La fotografia digitale è un nuovo medium?
A tale domanda, prima o poi, chiunque si occupi di media, ma non solo, potrebbe dover fornire una risposta plausibile. Claudio Marra, con questo testo, ci offre intanto la sua visione della questione, ovvero quella che potrebbe sembrare a prima vista come una mera speculazione contro la fotografia digitale. In realtà, lo è semmai verso una sua certa interpretazione, inerente sostanzialmente il discorso connesso con il peculiare rapporto del medium con il reale; correlazione peraltro già esplorata in un saggio del 2002 intitolato “La falsa rivoluzione del digitale” (in C. Marra, Forse in una fotografia, Clueb, Bologna, 2002).
La relazione tra fotografia e realtà
Una capacità dialettica, quella inerente le relazioni della fotografia con il reale, che sembra fra l'altro ben prestarsi, oltre che all’apparente esibizione del reale, anche a molteplici forme di rappresentazione simbolica. Non si tratta, inoltre, di un nostalgico lamento per la fotografia (analogica) che fu, alla quale, aggiunge l’autore, può comunque essere attribuito una specie di primato cronologico nel percorso storico delle immagini della specie, potendosi concordare con Pierre Sorlin riguardo al fatto che il periodo dell’avvento del mezzo è stato sicuramente “il secolo dell’immagine analogica”.
Fotografia: apocalittici e integrati
E non è neanche l’ennesima puntata dell’annosa disputa fra “apocalittici” e “integrati”. Il motivo secondo Marra è, in effetti, molto semplice: la fotografia continua ad avere e ad ampliare le funzioni che ha sempre avuto in passato, tra le quali si impone quella definita come “esercizio della memoria”.
La questione del referente
Ma è la c.d. “questione del referente”, in fondo, uno dei nodi problematici ove si intrecciano, in modo complesso e delicato: etica, estetica e, tra queste, la figura dell’autore. Quest’ultimo, costretto a interagire con un sistema tecnico che, essendo apparentemente fondato esclusivamente sull’automatismo e sull’oppressione dell’indicalità, parrebbe escluderne qualsiasi altra possibilità espressiva. Ne consegue, l’idea (temibile!) che la fotografia non possa mentire, come potrebbe fare invece il linguaggio; o, per lo meno, che il mezzo non sia in grado di farlo con la stessa semplicità che connota altri ambiti culturali.
Manipolazione del senso e fotografia
Ove c’è segno, secondo la prospettiva linguistico-semiotica precisa l’autore, emergerebbe infatti la possibilità che vi possa essere un’eventuale manipolazione del senso a questo connesso. Si verrebbe a delineare, conseguentemente, uno scenario contraddittorio, per cui la fotografia non può mentire, quindi non è un segno, ma se non è tale non è neanche lingua e, cioè, non è un “atto culturale”.
Il fotogiornalismo
Il fotogiornalismo (cfr., in proposito, anche la recensione dedicata al testo di: Pierluigi Basso Fossali e Maria Giulia Dondero intitolato “S
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