Capitolo 1: L'età delle gazzette
I primi passi
Le prime gazzette compaiono tra il 1605 ed il 1609 (coabitando a lungo con gli avvisi ed i fogli di notizie manoscritti), nelle città di Anversa, Augusta e Strasburgo. Dodici anni dopo arrivano ad Amsterdam, Parigi, Vienna e Londra. Per l'Italia bisognerà aspettare il 1639, la prima data documentata per l'avvio di una gazzetta genovese (non certa una gazzetta fiorentina di 3 anni prima).
Il termine “Gazzetta” deriva da “gazeta”, una moneta d'argento che bisognava pagare per il suo acquisto. Le prime gazzette non possedevano titolo e contenevano per lo più notizie dall'estero relative alle Corti ed un piccolo notiziario locale. Al contrario, l'attività libellistica rimaneva relegata a fogli volanti, per lo più manoscritti. Potevano trascorrere anche una ventina di giorni tra lo svolgimento di un evento e la trasmissione della sua notizia. Esse avevano il formato dei libri (15x23), ed uscivano a 2 o 4 pagine. Per le otto pagine e la periodicità bisettimanale bisognerà aspettare la seconda metà del Seicento quando oltre alla vendita presso stamperie e alcune botteghe di librai, si aggiungeranno gli abbonati.
Al compilatore ed allo stampatore erano concesse poche libertà o addirittura essi non erano liberi per nulla, per via della sottoposizione della stampa e dell'attività giornalistica al regime di esclusiva, ossia al privilegio concesso dal principe (“gazzetta privilegiata”) ed alla censura preventiva, nonché per via del fatto che essi spesso erano funzionari o comunque fiduciari della Corte o del governo, anche se esistevano profonde differenze fra la stampa nei paesi più avanzati d'Europa e quella che andava formandosi in Italia. Il sistema dei privilegi comportava sovvenzioni, agevolazioni ed il monopolio dell'informazione politica. In alcuni Stati accentrati dell'Europa continentale come la Francia esso consentì la garanzia di una certa stabilità alle gazzette (caso esemplare è quello della “Gazette”, che uscì a Parigi nel 1631 per volere del cardinale Richelieu).
Inoltre alle regole dell'assolutismo facevano eccezione Paesi Bassi ed Inghilterra (in quest'ultima le vicende della guerra civile alimentarono le rivendicazioni della libertà di espressione e le richieste di abolire la censura preventiva; obiettivi che vennero raggiunti con l'abolizione del Licensing act, nel 1695. Nel 1702 nacque a Londra il “Daily Courant”, che sopravvisse per 30 anni e può essere considerato il primo quotidiano moderno. Per la Francia si dovette aspettare il 1777 per vedere il primo foglio quotidiano denominato "Le Journal de Paris"). Il primo quotidiano della storia nacque a Lipsia nel 1660. Anche in Italia tra fine del Seicento ed inizio del Settecento iniziò ad ampliarsi la diffusione delle gazzette privilegiate (si ricordano soprattutto “Il Sincero” di Genova, “I Successi del mondo” di Torino e il “Rimino” di Rimini, sia per la loro durata che per il loro duplice ruolo: diffondere notizie addomesticate e catalizzare il consenso nei confronti delle oligarchie nobiliari al potere).
Se al gazzettiere non era concessa molta libertà politica, egli poteva “romanzare”, calcare la mano purché ciò non nuocesse al principe e questa caratteristica iniziò a consentire una minima differenziazione tra il giornalista ed il funzionario di corte. Il mestiere era anche pieno di rischi: nel 1570 Pio V fece impiccare un libellista, nel 1719 Clemente XI mandò a morte l'abate Volpini ritenendosi calunniato da un suo scritto, e numerose bolle e bandi vennero emanati contro i gazzettieri, spesso accomunati a “biscazzieri e meretrici”.
Tra la fine del 600 e l'inizio del 700 l'allargamento del pubblico interessato ai giornali ed i progressi nel campo della loro diffusione, preoccuparono gli uomini di potere. Ciò li condusse a stringere i lacci della censura e ad introdurre metodi (come il pagamento di una tassa da parte degli editori, su ogni copia stampata) per complicare la vita ai giornali e per scoraggiare la nascita di nuovi. Salirono invece alla ribalta, quelli letterari e specializzati tanto che per un periodo la politica passò attraverso il dibattito culturale.
Il primato letterario
Il primo esempio di periodico diretto ai ceti colti nacque nella Parigi di Luigi XIV, nel 1665, si avvaleva delle accademie come punti di forza, e s'intitolava “Journal des Scavants” (poi “des Savants”). Il corrispettivo italiano “Giornale dei letterati” risale, invece, al 1668.
Ma la città dove questo particolare tipo di giornalismo trovò la sua più ampia espansione fu soprattutto Venezia, anche perché dopo il Concilio di Trento il suo mercato era rimasto aperto agli apporti stranieri. Il battistrada fu il “Giornale dei letterati d'Italia”, promosso nel 1710 e rimasto in voga per 30 anni. Un'altra esperienza di rilievo fu quella del giornale “Novelle Letterarie”, nato a Firenze nel 1740. Questi periodici, rispetto alle gazzette, avevano la caratteristica di essere frutto del lavoro sinergico fra esperti che segnalavano e commentavano i libri ed “estensori” che scrivevano gli articoli ed anche quella di abbracciare molti rami del sapere (storia, scienza, diritto, teologia).
Il primato nel giornalismo, Venezia, lo consolidò a metà secolo, nel periodo di maggiore influenza di Goldoni e quando fra i ceti colti delle città italiane meno oppresse dall'assolutismo, si iniziarono a diffondere l'illuminismo, la massoneria ed un particolare tipo di giornalismo culturale dal tono morale, sviluppatosi a Londra grazie alla creazione di due periodici (“Tatler” e “Spectator”), da parte di Richard Steele e Joseph Addison, i quali si rivolgevano al più ampio pubblico appartenente alla borghesia colta, la quale veniva coinvolta nei dibattiti culturali grazie ad un sistema di dialoghi inventati dal giornalista. Il primo ad applicare il modello dello “Spectator” alla realtà italiana fu Gaspare Gozzi con la sua “Gazzetta Veneta” del 1760, che durò due anni. Alla sua chiusura comparve in sostituzione la “Frusta letteraria” di Baretti, che durò per altri due anni. Tuttavia l'utilizzo del personaggio “Aristarco Scannabue” (ispirato a quelli creati da Addison per i suoi dialoghi) gli procurò l'ostracismo e lo costrinse ad emigrare ad Ancona per poter pubblicare gli ultimi numeri. Nello stesso tempo, si iniziò a diffondere un'altra lezione, diversa da quella giornalistico-culturale: la lezione illuministica espressa soprattutto nell'“Encyclopédie”, di Diderot e D'Alambert, che trovò molti adepti a Venezia ma ancora di più a Milano e che venne tradotta nel giornale il “Caffè” (uscito prima a Brescia e poi a Milano dal 1764 al 1766), e miglior prodotto dell'illuminismo italiano, dai fratelli Pietro e Alessandro Verri e da Cesare Beccaria (autore nel 1764, de “Dei delitti e delle pene”). L'impostazione di suddetto giornale era simile a quella dello “Spectator”, ma i contenuti di natura economica (in particolare legati ai problemi agricoli), tecnica e scientifica prevalevano su quelli letterari e lo sforzo collettivo mirava a sostenere le spinte innovatrici e le riforme politiche e sociali.
Si spezza l'ufficiosità
Quindi, anche in Italia, all'epoca della fine dell'ancien régime, l'attività editoriale e giornalistica iniziò a conoscere una forte espansione, sebbene in ritardo rispetto al resto dell'Europa. I molti periodici esistenti (aumento dovuto anche alla nascita di giornali specializzati, ispirati a quelli già usciti in molti paesi e trattanti argomenti di commercio, agricoltura, medicina ed altre scienze), tuttavia, non uscivano quotidianamente e soltanto pochi di essi durarono a lungo.
Il mestiere dello stampatore a quel tempo era il più redditizio del mondo dell'informazione, mentre i giornalisti non riuscivano a sopravvivere soltanto grazie ai proventi della professione. Bisogna, però, precisare che il nuovo pubblico più ampio e più curioso che si stava delineando non poteva trovare in ogni luogo i giornali portatori di nuove idee ed opinioni, in quanto le differenze fra i diversi Stati italiani erano ancora troppe. Una relativa libertà rispetto all'attività dei governi venne concessa in Lombardia, Toscana ed in parte anche a Venezia e Parma, dove accanto alle gazzette privilegiate sorsero anche fogli meno condizionati dall'ufficialità. Invece, città come Roma, Torino e Napoli, in cui ancora imperava l'assolutismo, ai giornalisti furono concessi solo pochi spiragli.
Se in passato erano i detentori del potere a stabilire il ruolo delle gazzette, in quanto manipolatrici di notizie ed organizzatrici di consenso tra i diversi gruppi di potere, ora erano le notizie stesse a produrre cambiamenti nel mondo dell'informazione: le notizie delle lotte per l'indipendenza e la libertà e quelle dei conflitti tra società civile e governanti (la guerra d'indipendenza dei coloni in Nord America ed il delinearsi del crollo dell'ancien régime in Francia ed altri paesi, che si ripercosse con forza sull'Italia), non potevano più essere nascoste ed iniziarono a comparire sulle prime pagine anche delle gazzette privilegiate.
Capitolo 2: Nasce il giornalismo politico
La Rivoluzione francese e la stampa italiana
La Rivoluzione francese e la promulgazione della Costituzione nordamericana ebbero grandi effetti sul giornalismo, anche italiano. L'articolo XI della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e il Primo emendamento della Costituzione riconoscevano la libertà di pensiero ed opinione come uno dei diritti più importanti dell'uomo. Gli effetti furono l'aumento della diffusione ma soprattutto del numero dei lettori di gazzette ed anche la trasmissione delle notizie a tutti gli strati della popolazione, non necessariamente i più colti. Le gazzette davano conto delle decisioni prese dall'Assemblea nazionale e dalla Costituente e pubblicavano i documenti rivoluzionari, indicando, seppur in modo sommario, anche gli eventi che precedevano o seguivano tali decisioni ufficiali. Venne inoltre ridotto lo spazio ai ragguagli letterari, in favore dell'aumento delle notizie politiche e molta fortuna acquisirono gli opuscoli che riassumevano le vicende della Rivoluzione.
Molti giornali avevano un atteggiamento positivo e aperto nei confronti della Rivoluzione, ai cui ideali guardavano con speranza: atteggiamenti politicamente avanzati si trovavano nella “Gazzetta Universale” di Firenze, e nel periodico veneziano “Notizie del mondo”; persino nello Stato della Chiesa si riscontrava una certa apertura (“Notizie politiche” di Roma, e la “Gazzetta di Bologna”). Inoltre, anche se in misura limitata e per abbonamento, in molte città, giungevano molti giornali stranieri, principalmente francesi e svizzeri.
Ma la fase di tolleranza durò poco: con l'inasprimento della Rivoluzione prima della fase del Terrore e lo scoppio della guerra tra Francia e coalizione austro-prussiana (nel 1793, dopo l'esecuzione di Luigi XVI il Regno di Sardegna e di Napoli vi entrarono a far parte, mentre le Repubbliche di Venezia e Genova ne rimasero escluse), i governatori italiani rimisero il bavaglio alle gazzette ed i maggiori effetti si fecero sentire proprio in quelle città che in passato erano state meno vittima dell'assolutismo, come la Lombardia e la Toscana. Nonostante una proposta partita da Milano nel 1792, ai governi dell'Italia centrale e settentrionale di collaborare per impedire la circolazione di libri e giornali sovversivi, il contrabbando non venne del tutto stroncato e riguardò soprattutto i giornali di propaganda della Repubblica francese e alligna negli stati confinanti con Francia e Svizzera (il “Moniteur universel”, fondato a Parigi allo scoppio della Rivoluzione venne diffuso clandestinamente a Milano ed i francesi inviarono un proprio agente a Genova che costituì una tipografia dalla quale riprodurre il materiale propagandistico tradotto, ma il giornale in assoluto più venduto nel Nord Italia fu il “Giornale di Lugano”, anche per via del fatto che fosse scritto in Italiano).
L'evolversi della guerra e della situazione interna francese, le stragi e l'uso del Terrore, provocarono l'aumento negli Stati Italiani della propaganda controrivoluzionaria, la quale fu particolarmente intensa specialmente nello Stato della Chiesa, opposto non solo alle dottrine rivoluzionarie ma anche ai principi di libertà ed uguaglianza e alle monarchie dell'assolutismo illuminato (in quanto era necessario spazzare via ogni radice dei principi illuministici). La voce più importante dello schieramento papale di Roma fu il “Giornale ecclesiastico di Roma” (uscito dal 1785 al 1798 e con un'impostazione tale che per un periodo il governo austriaco ne proibì l'ingresso nei territori sottoposti al suo controllo). L'offensiva propagandistica della Chiesa coinvolse anche i giornali letterari, alcuni dei quali si allinearono, altri si chiusero in sé stessi ed altri ancora scelsero la via della specializzazione.
Negli anni 90 arrivarono i primi periodici femminili: fra i pionieri il “Giornale delle dame” di Firenze, del 1791, “La donna galante ed erudita di Venezia ed il “Giornale delle nuove mode di Francia ed Inghilterra” che uscì a Milano.
Arriva la libertà
Il 15 maggio del 1796 Napoleone entrò a Milano, facendo esplodere per volontà sua una fioritura di giornali, e tagliando le restrizioni sulla stampa. Ebbe luogo quel triennio rivoluzionario in cui nella maggior parte delle repubbliche si ottenne una vera libertà di stampa: molte città che non avevano mai visto un periodico lo ebbero, ed è in questa fase che compaiono i primi quotidiani e nascono le prime forme di giornalismo politico (i nuovi fogli sono molto attenti alle vicende italiane, seguono i dibattiti all'interno delle istituzioni politiche create dai francesi, discutono temi di attualità).
Mentre l'unità d'Italia non sembrava più un'utopia, e nasceva il Tricolore per iniziativa del giornalista Compagnoni, il ventaglio delle posizioni politiche comprendeva tre correnti: quella reazionaria (in netta minoranza), quella moderata e quella democratica (includente i giacobini). La libertà di stampa subì una serie di alti e bassi a seconda del prevalere delle posizioni ora di Napoleone ora del Direttorio di Parigi o per via dei contrasti tra militari e politici nelle alte sfere dell'autorità francese. Ma ben presto Napoleone si schierò con i democratici ed iniziò a venir meno a quelle regole dello Statuto della Repubblica Cisalpina che lui stesso aveva creato: esso assicurava libertà di espressione ed esclusione di ogni censura preventiva, ma egli utilizzò la riserva dei casi previsti dalla legge per punire i responsabili di reati come strumento per ridimensionare o sopprimere i giornali più audaci. Con la disposizione da parte del Direttorio, nel 1797, della consegna preventiva di 12 copie di ogni periodico uscito, e con l'istituzione di una tassa di bollo da pagare che scoraggiava le nuove iniziative editoriali, cadde la libertà di stampa.
La capitale della stampa in quegli anni divenne Milano (al cui primato giornalistico concorsero molti esuli e profughi di vari Stati della penisola), il cui primo foglio libero, “Giornale degli amici della libertà e dell'uguaglianza” (compilato da Rasori) uscì nel 1796 , seguito dal “Termometro politico della Lombardia” (di Salvador), che durò tre anni seppur con diverse sospensioni, mentre nel ’97 uscirono il “Giornale dei patrioti italiani” (foglio degli emigrati meridionali), il “Tribuno del popolo” e “L'amico del popolo”, soppressi quasi subito. La soppressione di questi e altri giornali ostili, indusse un libraio, Carlo Barelle, a pubblicare un foglio senza titolo, né data, satirico e spregiudicato, che ebbe un notevole successo.
Ma Il giornale più famoso del tempo fu il “Monitore Italiano” del 1798, (poi “Monitore Cisalpino”), che nato sul modello del “Moniteur universel” (giornale preferito di Bonaparte), aprì la serie dei “monitori” che uscirono in diverse città italiane (Bologna, Firenze, Genova, Roma e Napoli). Tuttavia le due edizioni del monitore uscite a Milano erano molto diverse fra loro: una (dove collabora Foscolo, redatto da Gioia e Custodi) era un foglio di battaglia, l'altra (diretto da Compagnoni) era un foglio democratico ma di tono moderato che godeva della protezione, anche finanziaria, delle autorità francesi. Bisogna anche ricordare il giornale “Il Redattore”, foglio ufficioso, da cui prese il nome l'omonima professione.
Nel corso del 1798 alcuni giornalisti conobbero la galera, a cominciare dal Custodi, mentre altri, come Foscolo, si ritirarono nell'universo della letteratura. Sono pochissimi i giornali di stampo reazionario e molti di più quelli finanziati dai francesi che mostravano un'adesione solo formale al nuovo ordine politico. Per quanto riguarda i fogli famosi nel resto della Cisalpina, vi furono il “Monitore bolognese”, “Il Giornale repubblicano di pubblica istruzione”, di Modena e il “Giornale democratico” di Brescia.
A Genova la fioritura giornalistica fu alimentata dalla durata della Repubblica ligure (la più lunga del...
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