Introduzione
Gli storici che hanno studiato la Rivoluzione Industriale dalla seconda metà del Settecento (1760 circa) ad oggi, si dividono fondamentalmente in due scuole di pensiero:
- Quella che vede la Rivoluzione Industriale come un evento positivo, sottolineandone solo i vantaggi che ha portato nei vari paesi che vi hanno partecipato;
- Quella che invece la descrive come un avvenimento che ha sì portato numerosi vantaggi, ma che è anche stato piuttosto traumatico per le popolazioni che l’hanno conosciuta (basti pensare alle condizioni in cui versava la classe operaia).
Allo stesso modo, vi sono stati storici che l’hanno descritta come un avvenimento rapido e dirompente e quindi per questo “rivoluzionario”, ed altri che invece lo hanno descritto come un lento e discontinuo percorso di sviluppo che, partendo dalla proto industria, si è man mano evoluto fino alla realizzazione delle industrie vere e proprie (teorie revisioniste degli anni Ottanta del Novecento).
Infine, Jan de Vries, nel 1994, propose il concetto di “rivoluzione industriosa” per definire le nuove forme di produzione familiare che avevano esteso il mercato dei beni, del lavoro e dei capitali, precedendo e preparando la Rivoluzione industriale.
Fino agli anni Novanta, gli interrogativi degli studiosi della Rivoluzione industriale si incentrarono su una questione in particolare e cioè sul perché la Rivoluzione industriale fosse nata proprio in Inghilterra. Anche su questo interrogativo vi furono diversi punti di vista.
- C’è chi stabilì un legame fra etica protestante e capitalismo sostenendo che la libertà personale derivante dal protestantesimo e la voglia di riscattarsi dalle angherie del cattolicesimo, avessero fatto nascere negli inglesi un forte spirito di iniziativa che si era poi riflesso sull’economia;
- C’è chi poi aveva individuato le cause nella disponibilità di risorse minerarie del territorio inglese e nel vantaggio della sua insularità, dal punto di vista dei traffici commerciali;
- C’è chi infine ha ricondotto la questione al rilievo dell’intervento dello Stato e delle istituzioni britanniche nell’economia nazionale.
Tuttavia, una critica che può essere mossa agli studiosi della Rivoluzione industriale, è quella di aver analizzato il fenomeno relativamente agli accadimenti verificatisi nei soli paesi europei che avessero un’economia forte e ben sviluppata, ignorando così il resto del mondo. A tal proposito risultano pionieristici gli studi di Eric L. Jones il quale aveva effettuato una comparazione fra l’Europa e le altre aree dell’Eurasia come l’impero ottomano, quello indiano di Moghul e quello cinese dei Quing.
Tuttavia lo studio di Jones rimase un caso isolato fino agli anni Novanta quando con la conclusione della guerra fredda e la caduta del comunismo, diedero il via ad un nuovo filone di studi incentrato sullo sviluppo economico e sulle culture dei paesi asiatici che da questo crollo del blocco sovietico erano usciti forti e preparati.
Secondo Landes, la vittoria occidentale della guerra fredda è dipesa strettamente da fattori di natura culturale. Di fatti la cultura religiosa occidentale affida all’uomo il compito di sottomettere la natura sfruttandola per i propri bisogni laddove quella orientale evidenzia l’armonia, l’equilibrio ed il rispetto passivo del cosmo. Ancora il Protestantesimo, come abbiamo già detto, è considerato da alcuni storici alla base della nascita del capitalismo mentre il cristianesimo, grazie alla sua tolleranza nei confronti della schiavitù, ha permesso lo sfruttamento delle colonie d’oltreoceano che hanno poi permesso lo sviluppo industriale in Europa.
Tuttavia c’è da dire che la vittoria della guerra fredda da parte dell’America non ha significato la sua supremazia assoluta sull’economia mondiale anzi. Se si pensa a paesi come la Cina, il Giappone e l’India che all’indomani della guerra fredda hanno conosciuto un notevole sviluppo industriale ritrovandosi oggigiorno economicamente sul tetto del mondo, si comprende che questa vittoria dell’occidente è stata una vittoria piuttosto finta.
Comunque sia, proprio questo sviluppo economico ed industriale dei paesi orientali ha portato alla nascita di un nuovo filone di studi che ha permesso di scoprire come il concetto di rivoluzione industriosa esistesse già in Giappone dal lontano 1967 ed era stato proprio quest’ultimo alla base dello sviluppo industriale dell’Oriente ibridandosi poi con il modello industriale occidentale a partire dalla seconda metà del XX secolo.
Per quanto riguarda la Cina, qui bisogna fare un discorso a parte. La Cina a partire dal XV secolo si chiuse al resto del mondo vietando i viaggi transoceanici e chiudendo le sue frontiere ad ogni sorta di contatto con l’esterno. Questo atteggiamento da un lato favorì l’ascesa economica dell’Occidente ma, dall’altro lato, consentì al Paese di proteggere la propria popolazione dalle invasioni dei popoli nomadi della steppa, di rilanciare i propri commerci in Asia e di rafforzare una politica economica paternalistica che assicurasse il sostentamento di una popolazione la quale agli inizi dell’Ottocento superava di quattro volte quella europea.
Proprio a causa della sua numerosa popolazione, la Cina si ritrovava a dover affrontare periodiche crisi di sussistenza a causa del divario fra incremento demografico e risorse alimentari. Per questo motivo intraprese una serie di programmi di miglioramento agricolo (messa a coltura delle terre marginali) che non erano volti allo sviluppo economico del paese ma miravano a mantenere i naturali equilibri di autoconsumo ostentando un forte pregiudizio contro ogni attività extra-agricola.
Inoltre la vita familiare era ben organizzata mediante una rigida divisione dei ruoli che vedeva le donne impiegate nella tessitura e gli uomini nei campi. Oltre a queste misure, lo stato cinese utilizzava spietati metodi di controllo contro l’aumento demografico ricorrendo anche all’infanticidio femminile.
Riduzione delle bocche da sfamare, vincoli posti al libero mercato della terra e ostilità verso l’urbanizzazione e la proletarizzazione dei lavoranti agricoli erano gli strumenti di controllo esercitati dallo Stato cinese al fine di garantire la sussistenza ai suoi cittadini e che agivano come una linea di prevenzione del mutamento.
Con lo studio dell’evoluzione economica dei paesi orientali gli storici vogliono dimostrare che non fu solo l’Europa a sviluppare le strutture politiche, istituzionali, giuridiche, culturali e religiose necessarie per una crescita economica e che quindi lo sviluppo economico globale non è partito da quello europeo, in quanto anche i paesi asiatici hanno conosciuto un certo sviluppo seppure in tempi e modi diversi rispetto all’Europa. Anzi addirittura secondo alcuni studiosi i paesi asiatici sono da sempre stati economicamente più avanti rispetto all’Europa e che quindi lo sviluppo economico europeo non è stato altro che una breve parentesi all’interno dell’“età asiatica”.
A questo punto viene spontaneo chiedersi perché la Rivoluzione industriale sia partita dall’Inghilterra e non dalla Cina. La risposta può essere ritrovata nelle differenze sostanziali fra i due paesi:
| Inghilterra | Cina |
|---|---|
| Società più vivace da un punto di vista culturale e quindi più aperta alle innovazioni | Società chiusa alle innovazioni e alla conoscenza |
| Capitali provenienti dal commercio internazionale | Chiusura totale al commercio internazionale |
| Materie prime provenienti dalle colonie dove il costo della manodopera era quasi 0 | Nessuna colonia e importazioni nulle |
| Utilizzo di energia inorganica per la produzione (carbone/vapore/macchine) | Utilizzo di energia umana (lavoro agricolo) |
| Stato promotore dello sviluppo capace di forzare gli equilibri naturali con una coerente politica economica | Stato assente in materia di sviluppo economico |
Secondo numerosi storici la Rivoluzione industriale non sarebbe mai stata avviata senza la storia cumulativa fra il vecchio continente, l’Africa e l’Asia, basti pensare al fatto che buona parte dei proventi che poi furono utilizzati per finanziare lo sviluppo industriale della Gran Bretagna nonché le materie prime utilizzate nella stessa industria, provenivano dalle colonie ed avevano costi irrisori in quanto la manodopera lì utilizzata era rappresentata da schiavi il cui costo del lavoro era quasi 0.
Allo stesso modo, il mancato sviluppo dei paesi del Terzo mondo viene imputato all’Europa che mediante l’occupazione dei territori africani e americani e lo sterminio delle popolazioni che vi risiedevano, aveva eliminato sul nascere qualsiasi forma di sviluppo e quindi di concorrenza da parte di questi paesi.
Capitolo I
Provincializzare la prima rivoluzione industriale
Rappresentazioni della prima rivoluzione industriale
Fin dai suoi esordi, la Rivoluzione industriale è stata descritta come un eccezionale processo improvviso e dirompente che ha portato, per un lungo periodo, l’Inghilterra sul tetto del mondo. Il merito di questo risultato è stato ovviamente attribuito agli inglesi in quanto popolo eccezionale pieno di spirito di iniziativa e di grandi qualità. Nessuno di questi storici ha mai parlato degli altri paesi e della loro evoluzione proto industriale o semplicemente economica. Solo a partire dagli anni Ottanta del Novecento, si è intrapreso un studio storico della Rivoluzione industriale analizzata da un punto di vista più ampio.
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