L'occhio e l'orecchio
La storia greca incomincia con una novella; Erodoto al principio del primo libro della sua Storia racconta, non casualmente, la storia dei due lidi Gige e Candaule. Il secondo, re di Sardi, vuole che il suo fidato uomo Gige veda sua moglie nuda in quanto bellissima dicendogli che le orecchie sono meno fededegne degli occhi. Tale è anche il principio metodologico utilizzato da Erodoto nelle sue ricerche storiografiche, ovvero l'AUTOPSIA, principio che domina tutta la storiografia greca e che è presente in moltissimi proemi alle opere storiografiche successive, tanto da divenire un topos più tardi deriso da Luciano di Samosata (II secolo) nel suo Come si deve scrivere la storia. D'altronde nella sua Storia della campagna di Marco Aurelio in Mesopotamia egli scrive poi di narrare solo ciò da lui direttamente visto, e non quello udito. Principio di per sé insensato essendo impossibile per qualsiasi storico poter aver visione di ogni singolo particolare dell'evento narrato; infatti, per parodiare tale tipo di pretesa Luciano stesso inventerà un racconto del tutto inverosimile, La storia vera, che comincerà scrivendo "Scrivo cose che non ho visto, di cui non ho mai avuto esperienza e di cui non ebbi notizia da alcuno."
Il commediografo Plauto dimostra di possedere fiducia nel principio dell'autopsia, quando fa dire a Sosia, servo di Anfitrione, che sta raccontando una battaglia da cui lui scappò, di non poter dare un resoconto dei fatti che incompleto poiché egli non prese direttamente parte alla battaglia. Pochi riconoscono i limiti di tale metodo storiografico, uno di essi fu Tucidide; egli volle raccontare i fatti secondo un principio di verità, ma tali fatti furono in gran parte non visti da lui, bensì da altri. Per questo motivo egli attua un lavoro di vaglio, collazione e interpretazione delle testimonianze, un lavoro critico preliminare che sta fuori dall'opera definitiva. Anche il valore della parola fu fondamentale nei suoi scritti storici in quanto unione di "vista" e "udito" e importante strumento di conoscenza storica quindi. Purtroppo però i discorsi pubblici non venivano trascritti tranne quelli dei sovrani, quindi Tucidide poté solo rielaborarli nella loro forma a partire dalla conoscenza a grandi linee del loro contenuto.
Per lo storico i racconti di cose non viste sono di due tipi: da un lato i fatti contemporanei dei quali egli non fu testimone, dall'altro quelli remoti o remotissimi. Per i fatti coevi lo storico antico coltivava l'illusione di poterli comprendere in toto attraverso le testimonianze di chi era sul posto, mentre per quelli più antichi vi era il racconto di coloro che furono testimoni o ascoltarono questi ultimi. Ad ogni modo, come conferma anche il pensiero di Eforo, storico del tempo di Filippo di Macedonia, i fatti del passato erano considerati con più sospetto e per questo motivo vi si dedicava molto meno spazio nelle opere storiografiche rispetto a quelli coevi a cui, al contrario, si dedicava molta più importanza.
Racconto e documento
Da quel che si è detto si capisce che per lo storico greco il racconto non si basava, come invece per noi, su documenti d'archivio, ma bensì su testimonianze vive dei protagonisti o dei testimoni dei fatti, specialmente amati e utilizzati per quanto riguarda l'epoca contemporanea. Come noi consideriamo le loro opere storiografiche? La scarsezza di fonti primarie per la storia greca ci ha portati a considerare i racconti storiografici degli antichi come documenti fededegni, ma ciò è insensato e fuorviante; sarebbe come trarre tutta la nostra conoscenza della Seconda Guerra Mondiale dai libri scritti da Churchill su tale argomento! Eppure, per quanto riguarda la Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) ciò è stato fatto nei confronti dell'opera di Tucidide. È pur vero che noi possediamo alcuni documenti primari relativi a tale guerra; essi sono documenti epigrafici (lastre di piombo, marmo, bronzo) conservatisi nel tempo, i quali altro non erano se non le copie epigrafiche dei documenti papiracei o su pergamena conservati negli archivi antichi (e andati perduti). L'apporto delle fonti epigrafiche si aggiunse a quello della letteratura, permettendoci di effettuare un confronto tra le due. Purtroppo, i documenti epigrafici ci sono giunti in maniera del tutto casuale e a noi mancherà per sempre la conoscenza di tutto il resto che andò perduto nel corso dei secoli. Noi non abbiamo che "chiazze" sparse di documentazione che possiamo combinare, confrontare, interpretare in maniera del tutto casuale al fine di raggiungere una conoscenza storiografica che non potrà che essere lacunosa.
Quando parlano le pietre
Perché esporre decreti, inventari, leggi? Sembra non corretta l'idea che le lastre epigrafiche avessero come fine l'esposizione al pubblico, per quello vi erano i leukomata tavolette o pannelli in legno dipinti a pennello ed esposti. Un documento su pietra, invece, doveva avere soprattutto la funzione di conservarsi durevolmente nel tempo, ed è per questo che doveva essere solo una minoranza di documenti a venir così trattati: accordi internazionali, ma anche molte onorificenze e meriti elargiti a personaggi di spicco, che pagavano per vedere la propria gloriosa memoria incisa su pietra. Tale gusto per gli onori incisi si sviluppa come una vera e propria mania soprattutto nel IV secolo a.C. e si esemplifica anche in forme statuarie. A Enoanda in Asia Minore si sono conservate, incise nel portico dell'agorà, varie affermazioni e detti epicurei particolarmente cari a Diogene il quale, da amante della filosofia, le volle far incidere per perpetuarle nel tempo.
Molte epigrafi in onore di giudici stranieri ci confermano il frequente utilizzo di arbitri provenienti da fuori la città per dirimere le contese. Tornando alla epigrafe di Diogene, essa non reca alcun dato che ci possa far risalire alla sua data di incisione. Ciò ha dato adito a molte supposizioni. Come si vede, un testo epigrafico può essere molto lacunoso e può disorientarci ma resta il fatto che esso, non avendo "intermediari", è una fonte diretta, veritiera, a volte anche di larghissimo respiro come la famosa Cronaca di Paro scoperta nel 1627; essa è un'epigrafe di cronologia universale che parte dalla fondazione dell'Attica per opera di re Cecrope e giunge al 263 a.C.; essa, in tal modo, colma quel fastidioso vuoto storico tra la narrazione di Diodoro Siculo, che termina al 301 a.C., e quella di Polibio, che ha inizio nel 264 con la prima guerra punica.
Si pensi all'importanza di epigrafi come le Res Gestae Divi Augusti testo bilingue scoperto ad Ankara a metà Cinquecento e fonte ricchissima di informazioni sul principato augusteo. Un'ultima osservazione: i papiri si sono conservati in largo numero quasi esclusivamente in Egitto, dato il clima asciutto, mentre nel mondo greco troviamo pressoché solo documenti epigrafici.
La storia segreta
La tradizione letteraria antica ci dà notizia di generi di documenti a carattere crittografico. Nella Vita di Lisandro Plutarco parla di una comunicazione crittografata avvenuta tra il generale spartano Lisandro e gli efori. Svetonio svela il non complicato metodo crittografico usato da Cesare nelle lettere inviate ai suoi intimi. Ma il caso di Cesare è del tutto anomalo in quanto tale tipo di documenti sono pressoché andati perduti integralmente; una grave perdita, essi infatti ci avrebbero potuto far capire molto di quella storia vera che R. Syme chiama la "storia segreta".
I falsi documenti
Non bisogna "feticizzare" il documento, esso, infatti, può anche essere falso. Dopo l'incendio dell'acropoli e la distruzione...
-
Riassunto esame storia greca, prof. Ruberto, libro consigliato Prime lezione di storia greca, Canfora
-
Riassunto esame storia greca, prof. Antonetti, libro consigliato Introduzione alla storiografia greca, Marco Bettal…
-
Riassunto esame Storia greca, Prof. Antonetti Claudia, libro consigliato Introduzione alla storiografia greca , Bet…
-
Riassunto esame Storia greca, prof. Antonetti, libro consigliato L'Ellenismo, Landucci Gattinoni