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Diventa sempre più chiara la consapevolezza che la cultura classica (greco-latina) è stata

manipolata o travisata durante il Medioevo. Si è convinti che la cultura classica sia più vicina

alle esigenze umanistiche, a condizione naturalmente di riattualizzarla e non di riprodurla

meccanicamente: in questo senso più che di "rinascita" della cultura classica si deve parlare di

"nascita di una cultura nuova".

La formazione e lo sviluppo di questa "cultura nuova" dipende strettamente dalla maturazione

dello "spirito borghese", cioè di quel modo di vivere e di pensare improntato a esigenze di

chiarezza, razionalità, concretezza, efficienza, laicità, naturalismo, ecc. La cultura tradizionale

delle Università appare del tutto inadeguata: soprattutto perché non sa superare il grande

divario tra il "sapere" ufficiale e la nuova "realtà". Di qui la creazione di organismi autonomi: le

Accademie, ove gli autori più letti sono Aristotele e soprattutto Platone.

L'intellettuale di questo periodo tende a porsi come operatore autonomo, contrario ai

condizionamenti imposti dalle vecchie istituzioni, preoccupato di organizzare la vita civile della

propria città o signoria o principato su basi culturali originali. Egli mira a sostituirsi al

"chierico".

All'estero (soprattutto in Francia, Germania e Olanda), la vita intellettuale di tutti i principali

centri di studio europei gravita ancora intorno al sistema culturale-religioso medievale. La

cultura laica quindi tarda ad affermarsi. Ma questo ritardo, rispetto all'Italia, è vissuto all'estero

in maniera costruttiva, nel senso che gli intellettuali, sulla base di esigenze sociali di

rinnovamento, cercano di riformare, cioè di esaminare criticamente, taluni aspetti della

religione cattolica, realizzando così un rapporto molto stretto con le masse cattoliche.

Nell'Umanesimo transalpino si riscoprono i testi patristici e la stessa Bibbia. Questa coesione

sociale e culturale di intellettuali e popolo porterà, da un lato, alla Riforma protestante e,

dall'altro, alla formazione delle monarchie nazionali. Viceversa, in Italia gli intellettuali, pur

essendo culturalmente più avanzati, non hanno un rapporto organico con le masse cattoliche

né lo cercano, e persino tra di loro restano separati, come sono separate le varie Signorie cui

fanno riferimento. Ecco perché da noi la Controriforma avrà facilmente successo, determinando

quel processo involutivo della cultura che si trascinerà sino all'unificazione.

La riscoperta filosofica di Platone e Aristotele porta a questi risultati: a) valorizzazione degli

strumenti conoscitivi dell'uomo, applicati allo studio della natura e della stessa realtà umana

(quindi sviluppo delle scienze matematiche, fisiche, astronomiche, ecc., secondo il metodo

induttivo-sperimentale: dal particolare al generale, cioè le teorie vanno dedotte dai fatti

concreti e non viceversa); b) sviluppo delle arti meccaniche, cioè della tecnica e della

tecnologia (vedi ad es. Leonardo da Vinci): nascono nuove macchine, nuovi strumenti di

lavoro, nuovi procedimenti... sulla base delle nuove esigenze della borghesia.

Le contraddizioni principali

Gli intellettuali avevano una formazione culturale cosmopolita, avevano esigenze di tipo

• universale, però erano costretti a muoversi nella ristretta cerchia della corte signorile.

Aspiravano a una civiltà universale, ma vivevano ancora in strutture corporative, tipiche

di un'Italia divisa in Stati poco comunicanti fra loro.

Gli intellettuali esaltavano la dignità civile e politica dell'uomo, ma solo sul piano

• teorico-culturale; di fatto restavano estranei all'impegno politico-civile vero e proprio.

Oppure si limitavano a tutelare gli interessi delle corti che li pagavano.

L'Italia divisa in stati diventa terra di conquista di Francia e Spagna. In seguito la lotta

• fra queste due nazioni si sposta dall'Italia a tutta l'Europa, includendo persino l'impero

turco-ottomano. L'Italia nella storia d'Europa diventa una provincia sempre meno

significativa.

La Riforma protestante in Italia:

viene soffocata sul nascere dalla Controriforma (Concilio di Trento, Inquisizione, Indice

• dei libri proibiti, Gesuiti). Nell'Europa settentrionale la Riforma contribuisce

all'emancipazione della classe borghese dalla nobiltà e dal clero (in Germania vi

partecipano in massa anche i contadini). Non solo, ma con la Riforma gli Stati nazionali

si rafforzano, potendo incamerarsi i beni ecclesiastici del clero (specie quello regolare).

Il potere politico-economico del clero diminuisce notevolmente.

fu poco avvertita dagli intellettuali anche perché la problematica teologica interessava

• relativamente. Gli umanisti e i rinascimentali credevano in un Dio razionale, poco

vincolato ai riti della Chiesa o all'intolleranza dei fanatici. Questa indifferenza impedì agli

intellettuali di cogliere le istanze socio-politiche sottese alla Riforma.

La Controriforma cattolica

La causa scatenante della Controriforma è stata la Riforma protestante scoppiata

• dapprima in Germania e poi in tutta l'Europa settentrionale.

Il successo della Controriforma in Italia è dipeso dalle contraddizioni del Rinascimento.

• Suo strumento principale è stato il Concilio di Trento (1545-63), in seguito anche il

Tribunale dell'Inquisizione, l'Indice dei libri proibiti, i roghi per gli eretici (Savonarola,

Giordano Bruno, ecc)...

In Italia la Controriforma si pone come il tentativo di fendere, con una politica

• intransigente, l'ordine e l'autorità ch'erano stati messi in discussione dall'Umanesimo e

dal Rinascimento. Il baricentro della vita italiana si sposta da Firenze a Roma.

UMANESIMO - RINASCIMENTO

L'Umanesimo e il Rinascimento nacquero per primi in Italia perché qui, prima o più che altrove,

si ebbero le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti capitalistici. Nei secoli XIV e XV

l'Italia era uno dei paesi più progrediti d'Europa. Nel XIII sec. le città italiane avevano difeso

vittoriosamente, nella lotta contro l'impero tedesco, la propria indipendenza (che divenne

oltremodo sicura dopo la caduta della dinastia degli Hohenstaufen). Il problema stava semmai

nel fatto che il territorio del paese non era ancora unito economicamente e politicamente.

Già verso la metà del XIII sec. ebbe inizio in molte città-stato repubblicane la liberazione dei

contadini dalla servitù della gleba. A ciò naturalmente non corrispondeva mai un'equa

distribuzione della terra ai contadini liberati: la libertà concessa era solo giuridica, non

economica. Con la sola libertà "formale" essi non potevano fare altro che trasformarsi in operai

salariati o in braccianti, sfruttati da artigiani arricchiti, dai maestri delle corporazioni, da

mercanti-imprenditori o da altri ricchi contadini neo-proprietari o dagli stessi feudatari di

prima, ma con altri metodi (ad es. la mezzadria, la rendita in denaro, ecc.).

Ecco perché la produzione capitalistica si sviluppò precocemente in Italia. I servi della gleba si

emanciparono ancor prima di essersi assicurati un qualsiasi diritto sulla terra. Naturalmente

non mancarono proteste e rivolte contadine, aventi per tema la distribuzione equa delle

proprietà. La più famosa delle quali fu quella di Fra Dolcino, agli inizi del '300, considerata una

delle più grandi insurrezioni contadine dell'Europa occidentale di quel periodo. Queste rivolte

furono sempre duramente represse: esse tuttavia contribuirono alla transizione dal

feudalesimo al capitalismo.

Nel XIV sec. avvennero grandi trasformazioni nella produzione artigianale controllata dalle

corporazioni. Si costatò che l'ostinazione nel mantenere la piccola produzione, i metodi e gli

utensili tradizionali e la tendenza a frenare l'ulteriore progresso tecnico (che diventava fonte di

concorrenza tra i singoli artigiani della medesima specializzazione), avevano trasformato le

corporazioni in un ostacolo al progresso della tecnica e all'ulteriore sviluppo della produzione.

Accadde allora che singoli artigiani, per soddisfare le aumentate esigenze del mercato interno e

soprattutto estero, cominciassero ad allargare la loro produzione aldilà delle rigide barriere

corporative. Quelli che possedevano le botteghe più grandi commissionavano il lavoro ai piccoli

artigiani, consegnando loro la materia prima o semilavorata e ricevendo il prodotto finito. In tal

modo aumentava la ricchezza degli artigiani più abbienti e lo sfruttamento di quelli piccoli, ivi

inclusi gli apprendisti e i garzoni. Anzi, col tempo, la qualifica di "maestro" divenne accessibile

solo agli apprendisti e ai garzoni che erano imparentati colla famiglia dell'imprenditore. Gli altri

garzoni e apprendisti si trasformarono in operai salariati a vita.

I contadini senza terra, i garzoni e gli apprendisti, i braccianti, i piccoli artigiani costituivano la

grande maggioranza dello strato inferiore degli abitanti delle città. I piccoli artigiani, in

particolare, venivano sfruttati anche dal capitale commerciale di quei mercanti che fornivano

materia prima, impegnando gli artigiani a rivendere loro i prodotti finiti, rendendoseli così

economicamente dipendenti. Questo processo servì da punto di partenza per la manifattura

capitalistica.

Nelle fabbriche di panno (opifici) cominciarono a lavorare contadini senza specializzazione e

artigiani caduti in rovina. Ogni operaio doveva svolgere una sola operazione. Tale divisione del

lavoro era ignota all'artigiano della corporazione e anche al contadino (che nel periodo

invernale, peraltro, svolgeva anche mansioni da artigiano). Anche nei cantieri navali di Venezia

e Genova si affermò il principio della divisione del lavoro. In seguito, nei settori della

metallurgia, nell'estrazione dei metalli, ecc.

Sorsero poi unioni d'imprenditori che si occupavano contemporaneamente del commercio,

dell'industria e dell'attività bancaria, e che smerciavano la produzione soprattutto nei mercati

esteri (cioè nei paesi dell'Europa occidentale, del Mediterraneo orientale e dell'Asia). La

domanda estera contribuì, a sua volta, a sviluppare la manifattura: il lavoro cioè in un unico

luogo di un gran numero di operai sotto la direzione di un capitalista. Le prime manifatture

dell'Europa tardo-feudale sorsero nelle città italiane più sviluppate e in alcuni centri del

commercio d'esportazione di altri Paesi (come ad es. le città delle Fiandre, dell'Olanda, ecc.).

Lo sfruttamento degli operai era notevole: la giornata lavorativa, in media, era di 14-16 ore,

sotto lo stretto controllo dei sorveglianti, con salari molto bassi, coi quali spesso l'operaio

doveva pagare delle multe anche per le più piccole infrazioni. La prima rivolta degli operai

salariati avvenne a Firenze nel 1343: fu quella dei cardatori di lana. Poi ci fu quella dei lanaioli

a Perugia nel 1371. A Siena di nuovo i cardatori e infine il grande tumulto dei Ciompi a Firenze

nel 1378. Queste ed altre rivolte non ebbero effetti politici significativi, in quanto nelle città

vennero conservati gli ordinamenti precedenti e i padroni mantennero il possesso dei

laboratori, delle botteghe, degli opifici, mentre gli insorti, male organizzati e troppo

spontaneistici, venivano generalmente travolti dalle forze militari dei poteri costituiti. I quali,

anzi, proprio per questa ragione, divennero sempre più autoritari (vedi ad es. l'istituzione di

signorie e principati).

E tuttavia, se i tumulti popolari non riuscirono a trasformare il capitalismo manifatturiero

italiano in un sistema produttivo più equo e democratico, il frazionamento politico-economico

del territorio (nel quale esso si era pur formato) ne impedì l'ulteriore sviluppo, determinandone

infine la decadenza. Le città italiane, isolate fra loro economicamente, commerciavano merci di

produzione propria, che finivano principalmente sui mercati esteri. Per la conquista di questi

mercati le città erano sempre in concorrenza fra loro: di qui le interminabili guerre, che

portavano sempre all'indebolimento delle reciproche parti. Alla fine del '400 la situazione in

pratica era la seguente: a Milano i duchi della famiglia Sforza; a Venezia l'oligarchia

commerciale; a Firenze i Medici; nell'Italia centrale lo Stato della chiesa e a sud il Regno di

Napoli, governato dalla dinastia spagnola degli Aragona. Lo Stato della chiesa e il Meridione

erano praticamente sottosviluppati: il papato, oltre ad ostacolare fortemente l'unificazione

della penisola, spesso chiamava in Italia i conquistatori stranieri allo scopo di consolidare il

proprio prestigio (famosa fu la rivolta a Roma di Cola di Rienzo nel 1347).

La mancanza di un unico mercato nazionale fu il motivo principale della decadenza economica

dell'Italia (si pensi ad es. alla presenza delle barriere doganali, ai dazi elevati, al protezionismo

reciproco degli Stati: fattori questi che facevano enormemente lievitare i prezzi delle merci).

Peraltro, all'interno di ogni Stato solo la città principale poteva estendere la propria industria.

L'assenza del mercato nazionale aveva prodotto notevoli contraddizioni nella gestione

dell'economia: nelle manifatture si impiegavano ancora metodi di costrizione diretta

insopportabili; la borghesia restava legata ai signori feudali, per cui nella campagna la

manifattura si estese pochissimo (i latifondisti non avevano gli stessi interessi della borghesia e

si accontentavano del rapporto di mezzadria, i cui pesi anzi venivano sempre più accentuati e

scaricati sulle spalle dei contadini); l'export si riferiva soprattutto al tessile; le corporazioni

continuavano ad esistere...

Fu sufficiente la scoperta dell'America, che spostò il traffico commerciale sulle coste

dell'Atlantico, a far perdere all'Italia la sua importanza nel commercio mondiale e a farla

ritornare al sistema feudale, rendendola di nuovo appetibile per le nazioni straniere (specie

Francia e Spagna). Quando Inghilterra, Francia e altri paesi nord-europei svilupparono una loro

manifattura, i prodotti tessili delle città industriali italiane non furono più concorrenziali, sia in

quantità che in qualità. Successivamente altre industrie furono rovinate dalla concorrenza

straniera: cantieristica, bellica, cotonifici, ecc. In sostanza solo i prodotti di lusso continuavano

ad essere richiesti (seta, oreficeria, vetro veneziano, oggetti d'arte), il cui consumo ovviamente

riguardava l'élite.

Il Mediterraneo perse d'importanza per le città italiane anche a causa dell'occupazione di

Costantinopoli nel 1453, data a partire dalla quale i nostri mercanti, per riavere i diritti

commerciali di un tempo, dovevano pagare forti tasse. L'unica via di transito per l'oriente era

quella egiziana, ma qui erano i sultani arabi a detenere il monopolio del commercio.

A causa della decadenza economica, mercanti ed imprenditori cominciarono ad abbandonare

l'attività commerciale e industriale, ricercando altri settori nei quali investire con profitto i

propri capitali. Fu così che si svilupparono le operazioni finanziarie e usuraie (con prestiti ai

proprietari terrieri, ad es.), ma anche l'acquisto di terre insieme ai titoli nobiliari da parte della

borghesia cittadina. Imprenditori, mercanti e banchieri si trasformavano in proprietari terrieri

che concedevano piccoli appezzamenti di terra in affitto a contadini a condizioni semi-feudali.

La rendita feudale divenne la fonte principale dei loro redditi.

Nell'Italia settentrionale, man mano che si chiudevano gli opifici, una gran quantità di operai

era costretta a lasciare la città e a ritornare in campagna: di qui il grande sviluppo

dell'orticoltura. Il tipo dominante di affitto era la mezzadria: in base a un contratto il mezzadro

doveva assumersi tutte le spese dell'azienda, apportare i miglioramenti necessari e introdurre

nuove colture. Naturalmente il proprietario poteva sempre interferire, però s'impegnava a

fornire sementi, bestiame, strumenti agricoli o il denaro per comprarli. Il mezzadro doveva

dare metà del raccolto al proprietario e pagare le imposte allo Stato. Purtroppo, i mezzadri,

dovendo sopportare le guerre di conquista franco-spagnole e vessati da interessi usurai,

divennero ben presto, pur essendo formalmente liberi, schiavi del loro padrone, per cui la fuga

dalla terra veniva sempre punita col carcere. Col tempo ovviamente il padrone pretenderà,

oltre alla metà del raccolto, anche altre corvées. In una situazione ancora peggiore si

trovavano gli operai salariati agricoli, completamente privi di qualunque proprietà.

Il frazionamento politico rese l'Italia facile preda degli Stati vicini, Francia e Spagna, che

avevano già ultimato la loro unificazione alla fine del '400 mediante forti monarchie

centralizzate. Il primo a scendere fu Carlo VIII chiamato da Ludovico il Moro di Milano per

combattere Ferdinando I, re spagnolo a Napoli. Carlo VIII s'insediò nel napoletano

coll'intenzione di restarvi, ma Milano, Venezia, il papato, il re di Spagna e l'imperatore

d'Austria riusciranno a cacciare i francesi.

La guerra naturalmente continuò ancora per molti anni: sino alla pace di Cateau-Cambresis

(1559), che sancì definitivamente l'egemonia spagnola in Europa e in Italia. La Francia dovette

rinunciare a ogni pretesa sull'Italia.

Durante queste guerre, l'Italia cattolica si vide impegnata anche nella Controriforma con il

Concilio di Trento (1545-63): si ripristinò il Tribunale dell'inquisizione e si istituì l'Indice dei libri

proibiti.

Contro gli avidi feudatari di Spagna e Francia, e contro le bande di mercenari che con i loro

saccheggi devastavano il paese, insorsero le masse popolari al centro-nord con idee eretiche e

riformatrici (valdesi e anabattisti), al sud, senza idee eretiche ma con uguale volontà di

resistenza. Tuttavia la Spagna trionfò su tutti, continuando a rapinare e a tenere in condizione

di vassallaggio gran parte dei territori italiani.

Nel corso del XVI sec. si cominciò ad avanzare l'idea dell'unificazione del paese (vedi ad es.

Machiavelli e Guicciardini): un'idea che avrebbe dovuto essere realizzata ad ogni costo e con

qualsiasi mezzo e soprattutto per opera di un principe risoluto e senza scrupoli. Il modello del

Machiavelli era il figlio del papa Alessandro VI, Cesare Borgia, duca di Romagna, famoso per i

suoi delitti. Quadro culturale

Premessa

Probabilmente i risultati più significativi e duraturi l'Italia li ottenne non sul terreno economico

e politico, ma su quello culturale, con la nascita dell'Umanesimo e delle arti rinascimentali.

L'insorgere dei rapporti capitalistici portò infatti alla formazione della scienza sperimentale, alla

riscoperta e allo studio dei documenti della cultura antica (in funzione antiscolastica e

antimedievale), alla fioritura dell'arte e allo sviluppo di una concezione immanente del mondo

che spezzava l'egemonia intellettuale della chiesa. Si ebbero anche la formazione di letterature

nelle nuove lingue vive dell'epoca e la comparsa del teatro professionale.

Sul piano delle scienze sperimentali si ebbero grandi progressi nelle costruzioni navali, nella

scienza della navigazione (impiego della bussola, delle carte geografiche, ecc.). Si sviluppò

anche la medicina, la botanica, la matematica, l'astronomia, ecc. La borghesia aveva bisogno

dello sviluppo delle scienze basate sull'esperienza, indispensabili alla produzione, allo smercio

dei prodotti, all'aumento della produttività del lavoro.

Questa nuova concezione del mondo si espresse nel Rinascimento italiano soprattutto nelle

opere dei poeti, dei pittori, degli scultori e degli architetti, che erano al servizio dei ricchi

cittadini, dei signori feudali di larghe vedute e del papato.

Per "nuova concezione del mondo" s'intende quella dei ricchi abitanti di città, trasformatisi col

tempo in borghesi. Con la parola "humanista" s'indicava nel XVI sec. il carattere terreno,

pratico, immanente della nuova scienza e della nuova letteratura, in antitesi alla teologia e alla

scolastica.

Il tratto più caratteristico dell'umanesimo era l'individualismo, nel senso che si considerava la

soddisfazione delle esigenze dell'individuo un fine in sé. Spesso infatti si giustificava l'idea

secondo cui il successo rende leciti i mezzi con cui lo si consegue. Da questo punto di vista le

personalità che più si dovevano stimare erano quelle "emergenti" per ricchezza, cultura e

potere.

Un altro tratto caratteristico era il destarsi negli umanisti di una coscienza nazionale: lo attesta

non solo il bisogno di scrivere nelle lingue volgari o popolari, pur essendo essi ottimi

conoscitori del latino e del greco classici, ma anche l'ideale di una forte monarchia centralizzata

come organizzazione politica della nazione.

Uno dei più grandi umanisti del XIV sec., Lorenzo Valla, dimostrò che nella traduzione latina

della Bibbia (VULGATA) erano stati commessi numerosi errori e che il documento sul quale i

papi fondarono le loro pretese al potere temporale (la cd. Donazione di Costantino) era un

falso composto nell'VIII sec.. Questo è un solo esempio, benché notevole, di come gli umanisti

cominciassero a togliere alla chiesa il monopolio dell'interpretazione biblica e della tradizione

cristiana.

Il difetto principale degli umanisti era che si consideravano una casta intellettuale al di sopra

del popolo. I movimenti intellettuali

Se cominciamo col movimento intellettuale che per molti aspetti è il più caratteristico del

Rinascimento, l'umanesimo, ci troviamo di fronte a discussioni e controversie riguardo alla sua

durata, al suo significato e al suo valore. Tra gli storici italiani l'umanesimo fu spesso

identificato con la cultura del Quattrocento e separato dal Rinascimento vero e proprio che

sarebbe il Cinquecento, abitudine che è forse venuta meno negli anni recenti.

Nei paesi di lingua inglese la parola humanism che comprende ciò che in italiano viene distinto

bene come umanesimo e umanismo, ha portato a una grande confusione poiché il significato

vago e moralizzante dell'umanismo contemporaneo viene senz'altro applicato all'umanesimo

del Rinascimento e si dimentica che l'umanesimo del Rinascimento insiste sì sui valori umani,

ma persegue questi valori attraverso una cultura classica (greco-romana) e umanistica.

L'umanesimo del Rinascimento è strettamente collegato con gli studia humanitatis, schema che

si distingue nettamente dalle arti liberali del Medioevo e dalle belle arti del tempo moderno e

che comprende la grammatica, la retorica, la poesia, la storia e la filosofia morale. Siccome la

grammatica si intendeva come lo studio della lingua e letteratura classica greca e latina, e la

retorica e la poesia consistevano sia nello studio dei prosatori e poeti classici che nella pratica

della composizione in prosa e in versi, ne risulta che gli studia humanitatis di cui gli umanisti

furono maestri comprendevano tra l'altro la filologia classica, la letteratura (latina e anche

volgare), la storiografia e la filosofia morale, ed escludevano le altre discipline che facevano

pure parte dello studio e dell'insegnamento universitario nel Rinascimento come nel tardo

Medioevo, cioè le altre discipline filosofiche come la logica, la filosofia naturale e la metafisica,

e poi la teologia, la giurisprudenza, la medicina e le matematiche. Quindi l'umanesimo non

costituisce l'insieme del sapere o del pensiero del Rinascimento, ma soltanto un settore

parziale e ben definito.

Tra le discipline filosofiche, soltanto la filosofia morale fa parte degli studia humanitatis mentre

le altre ne rimangono fuori. D'altra parte, gli studia humanitatis includono, all'infuori della

filosofia morale, parecchi studi che non hanno niente a che fare con la filosofia nel senso

stretto della parola: la filologia, la letteratura, la storia.

Tra gli umanisti alcuni dettero contributi importanti al pensiero morale, quali il Petrarca, il

Salutati, il Bruni, il Valla, l'Alberti e molti altri, ma questi stessi umanisti si occupavano anche

di storia, letteratura e filologia, e molti altri umanisti si occupavano di poesia, retorica, filologia

o storia senza dare un contributo neanche minimo al pensiero morale o filosofico.

Le tematiche

Bisogna notare anzitutto i temi di cui gli umanisti si occupano nei loro trattati. Sono in parte gli

stessi temi che si trovano nella letteratura filosofica antica e medievale, e specialmente quella

popolare: il sommo bene, la virtù e il piacere; il fato, la fortuna e il libero arbitrio; la dignità

dell'uomo e la sua miseria; la nobiltà e la ricchezza e i loro rapporti con la virtù. Gli umanisti

parlano del rapporto tra intelletto e volontà, e favoriscono spesso la volontà. Parlano dei doveri

e dei vantaggi di varie forme di vita, e spesso fanno il paragone tra di esse. Difendono poi

l'importanza dei loro studi contro i critici scolastici e teologici, o addirittura attaccano la

filosofia scolastica come astrusa e inutile.

I temi e gli argomenti sono interessanti, ma non sono profondi o rigorosi secondo i criteri della

filosofia antica o moderna o anche medievale. Le conclusioni sono spesso ambigue, e le tesi

chiare di un Petrarca, Bruni o Valla non costituiscono un pensiero sistematico o un insieme di

dottrine generalmente accettato dagli altri umanisti. Ciò che li unisce non sono determinate

dottrine, ma certi atteggiamenti generali: un ideale culturale che si basa sullo studio dei

classici latini e greci e che viene messo al centro degli studi e della scuola elementare e

secondaria, e la convinzione che l'antichità fu superiore ai tempi più recenti e che bisognava

arrivare a una rinascita delle lettere, degli studi e del pensiero.

Gli umanisti non furono contrari al cristianesimo, come lo erano alla filosofia e alla teologia

scolastica; per loro la rinascita dei classici comportava anche la rinascita dei classici cristiani,

cioè della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Ma lo studio intenso della letteratura e filosofia antica

portava a una secolarizzazione degli studi e della cultura.

Abitudini stilistiche e filologiche

La quaestio e il commento vengono man mano sostituiti dal trattato e dal dialogo, dal discorso

e dall'epistola, e finalmente dal saggio. La prosa elegante ciceroniana o almeno

classicheggiante sostituisce il ragionamento dialettico degli scolastici, non solo nella struttura

dei periodi ma anche nella terminologia, spesso con una perdita di precisione. La

generalizzazione astratta cede all'opinione personale e all'esperienza individuale. Si sente poi

nell'uso delle fonti e delle idee la conoscenza più vasta e più profonda dei testi classici latini e

specialmente greci.

Il poema di Lucrezio, poco copiato o citato nel Medioevo, ebbe una diffusione notevole e rese

nota la cosmologia atomistica di Democrito ed Epicuro. Gli scritti filosofici di Cicerone, del resto

ben noti nel Medioveo, furono studiati per una conoscenza migliore delle dottrine stoiche,

epicuree e accademiche. Vi fu poi una vera ondata di testi filosofici greci che furono studiati nel

testo originale e tradotti in latino per la prima volta: molte opere di Platone e Proclo e dei

commentatori di Aristotele, l'opera principale di Sesto Empirico, tutte le opere di Teofrasto,

Epitteto, Marco Aurelio, Plotino e degli altri neoplatonici, e anche le opere popolari di Isocrate,

Plutarco e Luciano, e le vite dei filosofi di Diogene Laerzio che contengono pezzi importanti di

Epicuro. Anche gli scritti tradotti e studiati nel Medioevo, come Aristotele, furono ritradotti e

studiati nell'originale testo greco e si prestavano quindi a interpretazioni nuove. In questo

modo l'intero tesoro della filosofia antica fu reso accessibile al mondo occidentale come non lo

era stato fin dall'antichità romana e forse nemmeno allora.

Grazie a quest'opera di recupero, vi furono dei tentativi seri di risuscitare in forma autentica o

modificata la filosofia stoica, epicurea e scettica, di ridurre a una forma più pura le dottrine

aristoteliche e neoplatoniche note anche nel medioevo, e di ragionare di tutti i problemi in una

maniera eclettica che utilizzava liberamente tutte le fonti antiche (e pseudo-antiche)

disponibili. Vi fu poi uno sviluppo graduale del metodo filologico e della critica testuale che

portò i suoi frutti anche filosofici nell'opera di Ermolao Barbaro e del Poliziano. Abbiamo come

risultato di questi sviluppi nel Quattrocento e ancor di più nel Cinquecento un fermento e una

varietà delle idee scelte e ricombinate da molte fonti, che sciolgono i concetti precisi ma rigidi

della tarda scolastica e che, pur non portando immediatamente a una nuova sintesi chiara e

ferma, prepara l'ambiente per l'opera più precisa e duratura di Galileo e Cartesio.

Infatti troviamo l'influsso dell'umanesimo, anche fuori degli studia humanitatis, in tutti gli strati

della cultura del Rinascimento. In tutti questi campi l'umanesimo fornisce il fermento, il

metodo, lo stile e le fonti classiche piuttosto che il contenuto e la sostanza la quale viene data

in parte dalla tradizione medievale e in parte dalle esperienze e osservazioni nuove come

quelle fatte nel Mondo Nuovo.

Mentre l'umanesimo italiano, i cui inizi si possono seguire fin dal primo Trecento o perfino

dall'ultimo Duecento quando i suoi collegamenti medievali, grammatici e retorici piuttosto che

filosofici sono ancora visibili, ebbe la sua piena fioritura nel Quattrocento, non bisogna

dimenticare che continuò attivo, specialmente nella retorica, nella poesia latina, nella

storiografia e nella filologia classica attraverso tutto il Cinquecento e ancora nel primo

Seicento.

D'altra parte la cultura umanistica, per quanto di origine italiana, non fu affatto limitata

all'Italia. La sua diffusione, specialmente in Francia, Germania e Boemia è stata notata già nel

Trecento, e nel Quattrocento cominciò a diffondersi in tutti i paesi europei.

Il Cinquecento fu poi il secolo che vide l'opera dei grandi umanisti fuori dell'Italia: Reuchlin e

Erasmo, Budé, Vives e Tommaso Moro.

Vi sono differenze stilistiche e altre dovute ai vari paesi e ai tempi cambiati, ma troviamo gli

stessi tratti fondamentali:

la profonda cultura classica (conoscenza del greco e latino clasici, della filosofia,

• letteratura e patrologia classiche),

il senso critico e storico,

• l'eleganza letteraria,

• l'eclettismo (nel senso della poliedricità delle fonti attinte),

• l'interesse per i problemi morali e pedagogici ma anche politici e religiosi,

• l'avversione nei confronti della Scolastica,

• l'indifferenza alle tradizioni professionali delle discipline universitarie.

Per quanto riguarda i rapporti Umanesimo/religione va affermato qualche volta, che la cultura

umanistica non è soppressa dai movimenti religiosi del Cinquecento, e che gli umanisti come

gruppo non hanno favorito un solo partito religioso, protestante o cattolico. La cultura

umanistica come tale è neutrale di fronte a determinate dottrine teologiche o anche filosofiche,

e il singolo umanista può scegliere le sue opinioni secondo le sue convinzioni o inclinazioni.

Troviamo studiosi e letterati umanisti e uomini di cultura umanistica tra i cattolici, i protestanti

e gli eretici del Cinquecento. Melantone (e forse anche Lutero), Calvino e molti gesuiti furono

profondamente imbevuti della cultura umanistica del loro tempo.

L'aristotelismo

Se l'umanesimo fu forse l'elemento più vivo e nuovo nella cultura intellettuale del

Rinascimento, e specialmente nell'Italia del Tre e Quattrocento, e se il suo influsso si fece

sentire man mano in tutti i settori culturali del periodo, sarebbe un errore pensare che la vita

intellettuale del periodo si potesse ridurre all'umanesimo solo. In realtà vi furono parecchie

tradizioni e correnti di origine e interesse diversi le quali si trovavano di fronte all'umanesimo

in un rapporto di rivalità o di semplice coesistenza.

La cultura umanistica è riuscita a conquistare la scuola media, e a occupare nell'insegnamento

universitario le cattedre di grammatica, retorica e poesia, di greco e spesso di filosofia morale.

Ma continuava l'insegnamento universitario delle altre discipline che risaliva all'origine

dell'università nei secoli XII e XIII, e la tradizione scolastica, cioè universitaria di queste

materie, durante il nostro periodo non fu mai interrotta, ma soltanto modificata sotto l'influsso

dell'umanesimo.

Bisogna ricordarsi di questi fatti piuttosto fondamentali, se vogliamo capire l'importanza e la

vitalità dell'aristotelismo che nel pensiero del Rinascimento occupa un posto distinto

dall'umanesimo. L'importanza dell'aristotelismo dipende dai nostri criteri. Se mettiamo

l'accento sulla tradizione tecnica e professionale, se non universitaria, della filosofia, bisogna

dire che nel Rinascimento questa tradizione viene rappresentata dall'aristotelismo, e che il

contributo degli umanisti alla filosofia, per quanto interessante e influente, fu un contributo


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Exxodus

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DETTAGLI
Esame: Storia
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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