Il fascismo: prima parte
La storia dell'Italia fascista
La storia dell'Italia fascista (richiamata anche con le espressioni ventennio fascista o semplicemente ventennio) comprende quel periodo storico italiano che va dalla presa del potere di Benito Mussolini sino alla fine della sua dittatura avvenuta il 25 luglio 1943. Per estensione, solitamente a questa definizione si fa riferire tutto il periodo della storia d'Italia che va dalla fine della prima guerra mondiale sino al termine della seconda guerra mondiale o il ventennio 1925-1945, poiché nel '25 furono dichiarati illegali tutti i partiti tranne il Partito Nazionale Fascista (PNF) e nel 1945 si dissolse la Repubblica Sociale Italiana (RSI).
Situazione italiana alla fine del primo conflitto mondiale
All'indomani della Grande Guerra la situazione interna italiana era alquanto precaria: il Trattato di Versailles non aveva portato alcun beneficio allo Stato italiano, nemmeno alle rivendicazioni più moderate. Le casse statali erano quasi vuote anche perché la lira durante il conflitto aveva perso buona parte del suo valore, con un costo della vita aumentato di almeno il 450%. Mancavano le materie prime e le industrie non riuscivano a convertire la produzione bellica in produzione di pace per assorbire l'abbondanza di manodopera ulteriormente accresciuta dai soldati di ritorno dal fronte.
In una situazione simile nessun ceto sociale si sentiva soddisfatto, e soprattutto tra i benestanti s'insinuò una profonda paura di una possibile rivoluzione comunista sull'esempio russo. L'estrema fragilità socio-economica portò spesso a disordini, che il più delle volte venivano stroncati con metodi sbrigativi e sanguinari.
Nascita del fascismo
Tra gli strati sociali più scontenti e più soggetti alle suggestioni ed alla propaganda nazionalista che, a seguito del Trattato di Pace, si infiammò ed alimentò il mito della vittoria mutilata, emersero le organizzazioni di reduci ed in particolare quelle che raccoglievano gli ex-arditi (truppe scelte d'assalto), presso le quali, al malcontento generalizzato, si aggiungeva il risentimento causato dal non aver ottenuto un adeguato riconoscimento per i sacrifici, il coraggio e lo sprezzo del pericolo dimostrati in anni di duri combattimenti al fronte.
Fu questo il contesto nel quale il 23 marzo 1919 Benito Mussolini fondò a Milano il primo fascio di combattimento, adottando simboli che sino ad allora avevano contraddistinto gli arditi, come le camicie nere e il teschio. Il nuovo movimento espresse la volontà di "trasformare, se sarà inevitabile anche con metodi rivoluzionari, la vita italiana" autodefinendosi partito dell'ordine riuscendo così a guadagnarsi la fiducia dei ceti più ricchi e conservatori, contrari a ogni agitazione e alle rivendicazioni sindacali, nella speranza che la massa d'urto dei "fasci di combattimento" si potesse opporre alle agitazioni promosse dai socialisti e dai cattolici popolari.
Al neonato movimento mancava inizialmente una base ideologica ben delineata e lo stesso Mussolini non s'era in un primo tempo schierato a favore di questa o quell'altra idea, ma semplicemente contro tutte le altre. Nelle sue intenzioni il fascismo avrebbe dovuto rappresentare la "terza via".
Gli anni dello squadrismo
Nel movimento, oltre agli arditi, confluirono anche futuristi, nazionalisti, ex combattenti d'ogni arma ma anche elementi di dubbia moralità. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei Fasci le neonate squadre d'azione si scontrarono con i socialisti e assaltarono la sede del giornale socialista L'Avanti!, devastandola: l'insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese le squadre fasciste si diffusero in tutta Italia dando al movimento un'organizzazione sempre più strutturata.