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Anche Fudō Myōō possiede la capacità di manipolare la volontà degli spiriti, per cui gli shugenja sono

venerati come suoi pari.

METODI DI ESORCISMO

La maggior parte dei servizi religiosi offerti dagli shugenja rispondono alle esigenze dei fedeli, soprattutto al

bisogno di rimuovere la sventura. In questi casi gli shugenja vengono loro incontro attraverso tre diversi riti:

1. Dopo aver acceso il fuoco, lo shugenja invita la divinità del fuoco (katen), messaggero degli dei. Poi

consulta le divinità delle stelle, che controllano il destino umano, riguardo le cause della sventura

del fedele. Infine viene convocato anche Fudō Myōō. Finiti questi preparativi, lo shugenja brucia le

cause del destino avverso e chiede agli spiriti che proteggano il fedele e compie una serie di ultimi

gesti per inibire gli spiriti negativi.

2. Il rito seguente era una prerogativa dello Shugendō. Innanzitutto lo shugenja interrogava il fato

riguardo le cause della sfortuna, in due modi. Il primo riguardava la lettura dei segni nel cosmo,

seguendo quanto insegnato dalla filosofia dello yin e dello yang; il secondo includeva le pratiche

sciamaniche e la possessione dello shugenja stesso da parte degli spiriti guardiani. Anticamente a

questi riti partecipavano sciamane con cui spesso gli shugenja si sposavano, pratica ormai andata

perduta. Individuate le cause, lo shugenja procedeva ai riti di esorcismo, la cui tipologia dipendeva

da quella degli spiriti negativi. Lasciandosi possedere da Fudō Myōō, lo shugenja cerca di eliminare

lo spirito spaventandolo con il fuoco o con una spada e usando i poteri degli spiriti positivi.

3. La terza tipologia di esorcismo prevede l’uso di amuleti, in cui sono contenuti i poteri di Fudō Myōō,

ed incantesimi

LA NASCITA DEL PENSIERO RELIGIOSO DELLO SHUGEND Ō

A metà del periodo Heian, quando apparve lo Shugendō, furono completati diversi engi, ovvero opere

storiche che narravano attraverso le immagini storie di templi o praticanti. Per esempio il Kumano Gongen

gosuijaku engi racconta la storia di un cacciatore che scopre gli idoli di Kumano e dedica loro un santuario.

Durante il periodo Kamakura nuovi engi, dedicati ad altre vette, si unirono al già esistente Ōmine engi,

relativo al monte omonimo. Furono compilate anche liste dei santuari più famosi e la famosa raccolta del

Kumano Gongen no koto (La storia degli idoli di Kumano).

Nel periodo Muromachi la setta dello Shugendō ottenne una vera e propria organizzazione. Furono

compilati diversi scritti di carattere dogmatico (kirigami). Nello stesso periodo apparve una prima biografia

del leggendario fondatore dello Shugendō. Grazie a questi testi, l’intera dottrina aveva quasi completato la

sua affermazione nella cultura giapponese.

Nei primi anni del periodo Edo apparve una nuova tipologia di testi dogmatici che cercavano di spiegare la

figura dello yamabushi e la sua traversata lungo i dieci reami della mente. Comparvero anche opere

dedicate ai festival e ai riti officiati dagli shugenja. Nello stesso periodo vi fu la scissione tra le sette Honzan

e Tōzan, che cercarono di affermare la loro superiorità attraverso la pubblicazione di ulteriori opere.

Nel 1827 lo Shugendō fu abolito dal governo Meiji in quanto colpevole di creare un legame tra Shinto e

Buddhismo. Nonostante il divieto, nel ventesimo secolo fu compilato lo Shugendō shōso, la raccolta

completa di tutte le opere e i materiali della dottrina.

La dottrina moderna dello Shugendō si trova nei diari dei templi, spiegata in maniera semplice e accessibile

a tutte le fasce di popolazione.

LE DIMENSIONI DEL PENSIERO DELLO SHUGENDŌ

COSMOLOGIA

Lo Shugendō riconosce l’esistenza di un cosmo che racchiude il mondo degli uomini e quello delle divinità.

La dottrina insegna che inizialmente paradiso e terra erano separati, poi apparve un tappeto di germogli, un

bonten (un palo con dei festoni di carta), un vajra (scettro simbolico) e Jihi Shin , il misericordioso Re

Ō

Divino. I semi (shuji) di Dainichi Nyorai si trasformarono in montagne e il vajra divenne l’idolo principale.

Come dimostrato dal simbolismo utilizzato nelle varie cerimonie, è stata l’acqua a creare terra e paradiso,

mondi inseparabili.

Nel Mikkyō, il cosmo è inteso come l’insieme del mondo del diamante e quello del utero. Nella cosmologia

dello Shugendō, la metà più a nord del monte Ōmine rappresenta proprio il mondo del diamante, mentre la

parte più meridionale è la sua controparte. Durante i riti di consacrazione vengono utilizzati entrambi i

mandala, tuttavia nelle cerimonie della setta Tōzan viene utilizzato lo e’in mandara, che descrive i semi

delle sacre natura dei Buddha (shuji) corrispondenti alle divinità venerate sul monte Ōmine. Il Kumano

mandara è stata creato dipingendo le figure dei dodici idoli di Kumano, gli honji e i suijaku (la

manifestazione delle divinità buddhiste originarie). Lo Yoshino mandara, creato sulla vetta omonima,

racconta di come En no Ozunu abbia ottenuto la sua divinità guardiana (Kongō Zaō Gongen) e descrive gli

altri idoli venerati. Questi sono solo alcuni dei mandala che furono creati sulle montagne sacre, alcuni dei

quali focalizzati sulla strada da seguire per ottenere la buddhità.

L’ALDILA’

Fin dall’antichità, i giapponesi considerano le montagne e il mare come mondi a parte in cui dimorano

spiriti, dei e fantasmi. L’acqua e le montagne sono gli elementi chiave per accedere a nuovi mondi.

Nello Shugendō un segno tangibile di questa idea sono appunto le numerose montagne sacre e templi

situati accanto al mare o alle isole come il Fudarakusenji. In particolare Fudaraku era accomunata alla terra

pura di Kannon. Le montagne su cui gli asceti e i fedeli compiono i loro pellegrinaggi sono legate al culto di

Amida, Jizō e la Terra Pura, altre erano considerate posti in cui ottenere l’eterna giovinezza o immortalità.

Inoltre, proprio la montagna sarebbe stata scelta da Miroku per discendere dal paradiso alla fine del mappō.

GLI OGGETTI DI CULTO

Lo Shugendō riconosceva l’esistenza di spiriti negli elementi della natura, come alberi, rocce e acqua, e gli

yamabushi spesso dedicavano loro preghiere e doni.

Kongō Zaō Gongen, divinità principale della dottrina, è visto come un essere furente, incarnazione dello

Shaka del passato, Senju Kannon del presente e Miroku del futuro. Per quanto riguarda l’iconografia, le

prime personificazioni del dio furono Kongō Doci (ritratto con espressione furiosa) o Shukongōjin. Anche

Hokki Bosatsu è una delle divinità principali dello Shugendō.

Altre divinità del panteon sono Kannon, Fudō Myōō, Kannon, Yakushi, Amida, Jizō, Bishamonten, i Kurikara

Fudōō (che possedevano le sacre spade e le corde di Fudō Myōō) e Acala, principale oggetto di venerazione.

A Kumano erano venerati i dodici idoli ritenuti le origini di questi Buddha e bodhisattva. Gohō, protettore

del Dharma, seguiva gli asceti nelle loro scalate e li guidava nei pellegrinaggi.

IL CULTO DEL FONDATORE LEGGENDARIO

I fondatori del culto sulle montagne sacre erano leader religiosi che raggiungevano questi posti guidati da

animali, e dōji, i servitori della divinità femminile della montagna. Quando questi asceti ottenevano poteri

sovrannaturali, diventavano a loro volta oggetti di culto. Ciò significa che sulle montagne erano venerate

tre tipologie di figure: la dea della montagna, i kumara (cacciatori divini subordinati alle dea) e i monaci

fondatori.

Il fondatore leggendario En no Ozunu era un mago di Katsuragi durante il periodo Asuka, esiliato sull’isola di

Izu a causa di una falsa accusa. Nel periodo Kamakura, quando lo Shugendō assunse la forma di un preciso

sistema religioso, En no Ozunu ne fu considerato il fondatore e ottenne dall’imperatore i nomi di En no

Gyōja o Jinben Daibosatsu. Secondo la sua biografia postuma, egli era l’incarnazione di Acala e la sua forma

originale da Buddha era Hokki Bosatsu. Concepito durante un sogno, aveva scalato il monte Katsuragi e il

monte Ōmine per praticare l’ascetismo e ricevere i segreti del dharma da Nagarjuna. Ritornato dall’esilio,

aveva “volato” fino alla Cina insieme a sua madre.

Il fondatore leggendario della setta Tōzan è Shōbō, fondatore del tempio Daigo e chiamato anche Rigen

Daishi. La sua identità buddhista era Nyoirin Kannon, colui che aveva vinto contro il drago che bloccava

l’accesso del monte Ōmine. Anche lui aveva ricevuto i segreti del dharma da Nagarjuna, proprio sotto la

guida di En no Gyōja. Aveva creato il rito di consacrazione (e’in kanjō) e il tempio Hōkaku.

LA VISIONE DELL’UMANITA’

Nella filosofia dello Shugendō gli esseri umani hanno la stessa natura sia di Dainichi Nyorai, divinità del

cosmo, che di altri Buddha che sono sue manifestazioni: quando l’uomo diventa cosciente di ciò, può

ambire alla buddhità.

La figura dello yamabushi impersona questa ideologia ed è conosciuta anche come musa sanshin no kakutai

(i tre corpi del Buddha nella sua essenza risvegliata), jishin soku ichinen hokkai (il corpo di ciascuno è il

dharma), shikishin soku buttai (l’identità del corpo materiale). Yamabushi significa shikaku, realizzare la

propria natura di Buddha attraverso pratiche religiose.

Anche il simbolismo dei due caratteri sino-giapponesi che compongono la parola yamabushi è importante.

Yama, montagna, unisce tre linee verticali ad una orizzontale: lo yamabushi esprime quindi la verità del

sanshin sokuichi (i tre corpi del Buddha sono uno solo) e il santai ichinen (le tre verità). Bushi, o fushi, è

formato a sua volta dai caratteri per saggezza, sacralità e per connessione. In poche parole, lo yamabushi è

colui che unisce il sacro e il profano.

Anche il suo abbigliamento e i suoi strumenti simboleggiano il taikon ryōbu no jikitai (il mondo del

diamante e quello dell’utero), lo jikkai hongu no naisho (la realizzazione interiore dei reami degli esseri

umani attraverso la propria natura) e Acala. Le sue vesti, l’oi, il katabako e il kai no o simboleggiano l’unità

dei due mondi, diamante e utero. La cotta che indossa richiama il reame degli esseri viventi. La staffa è una

pagoda. L’hora simboleggia il passaggio tra profano e sacro. Il rosario è la fine di ogni attaccamento. Tutti gli

altri oggetti sono ennesimi richiami al cosmo, alla buddhità e al culto.

Lo yamabushi che vive sulle montagne sacre è conosciuto come sennin (eremita), tongu (goblin dal naso

caratteristico) e oni (demone) da coloro che invece vivono nei villaggi.

IL RAGGIUNGIMENTO DELLA BUDDHITA’

La buddhità si ottiene attraverso il risveglio della verità e la pratica ascetica sulle montagne, quindi severi

allenamenti, cerimonie e rituali. Per far ciò bisogna attraversare i dieci reami della mente seguendo quanto

descritto nello Shugen sanjusan tsuki. I primi sei mondi sono detti rokudō (sei stati dell’esistenza) e gli altri

quattro shishō (quattro tipi di saggezza). Le pratiche relative ai primi sei sono chiamate ji, le altre ri:

compierle entrambe significa raggiungere lo stadio di jiri funi (non dualità tra relativo e assoluto). Compiere

in ordine queste pratiche, che vanno dall’espiazione dei peccati al digiuno, significa vivere un’esperienza

mistica tale da cambiare la propria percezione fisica e psicologica.

Lo yamabushi è chiamato a sottoporsi anche ad altre pratiche come il tokogatame (il concepimento della

natura di Buddha), l’aka (estrarre l’acqua per i riti di purificazione), il kogi (raccogliere legna per il goma) e il

shōkanjō (consacrazione).

Durante il periodo Kamakura, prima che i ritiri ascetici ottenessero una precisa organizzazione, lo

yamabushi raggiungeva le montagne alla fine dell’autunno e tornava a valle all’inizio della primavera. Era

chiamato misoka yamabushi, lo yamabushi che passa gli ultimi giorni dell’anno sulle montagne. Col tempo

nacquero vere e proprie gare tra due matsu hijiri che si sfidavano attraverso i poteri ottenuti.

I testi dello Shugendō segnalano tre stadi di ottenimento della buddhità. Il primo è il sokushin jōbutsu

(shikaku), nel quale l’asceta comprende di possedere la natura di un Buddha. Il secondo è il sokushin

sokubutsu, nel quale il sangō (le azioni, le parole e i pensieri dell’asceta) si identificano con il sanmitsu (i tre

segreti del Buddha). Il terzo e ultimo è chiamato sokushin sokushin, nel quale la non dualità trascende la

differenza tra umani e Buddha e l’asceta ottiene il jishō shōjōshin, lo stato di mente pura.

L’IDEA DI SALVEZZA

Lo shugenja utilizza i poteri ottenuti per compiere riti di salvezza.

Un esempio è il rito di fertilità. Tradizionalmente, lo shugenja abbandona le montagne l’8 aprile, lo stesso

giorno in cui i fedeli credono che la divinità della montagna scenda nei villaggi per proteggere il raccolto.

Come lei, quindi, anche lo yamabushi discende portando con sé fertilità.

Il rito di salvezza più importante nello Shugendō è quello per eliminare la sofferenza (o la malattia). Nella

credenza popolare, la persona che soffre ha in qualche modo disturbato l’ordine sociale o sovrannaturale,

scatenando l’ira e la punizione degli dei. Allo yamabushi spetta quindi esorcizzarla.

COSMO, DIVINITA’ ED ESSERI UMANI

Lo Shugendō intende le montagne come mandala e sposa la filosofia nipponica secondo la quale le

montagne sono porte per altri mondi, cosmi sacri.

Nel Buddhismo esoterico, Dainichi Nyorai è la divinizzazione di questi cosmi sacri, nonché divinità principale.

Ogni parte del suo corpo rappresenta lo stesso principio universale che compone gli altri Buddha, i

bodhisattva e gli esseri umani. Questi principi permeano quindi il mondo intero e sono, nell’essenza (tai), i

sei elementi (rokudai); nella loro forma (so) i quattro tipi di mandala (shishu mandara); nella funzione (yu),

le tre pratiche mistiche (sanmitsu), ovvero azioni, parole e pensieri.

Lo Shugendō considera i principi del cosmo (dharma) come la verità, di cui ne riconosce tre tipi (santai):

kutai (vuoto), ketai (provvisorietà), chutai (la via di mezzo). Queste tre verità sono presenti in ogni

dimostrazione di pensiero (santai ichinen).

Il cosmo è diviso in dieci reami. Lo shugenja entra nella montagna, considerata il cosmo, diventa cosciente

della propria natura di Buddha come microcosmo e raggiunge la buddhità svolgendo diverse pratiche.

ESPERIENZE MISTICHE

La formazione ascetica può essere divisa in tre tipologie di apprendimento: kai (moralità), jō (meditazione)

ed e (saggezza). Kai è l’esercizio che regola il corpo e la mente, la quale viene purificata attraverso il jō. Con

e si intende una serie di esercizi che portano all’acquisizione di saggezza e illuminazione.

Il tempo necessario a raggiungere il proprio scopo, seguendo questi stadi, è detto sandai asōigō, una

quantità di tempo che può arrivare fino all’infinito. Lo Shugendō però insegna che l’asceta può farcela

ripetendo tre volte il ritiro sulla montagna, in primavera, in estate e in autunno. Il ritiro estivo coincide con

l’offerta di fiori in memoria di En no Gyōja. Sul monte Anjō inoltre ci sono quattro cancelli (Hosshin, Shugyō,

Tōkaku e Myōkaku): attraversarli e raggiungere la vetta è un altro modo per ottenere la buddhità. Questi

esempi caratterizzano lo Shugendō e lo rendono diverso dalle altre dottrine, perché sono dimostrazioni

concrete di come si possa ottenere l’illuminazione in questo mondo.

POTERI SOVRANNATURALI

Così come lo shugenja, anche gli strumenti che egli utilizza nelle cerimonie possiedono poteri

sovrannaturali, in quanto gli permettono di convocare gli dei e manipolare la loro volontà.

Questi strumenti, tra cui spade e corde, richiamano quelli usati anche da Acala, divinità dello Shugendō. La

corda rappresenta anche il mondo del diamante e quello dell’utero.

LA COSMOLOGIA DELLO SHUGENDŌ: SHAMANESIMO E FILOSOFIA DELLO SHUGENDŌ

I primi studi sulla dottrina dello Sahugendō furono promossi da studiosi del calibro di Yanagita Kunio, che

aveva svolto diverse analisi anche sulle miko, le donne sciamane. I suoi scritti pongono l’enfasi sulle

possessioni sciamaniche e un altro studioso, Mircea Eliade, riconosceva le esperienze della possessione e

dell’estasi dell’estraniazione come punto focale anche del Buddhismo esoterico.

A modo suo, infatti anche lo Shugendō rientra nell’ottica dello sciamanesimo, in quanto svolge le sue

attività sulle montagne, considerate un altro mondo , e mira alla manipolazione della volontà degli s spiriti.

LE MONTAGNE, LUOGHI SACRI PER LO SCIAMANESIMO

L’entrata del mondo Ōmine (attualmente considerata una sorta di mecca per lo Shugendō), è rialzata

rispetto al resto del paesaggio e per due terzi è ricoperta da prato e fiori, per un terzo da rocce. E’

circondata da un profondo dirupo e soltanto una strada porta a sud, a Kumano. Il resto del territorio

richiama la desolazione e le grotte sono temute in quanto ritenute entrate per un altro mondo.

Le quarantotto cascate di Nahi si dice arrivino dal paradiso e anticamente ospitavano le pratiche degli

shugenja. Sono il simbolo della convivenza tra il nostro mondo e quello degli spiriti e si dice siano abitate

dai kami.

Le condizioni impervie dei dirupi e delle catene rocciose che circondano i luoghi sacri, hanno portato gli

stessi ad essere considerati come tartarughe o draghi, animali che supportano il cosmo.

Stando a quanto scritto nello Shozan engi (Storia delle Montagne), opera compilata nel periodo Heian, i

Buddha del mondo dell’utero proteggono le vette dell’area di Kumano, quelli del mondo del diamante sono

invece assegnati all’area di Yoshino. Col tempo, questa netta divisione si perse e si confuse, e sorse un

luogo sacro tre le due vette che funzionasse da mediatore. Inoltre, il mineiri (l’entrata) di Kumano fu

associata al mondo del grembo (junbu), viceversa quella di Yoshino al mondo del diamante.

Già dalla fine del periodo Heian fiorì un centro per le pratiche ascetiche nel villaggio di Zenki, sul monte

Ōmine. Qui erano raccolti diversi luoghi legati al paranormale, come il Kontai no Kutsu (la cava dei mondi

del diamante e dell’utero) e l’intera zona era ritenuta un cosmo a sé stante. Nel posto chiamato Ten no

Nijuhasshuku vi era una corda attaccata ad una ripida parete di roccia, che apparentemente conduceva in

paradiso, mentre nel Chi no Sanjuroku c’era una strada angusta lungo un precipizio che sembrava scendere

direttamente all’inferno. Il Mie no Iwaya consiste in tre cave, l’inferiore delle quali è considerata il mondo

di Amida, quello al centro il mondo dell’utero, quello superiore il mondo del diamante.

Il Monte Ōmine e il monte Sumeru sono considerate montagne d’oro, in quanto fondamentali nella

cosmologia buddhista e luogo scelto da Buddha per manifestarsi. Il fiume Tenkawa, che scorre sul monte

Miseru, bagna anche le rive di Yamato, Ise e Kumano, quindi la montagna è anche considerata fonte di

acqua.

IL MITO ORIGINARIO DEL COSMO

L’area di Yamato sul monte Katsuragi, dove pare che il fondatore dello Shugendō En no Ozunu svolgesse le

sue pratiche ascetiche, è uno siti sacri collegati al monte Ōmine. Secondo la leggenda, l’acqua è la fonte del

paradiso e della terra. All’inizio apparve un germoglio (Ame no Nuboko) e da esso nacque uno spirito santo

(kami). Esso aveva mille teste, duecento mani e piedi e fu chiamato Jihi Shin Ō. Dal suo ombelico fiorì un

fiore di loto, che ospitava Bonten Ō, un kami in forma umana che irradiava luce. Quest’ultimo diede alla

luce otto figli, tra cui il sole, la luna, le stelle e gli antenati della famiglia imperiale. Più tardi, le due divinità

Izanami e Izanagi, usarono l’Ame no Nuboko, un’asta con gioielli, per donare poteri sovrannaturali agli

elementi della natura. Finita questa operazione, conficcarono la lancia nel cuore di Yamato, rendendolo il

pilastro sacro del Paese.

Un’altra leggenda racconta che all’inizio dell’universo ci fosse solo una massa di caos senza senso,

marchiata dalla sacra lettera “a” di Dainichi Nyorai. Da essa nacquero la terra e il paradiso e le due forze

cosmiche dello yin e dello yang. Questa storia costituì le fondamenta della filosofia dello Shugendō.

LA COSMOLOGIA NELLE PRATICHE MISTICHE DELLO SHUGENDŌ

Le origini del paradiso, della terra e degli dei sono anche presenti nella meditazione e negli altari venerati,

un rito che raffigura la creazione del sito cerimoniale per la divinità principale.

L’Ōmine kai’e mangyō jizai shidai istruisce i fedeli sul come diventare Buddha. Una delle sue sezioni spiega

che gli asceti si sedettero in silenzio visualizzando di fronte a loro la terra: dall’acqua al centro di

quest’ultima apparve la sacra “a” di Dainichi Nyorai, che divenne il monte Sumeru. Dal monte sbocciò un

fiore di loto con la lettera “a”, che durante la luna piena si trasformò in un vajra e soltanto allora divenne

esso stesso una divinità.

Sull’altare per il rito del rituale dello Shugen saishō e’i sanmayaho rokudan, sono poste sei divinità (Dainichi

Nyorai, Nagarjuna, Aizen Myōō, Kongō Dovji, Kinshadaishō e Benzaiten). In questo caso, la lettera “a” da

alla luce sia al monte Ōmine che al monte Katsuragi, sul quale apparve un palazzo. Dentro questo palazzo

sbocciò una lettera sacra per ciascuna delle divinità venerate, che poi si trasformò a sua volta in oggetto di

venerazione.

In entrambi i casi, quindi, l’ordine di apparizione è simile: la lettera sacra di Dainichi, la montagna cosmica,

il palazzo, il seme sacro, il vajra e le divinità. Il seme di Dainichi da il via alla creazione partendo dal caos e le

montagne appaiono dall’acqua.

Ci sono anche altri rituali che mostrano l’idea che lo Shugendō ha della creazione. E’ il caso

dell’hashiramoto goma, il rituale dell’erezione del pilastro, il cui scopo è di permettere al praticante di

diventare un Buddha. L’interazione degli elementi materno e paterno permettono di far lue nel caos iniziale

e il fedele rinasce. Se davvero tutto è nato così e tutte le cose possiedono la natura di Dainichi Nyorai, con

questa nuova nascita lo stesso praticante ottiene la sua natura e diventa l’asse che collega il paradiso e la

terra.

ELEMENTI SCIAMANICI NELLA COSMOLOGIA SHUGENDō

Il cosmo, che inizialmente si trovava in uno stato di caos, riuscì a trovare il suo ordine grazie alla lettera

sacra di Dainichi Nyorai. Terra e paradiso furono separati, sbocciò un germoglio e divenne una divinità. Lo

stesso vajra era l’asse che collegava la terra e il paradiso e si trovava al centro del mondo. Secondo alcune

leggende l’oggetto cerimoniale avrebbe addirittura dato i natali a Fudō Myō-ō.

La cosmologia dello Shugendō, quindi, è divisa in terra e paradiso, collegati dalle montagne. L’oggetto di

venerazione è l’axis mundi, o il Buddha che rappresenta il cosmo. Attraverso il ritiro sulle montagne,

l’asceta entra in contatto con il cosmo e diventa egli stesso l’axis mundi. Simbolicamente questo significa

che gli esseri umani possono varcare le soglie dell’altro mondo e gli spiriti possono entrare nel nostro.

IL DIVIETO PER LE DONNE SUL MONTE SANJō

L’accesso al monte Sanjō, nel complesso di Ōmine, è vietato alle donne. Gli altri luoghi sacri hanno ormai

fatto a meno di tale proibizione, al punto che alcune cerimonie vengono spesso inaugurate dalle donne.

Storicamente, è risaputo che anche sul monte Kinbu, nella provincia di Yamato, vi era il divieto per le donne.

Ai piedi delle montagne che praticavano il divieto, erano stati costruiti posti appositamente per le donne:

erano detti Fushioagmi o Boshidō.

Soltanto con il governo Meiji si ottenne il decadimento ufficiale della proibizione, insieme al permesso, per i

monaci, di sposarsi, lasciar crescere i capelli e indossare vesti civili quando non impegnati negli impegni

clericali. Di fronte a questo mandato, molti a Yoshino (e in particolare sul monte Sanjō) si ribellarono finché,

nel 1878, il governo non chiarì che il precedente atto non aveva intenzione di modificare le costituzioni

delle singole sette, che avevano quindi una loro indipendenza. Da quel momento imporre il divieto alle

donne divenne quasi una legge per gli asceti del tempio Sanōzaō, tanto da costringere le strutture limitrofe

a garantire uno spazio margine di confine così che le donne fossero abbastanza lontano dal territorio a loro

proibito.

A parte rarissimi casi, pare non ci siano stati veri e propri tentativi da parte delle donne di rompere il divieto.

Nel 1932 le vette di Ōmine sono state designate come Parco Nazionale, per cui è stato riproposto di

permettere alle donne di accedere almeno alle aree “civili”. Anche in questo caso non sono state ricevute

concessioni: una presenza femminile potrebbe infastidire gli asceti durante le loro pratiche.

Col tempo sono stati tenuti diversi meeting per abbattere il divieto, e in tutta risposta i praticanti sul monte

Sanjō hanno inviato una petizione al Governo di Nara per richiedere l’allontanamento delle donne persino

dalle aree confinanti.

Nel secondo dopoguerra, fomentate dalle promesse di pari opportunità del governo e dalle forze occupanti

occidentali, molte donne cercarono di abbattere il divieto, ribellione che sfociò in diversi incidenti.

Finalmente i praticanti dell’Ōmine-san ottennero anche dagli americani il riconoscimento come zona

vietata alle donne.

Nel 1947, una donna tentò di raggiungere il monte, adducendo di aver ottenuto il permesso addirittura da

En no Gyōya. Pare che una volta giunta all’entrata del luogo sacro, le fosse apparsa una luce che l’avesse

convinta a tornare a valle.

Quando il numero di donne che veneravano gli dei i cui santuari erano nei distretti proibiti aumentò, nel

secondo dopoguerra, il tempio Ryusen, a Dorogawa, decise di permettere loro l’accesso almeno nelle

cerimonie ufficiali e mise a disposizione un edificio per le loro preghiere.

E’ anche vero che esistono templi in cui è la presenza maschile a non essere accettata. Chi si dedica alle

pratiche ascetiche, fa voto di rinuncia anche per i piaceri carnali e lo stesso En no Gyōja pare sia stato

costretto a cacciare sua madre dal sito sacro. Aprire le porte di questi luoghi potrebbe inoltre scoraggiare il

ritiro di coloro i quali sono tradizionalisti e vorrebbero praticare la loro fede secondo gli storici principi.

MOTIVI RELIGIOSI

La zona di Ōmine è storicamente chiusa alle donne fin dal periodo Heian ed è legata ad un episodio della

vita di En no Gyōja, costretto a lasciare sua madre per percorrere la sua strada.

Alcuni racconti tramandati oralmente e il Shozan engi (Storia delle Montagne), però, raccontano che la

madre dello storico fondatore abbia in realtà vissuto sul monte Hōtō in una casa di pietra ad un giorno di

viaggio dal monte sacro. Il figlio devoto, ogni giorno, dedicava tutti gli onori necessari per sua madre presso

l’altare principale, e pare avesse costruito un memoriale chiamato Sentō tōba kuyō per sua madre presso il

monte Dainichi, a sud di Jinzen.

Una volta esiliato da Izu a causa delle calunnie di Hitokotonushi no Mikoto, En no Gyōja tornò a Jinzen. Qui,

dopo aver affidato la guida dei suoi seguaci al demone Zenki, si rasò, nascose sua madre in un contenitore

per elemosine e raggiunse la Cina, ma fino alla partenza entrambi soggiornarono sul monte Ōmine. Qui si

conclude la sua leggenda. Col tempo la leggenda è stata arricchita di dettagli su vari ed eventuali tentativi

da parte della madre di raggiungere suo figlio durante il suo ritiro, spesso ostacolata dalle guardie ma mai

abbastanza per venire meno al forte legame che univa i due.

Probabilmente la figura di questa madre che dimora poco lontano da suo figlio è un simbolo della dea della

montagna che caratterizza anche luoghi come Ōmine, una divinità materna che assicura benessere ai suoi

fedeli. Secondo la leggenda, qualora la moglie di un asceta dovesse diventare gelosa di questa dea, egli

perderebbe la protezione divina.

LA DEA DELLA MONTAGNA E LE MADRI NEI VILLAGGI

Come già detto, la leggenda di En no Gyōja che ogni giorno andava da Jinzen al monte Hōtō per venerare

sua madre, può rappresentare la fede nella dea della montagna: per servire quest’ultima come un figlio

fedele, spesso doveva venire meno anche ai suoi obblighi verso la madre “profana”.

Nelle profondità delle montagne veniva praticato un rito chiamato seijin shiki, essenziale per diventare un

uomo adulto. Il ragazzo veniva allontanato dalla madre e lasciato solo sulla montagna, accudito nella sua

formazione soltanto dalla dea. Alla fine, ormai perso ogni legame con sua madre, il giovane poteva entrare

ad Ōmine e conoscere i segreti della dottrina. Il rito vero e proprio si concludeva quando costui, una volta

sceso a valle e aver presieduto ad un banchetto, incontrava una donna “estranea” (una prostituta). Una

variante vedeva invece il giovane affrontare un cammino da Yoshino a Kumano oppure calare le catene del

monte Hōkan.

Le donne che vivevano ai piedi delle montagne avevano paura di avventurarsi sulla cima delle stesse,

temendo di venire ingravidate dagli esseri maligni che potevano prendere possesso dei loro corpi. L’idea

popolare voleva che le donne che avessero subito l’influenza misteriosa delle montagna sviluppassero

condizioni fisiche e psicologiche instabili.

Alle donne non restava quindi che praticare il loro culto in santuari conosciuti come Fushiogami, ai piedi

delle montagne. Coloro che erano considerate sante o erano le madri di asceti famosi, avevano il permesso

di scalare almeno per metà la montagna, ma superare il limite le avrebbe trasformate in statue di pietra.

Gli asceti che tornavano a valle dopo ogni ritiro venivano accolti da alcune donne che aspettavano

fedelmente il loro ritorno sul limite delle aree sacre per unirsi a loro e ricevere parte della fertilità che gli

aveva donato la dea della montagna. Per questo motivo, sono molto comuni le leggende che riguardano gli

ipotetici frutti di queste unioni e nel tempio di Hahakodō, a Dorogawa, attualmente sono in vendita amuleti

per la fertilità. Un’altra credenza voleva che chiunque diventasse “moglie per una notte” di un’asceta,

ottenesse anche le benedizione degli spiriti positivi.

ANALISI STRUTTURALE DELLA RELIGIONE POPOLARE

GIAPPONESE

Per la maggior parte dei giapponesi la religione è fondamentale ed occupa molto del loro tempo. La

religione popolare è un credo indigeno che raccoglie vari elementi di altre fedi quali Shinto, Buddhismo,

Taoismo, Confucianesimo. Non ci sono pero testi classici, come il Kojiki, né strutture gerarchiche o forme di

organizzazione come il Jinja Honchō (Associazione dei Santuari Shinto).

Questa tipologia di fede non si serve di alcuna propaganda, ma sembra piuttosto il frutto di tradizioni

trasmesse all’interno delle comunità rurali attraverso i riti, che sostituiscono la dottrina.

Nelle altre religioni, il fedele porge la sua offerta e venera la divinità attraverso degli altari o dei pilastri che

richiamino la presenza del kami; in cambio ottiene protezione. Anche gli anziani sono oggetti di culto e i

fedeli partecipano a festival di carattere religioso, così come i passaggi fondamentali della loro vita

coincidono con riti e cerimonie. Nonostante i festival rientrino nella sfera dello Shinto e i riti mortuari in

quella del Buddhismo, anche la religione popolare si serve degli stessi mezzi per interagire con la vita dei

suoi fedeli.

RITI

Per rito si intende una serie di azioni religiose eseguite in base ad un sistema, generalmente segreto. E’ una

tradizione sociale ormai consolidata che rafforza l’integrità e la fede dell’individuo e della società. Definisce

inoltre una precisa visione religiosa del mondo.

I riti individuali, che riguardano il singolo, fanno parte di un sistema più vasto che abbraccia l’intera vita

della comunità e che costituisce l’aspetto fondamentale della religione popolare.

Ogni azione religiosa che compone il rito consiste in un attore (un singolo o un gruppo), un oggetto di

venerazione (che può essere l’attore stesso), una situazione (tempo e spazio) e l’orientamento dell’attore.

Gli elementi rituali sono una serie di azioni religiose incluse in una situazione definita e sono parte

fondamentale dell’intero rituale.

I riti religiosi seguono un complesso sistema simbolico ed ogni elemento utilizzato rappresenta qualcosa di

preciso. Un simbolo è qualcosa che esprime un significato segreto, nascosto. Questo vuol dire che un

rituale religioso, composto da una serie di simboli, forma a sua volta un sistema di significati.

Tutti gli elementi di un rituale sono organizzati seguendo un motivo, che ne determina il significato. Il tema

che sta alla base di ogni rito è la creazione di un’esperienza mistica per chi vi partecipa.

Ogni rito è quasi una rappresentazione teatrale che segue un tema principale. Ogni elemento rituale che si

struttura come un sistema di significati rappresenta un atto dell’opera.

Un esempio concreto può essere il Bon, il Festival dei defunti, che nei suoi riti include la visione dualistica di

un mondo degli umani ed uno dei defunti e il forte desiderio dei fedeli di incontrare i loro antenati.

Quest’ultimo è proprio il tema principale del rito e la “recita” si svolge dal primo al quindici luglio.

Il primo elemento rituale consiste nella purificazione dei sepolcri e delle case. Segue l’erezione di un altare

dedicato agli antenati e la pulizia della strada che essi dovranno percorrere per discendere dalle montagne.

La situazione religiosa, nonché secondo elemento rituale, è l’invito, seguito dal terzo elemento, l’esorcismo

degli spiriti negativi che potrebbero disturbare l’arrivo degli antenati. I monaci buddhisti recitano sutra e si

mettono in comunicazione con gli antenati (quarto elemento). Dopo quindici giorni, gli spiriti tornano nel

loro mondo (quinto elemento). Purificazione, invito, esorcismo, comunicazione e ritorno nell’altro mondo

sono quindi gli atti che compongono questo rito.

Anche la vita di ogni persona è scandita da dei riti che si svolgono lungo tutti i dodici mesi dell’anno. Questi,

possono essere divisi in tre principali categorie: culto degli antenati, riti per l’agricoltura e cerimonie di

esorcismo e purificazione.

I riti per gli antenati si svolgono per il Nuovo Anno e per il Bon e generalmente, dopo essersi purificati ed

aver esorcizzato gli spiriti, i fedeli invitano gli antenati nelle loro case per porgere offerte e reincontrarsi.

I rituali per l’agricoltura sono il Festival della Primavera e quello dell’Autunno. Oltre a questi, nei villaggi

rurali vengono praticati diversi riti per proteggere la crescita delle risaie.

Per quanto riguarda i riti di esorcismo e purificazione, i più famosi sono il Festival delle Bambole e quello

della Divinità del Vento. Spesso però queste cerimonie restano ancorate all’agricoltura, per cui questa terza

categoria potrebbe anche non essere considerata.

I riti per gli antenati si svolgono su asse orizzontale, da dicembre a gennaio e da giugno a luglio. Al contrario,

quelli per l’agricoltura seguono un ordine verticale (marzo, aprile, settembre, ottobre, dicembre). I primi

hanno lo scopo di saldare i rapporti sociali all’interno dei villaggi, i secondi invece di assicurare prosperità e

abbondanza al raccolto: entrambi, quindi, coprono gli aspetti fondamentali della vita nelle piccole comunità.

I riti di passaggio si svolgono durante le fasi più critiche della vita umana, come la nascita, la pubertà, il

matrimonio e la morte. In questo modo, anche nei momenti più difficili il fedele sente la protezione dei

kami.

In caso di morte, il defunto dovrà percorrere nell’altro mondo una serie di passaggi paralleli a quelli già

compiuti in vita, fino a diventare egli stesso una divinità. Quando nasce un bambino, i riti simboleggiano la

nascita della sua anima. Da quel momento, ci saranno speciali cerimonie per il suo terzo, quinto e settimo

compleanno, per poi arrivare direttamente alla pubertà. Soltanto coloro che si sposano e danno vita ad una

nuova generazione potranno poi essere venerati dopo la morte.

I riti che accompagnano il defunto all’altro mondo assicurano il mantenimento della separazione tra i due

mondi. Le conseguenze delle azioni dei vivi si riflettono sulla qualità della “vita” dei defunti e sullo sviluppo

della loro anima. Se la famiglia non venera i proprio defunti, essi potrebbero trasformarsi in morti inquieti e

portare sventura, oltre che rendere necessario l’intervento di un medium o addirittura un esorcista.

In un certo senso, la struttura delle cerimonie nel corso dell’anno segue il ritmo delle stagioni, così come la

struttura dei riti di passaggio è legata al ciclo della vita.

Inoltre, le cerimonie annuali e i riti di passaggio del Giappone rurale sono basate sulla cosmologia e sulla

percezione della vita umana come un microcosmo.

IL CONCETTO DI NATURA NELLA RELIGIONE POPOLARE

Le cerimonie e le leggende che compongono la religione popolare giapponese sono nate nei villaggi rurali,

in cui il lavoro dell’uomo era basato quasi esclusivamente sulla natura, rendendo quest’ultima strettamente

legata alla vita mistica.

“Natura” si riferisce generalmente ai fenomeni generati e sviluppati in maniera spontanea, al contrario

della cultura che è il prodotto dell’agente umano. In giapponese viene utilizzato il termine shinzen, che

significa anche “avvenimenti naturali” (onozukara), che si rifà al concetto di “forma originale di tutte le cose”

della filosofia cinese. Il termine onozukara indica uno stato autonomo come quello di terra e paradiso, nei

quali l’azione di un singolo non dipendono da un potere esterno. Da questi presupposti si è evoluto il

concetto di una vita in volontario accordo con il ritmo dell’universo, che ben si sposa con la morale

giapponese.

I corpi celesti (sole, luna e stelle), sostanze inerti (aria, terra, rocce, acqua e fuoco), piante e animali

possono essere considerati natura (shinzen). Sono suddivisi in reame celeste, in cui convivono gli elementi

inorganici, e reame terrestre, in cui vivono i restanti elementi naturali; tra i due mondi vi è l’aria.

Gli elementi naturali come piante e animali dipendono dalle condizioni climatiche, a loro volta influenzate

da sole, luna e stelle. Questa convivenza spontanea è appunto frutto della natura, così come lo sono le

catastrofi naturali.

Il corpo e la mente dell’uomo sono a loro volta considerati “natura interiore”, ed esistono separatamente

dagli altri fenomeni. L’uomo convive con la natura e ne viene influenzato e il prodotto di questa relazione è

la cultura.

Esisterebbero tre modi per approcciarsi al mondo e alla sua creazione. Nel primo, un dio ha creato sia la

natura che l’uomo, dando a quest’ultimo il potere di controllare la prima (è il caso di Cristianesimo e Islam).

Nel secondo, l’uomo controlla la natura e l’intervento di dio è necessario solo in alcuni casi (questa idea è

nata in seguito al Rinascimento). Nel terzo, l’uomo e gli dei sono inclusi nelle attività spontanee della natura

(è il caso del Giappone).

NATURA E SACRO

Nella religione popolare, sii ritiene che i kami risiedano negli elementi naturali, come alberi, rocce e animali,

e che si manifestino attraverso fenomeni quali vento o tempeste o possedendo gli esseri umani. Gli stessi

elementi della natura vengono utilizzati durante le cerimonie come idoli.

Il sole è il kami che protegge gli uomini dando loro sostentamento, per cui sia l’alba che il tramonto sono

venerati. Amateratsu, divinità associata al sole, è anche la dea ancestrale della famiglia imperiale. La luna

regna durante la notte ed è associata al mistero, venerata attraverso la pratiche dello tsuki machi (attesa

della luna), e temuta durante le eclissi. Ad essa è associato Tsukiyomi, fratello di Amateratsu. La Stella

Polare e la costellazione dell’Orsa Maggiore sono invece venerate come il Bodhisattva Myōken e i suoi

subordinati. Si ritiene che i pianeti Giove, Marte, Saturno, Venere e Mercurio influenzino la fortuna delle

persone, mentre le stelle cadenti e le comete portino sfortuna. Altri fenomeni naturali considerati sacri

sono i tornadi, le tempeste, i tifoni, gli arcobaleni, i miraggi e le visioni.

La terra è figurata come una donna di nome Chiboshin (divinità madre della terra). Fin dall’antichità le

popolazioni giapponesi hanno preferito insidiarsi a valle, dove era più facile coltivare il riso, per cui qualsiasi

altra tipologia di territorio ha assunto caratteristiche sacre. Anche le rocce possono essere oggetto di

venerazione, in quanto considerate residenza degli spiriti; importanti sono anche i cosiddetti ubuishi, piccoli

ciottoli che contengono le anime dei bambini appena nati. Alcune cerimonie prevedono anche l’uso di

materiali come oro, mercurio o meteoriti. L’acqua è considerata fondamentale per le abluzioni e i riti di

purificazione. Le cascate ed i fiumi, ritenute le dimore di divinità e draghi, sono anche le mete per le

pratiche religiose sulle montagne. Il fuoco serve per dare il benvenuto agli spiriti degli antenati ed indicare

loro la strada verso i villaggi.

Anche le piante possiedono una loro sacralità: è il caso della spiga di riso, grano, miglio, legumi e persino

paglia, utilizzata per l’attrezzatura dei rituali. I fiori e alcuni alberi sono invece utilizzati in rituali come il Bon

per accogliere gli spiriti. Gli alberi sacri hanno tronchi centenari con forme o cavità particolari e spesso

hanno uno shimenawa, una corda che segna i confini della dimora di un kami.

Per quanto riguarda le montagne, ne esistono due tipi: quelle piene di verde e di alberi, chiamate kannabi,

e quelle aride con sole rocce. Le prime hanno vette più basse e sono in prossimità dei villaggi, così che i

santuari si trovino alla base. Le seconde sono ripide e molo alte, come i vulcani, e sono riservate ai membri

dello Shugendō che vi praticano i loro ritiri.

Anche gli uccelli sono sacri; in particolare i corvi, in tempi antichi, erano ritenuti i messaggeri delle divinità.

Il serpente è invece una manifestazione del kami dell’acqua e della montagna, nonché legato ai draghi. I

cervi, i cinghiali selvatici e gli shishi (leoni leggendari) sono anch’essi manifestazioni della divinità della

montagna. La rana è associata alla luna ed è messaggera tra le due divinità dell’acqua e della terra. La

tartaruga e la gru simboleggiano longevità, i cavalli sono sacri perché indispensabili all’agricoltura, oltre che

montature degli dei.

I ragni rientrano tra gli insetti ritenuti sacri perché messaggeri di auspici più o meno positivi. I pesci che

percorrono le correnti a seconda delle stagioni, come i salmoni, sono sacri. La stessa cosa si può dire dei

pesci gatto, capaci di preannunciare i terremoti.

Generalmente sono ritenuti sacri tutti gli animali che vivono a ridosso dei tre spazi (montagna, villaggio e

mare).

ONOZUKARA (AVVENIMENTI NATURALI)

Il paradiso e la terra sono posti su asse verticale, per cui il sole, la luna e le stelle sono nella parte superiore,

mentre la terra e ciò che la compone stanno alla base. Gli uomini e gli animai vivono quindi al centro, sotto

l’influenza degli astri.

Sull’asse orizzontale si assiste ad una suddivisione dello spazio in tre parti: le montagne, il villaggio e il mare.

Secondo la leggenda, un giorno il kami della montagna si recò presso il mare, dove ebbe una relazione con

Otohime, figlia del kami del mare Ryuō. Quando la donna andò a cercare il consorte sulle montagne, si sentì

prossima al parto e ricevette l’aiuto di un cacciatore chiamato Nishiyama. Dopo il parto e dopo essere

diventata la dea della montagna, garantì la sua protezione al cacciatore. Da quel momento montagna e

mare furono collegati. Entrambi accolgono le anime e gli spiriti. Quando gli spiriti degli antenati tornano nel

loro mondo alla fine del Bon, sulle rive del fiume vengono lasciate offerte e idoli in legno in onore degli

spiriti che non riescono ad avere la salvezza. Sembra che gli spiriti negativi, dopo essere stati purificati

dall’acqua, possano ascendere dal piano orizzontale in cui risiedono al paradiso, dove rinascono per poi

ridiscendere sulle montagne e infine nei villaggi.

Il tempo è diviso a seconda dei movimenti del sole e delle stelle, le attività degli animali e così via. Il

passaggio tra giorno e notte è un momento di confine. Anche i nomi dei giorni della settimana richiamano

quelli dei pianeti.

Il calendario può essere solare o lunare (taiinreki). Quest’ultimo era usato in Giappone fino al 1872. La luna

piena nel quindicesimo giorno del mese, inoltre, non solo rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo lunare ma

anche dell’anno (il Festival per il nuovo anno è il quindici gennaio mentre il Bon è il quindici luglio). Nel

calendario solare, il percorso annuale dell’altro è diviso in ventiquattro parti uguali, degli intervalli chiamati

sekki, ciascuno con un proprio nome.

La divisione annuale più comune è quella basata sulle stagioni ma ve ne sono anche di basate sulle tipologie

di raccolto, economia oppure motivi religiosi.

NATURA INTERIORE

Il contrasto tra natura interiore dell’uomo e natura esterna corrisponde a quello tra natura intrinseca ed

estrinseca, microcosmo e macrocosmo.

Le due nature, interna ed esterna, hanno in comune l’esistenza di un’anima o spirito (seirei), base della vita.

Nel caso degli uomini questo spirito è detto reikon (seirei per i vivi, shirei per i defunti), per gli elementi

della natura è chiamato seirei e per le divinità shinrei. Alla base di ogni essere vivente c’è lo spirito detto ki

(il ch’i della tradizione cinese) e l’espressione “ki” la si trova anche nei termini che indicano lo stato dello

spirito per gli uomini , o del clima e dell’atmosfera per la natura. Alla creazione di tutte le cose partecipano

le due forse dello yan e dello yang e le cinque forze (gogyō: legno, fuoco, terra, metallo e acqua).

Nella filosofia del Buddhismo esoterico, tutte le cose sono state create con la stessa natura di Buddha, dai

sei elementi (rōkudai), e possiedono i tre segreti (sanmitsu).

Nella religione popolare, questo contrasto tra natura interiore ed esteriore è sottolineato dal paragone tra

la nascita e la morte dell’uomo, il sorgere e il tramontare della luna, la crescita delle piante.

Fino al 1872, l’agricoltura dei villaggi rurali si basava al calendario lunare: in poche parole, attraverso la

divinazione delle fasi lunari era possibile prevedere un giorno più o meno propizio. Secondo il Kojiki, la

tradizione agricola ebbe inizio quando Tsukiyomo uccise Ukemochi, dio della terra, e coltivò le cinque

spighe che rilasciò il suo corpo. Sempre in base alle fasi lunari, l’anno può essere diviso in due parti: i sei

mesi in cui i campi godono della protezione del kami della risaia, e i restanti in cui la divinità torna sulla

montagna. L’agricoltura, in pratica, consiste nel piantare un seme nella terra e aspettare che cresca grazie

all’acqua portata dalla luna e alla luce del sole. Questo processo richiama quello del concepimento di un

bambino, il suo sviluppo nel grembo materno, la nascita e la sua crescita, e le fasi lunari.

La luna e la natura della donna sono legate allo yin, come l’uomo e il sole lo sono allo yang. A causa di

questa similitudine, nei villaggi il ventitreesimo giorno del mese, quando la luna è a metà del suo ciclo, le

donne sposate si riuniscono per aspettare l’ascesa della luna e pregare per il concepimento.

Anche la morte e la rinascita fanno parte del ciclo naturale delle cose. Anticamente, le ossa dei defunti

venivano lavate e sotterrate con gli altri resti solo quando questi avevano passato sufficiente tempo a

contatto con gli elementi naturali. Tempo dopo fu introdotta la pratica della cremazione. Il luogo di

sepoltura era paragonato al grembo materno e suggeriva l’idea di rinascita dell’anima. Dopo trentatre anni,

a meno di aver ricevuto i dovuti onori dai discendenti, questi spiriti sono destinati a diventare a loro volta

delle divinità.

DISTRUZIONE DELL’AMBIENTE NATURALE

L’avvento dell’era moderna e delle nuove tecnologie hanno portato all’evoluzione, e spesso alla distruzione,

degli ambienti naturali. Ciò ha spinto sempre più i fedeli a insistere per un ritorno alla religione o

perlomeno per una convivenza più armoniosa con la natura e la sua spontaneità.

Nei villaggi rurali giapponesi, i kami risiedono proprio nella natura e sono la manifestazione dei Buddha.

Scandendo il tempo con festival e cerimonie, i contadini mantengono viva la tradizione agricola e godono

dei benefici della natura. Dopo la nascita, soltanto attraverso la benedizione della natura l’uomo può

ambire a mete come la pubertà, il matrimonio, la procreazione e la morte. Questo dimostra come nella

mentalità nipponica il microcosmo, cioè la natura di ogni individuo, sia strettamente collegata alla

spontaneità del macrocosmo: vivere senza seguire questi preconcetti significa offendere le divinità. A volte

sono gli spiriti stessi ad essere corrotti: è il caso dei morti inquieti.

Spesso l’egoismo dell’uomo porta all’inquinamento della natura e alla sua distruzione, o al desiderio

morboso di diventare un kami. In questo caso la natura si ribella attraverso le catastrofi.

LA RELIGIONE GIAPPONESE E I BENEFICI TERRESTRI

Il termine “benefici terrestri” (genze riyaku) si riferisce alle preghiere e alle invocazioni offerte da coloro

che fanno parte di una fede religiosa e ai benefici diretti che questi ultimi ottengono grazie al loro

comportamento nei confronti delle divinità. Generalmente si tratta di prosperità nei raccolti o nel cibo,

successo negli affari e nelle relazioni sociali, nascite e allontanamento della sventura.

Inizialmente genze riyaku era un termine buddhista che si riferiva alla “benedizione ottenuta in questo

mondo dai Buddha o dai bodhisattva, credendo nelle sacre scritture e cantando il nome dei Buddha”.

Spesso veniva usato insieme alla parola genzeyaku (benefici nel mondo attuale) e indicava l’ottenimento

della longevità, la protezione dalla sfortuna e la prosperità.

Questa concezione di benefici ottenibili sia in questa vita che in future rinascite si basa sull’idea buddhista

di riyaku, che significa “ottenere buona fortuna e benedizione seguendo gli insegnamenti di Buddha” e sulla

credenza che esiste un’altra vita.

IL RUOLO DEI GENZE RIYAKU

Lo scopo della religione nella vita dell’uomo è quello di offrirgli salvezza e conforto dalla frustrazione.

Ciascun fedele assume quotidianamente un certo atteggiamento cercando di seguire una direzione, ma non

sempre le cose vanno come dovrebbero ed egli inevitabilmente si affida al proprio credo.

Intendere “genze riyaku” come benefici raggiungibili in questa vita, nella realtà ultima, significa avere

l’opportunità di ottenere salvezza attraverso la fede in svariati ambiti.

La fede di ciascun individuo può essere divisa in tre categorie di atteggiamenti: richiesta (seigantai, il

tentativo di risolvere i problemi quotidiani), aspirazione (kikyutai, il tentativo di risolvere i problemi legati

alla religione) e illuminazione (taijutai, il raggiungimento dell’apice religioso).

Le azioni religiose invece si dividono in quattro tipi: etica, venerazione, terapia religiosa (legata all’idea di

aspirazione e di venerazione) e fede.

TIPI DI BENEFICI

I rituali Shinto votati alle esigenze quotidiane dei fedeli sono oltre cinquanta e sono suddivisi in: riti di

passaggio (inclusi quelli della vita e della morte); riti di carattere generale; allontanamento della sfortuna; i

festival del kō (confraternite religiosa); riti per l’edilizia e l’agricoltura; fenomeni naturali; cerimonie per i

kami; cerimonie di apertura e per augurare buona fortuna prima di un viaggio. Non mancano anche

cerimonie di esorcismo o per allontanare gli spiriti inquieti, ma sicuramente i rituali più importanti son

quelli legati all’agricoltura.

Anche il Buddhismo ha fatto sua la concezione dei benefici terreni: nel Sutra del Loto è spiegato che

pratiche come l’invocazione del nome di Buddha possono portare al loro ottenimento. La pratica del

nenbutsu, legata alla fede nella Terra Pura, è un altro esempio dell’importanza dei benefici che la fede può

portare.

Il concetto dei benefici secolari è una parte fondamentale del Buddhismo esoterico, basato

fondamentalmente sugli incantesimi e le preghiere e sulle cerimonie per allontanare la sfortuna e garantire

una crescita sana all’individuo.

Stando al Misuhō sōjō di Kukai, esistono due tipologie di cerimonie, senryakushu e himitsushu. La prima

categoria si riferisce al passaggio dei sutra, che simbolicamente equivale alla spiegazione delle cause dei

malesseri. Himitsushu, invece, si riferisce all’uso di incantesimi per curare direttamente le malattie, dopo

aver ricercato la loro causa.

Lo Shugendō offre una serie di kirigami, testi di pratiche segrete, tramandati dagli shugenja. In essi sono

raccolte le varie cerimonie che vengono incontro alle esigenze dei fedeli, realizzate attraverso

l’allontanamento degli spiriti negativi. Attraverso la divinazione, lo shugenja apprende la causa dei

malesseri e se necessario pratica i dovuti esorcismi.

Nell’età moderna, al bisogno di conforto dei fedeli hanno sopperito le cosiddette nuove religioni, che

offrivano sollievo in epoche di disastri, nostalgia e confusione. Al contrario dello Shugendō, queste dottrine

spiegavano che la causa della cattiva sorte fosse la mancanza di venerazione degli antenati. Veniva quindi

praticato un rito di divinazione sulla base del cognome del fedele e si consigliava il cambio di atteggiamento

necessario.

BENEFICI E RELIGIONE

I giapponesi hanno assorbito le varie religioni, mescolandole tranquillamente nella loro vita quotidiana.

E’ pratica comune cercare di risolvere i propri problemi grazie a dei poteri sovrannaturali. Generalmente si

rivolgono le proprie preghiere alle divinità dello Shinto o del Buddhismo (shinbutsu) in occasioni particolari,

ad esempio per il novo anno. In alcuni santuari sono persino in vendita degli amuleti (fuda) per la

prosperità e la salvezza. Utilizzando questi, il fedele cerca la serenità nella sua vita quotidiana.

Per attenuare l’ansia per il futuro, i fedeli richiedono spesso rituali per la divinazione, che permettono non

solo di predire i giorni più o meno fortunati ma anche l’andamento della propria vita sentimentale o

lavorativa. A volte viene richiesto ad un medium di incanalare lo spirito così da interrogarlo riguardo il

futuro.

Esistono, nel Buddhismo esoterico, dei rituali speciali: è il caso del goma, che consiste nell’accendere un

fuoco sacro su un altare. La cerimonia si divide in quattro stadi: katendan (rituale per Agni, divinità del

fuoco), yoshukudan (cerimonia per le divinità delle stelle), honzondan (rito per l’oggetto di venerazione

principale) e setendan (rito per deva, divinità guardiana). Il cerimoniere invoca Agni e poi chiede alle stelle

la causa della sventura del fedele, finendo col chiedere a deva di proteggerlo. L’intero rituale corrisponde

all’idea di terapia religiosa.

In tempi recenti le nuove religioni, come la setta Risshō Kōsei Kai, hanno adottato la tecnica dell’hōza, i

circoli di discussioni, formati da un maestro e i suoi seguaci. Disposti in cerchio, i fedeli parlano dei loro

problemi e ascoltano i consigli del maestro.

La religione giapponese si basa su due tipologie di divinità: da una parte gli esseri sovrannaturali che

portano cibo e serenità (è il caso degli antenati), e dall’altra gli spiriti fondatori dell’esistenza e della realtà.

Esiste un numero illimitato di divinità, siano esse kami o Buddha, e la loro relazioni con gli esseri umani è

ambigua: essi possono entrare facilmente nel mondo degli uomini, ai quali è a loro volta concesso diventare

dei. Le divinità ricompensano il fedele con dei benefici (la cui natura dipende dal tipo di kami), ma al tempo

stesso possono diventare vendicative quando non ricevono i giusti onori.

RINNOVAMENTO DELLA RELIGIONE TRADIZIONALE

Dal periodo Tokugawa in poi sono nati tanti nuovi gruppi religiosi, che hanno raccolto numerosi proseliti in

quanto fonte di salvezza e conforto in un’epoca di alienazione, industrializzazione e bisogno di

affermazione sociale. La maggior parte di queste sette si presentava inizialmente come dottrine di natura

sciamanica o messianica che si opponevano all’industrializzazione, ma col tempo anch’esse furono

costrette ad assumere forme di organizzazione più precise.

Tra le sette orientate all’umanesimo moderno ci sono Risshō Kōsei Ka, Sōka Gakkai e Omotokyō. Tra quelle

che si oppongono all’industrializzazione, vanno citate Genri Undō e Iesu-no-Haobune (di orientamento

Cristiano). Alcune di esse sono collegate alle dottrine classiche: è il caso della setta Kōdō Kyōdan, legata alla

setta Tendai.

Attualmente queste dottrine si considerano separate dalla “religione tradizionale”, termine con il quale ci si

riferisce al credo formatosi tra il periodo Muromachi e quello Azuchi-Momoyama, supportato nelle realtà

rurali. Alla base di questa religione tradizionale c’è il culto degli antenati.

Dopo la Restaurazione Meiji, fu imposto lo Shinto di Stato, basato sul sistema imperiale e rappresentato dal

Santuario di Ise. Nonostante l’opera di proselitismo nelle scuole e tra le varie classi sociali, la religione

popolare non fu mai dimenticata. Questa dottrina imposta dallo Stato decadde nel secondo dopoguerra,

lasciando definitivamente il posto alle nuove religioni, che si occuparono di appropriarsi delle

caratteristiche della tradizione.

PROFILO DEL GEDATSUKAI

Il Gedatsukai fu avviato nel 1929 quando il suo fondatore Okano Eizō (Seiken), nel delirio della febbre, visse

un’esperienza mistica. Si tratta di una religione orientata alla tradizione, influenzata dallo Shinto, dallo

Shugendō e dal Buddhismo esoterico, da cui riprende il tema del pellegrinaggio.

Secondogenito di una famiglia particolarmente stimata, Okano svolse il suo apprendistato presso un

fornitore di sake di Tokyo, ma poco dopo tornò nel suo paese natale per avviare una propria attività. Il suo

business purtroppo fallì, così fuggì in Corea. Tornato nuovamente a casa, riprovò a lavorare in proprio, ma

fallì nuovamente e ritornò a Tokyo, dove trovò un’occupazione presso il porto. Fondò una propria

compagnia di spedizioni, e questa volta ottenne successo; trascorse il resto della sua vita facendo opere di

bene. Sfortunatamente nel 1925 si ammalò di polmonite; sua madre cercò di curarlo con del tè all’ortensia,

e in quel momento Okano visse un’esperienza mistica, che gli portò un enorme potere. Ripresosi dalla

malattia, si dedicò a pratiche religiose come i pellegrinaggi. Qualche anno dopo ottenne una rivelazione

all’interno di un piccolo santuario – Aama no Tajikarao no Mikoto gli ordinò di creare una dottrina - per cui

l’anno successivo, nel 1930 circa, fondò ufficialmente il Gedatsukai, a casa sua, che ne divenne la sede


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea triennale in Lingue, culture e società dell’Asia e dell’Africa mediterranea
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Strangeilary di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e delle religioni del Giappone 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Bulian Giovanni.

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