Storia medievale
L'età gregoriana: epoca di guerre e di riforme
Libri:
- Vitolo, Medioevo. I caratteri originali di un'età di transizione. (Sansoni 2016)
- Glauco Maria Cantarella, Gregorio VII.
(Non frequentanti, in più:
- Delogu, Introduzione alla storia medievale;
- Tabacco, Le ideologie politiche del Medioevo
- Duby, Guglielmo il Maresciallo: l'avventura del cavaliere).
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Gregorio VII
Parte centrale del Medioevo, fine sec. XI. Con Gregorio VII cambia il rapporto tra potere spirituale e potere imperiale. Problema principale della storia medievale è proprio il rapporto tra queste due realtà. Importante è il rapporto tra uomini e istituzioni, ma anche e soprattutto il modo in cui le istituzioni si presentano, in quanto sono il risultato di processo molto lungo, con il potere che deve giustificarsi dal punto di vista spirituale e razionale. Papa Gregorio VII ha segnato il percorso del Medioevo.
Gregorio Magno aveva cominciato a organizzare la Chiesa nella forma conosciuta. Fu un grande teologo che stabilì alcuni punti fermi della teologia cristiana e, soprattutto, diede grande impulso all'attività missionaria (missioni in Inghilterra con Agostino di Canterbury, dopo che era tornata al paganesimo con l’invasione di angli-sassoni-iuti; rapporto epistolare con la regina Teodolinda dei Longobardi, che favorì la conversione degli stessi dall’arianesimo al cattolicesimo) all'inizio del VII sec. Capì per primo che bisognava trovare punti di incontro con i popoli germanici: ciò avvenne attraverso la figura di san Benedetto. Il monachesimo benedettino, infatti, non presuppone un coinvolgimento intellettuale troppo profondo a livello di preparazione teologica: un monaco ha bisogno della sua fede e di aderire alla volontà monastica e ciò facilitava i germani appena arrivati, perché la loro cultura non era intellettuale né scritta. Proporre loro una religiosità che non aveva bisogno di adesione intellettuale era la chiave da cui poteva partire il resto. Gregorio Magno ha posto le basi perché tutte le componenti sociali europee trovassero un punto di incontro.
L’ultimo papa del Medioevo (eletto nell’agosto 1492), Alessandro VI, Rodrigo Borgia, fu invece incarnazione del tempo del Rinascimento. Politicamente era molto attivo e dai comportamenti personali poco spirituali, dalla vita paragonabile a quella degli altri governanti europei. Nel governo della Chiesa applicò criteri esattamente uguali a quelli degli Stati: nepotismo, intrighi, risoluzioni tramite uso della violenza. È stato anche una delle cause che hanno portato alla Riforma Protestante: incarnava qualcosa di scandaloso per una persona davvero religiosa. Ha inciso sull'epoca moderna.
Gregorio VII ha cambiato il modo di concepire la Chiesa. In una lettera al vescovo Ermanno di Metz (15 marzo 1081) scrisse: Chi non sa che re e principi hanno avuto origine da coloro che, ignorando Dio... si sono scagliati con cieca cupidigia e intollerabile presunzione, sui loro pari... per dominarli istigati dal diavolo, signore del mondo. Rispetto al potere temporale, Gregorio VII si pone in antitesi totale: non considera giustificato il ruolo che il re ha.
Da sempre potere politico e religioso erano andati di pari passo, con la religione che doveva giustificare l'altro. Già Cesare era stato pontefice massimo, come poi tutti gli imperatori dopo di lui. L'uomo medievale pensava che la funzione di governo fosse comunque volontà di Dio: il re è giustificato tanto quanto il papa (date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio). Dato che nel Vangelo si dice spesso che il signore del mondo è satana (anche nel brano delle tentazioni Gesù nel deserto, quando il diavolo gli promette la terra in cambio di adorazione), nella mentalità dell'uomo medievale sono compresenti la giustificazione potere come promanazione volontà divina e contrapposizione tra potere temporale e potere spirituale.
Gregorio VII prende una posizione netta. Nel Duomo di Salerno, sulla parte inferiore della teca dove sono conservati i suoi resti mortali è scritto in latino: Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità. Per questo muoio in esilio. Ciò significa che tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per il bene e la giustizia e questo ha causato l'esilio, che è una morte da perdente.
La vita di Gregorio VII è piena di difficoltà e scontri. Nei manoscritti o nelle rappresentazioni medievali si trovano poche sue immagini e poche anche sulla sua azione. Una di queste è nel manoscritto di Jena della Chronica sive Historia de duabus civitatibus (in riferimento alle città di Dio e degli uomini agostiniane (De civitate Dei), rappresentate sulla terra rispettivamente dal papa e dall’imperatore) di Otto Frisingensis. Si vedono l’imperatore Enrico IV che elegge l’antipapa Guberto di Ravenna e un soldato armato che caccia fuori Gregorio VII. Questo viene accolto da altri vescovi a Salerno, dove poi morirà. È stato un episodio decisivo tra i due contendenti, ma non per la storia della Chiesa: Gregorio VII aveva allora gettato un seme, che darà poi frutto nei secoli successivi.
Dell'infanzia di Gregorio si sa poco. Il nome di battesimo era Ildebrando di Soana (Toscana, provincia di Grosseto). Fu papa tra 1073-1085. Come era abitudine, cambiò nome in Gregorio: proprio con il nome vuole che la sua figura si inserisca nel solco di Gregorio Magno, il grande papa che aveva cambiato la storia della Chiesa all'inizio del Medioevo, e ciò significava che doveva avere grandi progetti per il suo tempo. Probabilmente non era di famiglia nobile e anche la sua carriera era una civile e amministrativa: non era neanche sacerdote quando fu eletto papa. Forse anche per questo, fu una delle personalità più innovative del Medioevo. Ha cercato di fare una riforma radicale della Chiesa: cercò veramente di scardinare le basi del potere temporale, quindi probabilmente non veniva da una famiglia particolarmente potente politicamente. Il principio fondamentale della sua azione viene chiamato libertas ecclesiae: vuole liberare la Chiesa da ogni ingerenza esterna perché essa deve rispondere a Cristo e al suo rappresentante in terra, non al potere temporale che all'epoca (e da sempre) l'aveva caratterizzata. Per questo entrò in conflitto con Enrico IV.
Nella storia, potere temporale e potere religioso non sono sempre contrapposti, ma collaborano e spesso si sovrappongono. La Chiesa va nei primi secoli ad innestarsi sul tessuto amministrativo dell’Impero Romano e, nel momento in cui l'Impero viene meno, sono i vescovi a prendere in mano l'amministrazione (le diocesi erano l’unità minima del sistema amministrativo romano). Quando arrivano le popolazioni germaniche, questa organizzazione amministrativa rimane sospesa: i popoli germani hanno grandi capacità militari ma non capacità amministrativa (essenzialmente leggere, scrivere, far conto e conoscere le leggi), né leggi scritte, né patrimonio culturale scritto né arte monumentale (mancano di tutta la simbologia imperiale classica, essendo stati, fino a quel momento, un popolo nomade). Le loro leggi sono diverse da quelle romane, che erano ancora attive, come anche i rapporti commerciali ed economici. I nuovi capi germanici hanno quindi bisogno dell'aiuto dei vescovi per svolgere i compiti amministrativi. Le sorti si intrecciano e restano indissolubilmente legate per tutto il Medioevo, durante il quale ci sono state tendenze all'avvicinamento o alla separazione dei poteri. Nessuna di queste iniziative ha però mai dato origine all'emancipazione di un potere dall'altro: non sono mai stati indipendenti tra loro. Ciò avviene solo in Epoca Moderna, con l'Illuminismo: prima non c'è mai stato uno Stato veramente laico, né Chiesa separata dal potere temporale. Ci si poneva solo il problema delle sfere d'influenza e dei loro limiti, ma non della separazione dei poteri: ad esempio, le leggi iniziano e finiscono sempre con invocazione a Dio.
Ci sono momenti in cui i due ambiti vengono messi in discussione. Guglielmo il Bretone scrive nella Philippide (un panegirico di Filippo Augusto di Francia), tra 1214-1224: Perché tanta gente che prega? La maggior parte non serve Iddio: rimandiamola a lavorare.... Quei pochi che restano, vivano, come loro si addice, in vera povertà. Così potremo spartirci le ricchezze della Chiesa. È il momento delle eresie (ad es., Catari) e dei movimenti pauperistici (san Francesco). La Chiesa fa scandalo: sembra essersi allontanata dalla società. Si cercano altre vie, all'interno o fuori della stessa. Se la chiesa fa scandalo, vuol dire che non si presenta come i fedeli se l'aspettano: cioè più simile ai poteri del mondo che al Vangelo. Il momento di crisi inizia già dal sec. XI.
Dal punto di vista teologico, il papa è giustificato ad agire politicamente dai Vangeli stessi, per cui il papa è tenuto a rendere il mondo conforme ai dettami del Vangelo:
- Mt 10, 16: Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. à Vivere nel mondo continuando ad essere cristiani, usando la scaltrezza del mondo: quindi il cristiano non deve rinunciare ad incidere nel mondo.
- Mt 22, 21: Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. à Separazione dei due ambiti e giustificazione di entrambi i poteri.
- Gv 19,11: Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. à Il vero potere è quello che viene da Dio: il potere che ha Pilato viene da Dio, quindi il potere spirituale sta sopra quello temporale: uno è fonte del potere, l'altro lo applica.
Entrambi, Impero e Chiesa, si pongono come realtà universali, validi per tutti gli uomini, sia sul piano civile che sul piano religioso. Il potere è solo uno: non è concepito che esistano più poteri e più chiese (come però poi accade). Tutti sono sudditi, tutti sono parte della Chiesa: chi ne è fuori non è del mondo. È il modo in cui si pongono, però le eresie e le altre religioni e gli altri Stati vanno a smentirli: quella di essere universali è, in realtà, un’aspirazione. Questa ideologia universalistica viene dall'antichità: i faraoni erano discendevano direttamente dalla divinità; Alessandro Magno, che fu conquistatore, fu celebrato come divinità (=identificazione ambiti: occupano lo stesso spazio); Cesare fu divinizzato dopo la sua morte, come poi Ottaviano, come gli altri successivi imperatori. Dal II sec. d.C. gli imperatori pretendono il culto in vita della loro persona (deus et dominus).
Il papato dei primi tempi era diverso da quello attuale: il ruolo del Vescovo di Roma si basa sul principio che egli sia il successore di Pietro (Mt 16, 18-19). Il mandato di Pietro riguarda la Chiesa, che viene edificata su Pietro: i suoi successori, come l’apostolo nel Vangelo, hanno potestas ligandi et solvendi. Il problema sta nell'identificazione del successore di Pietro.
Alle origini, il ruolo del papa non esiste e si sa veramente poco dei primi tempi della cristianità a Roma. Soprattutto se il papa è vescovo di Roma, non ci sono vescovi di Roma registrati prima del III sec. I primi nomi non hanno documentazione storica né della loro organizzazione e attività, né si sa se si trattasse di diversi piccoli gruppi o di uno con un capo definito. Altro motivo per cui il papa viene considerato successore di Pietro è il fatto che a Roma si trovano le tombe di Pietro e Paolo: la presenza della tomba è stata vista come il segno del fatto che in quel luogo doveva nascere la Chiesa. Anche sul culto dei santi Pietro e Paolo ci sono alcune zone d'ombra: ci sono segni di culto solo dalla metà del II sec.
Si deve tener conto del fatto che i primi tempi della storia della Chiesa sono segnati dalle persecuzioni: prima con Nerone (64), anche se pare non sia stata così ampia e massiccia, poi con Domiziano nel periodo 81-96 (anche se l’editto pare controverso). Le persecuzioni hanno risalto nella Chiesa, ma non si conoscono cifre precise. Documento storico è, invece, una lettera di Traiano a Plinio, governatore di Bitinia nel 110, in cui l’Imperatore: proibisce la persecuzione arbitraria dei cristiani e le denunce anonime; stabilisce che possono essere condannati solo se accusati formalmente e che non siano puniti se durante processo abiurano e adorano le immagini dell’imperatore.
Ci furono quindi storicamente persecuzioni e, sotto Traiano, dovettero essere azione dei singoli cittadini, più che dell'imperatore, che invece cerca di limitarle e contenerle. Il rovescio della medaglia che si evince è che, comunque, un certo livello di persecuzione era tollerato, ad esempio quando c'è accusa formale e quando il cristiano rifiuta di venerare l'imperatore. Nei primi secoli la Chiesa deve restare clandestina e non lascia documenti.
Valeriano stabilì anche il divieto di adunanza. Solo nel 260, Galieno ordina la restituzione dei beni alla Chiesa, con una legge ufficiale che legittima la Chiesa e le sue proprietà. Quindi, dal III sec., la Chiesa comincia a organizzarsi e ad attesta te inomi dei propri vescovi e dei propri beni. Il culto dei primi papi (Lino, Clete e Clemente) è attestato solo dal VI - VII sec.
Persecuzioni si ebbero poi con Diocleziano (302) e Galerio (308). Ci sono anche divisioni all'interno della stessa società cristiana: papa Marcellino viene accusato da fonti successive (non totalmente attendibili) di aver consegnato i testi sacri e di avere offerto incenso agli dei pagani per salvarsi dalle persecuzioni (traditio: chi consegna i testi sacri è quindi traditor > traditore, colui che consegna i testi sacri all'imperatore tradendo la Chiesa). È un periodo difficile e controverso, con Marcello ed Eusebio martirizzati sotto Massenzio 309.
Nel 313, Costantino e Licinio promulgano l’Editto di Milano: un editto di tolleranza, che legittima il Cristianesimo come religione praticabile, eliminando il problema delle persecuzioni (diventa religione di Stato con Teodosio, nel 380). Il fatto che l'Imperatore si preoccupi di fare un editto è segno del fatto che la comunità cristiana è ormai stabile e numerosa e si inserisce quindi nel rapporto dialettico tra potere temporale e potere spirituale. Pare che Costantino stesso non fosse molto religioso, ma avesse usato la religione cristiana a fini politici. Cerca di sfruttare il fatto che il cristianesimo sia ormai molto diffuso.
Aiutato anche da Eusebio di Cesarea, vescovo e storico, suo biografo, riesce ad unire l'universalismo imperiale con l'universalismo religioso della cristianità: l'imperatore, non più dio pagano, è comunque figura centrale della figura cristiana, cercando di accreditarsi non solo come capo politico, ma anche come capo religioso. Il suo progetto è di costruire una nuova Roma, con quello che c'era, ma anche con molte chiese: il fatto che l'imperatore faccia costruire delle chiese è significativo (santa Sofia a Costantinopoli). Il palazzo imperiale stesso, non solo dimostra il potere politico dell'imperatore, ma, chi entra, per come è costruito, entra in un tempio, dove l'imperatore è adorato almeno come un sacerdote.
Questa liturgia dell'adorazione dell'imperatore, soprattutto in Oriente, continua a crescere sempre più (proskynesis, vesti sacerdotali per l'imperatore contanto di incenso, spostamenti senza che i suoi piedi tocchino mai terra; distanza dai sudditi, figura dell'imperatore sacralizzata). Dato che Costantino sta a Costantinopoli e la tomba di Pietro a Roma, nasce un primo distacco, anche politico, tra le due città (il Senato resta sempre a Roma, con funzioni ridotte).
Anche a Roma Costantino fonda numerose chiese (santa Croce in Gerusalemme (dove sono conservati i resti della Croce di Cristo, ritrovati da sant’Elena, madre dell’imperatore), sant’Agnese, san Lorenzo, san Sebastiano, san Pietro): si propone come difensore e sostenitore della Chiesa. Il vescovo di Roma viene sostenuto anche economicamente da Costantino e ciò gli dà un rilievo maggiore. I primi concili cristiani sono convocati per iniziativa di Costantino.
Per il primato del vescovo di Roma, nel 381 il Concilio Ecumenico di Costantinopoli, con Teodosio, stabilì che il vescovo di Roma avesse il posto d'onore, perché nella città si trovavano i corpi di Pietro e Paolo. Questo primato non è molto rispettato nei secoli successivi: i 4 patriarchi (Gerusalemme, Roma, Alessandria, Antiochia) continuano a state sullo stesso piano. Nel VI sec., Giustiniano riconosce anche il vescovo di Costantinopoli e i patriarcati salgono così a 5. La sede di Costantinopoli aveva un peso superiore anche dal punto di vista giuridico perché l'imperatore aveva peso giuridico anche per le questioni ecclesiastiche. Alla fine dell'Impero occidentale, Costantinopoli è sede imperiale anche per la Chiesa. La Chiesa di Roma si trova in posizione di difficoltà: Costantinopoli assume anche primato religioso.
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