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Le prime banche centrali come la Banca d’Inghilterra sorta nel 1964 si prefigura come istituto privato la cui corona

concede di amministrare le riserve auree della nazione, fornire credito allo Stato, garantire prestiti con interessi nei

confronti di altre banche e cittadini.

Soltanto nella seconda metà del XIX secolo che si realizzerà un nuovo salto di qualità, ossia il passaggio dal sistema

metallico a quello cartaceo quando lo stato dà la possibilità al alcuni istituti di emettere carta moneta.

Inizialmente la quantità di carta moneta che ciascun istituto poteva emettere era legata alla quantità di riserve auree

che esso possedeva, tuttavia con l’aumento della carta moneta quale strumento di pagamento portano alla necessità

da parte degli istituti di emettere più carta moneta e un maggior controllo dello Stato sul loro operato per garantire

la tenuta del sistema.

In questo contesto nascono le banche centrali contemporanee che avevano il compito di controllo pubblico sulla loro

gestione e l’emissione della carta moneta.

L’espansione delle funzioni di interesse pubblico delle banche centrali conosce un’accelerazione con la prima guerra

mondiale in virtù della necessità dello Stato di sostenere il finanziamento della guerra tramite la stampa di carta

moneta, riproponendo il cosiddetto corso forzoso, ovvero l’impossibilità di recarsi agli sportelli di questi istituti per

convertire la carta moneta in oro o argento.

Con la crisi del 1929 le banche centrali assumono ulteriori funzioni di garanzia e di controllo del nuovo sistema e a

partire dagli anni Trenta le moderne banche centrali assumono sempre più funzioni di carattere macroeconomico.

Tra queste funzioni ricordiamo:

1. La regolamentazione del tasso di sconto.

2. La gestione delle riserve auree.

3. Gli interventi sui Titoli pubblici funzionali a garantire il finanziamento dello Stato.

4. Il ruolo di prestatore di ultima istanza dello Stato in casi come guerre, crisi fallimenti ecc.

Queste funzioni si modificheranno parzialmente negli anni Settanta con la crisi dello Stag-flazione.

Una differenza tipica dei diversi processi di sviluppo affermatisi in contesti difformi tra il XIX ed XX secolo è quella

tra:  I modelli industriali market oriented, nei quali il finanziamento delle industrie è legato soprattutto agli

intermediari e alla raccolta dei capitali sul mercato.

 I modelli industriali bank oriented, nei quali il finanziamento dei capitali industriali è legato soprattutto agli

operatori bancari, pubblici o privati.

Il sistema market oriented sono più legati al modello anglosassone dove pesa il condizionamento del processo di

sviluppo della prima rivoluzione industriale, che è caratterizzato dalla diffusione di piccoli e medi istituti di credito

che forniscono sostegno alla nascente industria locale.

Il sistema bank oriented sono sistemi nei quali il mercato di borsa è ancora scarsamente sviluppato perché le

imprese ricorrono a rapporti privilegiati con una main bank che fornisce loro non solo il credito necessario ma anche

una serie di servizi collaterali. In cambio delle anticipazioni e delle garanzie fornite, le banche ricevono un ricavo sugli

interessi o laddove la banca è proprietaria di un capitale azionario riceve degli utili.

12 LA PRIMA ESPANSIONE EUROPEA

La transizione dal medioevo al mercantilismo avviene dal XV al XVI secolo, quando l’ingresso del vecchio continente

nell’età moderna è caratterizzata da due elementi principali:

 L’ascesa degli Stati nazionali unitari moderni.

 Le nuove scoperte geografiche che permettono di avviare la prima fase di espansione coloniale in tutto il

mondo, favorendo l’ascesa dei nuovi settori commerciali ed economici.

La concomitanza di questi due elementi porta ad una serie di mutamenti come:

 Le innovazioni nel campo agricolo.

 L’affermazione del metodo scientifico sperimentale e del matematico.

 Lo sviluppo del pensiero giusnaturalista, che vedeva alla base della convivenza civile il rispetto dei diritti di

ogni individuo.

 Alcune innovazione in campo militare e navale.

 La cesura generata dalla riforma protestante.

Questi mutamenti interni alla società europea si accompagnano alla parallela affermazione degli Stati nazionali

perché essi riescono a cogliere le opportunità presenti da nuovo contesto.

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Lo Stato moderno si afferma sul continente in concomitanza di tre elementi:

 L’assolutismo.

 Il dirigismo.

 Il protezionismo.

L’assolutismo politico è la gestione diretta e senza limiti formali da parte del sovrano, il sovrano decide per il bene

della nazione e dei sudditi, governa il paese attraverso i suoi ministri che devono rispondere del proprio operato solo

a lui. L’assolutismo è accompagnato dalla nascita degli eserciti di Stato o delle polizie nazionali.

Il dirigismo è la capacità del nascente Stato moderno di intervenire guidando direttamente o indirettamente i

processi economici.

Il protezionismo permette di accrescere la forza dell’economia nazionale soprattutto in un’epoca nella quale si

registra da un lato l’espansione del sistema coloniale e dall’altra lo sviluppo delle prime manifatture pubbliche e

private.

Il colonialismo, la diffusione dello Stato moderno nazionale e la nuova stagione dei commerci mondiali consentono

l’ingresso di diverse aree europee nel modello del capitalismo mercantile.

La lotta per la leadership e l’egemonia continentale trovano nella conquista coloniale un nuovo terreno di confronto,

ogni Stato usava delle forme diverse e grazie a questi metodi differenti si riesce a capire perché alcuni Paesi

riuscirono a maturare prima di altri processi di sviluppo capitalistico di tipo industriale.

Il fenomeno coloniale non è una novità introdotta dall’età moderna, ma quello che lo differenzia rispetto al passato

è la sua intensità e le sue caratteristiche innovative.

L’intensità non è legata solo all’espansione geografica ma anche al sistema di supporto che gli Stati nazionali

adoperano per sostenere il modello coloniale.

Le caratteristiche innovative derivano invece dalla modalità con cui si afferma il nuovo modello coloniale che può

essere suddiviso in due filoni: il colonialismo imperiale e commerciale.

Il colonialismo imperiale è praticato da Spagna e Portogallo e si basa su alcune caratteristiche:

1. Occupazione militare della colonia.

2. Imposizione culturali e religiosi sulla colonia da parte della madre patria.

3. Sfruttamento delle risorse naturali a vantaggio solo della madre patria.

4. L’utilizzo dello schiavismo.

5. Diffusione dei metodi di conduzione della terra del modello latifondista.

6. Ricerca dei materiali preziosi che vengono inviate alla madre patria.

7. Il controllo dei commerci da parte dello Stato attraverso monopoli.

Il colonialismo commerciale anglo-olandese si basa:

1. Su un sistema maggiormente diretto a favorire gli scambi commerciali, favorendo anche lo sviluppo

dell’economia della colonia.

2. Su un utilizzo delle risorse importate in madre patria per favori gli investimenti produttivi.

3. Sulla costruzione di un ciclo integrato tra colonia e madre patria.

Importazione in madre patria di materie prime -> trasformazione in prodotti finiti -> vendita dei prodotti in tutto il

mondo.

13 IL MERCANTILISMO

Contemporaneamente alla formazione degli Stati colonialisti si registra l’ascesa del capitale mercantile e bancario

utile a finanziare quello che stava lentamente diventando uno dei settori centrali del sistema economico dell’epoca,

ossia, il mercantilismo o il capitalismo mercantile, un nuovo sistema dove la prima volta il fattore capitale assume

una centralità del processo produttivo.

Le politiche economiche del mercantilismo sono strettamente collegate al contesto politico e dell’ideologia

dell’epoca. Lo Stato o meglio il Sovrano utilizza il monopolio della forza militare per contrastare l’espansione delle

nazioni rivali. Si accompagna a questa visione due aspetti principali:

1. Il profitto non deriva dalla produzione di merci ma dalla compra-vendita di beni sui mercati mondiali;

2. È presente una visione statica del benessere per la quale alla crescita della ricchezza di uno Stato

corrisponde l’indebolimento di uno Stato rivale. 10

L’affermazione del sistema mercantile, in particolare di quello anglo-olandese non deriva soltanto dall’estensione dei

propri possedimenti ma in particolar modo da un diverso utilizzo delle materie prime importate dalle proprie

colonie.

L’Olanda e la GB riuscirono ad impostare due elementi di profonda innovazione:

 Un uso delle risorse importate dalle colonie per investimenti produttivi.

 Un ciclo integrato degli scambi tra colonia e madre patria.

Si tratta di due elementi collegati tra loro che favoriranno l’evoluzione dal capitalismo mercantile a quello

industriale.

Lo sviluppo del capitalismo mercantile prevede, infatti, lo scambio di merci e la loro compravendita come fonte di

profitto, ovviamente, questo presuppone a sua volta una loro vendita nel mercato mondiale, quindi la domanda

sempre più crescente porterà a produrre questi beni non più con metodi artigianali. In questo senso la competizione

mercantilistica tra i grandi Stati portò a creare degli incentivi sulla produzione dei beni favorendo la nascita delle

prime manifatture.

La nascita delle manifatture nell’Europa dei Seicento e del Settecento trova origine in due modelli: il primo è

l’impulso statale tipico del caso francese che vede in questo nuovo di produzione lo strumento per incrementare le

ricchezze del paese; il secondo modello è quello tipico dell’esperienza inglese, ossia dapprima con la nascita

dell’industria a domicilio e successivamente con l’incremento della domanda con la nascita delle prime manifatture

attive 12 mesi all’anno. La nascita delle manifatture comportò di conseguenza lo sviluppo di una nuova figura quella

dell’imprenditore puro.

Lo sviluppo del sistema manifatturiero determina una cesura con la struttura produttiva artigianale tipica dell’età

preindustriale sotto diversi punti di vista:

 Essa consente l’incremento dell’offerta.

 Permette di segnare una riduzione dei costi di produzione e dei prezzi al consumo, legando il concetto di

prezzo a quello del costo effettivo per la produzione del bene.

 Segna il primo passaggio verso una produzione più standardizzata e di minor qualità.

 La manifattura consente un diverso sfruttamento dell’energia.

 La manifattura segna la prima volta una netta separazione tra il fattore lavoro e capitale.

In questo modo cominciarono ad affermarsi i concetti di mercato del lavoro, contrattazione e salario.

14 LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: LE PRECONDIZIONI

La rivoluzione industriale inaugurò un’avanzata cumulativa e auto-propulsiva della tecnica, le cui ripercussioni

dovevano avvertirsi in tutti gli aspetti della vita economica.

La prima rivoluzione industriale segnò una cesura rispetto al passato sotto diversi punti di vista:

1. L’andamento dei cicli economici permette di registrare nel lungo periodo una crescita costante e accelerata

della ricchezza.

2. La straordinaria crescita economica registrata dall’Inghilterra consente al Paese di mantenere la leadership

per secoli.

3. L’avvio nella seconda metà del 800 della rincorsa al leader da parte dei paesi continentali contribuisce a

modificare gli equilibri geo-economici mondiali.

4. Sotto il profilo dell’organizzazione della produzione conosce un’ulteriore accelerazione con il passaggio dal

sistema manifatturiero a quello della fabbrica.

5. Lo sviluppo di un nuovo ceto imprenditoriale contribuisce a determinare un graduale mutamento

nell’organizzazione politica, avviando quel processo di liberalizzazione e poi democrazia.

6. Sotto il profilo della distribuzione della popolazione si registra un aumento della popolazione dei centri

urbani per la nascita delle industrie.

7. La nascita delle società industriale determina un cambiamento dei rapporti sociali e familiari.

8. Le innovazioni tecnologiche ed energetiche modificano sensibilmente la concezione di rapporto tra uomo e

natura.

Il termine rivoluzione industriale deve essere utilizzato non per indicare le cause del fenomeno, ma le sue

conseguenze.

La concomitanza di 6 precondizioni portarono all’avvio dell’industrializzazione in Inghilterra, ossia:

1. Commercio internazionale, garantiti dall’espansione inglese dei secoli precedenti che aveva consentito un

accumulo di capitali da reinvestire nell’industria. 11

2. Rivoluzione agraria,che permise uno sviluppo intensivo delle terre e garantire alti profitti da reinvestire in

attività imprenditoriali.

3. Commercio interno, dovuto all’incremento della popolazione e delle vie di comunicazioni.

4. Sviluppo del sistema bancario, basato sull’aumento della circolazione cartacea.

5. Sistema politico istituzionale, si era avviato sul sentiero di una progressiva parlamentarizzazione della

monarchia,assegnando più poteri agli imprenditori presenti nella Camera dei Comuni.

6. Energia e tecnologia, grazie alla presenza delle materie prime a basso costo su tutto il territorio.

15 LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: CARATTERISTICHE E PROCESSI

La prima rivoluzione industriale fu trainata inizialmente dallo sviluppo di due settori strategici:

1. Il settore tessile, in particolare attraverso la lavorazione del cotone importato dalle colonie.

2. Il settore siderurgico, tramite lo sfruttamento dei giacimenti di ferro e carbone presenti sull’isola.

Alla base della capacità di sfruttamento di questi settori vi erano alcuni elementi comuni di base, prima fra tutti il

circolo virtuoso del carbone.

Il circolo virtuoso del carbone consisteva nello sfruttamento di questa materia prima sia come strumento di

produzione energetica sia come strumento di lavorazione per essere utilizzato insieme al ferro nell’industria

siderurgica.

Altro elemento caratteristico è il binomio carbone-vapore. Fu l’utilizzo congiunto di questi due elementi a

permettere una rottura con i modelli di produzione del passato. L’utilizzo della macchina a vapore permise di

rendere libera l’industria moderna dalla necessità di essere localizzata vicino ad una fonte naturale,in questo modo

cominciava a cambiare non solo il rapporto tra uomo ed energia ma anche il concetto stesso di fabbrica e di lavoro

meccanico.

Particolarmente importante fu il ruolo svolto dal settore tessile, soprattutto nel comporto del cotone per una serie di

motivi:

 Si trattava di un settore nuovo e come tale più facilmente recettivo alle innovazioni e meno legato ai vincoli

tradizionali.

 Il cotone si prestava più facilmente della lana al lavoro meccanico agevolando una serie di innovazione a

grappolo.

 Si trattava di una materia prima d’importazione coloniale e quindi era reperibile a basso costo.

 Incontrava il favore dei consumatori.

16 TEORIE E MODELLI DI DIFFUSIONE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE SUL CONTINENTE

Il successo del percorso di diffusione del modello industriale sul continente può essere definito:

 Rapido

 Intenso

 Diversificato

Rapido perché nell’arco di due o tre generazione i livelli, le aspettative, gli stili di vita erano completamente

cambiati.

Intenso perché il processo non si limita a interessare semplicemente il settore secondario, ma ha riflessi e ricadute

anche sugli altri settori della società.

Diversificato perché non tutti i Paesi europei arrivano al processo di industrializzazione negli stessi tempi e nelle

stesse modalità.

Nel secondo Ottocento la forza del capitalismo fu tale da diventare in qualche modo nell’élite dell’epoca sinonimo di

altre due parole: sviluppo e modernizzazione. Il concetto di modernizzazione si sposa con quello d’industrializzazione

anche in virtù di altri due fattori:

1. La velocità del progresso, ovvero la rapidità con cui una volta intrapresa la strada dell’industrializzazione è

possibile ottenere i risultati sperati.

2. L’irreversibilità, ossia il fatto che una volta iniziata la fase d’industrializzazione si segna una rottura con i

precedenti modelli sociali.

Secondo gli studiosi il processo d’industrializzazione in Europa si diffuse con 3 modalità diverse:

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1. Gli studiosi che hanno letto nell’industrializzazione dell’Europa un processo imitativo della GB

senza differenze significative.

2. Coloro i quali hanno visto un processo imitativo ma con sostanziale differenze.

3. Gli storici che hanno sottolineato come questo processo di diffusione abbia assunto una valenza top-down,

ovvero che sia stato favorito dal ruolo e dai cambiamenti delle istituzioni.

La teoria delle imitazione senza differenze di Walt Rostow si basa su un assunto apparentemente semplice:ciascun

Paese, per arrivare a un certo grado di modernizzazione industriale, deve attraversare diversi stadi, tendenzialmente

simili anche a prescindere dalle diverse realtà storiche sociali.

Questi sono:

1. La società tradizionale nella quale la popolazione vive nel settore primario e in un’economia di

autoconsumo.

2. La fase di transizione in cui l’istruzione diventa obbligatoria e si pongono le basi per il cambiamento

tecnologico.

3. Il take off, ovvero la vera e propria trasformazione verso un primo processo d’industrializzazione.

4. La maturità, caratterizzata dalla crescita massiccia dell’industrializzazione.

5. L’età del consumismo e della produzione di massa.

La teoria dell’imitazione con differenze di Alexander Gershenkron si basa invece su questi aspetti:

1. Il concetto di catching up, con cui l’autore evidenzia come i second comers abbiano attuato il processo di

aggancio verso il Paese leader. La particolarità sta che l’aggancio viene fatto non solo perché la propria

industrializzazione è stata avviata diversi secoli dopo ma nel fatto che è stato fatto con condizioni sociali,

economiche ed industriali molto diverse.

2. Il concetto di arretratezza economica rispetto al leader può diventare un vantaggio per i second comers nella

misura in cui deve introdurre una nuova tecnologia nel processo industriale non deve riconvertire l’industria

ma può semplicemente applicarla.

3. Il concetto di prerequisito sistemico, dove Alexander individua le origini dello sviluppo in determinate

precondizioni.

4. Il concetto di fattore sostitutivo, secondo cui i second comers pur non essendo in possesso degli stessi

prerequisiti possono arrivare comunque all’industrializzazione attraverso fattori sostitutivi.

Altrettanto importante è l’analisi di Sidney Pollard il quale ha introdotto due concetti importanti:

 Il differenziale della contemporaneità.

 La regionalizzazione dei processi produttivi.

La teoria delle istituzioni di Douglas North che ha proposto una interpretazione sull’interazione tra istituzione ed

economia basate sui seguenti elementi:

1. L’evoluzione delle istituzioni è funzionale a contrarre i costi di transazione e a rendere l’economia più

efficiente.

2. Le istituzione devono adattarsi al contesto socio-economico e ai suoi mutamenti.

3. I Paesi che conseguono più tardi i processi d’industrializzazione imitano le istituzioni dei paesi leader.

4. La stessa storia economica può essere letta come la successione dei mutamenti istituzionali e delle loro

forme d’interazione con lo sviluppo.

17 LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

La fase di espansione del nuovo ciclo si registra a partire dalla fine dell’Ottocento ed è basata da molteplici fattori:

 La scoperta di nuovi giacimenti di materie prime e di oro in Alaska e in Transvaal.

 La nascita della gold standard come strumento di regolamentazione degli scambi monetari mondiali.

 L’apertura internazionale dei commerci.

 Lo sviluppo dell’industria pesante.

 Lo sviluppo della meccanica e della motoristica.

 L’ascesa dell’industria della chimica.

 L’utilizzo dell’elettricità e del petrolio.

 La nuova espansione coloniale europea in Africa. 13

18 LA SFIDA DEI SECOND COMERS FRANCIA, GERMANIA, BELGIO

Belgio

Tra la fine Settecento e i primi anni del XIX secolo furono particolarmente importanti le industria della lana e del

cotone, seguì successivamente l’ascesa di industrie vetrarie, dello zucchero e per finire dell’industria chimica e quella

siderurgica. Particolarmente decisivo fu il ruolo delle banche che assunsero da subito una funzione per alcuni aspetti

paragonabili alle moderne banche centrali.

Francia

E’ sostanzialmente a partire dalla metà del XIX secolo che si avvia il processo d’industrializzazione (processo non

iniziato prima a causa dei disordini interni o per le guerre napoleoniche). I settori che ebbero maggiore rilevanza

furono quelli della seta, del cotone e delle prime manifatturiere. Un ruolo deciso ebbe la nascita dei grandi istituti

immobiliari come il Credit Mobilier, che si occuparono di collocare sul mercato i titoli e le azioni funzionali a

raccogliere i capitali necessari per gli investimenti infrastrutturali, innanzitutto quelli ferroviari che trainarono

l’industria siderurgica, meccanica ed elettrica.

Un percorso che ebbe un’ulteriore accelerata con lo sviluppo della Belle Epoque della fine del XIX secolo,

caratterizzata dalla nascita della grande impresa attiva nei settori meccanici.

Germania

Lo sviluppo industriale della Germania si avviò in maniera sostenuta a partire dall’ultimo trentennio dell’Ottocento,

quando i numerosi stati che facevano parte della Germania si unirono.

Lo sviluppo dell’industria tedesca fu favorita da:

1. Dallo sviluppo dei settori ad alta intensità tecnologica e di capitale come: quello del settore siderurgico,

chimico e meccanico.

2. Il ruolo della banca mista per allocare i capitali necessari agli investimenti industriali.

3. Da un forte ruolo dello Stato, sia attraverso le politiche protezionistiche, sia per sostenere lo sviluppo di

alcuni settori industriali tramite la domanda pubblica.

4. Basandosi immediatamente sulla crescita dei grandi settori (siderurgici, meccanici e chimici) formando

spesso accordi con i propri concorrenti.

Per questo insieme di ragioni la Germania riuscì a sfruttare pienamente tutte le sue potenzialità superando, agli

albori della I Guerra Mondiale i tassi di crescita inglesi.

La strategia internazionale tedesca si basò dapprima su una politica di contenimento delle rivalità continentali e poi

su una politica di espansione coloniale in Africa pensato non solo per acquisire nuove colonie, ma anche per

rimettere in discussione gli equilibri politici – economici in Europa.

19 LA FORMAZIONE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

La forza dello sviluppo americano risiede in una pluralità di ragioni che inglobano alcune precondizioni di carattere

puramente economico ma che si estende anche ad un contesto sociale, giuridico e politico.

Il consolidamento del regime coloniale inglese nella seconda metà del Settecento porta a quelli che saranno i primi

moti di rivolta contro l’occupazione britannica da parte dei coloni americani. Alla base del contrasto vi era la politica

di occupazione inglese, basata sulla volontà di mantenere in madre patria il monopolio industriale impedendo lo

sviluppo autonomo delle colonie.

La fine della guerra d’indipendenza americana si accompagna ad un lungo periodo di espansione territoriale che

prosegue per tutto l’Ottocento, incrociando il secondo ciclo della prima della rivoluzione industriale ed in particolare

la cosiddetta rivoluzione dei trasporti che porterà alla nascita delle ferrovie e dei battelli a vapore e portando da un

lato allo sviluppo interno del sistema ferroviario e dall’altro alla crescita dell’esportazione di grano in Europa.

Sarà tuttavia durante la seconda rivoluzione industriale tra il 1890 ed 1945 che il Paese conoscerà il vero decollo

economico.

La forza dello sviluppo economico americano risiede nell’aver mantenuto lo spirito dei padri fondatori, ossia nella

presenza di 5 elementi:

1. Democrazia

2. Liberismo.

3. Responsabilità sociale.

4. Partecipazione.

5. Opportunità. 14

Democrazia perché i coloni fuggiti dalla società feudale si ritengono tutti parte di un unico progetto.

Il liberismo perché nella terra priva dei residui feudali, è giusto che tutti abbiano l’opportunità di provare a

scommettere sulle proprie capacità imprenditoriale senza interferenze esterne.

La responsabilità sociale perché il colono che partecipa alla guerra d’indipendenza si assume il compito gravoso

nell’interesse di se, della famiglia e della comunità.

La partecipazione un elemento fondamentale della vita delle città americane, spesso legata alla comunità religiose.

Infine, altrettanto importante è il primo articolo della costituzione che si apre con l’affermazione che ciascun

individuo ha il diritto di perseguire la propria felicità.

Acquisita l’indipendenza, lo sviluppo del Paese fu possibile grazie ad una serie di fattori:

1. Una crescita demografica.,

2. La pressione demografica contribuì ad altri due elementi che sostengono lo sviluppo economico: la crescita

della domanda interna e l’espansione a ovest.

3. La conquista del west porta alla nascita dei nuovi stati che vengono man mano uniti alla federazione

americana e portò allo sviluppo della ferrovia, un simbolo di costruzione del Paese.

20 LO SVILUPPO ECONOMICO AMERICANO DALLA GUERRA CIVILE ALLA I GUERRA MONDIALE

Nel contesto del Paese che cresce velocemente, la guerra civile può essere interpretata non solo come

l’importantissima lotta per la liberazione degli schiavi neri ma anche come momento apicale della fase di sviluppo

economico del primo sessantennio del XIX secolo. Un momento nel quale entrarono in conflitto 4 modelli economici

che rischiavano di mettere in discussione la potenzialità di crescita del Paese.

I quattro modelli economici erano i seguenti:

 Nord-est fortemente industrializzato e dallo stile di vita europeo.

 Il mid-west caratterizzata da grandi campi di cereali e da una particolare industrializzazione agraria.

 Un ovest dove si segnava la presenza di coltivatori autonomi e la presenza di grandi allevatori.

 Un sud segnato da coltivazioni specializzate ad esempio di cotone ma basato su un modello prettamente

schiavistico di carattere preindustriale.

In questo senso, dunque, la guerra civile fu anche uno scontro tra modelli di vita e tra sistemi economici. La vittoria

del nord consente l’affermazione e l’estensione del modello capitalistico di tipo industriale, nel quale i rapporti tra i

fattori della produzione sono determinati dal libero mercato e non da rapporti di subordinazione.

E’ possibile affermare che il decollo industriale ed economico americano è stato possibile dalla seconda metà

dell’Ottocento a causa di molteplici fattori e condizioni di carattere interno ed internazionale.

I fattori del decollo industriale ed economico americano furono:

1. Una società aperta che si basava su un basso livello di intervento pubblico, per lasciare agli individui le

migliori opportunità d’esprimere le proprie potenzialità e per favorire l’iniziativa privata funzionale a

garantire il “diritto alla felicità “sancito dalla Costituzione.

2. L’estensione e l’accesso alla terra, infatti la grande disponibilità di terreni fertili ed incolti permetteva ai

contadini di trasformarsi in proprietari terrieri.

3. Il mercato interno: la crescita del mercato fu un elemento fondamentale per garantire lo sviluppo del Paese.

La realizzazione delle ferrovie fu un fattore di forte sviluppo dell’industria meccanica e siderurgica, mentre

l’incremento della popolazione contribuì a mantenere molto forte la domanda di beni di consumo.

4. Risorse: un Paese ricco di risorse, in particolare petrolio destinato a diventare paradigma energetico del

Novecento, oltre all’accesso a basso costo di materie prime.

5. Società di consumi: la società americana si presenta come una società di consumo di massa questo in virtù

di due elementi: una politica di alta produttività nell’industria attraverso l’applicazione dell’organizzazione

del lavoro (la catena di montaggio di Taylor) a cui segue la politica di alti salari.

I settori economici che trainarono la crescita del Pil americano furono:

 Il settore meccanico.

 Il settore siderurgico.

 L’industria chimica.

 L’industria energetica. 15

 Lo sviluppo dell’agricoltura di tipo capitalistico.

 Una produzione di massa.

 La nascita del modello della grande impresa abbattendo i costi di produzione e producendo economia di

scala.

 La nascita dell’organizzazione scientifica del lavoro per incrementare la produttività e di conseguenza i

profitti ed i salari.

 Un modello di finanziamento dell’impresa di tipo market oriented, legato quindi alla capacità di convincere

gli investitori tramite la divisione degli utili dell’impresa.

 Una legislazione antitrust che mira a bloccare da subito gli accordi di cartello tra grandi imprese e a garantire

la libera concorrenza sul mercato e i diritti dei consumatori.

21 LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN ITALIA DALLA PERIFERIA AL CENTRO DEL SISTEMA ECONOMICO

Mentre la GB era il Paese leader dell’economia mondiale e mentre alcuni Paesi come Francia, Germania, Belgio e

Stati Uniti rientravano in quella che possiamo definire la periferia del sistema, l’Italia era ai margini del processo

d’industrializzazione. In questo senso appare straordinario il percorso di lungo periodo realizzato dal nostro Paese in

poco più di 100 anni di unità nazionale, che lo hanno portato ad essere una delle principali economie industrializzate

del pianeta. Possiamo dire quindi che si è trattato:

1. Della storia di un successo economico e sociale, della trasformazione di un paese povero in un paese ricco.

2. Di un percorso che ha prodotto dei risultati non scontati, perché altri paesi che si trovavano nelle stesse

condizioni dell’Italia non hanno avuto lo stesso salto di qualità.

3. Di un percorso non lineare ma caratterizzato da periodi di accelerazioni e di compressioni.

4. Di un percorso che almeno fino agli anni 90 del 900 ha sempre aderito agli andamenti dei cicli economici

mondiali.

5. Di un percorso che è riuscito a trovare una maggiore spinta propulsiva quando è stato inserito all’interno di

un contesto internazionale di riferimento.

Il processo d’industrializzazione dell’Italia si compie con la seconda rivoluzione industriale 1890-1945. Il cosiddetto

take off è individuato nel cosiddetto decennio giolittiano tra il 1901 ed il 1913. E’ una fase che si concentra

soprattutto nel nord-ovest del Paese, il cosiddetto triangolo industriale Torino – Genova - Milano accentuando

ancora di più le differenza e i divari di crescita sia sociale che economico tra nord e sud.

Anche l’Italia come gli altri second comers adotterà alcune caratteristiche peculiari della seconda rivoluzione

industriale, che in particolare interessano:

1. Il modo di produrre (l’aumento dell’intensità tecnologica e delle scoperte scientifiche ed i fattori della

produzione).

2. I diversi aspetti del funzionamento del sistema economico (il ruolo dello Stato, del sistema finanziario, si

accresce la mobilità mondiale dei capitali).

3. I rapporti di forza tra i Paesi.

4. Gli equilibri internazionali.

Possiamo suddividere lo sviluppo industriale italiano dell’Ottocento in 3 fasi, tutte guidate dalle varie correnti del

partito liberale.

1. 1871-1876 il periodo della destra storica: L’Italia non guarda al centro del sistema economico, ma cerca di

risolvere i problemi derivanti dall’unificazione dell’Italia.

2. 1876-1896 il periodo della sinistra storica: E’ il momento in cui la nuova classe dirigente comincia a guardare

al centro del sistema economico. L’industrializzazione diventa l’obiettivo da raggiungere attraverso politiche

protezionistiche sul grano e sui prodotti industriali e tramite il sostegno alla nascita dell’industria siderurgica

direttamente o indirettamente. Nel 1984 nascono la Banca d’Italia e le prime banche a sistema misto per

sostenere lo sviluppo delle grandi industrie.

3. 1901-1913 l’età giolittiana: E’ il momento in cui l’Italia si avvicina al centro del sistema economico. Le

riforme seguite alla crisi di fine secolo e la nascita delle nuove banche miste hanno permesso lo sviluppo

della grande industria. Si comincia a realizzare la cosiddetta fratellanza industria – banche, dove le banche

prestano i capitali alle industria in cambio di interessi o anche di titoli azionari dell’industria stessa.

16

Le fasi dello sviluppo industriale del novecento possiamo suddividerle invece in:

1. 1915-1918 l’economia della guerra: Lo scoppio della prima guerra mondiale porta inizialmente ad una

accelerazione della produzione di alcuni settori industriali ( tessile, siderurgica, alimentare e bellica), gli

uomini lasciano la campagna e le industrie e vengono sostituiti dalle donne per andare al fronte, ma è

soprattutto la fine della guerra a lasciare il segno infatti la crisi di riconversione dell’industria bellica in civile

comporta ad un blocco della produzione e di conseguenza al licenziamento degli operai; aumenta l’inflazione

e le tasse per sostenere le spese della guerra; si afferma il problema del reducismo, ovvero gli uomini che

tornavano dal fronte non trovavano più il loro posto di lavoro; la classe media è falcidiata dall’aumento

dell’inflazione e impaurita dai conflitti sociali.

2. 1922-1943 il ventennio fascista: si registra una crescita graduale della produzione industriale, ma un

allontanamento dal centro del sistema economico.

3. 1945-1950: riavvicinamento al centro del sistema economico: dopo le distruzioni e le perdite di vita umana

provocate dalla guerra, negli anni della ricostruzione il Paese pone le condizioni per tornare a guardare al

centro del sistema economico. Decisivo, in questo contesto, il ruolo degli USA e l’utilizzo dei fondi del piano

Marshall. Molto importante, inoltre furono le scelte della classe dirigente, ossia: l’atlantismo, nel rapporto

diretto e di alleanza con gli USA; l’europeismo, come chiave per costruire la pace sul continente e per avviare

una nuova fase di prosperità economica.

4. 1950-1969, l’Italia raggiunge il centro del sistema: negli anni del miracolo italiano il Paese raggiunge il

centro del sistema economico, grazie allo sviluppo dell’industria privata e di quella pubblica.

5. 1969- anni Ottanta, tra crisi e consolidamento: malgrado la crisi degli anni Settanta, l’Italia riesce a

consolidare il raggiungimento del primato. Il consolidamento è favorito dalla svalutazione competitiva della

moneta e dell’incremento del debito pubblico, che nel medio – lungo periodo diventerà un agente patogeno

che rallenterà gli stimoli al rinnovamento del sistema politico ed industriale.

6. 1992-2010, crisi di sistema: a partire dai primi anni Novanta e successivamente la crisi politica giudiziaria che

travolse la classe dirigente durante tangentopoli, l’Italia entra in una crisi di sistema.

22 LO SVILUPPO ECONOMICO DELL’ITALIA LIBERALE

La nuova classe dirigente appena arrivata alla guida dello Stato dopo l’unificazione italiana (1861) dovette fare fronte

a una serie di problemi enormi quali ad esempio:

 Il problema del completamento territoriale.

 I debiti di bilancio accumulati negli anni delle guerre d’indipendenza.

 La scelta del modello di Stato da adottare.

 I limiti del processo di unificazione.

 Le divisioni presenti nel partito liberale.

In questa situazione, il processo di adesione al capitalismo industriale fu condizionato da una pluralità di fattori

come:

 Le difficoltà da parte della classe dirigente di comprendere l’importanza dell’industrializzazione.

 Le carenze infrastrutturali, in particolare le vie di comunicazione tra nord e sud.

 L’abitudine di molte zone di dialogare più con l’esterno che con le aree annesse allo Stato.

 La carenza quasi assoluta di materie prime, in particolar modo del carbone.

 I movimenti speculativi che si diffusero in Italia, spesso il collegamento di capitali esteri che trovarono in

alcuni casi complicità con parte della classe dirigente dell’epoca.

Dopo tre decenni, abbastanza discontinui sotto il profilo di crescita industriale, il decollo del Paese si registra nel

cosiddetto decennio giolittiano tra il 1901-1913.

Il periodo liberale quello della destra storica coincide con il momento dell’unificazione e con i problemi che essa

propone. La nuova classe dirigente deve confrontarsi con un Paese unito sulla carta ma nella sostanza ancora molto

diviso, tradizioni, uso e costumi, linguaggio, diversificazione dei modelli di agricoltura.

17

I primi settori industriali erano localizzati e non su tutto il territorio (tessile in Piemonte e Lombardia, siderurgico in

Campania). L’analfabetismo era diffuso e scarsissimo era l’istruzione scientifica.

L’obiettivo principale era completare l’unificazione e raggiungere il pareggio di bilancio.

Alla metà degli anni Settanta una nuova classe dirigente, quella sinistra, assunse il potere attraverso le figure di De

Pretis e Crispi. E’ il momento in cui si guarda al centro del sistema economico. Per provare a sbloccare la situazione

vengono innanzitutto varate le prime misure protezionistiche sul grano (1876) e sui prodotti industriali (1887). Allo

stesso tempo il governo si impegna in un piano di rilancio delle commesse pubbliche soprattutto nel campo

dell’infrastrutture e dell’industria siderurgica. Tra gli anni Settanta e Ottanta si registra una prima crescita dei settori

industriali che porranno le basi per il decollo giolittiano. Il sistema tuttavia sarà destinato a bloccarsi con lo scoppio

della bolla immobiliare di Roma e la successiva crisi di sistema.

Nel corso dei primi anni Ottanta la scelta del governo italiano era stata di sostenere la ricostruzione di Roma e di

Napoli, avviando una politica di investimenti pubblici. In questo modo si favorì indirettamente la crescita di una bolla

finanziaria e immobiliare passata alla storia come lo scandalo della banca Romana. Numerosi piccoli speculatori

spesso senza copertura finanziaria, si impegnarono in operazioni ad alto rischio coinvolgendo le grandi banche

dell’epoca, un sistema favorito dalla speculazione edilizia e dagli accordi di cartello con le stesse piccole e grandi

banche per tenere alti i prezzi di vendita. Quando lo scoppio della bolla immobiliare rese tutti i crediti impagabili si

generò un crollo a catena del sistema. L’uscita da quella che appare come una vera crisi di sistema passò con la

riorganizzazione del sistema di credito.

Da qui nascono alcune grandi scelte destinate a segnare lo sviluppo italiano del Novecento ossia:

1. La nascita della Banca d’Italia 1894 come strumento di controllo e regolamentazione del mercato.

2. Maggiore facilitazione all’espansione alle banche popolari e cooperative.

3. La nascita ed il consolidamento delle banche miste sul modello tedesco per finanziare le grandi industrie

private.

Grazie alle riforme attuate alla metà degli anni Novanta, tra il 1901 e la prima guerra mondiale è il momento in cui il

Paese tenta l’avvicinamento al centro del sistema economico.

La nascita della Banca d’Italia e soprattutto la nascita delle banche miste permettono si sostenere lo sviluppo

industriale, è in questa fase che si comincia a parlare del connubio industria – banca, tra gli esempi:

Commerciale/Ilva, Credit/Fiat e il Banco di Roma/Breda. Lo sviluppo dell’industria idro-elettrica consentì

l’abbattimento dei costi interni di produzione. In questo periodo nascono anche le prime relazioni sindacali:

Confederazione Generale e Confindustria.

In questi anni sono anche approvate le prime leggi per il Mezzogiorno.

Per riassumere i fattori funzionali del decollo dell’età giolittiana si posso ricordare:

1. Il ruolo dello Stato.

2. Il ruolo delle banche miste e l’alleanza con la grande industria.

3. I bassi salari.

Mentre i settori che vennero coinvolti furono: il triangolo industriale, le industri tessili,siderurgiche, meccaniche,

chimiche, della gomma e elettriche.

23 MODELLI INTERPRETATIVI DELLO SVILUPPO ECONOMICO IN ETÀ LIBERALE

Lo sviluppo industriale dell’Italia liberale è possibile suddividerlo in sei modelli in base alle teorie dei diversi studiosi:

1. Proto-modello liberista: Gino Luzzatto vede nell’inserimento internazionale dell’Italia la chiave per

comprendere il passaggio dal modello agricolo a quello dell’industria domestica o della manifattura. La

rottura di questo modello si sarebbe registrata con l’avvio del protezionismo doganale.

2. Modello marxista: sostenuto in Italia soprattutto da Antonio Gramsci, che accusò la classe dirigente liberale

di non aver liberato i contadini dalle condizioni di dipendenza semi-schiavistica delle classi padronali, e

dall’analisi di Emilio Sereni per la quale l’unificazione politica imprime un’accelerazione allo sviluppo

capitalistico con la creazione di un mercato interno.

3. Modello Romeo: basata sulla lettura delle serie storiche dell’Istat. Evidenzia come nel primo ventennio

postunitario si sia registrata un’accumulazione di capitali dovuta a: un’accumulazione agraria e alle entrate

fiscali dello Stato. La prima consente la riallocazione del surplus nei settori bancari e industriali, le seconde

permettono l’allocazione degli interventi pubblici per la fabbricazione delle strutture.

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4. Modello Gerschenkron: rifiuta il ruolo determinate dell’accumulazione dei capitali, invece sottolinea la

presenza di un tessuto industriale sin dagli anni Ottanta del XIX secolo. Applica al caso italiano la sua teoria

dei fattori sostitutivi delle precondizioni dello sviluppo.

5. Modello Fenoaltea: in cui l’andamento del ciclo coincide sostanzialmente con il modello di Gerschenkron ma

con valori più accentuati.

6. Modello Cafagna-Bonelli: questo modello si basa sul cosiddetto modello gradualista o anche andamento a

onde. Nel primo ventennio post unitario l’espansione dell’industria assicura quell’accumulazione necessaria

a interventi in capitale fisso industriale; in questo modo, durante gli anni Ottanta grazie anche al ruolo del

capitale estero, si registra una prima accelerazione del processo d’industrializzazione.

24 BANCHE E SVILUPPO ECONOMICO IN ETA’ LIBERALE

Volendo perseguire lo schema Cafagna-Bonelli, alla storia del sistema bancario, potremmo suddividere il periodo

liberale in tre fasi:

1. L’età delle origini del sistema bancario 1861-1893 composto: 1861-1880 lunga recessione; 1880-1887 prima

espansione; 1887-1893 crisi economica.

2. La crisi di fine secolo composta: la crisi edilizia e la caduta del sistema.

3. Dalle riforme allo sviluppo dell’età giolittiana 1896-1913 composta: le riforme degli anni Novanta e il connubio

Banca/industria.

In ciascuna di queste fasi sono presenti una diversa struttura industriale ed economica, una differente composizione

e modalità di organizzazione del sistema bancario e finanziario. Di conseguenza, in presenza di diversi sistemi bancari

ed industriali si sono registrate anche differenti forme di correlazione tra i due settori.

Al momento dell’unificazione anche la costituzione di un sistema bancario unitario rappresenta uno dei problemi da

affrontare. In questo periodo il sistema bancario si presenta:

 Con una pluralità di istituti di emissione;

 L’assenza di una vera banca centrale;

 La presenza sul tutto il territorio di numerose casse di risparmio e banche popolari che raccolgono il piccolo

risparmio agrario;

 La nascita delle casse postali nel 1875;

 Lo sviluppo del credito fondiario;

 Un processo ciclico di nascita e chiusura delle società anonime, ossia banche ordinarie di credito e società

mobiliari private.

25 IL CAPITALISMO INDUSTRIALE TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

Nel secondo Ottocento la forza dello sviluppo capitalista fu tale da diventare nell’élite dell’epoca sinonimo di altre

due parole: sviluppo e modernizzazione. Questo in virtù dell’influenza di nuove teorie sociologiche, come il

positivismo, che vedeva nel progresso una sorta di percorso lineare e senza ostacoli e come il darwinismo sociale che

assegnava al cosiddetto “uomo bianco” civilizzato ed europeo la “supremazia” rispetto alle popolazioni presenti nelle

nuove colonie africane.

Attraverso questa pluralità di percorsi il concetto d’industrializzazione si sposa così con quello di modernizzazione.

Nel passaggio tra l’Ottocento e il Novecento si registra l’apogeo di questo primo modello di capitalismo industriale,

in questa fase tra il 1890 e il 1910 denominata la belle èpoque l’Europa sembra aver consolidato il proprio primato

economico, culturale e sociale, grazie alla diffusione delle informazioni, all’apertura dei commerci, allo sviluppo delle

arti e alla fioritura delle capitali europee. Tuttavia, le rivalità sempre latenti tra le grandi nazioni trovano nello

sviluppo industriale lo strumento per accrescere la loro forza bellica. Questo senso di sicurezza e di grandezza deriva

da alcune caratteristiche:

1. Uno sviluppo economico senza precedenti nella storia per quantità, intensità e rapidità;

2. Una forte espansione del sistema capitalista;

3. L’incremento di una forma di concertazione internazionale, almeno per quanto riguarda il controllo dei

cambi e la liberalizzazione dei commerci;

4. Si registrano nel lungo periodo incrementi nei redditi pro capite;

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5. La diffusione della cultura scientifica;

6. L’idea di progresso;

7. Lo sviluppo del colonialismo, come valvola di sfogo delle grandi potenze europee;

Accanto a questi elementi d’innovazione e di rottura rispetto al passato si accentua alcuni elementi come:

1. Lo sviluppo di una questione sociale e sindacale, legata alle condizioni di vita della classe operaia;

2. La questione democratica, ossia gli individui prendono consapevolezza anche del destino politico del proprio

Paese attraverso il passaggio dal sistema censitario al diritto al voto universale;

3. Gli effetti delle politiche coloniali;

4. La corsa agli armamenti che rappresenta uno dei motivi di scoppio della prima guerra mondiale.

Gli elementi che aderiscono ed esaltano le caratteristiche del ciclo economico di fine secolo sono:

1. La mobilità di beni e fattori della produzione: la rivoluzione dei trasporti riduce fortemente gli spazi e i

tempi dei mercati, aumenta sensibilmente la circolazione dei fattori della produzione, sia del fattore lavoro

sia dei capitali;

2. Stabilità finanziaria: la mobilità dei capitali, dei beni e dei fattori della produzione è collegata alla stabilità

del sistema finanziario internazionale. Il gold standard è lo strumento che garantisce il funzionamento del

sistema monetario internazionale.

3. La nuova espansione coloniale: il secondo Ottocento vede l’avvio di una nuova corsa coloniale europea

verso l’occupazione dell’Africa. Alla base vi erano ovviamente i fattori di carattere politico ed economico.

La prima conferenza di Berlino del 1885, sancisce le regole e parte della divisione coloniale in Africa tra cui:

1. La divisione tra Congo francese e Belga.

2. La libertà di navigabilità dei grandi fiumi.

3. La dichiarazione di schiavitù come atto illegale.

4. Il principio di effettività, ossia il possesso del territorio da parte di un Paese europeo è certificato solo previa

ratifica.

Con lo sviluppo della seconda rivoluzione industriale, i mutamenti presenti nella struttura del capitalismo nell’utilizzo

dei fattori della produzione si sono riflessi anche sulle forme d’impresa ed organizzazione del lavoro e dei rapporti

della produzione. Nel passaggio dall’impresa a bassa intensità tecnologica a quella della nuova produzione di massa

sono necessarie strutture in grado di:

1. Incrementi di produttività, tramite interventi d’innovazione tecnologica e la presenza in loco dei primi

laboratori.

2. Economia di scala, per ridurre i costi di produzione assumendo la realizzazione del prodotto dall’inizio alla

fine.

3. Una struttura societaria sempre più articolata.

4. La grande impresa deve attivare un settore di marketing specializzato nella ricerca, nel monitoraggio e

controllo dei possibili mercati di sblocco.

5. Lo sviluppo della grande impresa oscilla tra l’aspirazione del capitalista di costruire un monopolio di settore

e gli accordi di oligopolio e l’obbligo di spezzare gli accordi di cartello imposto dallo Stato liberale.

Fin dai primi anni dell’Ottocento si formano le prime organizzazioni associative di lavoratori. Gli operai prendono

coscienza della necessità di fare valere i propri diritti e le proprie prerogative. Nel 1825 nascono in Inghilterra le

cosiddette società di mutuo soccorso, tuttavia con la seconda rivoluzione industriale ed il peggioramento delle

condizioni della classe operaia, cominciarono a formarsi le prime organizzazioni si stampo moderno definite come

trade unions.

26 MODELLI DI TRANSIZIONE DEL CAPITALISMO INDUSTRIALE IN ITALIA: LA BANCA TIBERINA

La Banca Tiberina fu fondata ufficialmente nel 1877 tramite l’acquisizione da parte del Banco di Sconto e Sete di

Torino, delle liquidazioni delle cosiddette “Società Servadio”, un gruppo formato da una serie di scatole finanziarie

sorte tra il 1869 e il 1873 e i cui titoli venivano in parte sottoscritti dai soci fondatori per garantirsi il controllo delle

aziende e il resto era collocato sul mercato. 20

Lo scopo iniziale della Banca Tiberina era di provare a liquidare le attività della Italo-Germanica ( fusione delle società

Servadio) e realizzare una serie di guadagni. Tuttavia i cambiamenti del contesto (le nuove scelte del governo) che si

produrranno nel volgere di pochi anni, porta a cambiare le strategie del consiglio di amministrazione della banca.

Le attività della Tiberina nel decennio di espansione che va dal 1877 al 1887 si concentrarono in operazioni di tipo

speculativo sui terreni immobiliari attraverso:

1. Aperture di credito a costruttori o a piccole società finanziarie intermediare.

2. Acquisto e rivendite di terreni e beni immobili.

3. Costruzione diretta.

4. Costituzione di joint venture con altre società.

In questo modo la società dimostrò una notevole capacità di controllo del mercato oltre a rivelarsi la maggiore banca

dell’epoca per crescita dell’attività di bilancio, soprattutto dal peso crescente della parte immobiliare.

Tuttavia la crisi bancaria di fine secolo dovuta sia per una crisi politica (screditamento della classe dirigente coinvolta

nell’inchiesta della Banca Romana) che finanziaria (scoppio della bolla immobiliare che rese tutti i crediti impagabili)

colpì anche la Banca Tiberina.

Il primo tentativo di salvarla fu attuato nel 1888 con un prestito di dieci milioni fornito dalla Banca Nazionale,

successivamente nel 1889 con nuovo prestito di trenta milioni dietro garanzia ipotecaria dei beni immobili. Tra il

1892 e il 1895 si tenta di concordare una liquidazione che riuscisse a contenere i danni venendo incontro alle

esigenze degli azionisti di maggioranza e della Banca Nazionale, una liquidazione poi andata avanti per oltre un

ventennio.

27 MODELLI DI TRANSIZIONE DEL CAPITALISMO INDUSTRIALE IN ITALIA: I PATRIMONI NOBILIARI

L’evoluzione della struttura economica dei territori laziali nel passaggio dallo Stato Pontificio al regno d’Italia e,

all’interno di essa, quella dei grandi patrimoni nobiliari, possono essere utili a comprendere alcuni fenomeni che

caratterizzano l’evoluzione del nuovo stato nazionale dopo il 1870.

Per provare ad effettuare una verifica empirica, può essere utile analizzare il caso dei Boncompagni Ludovisi di Roma

e la loro partecipazione alla febbre edilizia di Roma capitale. Un punto di vista particolarmente rilevante non solo da

un punto di vista quantitativo in virtù degli ingenti capitali che si misero in circolazione, ma anche per capire quali

scelte d’investimento vennero effettuate con i ricavi della speculazione edilizia.

La famiglia fu coinvolta dal 1885 nella febbre edilizia sia perché proprietaria della villa Ludovisi sia per i vantaggi

relazionali che poteva contare con èlite dell’epoca.

Inoltre, il confronto tra la situazione patrimoniale del 1842 e quella del 1883 evidenzia uno spostamento strategico

dalle proprietà agrarie a quelle urbane.

Il coinvolgimento della famiglia fu possibile grazie a due elementi:

1. Nel 1883 muore Don Antonio III e si apre la divisione ereditaria.

2. L’annessione di Roma al regno d’Italia portò all’abolizione dei fedecommessi, cioè della possibilità di lasciare

in eredità il patrimonio al solo primogenito.

Di conseguenza il Principe Rodolfo Boncompagni, per mantenere il possesso dell’intera villa e poterla lottizzare fu

costretto a comprare le quote ereditarie della villa dai fratelli. L’obiettivo era mantenere inalterata la disponibilità

della villa e utilizzarla a scopi speculativi. L’accordo per la lottizzazione della villa fu siglato dal principe con la società

Generale nel 1883. L’accordo prevedeva che la società avrebbe dato vita alle costruzioni, mentre i risultati economici

avrebbero determinato una suddivisione paritaria degli utili e delle proprietà rimaste invendute.

All’inizio del 1887 i Buoncompagni ricevettero dalla Sogene come anticipazione degli utili cinque milioni e una parte

dei terreni rimasti invenduti a causa dello scoppio della crisi. I soldi furono usati in parte per estinguere le passività

ereditarie e acquistare ruderi in Umbria, mentre la restante parte fu investita nella fondazione in istituti finanziari a

Parigi e Londra con l’ausilio del barone Lazzaroni.

Per attivare questi istituti furono aperte alcune importanti linee di credito per diversi milioni con vari istituti bancari.

Tuttavia l’accentuarsi della crisi edilizia e finanziaria trascinò il principe in una sostanziale bancarotta che lo portò a

cercare con i propri creditori un accordo per diluire i pagamenti e poi dal 1896 una cessio bonarum ovvero la

consegna ai creditori di una parte dei beni immobiliari per estinguere i debiti.

28 LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LE SUE CONSEGUENZE ECONOMICHE

21

La prima guerra mondiale si innesca il 1914 a seguito dell’attentato all’erede al trono dell’impero austro-ungarico da

parte degli indipendentisti serbi. Le cause della guerra risiedono tuttavia in alcuni elementi tipici della belle èpoque :

1. L’incapacità di contenere la conflittualità per l’egemonia.

2. La lotta per il primato in Europa e nei mari.

3. La corsa agli armamenti che aveva sostenuto le industrie dei principali protagonisti della scena europea.

4. La guerra all’epoca considerata come condizione possibile se non naturale per risolvere le controversie.

5. L’incapacità di leggere modernità e rischi di applicazione dell’industrializzazione alla macchina bellica.

In virtù delle caratteristiche assunte dalla guerra (intensità, durata, coinvolgimento civile, esercito di massa e grandi

commesse pubbliche) lo stesso costo della guerra provoca la rottura dei rapporti monetari e commerciali.

Sotto questo punto è possibile suddividere l’economia di guerra in tre settori macro-settori:

1. La mobilitazione. La leva obbligatoria cambia la piramide demografica, diminuisce il numero dei giovani

disponibili per il lavoro, di conseguenza per mantenere inalterato la produzione nei diversi settori, le donne

sostituiscono gli uomini nelle industrie. Allo stesso tempo la guerra favorisce le industrie che più

velocemente possono dedicarsi alla produzione bellica, favorendo indirettamente le aziende già presenti nel

nord-ovest del Paese creando una divisione territoriale con il sud.

2. Il finanziamento della guerra. La guerra ha un costo elevato, il finanziamento da parte dello Stato avviene

attraverso due strumenti: l’emissione dei titoli del debito pubblico e l’aumento dell’imposizione fiscale che

porterà negli anni successivi a un forte aumento dell’inflazione.

3. Gli effetti immediati. La fine del gold standard per permettere a tutti i paesi di stampare cartamoneta per

finanziare lo sforzo bellico e il blocco degli scambi commerciali con i Paesi nemici.

La fine della guerra, determinò un taglio con il passato, infatti, dopo il 1918 non fu più possibile ricostruire il corretto

funzionamento del sistema economico. La Russia aveva dato vita al regime comunista, mentre gli altri Paesi

occidentali affrontano altrettanto problemi seri, tra cui:

1. La riconversione dell’industria bellica in civile.

2. L’aumento dell’inflazione dovuto al finanziamento della guerra.

3. Il problema reducismo.

4. La politicizzazione di massa, ossia gli uomini che avevano partecipato alla guerra, ritengono ora di avere

diritto di partecipare alla vita politica.

5. La crisi della classe media, falcidiata dall’inflazione e impaurita dai conflitti sociali.

6. La necessità di ricostruire un sistema di relazioni internazionali e un tessuto di collaborazione.

7. La difficile lettura dei mutamenti in atto da parte delle classi dirigenti dell’epoca.

E’ possibile suddividere le conseguenze economiche della guerra in tre tipologie principali:

1. Conseguenze dirette: la perdita delle vite umane durante la prima guerra mondiale e in seguito della febbre

spagnola; le distruzioni infrastrutturali; il crollo del gold standard e l’aumento dell’inflazione.

2. Conseguenze indirette: la crisi di riconversione; l’aumento dell’inflazione e dell’iperinflazione della Germania

a causa delle scelte fatte da Versailles, le riparazioni di guerre imposte alla Germania; il problema dei debiti

interalleati, ossia i prestiti che gli Usa avevano fornito ai Paesi belligeranti e che richiedeva indietro, ma i

quali non restituivano finché la Germania non pagava i danni provocati.

3. Conseguenze strutturali: la necessità di nuovi interventi pubblici; l’Europa rimane sostanzialmente divisa;

caduta dell’Europa come centro del mondo; gli Usa assumono la leadership economica; si registra un

rigurgito di protezionismo; la mancanza di una leadership politica condivisa.

Tra le principali problematiche del primo dopoguerra la questione tedesca rappresenta perfettamente la crisi

europea.

Nel 1921 fu imposto alla Germania il pagamento dei danni di guerra, ma l’incapacità della Germania di far fronte ai

pagamenti rateali imposti dagli alleati porta al crollo del marco tedesco, quindi lo Stato tedesco decide di stampare

nuova carta moneta aumentando l’inflazione in modo considerevole. Siamo davanti al crollo del sistema. Gli

americani preso atto della situazione varano il Piano Dawes, basato sul pagamento delle riparazioni su rate annuali

crescenti, legate al livello di sviluppo del Pil tedesco, tuttavia il piano è irrealizzabile e nel 1929 si vara il piano Young

basato sulla riduzione delle annualità da pagare esteso nei 37 anni successivi. Sostanzialmente non si riusciva ancora

a uscire dalla trappola delle riparazioni di guerra. 22

29 LE CONTRADDIZIONI DEGLI ANNI VENTI

 La Gran Bretagna dopo la prima guerra mondiale registra:

1. Un alto livello di disoccupazione;

2. Un forte indebolimento del settore finanziario;

3. Una riduzione della produzione industriale in virtù del forte calo della domanda interna,

4. Un calo dei movimenti commerciali a causa delle difficoltà di riaprire i commerci mondiali dopo quattro anni

di guerra.

La causa di questa situazione stava in una molteplicità di ragioni ma i più importanti sono: il peso dei debiti

interalleati e a causa del rientro della sterlina nel gold standard che provocò un innalzamento dei tassi di interesse e

una riduzione nella propensione degli investimenti. Una timida ripresa si ebbe nel 1929 quando la Gran Bretagna

decise di abbandonare il gold standard.

 La Francia dopo gli anni venti è il paese che meglio di tutti ad ottenere buoni risultati economici, questo

perché dopo la vittoria della prima guerra mondiale, il trattato di Versailles sancisce il riconoscimento

dell’Alsazia - Lorena territori ricchi di miniere che possono essere sfruttate immediatamente. Inoltre la

ripresa è possibile anche grazie alla politica di svalutazione del franco, ripristinando la convertibilità con oro

a valori più bassi dell’anteguerra, favorendo così le esportazioni e gli investimenti interni.

30 LE POLITICHE ECONOMICHE DEL FASCISMO

La vittoria della guerra è seguita da un periodo di profonda crisi economica, politica e sociale del Paese. Le elezioni

del 1919 vedono l’affermazione del Partito Popolare d’ispirazione cristiana e del Partito Socialista.

I problemi economici che attanagliano l’Italia in questo periodo furono:

1. La difficoltà a ricostruire una posizione internazionale.

2. I problemi della riconversione industriale.

3. L’aumento dell’inflazione causata dai costi della guerra che colpisce in particolare la classe media.

4. Le prime occupazioni delle terre dei bracciati che rivendicano le proprietà dei latifondisti.

I problemi politici – sociali furono:

1. Le proteste contro la vittoria mutilata, ossia nella mancata assegnazione della città di Fiume all’Italia;

2. Il reducismo;

3. L’ingresso della massa politica, ossia gli uomini che avevano preso parte alla prima guerra mondiale

credevano di avere il diritto di partecipare alla vita pubblica.

In Italia Mussolini in virtù della sua ideologia autoritaria e dittatoriale e con l’aiuto del Re e di un gruppo della classe

dirigente liberale fu in grado di comprendere i mutamenti in atto.

Il ventennio fascista può essere suddiviso in quattro fasi:

1. 1922-1925 la presa del potere: la fase liberale, per uscire dalla crisi dell’inflazione;

2. 1925-1929 la costruzione del regime: la stabilizzazione, per rafforzare la moneta e incentivare la produzione;

3. 1929-1936 gli anni del consenso: la risposta alla grande depressione del 1929: il dirigismo e l’autarchia;

4. 1936-1945 dall’autarchia al crollo: la guerra e il crollo del regime.

La prima fase coincide con la presa morbida del potere di Mussolini che nomina ministro dell’economia Alberto De

Stefani, il quale realizzò una strategia di apertura del mercato attraverso una politica di svalutazione della lira per

favorire l’esportazione. In contemporanea attuò una riduzione della spesa pubblica con un aumento delle imposte

indirette raggiungendo così il pareggio del bilancio nel 1924. La sua politica agevolò la ripresa del settore siderurgico,

meccanico, chimico ed elettrico.

Nella seconda fase del ventennio fascista fu nominato ministro dell’economia Volpi di Misurata, il quale ebbe il

mandato di combattere l’inflazione e stabilizzare il quadro finanziario. In questa fase furono attuati i primi

provvedimenti di stampo dirigista tra cui:

1. Il ritorno ai dazi all’importazione del grano estero per portare il Paese all’autosufficienza alimentare.

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2. Quota 90, ossia la campagna per la rivalutazione della lira rispetto alla sterlina, questo al fine di abbattere

l’inflazione e contenere i costi d’importazione delle materie prime.

3. Il Prestito di Littorio, ossia la manovra di conversione dei titoli pubblici italiani dal breve al lungo periodo.

La terza fase coincise con lo scoppio della crisi del 1929 che portò al crollo delle industrie e quindi inevitabilmente a

quello delle banche e viceversa. In questo periodo si cominciò a diffondere i primi precetti della teoria di Keynes,

quello degli interventi pubblici da parte dello Stato per uscire dalla recessione e l’occasione di sciogliere il legame

industria/banca rilanciando il controllo dello Stato sull’economia.

A questo scopo furono fondati alcuni istituti e utilizzate alcune leggi operative, tra cui:

1. Nel 1931 fu fondato IMI (istituto mobiliare italiano), un ente pubblico dedito al finanziamento a lungo

termine delle imprese e di finanziare il collocamento delle obbligazioni decennali.

2. Nel 1933 fu fondato IRI (istituto per la ricostruzione industriale) con il compito di rilevare i pacchetti azionari

delle banche miste per collocarli in un secondo momento sul mercato.

3. Nel 1934 con un accordo interbancario, le banche cedevano direttamente all’IRI le azioni industriali ancora in

loro possesso.

4. Nel 1936, una nuova legge bancaria stabiliva la separazione tra credito a breve, medio e lungo termine,

delegando il finanziamento all’industria agli istituti di credito speciale; l’impossibilità per le società di credito

ordinario di fornire credito industriale; la dichiarazione del risparmio e del credito come funzioni d’interesse

pubblico da preservare e difendere con adeguati strumenti.

La quarta fase coincide con la campagna in Abissinia e quella in Albania, il regime cercò di riattivare le commesse

pubbliche alle imprese meccaniche, siderurgiche e militari. A fronte delle sanzione proposta dalla Società delle

Nazioni, il regime risponde con una politica di autarchia, ossia nella ricerca dell’autosufficienza economica. Scelte che

allontanarono il nostro Paese dal centro del sistema economico. Possiamo quindi affermare che il periodo che va dal

1933 al 1940 l’economia italiana si chiude in uno schema protezionistico, sostenendo una politica d’import –

substitution, ovvero che promuove le nuove imprese produttrici di beni non più importabili ( Agip, Snam).

Analizzando il periodo fascista possiamo arrivare a conclusione che durante questo spazio temporale si amplia il

divario con le principali potenze economiche mondiali.

31 IL CROLLO DEL 1929 E LE RISPOSTE ALLA CRISI: IL KEYNESISMO

Le cause della crisi del 1929 possono essere riassunte nella concomitanza di diversi fattori:

1. La conformazione assunta dal capitalismo nei primi decenni del XX secolo, caratterizzata da un’estrema

mobilità dei capitali e dei fattori della produzione, che favorirono i movimenti speculativi finanziari.

2. Gli effetti compiuti negli anni 20 con il trattato di Versailles, ossia l’atteggiamento punitivo nei confronti della

Germania.

3. Il disequilibrio mondiale, tra la crescita economica degli USA e le difficoltà affrontate dall’Europa negli anni

Venti.

4. Le caratteristiche assunte dall’economia americana, si registrarono una differenza sempre maggiore tra

sviluppo e crescita finanziaria della borsa di New York e l’economia reale.

E’ in questo contesto che si inseriscono i due elementi che accendono la miccia ella crisi del 1929: la crisi dei prezzi

del settore agricolo che interessa gli USA e il crollo di Wall Street.

Tra il 1925 e il 1929 si era registrato un forte incremento delle aziende manifatturiere e dell’economia reale a esse

conseguente. Tuttavia, questa crescita innestò un movimento speculativo che s’indirizzò su due versanti, la bolla

finanziaria e quella immobiliare.

Tra il 1927 e il 1929 la borsa conobbe fasi altalenanti, caratterizzati da importanti picchi di ascesa dei valori azionari,

grazie anche ai prestiti forniti agli investitori dagli istituti di credito, questo movimento continuò fino al settembre

del 1929 e soltanto nell’ottobre del 1929 che gli operatori del settore insieme ai banchieri capirono della oramai

insostenibile crescita dei valori. Da li cominciò un primo lento ritiro degli investitori più grandi che generò il panico

generale sfociato nel giovedì nero del 24 ottobre del 1929 .

La straordinarietà della crisi del 1929, non deriva tanto nelle cause ma quanto dai suoi effetti e dall’intensità con cui

questi si manifestano, basti pensare che fino al 1929 negli Usa il tasso di disoccupazione fosse del 3.1 % mentre

due/tre anni dopo il 23/24%. 24

Keynes attraverso la teoria della domanda effettiva cerca di offrire una serie di risposte alla crisi e una possibilità di

ripresa del capitalismo a seguito della grande depressione del 1929.

La ricerca di una via uscita liberale alla crisi porta Keynes a definire un proprio modello di risposta che assume

innanzitutto la crisi stessa come parte del processo di riproduzione del sistema. Se la crisi è conseguenza del

processo di sovrapproduzione e del disequilibrio tra domanda e offerta del mercato, l’uscita sarà possibile soltanto

sostenendo la ripresa della domanda per portare il sistema in equilibrio. Questo è uno dei punti centrali della svolta

teorica di Keynes che dimostrò che non esisteva un unico punto di equilibrio del mercato nel cui si registra l’uso

efficiente delle risorse, ma in una fase recessiva il mercato può anche assestarsi su un punto di equilibrio di sotto-

occupazione dei fattori della produzione. La consapevolezza della presenza dei diversi punti d’equilibrio, ai quali

corrispondono diversi livelli di utilizzo dei fattori della produzione, porta Keynes a sostanziare la sua teoria della

domanda effettiva come quel modello che consente attraverso l’intervento temporaneo dello Stato di sostenere un

maggiore utilizzo dei fattori portando il sistema a un nuovo punto di equilibrio che prevedeva ad esempio un minore

tasso di disoccupazione. Keynes dimostrò come l’intervento pubblico possa essere utile per rimettere in moto

l’economia e distribuire maggiore occupazione grazie a due concetti basilari:

1. Il moltiplicatore degli investimenti ossia il fatto che per ogni dollaro investito si produce un effetto a catena

che rimette in movimento l’economia e distribuisce maggiore occupazione.

2. Il deficit spending ossia l’intervento dello Stato per effettuare quegli investimenti utili a sollevare il punto di

equilibrio tra domanda e offerta e a distribuire occupazione finanziato attraverso anche deficit di bilancio

temporanei.

E’ possibile affermare che si evidenziano due forme principali di risposta alla crisi, ambedue accomunate da un

intervento dello Stato nell’economia ma interpretato in due forme differenti. Alcuni videro nella crisi l’occasione per

approvare e varare nuove linee di stampo dirigista e autoritario, in grado di ampliare il controllo e la pressione dello

Stato sui cittadini, sull’economia e sulla società. Altri provarono a sganciarsi dai precetti liberali per avviare un

percorso di maggiore partecipazione dello Stato alla vita economica.

In America fu eseguito un piano di riforma del sistema bancario, la svalutazione del dollaro nel 1930, un piano di

rilancio delle infrastrutture pubbliche.

In Francia furono stipulati nuovi accordi sindacali che aumentarono il salario e riducevano le ore di lavoro, mentre fu

varato un piano di opere pubbliche.

In Inghilterra, nel 1931 fu svalutata la sterlina e ci furono i primi sussidi alle industrie.

L’Italia, offrì una risposta autoritaria attraverso la costituzione dell’IRI.

La Germania nazista si basò su tre obiettivi: l’eliminazione dei cittadini ebrei, il riarmo come strumento per

risollevare l’industria e l’economia tedesca e l’allargamento dei confini tedeschi.

32 BANCHE E SVILUPPO ECONOMICO IN ITALIA DAL 1918 AL 1936

Il finanziamento della guerra da parte dello Stato avvenne inizialmente attraverso due strumenti: l’emissione di titoli

del debito pubblico e l’aumento dell’imposizione fiscale, in seguito fu usata la coniazione di nuova moneta. L’effetto

immediato di lungo periodo fu l’aumento dell’inflazione. La grande guerra fu finanziata principalmente attraverso

prestiti richiesti al sistema bancario, generando una lievitazione dei debiti pubblici e dell’inflazione.

Il finanziamento e l’uscita dalla guerra provocarono: una forte espansione delle attività degli istituti d’emissione e

una forte crescita dell’attività delle società ordinarie di credito.

Nel 1926 furono attribuiti alla Banca d’Italia il monopolio del diritto di emissione e nuove funzioni di controllo del

mercato, avvicinandola sempre di più al modello di banca centrale.

33 LO SVILUPPO DELL’UNIONE SOVIETICA DALLA NASCITA ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Nel passaggio tra Ottocento e Novecento, la Russia assume una posizione peculiare in quanto attraversata da una

serie di elementi anche molto contraddittori tra loro. Un paese ancora alla metà dell’Ottocento agricolo, guidato

dallo zar e che aveva abolito la schiavitù soltanto nel 1861 e che tentò tra il 1890 e il 1900 di accentuare un processo

d’industrializzazione caratterizzato da:

1. Tassi di crescita più alti di altri Paesi (dovuti al livello di partenza molto più bassi rispetto agli stessi Paesi).

2. Lo sviluppo dell’industria tessile e meccaniche pesanti.

3. L’istallazione di un circuito siderurgico nel bacino di Donetz.

4. Lo sfruttamento del petrolio del Caucaso. 25

Tra i principali elementi di crescita nel periodo antecedente la prima guerra mondiale troviamo:

1. Lo sviluppo dei trasporti e della ferrovia.

2. Il ruolo dello Stato per l’incremento della domanda pubblica.

3. L’attrazione degli investimenti esteri tramite le operazioni effettuate dal sistema bancario e garantite dallo

Stato.

Malgrado questi timidi segnali di ripresa, la situazione economica rimase molto grave in virtù dei conflitti politici –

sociali presenti nel Paese. Negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra fu varata la riforma agraria,

basata sull’abolizione delle proprietà comuni nei villaggi e la divisione delle terre comuni.

Nel 1914 la Russia entrò in guerra accanto a Francia e Gran Bretagna pur avendo un’industria in crescita,

un’agricoltura basata su modelli di conduzione tradizionali e forti divisioni politiche e una Duma in mano ai partiti

antigovernativi ma impotenti di fronte al potere dello zar Nicola II.

La partecipazione russa alla guerra portò dei risultati tremendi con carestie e aumenti dei prezzi di prodotti

alimentari, con conseguenti rivolte e agitazioni popolari. Nacquero le prime organizzazioni operaie di opposizione al

regime mentre anche nelle truppe divennero più frequenti casi di diserzione e di ribellione. Nel marzo del 1917,

Nicola II abdicò e fu creato un governo provvisorio che per la prima volta non rispondeva allo zar. Nel settembre

dello stesso anno fu proclamata la nascita della Repubblica Russa, ma il 25 ottobre i bolscevichi, l’ala estrema del

partito comunista guidati da Vladimir Lenin assunse il potere del palazzo d’inverno e proclamò la fine della

repubblica.

Da questo momento fino al coinvolgimento russo nella seconda guerra mondiale si possono distinguere tre fasi

dell’attuazione del comunismo sovietico:

1) Il comunismo di guerra 1917-1921. Vide contrapposto il partito bolscevico e diversi gruppi contro-

rivoluzionari riunitisi per contrastare i comunisti, appoggiati economicamente e militarmente dalla Francia,

Usa e Gran Bretagna.

Lo scontro derivò anche dalla decisione di Lenin di uscire unilateralmente dalla prima guerra mondiale. I

bolscevichi fondarono nel 1922 l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ponendo come obiettivo la

socializzazione dei mezzi di produzione agricole e industriali. Le principali politiche economiche portate

avanti furono: la concessione delle terre agricole ai soviet dei contadini; la socializzazione dei mezzi di

produzione; la nazionalizzazione delle imprese e commerci; il passaggio delle banche sotto il controllo dello

Stato; l’aumento dell’inflazione per finanziare i costi della guerra civile.

Nonostante tutto il Paese non uscì dalla crisi economica, infatti, durante questa fase si registrò: una

contrazione della produzione agricola, un crollo della produzione industriale, il crollo dei commerci interni e

circa cinque milioni di morte di fame.

2) La NEP 1921-1928. Di fronte all’aumentare della crisi Lenin propose l’avvio di un’economia mista. Questo

modello comportò la modifica della struttura economica sovietica:

Agricoltura: furono sostituite le requisizioni dei beni in natura con il pagamento d’imposte in denaro; in

questo modo si concedeva ai contadini di rivendere sul mercato una parte dei prodotti della terra; nasceva

una piccola classe di proprietari terrieri.

Industria: fu favorita la nascita e la compresenza della piccola azienda accanto a quella pubblica, rimaneva

presente il ruolo di programmazione dello Stato; veniva riaperto il commercio interno.

La nuova politica economica riuscì a risollevare in parte l’economia del Paese, ma con la morte di Lenin la

NEP fu lentamente abbandonata lasciando il posto alle nuove strategie del successore Joseph Stalin.

3) La Pianificazione 1928-1941. Il progetto di Stalin si basava sul rafforzamento dell’esperienza comunista

all’interno dell’Unione Sovietica attraverso un processo d’industrializzazione forzata che mettesse la nazione

in condizione di competere con le altre potenze mondiali a scapito dei consumi e dell’agricoltura.

34 L’ESPANSIONE DELLA GERMANIA NAZISTA E LA SECONDA GUERRA MONDIALE

La crisi della repubblica di Weimar, scoppiata definitivamente all’inizio degli anni Trenta si basava su due

presupposti:

 Uno di carattere economico, legato agli effetti della crisi degli anni venti.

 Uno di carattere politico, legato all’instabilità istituzionale e ai fermenti estremisti che crescevano nel Paese.

26

Dopo la crisi del 1929, il Partito Nazista riesce a conquistare consensi basando la sua propaganda contro il nemico

interno (i militari che si sono arresi, i politici che non sono riusciti a tutelare gli interessi del Paese) e nei confronti del

nemico esterno.

A tutto questo si aggiunge la propaganda anti ebraica, presente nell’ideologia hitleriana con lo sterminio della razza

ebraica.

In questo contesto, sfruttando il successo delle elezioni politiche e la debolezza dei suo avversari politici, Hitler

venne nominato cancelliere nel gennaio del 1933 e successivamente si fece nominare Presidente della Repubblica.

Gli obiettivi della politica economica del nazismo erano:

1) Rispettare l’impegno assunto con la popolazione e portare il Paese fuori dalla crisi.

2) Accompagnare, attraverso le scelte economiche, le politiche strategiche e di potenza del regime.

Per rispettare l’impegno assunto con la popolazione e diminuire la disoccupazione nel 1933 fu varato un piano

d’investimenti pubblici nei settori del trasporto e dell’edilizia, attraverso l’emissione di certificati di credito dello

Stato verso le imprese. Lo Stato controllava e pianificava la programmazione economica, lasciando ovviamente la

libertà d’iniziativa delle imprese private.

Per quanto riguarda il secondo ambito, la politica di Hitler fu incentrata su tre obiettivi:

1) La conquista di quello che egli era definito lo spazio vitale, ossia da un lato l’allargamento dei confini e

dall’altra la costruzione di una rete di territori da utilizzare o come luoghi di deportazione degli ebrei o con lo

scopo di accrescere i beni e servizi che servono per sostenere la potenza tedesca.

2) La politica di riarmo come strumento per risollevare l’industria tedesca.

3) Le misure discriminatorie e di deportazione dei cittadini di religione ebraica.

Dal 1936 fu varata una politica di riarmo che si basava sulla stretta collaborazione tra lo Stato e le industrie private,

attraverso una forte pianificazione da parte dello Stato in grado di definire gli obiettivi da raggiungere e lo

sfruttamento dei Paesi.

35 IL MONDO E L’ECONOMIA DEL SECONDO NOVECENTO

La seconda guerra mondiale rappresenta una nuova cesura nella storia del Novecento sotto diversi punti di vista:

I. Sotto il profilo politico, perché rappresenta la vittoria delle democrazie occidentali, temporaneamente

alleate con l’URSS.

II. Sotto il profilo economico perché la guerra ha rappresentato per molti Paese una possibile via d’uscita dalla

crisi del 1929.

III. Sotto il profilo scoiale, poiché la guerra cambia per sempre il rapporto tra individuo e società.

La seconda guerra mondiale ebbe alcune conseguenze di carattere economico particolarmente significative:

I. La guerra accelera la crescita di alcuni settori industriali, soprattutto negli Usa.

II. Si modificano i livelli degli scambi mondiali e delle relazioni internazionali tradizionali.

III. La guerra porta a un rafforzamento o alla nascita di nuove alleanze politiche-commerciali.

IV. Si registrano effetti molti gravi nei Paesi che parteciparono alla guerra.

V. La guerra porta a una modifica strutturale del rapporto Stato ed Economia.

Le conseguenze di carattere politico sociale più significative sono:

I. Cambia la geografia e la geo-politica mondiale.

II. Determina definitivamente la fine della centralità europea.

III. Segna l’ascesa non solo economica ma anche politica degli Stati Uniti.

IV. Determina la contrapposizione est-ovest e l’avvio del bipolarismo mondiale URSS-USA.

V. Determina l’avvio del processo di decolonizzazione dei Paesi africani e asiatici.

L’espansione del secondo Novecento assume caratteri straordinari in virtù:

 Della rapidità. Nel volgere di pochi decenni si modificano i parametri secolari che avevano retto l’economia,

demografia e lo sviluppo sociale, attraverso una nuova accelerazione.

 Dell’intensità. Queste modificazioni interessano tutti i principali settori della vita sociale e si allargano

lentamente anche ai Paesi primi inclusi nella periferia del sistema economico.

27

 Della diversificazione e della contrapposizione dei primi modelli economici che sostengono questo sviluppo.

Per la prima volta nasce un modello economico di tipo socialista totalmente antietico rispetto a quello

capitalista.

L’incremento della ricchezza assoluta a livello mondiale registrato tra il 1950 e la crisi del 2008 ha rappresentato

forse un passaggio unico nella storia dell’umanità. Questo grazie anche alla crescita demografica dei paesi che fino a

quel momento non avevano avuto la transizione demografica dovuta al processo d’industrializzazione in questi

Paesi.

I cambiamenti strutturali a livello economico si possono dividere in quattro settori:

Settore industriale

I. I mutamenti del settore coinvolgono da un lato sia la scoperta di nuove tecnologie come il nucleare che di

alcuni settori tipici della seconda rivoluzione industriale come l’industria automobilistica e aeronautica.

II. Allo stesso modo ciò che colpisce è l’assoluta velocità dei mutamenti che cambiano non solo il concetto di

produzione ma anche quello stesso di lavoro.

III. È bene ricordare inoltre che la distribuzione della produzione mondiale era ancora concentrata nel nord del

mondo almeno fino agli anni Ottanta del Novecento.

Agricoltura

I. Il settore agricolo conosce straordinari incrementi di produttività.

II. Cresce la produzione nei Paesi arretrati.

III. Si registra una diseguaglianza nella distribuzione mondiale.

Energia

Aumenta l’impiego dell’energia termo-elettrica derivata dal 69% da petrolio, carbone e gas; 16% dall’energia

termoelettrica; 13% dal nucleare; 2% da fonti di energia rinnovabili.

Commercio e servizi

I. L’espansione del secondo Novecento coincide con la rivoluzione dei servizi che contribuisce più degli altri alla

formazione del PIL trainata dalla rivoluzione delle ITC.

II. Accanto alla rivoluzione dei servizi assistiamo a uno sviluppo senza precedenti dei commerci mondiali frutto

dell’apertura internazionale voluta nel mondo sia dal 1947 con gli accordi del GATT poi trasformatosi nel

1992 nel WTO e in Europa con la formazione della CEE e poi dell’UE.

III. Il terzo elemento sono i movimenti dei capitali in tempo reale e in quantità illimitate con controlli sempre più

bassi per via delle politiche di deregulation inaugurate da Reagan. Questo porta a una sempre maggiore

separazione tra economia reale e quella finanziaria aumentando il numero di speculazioni.

Un ulteriore elemento di forte rottura fu il processo di decolonizzazione agevolata dalla dichiarazione sulla

concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali voluta dall’Onu il 14 dicembre 1960.

Il processo di decolonizzazione non fu semplice e aprì una serie di problematiche relative a come aiutare i Paesi ex

coloniali a avviare un proprio autonomo percorso si sviluppo.

36 LA RICOSTRUZIONE NEL SECONDO DOPOGUERRA: IL RIASSETTO POLITICO INTERNAZIONALE

Gli straordinari risultati economici raggiunti in particolare tra il 1950 e il 1970, golden age, sono il frutto della

costruzione di un nuovo ordine mondiale in grado di sostenere la ricostruzione di un’economia internazionale.

Un nuovo ordine che vedeva una netta divisione tra mondo occidentale e blocco orientale.

Per i Paesi occidentali, la costruzione del nuovo ordine mondiale passava attraverso due elementi di discontinuità

principali rispetto al passato:

I. L’affermazione del nuovo ruolo USA nel bipolarismo mondiale.

II. L’affermazione delle politiche neokeynesiane per sostenere la ripresa del ciclo industriale.

Le conseguenze politiche del conflitto portavano alla necessità di sostenere la ricostruzione dei Paesi occidentali per

tenerli agganciati all’orbita americana, in funzione anticomunista. Da qui dunque le politiche economiche come il

Piano Marshall e di alleanza militare come la NATO. 28


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pier22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pegaso - Unipegaso o del prof Bonoldi Andrea.

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