesi, essendo stato sconfitto il re a bouvines, estorsero a Giovanni senza terra la

Magna Charta nel 1215 per il quale il re dovette riconoscere limitazioni al suo potere ed il tradizionale

consilium di baroni divenne il parlamento. Nel 1258 Enrico 3 fu costretto poi, a trasferire le competenze

giudiziarie, fiscali e finanziarie al ceto nobiliare.

Nel regno di Sicilia i normanni instaurarono un’organizzazione amministrativa centralizzata. Nemmeno

quando il regno passò sotto gli svevi tali strutture vennero meno. Federico 2 per evitare il pericolo di

corruzione da parte delle forze locali, introdusse un’articolata gerarchia di funzionari remunerati dalla corte.

Meno duratura fu la riforma di Federico di dividere l’Italia in 9 vicariati provinciali, dopo la sconfitta della

seconda lega lombarda. L’ordinamento del regno d’Italia non sopravvisse però alla sua morte nel 1250

mentre si mantennero le strutture amministrative del regno di Sicilia anche dopo il crollo degli ultimi svevi

per mano di Carlo d’Angiò, sollecitato da papa clemente 4 che aveva avocato a sé l’antica preminenza

feudale del papato sul regno normanno, per spezzare i residui di opposizione ghibellina rappresentati da

Manfredi, figlio di Federico 2, incoronatosi re di Sicilia e sconfitto a Benevento. Così Carlo d’Angiò venne

incoronato re. Spostò la capitale a Napoli, aggravando il peso fiscale e suscitando così il malcontento

popolare che esplose nel 1282 a Palermo. Il popolo inneggiava Pietro 3 d’Aragona per intervenire e

liberare l’isola dal dominio francese. Con la pace di caltabellotta terminò i conflitto angioino-aragonese,

sancendo il riconoscimento politico dei due regni di Sicilia e di Napoli. L’Aragona era uno dei due principali

regni iberici, affermatosi con la reconquista culminata nel 12212 con la battaglia di Las navas, fine del

dominio islamico in spagna. Si erano formati due regni, quello di Castiglia e di Aragona. I due regni si

inserirono nel quadro politico occidentale, mentre rimaneva isolato, ma autonomo il regno di Navarra,

mentre la contea del Portogallo venne affidata a Enrico di Borgogna, genero di Alfonso di Castiglia e il cui

nipote si proclamerà re del Portogallo nel 1139.

Il rapporto tra occidente e islam non fu semplice. Al consiglio di Clermont del 1095 papa urbano 2 era

giunto per ristabilire la pace nel turbolento mondo dei nobili francesi, esortandoli a trovare un’unanimità che

consentisse loro di portare aiuto all’impero bizantino minacciato dai turchi. L’invito del papa era quello di

decongestionare l’Europa dall’ingombrante presenza di cavalieri violenti e di indirizzare le forze irrequiete

occidentali verso la lotta agli infedeli. Contemporaneamente di diffuse un movimento di religiosità popolare

rivolto al pellegrinaggio in Terrasanta. L’idea di riconquistare Gerusalemme pare sia maturata

spontaneamente quando i pellegrini superstiti alla meta incontrarono l’esercito dei franchi diretti ad oriente.

All’appello del papa avevano risposto i principi francesi, fiamminghi e normanni, che nell’arco di pochi mesi,

riuscirono ad impadronirsi prima di Antiochia e infine di Gerusalemme nel 1099, dando vita ad una serie di

principati indipendenti. I crociati fondarono un regno, affidato a Goffredo di buglione, organizzato secondo

le istituzioni feudali della patria d’origine. La chiesa riconobbe come nuovi ordini religiosi le confraternite

che prestavano anche servizio militare a protezione dei pellegrini, come i templari. Il mondo islamico

aggredito, seppe reagire, anche se scarsamente. Papa Eugenio 3 bandì una seconda crociata ma i dissidi

interni con l’imperatore bizantino comneno portarono al fallimento dell’impresa. Nella seconda metà del

secolo 12 il curdo saladino depose il califfo sciita del Cairo e divenne sultano con l’intenzione di riprendersi

la Terrasanta. Fu di nuovo guerra, sostenuta dai templari, ma vennero sconfitti nel 1187 ad hattin. Anche la

terza crociata non valse nulla (vi morì Barbarossa). La quarta crociata non raggiunse mai la terra santa, ma

si fermò a Costantinopoli, provocando la fine dell’impero romano d’oriente. Nel 1205 si completò la

conquista della Grecia, creando il ducato di Atene e il principato di acaia. Il nuovo impero latino d’oriente

era basato sulla struttura politica feudale occidentale mentre dai bizantini riprese l’amministrazione fiscale.

Il nuovo impero era troppo fragile e venne schiacciato 50 anni dopo dai bizantini. Nel 1261 Costantinopoli

fu ripresa e ripristinato il vecchio impero. Dopo il fallimento della 5 crociata, nel corso della sesta,

l’imperatore Federico 2 riuscì ad ottenere Gerusalemme dal sultano egiziano. La città cadde poi ancora in

mano ai musulmani. Ci fu così la settima crociata, questa volta contro il Cairo, capeggiata da luigi 9 che

venne imprigionato e sconfitto. Durante l’ottava, contro Tunisi, luigi 10 morì nel 1270. Ormai la terra santa

era definitivamente perduta. Anche i cavalieri degli ordini religioso-militari dovettero abbandonare la

Terrasanta: alcuni vagarono, altri invece, come i templari vennero poi perseguitati. Il concetto di crociata

venne applicato anche in terra francese dove nel 1209 papa Innocenzo 3 volle reprimere violentemente i

catari o albigesi. Fu durissima e portò alla scomparsa della lingua d’oc.

Nel 1054 ci fu la rottura definitiva fra chiesa latina e chiesa greca (scisma d’oriente). Fin dalla prima

crociata, pur partecipandovi i bizantini, non correvano buoni rapporti tra il normanno beomondo e

l’imperatore comneno. Minacciati in oriente dai turchi e nei Balcani dai bulgari e in Italia meridionale dai

normanni, i bizantini si fecero aiutare dai veneziani per tutelare i propri approdi nell’adriatico. Comneno

ripristinò a supremazia sul principato normanno-crociato di Antiochia. Il figlio, si alleò poi con l’imperatore

Corrado contro i normanni. Con l’avvento di Barbarossa i rapporti però si raffreddarono. Quando

Barbarossa ruppe con papa Alessandro 3, Manuele finanziò la lega lombarda, così riconoscendolo.

Proposta una conciliazione improbabile fra le due chiese, Manuele rivendicò anche la corona imperiale

d’occidente, ma il papa rifiutò. Alla fine con la pace di Venezia nel 1177 Barbarossa accondiscende a

sottomettersi al papa, fa pace con la lega, con il re di Sicilia e coi bizantini. Manuele poi venne lasciato in

disparte e la sua campagna contro l’invasione turca non venne considerata. Dopo pochi anni morì,

lasciando Bisanzio nel caos. Ne approfittarono i bulgari che diedero vita al regno autonomo di Bulgaria,

mentre i normanni portarono il regno di Sicilia in orbita sveva. La sua scomparsa segnò anche la fine

dell’impero, dilaniato dalle lotte interne e ridimensionato territorialmente. I veri eredi bizantini saranno i

veneziani che saranno artefici della caduta di Costantinopoli, durante la quarta crociata.

La teocrazia papale è quel sistema di governo che attribuisce l’esercizio dell’autorità temporale ai ministri

del sacro con preminenza assoluta e si sviluppò durante il pontificato di Innocenzo 3 e Bonifacio 8.

Innocenzo si dichiarò Rex et sacerdotes, e a livello sacrale come vicario di cristo in terra. Sulla base di

questa autorità divina il papa rivendita il diritto/dovere di intervenire nella vita privata dei fedeli, soprattutto

in quella dei regni. Ora il papa interviene nell’elezione dell’imperatore, poiché è un collaboratore della

chiesa. Il papa aveva la capacità di influenzare gli elettori e orientarli su una scelta piuttosto che un’altra e

questo avveniva tramite i legati apostolici. La sua non era più una potenza solo spirituale, ma anche

temporale. Per attuare il poderoso sforzo di controllo dei regni, il papato doveva ampliare anche il proprio

dominio territoriale che all’epoca si estendeva solo al Lazio, oltretutto sotto il controllo degli Staufer.

Alessandro se ne liberò e ampliò il territorio papale fino a Terracina, ceprano, ducato di Spoleto, marca

anconetana e la toscana meridionale. A Roma fece erigere una residenza fortificata presso la basilica di

san Pietro al vaticano. Il riordino rese inevitabile una crescita delle spese burocratiche, a cui il papa fece

fronte con una più articolata amministrazione delle finanze. La vera forza di Alessandro era però la sua

forza morale. Spesso praticò la scomunica, anche verso sovrani. le punizioni potevano essere ritirare solo

a seguito alla sottomissione del papa. Con Alessandro prese sviluppo anche il sistema giudiziario papale,

basato sul conferimento di particolare delega agli ecclesiastici prescelti per giudicare in sede locale le

diverse cause, attraverso l’interrogatorio (procedura inquisitoriale). I vescovi così si ritrovarono indeboliti e

persero la possibilità di patteggiare spazi tra chiesa e comuni. La politica della scomunica si accentuò

molto con Alessandro, soprattutto con Federico 2 e gli albigesi. Nel corso del duecento il papato rafforzò la

sua posizione in concomitanza della fine della dinastia sveva. L’ascesa angioina fece metter loro mani sul

regno di Sicilia. Ma questa manovra venne supportata da una riorganizzazione delle entrate, provocando

violente reazioni presso il clero francese. Così in Francia comincia a maturare l’idea di una chiesa

nazionale verso i sovrani capetingi. Fu Filippo il bello a rompere completamente con la chiesa. Bonifacio 8

intraprese subito una politica che prevedesse l’allontanamento delle famiglie aristocratiche degli orsini e dei

colonna da Roma. Non tollerando l’iniziativa del re francese di tassare di 1/50 i beni ecclesiastici, emanò il

clerici laicos, in cui ogni imposizione laica su beni ecclesiastici doveva considerarsi sospesa. Così Filippo il

bello vietò l’uscita di denaro del suo regno, proibendo di fatto i pagamenti al papato. Le relazioni

migliorarono con la canonizzazione di luigi 9, ma caddero nuovamente con l’arresto di un vescovo francese

critico verso la monarchia. Bonifacio emanò la bolla unam sanctam in cui ribadiva che la chiesa aveva il

potere spirituale e temporale e che aveva diritto di giudicare e di reprimere i poteri terreni ratione peccati.

Nel 1303 il re inviò in Italia Guglielmo di Nogaret che grazie ai colonna fece arrestare il papa ad Agnani (lo

schiaffo). Nel 1305 fu eletto papa clemente 5, incoronato a Lione, si stabilì provvisoriamente ad Avignone.

Riappacificatosi, Filippo venne assolto e riuscì ad influenzare la politica papale.

Con l’affermazione della teocrazia papale si assistette anche alla decadenza degli svevi. Durante questo

periodo, detto del grande interregno, si susseguirono effimeri tentativi di affermazione da parte di numerosi

pretendenti. Carlo d’angiò aveva intanto dato nuova vita alla Sicilia. Anche nel regno di Germania

l’estinzione della dinastia aveva favorito l’autonomia dei principi territoriali, ma ne emerse uno, quello di

Rodolfo di absburg. Rodolfo prevedeva di riappacificarsi con il papato e di abbandonare la politica italiana.

Sarà Rodolfo a dar vita alla dinastia degli Asburgo e voleva ripristinare l’autorità regia in Germania. Ma non

riuscì tuttavia ad indebolire il potere dei principati, ai quale aveva concesso quasi totale autonomia. Non

riuscì a garantire la corona nemmeno al figlio, in quanto venne eletto Adolfo di Nassau. Solo a 400 inoltrato

gli Asburgo si affermeranno completamente.

La monarchia francese sotto Filippo il bello aveva il controllo pressoché totale dei suoi amministrati

attraverso il potenziamento delle strutture istituzionali. L’hotel-le-roi si articolò nella cappella, cancelleria,

camera del tesoro privati e negli organismi addetti ai funzionamento quotidiani della corte. C’era poi il

parlamento diviso nella camera aux plaids e nella camere delle inchieste. Successivamente il parlamento

subentrò alla giustizia signorile e anche nelle cause prima della chiesa, oltre che in quelle di sangue; infine

deteneva il controllo dei funzionari locali. Ciascun apparato amministrativo aveva sede fissa a Parigi, sede

anche del palazzo reale. Un terzo organismo era quello degli stati generali, assemblee rappresentative

dell’’intera società che raccoglievano clero, nobiltà e popolo. Nel 300 Filippo il bello possedeva quasi la

stessa attuale Francia. Permanevano tuttavia grandi feudi in mano a dinastie potenti come la contea di

fiandra, il ducato di Bretagna e quello di borgogna. Filippo cercò di annettere le fiandre, ma venne sconfitto.

I duchi di borgogna erano gli unici fedeli vassalli del re e infine, la guienna creò ancora contenziosi con

l’Inghilterra. L’accentramento imposto da Filippo necessitò di una politica economica che fosse altamente

remunerativa. Fu accusato di falsare la moneta, provocando svalutazione e inflazione. La fiscalità andò a

colpire sempre più regolarmente i sudditi, anche i clericali, mettendo in discussione così i suoi rapporti con

il papato.

Dopo la vittoria di Las navas i sovrani di Aragona e Castiglia completarono la conquista meridionale.

Giacomo 1 di Aragona, detto il conquistatore si impadronì di Baleari e Valencia e intraprese rapporti buoni

con i francesi per la catalogna. Nel frattempo Ferdinando di Castiglia, detto il santo, prese Cordova, Siviglia

e san isidro, fino a Cadice. La conquista da parte delle monarchie settentrionali favorì lo sviluppo di

particolari leghe locali di carattere commerciale o politico (come sancho contro Alfonso 9 di Castiglia). Il re

di Castiglia si circondava di una corte formata dai familiari, dai vassalli e dai grandi funzionari. Le

competenze della cortes riguardavano i problemi di successione e di gestione politica, come negli anni di

dissidi poi risolti con Alfonso. Ferdinando poi si occupò di sciogliere le leghe aristocratiche, ricorrendo a

collaboratori non nobili ed associando la cortes all’intensa attività legislativa. Nel regno di Aragona,

giacomo, invece, attuava progetti di espansione mediterranea e oltretutto, con la pace di caltabellotta,

aveva ottenuto il regno di Sicilia sotto la sua dinastia. La politica condotta lungo la diagonale insulare

(Baleari, Sardegna, Sicilia) consentì il controllo delle rotte commerciali verso l’africa e il mediterraneo

orientale. Alla scomparsa di Alfonso 9 scoppiò una vera e propria guerra civile in Castiglia. C’erano due

pretendenti: Pietro 1 ed Enrico di trastamara, che infine vide favorito l’ultimo. Anche nel regno di Aragona di

ebbero contrasti simili, dove prevalse un ramo dei trastamara castigliani. Sarà poi Alfonso il magnanimo,

incoronato re della Sicilia nel 1442 a conquistare il regno di Napoli e a riunificare il regno di Sicilia.

Durante i secoli 14 e 15 la Francia dovette affrontare un lungo e dispendioso conflitto bellico con il regno di

Inghilterra, definito poi la guerra dei 100 anni. Essa segnò in tutta europa un periodo di particolare

tensione, coincidente con una generale recessione agraria e demografica. Con gli ultimi capetingi, i già

difficili rapporti con la uk diventarono ancora più tesi a causa dei reiterati tentativi francesi di espandere il

proprio controllo sulla guienna, la vecchia aquitania. Alla morte senza eredi di filippo il bello la corona passò

a filippo 4 di valois, suo cugino, ma il re d’inghilterra avanzò pretese alla successione in quanto il padre

aveva sposato la figlia di filippo il bello. In questo modo si riteneva legittimo erede della corona francese.

Ma venne escluso dall’asse, in quanto la successione era solo per linea maschile. Lo scontro sembrava

imminente, anche perché filippo di valois confiscò la guienna agli inglesi nel 1337. L’inghilterra era un

paese con un’economia agraria più sviluppata era meno popolosa della Francia e produceva lana. Grazie

agli alleati fiamminghi edoardo ottenne l’appossio dei paesi bassi e nel 1340 ottenne la corona di Francia.

In questa zona c’erano molti mercanti-banchieri per finanziare il costo dispendioso della sua guerra. La

Francia era molto popolosa e aveva un’economia agraria diversificata. C’era attività artigianale e anche

terziario, come il commercio internazionale. Francia e Inghilterra si assomigliavano anche per strutture

amministrative. Entrambi i sudditi dei regni erano sottoposti ad un unico diritto. Avevano una rete di

funzionari locali che controllava il territorio. Il re inglese però risultava essere però più debole politicamente,

a causa dell’influenza del parlamento. I problemi interni inglesi riguardavano le rivolte in scozia capeggiate

da wallace e bruce che portarono al riconoscimento dell’autonomia del regno. In Francia invece il problema

maggiore per il re era la fedeltà dei principati e dei feudi. L’armata di edoardo 3 sconfisse i francesi a Crecy

nel 1346 e l’anno successivo conquistò calais e a poitiers nel 56, prendendo come prigioniero giovanni 2 il

buono di Francia. L’inghilterra era superiore militarmente, grazie anche ad una nuova tecnica di

mobilitazione. Gli eserciti francesi erano solo superiori in numero, ma molto meno organizzati e reclutavano

tramite leva diretta, prima da contingenti feudali, poi direttamente dai sudditi. Nella seconda parte del

conflitto si ha un bilanciamento delle forze in campo grazie alla nuova tattica francese di evitare lo scontro

campale. Ciò permise un’attiva riconquista delle posizioni perdute. In Francia i problemi della fedeltà dei

principi che volevano accaparrarsi il regno esplose con i dissidi fra i duchi di borgogna e di orleans. In

Inghilterra ai plantageneti succedettero i lancaster che invasero la Francia e la sconfissero nuovamente. La

Francia così conobbe una duplice monarchia poiché Enrico 5 ne assunse la corona con la partecipazione

del duca di borgogna. Ma il delfino, rifugiatosi a sud riprese a combattere e con l’aiuto di Giovanna D’arco

riuscì a prendere orleans e nel 1429 a farsi incoronare a reims come carlo 7. Il nuovo re riorganizzò

l’esercito i cui capi erano alle sue dipendenze dirette e istituì delle bande di artiglieria da campagna.

L’efficacia del nuovo ordinamento permise di riconquistare normandia e guienna e di ricomporre l’intero

territorio francese sotto il monarca. Durante tutto il conflitto emersero delle compagnie dette di ventura,

miranti esclusivamente alla conquista di bottino. In principio si cercò di allontanarle dal paese, ma alcuni re

se ne servirono. Vennero utilizzate anche in italia dove il condottiero Sforza al servizio dei visconti alla fine

divenne duca e diede vita alla dinastia sforzesca.

Altra invenzione collegata alla guerra dei cent’anni fu la diffusione dell’imposta personale annua. Era

necessaria una fiscalità straordinaria, che comunque non era in grado di fronteggiare le spese continue.

Così per esempio in Francia i focatici vennero sostituiti da taglie straordinarie che si esigevano

annualmente. In Inghilterra si introdussero i poll-tax, un testatico annuale. Nell’italia trecentesca e

soprattutto nelle città comunali si attuò una tassazione diretta sul reddito. Caso particolare è il regno di

sicilia e napoli in cui gli angioini abolirono tutte le tasse straordinarie per adoperarne una generale basata

sul focatico e sulla tasse del sale. Durante la guerra dei cent’anni in tutta europa ci furono molte sommosse

popolari collegate proprio con l’inasprimento del regime fiscale. Nella contea di fiandra ci fu una lotta

sanguinosa contro la nobilità da parte del popolo che costituì un’amministrazione parallela a quella del

conte. La repressione di filippo di valois fu durissima: i superstiti furono tutti giustiziati. Altra rivolta

contadina fu la Jaquerie, nel nord della Francia come reazione all’inasprimento fiscale di carlo 5. Sarà

repressa violentemente. Anche in Inghilterra i poll-tax portarono disordini, ma alla fine i nobili ristabilirono

l’ordine. L’ondata delle rivolta contonuò a manifestarsi fino a 400 inoltrato e si estese a tutto l’occidente. In

catalogna ci fu una guerra civile da parte dei contadini che esigevano la libertà. Nelle città più sviluppate

furono i salariati e i piccoli artigiani a ribellarsi, contro l’egemonia delle Arti maggiori. Nel regno di boemia

disordini popolari furono causati dal religioso jan hus, il quale perseguiva l’uguaglianza evangelica da

raggiungere sterminando chi si era macchiato di peccati. Era necessario quindi ristabilire l’ordine sociale. In

Francia anche alcuni nobili si ribellarono contro l’accentramento monarchico,nella rivolta nota come

Praguerie.

Lo spostamento della curia apostolica ad Avignone ad opera dell’antipapa clemente 5 diventò permanente

coi suoi successori. Con benedetto 12 ebbe inzio la costruzione del palazzo dei papi e clemente 6 acquisì il

controllo sulla città. Durante questo periodo però i papi non trascurarono mai gli interessi patrimoniali e

politici in italia, grazie all’inivio periodico di legati. Intanto in italia stava rinascendo un sentimento

ghibellinista. Il problema maggiore era a roma dove la grandi famiglie erano in perenno conflitto per la

supremazia. Un moto popolare riuscì ad instaurare un governo dei buoni, capeggiato da Cola di Rienzo.

Ma venne snobbato dall’imperatore e accusato dal papa e così Cola verrà ucciso durante una sommossa.

Durante il periodo avignone lo stato della chiesa appariva pacificato, e le tensioni cominciarono con le

pressioni per riportare a roma la sede apostolica. I cardinali francesi vi si opponevano e dopo un primo

effimero ritorno a roma, la sede tornò ad avignoe, per poi abbandonarla definitivamente nel 1377 per volere

di papa gregorio 11. Alla morte del papa, il popolo e i cardinali romani volevano che fosse eletto urbano 6,

ma i francesi scelsero clemente 7 che ritornò ad avignone. Urbano scomunicò tutti. Si trattò di un vero e

proprio scisma e ovviamente ogni regno europeo scelse da che parte stare. Si provarono varie soluzioni

come la via cessionis o la via transactionis ma entrambe fallirono. Si provò allora la via concilii. I concili

erano solenni assemblee dei vescovi convocate per risolvere più difficili problemi della chiesa. Nel 1409 a

pisa un grupppo di candidali conciliatisti nominò un nuovo papa, Alessandro 5, ma non piacque a nessuno

così da avere tre papi contemporaneamente. Sigismondo di Lussemburgo-boemia si fece carico del

problema e a costanza nel 1414 convocò un concilio per ricomporre lo scisma. Questa volta i due papi si

sottomisero e venne eletto nel 1417 Martino 5. I legati bizantini a firenze promisero di allestire una crociata

turca in cambio della riunificazione della chiesa ortodossa con il papato romano. Ma la cosa non venne

accettata né da papa eugenio 4 né dai bizantini stessi e si provocò così un altro piccolo scisma.

Ricomposto nel 1449, il papato andava sempre più verso la dissoluzione dell’universalismo per mantenere

la supremazia romana. 50 anni di scisma avevano provocato un disagio morale che aveva minato la fiducia

dei fedeli dando vita a movimenti politico-religiosi fortemente critici, come quello dei lollardi ispirato a jan

hus e wyclif. Conseguenza dello scisma fu anche un riordino dei costumi ecclesiastici, tramite l’osservanza

della Regola che imponeva un ritorno alla purezza delle origini.

Nel regno di Francia c’erano grandi feudi ed appannaggi territoriali concessi dal sovrano a membri della

dinastia. L’accresciuto potere dei duchi di borgogna e orleans servì spesso da strumento di pressione

nell’orientare le scelte del regno. Spesso molti duchi ardivano nel creare un proprio regno, come il ducato

di borgogna, diventato appannaggio di filippo l’ardito di valois che inglobava fiandre, artois e franca contea.

Fu però carlo il temerario ad accarezzare il progetto di uno stato cuscinetto fra il regno di Francia e l’impero

germanico. Acquisì alsazia, gheldria e parte della lorena. Ma carlo rimase ucciso in battaglia e i territori

tornarono sotto il dominio francese. Il governo regio, fu così costretto a creare un sistema di parlamenti

provinciali per tener conto dei regionalismi. Il regno di Inghilterra era politicamente poco stabile a causa

delle aristocrazie. Anche il parlamento finì per essere influenzato dalla nobiltà. E fu proprio questa a minare

la stabilità dinastica del regno giovanni di gand era duca di lancaster e si opponeva direttamente a riccardo

2.giovanni fu esiliato in Francia e riccardo cercò di impadronirsi dell’eredità dei lancaster, ma il figlio di

giovanni, Enrico, tornato in patria, lo sconfisse e si fece incoronare come Enrico 4, assicurando ai lancaster

la dinastia al trono. La nuova dinastia venne a collidere con un’altra grande famiglia, quela del duca di york.

Ne seguì nel 1455 la guerra delle due rose che era uno scontro tra fazioni aristocratiche. I baroni del nord

si schierarono con i lancaster, quelli del del sud e est con gli york. Nel 1471 edoardo 4 di york morì poco

dopo la sua scesa al trono. Essendo l’erede ancora troppo giovane ne assunse la reggenza il fratello

riccardo 3. Contro di lui si mosse Enrico tudor, discendente dei lancaster, che lo sconfisse e fu incoronato

Enrico 7. Il regno apparve così in una stabilità dinastica e politica, grazie all’imposizione di tasse

straordinarie e provvedimenti per disarmare le aristocrazie. Venne favorito l’ingresso nella burocrazia e

nell’amministrazione del ceto medio, la gentry.

Nel 400 il regno di castiglia riuscì nella grande impresa di unificare la spagna, ma il percorso fu arduo.

Dopo la morte di re giovanni ci furono controversie successorie dalle quali ebbe ragione la figlia isabella. In

aragona era invece salito al trovo giovanni 2 che aveva scelto come sposa proprio isabella per il figlio

Ferdinando il cattolico, mirando all’unione tra i due regni. Innanzitutto fu necessario sedare la rivolta dei

catalani che scelsero come re Enrico 4, fratellastro di isabella, sostituito poi con renato d’angiò. I ribelli si

arresero nel 1474 e due anni dopo venne stabilita la pace della coppia reale che aveva così unificato le due

corone. I re cattolici realizzeranno un programma di unificazione anche territoriale con l’espulsione

dell’ultimo regno musulmano di granada e incorporando quello di navarra. Era indubitabile che si

affermasse la supremazia castigliana, infatti la capitale divenne madrid. Un articolato sistema discale favorì

un regolare gettito elevato, così regolari furono anche le attività economiche. La moneta divenne il doblone,

di produzione aurea. I re si servirono anche del clero, esercitando potere su di esso. I re erano autorizzati a

nominare anche i vescovi. La difesa del cattolicesimo li portò alla dura persecuzione degli ebrei, ritenuti

complici dei mori ed espulsi dalla spagna nel 1492.

In germania, per oltre un secolo gli imperatori limitarono i loro interventi internazionali, non svolgendo così

un ruolo politico determinante. I primi tentativi di riforma furono sollecitati dall’imperatore Sigismondo e dai

principi elettori. Vi furono proposte di ristabilimento della pace interna, ma che alla fine non se ne fece nulla

a causa degli interessi contrastanti fra imperatore e principi. Il progetto venne ripreso da Massimiliano

d’asburgo, eletto re di germania nel 1493. Sposò maria, figlia di carlo il temerario, ottenendo le fiandre e la

borgogna. Entrò anche in controllo dei paesi bassi, dominando le rivolte nelle fiandre, in cambio però del

ducato di borgogna che venne reintegrato nel regno francese. Le tensioni tornarono quando i francesi

vollero rivendicare il regno di napoli. Massimiliano voleva intervenire, ma aveva bisogno di soldi, che chiese

ai principi tedeschi nella dieta di worm del 1493. La dieta fu occasione per proporre una sostanziale riforma

dei funzionamenti dell’impero. Fu stabilita la composizione dell’assemblea legislativa, il reichstag, e si volle

istituire un vero organo di governo con funzioni di controllo sulle finanze, sulla difesa e sulla politica estera.

Per quanto riguarda il fisco venne istituita un’imposta annua da riscuotere presso ogni suddito, contro il

quale però si contrappose la confederazione svizzera e soprattutto le comunità delle valli alpine di schwyz,

uri e unterwalden. Sotto il comando di gugliemo tell di uri nel 1316 gli svizzeri ottennero l’autonomia da

parte dell’imperatore ludovico il barbaro. A completamento della riforma vennero istituiti sei circoli imperiali

a cui era affidata la riscossione delle imposte e il mantenimento dell’esercito. In sé, la riforma fu

fallimentare, anche se alcune strutture vennero conservate a lungo.

Il regno di italia era più che mai una pura astrazione e non esisteva una struttura funzionante e

centralizzata di riferimento. Nel maggio 1453 era caduta Costantinopoli sotto i turchi ottomani. Le potenze

italiane cominciarono a sentirsi direttamente minaccia e sotto l’influenza del papa niccolò 5 avviarono le

trattative per una pacificazione generale, stipulata a lodi nel 1454. Alla conclusione del soggiorno

avignonese e del grande scisma, il papato romano si accinse alla costruzione del dominio temporale in

italia. Consolidò i possedimenti in marche e romagna e si alleò con napoli, tradizionale feudo della chiesa.

Nel resto di italia attorno ai 5 principati maggiori continuavano a sopravvivere formazioni minori come i

ducati dei savoia, degli estensi e dei gonzaga e città indipendenti come genova, siena e lucca. Nella

seconda metà del 400 si assistette ad una progressiva riorganizzazione del potere. Ad esempio nel ducato

di savoia, amedeo 3 impose una legislazione uniformante per tutto il ducato. Il governante si muoveva in

maniera nuova, grazie agli ufficiali che garantivano un prelievo fiscale stabile e rendevano giustizia per

garantire la pace. Nel ducato di milano il motore dello stato era la cancelleria, che sopraintendeva alla

gestione della politica interna ed estera. Prima era solo un consiglio di famiglia, ora diventerà un vero

consiglio di stato. Nel regno di napoli il tribunale supremo di appello era stato costituito dal sacro regio

consiglio, con a capo un cancelliere. La tesoreria centrale del mezzogiorno divenne tesoreria generale del

sovrano. Sistematico fu l’impiego dei vicerè, mandati nelle periferie per situazioni di emergenza. Anche nel

regno di sicilia si utilizzavano queste figure. Come tratto comune ad ogni formazione politica italiana c’è da

sottolineare lo straordinario sviluppo della burocrazia, in particolare delle cancellerie, che diventano il fulcro

del funzionamento degli apparati pubblici. Si configura in questo periodo anche la figura dell’ambasciatore

e delle ambasciate. Invenzione tutta italiana.

Alla fine del 400 scandinavia e russia erano monarchie unificate. I paesi scandinavi avevano elementari

strutture monarchiche, legittimate dalla chiesa cattolica e dall’azione missionaria. La precocità della

conversione dei danesi favorì l’espansione del loro potere all’intera scandinavia e all’inghilterra, quando il

re canuto du incoronato re di wessex e norvegia. Canuto fu canonizzato da papa urbano 2. Gli svedesi,

invece, giunsero tardivamente alla cristianizzazione ma ottennero anche loro la promozione arcivescovile

delle sede di uppsala. Dopo gregorio 7, il papato comincò a consolidare i suoi rapporti con la scandinavia,

introducento la tassa “denaro di san pietro”. Re magnus 5 di norvegia verrà consacrato dall’arcivescovo di

trondheim, inaugurando una monarchia ereditaria. La danimarca si assestò con i sovrano valdemaro 1 e 2

che riunificarono il paese e ne favorirono l’espansione sul baltico. Il mondo anseatico fu il primo

interlocutore della scandinavia nei secoli 13-15. Lubecca, brema e amburgo facevano capo a numerose

altre città tedesche, collegate tra loro da patti di alleanza per il commercio. L’influsso dei tedeschi nella

scandinavia diede vita alla lega anseatica, confederazione fondata a colonia nel 1364 dalle città

commerciali tedesche. Ciascuna città conservò la sua autonomia locale, ma sottostava alle decisioni prese

dalla dieta dell’Hansa. L’influenza tedesca fu ingente. Bergen era un enclave con forte peso politico e

commerciale. La danimarca riuscì ad allentare il peso dell’ingerenza con valdemaro 4 che sconfisse la

flotta anseatica. Gli svedesi invece, dopo la fondazione di stoccolma, aprirono ai traffici anseatici e

completarono la conquista della Finlandia. Alla fine i tre regni (danimarca, norvegia e svezia) sotto la

volontà di margherita, figlia di valdemaro 4 vennero uniti, ma non vennero mai imposte istituzioni unitarie. Il

progetto di unione fu favorito anche dall’aristocrazia svedese e danese, mentre era osteggiato dall’Hansa

per ragioni di natura commerciale. Fu evidente che la danimarca si sarebbe imposta sugli altri 2 regni

essendo molto più popolosa. Dopo la morte di margherità, sollecitata dalla Lega svizzera, la svezia si

ribellò e la seguì la norvegia. Alla metà del 15 secolo assunse la corona cristiano di oldenburg, come re dei

tre paesi. Ci furono nuove agitazioni ma vennero represse facilmente grazie ad una efficiente

amministrazione centralizzata che contribuì al ridimensionamento dell’influenza dell’Hansa. nel 10 secolo il

principato di Kiev era molto esteso e influenzava direttamente Costantinopoli. Da qui, il patriarca designava

il metropolita di kiev, capo della chiesa russa. Fra i rjiurikidi si andò affermando un particolare sistema

successorio che prevedeva l’assegnazione al primogenito del principiato di Kiev e Novgorod (il grande

principato), mentre i restanti territori ai principi fratelli. Non mancarono contese fra gli eredi. L’instabilità

politico-militare incideva sui commerci. Solo novgoros seppre compensare il calo dei traffici con bisanzio

entrando in rapporti con l’Hansa tedesca e il mondo baltico. Il tracollo del gran principato di Kiev abenne

con la conquista mongola del 3 secolo. Il loro capo militare detto khan era Temujin, che seppe unificare il

suo popolo, ottenendo così i riconoscimento di signore universale (Gengis Khan). Alla sua morte nel 1227 i

successori si rivolsero contro l’europa e dopo aver sbaragliato gli eserciti russi, aggredirono polonia, bormia

e unghieria, sconfiggendo i cavalieri teutonici. Crearono così in russia il potente dominato dell’Orda d’oro

con capitale a Saraj. I mongoli non distruggevano le preesistenti formazioni politiche, ma le obbligavano

solo ad omaggiare il khan. Era anche piuttosto tolleranti religiosi. A completare il processo di decadenza

degli insediamenti sul Dnepr fu la colonizzazione dell’Alto Volga. Il principe Andrej abbandonò kiev in favore

della città di Vladimir, nuova sede del gran principato. Così la russia cominciò a disgregarsi in villaggi. Gli

abitanti di Novgorod riconobbero il principe Nevskij come autorità militare. Furono i suoi discendenti ad

assumere il controllo di mosca, città fortificata che era in crescita continua. Accordatosi con i tartari, ivan 1

ottenne il titolo di gran principe della moscovia, diventando appaltatore delle imposte per i mongoli. Dopo

aver conquistato anche Vladimir, trasferì a mosca la sede del metropolita di kiev. Nel frattempo l’orda d’oro

si stava frantumando in diversi Khanati. Ivan 3 assunse progressivamente il controllo politico dell’intero

territorio russo, trovando resistenze a Novgorod, che alla fine si arrese. La sua sottomissione segnò la fine

dei commerci e delle relazioni della russia con l’occidente, mentre ivan 3 consolidava il suo potere

autocratico e divenne autocrate di tutte le russia. Il termine zar sarò però adottato solo dal nipote, ivan il

terribile, nel 1502 quando si scolse l’orda d’oro.

Il 29 maggio 1453 cadde Costantinopoli dopo il lungo assedio del sultano ottomano maometto 2 e con esse

finiva anche l’impero bizantino. I turchi ottomani era da quasi 100 anni che erano perpetrati nei balcani.

L’occidente era sempre stato interessato a intrecciare rapporti economici con i paesi produttori di materie

pregiare, come i mongoli. Furono i veneziani a stabilire le relazioni più durature. Molti gruppi di mongoli si

erano convertiti all’islam e si erano insediati nella russia meridionale. Così facendo entrarono in collisione

coi turchi ottomani. Osmani, emiro di bitinia, venne proclamato sultano dell’intera anatolia occidentale e

diede avvio ad un processo di riconquista territoriale che portò i suoi successori all’occupazione dei

balcani. A nulla era servita una crociata condotta dai cristiani: solo l’irruzione dei mongoli ritardò la

conquista di Costantinopoli. Nei balcani l’offensiva riprese nel 1437 con l’occupazione della serbia, facente

parte del regno di ungheria. Fu un aspro conflitto tra occidentali e turchi e questo creò leggende come

quella del voivoda Vlad 3 di valacchia, detto tepes, l’impalatore, trasformato in dracula il vampiro.

Maometto 2 si preparava alla conquista di Costantinopoli e sferrò un attacco decisivo a cui i principati

d’eruopa non seppero rispondere. Gli orttomani divennero ormai i padroni dei balcani meridionali, facendo

perdere gran parte delle colonie ai veneziani e ai genovesi.

Altro evento che segna la fine del medioevo è la scoperta dell’america. Il portogallo a causa del venir meno

della pax mongolica aveva perso tutti i traffici commerciali con l’asia e questo consentì a baschi e

portoghesi di avventurarsi sulle rotte atlantiche. Enrico, figlio di giovanni di portogallo, diede notevole

impulso alla marineria e fece organizzare spedizioni lungo la costa occidentale dell’africa. La necessità di

commerciare aveva spinto i marinai a circumnavigare l’africa, raggiungendo prima il capo di buona

speranza (diaz – 1445) e poi doppiandolo con vasco de gama (1497). Anche gli spagnoli si spinsero

sull’atlantico conquistando le canarie che divennero colonie con il trattato di alcocobes. Nel 1479 a lisbona

cristoforo colombo, un mercante genovese, elaborò il progetto di raggiungere l’estremo oriente navigando

verso occidente. Il progetto non piacque al re portoghese. Venne presentato agli spagnoli e il 3 agosto da

palos con le caravelle pinta e santa maria ed una cocca, la nina, salpò. Il 12 ottobre 1492 raggiunse

un’isola che pensava fosse il giappone, invece erano le Bahamas. Venne scoperto il nuovo mondo. Con il

trattato di tordesillas una linea (raya) assegnava agli spagnoli le terre atlantiche ad occidente di esse e ai

portoghesi quelle a levante.

Terza parte

I primi secoli di medioevo sono caratterizzati da contrapposti fenomeni di localismo e mobilità delle famiglie

ricche.i fattori che derminavano il loro status erano vari e potevano basarsi sulla ricchezza fondiaria o di

bottino, al prestigio culturale o militare. Le regioni mediterranee avevano ereditato la connessione fra

prestigio e grande proprietà fondiaria. Nel resto d’europa prevalevano le stippe, vasti gruppi parentali

barbarici. Nelle zone dei franchi i due stili di vita si assommarono. Dalla fine del 7 secolo il radicamento

iniziò ad essere agevolato da interventi dei re che per assicurarsi il sostegno delle famiglie maggiori,

garantivano esenzioni da pedaggi e concedevano in forma ereditaia terre attinte al fisco regio. Ma per la

mobilitazione dei regni si aveva bisogno della riconosciuta capacità dei grandi aristocratici di proteggere le

popolazioni con le loro milizie e con i loro castelli. Venne così a delinarsi un’aristocrazia d’ufficio che

vedeva sancita la propria eminenza con incarichi nell’apparato regio, come duchi, conti, marchesi ecc. in

età post carolingia i radicamenti divennero così decisivi che venne necessario dinastizzare gli uffici pubblici,

cui si affiancavano altre vigorosi affermazioni sociali, come i proprietari terrieri. La somma dei radicamento

apportò continuità alle dinastie, tranne che in italia dove c’erano dinastizzazioni brevi. Con caratteri d’ufficio

o caratteri signorili, era pur sempre un’aristocrazia militare. Nobile infatti era chi aveva potere su altri

uomini. Solo dalla fine del 11 secolo inizia farsi strada l’idea di nobilità di sangue, che preparava

l’affermazione di successive idee di nobilità di diritto. In tutti i regni europei l’aristocrazia militare

condizionava i vertici delle società. Eleggevano re, vescovi e nel lazio, anche il papa.

Teoria trifunzionale: con i monarchi barbarici che assunsero nella loro persona l’autorità del comando

venne meno la distinzione classica fra ordinamenti civili e quelli militari. Dell’impianto romano sopravvissero

solo le istituzioni di religione cristiana. Alla fusione etnica e culturale dell’alto medioevo l’apporto culturale

della chiesa fu determinante sia nell’inquadramento disciplinare dei fedesli, sia nel delineare un’ideologia

che consentisse di definire complessivamente l’articolato organismo sociale come univoca societas

cristiana. Prima c’era distintizione tra l’autorità religiosa dei vescovi e la potestà regale. Con l’impero

carolingio si rese a sostituire la coppia contrapposta clerus-popolis con la coppia oratores-belllatores. Si

cominciava a parlare di due ordini e di due funzioni: il re consacrato le univa a sé, guidando la schiera di

combattenti e ascoltando le indicazioni dei vescovi. La bipartizione divide dunque in due parti solo loro che

comandano e lascia come residuo i sudditi, creando di fatto una tripartizione basata sul ruolo. Si trattava in

effetti di una gerarchia basata sul merito. Durante la fase carolingia si ebbe un chiarimento della terza

parte, quella dei laici. Abbone di fluery vi introduceva anche combattenti e agricoltori. A questo punto la

dottrina trifunzionale viene enunciata in forma definitiva dai vescovi francesi. Nella società c’è chi prega, chi

combatte e chi lavora. Chi è collocato in ciascuno dei tre oridini svolge il proprio compito in funzione degli

altri due. Ma i laboratores stavano assumendo un enorme peso sociale e in questo modo si aprono i confini

dei primi due ordini inclidendo anche coloro i quali erano riusciti ad avere parte delle prerogative

originariamente regie o vescovili. Così ai bellatores vennero ascritti aristocratici e cavalieri e oratores tutti i

membri del clero. Ma anche questa volta fu la teoria trifunzionale ad inquadrare in un nuovo assetto

sociale, distinguendo il laicato sulla base della qualità, fra nobili/bellatores e ignobili/laboratores. A partire

dal 200 vennero definiti i confini della nobilità: la qualità aristocratica si esprimeva nell’imposizione della

loro potestas di comando sui laboratores dipendenti, riducendoli complessivamente allo stato di servaggio:

a godere della piena libertà restarono in europa solo i domini e quasi ovunque i milites.

L’italia mantenne costante una profonda e tradizionale vocazione urbana. Il mancato insignorimento delle

città da parte del vescovo non intaccherà mai la condizione di libertà dei cives, che sono suoi concives, non

sudditi. In tal contesto la teoria dei tre ordini appare insufficiente per rappresentare una società composta e

dinamica. Diffuso appare così il ricorso alla comparazione (cittadini maggiori, medi o minori) che implica

criteri non basati solo su nascita, ma anche su altri elementi di prestigio basati su orientamento censuale. Il

nuovo popolo era così composto da mercanti, artigiani e notai. La militia costituisce il ceto dirigente urbano

e i membri potevano esercitare anche libere professioni. Si tratta di una nobiltà aperta, organizzata in

gruppi parentali. I suoi principi del diritto di faida e della guerra privata vanno però in contrasto con principio

instaurato dal comune di ordinamento di pace. Questi clan, casati o consorterie erano infatti in perenne

conflitto fra loro, creando quel clima endemico di conflittualità che rendeva difficoltoso il funzionamento

ordinario dell’attività produttiva. Ad accrescere l’ambigiutà di connotazione sociale fu l’inserimento nella

cittadinanza di membri di stirpi signori del contado. Così il comune cercò di disintguere fra coloro che

prestavano servizio militare a cavallo per il comune (milita pro comune) e coloro che godevano del

privilegio dell’esenzione in quanto membri della nobiltà urbana o di quella rurale. Alla fine del 200 si fece

strada una diversa concezione ideologica e politica dell’amministrazione pubblica: fra i milites confluiranno

anche i ricchi possessori senza tradizioni familiari, mentre si avvicineranno al popolus membri di casate

aristocratiche sensibili alle esigenze del governo cittadino. L’esito dello scontro è noto: il popolo, diventato

movimento, assunse quasi ovunque il potere, estromettendo dalle cariche politiche il partito avverso, i cui

membri venivano definiti magnates. Costoro erano i discendenti dei milites. I poeti dello stilnovo negavano

la trasmissione per sangue della nobiltà e affermavano che la nobiltà non dipendeva né dalla nascita né

dalle ricchezze, bensì dal comportamento virtuoso, che in quel caso corrispondeva ancora con la cortesia

di ascendenza trobadorica. La dignità cavalleresca divenne così prerogativa di nobilità. Il popolo non

contestavano l’esistenza della nobiltà per stirpe, ma voleva che fosse estromessa dal governo. Così la

nuova nobiltà finì con l’affiancarsi ad una nobiltà davvero de droit, legittimata in italia dai regimi signori

affermatisi del mondo comunale padano. Per accedere a questa nobiltà sono certi utili la ricchezza e

l’esercizio della milita, ma non meno delle virtù di buon amministratore pubblico e dell’aver ricoperto

magistrature. In definitiva “è nobile chi reputato tale dal popolo” (bartolo di sassoferrato).

Nel resto dell’europa medievale l’idea di nobiltà si trattava innanzitutto del riconoscimento di quei poteri

personali di comando di cui il sovrano non era riuscito del tutto ad impadronirsi, ma ai quali cercava di dare

cmq una collocazione giuridica. Il ricorso all’istituto vassallatico fu individuato come la soluzione migliore

per conservare un’equilibrata distribuzione del comando. La chiusura in senso ereditario della cavalleria

costituisce una linea di demarcazione sociale ed istituzionale per l’aristocrazia che si sentiva minacciata

dalla crescita politica dei ceti produttivi, i boghesi. L’addobbamento cavalleresco in alcunee aree rivestì il

valore discriminante per attestare l’appartenenza alla nobiltà. La funzione iconica assunta dalla nobiltù pare

segnalare un progressivo oscurarsi della sua originaria funzione militare, denunciando così la

trasformazione dello schema originario in una visione gerarchica della società. La nobiltà aveva sempre più


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

34

PESO

235.75 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in culture e letterature del mondo moderno
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Sergi Giuseppe.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia medievale

Riassunto esame Storia medievale, prof. Sergi, libro consigliato L'idea di medioevo, Sergi
Appunto
Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Adorni, libro consigliato Il femminismo degli anni 70, Bertilotti, Scattigno
Appunto
Riassunto esame Storia medievale, prof. Sergi, libro consigliato L'idea di medioevo, Sergi
Appunto
Riassunto esame storia dell'ebraismo, prof. Martone, Libro consigliato Ebraismo, autore G. Filoramo
Appunto