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3. Il Potere del Dharma (hokkai riki). La natura universale dell’essere, simboleggiata dai sei elementi,

che rende uguali l’essere stesso e il Buddha.

Quando i Tre Poteri si uniscono nello stesso individuo, la buddhità innata si rivela e la persona diventa

l’incarnazione di saggezza e compassione. E’ un processo complicato che include l’essere, la divinità e

l’universo.

Il Mikkyō descrive questo scambio di poteri tra Buddha e il praticamente come la trasformazione

dell’energia universale, al di là di ogni causa ed effetto, che si svolge su più dimensioni

contemporaneamente. La conoscenza del proprio essere è il risultato dell’incontro tra le attività del

microcosmo e quelle del macrocosmo, e si raggiunge attraverso l’uso esatto di corpo, parola e mente, con

la fede. Quest’ultima è intesa come la volontà di liberarsi dai dubbi, di aprire la propria mente e andare

oltre ogni logica. Soltanto liberandosi da questo attaccamento e da questa visione limitata del proprio

essere, il praticante rivela la propria innata buddhità.

IL SEGRETO DEL CORPO: IL MUDRA

Il segreto del corpo è rappresentato da particolari gesti detti mudra, che rendono il corpo un simbolo

vivente del macrocosmo. La parola sanscrita mudra (in giapponese ingei) ha una marea di significati, ma nel

caso dell’esoterismo si riferisce a specifici movimenti di mani e dita, coordinati con i mantra.

L’utilizzo di questi particolari gesti è noto fin dal primo secolo: appaiono infatti in alcuni dipinti in cui

Buddha, con le proprie mani, rassicura il fedele. Il Muri Mandara Shu-kyō, sutra esoterico risalente al sesto

secolo, istruisce il praticante su come imitare Buddha, emulandone i gesti. Ciascuno di questi rappresenta al

tempo stesso la natura e le funzioni del Buddha stesso. Questo sutra contiene la prima raccolta di mudra

esoterici, circa sedici in totale. Il Darani Jikkyō, scritto un secolo dopo, ne elenca invece circa trecento.

Il Kongōchō-gyō (la traduzione curata da Amoghavajra) utilizza la parola mudra nel suo senso più ampio,

applicandola persino ai mantra e le immagini di Buddha. Il sutra classifica quattro tipologie di mudra:

1. Grande Mudra: il corpo della divinità con cui si unisce il praticante;

2. Samaya Mudra: il gesto della mano che rappresenta gli attributi simbolici della divinità;

3. Karma Mudra: i gesti che simboleggiano l’attività divina;

4. Dharma Mudra: i mantra divini.

Il Mikkyō attribuisce un significato particolare non solo ai simboli, ma anche a mani e dita. La mano destra

simboleggia il Buddha e la saggezza, la sinistra invece gli esseri ordinari e la meditazione: la loro unione

rappresenta diversi aspetti dell’unione esoterica (ad esempio, la luna e la verità con la mano sinistra, la

compassione e il sole con la destra).

Un mudra fondamentale per il Mikkyō è il gasshō, le mani giunte sul petto in segno di riverenza e rispetto,

uno dei quattro modi principali per porgere omaggio a Buddha. Insieme, le mani simboleggiano l’unità tra il

Buddha eterno e il mondo transitorio dei fenomeni. Il Dainichi-kyō elenca dodici varietà di gasshō, tra cui i

due famosi vajra (kongō) e loto (renge). Nel primo, entrambe le mani sono giunte di fronte al torace,

ponendo attenzione che anche i polpastrelli aderiscano perfettamente; nel secondo le dita sono curve, i

polpastrelli si sfiorano e i palmi delle mani sono leggermente separati così da richiamare la forma di un loto.

Ciascun dito richiama uno degli elementi (il sesto, la coscienza, è presente in tutti gli altri in modo

sottinteso) e una delle sillabe del mantra. Rappresentano inoltre i sensi (go-un) e di conseguenza unire le

due mani significa richiamare il legame inseparabile tra microcosmo e macrocosmo.

Il dito medio rappresenta il vento, precisamente quello della mano destra è il respiro della vita, mentre il

pollice destro rappresenta lo spazio, il grande vuoto. Unendoli, il praticante simula la saggezza degli esseri

viventi, il mudra dell’illuminazione dell’universo come saggezza dinamica.

Il Pugno della Saggezza, invece, rappresenta il tentativo del praticante di raggiungere la verità attraverso la

saggezza di Buddha. Simboleggia l’illuminazione che pervade l’universo. La mano sinistra rappresenta la

verità innata di tutte le cose così come sono (Tai-zō Mandala), la mano destra la saggezza dell’illuminazione

in evoluzione (Kongō-kai Mandala).

Un altro mudra fondamentale è il Regno del Dharma Dhamadhi (hokkai jō-in), il mudra del raggiungimento

dell’illuminazione del Reame del Dharma e dell’essere nel proprio corpo. E’ quello mostrato da Dainichi

Nyorai nel Tai-zō Mandala. Entrambi i palmi sono sollevati di fronte all’addome, la mano destra è sopra la

sinistra, i pollici si sfiorano appena. Lo spazio tra i polpastrelli rappresenta l’intersezione del mondo dei

fenomeni finiti e quello della mente infinita.

IL SEGRETO DEL VERBO: I MANTRA

La tradizione esoterica include formule e invocazioni attraverso i vari vidya, dharani e mantra. Vidya

significa saggezza. I dharani erano utilizzati inizialmente nel Mahayana per concentrarsi. Mantra è il termine

generalmente usato per indicare qualsiasi incantesimo.

Il Mikkyō descrive i mantra come l’insieme di voci (il suono), lettere (le sillabe in sanscrito) e la verità (il

significato simbolico). Voce e lettere esprimono la verità.

La pratica dei mantra richiede una profonda concentrazione e spesso il Mikkyō preferisce la recita dei suoni

all’interno della mente.

Kukai riconosce cinque tipologie di recitazione dei mantra:

1. Recitazione a Voce: il praticante visualizza all’interno della sua mente una conchiglia su un loto e

recita in modo che la sua voce risuoni come prodotta all’interno della conchiglia.

2. Recitazione del Loto: recita tenendo la voce bassa, così da poterla udire solo lui.

3. Recitazione Vajra: Le labbra e i denti sono serrati, si muove solo la punta della lingua.

4. Recitazione Samadhi: anche la lingua è ferma, la recitazione è limitata alla mente.

5. Recitazione della Luce: mentre recita a voce più o meno alta, il praticante visualizza un flusso di luce

uscire dalla sua bocca.

Il mantra svolge un ruolo fondamentale nell’unione tra il praticante e la divinità. Nell’esoterismo, entrambe

le figure fanno parte di un’unità inscindibile.

Le divinità del Mikkyō sono innumerevoli e non solo sono dipinti e sculture, ma anche mantra, sillabe e

oggetti simbolici: sono detti in forma samaya (sanmaya-gyō), e ad esempio la pagoda è la forma samaya di

Dainichi Nyorai. Nella forma di sillaba mantrica, la divinità è il seme della sillaba (shuji), che simboleggia

l’essenza della divinità stessa. Alcune divinità hanno una propria sillaba, altre condividono la stessa. La

sillaba può derivare dal mantra di una divinità, il suo nome o uno dei suoi attributi.

Nello stile di sanscrito scritto detto siddhan, comunemente utilizzato nel Buddhismo, la prima parte di ogni

sillaba richiama la forma della A, che è quindi presente in tutto esattamente come l’illuminazione, tanto da

essere considerata il suono primario. Utilizzare le sacre sillabe durante la meditazione significa realizzare la

totale unione con l’universo, e spesso è proprio su una sillaba sacra che si concentra il praticante.

Nel Dainichi-kyō è descritta la tecnica della “concentrazione del concepimento della mente” (shinsō nenju),

che integra la recitazione silenziosa con la visualizzazione della verità, sperimentando le attività di corpo e

mente. Questa tecnica ha due varianti: nella prima, “seken”, il praticante si fonde con l’immagine che

visualizza, nella seconda, “shusseken”, il praticante diventa una divinità.

Nella prima pratica, l’adepto contempla un’immagine di Buddha e visualizza un loto, da cui appare la

divinità su un disco lunare; da quest’ultimo spunta la sillaba del mantra, che emette luce. Successivamente,

ciascuna delle altre sillabe emette un suono, che purifica il praticante e lo illumina. Infine, le sillabe si

uniscono per formare parole o intere frasi che esprimono la verità. Regolando la respirazione, e ripetendo

diverse volte questo rito, il praticante può addirittura guadagnare poteri particolari.

IL SEGRETO DELLA MENTE: VISUALIZZAZIONE INTERIORE

L’obiettivo della meditazione esoterica è lo stato di “nessuna mente, nessun pensiero” (munen musō), uno

stato di vuoto in cui il corpo e la mente vengono assorbiti in uno stato di assenza di attività e pensieri. Per il

Mikkyō è un passaggio fondamentale per raggiungere la consapevolezza dell’esistenza.

Il Kabutsu Sanmai-kai-kyō descrive una serie di pratiche che utilizzano l’immagine di Buddha per

concentrarsi e vederlo poi apparire all’apice della meditazione, irradiando luce e placando ogni sofferenza.

Le pratiche di visualizzazione più antiche derivano dalla tradizione di contemplare e concentrarsi su

Shakyamuni, come descritto anche nel Kongōchō-gyō.

Nagarjuna insegnava a visualizzare il Buddha non solo nel suo corpo terrestre, ma anche nella sua natura

del Dharma, così da percepire l’aspetto reale delle cose. Questa visualizzazione si divideva in tre fasi:

contemplazione del corpo antropomorfo di Buddha, del Corpo del Dharma e infine della verità dietro ogni

fenomeno.

Il Dainichi-kyō spiega che la visualizzazione può coinvolgere immagini di Buddha, santi, bodhisattva, varie

divinità, esseri umani e non umani, in quanto si tratta sempre e comunque di manifestazioni del Buddha.

Secondo il Kongōchō-gyō, Shakyamuni ottenne la buddhità attraverso la Visualizzazione del

Raggiungimento dei Cinque Aspetti del Corpo, in cui il praticante incarna Buddha nei cinque stadi che

corrispondono alle cinque Saggezze. La pratica inizia attraverso la visualizzazione della propria natura

illuminata all’interno di sé, su un disco lunare coperto da nebbia. La luna è il simbolo della mente risvegliata,

su cui ci si deve concentrare affinché la nebbia si diradi.

La visualizzazione delle sillabe legate ai cinque elementi forma il corpo di Dainichi Nyorai e rappresenta

l’inseparabilità di mente e materia, saggezza e illuminazione, e richiama la forma a cinque piani della

pagoda. Attraverso queste pratiche gli elementi assumono anche caratteristiche materiali: il corpo del

praticante richiama la terra, l’addome l’acqua, il cuore il fuoco, la gola il vento e la testa lo spazio.

I MANDALA DINAMICI

Nel Mikkyō, la parola mandala significa totale perfezione della buddhità. La fonte di questi mandala è

l’esperienza nel Buddhagaya di Shakyamuni, durante il quale egli realizzò l’illuminazione sotto un albero. Il

significato intrinseco dei mandala sta nel ripetere la stessa esperienza della riscoperta dell’essere

attraverso dipinti e sculture, meditando.

Il termine mandala è composto dalla radice in sanscrito manda, che significa essenza, e il suffisso la, che sta

per possessione. Mandala originariamente significava piattaforma, essenza. L’essenza era intesa come

l’illuminazione di Buddha, il mandala come regno dell’illuminazione. Generalmente il mandala è qualsiasi

posto in cui è possibile trovare la saggezza.

In cinese, la parola mandala ha assunto diversi significati:

a. Dotato di perfezione: perfetto come una ruota che gira, dotato di miriadi di poteri;

b. Il sapore insuperabile: la buddhità è il nettare dell’illuminazione, incomparabile.

c. L’insieme: il mandala unisce tutti i poteri dell’illuminazione.

d. Altare, luogo di meditazione.

Per la tradizione Shingon, il mandala non è un semplice dipinto. Il blu utilizzato per lo sfondo, ad esempio,

rappresenta l’universo infinito che pervade i fenomeni della natura. Rappresenta il vuoto della realtà,

origine della mente.

I primi mandala esoterici erano piattaforme utilizzate nel rituale dei sette giorni. Quando il maestro iniziava

il suo discepolo, creava una piattaforma particolare a seconda delle sue tecniche di insegnamento e alle

capacità dell’allievo. Questa tecnica non fu mai praticata in Giappone, dove comunque non era raro

l’utilizzo di piattaforme a mo’ di altari. L’importanza delle piattaforme usate come mandala stava nel loro

legame con l’elemento della terra e della natura, che permetteva loro di immagazzinare l’energia

dell’universo.

I mandala attualmente utilizzati nel Mikkyō prevedono uno studio “dall’interno”, quindi attraverso tecniche

che permettano al praticante di fondersi con la realtà, e si tratta di dipinti bidimensionali. Essi provengono

dalle antiche piattaforme, di cui sono le riproduzioni. L’utilizzo delle piattaforme comportava un rituale

preliminare di purificazione, nel quale alcuni oggetti che simboleggiavano le illusioni venivano depurati e

poi seppelliti. Il concetto alla base era la relazione profonda tra terra, mandala ed essere.

Nella terra e nella natura si rispecchia anche la Saggezza di tutte le Saggezze, nella quale tutto si manifesta.

I mandala rientrano tra gli abili mezzi.

TIPI DI MANDALA

Esistono diversi tipi di mandala a seconda della forma e del contenuto. La tipologia più famosa è quella del

dipinto su rotolo, ma ne esistono anche sottoforma di scultura, come quello contenuto nel Tō-ji. Nel

Sennyu-ji ogni anno viene celebrato un rito durante il quale i fedeli recitano come fossero in un mandala

vivente.

I mandala esoterici rappresentano l’illuminazione e la natura dell’essere. Per il Mikkyō, infatti, essi

rappresentano la forma universale di tutte le cose e gli esseri, descritte dai Quattro Mandala.

1. Grande Mandala (dai mandara): rappresenta le divinità nella loro perfetta forma umana;

2. Mandala del Samaya (sanmaya mandara): rappresenta le divinità nella loro forma samaya;

3. Mandala del Dharma (hō mandara): dipinge gli aspetti particolari delle divinità nella forma delle

loro sacre sillabe in sanscrito;

4. Mandala del Karma (katsuma mandara): mandala tridimensionali, sculture.

Le maggiori tipologie di mandala possono essere classificate in tre sistemi:

1. A seconda del ritratto (in due o tre dimensionali) delle divinità, si possono classificare come

descritto sopra.

2. A seconda della composizione delle divinità: possono essere rappresentate diverse figure maggiori

che circondano Dainichi Nyorai, divinità minori, o un solo Buddha circondato dai suoi assistenti.

3. A seconda della relazione tra l’essere e il Buddha.

a. Mandala dell’Uguaglianza del Grande Vuoto. Il grande vuoto è quello oltre il vuoto e il non

vuoto. Il suo potere pervade tutti i fenomeni, che per questo sono uguali, per cui l’esistenza

di ogni cosa è rappresentata in questo mandala. E’ il mandala dell’universo, che mostra

l’essere e la natura, entrambi pervasi dall’energia vitale del cosmo.

b. Mandala dell’Essere di tutte le Cose. L’illuminazione di Shakyamuni si realizza attraverso la

natura di Buddha, la stessa che permea tutti gli esseri. Questo è il mandala dell’essere.

c. Mandala che si manifestano attraverso il Potere di Buddha. Mandala in due o tre

dimensioni, manifestazioni dell’universo. Utilizzandoli correttamente, il fedele può unirsi

con la totalità del cosmo e andare oltre le illusioni.

Il rito in cui i mandala vengono maggiormente utilizzati è quello della Trasmissione del Dharma (denpō).

Entrambi i mandala, Tai-zō e Kongō-kai, sono appesi alle pareti della sala, alla destra e alla sinistra

dell’altare. Quest’ultimo viene considerato a sua volta una piattaforma mandala, su cui giacciono due

mandala shiki, nei quali le divinità sono rappresentate nella loro forma samaya. Se il praticante è nella linea

di trasmissione del Kongō-kai, questo mandala è sulla superficie superiore, stesso discorso vale per il Tai-zō.

Sfruttando le tre tecniche segrete, il praticante si unisce con i due mandala e raggiunge uno stato di

coscienza tale da accumulare nel suo corpo l’energia e il Dharma che il suo maestro gli trasmette. Il

discepolo forma un legame karmico con la divinità rappresentata nel mandala, Dainichi Nyorai.

Per lo Shingon, i mandala sono lo specchio della mente e lo schema delle attività di coscienza e fenomeni.

TAI-ZŌ MANDALA

Questo mandala rappresenta l’universo illuminato dal punto di vista della compassione. Il suo nome

completo è Daihitaizōsei Mandala e Tai-zō significa grembo: così come una madre contiene e nutre il

proprio bambino nel suo utero, l’energia della compassione nutre e protegge l’illuminazione di ogni essere.

Per spiegare la natura del mandala viene utilizzata anche la metafora del loto: così come il suo seme ha le

potenzialità per crescere, il seme dell’illuminazione è innato in ogni mente. La sua crescita rappresenta la

compassione, la sua fioritura i mezzi abili. La compassione che nutre il loto (quindi il praticante) è “l’utero”

da cui egli è nato. Per questo motivo è conosciuto anche come il Mandala del Grembo della Grande

Compassione.

Il testo primario a cui esso fa riferimento è il Dainichi-kyō, ma esistono diverse versioni del Tai-zō che fanno

riferimento a testi minori o ad insegnamenti tramandati oralmente.

Il Tai-zō adottato dallo Shingon ha origini cinesi ed è quello adattato e tradotto da Amoghavajra (differisce

dalla versione di Shubhakarashimha per numero e nomi delle divinità). E’ definito il mandala

“rappresentato così come è stato rivelato” (genzu) perché, secondo la leggenda, fu copiato da un

misterioso mandala apparso a mezz’aria.

Le divinità del Tai-zō rappresentano le diverse attività della compassione. Le divinità siedono su un trono a

forma di loto ad otto petali, che rappresentano l’essenza della compassione. Da esso si diffondono i diversi

livelli del mandala, tre su ciascun lato e quattro dall’alto verso il basso. Ciascun livello è composto da sezioni

chiamate sale (in), ciascuna che dipinge diversi aggregati di Buddha, bodhisattva e divinità varie. In totale, il

mandala conta dodici in, per un totale di 409 divinità che rappresentano il potere e i differenti aspetti di

Dainichi Nyorai.

La sezione centrale è la Sala della Pedana Centrale ad Otto Petali, un quadrato diviso da linee colorate con i

cinque colori elementari (bianco, giallo, nero, rosso, verde). Sul loto ad otto petali di colore rosso sono

sedute le nove divinità primarie e rappresenta la compassione. Quello bianco è invece la natura innata di

Buddha. Il rosso richiama inoltre il cuore, indicando che la natura illuminata è realizzabile nella vita di ogni

essere umano. Dainichi Nyorai siede al centro, le sue mani formano il Mudra del Samadhi.

I quattro Buddha, manifestazioni primarie di Dainichi Nyorai, sono poste nei quattro punti cardinali (nel Tai-

zō l’est è sulla parte superiore, l’ovest in quella inferiore, il sud a destra e il nord a sinistra):

1. Sul petalo superiore siede Hōdō Buddha, che incarna l’unicità dell’universo e dell’essere.

2. Sul petalo a destra siede Kaiduke-ō Buddha, che rappresenta la fioritura del loto.

3. Sul petalo inferiore siete Muryōju Buddha, che simboleggia l’attività infinita della compassione

attraverso l’universo.

4. Sul petalo a sinistra siede Tenkuraion Buddha, che rappresenta l’attività spontanea degli abili mezzi.

Gli otto petali rappresentano anche gli otto livelli della coscienza. Tra i petali figura un vajra, simbolo delle

quattro saggezze. Dainichi Nyorai ha il corpo dorato, indossa una corona e i suoi capelli sono intrecciati con

ornamenti. Gli altri quattro Buddha, le sue emanazioni, indossano invece vesti semplici. I quattro

bodhisattva sui petali intermedi indossano una corona e reggono oggetti simbolici.

Nel primo livello sotto quello principale, c’è la Sala della Saggezza (jimyō-in). Quando i mandala erano

ancora piattaforme in terra, era in questo livello che il praticante si sedeva. Nei mandala bidimensionali,

invece, qui c’è il Bodhisattva Hannya, che rappresenta il praticante. Ha sette braccia, indossa un’armatura

ed è accompagnato da quattro divinità furenti.

Sotto il livello principale c’è la Sala della Saggezza che tutto Pervade (henchi-in), anche conosciuta come la

Sala della Madre di Buddha o della Mente di Buddha. Qui c’è Issai Nyorai Henchi-in, il mudra della Saggezza,

dipinto come un triangolo composto dalle fiamme della saggezza, le cui punte simboleggiano il vuoto, la

mancanza di forma e il non desiderio (mugan). La svastica dentro il triangolo simboleggia il potere

dell’universo illuminato ed è l’unica divinità che non ha forma umana.

Ala destra della sala c’è la Sala del bandire-il-Vajra, la cui divinità principale è Kongōsatta.

A sinistra c’è la Sala di Kannon, conosciuta anche come Sala della Divisione del Loto. Questa porzione

significa che tutti gli esseri, come il loto, sono originariamente puri. La divinità principale è la forma

esoterica di Kannon, presente in altre tre parti del mandala.

Sopra la Sala della Saggezza che Tutto Pervade c’è la Sala di Shakyamuni, vestito di rosso. Egli non è né nel

ciclo della vita e della morte né nel nirvana. E’ circondato da esseri umani, che indicano che la natura

dell’uomo e del Corpo del Dharma sono non-due, e da altre divinità che richiamano il momento della sua

illuminazione, le sue attività e i tre tesori del Buddha.

Nel terzo livello c’è la Sala di Monju, bodhisattva della saggezza, che detiene il vajra della saggezza e ha il

corpo dorato. Siede su un loto blu. E’ circondato da Kanjizai e Fugen, al di sotto dei quali ci sono due

guardiani. Le altre venti divinità sono aiutanti di Monju.

Nel secondo livello a destra c’è la Sala della Rimozione degli Ostacoli, in cui vengono rimosse le illusioni e gli

ostacoli per l’illuminazione. La divinità principale è il Bodhisattva Josaighō, circondato da otto bodhisattva

aiutanti che simboleggiano la compassione e la saggezza.

Nel corrispondente livello a sinistra c’è la Sala di Jizō, complementare alla precedente. Al centro vi è il

bodhisattva Jizō, accompagnato dalle divinità che rimuovono la sofferenza e trovano la gioia. E’ circondato

da otto aiutanti.

Nel secondo livello inferiore c’è la Sala di Kokuzō, bodhisattva e divinità principale, che incarna l’attività di

portare beneficio a se stessi e agli altri.

Sotto la Sala di Jizō c’è la Sala dell’Insuperabile Conquista, con otto bodhisattva ma nessuna divinità

centrale; è una sezione separata per bilanciare il mandala.

Il quarto e ultimo livello è la Sala Estrema, che circonda tutto il mandala.

LA STRUTTURA DEL TAI-ZŌ MANDALA

Il centro del mandala rappresenta il decimo livello di coscienza, quello delle “menti innumerevoli”.

Graficamente, la luce da esso irradiata percorre tutto il mandala, compresi Buddha e bodhisattva e gli altri

otto livelli di coscienza, aumentando di concretezza mano a mano che raggiunge i bordi, che rappresentano

il mondo degli uomini e l’inferno. La sezione estrema del mandala non rappresenta il limite del suo raggio

d’azione, bensì è la dimostrazione di come gli abili mezzi si diffondano in tutte le direzioni in un numero

infinito di cerchi concentrici.

Il Dainichi-kyō e tutti gli altri testi che spigano la natura del mandala, analizzano le relazioni tra le sezioni

maggiori in modi differenti: le Tre Divisioni (sanbu), il Portale del Dharma delle Tre Fasi (sanku no hōmon) e

il corpo di Buddha (busshin). Ciascun approccio risale ad un aspetto diverso della dottrina, ma sono tutti

ugualmente validi per il Mikkyō in quanto li accomuna la visione del centro del mandala come parte

principale rispetto alle sezioni esterne.

Le tre divisioni principali del mandala a cui sono associate le varie Sale sono quelle del Buddha (che

rappresenta l’illuminazione ed è associato ai tre segreti), Loto (che si riferisce alla verità dell’illuminazione

ed è associato alla compassione e al segreto della parola) e Vajra (il potere della saggezza, la distruzione

delle illusioni e il segreto della mente).

Le varie Sale del mandala sono disposte in modo da incarnare la formula del Dainichi-kyō, ovvero che “la

causa della Saggezza è la mente illuminata, la grande compassione ne è la radice, gli abili mezzi sono

l’apice”.

Anche gli insegnamenti dei “corpi del Buddha” (busshin) si riferiscono al Tai-zō Mandala. La dottrina

Mahayana descriveva tre corpi: il Corpo del Dharma (hosshin), il Buddha nella Terra Pura (hōjin), il Buddha

nella sua forma terrestre (in altre parole, Shakyamuni).

Il Corpo del Dharma è diviso in quattro manifestazioni, tutte ugualmente importanti per il Mikkyō e

presenti nel mandala:

1. Jishō hossin, il Buddha che insegna i tre segreti in quanto essere universale. E’ la fonte

dell’esistenza, ed è il corpo-natura dell’essenza del Dharma dell’universo. Dainichi è in stato

samadico, in un monologo interiore. Manifesta il Dharma come se fosse un sole che irradia il

mondo con i suoi raggi.

2. Juyu hossin, che include il dualismo dell’”Accettazione di sé” e dell’”Accettazione degli Altri”.

Buddha può indirizzare i suoi benefici verso gli esseri terrestri o verso il mondo terreno.

3. Henge hosshin, che si manifesta nelle forme più adatte per comunicare con gli esseri umani e a

seconda delle loro capacità. Corrisponde alla figura storia di Shakyamuni.

4. Tōru hosshin, che prende la forma degli esseri che abitano i reami delle rinascite per portare anche

ad essi l’illuminazione. Equivale a tutte le manifestazioni del Dharma nell’universo, ergo ogni cosa è

hosshin.

Al di là delle apparenze grafiche, il Tai-zō è in tre dimensioni, come dimostra la pratica di visualizzazione ad

esso associato della sillaba A a nove livelli, anche conosciuta come tecnica di visualizzazione del disco

lunare su nove livelli. Il nove si riferisce alle nona coscienza, quella rappresentata dal trono ad otto petali. In

questa maniera il praticante comprende che tutti i livelli di coscienza sono sì individuali ma anche parte di

un intero sistema. Attraverso la meditazione, queste coscienze si rivelano come le cinque saggezze dei

cinque Buddha (gobutsu) seduti sul trono. Il decimo livello di coscienza è rappresentano dai Buddha stessi.

Relativamente al mandala e alle divinità su di esso rappresentate, Kukai descrive la coscienza in termini di

mente essenziale (shinnō) e mente sussidiaria (shinju). La prima è alla base di ogni attività mentale, mentre

la seconda è rappresentata dai vari aspetti della coscienza dipendenti dalla mente essenziale. I due aspetti

non sono separati ma complementari. La mente essenziale abbraccia tutto quanto la mente stia facendo o

percependo, mentre la sussidiaria lavora su aspetti limitati. Dainichi Nyorai rappresenta la mente essenziale,

mentre le sue emanazioni e le altre divinità sono legate alla mente sussidiaria.

Ciò significa che la mente ha cinque livelli:

1. La mente essenziale della divinità centrale che include tutte le menti sussidiarie nella Coscienza

Unica (isshiki)

2. Le otto divinità maggiori – le quattro manifestazioni di Dainichi Nyorai e i quattro bodhisattva – che

insieme alle altre menti sussidiarie formano gli otto livelli di coscienza.

3. La divinità centrale e le otto maggiori insieme alle menti sussidiarie formano il nono livello di

coscienza.

4. Le innumerevoli menti sussidiarie di tutte le divinità che figurano nel mandala sono unite in una

singola coscienza (issai isshin shiki), che risulta essere il decimo livello di coscienza.

5. Quando tutte le menti sussidiarie si uniscono al decimo livello, si ottiene un numero infinito di

Menti e Coscienze.

Il loto al centro dell’opera richiama un preciso movimento, che inizia con il petalo a nord (quindi sulla

sinistra) e segue un movimento orario. Questa spirale rappresenta un’immersione nei livelli sempre più

profondi di coscienza fino a raggiungere Dainichi Nyorai. Il movimento è definito dalle cinque

trasformazioni (goten), gli stadi che ciascuna mente deve superare per raggiungere il suo obiettivo grazie

agli abili mezzi.

Il primo stadio è il risveglio della mente, la causa, seguito dalla pratica corretta. Il terzo stadio è la

dimostrazione della mente illuminata. Il quarto è il nirvana. Il quindi è l’attività ultima degli abili mezzi,

ovvero l’illuminazione individuale.

La spirale disegnata dal mandala, dal punto di vista del microcosmo, rappresenta la discesa nelle profondità

della mente. Per il macrocosmo, invece, mostra il processo attraverso il quale Dainichi Nyorai appare nelle

sue manifestazioni fisiche e nei fenomeni del mondo senza sacrificare né intaccare le dieci coscienze.

Non è possibile risalire alla funzione di una singola divinità basandosi sulla sua posizione nel mandala: per

quanto il Tai-zō dia un’idea dell’importanza dei suoi livelli, la struttura grafica non spiega perfettamente il

mandala. L’evoluzione conseguita dalle divinità riportate, fino ad arrivare a Dainichi Nyorai, non ha un

riscontro documentato né verificato.

L’intero mandala è permeato dalle cinque saggezze. Il potere che esso emana dal centro, da Dainichi Nyorai,

è libero e privo di qualsiasi ostacolo, raggiunge tutti gli esseri attraverso i suoi poteri e la sua simmetria

perfetta.

KONGŌ-KAI MANDALA

Il Kongō-kai mandala incarna la saggezza che illumina l’universo. Kongō si riferisce alla saggezza perenne del

vajra, la parola kai ha invece quattro significati: reame, essere, corpo e discriminazione.

Il reame è inteso come l’universo i cui contenuti sono uniti dalla luce della saggezza. Il Kongō-kai unisce

tutti gli esseri e i fenomeni in un unico essere, Dainichi Nyorai.

Il Kongō-kai è chiamato anche Mandala del Disco Lunare, Mandala della Saggezza e Mandala dell’Ovest. Il

suo testo di riferimento principale è il Kongōchō-gyō, che descrive sette mandala in una sezione e due in

un’altra: l’unione di queste nove sezioni ha dato vita ad un singolo mandala.

Il Kongō-kai è un rettangolo diviso in nove sezioni di dimensioni uguali, ciascuna delle quali era un mandala

a sé stante in origine.

Nei quattro punti cardinali ci sono quattro Buddha, manifestazioni di Dainichi Nyorai. In questo caso l’ovest

è in alto, l’est in basso, il nord a destra e il sud a sinistra. A differenza del Tai-zō, nel Kongō-kai i Cinque

Buddha sono disposti in cinque sezioni invece che in tre.

1. Area di Buddha (butsu-bu): l’essenza unificatrice dell’intero mandala di cui le altre quattro sezioni

sono solo manifestazioni. La divinità principale è Dainichi Nyorai.

2. Area di Vajra (kongō-bu): l’eterna forza vitale. La divinità centrale è Ahuku Nyorai.

3. Area del Tesoro (hō-bu): l’uguaglianza di ciascun elemento dell’intero universo. La divinità

principale è Hōshō Butsu.

4. Area del Loto (renge-bu): la grande compassione che supporto l’individualità di ogni cosa. Al centro

c’è Muryōju Butsu, legato ad Amida.

5. Area del Karma (katsuma-bu): l’attività che crea l’intero universo attraverso tutti gli elementi. Al

centro c’è Fukujōju Butsu.

In totale figurano 1561 divinità, 61 delle quali sono aspetti di Dainichi Nyorai. Tutte siedono su un trono di

loto e sono racchiuse in un disco lunare. Il vajra, elemento essenziale della saggezza, figura spesso per tutto

il mandala ed è anch’esso contenuto in un disco lunare, che rappresenta la saggezza stessa.

Loto, vajra e disco lunare formano la simbologia principale del Kongō-kai.

Dainichi Nyorai irradia le altre divinità con la sua saggezza, ricevendo a sua volta il loro potere in quanto

parte del tutto. Tutte le divinità sono personificazioni dinamiche ed individuali del desiderio

dell’illuminazione.

I NOVE INSIEMI DEL KONGŌ-KAI MANDALA

La sezione centrale, nonché principale, del mandala è quella dell’Assemblea del Conseguimento del Corpo.

Gli altri otto gruppi del mandala sono elaborazioni di quest’ultimo.

Il gruppo centrale è circondato da vajra nel bordo esteriore e figura inoltre un cerchio di vajra, il Grande

Disco Vajra, che simboleggia il palazzo dei cinque Buddha. All’interno del cerchio, questi Buddha sono

seduti su troni a forma di dischi lunari. Tra questi figurano muri decorati con vajra che rappresentano i

cinque pilastri del palazzo che è il centro del cosmo.

Le Quattro Grandi Divinità sono dipinte mentre reggono il Grande Disco Vajra, e rappresentano gli elementi

della terra, acqua, fuoco e vento (il vuoto è già presente in tutto). Ciascuno dei cinque Buddha è circondato

dai suoi quattro assistenti e dalle sue manifestazioni sul secondo bordo, così da avere un totale di cinque

Buddha e trentadue bodhisattva.

Sul secondo bordo ci sono anche, in una massa quasi indistinguibile, i mille Buddha del presente che

simboleggiano tutte le manifestazioni di tutte le divinità presenti.

Il bordo esterno del mandala è occupato dai Venti Dei della Sala Esterna, alcuni dei quali già presenti nella

Sala Estrema del Tai-zō. Nei quattro angoli e negli spazi tra i Venti dei, ci sono vajra con aureole.

Lo Shingon descrive l’attività del Conseguimento del Corpo come un mutuo tributo tra Dainichi Nyorai e i

Buddha e i bodhisattva che lo circondano. I cinque Buddha interagiscono continuamente e la loro attività

da la luce agli altri bodhisattva, che a loro volta rendono omaggio a Dainichi. L’intero ciclo ha inizio quando

Dainichi Nyorai si manifesta negli altri quattro Buddha, i quali sono circondati da quattro bodhisattva di

aspetto femminile. I risultanti sedici esseri divini rappresentano anche le fasi lunari e la meditazione su di

essi porta al conseguimento della luna piena della mente, Dainichi Nyorai.

L’organizzazione e il significato dell’Assemblea Samaya sono identiche alla precedente ma, come suggerisce

il suo nome, le divinità sono dipinte nella loro simbolica forma samaya. Dainichi Nyorai è quindi ritratto

come una pagoda e Kongōsatta come un vajra.

Anche la struttura dell’Assemblea Sublime (in basso a sinistra) rispecchia le precedenti, ma in questo caso le

divinità sono ritratte in forma umana. Un vajra verticale a tre punte forma l’aureola dietro il trono di loto di

ciascuna divinità. Questa sezione simboleggia la saggezza sublime irradiata da Dainichi Nyorai verso le altre

divinità.

L’Assemblea dell’Offerta (al centro a sinistra) è basilarmente identica alla precedente. Ciascuna divinità

regge in entrambe le mani lo stemma del loto su cui è sostenuta la forma samaya della divinità stessa,

come se volesse offrire la sua vera natura. Questa sezione mostra l’atto dell’omaggio come esempio per il

praticante. Probabilmente nelle forme più antiche del mandala, queste divinità avevano aspetto femminile.

L’Assemblea dei Quattro Mutra (in alto a sinistra) : nel disco centrale c’è Dainichi Nyorai circondato nei

quattro punti cardinali da quattro bodhisattva. Negli spazi intermedi ci sono i Quattro Bodhisattva Illuminati

nella loro forma samaya. Nei quattro angoli e sul bordo esterno ci sono vajra e fiori di loto.

L’Assemblea del Mudra Singolo (in altro al centro) rappresenta solo Dainichi Nyorai. Il bordo esterno è

come gli altri, quello interno è riempito completamente da fiori di loro, che compaiono anche nei quattro

angoli. Questa sezione del mandala è usata per la meditazione su Dainichi Nyorai come simbolo della

mente di Buddha, fonte di tutti gli esseri e i fenomeni.

L’Assemblea del Vero Significato (in alto a destra) è conosciuta anche come l’Assemblea di Kongōsatta. I

bordi esterni sono come gli altri, per quel che riguarda il bordo interno figurano delle divinità nei quattro

punti cardinali invece dei fiori di loto. L’area interna è composta da nove rettangoli e la divinità centrale è

Kongōsatta. E’ circondato dai quattro bodhisattva-vajra del desiderio, sensazione, amore e orgoglio, a cui

corrispondono i bodhisattva in forma femminile nei quattro angoli. Agli angoli del secondo bordo ci sono i

bodhisattva che offrono ghirlande, danza e gioia, e sono accompagnati dai bodhisattva che rappresentano

l’unione tra essere e divinità.

L’Assemblea della Discesa nei Tre Reami (al centro a destra) è simile all’Assemblea del Conseguimento del

Corpo. Al posto di Kongōsatta c’è Gōzanze, la sua manifestazione furente. Agli angoli non ci sono vajra ma i

“re illuminati”, ovvero Fudō, Kongōyasha, Gundari e Daitoku. In questa sezione Dainichi Nyorai assume

quindi forma furente.

In alto a destra c’è l’Assemblea Samaya della Discesa nei Tre Reami, identica alla prima se non fosse per la

forma samaya delle divinità dipinte. Il suo obiettivo è mostrare la trasformazione della mente.

IL MOVIMENTO A SPIRALE DEL KONGŌ-KAI MANDALA

Il Mikkyō, a differenza dell’essoterismo, non distingue la saggezza e gli abili mezzi in termini di puri e impuri,

maggiori e minori, relativi e assoluti, bensì li riconosce come la stessa cosa.

Il Kongō-kai Mandala rappresenta pura energia in movimento, in cui le divinità sono coinvolte in un ciclo

senza fine che raggiunge anche quelle dipinte sul perimetro esterno.

Il movimento a spirale che nasce al centro e raggiunge l’esterno rappresenta l’illuminazione irradiata in tutti

i fenomeni. La relazione tra i nove insiemi è definita come una discesa verso i portali in trasformazione

(gatenmon), che realizza tutti gli aspetti, quali l’esistenza, la forma, l’espressione, l’attività, il desiderio

feroce di eliminare le illusioni e l’unicità dell’universo.

Il movimento compiuto dal mandala e l’ascesa dell’illuminazione è simultaneo ed uguale sia all’esterno che

all’interno. Per il praticante rappresenta il ritorno all’essere originario, che gli permette di risvegliarsi,

comprendere il desiderio di raggiungere l’illuminazione, scoprire la propria saggezza innata, completare la

sua preparazione esoterica, ottenere il samadhi e, infine, realizzare la vera forma di Dainichi Nyorai.

In questo modo, il Kongō-kai Mandala rappresenta l’evoluzione attraverso l’illuminazione: quest’ultima,

nascendo dal centro, cresce e ottiene forma concreta attraverso gli abili mezzi e la forma degli esseri dipinti

sul mandala.

Dainichi Nyorai non è solo al centro dell’intero mandala, ma di ciascuno dei novi insiemi, al contrario di

quanto accade nel Tai-zō Mandala. E’ un mandala dinamico: dal punto di vista di Buddha, il centro si muove

verso l’esterno, da quello dell’individuo, il perimetro esterno raggiunge il centro.

Il movimento non ha fine con la prima rotazione della spirale, ma ciascun circolo contiene in sé l’inizio del

prossimo.

IL DUPLICE MANDALA

Il duplice mandala (ryōbu mandara) è il nome dato al Tai-zō e il Kongō-kai quando considerati come

un’unica entità, il nucleo degli insegnamenti dello Shingon. A causa dello sbalzo temporale che separara i

sutra relativi ai due mandala, i testi del Kongōchō-gyō sono stati influenzati dallo Shingon.

Se il Kongō-kai può contare su numerosi sutra, ci sono pochi testi che analizzino il Tai-zō.

Quest’ultimo è un ritratto del vuoto essenziale ed uguale che permea tutte le cose e gli esseri. Il Kongō-kai,

invece, comprende nove singoli mandala, ciascuno con un proprio centro. Originariamente essi erano

separati e rappresentano l’evoluzione storica della dottrina.

Il Kongō-kai sprigiona energia, mentre il Tai-zō provvede a bilanciarlo con la propria forza.

Quando appesi nella stessa stanza, la parte superiore del Tai-zō è rivolta ad ovest, mentre il Kongō-kai gli

sta di fronte.

Nei rituali che comprendono entrambi i mandala vi sono delle differenze a seconda della linea di

discendenza scelta dal praticante. Nel caso del Kongōchv-gyō, il movimento della cerimonia va dal

microcosmo al macrocosmo.

Insieme, i due mandala rappresentano l’unità indissolubile tra Verità e Saggezza, Materia e Mente. Il Tai-zō

simboleggia la totalità di tutto ciò che esiste, l’unicità della realtà; il Kongō-kai simboleggia la saggezza che

permette di conoscere la verità in tutte le sue diverse manifestazione. La verità del Tai-zō esiste

nell’uguaglianza delle cose così come sono, la saggezza del Kongō-kai, in contrasto, nasce dalla

discriminazione tra tutte le cose. Entrambi dipingono l’aspetto reale dell’universo. La loro unione

rappresenta il disegno ideale dell’attività armonica dell’universo, un ritratto di Buddha, che non è altro se

non l’universo stesso.

L’AMBITO E LA COMPLESSITA’ DEI RITUALI SHINGON

Il Buddhismo Shingon è ricco di pratiche rituali, sebbene siano effettivamente pochi quelle celebrate

regolarmente. La molteplicità di rituali varia a seconda del numero di praticanti, gli oggetti utilizzati, lo

scopo. Il Mikkyō da valore non solo alla quantità di queste pratiche, ma soprattutto alla conoscenza

ottenuta dalla meditazione e dalle cerimonie stesse. In questi rituali vengono impiegate le attività di corpo,

parola e mente.

RITUALI CARATTERISTICI DEL MIKKYŌ

Una cerimonia caratteristica è il rituale di iniziazione, essenziale per diventare un monaco Shingon. Il rito di

trasmissione del Dharma è preceduto da un rigoroso corso di studi, che culmina in una serie di riti

complessi che necessitano di circa cento giorni per essere completati.

Dopo l’iniziazione, viene praticato uno speciale rituale che richiede parecchio tempo e preparazione.

Generalmente viene venerato Batō Kannon, che rappresenta il compassione più profonda e il superamento

delle illusioni.

Vi sono rituali simili dedicati a Juichimen Kannon, che con le sue numerose facce incarna le diverse

manifestazioni della compassione, e Jizō.

Protagonista di molti riti è Fudō Myō-ō, venerato durante i riti del fuoco (goma). Il goma tuttora praticato è

una cerimonia segreta, durante la quale il mantra di Fudō viene recitato per oltre un milione di volte.

L’ultima notte, il praticante brucia ottomila bastoncini di legno sacro, che rappresentano le numerose

delusioni per ciascuna delle otto coscienze.

Un altro rituale molto importante è quello del Sutra della Saggezza-Verità, importantissimo per lo Shingon

in quanto dimostra che il desiderio umano è originariamente puro e non separato dall’energia

dell’illuminazione. La cerimonia viene eseguita in forma completa o abbreviata, per i benefici del praticante

o altrui.

Alcuni rituali vengono tenuti in occasioni pubbliche, come nel caso delle cerimonie del “post settimo giorno”

e l’offerta di mandala. Nel secondo caso la cerimonia si tiene in occasioni speciali, ad esempio l’installazione

di nuove immagini di Buddha, e si tengono entrambi i riti per i due principali mandala.

Il rituale del post settimo giorno si tiene l’ottavo giorno di ogni anno, e dura una settimana. Ai tempi di

Kukai serviva per proteggere la nazione, attualmente è un modo per pregare per la prosperità. Il pubblico

può assistere solo alla processione di monaci che percorre la sala dell’iniziazione, per poi compiere dei

complessi riti sull’altare.

TECNICHE DI VISUALIZZAZIONE BASE

Di solito, attraverso la tecnica della trasformazione (tenjō-hō) viene visualizzata la divinità in forma umana.

Il praticante inizia visualizzando la sillaba in sanscrito della divinità, che lentamente si trasforma nella sua

forma samaya (pagoda, spada o vajra) e infine in quella umana. E’ quindi un passaggio dall’astratto al

concreto, dal generale al particolare. Per la tradizione esoterica questo passaggio è importante, in quanto

evita l’attaccamento verso una qualsiasi delle forme.

La tecnica della manifestazione dell’immagine (hyōgen-hō) è un processo di unione dato dal potere di

Buddha che entra nell’essere. Il praticante visualizza la divinità come proiezione di se stesso e al tempo

stesso vede sé come una proiezione della divinità, come se si trovasse di fronte ad uno specchio. E’

conosciuta anche come tecnica del trasferimento ed è utilizzata nelle cerimonie Mikkyō che comportano

l’unione esoterica con il segreto del corpo.

La tecnica della circolazione (junkan-hō) prevede la recitazione di diversi mantra che collegano il praticante

alla divinità in un circolo simile ad una catena. Il mantra viene visualizzato mentre lentamente esce dalla

bocca della divinità, una serie di sillabe che si dirigono verso il praticante, rotando intorno al suo petto per

poi tornare alla divinità attraverso l’ombelico. Viene utilizzata nelle cerimonie del Mikkyō che prevedono

l’unione attraverso il segreto della parola.

Nella visualizzazione del disco-sillaba (jirin-kan), il praticante per prima cosa visualizza un disco lunare nel

suo petto al cui centro vi è la sillaba della divinità o un mantra. Altre sillabe nascono da quella centrale e

circondano la circonferenza del cerchio, così che il praticante possa comprendere la relazione che le lega.

Nelle pratiche associate al Kongō-kai Mandala, il disco lunare è considerato come l’universo in espansione.

Questa visualizzazione viene utilizzata nelle cerimonie che prevedono l’unione esoterica attraverso il

segreto della mente.

Nella visualizzazione in espansione (kakudai-hō), il praticante si identifica con un’immagine simbolica che si

espande come l’universo. Dopo aver compreso l’unicità tra essere e universo, il praticante ritorna alle sue

dimensioni normali. Quando il praticante raggiunge il samadhi, è finalmente diventato un tutt’uno con

l’universo, e può capitare che improvvisamente dimentichi sé e il disco lunare. In quel caso ha raggiunto lo

scopo dei rituali del Mikkyō, ovvero passare da uno stato di non-essere (muga) ad uno di grande essere

(daiga) e sperimentare l’essere su scala macrocosmica.

Nella visualizzazione della permeazione (shintō-hō), il praticante visualizza il proprio respiro come se

lasciasse il suo corpo attraverso ogni poro e si librasse nell’universo. Inalando, egli fa sua l’energia

dell’universo. In questo modo, egli può unirsi con l’energia cosmica che permea ogni cosa.

I PUNTI DI CONCENTRAZIONE

Oltre alle tecniche di visualizzazione, il Mikkyō impiega specifiche zone del corpo come punti di

concentrazione in cui il praticante può visualizzare immagini simboliche. Alcuni si trovano anche lontano dal

corpo, ad esempio sull’altare.

I quattro punti più comuni sono cuore, fronte, gola e testa (ciascuno per ognuno dei quattro Buddha), ma ci

sono anche tecniche che inglobano il corpo intero come punto di concentrazione.

Nei rituali legati ai due mandala, il praticante deve eseguire mudra per ciascuno dei quattro punti (nel caso

del Tai-zō Mandala, la testa è sostituita però dall’ombelico). Nella visualizzazione dei tre segreti (sanmitsu-

kan), invece, i tre punti focali sono il palmo della mano, la lingua e il cuore.

Il sistema di punti più comune ne prevede cinque: spalla sinistra, spalla destra, fronte, cuore e gola. Il

sistema a sette invece aggiunge l’altare e la rotula.

Nella cerimonia dedicata al Kongō-kai, il praticante utilizza ben nove punti: le ascelle, le cosce, l’ombelico e

le spalle. Visualizza così “l’elmo e l’armatura” di Buddha in questi nove punti, che lo proteggono dal male e

dalle impurità. Gli stessi punti vengono adoperati nei goma dedicati a Fudō.

Altri sistemi prevedono punti quali le orecchie, la schiena e i piedi. In generale i sistemi di punti possono

essere suddivisi in tre gruppi: quelli che si estendono attraverso il corpo, quelli associati agli organi

sensoriali, e i “punti vitali”. I primi sono utilizzati per visualizzare sillabe e simboli in maniera concreta lungo

il proprio corpo. Quelli associati agli organi vitali permettono di percepire il mondo. I punti vitali sono

invece cuore, fronte, gola, testa e addome.

Oltre al corpo, è importante anche il respiro, in quanto rappresenta l’energia universale che pervade e

purifica il corpo stesso. Nel simbolismo esoterico, l’occhio destro rappresenta il sole, il sinistro la luna, e

attraverso la loro unione il praticante può vedere l’energia di Buddha che permea la sala della meditazione.

Il naso non è considerato un organo di senso, ma un punto su cui concentrarsi. L’ombelico è la fonte delle

emozioni e dell’energia del corpo. Per il Mikkyō, la fronte è la locazione dell’occhio della mente.

Per il cuore esistono invece due termini, karita e shitta. Il primo si riferisce all’organo anatomico, il secondo

alla mente metafisica di cui il cuore è mediatore.

Anche la gola, la bocca e la lingua sono importanti, in quanto permettono di recitare i mantra.

FORMATO GENERICO DEI RITUALI ESOTERICI

I vari rituali del Mikkyō hanno caratteristiche comuni, mirando tutti all’unione tra Buddha (universo) e

praticante. La struttura utilizzata richiama quella degli antichi riti indiani per accogliere gli ospiti.

Inizialmente, il praticante si prepara purificando il proprio corpo, indossando gli abiti adeguati, unendo i tre

segreti del suo essere (corpo, mente e parola), attraverso una tecnica chiamata goshin-bō. Poi, come se

preparasse un banchetto, il praticante si munisce delle dovute offerte e purifica il posto in cui riceverà il suo

ospite: generalmente si tratta di uno spazio piccolo, la circonferenza dell’altare, ma nelle cerimonie più

importanti si può addirittura trattare di un’intera montagna.

Terminati i preliminari, attraverso la musica (i campanelli del vajra a cinque braccia, shinrei), il praticante

invita la divinità. Chiude le porte per evitare qualsiasi disturbo esterno ed infine presenta le sue offerte.

La “conversazione” tra i due si fa più intima, fino a raggiungere la connessione tra le menti di entrambi.

Questo è il nucleo del rituale, ovvero l’unione con la divinità.

Giunti al termine del rito, il praticante presenta altre offerte, apre le porte, rimuove le protezioni

dall’esterno e accompagna la dipartita del suo ospite con della musica. Dovrà poi, attraverso altri riti,

fissare nella sua mente l’esperienza appena vissuta.

Generalmente questo tipo di cerimonie viene praticato di fronte al dipinto o alla scultura di una divinità.

STRUMENTI E OFFERTE

Gli strumenti più usati comunemente nei rituali del Mikkyō includono varie tipologie di vajra: essi

inizialmente erano armi (e come tali continuano ad essere impugnati) e simboleggiano la saggezza

adamantina che distrugge le illusioni, oltre che la forma samaya di alcune divinità. I vajra usati in tempi

recenti hanno forme più arrotondate e smussate rispetto agli originali antichi. Sono fatti di bronzo, in alcuni

casi addirittura d’oro, argento o ferro e, ancora più raramente, di legno, ossa o cristallo.

I vajra possono essere ad una punta (toko-sho), tre punte (sanko-sho) e cinque punte (goko-sho). Il vajra ad

una punta rappresenta la singola verità universale e possiede una punta acuminata in ciascuna delle due

estremità. Il vajra a tre punte rappresenta i tre segreti di corpo, parole e mente, le tre divisioni di Buddha e

altre trinità simboliche. Il vajra a cinque punte possiede cinque tridenti per ciascuna estremità, per un

totale di dieci, e possiede diverse interpretazioni. I cinque tridenti rappresentano i cinque Buddha, e le dieci

direzioni, oppure le cinque saggezze per ciascuno dei mandala; un’estremità potrebbe rappresentare il

macrocosmo e l’altra il microcosmo. Il vajra a cinque punte è anche la forma samaya di Kongōsatta.

Il vajra campanello (kongō-rei) viene usato per stimolare l’energia del praticante e della divinità e per

invocare quest’ultima durante alcune cerimonie, oltre che per accoglierla e salutarla durante i rituali che

prevedono la sua presenza.

Il vassoio vajra, a tre gambe, di forma triangolare, viene posto di fronte al praticante, sull’altare. Il

campanello sta al centro, con un vajra a cinque punte di fronte. Altri due vajra, con una e tre punte,

giacciono diagonalmente a destra e a sinistra. Il vassoio simboleggia il cuore umano e l’illuminazione. Il

vajra a cinque punte richiama il samadhi, durante il quale la saggezza si risveglia.

A volte può essere usato anche un karma-vajra, composto da due vajra a tre punte incrociati. Entrambi

rappresentano Buddha e il praticante. Esso viene poggiato su una piattaforma a forma di loto e ve n’è uno

per ogni angolo dell’altare. Le dodici punte totali rappresentano i dodici anelli della catena karmica delle

cause che si trasformano poi nelle dodici cause della perfetta illuminazione.

L’altare (dan) è grande quadrato di legno, generalmente rivolto a sud. Deriva dalle vecchie piattaforme

mandala. Su di esso oltre agli strumenti ci sono anche le offerte. Per preparare l’altare è richiesta una

cerimonia a parte, in quanto esso è considerato un mandala dell’universo, nonché collegato al sacro

elemento della terra. I quattro lati dell’altare simboleggiano le quattro saggezze, mentre l’altare stesso è la

quinta, quella della Natura del Dharma.

Di fronte all’altare c’è una piattaforma più piccola (raiban) dove siede il praticante. Alla sua sinistra c’è una

piccola pedana con sopra altri strumenti. Per alcune cerimonie è richiesta una seconda pedana a destra.

Oltre i quattro angoli dell’altare ci sono delle candele alte, insieme a dei vajra ad una punta collegati dalle

corde dei cinque colori base. Su una pedana dietro un enorme vaso di fiori c’è la “ruota del tesoro”, di

metallo e con numerosi raggi che rappresenta la vittoria di Buddha sull’ignoranza. Di fronte al vaso, invece,

c’è una piccola pagoda, che simboleggia il vero essere del Buddha.

Generalmente la pagoda è un reliquiario, ma per il Mikkyō custodisce Dainichi Nyorai o i Cinque Buddha.

Quella posta sull’altare è sia un reliquiario che un contenitore per immagini, che con i suoi cinque piani

richiama i cinque elementi.

Sul lato frontale dell’altare ci sono sei contenitori (rokki), delle ciotole di metallo che contengono offerte

come acqua, polvere d’incenso e foglie. Ci sono altre tre ciotole, a destra per le offerte in entrata e a

sinistra per quelle in uscita, più un incensiere al centro.

Tra le offerte, l’acqua rappresenta la purezza, la ghirlanda di fiori la compassione, l’incenso l’universo del

Dharma, il cibo (generalmente riso crudo) il nettare dell’illuminazione, la luce la distruzione delle illusioni.

Le offerte, nella tradizione del Mikkyō, sono di due tipi: le “offerte della verità”, visualizzate dal praticante

durante i mudra e i mantra, e le “offerte materiali”, sostanze materiali. Generalmente vengono presentate

entrambe, per ultime quelle materiali.

La donazione di acqua pura risale ad un’antica usanza indiana e l’estrazione di quest’acqua dal pozzo

richiede un rituale a parte. Durante le cerimonie, quest’acqua diventa la simbolica essenza universale del

praticante e serve per lavare via ogni ostacolo.

LE QUATTRO PRATICHE PREPARATORIE

Le Quattro Pratiche Preparatorie (shido kegō) consiste in quattro rituali celebrati in serie, per prepararsi

all’iniziazione e alla trasmissione del Dharma. La parola shido significa “passare dall’altra parte”, oltre la vita

e la morte. La parola kegyō significa “pratica aggiunta”, in riferimento al rituale preparatorio da fare prima

di quello principale.

Le quattro pratica sono: la pratica delle diciotto volte, i rituali per i due mandala, il rito del fuoco. L’ordine

in cui vengono eseguiti varia a seconda della scuola.

La tecnica base per questi quattro rituali fu tramandata oralmente da Kukai. Il sistema originale prevedeva

una serie di pratica di iniziazione da somministrare al candidato per qualche anno, finché egli non avesse

raggiunto i cinquanta anni, età ritenuta ottimale per ricevere i segreti della dottrina. Ciascun rituale durava

ben 250 giorni e vi erano intervalli di periodi intensi di meditazione. Oggi, le quattro pratiche richiedono in

totale 100 giorni.

Sul monte Kōya, questa serie di pratiche viene svolta dai monaci studenti in un particolare istituto e si tratta

principalmente di ragazzi ventenni. Durante l’addestramento, studiano testi in sanscrito, sutra e particolari

forme di mantra chiamati shōmyō. Ogni giorno si sottopongono a precisi riti e ritmi di preghiera. Si

dedicano anche allo studio e alla lettura dei sei testi di Kukai e dei commentari sui due mandala.

Da settembre a dicembre, sono impegnati nella quadrupla pratica, che si tiene in una sala speciale

attrezzata con altari e strumenti per ciascun candidato. A dicembre inizierà infine l’iniziazione per la

trasmissione del Dharma.

Nei 100 giorni, i monaci recitano determinati sutra e si sottopongono a pratiche di purificazione. In

particolare svolgono il rito dell’omaggio (rihai kegyō), pratica preparatoria che prevede diversi giorni di

prostrazioni e confessioni e che precede le Quattro Pratiche.

La confessione non è intesa come l’ammissione dei propri peccati di fronte ad un altro monaco, bensì la

consapevolezza interiore dei limiti della propria mente e del proprio comportamento, così da comprendere

il proprio essere. Il Mikkyō non considera il peccato come un elemento intrinseco della natura umana, ed

una condotta corretta è indispensabile per il samadhi.

Durante il periodo delle Quattro Pratiche, il monaco compie ciascun rito per circa tre settimane, tre volte al

giorno, in orari precisi, ciascuna sessione lunga almeno due ore. E’ necessaria l’assistenza di un maestro e

una grande esperienza nella meditazione.

LA PRATICA DELLE DICIOTTO VOLTE

Innanzitutto il praticante si sottopone a riti di purificazione e contemplazione di Kongōsatta, che

rappresenta la mente illuminata. Formando un determinato mudra con le mani, il monaco entra nella sala

della meditazione, visualizzando un fiore di loto ad otto petali sotto i suoi piedi ad ogni passo.

Il resto del rituale può essere diviso in fasi:

Purificazione e preparazione. Il monaco si prostra di fronte all’immagine di Dainichi Nyorai, recitando

mantra per rendergli omaggio. Dopo purifica gli elementi universali del suo corpo e infine si prepara per

visualizzare il proprio essere, Buddha e la purezza dell’attività di corpo, mente e parole, senza smettere di

recitare mantra. Questa prima parte termina con il mudra e il mantra della “vestizione dell’armatura

protettiva della grande compassione” (hikō-goshin).

Offerte e Giuramento. Il praticante dedica il merito della sua fede a tutti gli esseri, che ne riceveranno

beneficio. Utilizzando mantra e mudra di Gundari Myō-ō, che reprime le illusioni, “potenzia” l’acqua offerta

e simbolicamente la utilizza per lavare via ogni illusione. Attraverso l’uso dei suoi strumenti, recitazione di

sillabe e visualizzazione, trasforma le impurità in purità, ripetendo lo stesso processo con tutte le altre

offerte. Recitando le “cinque confessioni”, esprime il suo giuramento a tutti i Buddha e bodhisattva. Recita

poi altri mantra per svegliare la sua mente e infine le cinque grandi promesse: liberare tutti gli esseri umani,

collezionare tutti i meriti, imparare tutti gli insegnamenti, servire tutti i Buddha, realizzare la massima

saggezza. Segue la formula per lo scambio di energie fra i tre poteri universali.

Apertura del reame. Viene preparato uno spazio sacro, in cui dare il benvenuto a Buddha. Il praticante

visualizza nella sua mente l’erezione di un altare e un recinto di protezione composto di fiamme.

Creazione della Sublime Sala di Meditazione. Il monaco visualizza il luogo della meditazione, che è anche

l’universo. Inizialmente è una sillaba in sanscrito che si trasforma in palazzo con l’altare al centro. Su

quest’ultimo spunta un loto a otto petali, su cui si erge la sillaba di Dainichi Nyorai. Questa diventa una

pagoda a cinque piani, la forma samaya di Dainichi, che si trasforma infine nella sua forma umana. Il

praticante visualizza anche le offerte da dare a Buddha e potenzia i sette punti di concentrazione del suo

corpo.

Convocazione. Attraverso particolari mudra e mantra, Dainichi Nyorai viene invitato nella sala di

meditazione.

Creazione delle protezioni. Il praticante pone delle barriere contro le influenze negative, utilizzando delle

fiamme sacre che circondano l’area del rito, una sorta di invalicabile rete di vajra.

Offerte. Attraverso le offerte (acqua purificata e musica), il praticante richiede protezione e aiuto alla

divinità. Segue la recitazione di versi per glorificare Buddha.

Invocazione e Unione esoterica. Il praticante avvia il processo di scambio di energie con Dainichi Nyorai,

sempre attraverso l’uso di mantra e mudra specifici. Utilizza il rosario, che simboleggia l’illusione di tutti gli

esseri. Quest’ultima si trasforma in saggezza man mano che il mantra viene recitato tutte le 108 volte. Il

monaco visualizza il mantra uscire dalla bocca di Dainichi Nyorai, entrare nella sua mente, circolare nel suo

corpo, lasciare la sua bocca e tornare nel corpo del Buddha, in un ciclo infinito.

Offerte finali e abili mezzi. Il monaco offre le ultime offerte in segno di gratitudine e suona la campana per

congedare Buddha. Il merito guadagnato da questo incontro viene indirizzato verso tutti gli esseri viventi, e

la barriera protettiva intorno all’altare si dissolve. Il rito termina con un ultimo mantra, poi il monaco lascia

la sala di meditazione.

IL RITUALE DEL FUOCO

Lo scopo del rituale del fuoco (goma) è di eliminare ogni ostruzione alla trasmissione del Dharma. Il goma

classico prevede un solo passaggio, la presentazione di offerte e Ka-ten, dio del fuoco, ma il goma della

Quattro Pratiche ha ben cinque passaggi, che seguono l’adorazione di Fudō.

L’altare (goma-dan) è una piattaforma di legno quadrata su cui giace un focolare. Entrambi, altare e

focolare, simboleggiano l’uguaglianza dell’essere e di Buddha nel corpo, mente e parola. Sull’altare ci sono

anche diversi strumenti e offerte. Quando queste ultime (bastoncini di legno, grano e altro) vengono

bruciate nel fuoco sacro, il praticante visualizza le illusioni divorate dalla fiamma della saggezza, dove

rivelano la loro reale natura di fuoco della saggezza.

Fudō Myō-ō, divinità principale, è ritratta anche nel Tai-zō Mandala ed è la manifestazione di Dainichi

Nyorai nel suo aspetto terribile, che dilania e sconfigge le illusioni.

Il resto della cerimonia è molto simile a quella descritta precedentemente, tranne alcune variazioni nella

fase di visualizzazione. Dopo aver visualizzato una pagoda, simbolo dell’universo, il praticante si concentra

sulla trasformazione antropomorfa di Fudō, circondato da assistenti. La corda che avvolge la sua mano

sinistra rappresenta gli abili mezzi, che possono sottomettere anche le illusioni più ingovernabili. Nella

mano destra, invece, regge la spada della saggezza segreta, che taglia le illusioni fino alla radice. Il suo

aspetto feroce spaventa tutti gli ostacoli dell’ego, mentre il suo mantra esprime la liberazione del potere

della compassione. Il praticante fissa la divinità nel suo corpo, nella sua mente e nell’altare, creando con

essa l’unione esoterica.

Dopo aver eliminato ogni distrazione e influenza negativa esterna, il praticante forma il mudra di Ka-ten e

invoca il suo nume tutelare, preparando anche le offerte. A quel punto è pronto per il primo dei cinque

stadi del goma.

Il monaco poggia bastoncini di legno sacro sui vassoi vajra e altri undici legnetti che rappresentano le

illusioni nel focolare. Da fuoco al legno nel focolare, visualizzando le fiamme come fossero quelle

dell’illuminazione, mentre recita mantra e visualizza la sillaba simbolo dell’elemento del vento. Il fuoco

viene alimentato con dei mantra e brandendo i vajra a tre punte.

Nella mente del monaco, le fiamme si radunano in un triangolo, che diventa poi la figura di Ka-ten, dalle

quattro braccia, che formano il mudra dell’assenza di paura e reggono un rosario, una bacchetta e un vaso,

mentre il suo corpo è percorso dalle fiamme.

Dopo aver invocato Ka-Ten, comincia la presentazione delle offerte, sempre accompagnate da mudra e

mantra. Per prima cosa l’acqua, versata direttamente sul focolare. Segue della polvere di incenso, che

rappresenta il tentativo di entrare nella bocca di Ka-ten per riempire il suo corpo e la sua mente. Si

continua poi con un miscuglio di olio (simbolo delle illusioni) e miele (saggezza), bastoncini di legno, riso,

grano, altro incenso. Attraverso i dovuti mudra e mantra il praticante riflette queste offerte nella

dimensione universale e da loro potere recitando i giusti versi.

Finito il rito, Ka-ten torna nel suo mondo, e il monaco può ripetere altre quattro volte questi passaggi in

onore di altre divinità: il bodhisattva Hannya, Fudō, tutte le divinità e gli dei protettivi.

INIZIAZIONE

Tutte le sette buddhiste prevedono cerimonie di iniziazione per entrare nella congrega, generalmente

rasando i propri capelli, indossando determinate vesti e ricevendo i precetti. La cerimonia di iniziazione,

chiamata kanjō, tuttavia, è esclusiva della tradizione esoterica.

Kanjō significa letteralmente cospargere acqua sulla testa e deriva dall’antico rituale indiano di

incoronazione. Nelle cerimonie del Mikkyō, il maestro versa dell’acqua da cinque recipienti, che

simboleggiano le Cinque Saggezze, sul capo del suo discepolo.

Il Dainichi-kyō elenca tre tipologie e cinque livelli di kanjō, molti dei quali non vengono ormai più eseguiti.

Le tre tipologie elencate differiscono a seconda del formato: il primo è il rito formale in cui vengono

utilizzati tutti gli strumenti e uno speciale altare; il secondo, ormai in disuso, prevede l’uso del numero

minimo di strumenti; il terzo, l’”iniziazione basata sulla mente” (ishin kanjō), non prevede alcuna forma di

rituale ed è considerata la forma massima di cerimonia.

Le cerimonie possono essere anche classificate a seconda dei livelli, chiamati i Cinque Reami (goshu

sanmaya), in riferimento al livello di profondità della coscienza a cui sono diretti.

1. Il primo prevede la semplice realizzazione dell’esistenza del mandala. E’ una sorta di pre-rituale, un

primo contatto con gli insegnamenti esoterici.

2. Durante il rito di contatto il praticante, che può anche essere un laico, viene guidato di fronte al

mandala e distende su di esso un bastoncino di anice, per stabilire un legame dharmico con una

particolare divinità.

3. Il terzo livello è per i laici che intendono seguire la via del Mikkyō. Il candidato, sempre di fronte ad

un mandala, attraverso i mantra e i mudra di una particolare divinità diventa formalmente il

discepolo di un maestro, avendo il permesso di studiare e praticare gli insegnamenti esoterici.

4. Il quarto livello è la trasmissione del Dharma (denpō kanjō), in cui un monaco Shingon intraprende il

cammino per ottenere la qualifica di insegnante. Questo rito e il precedente furono introdotti in

Giappone da Kukai, dopo i suoi viaggi in Cina. I candidati devono rispettare particolari standard,

avere una grande preparazione nello studio e nella meditazione e, prima di ottenere la qualifica,

ricevono anche i precetti esoterici.

5. Il quinto livello è riservato a coloro che sono già stati ammessi nella linea di trasmissione del

Dharma. Questa iniziazione “mente a mente” non prevede un vero e proprio rito, ma è una

trasmissione diretta e intuitiva degli insegnamenti, non limitata dal tempo o dallo spazio, basata

sulla relazione unica tra maestro e discepolo.

Un rituale di iniziazione avanzato, chiamato “iniziazione alle pratiche erudite” (gakushu kanjō), si tiene

esclusivamente sul monte Kōya per un gruppo limitato di monaci anziani che si sono sottoposti a decadi di

studio. Per ottenere il certificato di Grande Ajari, il discepolo deve vincere contro il suo maestro in una

sorta di dibattito.

Nonostante le diverse tipologie di rituali, le iniziazioni seguono sempre regole precise che li accomunano,

dal numero di discepoli alla disposizione degli strumenti, e molti di essi sono tuttora segreti.

Prima della cerimonia, il discepolo deve purificare il suo corpo attraverso l’incenso in polvere. I suoi occhi

vengono coperti con della seta per escluderlo dal resto del mondo. Tenendo stretto un rametto di anice tra

le sue dita medie, egli deve recitare dei mantra e meditare sull’unione tra la sua mente e quella del Buddha.

Attraversando del fumo di incenso, entra finalmente nella sala d’iniziazione.

Simbolicamente, la sala rappresenta la Torre di Ferro e il corpo del candidato l’illuminazione che trascende

tempo e spazio. I mandala appesi alle pareti ed utilizzati sono forme abbreviate del Tai-zō e Kongō-kai, che

mostrano solo quarantatre divinità in forma samaya.

Il maestro utilizza uno speciale bastone di legno (sanjō) per versare dell’acqua sulla testa del candidato. Il

legno deriva da un prugno che cresce ad est, esposto al sole, ed è cavo in otto punti. L’acqua utilizzata è

contenuta in cinque bacinelle ed entrando in contatto con la testa dell’iniziato (considerato come

Kongōsatta) permette a Dainichi Nyorai di trasmettere la sua verità. In questo momento l’essenza della

dottrina è a disposizione dell’iniziato, così come la via per l’illuminazione è aperta.

Il maestro porge un vajra a cinque punte al suo discepolo, senza smettere di recitare mudra, così che

quest’ultimo confermi la sua identità come Kongōsatta. Il termine del rito prevede la trasmissione orale

delle pratiche e degli insegnamenti.

PRATICHE PER I TRE SEGRETI

Le Quattro Pratiche, pur non essendo tra le più complesse del panorama Shingon, illustrano il modo in cui il

praticante può raggiungere l’unione esoterica attraverso le tecniche dei tre segreti.

L’attività ultima del Mikkyō non ha una forma precisa, si realizza nella spontaneità della vita quotidiana.

MEDITAZIONE DELLA STELLA DEL MATTINO

E’ una pratica in cui il mantra del bodhisattva Kokuzō viene recitato un milione di volte. Richiede meno

tempo delle Quattro pratiche, pur seguendo lo stesso schema, e si focalizza sull’unione esoterica attraverso

la recitazione di mantra e sulla possibilità per il praticante di diventare tutt’uno con il reame del Dharma. I

mantra e i mudra utilizzati sono solo uno e vengono rivolti alla divinità della stella del mattino.

L’obiettivo della pratica consiste nello sviluppare l’abilità di ricordare tutto quanto viene visto e sentito, ma

nella tradizione esoterica viene utilizzata per raggiungere uno stadio samadhi ancora più profondo e

attualmente rappresenta una delle pratiche segrete più importanti del Mikkyō.

Il nome, stella del mattino, si riferisce a Kokuzō visualizzato come Venere.

Il testo di riferimento del rituale raggiunse il Giappone nel 718, per cui la pratica era conosciuta tempo

prima che Kukai avviasse la sua linea di successione. Perfezionato in Giappone, il rito ha origini indiane.Il

testo è molto breve e si focalizza sulla recitazione del mantra.

La leggenda vuole che Kukai abbia sperimentato la natura degli insegnamenti esoterici proprio attraverso

questo rito. Non è una pratica richiesta nella formazione dei monaci, e ad oggi sono davvero pochi coloro

che sono in grado di portarla a termine.

I CORPI CELESTI

Per lo Shingon, la meditazione sulla Stella del Mattino si rifà alla volta in cui Shakyamuni vide la stella del

mattino nel momento in cui raggiunse l’illuminazione. Ciò significa che non solo la luna, ma anche gli altri

pianeti e le costellazioni sono importanti per il Mikkyō.

Esistono anche cerimonie dedicate alle stelle (hoshiku) che derivano dall’astrologia cinese, che mirano ad

allontanare la sventura e prolungare la vita. Una pratica che rientra in questa categoria è quella dedicata al

bodhisattva Myōken, divinità della Stella Polare, che è rappresentata circondata dai suoi aiutanti, le sette

delle stelle della costellazione dell’Orsa Maggiore, ciascuna delle quali rappresenta un aspetto della natura

di Buddha.

Nella pratica della Stella del Mattino, non solo la divinità ma anche il pianeta stesso che essa rappresenta

diventa protagonista del rituale. Sebbene Venere non sia sempre visibile, il soggetto della cerimonia è la

dinamicità del cosmo, già rappresentata dai dipinti in cui figura Kokuzō. In essi, il bodhisattva è raffigurato

in un disco lunare e il suo corpo è dorato, irradia raggi di luce. Siede su un trono di loto, ha la mano destra

stesa con il palmo verso l’alto nel mudra dell’esaudimento del desiderio (yogan).

Kokuzō è la divinità della saggezza, della virtù e della buona fortuna, il cui scopo è realizzare tutti i desideri.

La sua direzione è il sud, da dove provengono – secondo la tradizione esoterica – tutti i tesori. Il suo nome

significa letteralmente “depositario del vuoto”, intendendo come vuoto il misterioso potenziale di ogni

fenomeno. La sua forma samaya è la gemma della soddisfazione dei desideri. Quest’ultima rappresenta non

solo il bodhisattva ma anche l’universo stesso che si evolve eternamente in perfetta libertà.

LA PRATICA DELLA STELLA DEL MATTINO

La sala per la meditazione della Stella del Mattino, tradizionalmente, è costruita in un ambiente isolato e

naturale, da cui è possibile vedere le stelle e il cielo. A causa di questi requisiti particolari attualmente sono

pochi i templi in Giappone in cui viene praticata: ad esempio, il Kongō-ji.

La sala per la pratica è invece costruita affinché le facciate ad est, ovest e sud siano aperte, con vista su

paesaggi naturali. In particolare, il lato est non deve assolutamente essere chiuso da alberi o altri edifici. La

sala è piccola e possiede una finestra che permette al praticante di vedere le stelle. Sempre ad est c’è il

dipinto di Kokuzō, coperto da un telo bianco quando non utilizzato nelle cerimonie. La sala è illuminata solo

da una piccola lampada ad olio.

I testi sacri parlano di un mandala di legno, una piattaforma con quattro gambe tuttora utilizzata. La sua

funzione è quella di accogliere la divinità e simboleggia l’illuminazione della divinità. E’ posta sotto il dipinto,

di fronte alle offerte. Durante la pratica l’altare non viene mai toccato così come l’acqua nei vasi dei fiori

non viene mai cambiata. I “fiori” altro non sono che foglie dell’albero keya, ed è l’olio della stessa pianta ad

alimentare la lampada. Anche il rosario utilizzato dal praticante è composto da legno di keya e contiene 54

grani invece di 108.

In passato questa pratica richiedeva cento giorni, ma attualmente i tempi sono stati accorciati. La data di

inizio della meditazione viene calcolata partendo da quella in cui dovrebbe terminare, che coincide con

un’eclissi solare o lunare. Anche il numero di mantra da ripetere ogni giorno dipende dalla lunghezza totale

della cerimonia.

Quella della Stella del Mattino è una pratica faticosa sia per la mente che per il fisico. Richiede un periodo

di isolamento sulle montagne e non può essere interrotta neanche in caso di malattia o sconforto. E’ una

tecnica segreta, la maggior parte della quale viene tramandata solo oralmente e solo a chi è ritenuto degno.

Approssimativamente, si tratta di una pratica che segue lo schema individuo-divinità, pur prevedendo solo

un mantra e un mudra. Il praticante è rivolto ad est ed è vestito di giallo, con la mano destra esegue il

mudra della gemma dell’esaudimento del desiderio.

Qualsiasi attività quotidiana, dal mangiare al dormire, è ritualizzata. La dieta deve seguire regole rigorose:

ad esempio il consumo di sale è ridotto e non può essere consumato nessun pasto dopo mezzogiorno.

Ogni giorno, il praticante segue la stessa routine. Prima di entrare nella sala, di mattina, venera la stella del

mattino ed estrae due secchi di acqua dal pozzo, uno per sé ed uno per la divinità. Essa viene utilizzata

anche per la purificazione. Segue la recita di alcuni mantra.

Preparate le offerte, il praticante, indossando una maschera su naso e bocca che andrà rimossa solo

all’inizio della pratica, entra nella sala di meditazione. Si inchina e con uno speciale bastone rimuove la

stoffa che copre il dipinto. Tutto ha finalmente inizio.

Il praticante esegue il mantra e i mudra dei cinque punti del corpo. Visualizza Kokuzō e tutti i Buddha che lo

assorbono dentro di loro, eliminando tutte le illusioni e purificandolo. Vengono trasmessi i dovuti poteri

all’acqua, utilizzata, nella mente del monaco, per lavare i piedi della divinità. Quest’ultima, visualizzata

mentre siede su un fiore, viene accolta suonando il campanello e presentando le cinque offerte.

A questo punto comincia il nucleo della pratica, che prevede che il praticante formi il mudra e reciti il

mantra stringendo il rosario. Visualizza un disco lunare nascere dal petto di Kokuzō. Emettendo luce dorata,

il mantra fluisce dalla divinità alla testa del praticante, uscendo dalla sua bocca e rientrando dai suoi piedi.

Il disco lunare lentamente si espande fino a riempire l’universo, per poi gradualmente ritornare alla sua

forma originale. Seguono centinaia di ripetizioni in onore di Dainichi Nyorai e altre quattro divinità.

Il rito si conclude con le offerte finali, accompagnate da preghiere e omaggi. I meriti ottenuti dalla pratica

vengono trasferiti a tutti gli esseri viventi. Dissolte le protezioni dall’esterno e congedata la divinità, il

praticante lascia la sala.

LA VISUALIZZAZIONE DELLA SILLABA A

Anche detta ajikan, è una tecnica Shingon molto antica, tramandata sia oralmente che attraverso centinaia

di testi. Il Mikkyō considera questa sillaba come il simbolo della vera natura dei fenomeni dell’universo,

trascendente dalla vita e dalla morte, effimera e permanente al tempo stesso, passato e futuro, l’uno e i

tanti. Attualmente esistono diverse forme di questa pratica e molte delle sue caratteristiche sono segrete.

Questa tecnica sviluppa gradualmente l’abilità di meditazione, ed è quindi utilizzata per la preparazione per

pratiche ancora più difficili. E’ ritenuta una delle pratiche più concise e versatili del Mikkyō.

La sillaba A è molto importante, reputata la radice di tutta la dottrina, come spiegato nel Dainichi-kyō.

Rappresenta l’universo del Dharma non solo per l’esoterismo, ma anche per l’essoterismo.

Nei testi essoterici, essa rappresentava la verità perfetta che non poteva essere espressa direttamente, con

ben tre significati di negazione. Il Mikkyō invece e attribuiva una triplice affermazione: il potenziale

dell’universo, il non nato, la forma dei fenomeni.

La sillaba è la madre di ogni discorso, di ogni sillaba sacra. I linguaggi dei tre reami dipendono da nomi, i

quali a loro volta dipendono dalle sillabe. Lo stesso mantra di Dainichi Nyorai è rappresentato dalla singola

sillaba, per cui essa è l’origine di tutti i mantra.

Per lo Shingon, la tecnica di meditazione e visualizzazione della sillaba A rappresenta l’unione con la propria

vera mente. Rappresentando tutti i linguaggi, essa simboleggia anche la “parola” del Corpo del Dharma,

presente in tutte le cose.

La sillaba A è il simbolo esoterico in cui il Mikkyō concretizza l’intero universo. Ciò non vuol dire però

negare la diversità di ogni individuo ed ogni cosa, come dimostrato dalla tecnica di meditazione dei “redalle

cento radiosità che tutto illuminano” (hyakkō henjō-ō). In questa pratica, viene visualizzata la sillaba AN,

ovvero la sillaba A sormontata da un elemento ortografico, il “punto del vuoto” (kuden). Intorno ad essa, il

monaco visualizza una gamma di cento altre sillabe in sanscrito, che rotano in un disco e rappresentano la

combinazione di elementi ortografici. Questa ruota si trasforma in una luce che, splendendo come il sole,

elimina il buio dell’ignoranza. Anche la sillaba AN identifica Dainichi Nyorai.

In vari rituali, soprattutto nelle Quattro Pratiche, vengono utilizzate diverse sillabe la cui radice è A e che

richiamano la mente illuminata, la pratica, la saggezza, il nirvana e gli abili mezzi.

In ogni caso il Mikkyō da uguale importanza a tutte le sillabe in sanscrito, in quanto tutte possiedono un

loro particolare significato e ciascuna può essere visualizzata separatamente in un disco lunare durante la

meditazione. Al tempo stesso, ciascuna sillaba è contenuta nella singola A: ciò richiama la visione del

Mikkyō per la quale la singola verità dell’universo non esiste senza la miriade di fenomeni ed esseri che lo

compongono.

TECNICHE PER LA VISUALIZZAZIONE DELLA SILLABA A

Questa tecnica di visualizzazione può durare solo dieci minuti o addirittura ore, a seconda del numero di

strumenti impiegati. Può essere svolta nella sala di meditazione, ma anche in qualsiasi posto tranquillo, con

o senza il dipinto della sillaba, sia da monaci che da laici.

La “divinità” in questo caso è la sillaba A di colore oro impressa in un disco lunare bianco, sopra un fiore di

loto, il quale generalmente ha otto petali. Il praticante si concentra su questo dipinto, celebra il suo rito e lo

visualizza dentro di sé: i tre elementi simbolici (la sillaba, il loto e il disco lunare), dovrebbero comunicare

direttamente con la sua coscienza più profonda.

La pratica rispecchia lo schema classico del Mikkyō, che comincia con la preparazione di corpo e mente, la

purificazione, e infine il rituale per il risveglio della mente illuminata. Il praticante deve anche recitare il

mantra a cinque sillabe di Dainichi Nyorai, e alcuni maestri istruiscono i propri discepoli sul corretto

controllo della respirazione da tenere durante la pratica. Dentro di sé, egli visualizza la sillaba assumere la

forma antropomorfa della divinità stessa, che è il praticante stesso. Visualizzando il disco lunare che

contiene la sillaba espandersi e poi contrarsi, il monaco apprende la tecnica dell’espansione, che richiede

grandi esperienza e capacità.

La luna e la sua luce occupano un posto speciale nella dottrina e nella pratica esoterica. Ogni individuo,

infatti, è permeato dalla natura del Buddha, pura e perfetta, che si irradia come la luce della luna piena.

Questa stessa luce viene però offuscata dalle nubi dell’illusione.

LA VISUALIZZAZIONE DELLA SILLABA A E IL DUPLICE MANDALA

Questa tecnica di visualizzazione esiste in due forme, a seconda della sua appartenenza al Tai-zō o al

Kongō-kai Mandala. La prima si concentra sul loto della compassione, la seconda sul disco lunare della

mente illuminata. Nel caso della pratica del Tai-zō, il praticante visualizza la sillaba A dipinta in un disco

lunare, sopra un loto; nel caso dell’altro mandala sia la sillaba che il loto sono visualizzati all’interno del

disco, permettendo l’uso della tecnica di espansione: a causa della condivisione dei simboli centrali, si

ritiene che questa tecnica di meditazione unisca i due mandala.

Non esistono testi che spieghino le varie modalità della pratica a seconda del mandala scelto. I testi che

accennano a questa pratica sono stati tramandati nel corso dei secoli e molti di essi sono conservati in

archivi inaccessibili.

Per lo Shingon, la sillaba A è il Corpo del Dharma (hottai) del Dainichi-kyō, ed è proprio questo sutra a

contenere alcuni passaggi che spiegano i vari metodi di meditazione e come concentrarsi su di essa renda il

praticante nobile come Buddha. Inoltre pare che contemplarla per tre volte allunghi la durata della vita. Il

sutra descrive la sillaba poggiata su un altare di loto a otto petali, non più dentro un disco lunare ma uno

specchio rotondo (anche se in alcuni passaggi viene citato il disco lunare).

In un testo del nono secolo ad esso dedicata viene mostrato lo sviluppo della tecnica, dalle sue origini nella

linea di trasmissione del Tai-zō fino alla meditazione che comprende il duplice mandala Kongōkai-Taizō:

salendo lungo la gola, la sillaba rappresenta la voce del Buddha del Kongō-kai, e quando essa esce

attraverso le labbra rappresenta le tre divisioni del Tai-zō.

La sillaba, il loto e il disco lunare sono uniti da una legame indistruttibile, e formano le basi per lo sviluppo

dell’intera pratica di meditazione. Con il tempo a questa tecnica sono stati aggiunti nuovi simbolismi e

strumenti, fino a renderla una pratica rituale completa e indipendente.

Sviluppo della pratica attraverso i testi:

1. Ajikan Yōjin Kuketsu: descrive la pratica della meditazione attraverso il Tai-zō. La relazione tra loto

e disco lunare non è intesa in termini di verità e saggezza, ma di cuore (“mente”) e mente interiore.

Viene descritta anche la tecnica dell’espansione-contrazione, ma citando solo il disco lunare,

identificando la pratica nella discendenza del Kongō-kai.

2. Ajikan Hossoku. Descrive la tecnica dell’espansione-contrazione nella linea di discendenza del

Kongō-kai.

3. Ajikan Shidai. Discendenza del Tai-zō. La sillaba A viene recitata mentre il praticante si concentra

sulla tecnica di respirazione. L’autore, Shōkaku, non cita mai il Kongō-kai, ma identificando il loto

come la verità e la luna come la saggezza, esprime l’indissolubilità del legame tra i due mandala.

4. Aijikan. Kakuban scrisse diversi testi con lo stesso titolo, analizzando entrambi i mandala senza però

mai spiegare le differenza tra i due.

5. Aijikan (scritto da Myōe). La prima parte dell’opera descrive l’uso della tecnica di trasformazione

per visualizzare la sillaba su un loto, che si trasforma in un disco lunare. L’ultima parte esprime il

legame indissolubile tra verità e saggezza, non in termini di loto e luna ma sillaba e disco lunare.

6. A-UN Gō-kan. Il testo analizza una pratica che permette al monaco di visualizzare le due sillabe A e

UN all’interno del proprio petto. La sillaba A non ha una forma pittorica, il loto e il disco lunare non

vengono utilizzati, ma rientra comunque nelle pratiche legate alla sillaba A in quanto ha a che fare

con la figura del non nato. Le sillabe A e UN rappresentano i due mandala.

7. Aji Hishaku (di Raiyu). Probabilmente è uno dei testi più antichi che analizzano entrambe le forme

della tecnica di visualizzazione. Il loto rappresenta il Tai-zō, la saggezza il Kongō-kai. Quando il loto

si trova al di fuori della luna, esso diventa l’immagina centrale del Tai-zō, e quando la luna circonda

il loto, rappresenta il Kongō-kai. Purtroppo il testo non offre alcuna spiegazione per questa

distinzione.

Tutti questi testi danno un’interpretazione diversa dell’immagine centrale di ciascuno dei due mandala,

senza specificare molto a riguardo. Nel Dainichi-kyō e nel suo commentario, le pratiche di visualizzazione

della sillaba vengono presentate in termini di potere simbolico del loto. Quest’ultimo rappresenta gli esseri

umani, in quanto pur crescendo dal fango conserva la sua purezza innata al di là di ogni apparenza.

In linea generale la differenza tra i due mandala non sta solo nell’immagine principale (loto per il Tai-zō e

disco lunare per il Kongō-kai), ma anche nel fatto che nel primo, a differenza del secondo, non venga quasi

mai citata la tecnica di visualizzazione dell’espansione-contrazione, che quindi non ha alcun legame con il

simbolo del loto.

Il loto rappresenta il cuore e la purità dell’essere, quindi la santità della vita. Attraverso la meditazione, il

praticante cerca di realizzare la fonte misteriosa della realtà e al tempo stesso, contemplando la sillaba del

non nato, cerca l’esperienza della bellezza radiosa dell’universo e di quanto esso contiene. E’ questa la

visualizzazione della sillaba A nella discendenza del Tai-zō.

Visualizzando l’espansione e la contrazione del disco lunare, il praticante cerca di sperimentare la natura

infinita dell’universo, realizzando l’unità tra essere e universo. E’ questa la visualizzazione nella discendenza

del Kongō-kai.

Queste due forme di meditazione non solo uniscono i concetti di uguaglianza nella verità e diversità nella

saggezza, ma si fondono nella visualizzazione della sillaba A del duplice mandala.

LA PRATICA A NOVE LIVELLI DEL TAI-ZŌ

La tecnica di visualizzazione della sillaba A su nove livelli è la chiave per svelare l’aspetto multidimensionale

del Tai-zō mandala. Anche conosciuta come visualizzazione del disco lunare in nove livelli, inizialmente

faceva parte della pratica del Tai-zō, per poi essere rimossa quando quest’ultima entro ufficialmente nelle

quattro pratiche preparatorie.

Il Dainichi-kyō descrive le basi per questa pratica tramandata da Kukai. Nei testi viene spiegato come

visualizzare il disco lunare, che è perfettamente bianco e rappresenta il vuoto. L’unione esoterica avviene

attraverso la compenetrazione tra praticante e divinità.

Ciascun livello è legato ad ognuna delle divinità al centro del mandala, appartenenti al nono livello di

coscienza. Questo rende la tecnica di visualizzazione su nove livelli il cuore della pratica dei Tai-zō. Alcuni

testi danno diverse interpretazioni dei nove livelli, a seconda che essi seguano uno schema concentrico, su

nove dischi o ad otto petali.

Nella forma concentrica il praticante visualizza nove dischi lunari, i più piccoli contenuti nei più grandi. Il

centro rappresenta la nona coscienza, fino a giungere il primo, il più esterno.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea triennale in Lingue, culture e società dell’Asia e dell’Africa mediterranea
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Strangeilary di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e delle religioni del Giappone 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Bulian Giovanni.

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