Stampa e giornalismo in Italia
La legislazione liberale
Durante la restaurazione esisteva un tipo di stampa popolare, divulgativa, dai toni moralistici e pedagogici. Grazie alla promulgazione dello Stato Albertino (di stampo liberale), firmato il 4 marzo del 1848 e l’aggiunta a questo di un Editto sulla stampa, emanato il 26 marzo dello stesso anno, le sorti del mondo della stampa nel Regno di Sardegna cambiarono. Per quanto la legge non imponesse censure preventive alla stampa, prevedeva mezzi volti ad impedirne suoi eventuali abusi. I giornali politici potevano essere pubblicati solo nei capoluoghi di divisione, previa richiesta di autorizzazione alla pubblicazione e venivano punite le offese a mezzo stampa nei confronti del re, della famiglia reale, del Senato e della Camera dei deputati. Mentre a seguito della promulgazione dello Statuto, nel Regno di Sardegna, nacquero molte testate (anche ad opera della Chiesa, che le usava per sostenere il confronto con i regimi liberali, per dare espressione a varie tendenze comparse al suo interno e per contrastare la carica anticlericale che si diffondeva in ampi strati del panorama pubblicistico), nel resto d’Italia, dopo il biennio 1848-49 venne ripristinato un regime di censura. Almeno nel Regno di Sardegna, la stampa divenne un ponte tra politica ed opinione pubblica, improntato ad una cultura della partecipazione. Inoltre, dato che lo Statuto aveva introdotto il sistema parlamentare, nella forma bicamerale, venne permesso l’ingresso ai giornalisti nelle sedute delle due camere e prese avvio in conseguenza a ciò, un particolare filone giornalistico: il giornalismo parlamentare.
Le incertezze interpretative
Nel gennaio del 1853 a Torino venne fondata la prima moderna agenzia di stampa italiana (Agenzia Stefani - telegrafia privata), creata sul modello delle esistenti agenzie europee e negli anni successivi in tutto il Regno di Sardegna vennero pubblicati moltissimi periodici. D’altra parte rimasero però ampi i margini di discrezionalità entro i quali l’esecutivo poteva operare (specie in materia di sequestro preventivo e sospensione dei giornali) ed anche le incertezze su vari aspetti interpretativi della legge. In conseguenza alla presa di coscienza, da parte del potere politico, della capacità di orientamento e di influenza dei giornali nei confronti di quegli strati della popolazione, fin’ora esclusi dalla gestione dello Stato ed anche del pericolo rappresentato dalla stampa d’opinione nei confronti di equilibri consolidati, tra il 1852 ed il 1858 furono previste nuove misure restrittive. Fra queste, la maggior durezza di pena per il reato di apologia dell’assassinio politico ed il diritto a procedere, anche senza richiesta della parte lesa, nel caso di offesa a sovrani o stati stranieri. Tutto questo creava un clima di precarietà dalla quale nemmeno i giornalisti parlamentari si emanciparono.
Il mondo giornalistico
Durante il primo decennio post-unitario, l’elevato tasso di analfabetismo, la scarsa partecipazione pubblica della popolazione, il suffragio ristretto, la debole e costosa rete distributiva, la difficoltà nelle comunicazioni, il divario socio-economico fra le varie aree del paese, l’elevata spesa per l’acquisto di un giornale in considerazione del salario medio giornaliero, rendeva la stampa appannaggio di ristretti gruppi politici, espressione dei rapporti tra singoli esponenti del mondo politico e tra questi ed il governo centrale. A ciò si aggiunge il fatto che molti quotidiani uscivano senza rispettare le frequenze stabilite, ad orari diversi l’uno dall’altro e da quelli ufficialmente indicati e la presenza di editori non puri (imprenditori attivi nel campo editoriale, ma con molti interessi in altri settori produttivi), che accentuava il carattere “politico-educativo” della stampa, in linea con la tendenza risorgimentale. Ma anche il fatto che per molti collaboratori, il giornalismo fosse una seconda professione, utilizzata come integrazione alla prima o come mezzo per accaparrarsi il seguito necessario alle proprie ambizioni politiche (molte testate nascevano solo per sostenere alcune campagne elettorali e scomparivano subito dopo). Era difficile in quei giornali trovare vere notizie politiche disgiunte dalle opinioni. La tendenza rimase inizialmente invariata nel 1870, in seguito al trasferimento della capitale da Firenze a Roma, in quanto i giornali torinesi, milanesi, fiorentini, napoletani e palermitani continuavano a contendersi i lettori dei rispettivi territori. Ma, in seguito, anche grazie alla fine della censura papalina, fiorirono nuove iniziative editoriali e molte testate torinesi e milanesi si spostarono a Roma. Tuttavia, ancora nel 1882 (anno di estensione del suffragio elettorale), nonostante l’aumento dei periodici e dei giornali politici pubblicati, l’impostazione di molti di essi rimaneva invariata, sebbene alcuni avessero iniziato a scendere sul terreno di programmi concreti, non rimanendo relegati alla semplice preparazione e conduzione delle campagne elettorali.
Le fonti delle notizie
Il mondo del giornalismo e della stampa in generale dell’Italia post-unitaria, rappresentava un caso a sé rispetto a paesi come la Gran Bretagna, gli USA o la Germania. Mentre qui si erano diffusi processi come la mercificazione delle notizie o lo sviluppo di una stampa popolare e di intrattenimento, improntata alla cronaca e all’interesse per le alte tirature, in Italia la stampa era prevalentemente caratterizzata da connotati politici, espressione degli scontri fra politici o notabili e spesso con lo scopo di elevare determinati ceti politici o di rispecchiare gli interessi di alcuni strati della popolazione. L’Agenzia Stefani rimaneva l’unica in Italia, ma le sue comunicazioni telegrafiche non erano tempestive, precise e sufficienti, così come non lo erano i bollettini (“particolari”) controllati dal governo attraverso il Ministero dell’Interno. Questo generò il malcontento di molti giornalisti e direttori di testate e spinse molti quotidiani a dotarsi di un proprio servizio telegrafico. Il primo giornale ad usufruire di un servizio telegrafico esterno fu “L’Opinione” di Torino. Inoltre, con l’inizio dei primi due ministeri presieduti da Crispi, l’Agenzia Stefani, sottoscrisse l’impegno a non pubblicare notizie lesive degli interessi, in cambio di alcune agevolazioni (come l’abbonamento ai propri servizi da parte di prefetture ed uffici governativi). Per quanto riguarda gli aspetti editoriali, i giornali si distinguevano per uno stile austero, la titolazione minima, la povertà di contenuti, la scarsità di notizie di cronaca e di spazi pubblicitari, il fatto che solo i giornali dotati dei maggiori mezzi finanziari si occupassero dell’approvvigionamento di notizie e che per rendere più interessanti i contenuti, molte testate inserissero nelle loro pagine pezzi letterari o romanzi d’appendice ( “feuilleton”). Infine, quanto alle modalità di distribuzione, esse si basavano prevalentemente sulla formula dell’abbonamento, mentre era rara la vendita nei locali pubblici o in strada.
Alle origini del giornalismo parlamentare
Giornalisti e parlamento
Il giornalismo parlamentare nacque in Italia nel 1848 in conseguenza della Costituzione del Parlamento subalpino, originariamente avente sede a Torino. Per quanto riguarda la Camera dei deputati, la prima riunione dei suoi 204 deputati, eletti democraticamente (poi divenuti 443 a seguito delle prime elezioni del Regno d’Italia nel 1861), si tenne l’8 maggio del 1848 ed ebbe ad oggetto fra le altre cose l’approvazione del regolamento della Camera stessa, a cui in seguito venne applicata un’aggiunta, che si riferiva alla questione delle tribune pubbliche. Essa pur non facendo esplicito accenno all’ingresso dei giornalisti nelle sedute, divenne l’unico riferimento normativo che lo consentiva, mentre per tutte le altre specifiche disposizioni si delegava la decisione agli uffici di presidenza sia della Camera che del Senato (come previsto anche nel regolamento di quest’ultimo). Solo il 1 giugno 1861, venne emanato un secondo regolamento del Senato in cui si affermava che l’ammissione alle gallerie sarebbe stata regolata dal Presidente e dai Questori, secondo norme conformi a quanto stabilito in massima dal Senato.
Da quel momento in poi, fu riservata alla stampa parlamentare un’apposita tribuna, anche se la cosa non fu ben vista da alcuni funzionari e politici subalpini, cresciuti all’epoca della Restaurazione e poco felici del fatto che venisse divulgato quanto detto in seduta. Nonostante ciò, il principio del libero accesso non fu mai messo in discussione. Addirittura, l’art.97 dell’Editto sulla stampa precisava che non erano previste sanzioni penali per il rendiconto esatto fatto in buona fede, delle discussioni avvenute in Parlamento, salvo nel caso di sedute segrete (e la cosa rimase invariata anche in seguito alla riforma dell’ordinamento giudiziario, avvenuta nel 1859).
Gli spazi
Data la limitatezza degli spazi disponibili a fronte di un gran numero di richieste di accesso alle sedute di Camera e Senato, inviate da svariati direttori di testate agli uffici di questura, si rese necessario adottare strategie per selezionare gli ingressi. Nel corso del tempo, però, gli spazi riservati ai giornalisti divennero sempre meno precari, fino ad arrivare nel 1861, ad avere 65 giornalisti accreditati alla Camera. L’anno successivo tali spazi furono successivamente ampliati ed organizzati, di modo da ospitare 25 giornalisti stranieri, 40 torinesi, 67 delle altre province italiane e 17 giornali “diversi”, per un totale di 149 giornali. Venne anche stabilito un ordine di precedenza per l’accredito: secondo un regolamento del 1862, la richiesta doveva essere sottoscritta dal direttore della testata ed il biglietto consentito primariamente ai quotidiani che davano i resoconti per esteso delle sedute e, a seguire, ai giornali politici (anche umoristici) pubblicati a breve scadenza e alle riviste politiche. Per i giornali stranieri la procedura era la medesima ma i biglietti erano concessi dai questori, in base all’importanza del giornale ed al numero di posti disponibili.
Con il trasferimento della capitale a Firenze e quindi del Parlamento, il numero di giornali ammessi aumentò ancora e con il tempo essi assunsero un ruolo “istituzionale”. Inoltre, nella tribuna destinata ai giornalisti vennero previsti anche alcuni posti per i funzionari dei ministeri.
I resoconti parlamentari delle origini
I primi resoconti parlamentari erano più che altro recensioni neutre ed incolore di quanto accadeva durante le sedute, con pochi accenni a quello che esulava dai contenuti testuali dei discorsi, e per questo erano spesso simili ai documenti redatti dagli stenografi delle due sale legislative. Ciò rimanda ad una questione importante: inizialmente era difficile trovare stenografi sul mercato, soprattutto per il fatto che ne servissero molti di lingua francese (utilizzata dai parlamentari nizzardi e savoiardi) ed inoltre il sistema di scrittura usato all’epoca non era preciso e spesso si incorreva in errori ed incertezze. Perciò i resoconti giornalistici vennero usati molto per la compilazione dei primi atti parlamentari e questo è un segno della loro importanza per l’istituto parlamentare dell’epoca.
Con il tempo, da sole poche testate, tutti i principali giornali (anche quelli di provincia, finché la capitale rimase a Torino), si dotarono di un proprio corrispondente in Parlamento, divenendo anche più efficienti e tempestivi della “Gazzetta Piemontese” (il giornale ufficiale in cui furono pubblicate le prime discussioni parlamentari nel 1848). Dopo le prime esperienze dei primi anni post-unitari, ai resocontisti non venne solo più chiesto di trascrivere fedelmente le parole degli oratori, ma anche di ricostruire il clima delle discussioni e le loro sfumature (pause, interruzioni, battute, contestazioni, ecc.).
Il luogo di lavoro
Il periodo post-unitario ed anche quello successivo al trasferimento della capitale a Roma, furono caratterizzati anche da una serie di inconvenienti relativi alla riproduzione stenografica delle discussioni parlamentari. I problemi erano legati sia all’inefficienza ed impreparazione degli stenografi, che alle caratteristiche dell’aula ospitante i deputati. Per esempio, con il trasferimento della Capitale, l’ingegnere Comotto, progettò una sala nel cortile del Palazzo di Montecitorio, la quale ben presto si rivelò problematica per via del clima (torrido d’estate, gelido in inverno) ed anche per la pessima acustica (tanto che molti stenografi non sentendo bene le parole pronunciate dai parlamentari tendevano ad aggiustare i discorsi ricostruendone il clima, visto che non potevano ricostruire bene il testo). Tali disagi erano amplificati dall’abitudine di molti deputati (tanto alla Camera, quanto al Senato) di farsi consegnare dai revisori della stenografia le bozze dei discorsi per correggerle autonomamente (aggiungendo anche cose mai pronunciate in realtà), con la scusa che vi fosse, tra quanto pronunciato in seduta e quanto riportato per iscritto, troppa differenza; abitudine che permase anche in seguito al divieto posto ai revisori di consegnare le bozze dalla Presidenza del Senato. Le cose cambiarono nel 1879, quando venne introdotta alla Camera (al Senato venne introdotta nel 1882), la pratica del resoconto sommario ad uso giornalistico, predisposto durante la discussione stessa. Esso veniva stampato in due formati: una grande ed una piccola destinata alla ristampa sotto forma di volumi distribuiti ai parlamentari. I primi resoconti sommari vennero curati dall’Agenzia Stefani, che li distribuiva ai vari giornali della capitale. Una copia, inviata alla tipografia, veniva subito stampata, l’altra veniva telegraficamente trasmessa ai vari soggetti abbonati ai servizi dell’agenzia. Spesso, era pratica di molti giornalisti, quando la seduta non era molto interessante, non recarsi direttamente nella tribuna della stampa, ma limitarsi a riportare il testo pubblicato sui resoconti sommari.
La presenza del Parlamento nei giornali dell’epoca
A partire dal decennio pre-unitario e per molti decenni successivi, al resoconto parlamentare venne attribuita una sempre maggiore importanza. Per quanto riguarda i mezzi utilizzati dai giornalisti per spedire il materiale predisposto, soprattutto nel caso dei quotidiani che non avevano sede nella capitale, il principale era la posta (che benché lenta, consentiva una compilazione molto accurata e attenta dei servizi), sostituita successivamente dal telegrafo (più efficiente ma meno preciso).
Con il passare degli anni, poi, si svilupparono diverse specializzazioni nel mondo giornalistico, una della quali fu quella del corrispondente cumulativo. Si trattava, cioè, di un giornalista che, accettando di lavorare per un compenso minore, si occupava di informare diversi giornali contemporaneamente, consentendo anche a quelli dotati di mezzi limitati, di possedere un corrispondente fisso dalla capitale. Spesso i corrispondenti cumulativi sostituivano giornalisti in malattia o in vacanza e talvolta lavoravano anche per giornali di colore politico differente. Ciò comportava svariati problemi deontologici, primo fra tutti quello di costringere il giornalista ad usare nei suoi resoconti sfumature ed accentuazioni diverse a seconda della linea politica e del pubblico di lettori ai quali quei diversi giornali si rivolgevano.
Il potere della stampa
Fogli ufficiali e fogli finanziati
Il governo dell’Italia post-unitaria aveva un’idea molto precisa della stampa e del giornalismo dell’epoca: in assenza di partiti organizzati in grado di “educare” in senso politico il popolo, essi costituivano uno strumento volto alla creazione di un vasto consenso nell’opinione pubblica e ad enfatizzare il ruolo della classe dirigente, in qualità di trasformatrice del paese in uno stato moderno. Questa è una delle ragioni per cui, nonostante le garanzie previste dalla legislazione albertina, la stampa post-unitaria fu soggetta a vincoli e condizionamenti da parte del potere politico. Diversi documenti mostrano l’ingerenza di Prefetture ed uffici del Ministero dell’Interno nella vita di molte testate, le quali spesso (data anche la limitatezza del mercato dei lettori) erano costrette a scendere a compromessi per affermarsi, ma anche solo per sopravvivere. Fra questi documenti, quello che maggiormente evidenzia tali condizionamenti, è una relazione, stilata dal segretario generale del Ministero dell’Interno, Gaspare Cavallini, al ministro Lanza, circa l’utilizzo fatto dai predecessori di quest’ultimo, nel primo decennio post-unitario, dei cosiddetti fondi segreti del Ministero dell’Interno per finanziare occultamente la stampa.
I fondi segreti
Il ministro Lanza non fece distruggere (almeno non tutta), tale relazione, la quale ancora oggi è conservata presso l’Archivio centrale dello stato, all’interno di un fondo denominato “Contabilità Segreta 1858-1871”. Da queste carte emergono alcuni punti importanti. Anzitutto le modalità di erogazione di denaro alla stampa da parte del Ministero dell’Interno, si concretizzavano nel finanziamento diretto a giornalisti e giornali o in sottoscrizioni di abbonamenti a determinati fogli. Erano decine le testate intestatarie di fondi elargiti dal ministero e spesso, i pagamenti venivano compiuti attingendo dalla “categoria 3”, relativa ai fondi sanitari. I nomi dei rappresentanti del giornalismo parlamentare presenti nel documento non sono molti, anche perché essi stessi erano un numero molto modesto. Ne emergono però sop
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