Diciottesima questionel’Italia tra XIV e XV secolo
"Signorie" cittadine e chiusure oligarchiche nell'Italia dei comuni
Le città dell'Italia centro-settentrionale furono protagoniste del superamento della frammentazione signorile del potere. Nelle aree di contatto con i mondi francese e tedesco, durante il XIII secolo, si consolidano a Occidente i domini dei conti di Savoia (i principati di Monferrato e Saluzzo) e, dopo la metà del secolo, una prevalenza angioina e a Oriente, i principati ecclesiastici del patriarcato di Aquileia e i vescovadi di Trento e di Bressanone.
Gli ambienti urbani, invece, conoscono ulteriori singolari sviluppi statuali, quando tra il XIII e il XIV secolo, all'interno della vita comunale nacque la signoria cittadina, sia che essa si esprimesse precocemente in forma di tirannide, sia derivasse, come a sud degli Appennini, dalla costituzione di un'oligarchia di governo. Ciò è facilitato dalla difficoltà del comune cittadino di creare stabili strutture capaci di contendere la concorrenza dei poteri autonomi; dalla metà del XIII secolo, inoltre, la convivenza di ceti di origine sociale e con base economica diverse, si fa sempre più difficile e anche i tentativi istituzionali e i compromessi non riescono ad arginare le violenze tra le varie aggregazioni politiche e sociali.
Da considerare anche il fatto che le dimensioni dei conflitti aumentavano proporzionalmente all'ingrossamento delle file delle consorterie nobiliari e degli organismi di popolo, data l'immigrazione in città di nuova popolazione dal contado. Le aspirazioni religiose alla pace erano evidenti nella predicazione degli ordini mendicanti e dei gruppi pauperistico-evangelici che annunciavano conciliazione e concordia ottenendo soltanto momentanei risultati. Le influenze della cultura giuridica, però, e delle razionalizzazioni mercantili dei ceti imprenditoriali e bancari nel sollecitare un più stabile e ordinato esercizio del potere erano di un'altra efficacia.
Lo scontro nella penisola italiana delle ambizioni egemoniche del papato e degli imperatori svevi, aveva complicato ancora di più le lotte per il potere nelle città, orientando le forze politiche secondo lo schema della contrapposizione guelfo/ghibellina. Ciò comportò una grande instabilità che aprì ad alcune ambiziose stirpi signorili vaste prospettive di azione in più città di un determinato territorio.
Ezzelino III da Romano
- A partire dagli anni trenta del XIII secolo, si impose sul comune di Verona e si allargò alle città di Vicenza, Padova e Treviso. La sua forza derivava da una cospicua base signorile, geograficamente dispersa (concentrazioni di beni e giurisdizioni attorno a Bassano e nella fascia prealpina) ma politicamente ben controllata attraverso clientele vassallatiche e agenti rurali; forza alimentata dal raccordo con vari membri della sua stirpe a loro volta inseriti nelle ramificazioni delle consorterie presenti nelle città e nei loro contadi. Delle città, che conservarono i loro ordinamenti, Ezzelino non divenne mai ufficialmente il "signore", tuttavia impose o controllò i podestà.
Oberto Pelavicino
- Sconfisse Ezzelino nella battaglia di Cassano d'Adda del 1259. Dominò su parecchie città quali Parma, Cremona, Piacenza, Pavia, Alessandria, Tortona e Milano. Era ghibellino e si avvalse dei legami con Federico II e con re Manfredi di Sicilia ma con la chiamata di Carlo d'Angiò in Italia con l'offensiva guelfa, avvenne la disgregazione del generale e della sua potenza (1269).
I raggruppamenti delle forze cittadine e signorili createsi qualche anno dopo nella Padania occidentale intorno al marchese Guglielmo VII di Monferrato, morto nel 1292, non ebbero diverso fine. La tendenza verso assetti istituzionali più robusti e stabili e la volontà di dominio di un condottiero trovarono una convergenza e le dimensioni tanto ampie, da non consentirne il proseguimento mentre, le città proseguirono nel cammino verso la tirannide.
Gli Scaligeri e i Carraresi (Venezia e Padova)
- Il Veneto, lasciato vuoto dopo la repentina caduta dei da Romano, fu preda delle signorie degli Scaglieri e più tardi dei Carraresi. In realtà, non sembra quasi esservi soluzione di continuità tra il dominio di Ezzelino e l'affermazione di Mastino della Scala, già nel 1259 nominato podestà e nel 1263 capitano del popolo. Egli fu eletto con il supporto della domus mercatorum (unione dei mestieri) che per difendere la propria egemonia politica dalle minacce magnatizie si affida ad un dominus il quale a sua volta trasforma questa tutela in duratura signoria per la sua stirpe: Cangrande della Scala, la estenderà su Vicenza, Padova, Treviso e sulla Marca trevigiana. A Padova, la signoria dei Carraresi conosce il suo momento di maggiore stabilità con Francesco I impegnato in una politica territoriale sorretta dall'alleanza con il re d'Ungheria da cui riceve Feltre e Belluno, e con il duca d'Austria e Treviso, che allarma Venezia, ma nel finire del XIV secolo, la repubblica veneziana e i Visconti travolgono le ambizioni di entrambe le signorie e solo quella carrarese avrà un breve periodo di ripresa con Federico Novello.
L'esaurirsi della potenza di Scaligeri e Carraresi non può non tener conto dei processi istituzionali di cui essi erano stati protagonisti, quali la trasformazione delle tirannidi signorili in stabili governi autoritari, come l'esempio di Milano o di Verona, con l'avvertenza che per un certo periodo la signoria funzionò all'interno e non al di sopra del mondo politico comunale.
Il caso milanese: i Visconti
Nei decenni centrali del XIII secolo, la famiglia della Torre, inserendosi negli organismi di popolo, sostenendone la lotta contro la nobiltà, riuscì a trasformare una prevalenza di fatto all'interno di uno schieramento in una prevalenza giuridicamente definita su tutto il comune; infatti l'ascesa della famiglia ha inizio con il nipote di Martino il Gigante, Pagano, il figlio di Jacopo, già attivo nella politica milanese di quegli anni, che nel 1237 diede rifugio, ospitandolo nelle proprie terre della Valsassina, a ciò che restava dell'esercito milanese sconfitto nella battaglia di Cortenuova sull'Oglio dall'Imperatore Federico II. Per questi meriti fu nel 1240 chiamato a ricoprire la carica di Anziano della Credenza di Sant'Ambrogio e Capitano del Popolo, di fatto primo Signore di Milano sino alla sua morte avvenuta nel 1241.
Ciononostante, i destini della signoria torriana rimanevano legati alla propria base sociale e clientelare; quando i nobili esuli rientrarono con l'arcivescovo Ottone Visconti, egli agì favorendo la parte nobiliare vincente e fondando una nuova società di nobili per la difesa militare cittadina. A Milano, non riuscì a emergere politicamente un ceto imprenditoriale e mercantile coerente e l'arcivescovo Ottone, nel 1287, ne approfittò per far ottenere il capitanato del popolo a suo nipote Matteo Visconti.
Ciò sta a significare che l'erede del capo dei nobili e quello dell'alto clero diventano espressione del popolo ma solo nella misura in cui la signoria, controllando le consorterie nobiliari e gli organismi di popolo, deprimeva l'autonomia politica di entrambe le parti a favore di un regime che già sul finire del Duecento appariva molto robusto. La volontà del "signore" si esprimeva attraverso una crescente organizzazione burocratica e militare, orientata verso lo stato principesco. Nel 1294, Matteo Visconti ricevette da Adolfo di Nassau, re di Germania, il vicariato imperiale e verso la metà del XIV secolo, si stabilirono le prime norme per regolare la successione dinastica viscontea. Finalmente nel 1395 Gian Galeazzo ottenne l'infeudazione del potere da parte del re di Germania, Venceslao di Boemia, così da portare a compimento il processo di distacco della dinastia dal suo originario legame con la struttura comunale.
Con la signoria milanese, la carica di anzianato del popolo, da ufficio concesso per pochi mesi, divenne carica pluriennale o addirittura vitalizia. La novità della signoria cittadina giaceva proprio sull'ideologia del rafforzamento del vertice del potere e su un consolidamento delle strutture politico-istituzionali in senso statale. Fin dalle origini, i comuni italiani, per affrontare imprese eccezionali o situazioni di emergenza sociale e politica, si affidavano a forme di governo eccezionale senza che ne nascessero tirannidi ma tra il XIII e il XIV secolo, una magistratura cittadina straordinaria fu affidata in modo formale a un individuo dagli organismi di comune o del popolo non solo per pochi mesi ma continuativamente per cui si crearono le condizioni per il consolidamento di un potere personale.
Il caso di Ferrara
Il caso di Ferrara fu diverso dal momento in cui la signoria non si appoggiava su organismi comunali coerenti ma la lotta al potere sballottava tra due famiglie aristocratiche: quella tra i Torelli e gli Estensi (prima ancora gli Abelardi). Questa bipolarizzazione soffocava le iniziative popolari in riferimento alle possibilità di autonoma organizzazione armata. Le due famiglie concorrenti vertevano su due linee di predominio similari tanto che, quando alla metà del Duecento, ebbe la meglio la famiglia degli Estensi, Azzo VII prese in considerazione regolamenti emanati dai Torelli. Il predominio Estense si fondava tendenzialmente sul monopolio della forza militare e su un'estesa rete di clientele. Nel 1264,
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