Riassunti di storia generale della musica
Introduzione
Questi riassunti del programma di Storia generale della musica 1 sono presi dai capitoli trattati del libro Nuova storia della musica di Riccardo Allorto. Per facilitare la comprensione e lo studio per chi già usa questo libro, tutti i capitoli, sottocapitoli e paragrafi hanno mantenuto il titolo originale del libro e ordinati secondo l’ordine del libro stesso.
Capitolo I – Le origini
L'etnomusicologia
Quando parliamo di storia della musica, intendiamo di solito la storia della musica colta dell’Europa. Rimangono fuori da questo ambito:
- Le musiche dei popoli primitivi;
- Le musiche dei popoli di civiltà mediterranee e orientali;
- Le musiche popolari dei popoli dell’occidente europeo.
Un decisivo passo avanti per il superamento di questo ostacolo fu favorito dalla registrazione sonora, resa possibile dall’invenzione del fonografo meccanico da parte di T.A. Edison (1878) e dai suoi successivi perfezionamenti fino alla registrazione su nastro. La raccolta negli archivi di queste registrazioni ha agevolato lo sviluppo di una nuova disciplina, un settore della musicologia che studia le tradizioni musicali orali di tutti i popoli. Tale disciplina prende il nome di etnomusicologia o anche musicologia comparata, in quanto uno dei suoi fini è il confronto delle musiche dei popoli extraeuropei fra loro e con quelle dei popoli occidentali.
L'origine della musica
Nella seconda metà del XIX secolo e all’inizio del presente un problema che appassionò studiosi di varie discipline fu quello dell’origine della musica. Le principali tesi furono sostenute da:
- Herbert Spencer, affermò che la musica deriva dal linguaggio parlato;
- Charles Darwin, affermò che il canto dell’uomo è imitazione dei gridi degli animali, soprattutto uccelli, in particolare nella stagione degli amori;
- Fausto Torrefranca, sostiene che i suoni vocali sono il risultato di “gesti sonori” prodotti dall’organo di fonazione;
- Carl Stumpf, sostiene che la musica nacque dalla necessità di produrre dei “segnali” con la voce.
Le teorie citate partivano dal presupposto che si potesse prospettare l’origine della musica secondo un processo unico e uguale per tutti i popoli. Fu obiettato che è da ritenere impossibile che una realtà ricca, varia e multiforme qual è la musica possa aver avuto origini monogenetiche. Lo studio dei fonogrammi e la loro comparazione ha consentito di formulare alcuni principi della musicologia comparata. Prevale la convinzione che non sia possibile individuare le epoche nelle quali nacque la musica e che perciò lo studio si debba rivolgere “allo stadio più antico ed embrionale che sia possibile individuare”.
Gli strumenti dei popoli primitivi
Il “linguaggio-suono” si riconosce anche dalle emissioni di alcuni strumenti primitivi, quali tamburi, corni, flauti. Uno studio approfondito degli strumenti dei popoli primitivi fu compiuto dal musicologo tedesco Curt Sachs. Egli classificò gli strumenti basandosi sui caratteri morfologici e ne illustrò la distribuzione geografica e culturale:
- Idiofoni: strumenti a percussione diretta;
- Membranofoni: strumenti a percussione di una membrana;
- Aerofoni: strumenti azionati ad aria o fiato;
- Cordofoni: strumenti a vibrazione di corde.
Si pose presto il problema di accrescere l’intensità dei suoni prodotti dagli strumenti, e ciò diede origine ai risuonatori.
Mitologia e musica
Gli studi di antropologia consentono di affermare che nessuna convivenza umana ignorò la musica. Quanto, viceversa, essa fosse importante, lo si deduce dallo studio delle mitologie, dei riti e delle filosofie dei diversi popoli. La musica era presente nella mitologia di tutti i popoli primitivi. I cantori, i sacerdoti, traevano la loro natura di esseri superiori dal fatto che conoscevano le leggi arcane della materia sonora, che sapevano pronunciare le parole, le formule, le voci, i canti magici. In un campo di pensiero più elevato si pongono le speculazioni filosofiche che collocano il suono al centro di un sistema cosmogonico, che coinvolge fatti ed eventi di svariata natura: il ritorno delle stagioni, i punti cardinali, i fenomeni naturali, i segni dello zodiaco, le classificazioni degli strumenti eccetera.
Capitolo II – La musica delle civiltà mediterranee e dell'oriente asiatico
Le civiltà mediterranee
L’Egitto
Fin dalle più antiche dinastie, nel terzo millennio a.C., gli egiziani collegarono gli strumenti alle divinità e alle manifestazioni religiose. Anche la musica profana dell’Egitto raggiunse presto un notevole grado di sviluppo; le esecuzioni erano affidate a cantori e a strumentisti di sesso maschile; gli strumenti più diffusi erano le arpe e i flauti. Della musica egiziana conosciamo assai poco, se si eccettuano gli strumenti, che ci sono noti grazie agli esemplari conservati nelle tombe o raffigurati nelle pitture e illustrazioni sulle pareti tombali, sui vasi e nei papiri. Uno strumento assai diffuso e antico era l’arpa, un altro cordofono molto noto e antico era la cetra. Gli egiziani utilizzavano scale pentafoniche discendenti. Altri espressero l’opinione che essi conoscessero anche la scala eptafonica. Tra gli strumenti a fiato il più comune era il flauto di legno. Tra gli strumenti a percussione, le castagnette costruite con materiali vari, i sistri, i crotali eccetera. Nel III secolo a.C. l’egiziano Ctesibio di Alessandria inventò l’hydraulos, o organo idraulico, funzionante ad aria, ma sulla base del principio fisico dei vasi comunicanti.
La Mesopotamia
Anche presso i popoli della Mesopotamia, la musica fu legata alle cerimonie religiose e agli dei vennero assegnati strumenti o attributi musicali. Della musica e delle usanze musicali dei sumeri, degli assiri e dei babilonesi conosciamo soprattutto gli strumenti. Ne sono stati conservati alcuni esemplari e molti sono raffigurati nei dipinti, graffiti e bassorilievi. Gli strumenti più diffusi e impiegati attraverso oltre due millenni di storia furono anzitutto l’arpa, che i sumeri avevano già condotto a perfezione costruttiva, poi la cetra. Vengono poi i flauti dritti, in legno e in metallo, le castagnette, i sistri e i piatti.
La Palestina
I libri dell’antico testamento raccolti nella Bibbia sono fonti importanti per la conoscenza della musica degli ebrei stanziati in Palestina: sia per la documentazione storica, sia per i testi di molti canti sacri. La musica ebraica toccò il maggior splendore nel periodo dei re. Davide era un provetto arpista e compose molti salmi. Gli strumenti più usati dagli ebrei furono il kinnor, l’ugab, lo scrofa, antenato dello strumento tuttora di uso rituale nelle sinagoghe. Gli studi più recenti hanno confermato che la matrice dei primi canti cristiani si trova in modi esecutivi e forme che erano propri della tradizione liturgica ebraica e sconosciuti alla musica greco-romana. Essi sono la cantillazione, uno stile di recitazione intonata, regolata dal ritmo verbale dei testi sacri, la quale si muove su poche note contigue; e lo jubilius, vocalizzo, a volte molto esteso, svolto sulle sillabe di parole rituali. Grande spazio occupava nel culto ebraico l’esecuzione dei salmi, guidata da un cantore solista a capo dell’assemblea dei fedeli, coinvolti in maniere diverse di partecipazione.
L'oriente asiatico
La Cina
Un elemento caratteristico della musica cinese è che essa non era solo un linguaggio, ma anche un aspetto di una concezione cosmologica unitaria. I cinesi inoltre attribuivano alla musica la capacità di influire sui costumi. Già durante le prime dinastie i cinesi aveva adottato la scala pentafonica, ma nel III secolo a.C. la loro teoria contemplava anche una scala di 12 note, formata dall’unione dei 6 liu femminili con i 6 liu maschili. I cinesi impiegarono un gran numero di strumenti, che venivano riuniti in organismi paragonabili alle nostre orchestre. Le melodie cinesi più antiche a noi pervenute risalgono all’epoca Tang. Molto apprezzate erano le danze, che avevano caratteri simbolici e si svolgevano con movimenti assai lenti.
Bali e Giava
Particolare importanza si riconosce alla musica degli indigeni delle isole malesi, in particolare Bali e Giava. Essi impiegavano in prevalenza scale pentafoniche, di vari generi e modi, a volte anche con intervalli di terza maggiore e semitoni, ma anche scale eptafoniche e con temperamento equabile.
L’India
Nessuno dei popoli extraeuropei può vantare una storia musicale così estesa nel tempo e varia nella teoria e nella pratica quanto gli indiani. La musica ebbe sempre una grande importanza nella loro cultura. I Veda contengono numerosi canti dello stadio più antico. Assai complesso è il sistema musicale indiano, che risale al II secolo a.C. e si basa su un numero grandissimo di scale. Base comune a tutte le scale è l’ottava, suddivisa, come nel sistema occidentale, in sette tra toni e semitoni. Ma l’organizzazione di questa ottava era molto complessa, in quanto ognuno degli intervalli era suddiviso in due, in tre o quattro srutis o elementi. Questa articolazione consentiva un numero notevolmente alto di scale modali. Gli indiani usarono numerosi strumenti, che i testi indiani raggruppavano in quattro categorie. Uno strumento moderno a corde pizzicate è la sitar, affine alla vina e fornito di corde di risonanza; lo strumento ad arco più importante è il sarangi, di forma tozza e quadrata, munito di 4 corde, oltre a numerose altre che vibrano per simpatia.
Capitolo III – L'antica musica greca
L'eredità del mondo classico
La civiltà europea ebbe la culla nella Grecia antica. Lo stesso si può affermare anche della musica, ma con una notevole limitazione. Infatti, mentre conserviamo e leggiamo poemi di Omero, le tragedie di Sofocle e di Euripide, i dialoghi di Platone; mentre sono sotto gli occhi di tutti i resti di architetture e le sculture greche, non sappiamo nulla della loro musica. Il sistema diatonico, con le scale di sette suoni e gli intervalli di tono e di semitono che sono tuttora la base del nostro linguaggio musicale e della nostra teoria, è l’erede e il continuatore del sistema greco. Di musica si parla frequentemente nelle fonti scritte, in prosa e in poesia, perché intensa era l’attività musicale dei greci. Le fonti narrative e liriche hanno un riscontro illustrativo nelle copiose raffigurazioni di scene musicali, di strumenti, di danze che decorano anfore, piatti, vasi eccetera e, meno numerose, nelle sculture e nei bassorilievi.
Le musiche
La musica veniva trasmessa oralmente insieme alle sue parole. La musica greca delle epoche arcaica e classica fu trasmessa oralmente e tramandata attraverso la memoria. Aveva i caratteri di variazioni improvvisate, ma queste si svolgevano sulla base di nuclei melodici che fungevano da moduli; ed erano noti con il nome di nomoi.
La notazione
L’esistenza della notazione, che risale solo al IV secolo a.C., non contraddice la condizione di documento orale comune al patrimonio di canti della Grecia antica. Una tradizione millenaria ha posto all’origine della trattatistica greca il nome del filosofo e matematico Pitagora di Samo. La nostra conoscenza della teoria musicale greca si basa soprattutto sull’opera di Aristosseno, ripresa e integrata dagli apporti dei suoi seguaci, chiamati “armonisti”.
La poesia e il canto – Gli strumenti
Il nome “musica” non aveva per i greci il significato che assunse in seguito. Mousiké era aggettivo derivato da Mousa, e conglobava insieme la musica, la poesia, la danza, elementi di una cultura nella quale il canto e il suono, la parola e il gesto erano riuniti. Gli strumenti usati dai greci erano molti, ma due primeggiavano: la lira e l’aulo.
La teoria
Metrica e ritmica
Nella poesia greca e in quella latina, invece, la metrica era governata dalla successione, secondo schemi prefissati, di sillabe lunghe e di sillabe brevi. Da questi schemi derivavano le alternanze tra tempi forti e tempi deboli, e quindi il tempo. Elemento indivisibile della metrica greca era considerato il tempo primo, misura della sillaba breve. Trascritta nella nostra semiografia, la breve corrisponde ad una croma, mentre la lunga corrisponde alla durata di due brevi e quindi corrisponde ad una semiminima.
Il tetracordo - generi e modi
L’elemento primario del sistema musicale greco era il tetracordo, una successione di quattro suoni discendenti compresi nell’ambito di un intervallo di quarta giusta. I suoni estremi di un tetracordo erano fissi, quelli interni erano mobili. Nei tetracordi di genere diatonico la collocazione dell’unico semitono distingueva i tre modi: dorico, frigio, lidio. I tetracordi erano di solito riuniti a due a due e potevano essere disgiunti o congiunti. L’unione di due tetracordi formava un’armonia.
L'educazione musicale
Nelle antiche costituzioni di Atene e Sparta la musica era regolata dalle leggi. La pratica della musica era per Platone semplice educazione, cioè paideia.
La musica dei romani
Solo dopo la conquista della Grecia la musica occupò un posto di rilevo nella vita pubblica e nei divertimenti del popolo romano.
Capitolo IV – Il canto cristiano in occidente
Il primo millennio dell'era volgare
La storia della musica occidentale durante questi dieci secoli fu povera di vicende e di accadimenti. Questa povertà appare ancora maggiore se la raffrontiamo alla varietà e alla qualità dei valori artistici accumulati nel millennio successivo (dall’XI all’XX secolo).
Il cristianesimo in oriente e in occidente
I giudei furono ostili ai primi seguaci di Cristo, ma non si può ignorare il fatto che furono ebrei i primi convertiti alla nuova fede. È legittimo dunque affermare che l’ebraismo giudaico fu la matrice del cristianesimo e quindi della sua dottrina, ma anche della sua liturgia, delle sue preghiere, dei suoi canti.
La Chiesa occidentale latina
Le manifestazioni del culto cristiano nei primi tempi derivavano da quelle della tradizione giudaica; nessuna influenza esercitò su di esse la musica greco-romana. Nella sua irradiazione tra le popolazioni mediterranee, il nuovo culto venne a contatto con le usanze religiose e musicali delle varie popolazioni, e parzialmente ne fu influenzato e le assorbì. Si spiega in questo modo la formazione dei diversi repertori vocali che caratterizzarono i primi secoli del canto cristiano occidentale e che vennero poi unificati attraverso una lunga azione omogeneizzante, la cui paternità fu attribuita al papa Gregorio I Magno.
Canti ambrosiano, gallicano e mozarabico
I primi e principali repertori locali del canto cristiano occidentale furono il romano antico, l’ambrosiano, l’aquileise e il beneventano in Italia; il mozarabico nella Spagna e il gallicano nella Gallia. Uguali e comuni a tutte le comunità cristiane dell’occidente che riconoscevano il primato del papa della chiesa romana avrebbero dovuto essere i riti, e quindi le preghiere e i canti. Il passaggio dai repertori locali ad un repertorio unico, cioè l’unificazione liturgica del canto sacro latino, richiese diversi secoli. Esso portò alla formazione di quello che, dal nome del grande papa S. Gregorio I Magno, fu chiamato canto gregoriano.
Il canto gregoriano
Un momento importante del processo di unificazione fu l’incontro tra il papato romano e i re franchi avvenuto nella seconda metà del VIII secolo. Un ruolo importante ebbe la schola cantorum, ma la sua funzione primaria non fu la diffusione in Europa del canto gregoriano ma servì da modello per organismi simili nelle principali sedi vescovili e nei maggiori monasteri.
La liturgia gregoriana
Il nome liturgia indica l’insieme dei riti e delle cerimonie del culto cristiano, nelle forme ufficiali stabilite dalla chiesa. Ne sono escluse quindi le manifestazioni spontanee e locali di culto, che si considerano paraliturgiche anche quando furono ammesse, approvate e accolte a fianco delle preghiere e delle funzioni “ufficiali”. Le principali cerimonie della liturgia romana sono due: la celebrazione eucaristica e gli uffici delle ore. Sotto l’aspetto musicale e liturgico, i brani più importanti del Proprium Missae sono: l’Introito, il Graduale, l’Alleluja, l’Offertorio, il Communio.
Stili, modi di esecuzione e forme musicali
La civiltà musicale dell’occidente incomincia con il canto gregoriano. Apparentemente le melodie che lo costituiscono sono molto semplici: in stile omofonico e prive di accompagnamento, l’andamento rigorosamente diatonico.
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