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Origini e sviluppo del buddhismo esoterico in India

Lo Shingon

Lo Shingon è il Buddhismo esoterico portato in Giappone dalla Cina dal monaco Kukai intorno al nono secolo. Lo Shingon è anche conosciuto come mikkyō (o Mikkyō), ovvero "parola segreta" o "Buddhismo segreto"; lo stesso termine si riferisce anche in generale agli insegnamenti esoterici, tra cui quelli del Buddhismo Tendai.

Il Buddhismo Mikkyō si sviluppa in India come sintesi di diverse dottrine, filosofie, religioni, divinità e tecniche di meditazione, le quali si sposarono infine con gli insegnamenti della filosofia Mahayana. Lo Shingon distingue gli insegnamenti esoterici in "puri" ("shogun”) e in "vari" ("zōbu"). Gli insegnamenti puri sono quelli basati sul Dainichi-kyō e il Kongocho-gyō, i sutra principali dello Shingon: questi, probabilmente risalenti alla seconda metà del settimo secolo e provenienti dall'India, contengono una prima presentazione della pratica e della dottrina Mikkyō come parte dello Shingon. Gli insegnamenti vari comprendono i testi del Buddhismo esoterico e le pratiche antecedenti ai due sutra. Il nome Shingon è la traslitterazione in giapponese del cinese "Chen-yen", "la vera parola", per sottolineare l'importanza degli "incantesimi".

Origini indiane

Il Buddhismo esoterico dà molta importanza ai rituali, in particolare quelli che includono incantesimi, la maggior parte dei quali deriva da altre religioni. Non a caso parte delle origini del Buddhismo esoterico possono essere rintracciate fin dai tempi dell'India pre-Aryana, quando la gente venerava numerose divinità praticando lo yoga e vari incanti, considerati il fulcro dei loro rituali.

La religione degli Aryani, che invasero l'India tra il 1500-1200 a.C., è conosciuta come Brahmanesimo (baramon-kyō) e i suoi riti erano costituiti da offerte e suppliche alle divinità. Un esempio pratico sono il rituale del fuoco, che ora fa parte anche della tradizione esoterica, e alcune divinità citate nei testi del Brahmanesimo che ora sono parte anche del pantheon del Buddhismo esoterico. Lo stesso Buddha universale dello Shingon, Dainichi Nyorai ("Grande Sole") potrebbe trarre origine da Asura, dio della luce.

Nel primo millennio a.C. fu scritto il Atharva Veda, che testimonia un’importanza crescente degli incantesimi, usati ormai per guarire, prolungare la vita, indebolire i nemici e così via. In lingua sanscrita, questi incantesimi sono conosciuti come mantra (la cui traduzione in cinese diede origine al nome Shingon), e vengono classificati a seconda del loro utilizzo.

Lo sviluppo del Mahayana e del buddhismo esoterico

Tra il quinto e il sesto secolo a.C. le nuove religioni, tra cui anche il Buddhismo, cominciarono a rubare la scena al Brahmanesimo. La nuova classe di ricchi mercanti non sentiva infatti il bisogno di rituali e preghiere associate a bisogni legati alla vita agricola o nomade.

Con l’ascesa degli insegnamenti di Shakyamuni Buddha alcuni incantesimi rimasero comunque in auge e presero il nome di paritta (in lingua Pali). Intanto, il Buddhismo raggiunse anche i villaggi rurali, inglobando le religioni e le tradizioni magiche già esistenti e spesso anche di origini straniere grazie ai contatti con l’Asia Centrale e le civiltà del Mediterraneo. Sarà in questi anni di continui cambiamenti che il Buddhismo Mahayana vedrà la luce e la dottrina raggiungerà la Cina.

Con lo sviluppo della figura del bodhisattva, colui che ricerca l’Illuminazione non solo per se stesso ma anche per gli altri, ebbe inizio il Buddhismo Mahayana (daijō), o “Grande Carro”, il quale si rifaceva a elementi già esistenti della dottrina ma appartenenti a più forme della stessa. Il Mahayana raccoglieva i rituali e gli aspetti che avrebbero poi contribuito alla formazione del Buddhismo esoterico.

Nacque la concezione di Buddha come un oggetto da venerare dall’aspetto antropomorfo, anche se troppo sacro per essere ritratto se non indirettamente sotto forma di reliquiario (stupa). Tra i primi sutra Mahayana ce n’è uno che descrive le pratiche che possono portare alla manifestazione del Buddha Amida, le quali includono la visualizzazione di Buddha (inteso come soggetto antropomorfo) dentro se stessi.

Intorno al II secolo d.C. durante i rituali le rappresentazioni di Buddha erano accompagnate da fiori, luci, omaggi e incenso. Inoltre, il fedele cercava di raggiungere l’illuminazione recitando un mantra chiamato dharani tenendo le mano nella posizione detta gasshō (ovvero i palmi delle mani contro il petto). Più tardi, rituali di questo tipo sarebbero diventati frequenti nella tradizione del Buddhismo esoterico.

La scuola Mahayana portò alla nascita di molti scritti, tra cui i sutra della Saggezza (tra il I e il III sec. d.C.). In Occidente i sutra più conosciuti sono quello del Cuore e quello del Diamante oltre che quello del Loto. Questi sutra insegnano diverse forme “segrete” di mantra, utilizzati sia per unire il corpo e la mente e raggiungere la meditazione che per scopi non religiosi (come ad esempio scacciare la sfortuna).

Nagarjuna (in giapponese Ryumyō) fondò la scuola Madhyamika, la cui dottrina era una via di mezzo tra i due estremi della fede nella realtà e quella nell’irrealtà delle cose. Nagarjuna è anche il primo uomo nella linea di discendenza del bodhisattva Kongōsatta, il quale a sua volta aveva appreso l’esoterismo direttamente da Dainichi Nyorai. Secondo la leggenda, era stato proprio Nagarjuna a scovare il bodhisattva nella torre di ferro in cui si era nascosto per secoli e da lui aveva ricevuto i due sutra più importanti del Buddhismo Shingon, il Dainichi-kyō e il Kongōchō-gyō.

A Nagarjuna sono inoltre attribuiti il Daichido-ron e il commento sul Sutra della Grande Saggezza, il quale raccoglie la concezione Mahayana sulla saggezza, classificata in diverse tipologie chiamate jumon. È proprio nei sutra della Saggezza che viene presentata la concezione secondo la quale tutte le cose sono prive di realtà, quindi vuote. In quest’ottica, la verità ultima può essere descritta proprio come il vuoto (ku), e la saggezza si acquisisce negando tutte le altre idee di realtà. La scuola fondata da Nagarjuna considerava la vacuità come un’esperienza mistica trascendente dal linguaggio comune e dal dualismo tra verità terrena e non terrena.

La seconda più grande corrente filosofica Mahayana, dopo la scuola Madhyamika, è la scuola Yoga, basata su pratiche di meditazione votate alla trasformazione della normale coscienza in saggezza. Non a caso la scuola è conosciuta anche come “della sola Conoscenza” (yuishiki) perché nega la realtà oggettiva di tutti i fenomeni, definendoli invece come nient’altro che la trasformazione della percezione di chi li guarda e della sua coscienza.

Se lo sviluppo delle scuole Mahayana portò alla nascita di strutture accademiche di carattere filosofico, il Buddhismo esoterico sembrava più vicino agli interessi della gente comune. A livello popolare, infatti, i testi e i rituali servivano per cause “comuni” come fermare la pioggia. Soltanto dopo l’unione tra la corrente filosofica e quella magica del Buddhismo nel settimo secolo, l’esoterismo fiorì completamente.

Nel 320 d.C. la dinastia Gupta in India riportò in auge il Brahmanesimo e il sanscrito, che finirono per influenzare ed entrare nel linguaggio comune anche del Buddhismo (ne è un esempio il rituale del fuoco, descritto anche nel sutra del Loto). Tempo dopo le divinità induiste divennero una sorta di protettrici del Buddhismo e, nei sutra esoterici, erano addirittura descritte come manifestazioni di Buddha.

Il periodo medio

Il declino della dinastia Gupta cominciò nel quinto secolo, anche a causa dell’interruzione degli scambi commerciali con l’Impero Romano e dell’invasione degli Unni nel nord dell’India. Insieme a Brahmanesimo, Induismo e varie pratiche magiche, anche il Buddhismo esoterico continuò a evolversi, raggiungendo una nuova fase di svolta intorno al settimo secolo, durante il quale si ebbe il passaggio tra il primo e il medio Mikkyō.

I testi dell’Induismo e del Buddhismo esoterico scritti in questo periodo presero il nome di tantra e analizzavano le pratiche rituali, a differenza dei sutra che spiegavano i principi religiosi. I tantra erano divisi in quattro tipologie:

  • La prima (kriya tantra) raccoglie i primi testi risalenti al primo Mikkyō, che corrispondono alla categoria miscellanea dello Shingon.
  • La seconda (carya tantra) combina i vari rituali con la filosofia Mahayana, in riferimento ai testi del Dainichi-kyō.
  • Il terzo tipo di testi (yoga tantra), basato sulla pratica yoga, è analogo al precedente ma in riferimento al Kongōchō-gyō, e questi due testi sono il prodotto del medio Mikkyō.
  • Il quarto tipo raccoglie invece i testi del tardo Buddhismo esoterico indiano.

Stando ai testi prodotti tra il sesto e il settimo secolo, i rituali e le rappresentazioni ideografiche delle divinità erano ormai standardizzati, così come era abituale attribuire un determinato simbolismo a versi in sanscrito e oggetti. Se nel primo Mikkyō l’obiettivo del Buddhismo esoterico era quello di scacciare la sfortuna, in questo nuovo periodo i riti erano mirati al raggiungimento della buddhità.

Durante il settimo secolo il nucleo della dottrina Mahayana fu Nalanda, un tempio indiano che nel giro di pochi anni sarebbe diventato un complesso religioso che accoglieva migliaia di adepti. Tra essi spiccarono Dharmagupta (Darumakikuta) e Prajna (Hannya), colui che avrebbe tramandato i suoi insegnamenti a Kukai.

Questo fu anche il periodo in cui, molto probabilmente, furono scritti: il Dainichi-kyō e il Kongōchō-gyō. Entrambi si riferiscono a Dainichi Nyorai come al Buddha universale e lo descrivono in collegamento con diverse manifestazioni di Buddha stesso, ciascuno indipendente dagli altri. Inoltre, spiegano i rituali che comprendono il corpo (mudra), la parola (mantra) e la mente (visualizzazione), elementi considerabili inseparabili nel percorso per raggiungere l’illuminazione.

Figura di spicco di questa era fu Nagabodhi (Ryuchi), quarto patriarca dello Shingon di cui, però, si sa poco e nulla, e che le leggende vorrebbero discepolo di Nagarjuna. Nell’ottavo secolo Nagabodhi tramandò il suo sapere a Vajrabodhi, il quale introdusse il Kongōchō-gyō in Cina.

Il declino in India

Nell’ottavo sec. l’arrivo delle bellicose popolazioni musulmane comportò il declino di tutte le religioni non islamiche e, in particolare, la distruzione di molti centri buddhisti. In questo stesso periodo si sviluppò una nuova branca di letteratura esoterica, conosciuta come mujōyuga. Questi nuovi insegnamenti promuovevano l’unione con la propria consorte, identificata come divinità.

Si formarono quindi due tipologie di pratiche diverse:

  • La prima comprendeva i tantra del “padre” (in giapponese fu, in sanscrito yoga) e considerava il Buddha presente in ogni fenomeno.
  • La seconda raccoglieva i tantra della “madre” (giapponese mo, sanscrito yogini), ovvero gli insegnamenti della conoscenza, e promuoveva l’unione attraverso lo yoga con il Buddha universale.

Tempo dopo, le due linee di pensiero si sarebbero unite. Il tantra principale dello yoga non fu mai diffuso in Giappone, mentre quello dello yogini avrebbe portato alla creazione di mandala nei quali la figura principale poteva essere di sesso maschile o femminile purché circondata da altre presenze dai connotati femminei.

In Tibet, Padmasambhava dichiarò di aver sottomesso al proprio volere le divinità locali e, dopo breve, cominciò il processo di traduzione dei sutra esoterici. Nel nono secolo il Buddhismo esoterico fu soppresso e i chierici emigrarono ad est, da cui alcuni partirono per studiare in India. Il risultato di queste nuove conoscenze prese il nome di Vajrayana.

Il Kalacakra Tantra, ultima produzione del Buddhismo esoterico indiano, unisce le due ideologie, padre e madre, e introduce il concetto di un unico Buddha che ha dato poi origine agli altri. Distrutto dall’invasione musulmana, il Buddhismo indiano emigrò in Tibet e Nepal.

Introduzione in Cina

Il Buddhismo raggiunge la Cina attraverso le vie della seta e i commerci via mare. In particolare l’esoterismo ottenne subito molto successo, forse grazie ai suoi elementi mistici. Non a caso i primi sutra tradotti in Cina trattavano di rituali e incantesimi e molti monaci raggiunsero la fama grazie ai loro presunti poteri magici.

Nel sesto sec. il numero di testi tradotti in cinese aumentò esponenzialmente, soprattutto sotto la dinastia Tang. Ben presto l’interesse si spostò anche su testi riguardanti non solo pratiche magiche ma anche elementi religiosi quali la compassione dei bodhisattva e il raggiungimento dell’illuminazione.

L'era dei grandi patriarchi T’ang

Sotto la dinastia Tang, Buddhismo e Taoismo raggiunsero nuove vette di splendore. Gli insegnamenti esoterici furono introdotti da Shubhakarashima attraverso il Dainichi-kyō, da Vajrabodhi con il Kongōchō-gyō e da Amoghavajra.

Shubhakarashima, arrivato in Cina nel 716, aveva rinunciato al trono per prendere i voti e studiare presso il Nalanda. Fu l’autore non solo di molte traduzioni di sutra, ma anche dell’edizione in cinese del Dainichi-kyō. Benvoluto anche a corte, gli fu però negato di tornare a casa e morì in Cina. Non è incluso nella discendenza degli otto patriarchi di Dainichi Nyorai, ma fa parte della lista degli otto che tramandarono gli insegnamenti del Mikkyō.

Insieme a lui figura I’hsing (giapp. Ichigyō), che aveva studiato la dottrina Tendai (basata sul Sutra del Loto) e, dopo essere stato discepolo di Shubhkarashima, aveva incontrato Vajrabodhi che lo aveva introdotto alle pratiche segrete. Riconosciuto come una delle figure più importanti dello Zen, Ritso, Tendai e Shingon, I’shing fu anche una mente eclettica che si distinse in numerose discipline, e diede un prezioso contributo anche al Taoismo. Tra le sue opere, spicca il Dainichi-kyō Sho, un commento al famoso sutra.

Vajrabodhi (giapp. Kongōchi) nacque in India e prese i voti presso il Nalanda, dove fu allievo di Nagabodhi. Secondo la leggenda, il suo viaggio in Cina fu ispirato dal bodhisattva Kannon. Si occupò di numerosi testi, tra cui la traduzione del Kongōchō-gyō. È riconosciuto come il quinto patriarca Shingon.

Amoghavajra (giapp. Fuku) arrivò in Cina nel 714 e fu discepolo di Vajrabodhi, presso cui studiò il Kongōchō-gyō. L’anno dopo la morte del suo maestro partì per poi tornare nella capitale con dei nuovi testi in sanscrito. Nel 755 scoppiò la rivolta del generale An Lu-shan e il nuovo imperatore chiese ad Amoghavajra di sottomettere i ribelli utilizzando la sua magia. In cambio gli furono riconosciuti diversi onore e la costruzione di un nuovo tempio buddhista su un monte sacro. È riconosciuto come uno dei quattro più grandi traduttori di testi buddhisti in cinese ed è il sesto patriarca Shingon.

Uno dei suoi discepoli, nonché settimo patriarca, fu Hui-kuo (giapp. Keika), che fu ammesso come chierico di corte incaricato, tempo dopo, di proteggere la dinastia reale con i suoi poteri. Nell’805, in punto di morte, incontrò il giovane Kukai, a cui tramandò tutta la sua conoscenza nei pochi mesi di vista rimastigli. Alla sua morte toccò proprio a Kukai l’onore di officiare il suo funerale. Pare sia stato proprio Hui-kuo ad aver coniugato tutti gli elementi del Buddhismo esoterico cinese in una dottrina unica e coerente, ma non ha lasciato traduzioni né altri testi scritti.

Altro monaco indiano sbarcato in Cina fu Prajna, che conobbe e fu maestro di Kukai. Dopo la morte di Hui-kuo il Buddhismo esoterico perse parte della sua influenza presso la corte. Al tempo stesso, la corruzione dilagava incontrastata negli ambienti religiosi. Nell’841 l’imperatore ordinò la confisca dei territori appartenenti alle istituzioni buddhiste e proibì l’uso della magia. Tra il 955 e il 959 il Buddhismo fu vittima di una seconda persecuzione ma ebbe presto il suo riscatto: nel 982 l’imperatore ordinò la costruzione nella capitale di un centro per la traduzione dei sutra. Nel II sec., ormai, la tradizione magica aveva perso d’interesse ed era stata inglobata nel folklore locale.

Storia del buddhismo esoterico in Giappone

Il Buddhismo fu introdotto ufficialmente in Giappone dalla Corea a metà del sesto secolo, e inizialmente fu adattato alla cultura nipponica così da porsi parallelamente al credo shintoista. All’epoca il Giappone era in un periodo di forti cambiamenti, tra cui l’introduzione di un sistema burocratico ispirato al modello cinese. Soltanto nell’ottavo secolo il Buddhismo sarebbe stato riconosciuto come religione ufficiale.

Molti sutra e testi del Buddhismo esoterico risalgono al periodo Nara (710-784), ma sembra che molti rituali si fossero già diffusi precedentemente. Le statue ispirate alle divinità, come il Kannon con mille braccia, derivano dalla tradizione cinese e, attualmente, ne sopravvivono circa 150. Furono inoltre costruiti molti templi, pagode e copie di sutra, e i monaci si stabilirono in enormi centri dove praticavano, tra le varie cose, rituali magici che spesso erano chiamati poi a ripetere a corte per garantire vantaggi e protezione all’intero paese.

Tra i monaci giapponesi che si avventurarono in Cina per recuperare nuovi sutra, spicca Gembō, che portò in patria circa cinquemila tra sutra e testi religiosi. Nel 737, dodici anni dopo essere stato introdotto in Cina, anche in Giappone giunse una copia del Dainichi-kyō, insieme ad altre opere dei grandi patriarchi.

Nel periodo Nara la scena buddhista fu dominata da sei grandi scuole e la pratica della recitazione dei dharani si diffuse anche grazie a storie di miracoli legate alle varie divinità. Un piccolo gruppo di praticanti dell’esoterismo fondarono la scuola della Conoscenza.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/22 Lingue e letterature del giappone e della corea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Strangeilary di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e delle religioni del Giappone 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Bulian Giovanni.
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