La Gran Bretagna: il paese guida
Origine e sviluppo della società tecnologica (1750 – 1870)
Gli aspetti economici dell’ancien régime
Tra il 1500 e il 1700 l’Europa era un mosaico costituito da molte economie diversificate che conservavano più o meno intatti i connotati dell’ancien régime. La base della ricchezza era costituita dall’agricoltura, la quale oltre a fornire derrate alimentari e materie prime, assolveva il compito di procurare introiti considerevoli alle classi dirigenti, che in cambio offrivano la loro protezione. L’antitesi della campagna feudale era rappresentata dalla città medievale che traeva le proprie fonti di sussistenza dallo sfruttamento di opportunità di scambi commerciali o dalla produzione “industriale” organizzata in corporazioni.
Le strutture socio-economiche dell’Europa pre-industriale erano caratterizzate da una profonda disuguaglianza tra le classi; da una sproporzione tra l’industria produttrice dei beni di consumo e quella dei mezzi di produzione; dall’insufficienza dei trasporti; dall’esistenza di barriere che erano ostacolo di commercio; dalla demografia del 1700, caratterizzata da alti saggi di natalità e mortalità; e da unità familiari di ampie dimensioni.
Il paese destinato agli sviluppi più straordinari e rivoluzionari rimaneva l’Inghilterra. Rimasto alla periferia sino al 1500, si era risvegliato grazie all’importazione di artigiani stranieri come Valloni e Ugonotti cacciati dall’intolleranza dei loro paesi, alla decadenza dei mercati italiani e alla distruzione della Spagna.
La rivoluzione industriale
Tra il 1750 e il 1870 l’Inghilterra forgiò quell’insieme di mutamenti delle strutture produttive noto col nome di rivoluzione industriale. Il fenomeno significò quel complesso di fatti che contribuirono a trasformare l’Inghilterra da paese agricolo, a bassa densità di popolazione, povera e relativamente arretrata, a sede della prima società in grado di produrre con tale abbondanza da scongiurare la povertà cronica per lungo tempo appannaggio inevitabile della condizione umana: essa non va identificata con l’ingresso della macchina nel sistema produttivo, è piuttosto una separazione tra i due principali fattori della produzione: capitale e lavoro.
I presupposti della rivoluzione industriale
Fohlen identifica un duplice ordine di fattori:
- Endogeni: ossia quelli che rientrano proprio nell’industrializzazione, come la tecnica, gli investimenti, l’accumulazione del capitale e lo spirito di iniziativa;
- Esogeni: ossia appartenenti ad altri settori economici, come la rivoluzione demografica, la rivoluzione agraria, la rivoluzione dei trasporti, lo sviluppo dell’istruzione, il ruolo dello stato.
La rivoluzione demografica
Fino al 1750 la popolazione fu pressoché stazionaria, a causa delle ricorrenti epidemie e carestie, data l’influenza diretta dell’andamento dei raccolti in un’economia dominata dall’agricoltura. Dal 1750 in poi una serie di buoni raccolti comportarono un diffuso miglioramento delle condizioni di vita e l’abbassamento dell’età al matrimonio. Un maggior numero di figli sembrò un mezzo per arricchirsi, potendo impiegare un maggior numero di braccia. All’incremento demografico si accompagnò un movimento di urbanizzazione sotto la spinta di due forze: di espulsione dalla campagna e di attrazione delle città. È stato quindi lo sviluppo delle sussistenze a favorire l’aumento della popolazione, che è indipendente dal fenomeno dell’industrializzazione.
La rivoluzione agraria
L’assetto della proprietà terriera era caratterizzato da una numerosa classe di piccoli proprietari e di affittuari strettamente legati alla terra, miranti tutti al soddisfacimento dei bisogni della propria famiglia (regime di autoconsumo); e da un regime agrario comunitario, l’unico modo per consentire la sopravvivenza agli addetti all’agricoltura. Sopravviveva il sistema dell’open field (sfruttamento della terra secondo regole comuni) basato sulla rotazione triennale che comportava la presenza del maggese (riposo della terra) ogni tre anni.
L’aumento della popolazione significava aumento della domanda di derrate agricole, ciò non consentiva più rilasciare larghe porzioni di terreni incolti; né la dispersione dei fondi per gli sprechi di tempo e di capitali richiesti per la loro coltivazione. L’enclosure (recinzioni) fu l’operazione che consentì, legalmente, la chiusura degli open field, previamente divise e appoderate. Il movimento prese l’avvio dai grandi proprietari, che miravano ad accrescere la produzione, spingendo i rendimenti e mettendo a cultura sempre nuove terre.
Date le difficoltà di sostenere le spese di recinzione da parte dei contadini, molti furono costretti a vendere la propria particella di cui approfittarono i grandi proprietari, che accrescendo la dimensione dell’azienda agraria e il passaggio in altre mani consentirono nuovi metodi di coltura: l’abbandono del sistema dei tre campi e l’adozione della rotazione continua (metodo di Norfolk), l’introduzione della rapa nella rotazione che consentiva al terreno di azotarsi. L’allevamento del bestiame da brado si trasformò in tabulare consentendo il miglioramento delle razze e la raccolta del letame.
La rivoluzione dei trasporti
La politica stradale era affidata alle parrocchie, ma data la palese inferiorità nel settore, alla fine del 1700 il Parlamento votò le turnpike bills, con le quali si permise a privati la costruzione di strade e di esigere un pedaggio dagli utenti, andando loro incontro con esenzioni fiscali e sovvenzioni. Questi ammodernamenti permisero all’agricoltura di trovare nuovi mercati, alle città la possibilità di approvvigionarsi senza timore di carestie future, agli industriali di concentrare le loro imprese dal momento che la fornitura di carbone e materie prime sarebbe diventata più regolare e a buon mercato, senza dire la riduzione del costo e del tempo del viaggio per i passeggeri.
Al di là di questi fattori non bisogna trascurare il ruolo giocato dalla mentalità e dai comportamenti dell’uomo, dal suo spirito scientifico e l’assunzione dei rischi, ossia l’introduzione di invenzioni e innovazioni.
Ruolo delle invenzioni
La caratteristica fondamentale della rivoluzione industriale va ricercata in due fatti:
- Lo scambio del prodotto;
- La divisione del lavoro, la cui evoluzione è palese passando attraverso i quattro stadi ipotizzati da Marx: Industria domestica, Industria a domicilio, Manifattura, Grande industria.
Tutto ciò fu reso possibile grazie ad una serie di invenzioni e innovazioni.
Il settore tessile
Il fattore economico e tecnico scatenante fu rappresentato dalla crescente importazione di cotone in quanto l’offerta era più elastica della lana e per sua natura era più adatto alla meccanizzazione. Le due grandi invenzioni che rivoluzionarono il campo della filatura furono la giannetta filatrice (spinning jenny) di Hargraves (1765) e il telaio ad acqua (water frame) di Arkwright (1768), le quali segnarono il passaggio dal lavoro domestico alla manifattura.
Nel 1779 Crompton inventò il filatoio intermittente (mule-jenny), si trattava di un incrocio tra la jenny, che dava un filo sottile ma delicato, e il water frame che dava un filo grosso ma resistente. I successi raggiunti nel settore della filatura fecero aumentare la domanda di tessitori, che a sua volta fece aumentare i loro salari a scapito della bontà del lavoro; il che incoraggiò i datori di lavoro ad usare più macchinari e a ridurre il numero dei tessitori impiegati. La nuova situazione spinse Cartwright (1785) a brevettare un nuovo telaio meccanico (power loom) che poteva sostituire il lavoro di tre tessitori, grazie all’uso della macchina a vapore. La domanda di macchinari sempre più complessi fece aumentare la domanda di ferro che stimolò lo sviluppo dell’industria chimica (costruzione di nuove fornaci) e l’industria del ferro stesso.
La siderurgia
Non a caso il settore siderurgico fu il secondo motore della rivoluzione industriale. Il metallo veniva utilizzato per la costruzione dei telai, delle macchine a vapore e delle attrezzature agricole. Il settore fu stimolato da due fattori: l’esaurimento progressivo dei boschi e l’alto prezzo del metallo a causa della crescente domanda. All’inizio del 1700 si provvedeva alla produzione del ferro tramite il puddellaggio, processo lungo, costoso e con grandi perdite di materiale. Nel 1708 Darby produsse il ferro mescolando il minerale con il carbone. Nel 1783 Cort inventò una nuova tecnica: la combinazione del puddellaggio con la laminazione, che riduceva i tempi di lavorazione di 15 volte con la possibilità di avere una gamma illimitata di sagome.
L’abbandono delle tecniche tradizionali comportò:
- Un risparmio di combustibile;
- Un’economia di metallo, giacché precedentemente metà della ghisa veniva perduta nelle scorie;
- L’adattamento allo sviluppo, di assecondare una domanda crescente nell’industria, nelle costruzioni e nei trasporti.
La macchina a vapore
La scoperta di Watt (1764) può considerarsi la tappa finale della rivoluzione. Dapprima limitata alle pompe (engine fire) per l’estrazione dell’acqua dalle miniere, dopo il brevetto del 1781 divenne una macchina motrice svincolata dalla dipendenza dell’energia idraulica. Quest’invenzione offriva all’imprenditore la possibilità di ubicarsi dove preferiva, al contrario della ruota che necessitava dei corsi d’acqua, quindi la modifica della geografia industriale del paese; favorì la concentrazione delle imprese perché il costo elevato degli impianti portò all’associazione di capitali e diede vita a nuove forme di organizzazione del lavoro; consentì lo sviluppo della ferrovia che avvicinò i centri di produzione da quelli di consumo.
I risultati e i costi della rivoluzione industriale
Riduzione dei costi, aumento della produttività, produzione di massa avevano messo a disposizione della popolazione in crescita una grande quantità di beni a fronte dei quali il prezzo da pagare fu molto alto. Alle prime generazioni di operai, soprattutto quelli di origine artigiana e contadina, più che un inutile alleato la macchina apparve un nemico da combattere. Di qui un diffuso malcontento spesso degenerato in manifestazioni violente di protesta (luddismo) con distruzioni di macchine e diffuse astensioni dal lavoro. La miseria già nascosta nelle campagne veniva alla ribalta delle città e diventava più visibile; la trasformazione operatasi dal 1790 al 1840 spinse la vita operaia in direzione di un innegabile miglioramento dell’alimentazione, grazie ai progressi delle tecniche agricole e all’aumento della produzione. Come non si può negare un peggioramento delle condizioni abitative dovute al grande afflusso nelle città accompagnato da una crisi di civiltà.
Dal protezionismo al libero scambio (1815-1846)
La fine delle guerre napoleoniche e l’apertura dei mari segnarono la caduta delle esportazioni inglesi; di qui il ristagno della produzione, la caduta dei profitti, la riduzione dei salari e l’aumento della disoccupazione. I prezzi precipitarono e la prosperità dell’agricoltura ebbe fine. La violenta caduta dei prezzi del grano tra il 1812 e il 1814 aveva indotto alla nascita della legge protettiva corn law che fu bocciata dagli economisti. Nel 1822 una legge più morbida sancì l’adozione della scala mobile ossia l’adozione di dazi protettivi man mano che il prezzo del grano scendeva. La crisi del 1836-37 e il dilagare della miseria innescarono una campagna di stampa a favore dell’abolizione delle leggi sul grano, additando l’ostacolo più grave nel protezionismo granario. Nel 1845 i cattivi raccolti nonché la carestia di patate in Irlanda spinsero all’abolizione delle leggi protezionistiche. Era evidente che l’Inghilterra da paese agricolo si era trasformato in paese industriale e commerciale; alla fine del 1800 il 75% delle sussistenze sarà importato dall’estero.
La prosperità vittoriana (1850-1870)
In questi anni l’equilibrio demografico e sociale vide il superamento del numero degli abitanti delle città rispetto a quello delle campagne. L’intervento dello Stato nell’economia doveva essere ridotto al minimo e ciascuno era chiamato a sviluppare senza ostacoli le proprie capacità e i propri talenti. Alla ripresa verificatasi in questi anni, alla quale non fu estranea la scoperta delle miniere di oro della California (1848) e dell’Australia (1851), viene dato il nome di prosperità vittoriana. I fattori del successo vanno ricercati nella rivoluzione delle ferrovie e della navigazione (gli scafi in ferro segnarono il tramonto della vela). La mancanza delle banques d’affaires e la necessità dell’autofinanziamento diedero slancio allo sviluppo delle banche. Anche l’agricoltura grazie alla completa meccanizzazione e allo sviluppo dei concimi chimici fu caratterizzata da alti rendimenti.
Un pioniere alle strette (1870-1914)
La prima crisi internazionale e i fattori di trasformazione dell’espansione del capitalismo
Il periodo che copre l’ultimo trentennio del 1800 e il primo decennio del 1900 segnò il culmine del capitalismo. Il paese risentì di una notevole emigrazione della popolazione affiancata da una caduta del tasso di natalità rispetto a quello di mortalità: transizione demografica. Il sistema economico di questi anni conquistò il mondo attraverso la sua espansione imperialista. Elementi caratterizzanti sono importanti istituzioni come banche, società, borse e soprattutto la generalizzazione del tallone-aureo. Il fatto nuovo fu l’ingresso dell’elettricità sulla scena economica che innescò la seconda rivoluzione industriale. Tuttavia gli anni dal 1873 al 1896, corrispondenti alla fase discendente del ciclo economico, furono caratterizzati da una generalizzata discesa dei prezzi con un’alternanza di crisi e impennate di prosperità.
Il rallentamento della crescita (1880-1905)
Avendo lasciato a distanza gli altri paesi, la Gran Bretagna poteva contare sull’esportazione dei suoi prodotti nel mondo intero e costruire la sua ricchezza sul commercio internazionale; non solo con l’esportazione di prodotti manufatti, bensì di capitali. Essa era tra i maggiori prestatori di denaro a Stati Uniti e America latina. Fino al 1880 mantenne il primato mondiale nella produzione industriale (carbone e ferro) ma nel 1890 fu sorpassata dagli USA nella produzione d’acciaio. Cominciano ad intravedersi segni di stanchezza in particolare nelle vecchie industrie (carbone); ciò è dovuto oltre che alla tendenza generale al ribasso dei prezzi sull’onda lunga 1873-96, al diffuso malessere nel settore agricolo incapace di sostenere la concorrenza internazionale.
Dal 1896 la Gran Bretagna s’imbatté nella concorrenza di paesi nuovi, come Stati Uniti e Germania, rivali che avevano creato una propria industria. La perdita di certi mercati, vuoi per l’innalzamento di barriere doganali, vuoi per la creazione di una propria industria, da parte di quei paesi, spinse la Gran Bretagna alla ricerca di nuovi sbocchi e di materie prime in quelli che non avevano la possibilità di rifiutarsi al suo commercio. Si spiega così la nascita di un neo-colonialismo che vide un gran numero di paesi nominalmente indipendenti entrare nell’orbita politica e soprattutto economica delle grandi potenze, dai quali acquistavano certe loro produzioni che esse stesse incoraggiavano e dirigevano.
La ripresa
Anche la Gran Bretagna partecipò alla vigorosa ripresa dovuta alla seconda rivoluzione industriale. Il 1906 segnò un nuovo corso. La questione doganale fu il tema principale della campagna elettorale seguita alla caduta del Parlamento: i liberali si elessero paladini del libero scambio; gli unionisti sposarono le tesi protezionistiche di Chamberlain; sul fronte del movimento operaio si realizzò il partito politico del Labour Party. La ripresa che andò avanti fino al 1913 toccò principalmente i settori dell’industria e non quello dell’agricoltura che rimase stazionario. Comunque il tasso annuo di crescita rimase inferiore a quello degli anni della prosperità vittoriana a causa probabilmente del “fallimento imprenditoriale” della Gran Bretagna. La forza economica battuta sul piano industriale si difese su quello commerciale grazie alla sua flotta mercantile. Il Regno Unito era ancora il grande distributore di capitali e la sua moneta era lo strumento indispensabile agli scambi internazionali, conservava il suo ruolo di mediatrice.
L’economia inglese tra le due guerre (1914-1940)
L’economia di guerra
Alla vigilia della prima guerra mondiale l’economia aveva assunto dimensioni mondiali e, pertanto, gli ostacoli al commercio internazionale crescevano in proporzione; una parte del mondo sfruttava l’altra creando profondi antagonismi. Lo scoppio del primo conflitto sarà un rivelatore delle debolezze nascoste in questo sistema. E se il capitalismo sopravvisse, il prezzo pagato fu alto: scomparsa del liberalismo a favore del dirigismo statale.
Fino a quel momento esisteva un equilibrio europeo quale l’aveva definito il Congresso di Vienna e su cui la Gran Bretagna vegliava gelosamente. La Germania per prima lo ruppe a suo vantaggio ed il tessuto degli scambi internazionali fu completamente distrutto avendo la guerra scatenato i nazionalismi più esasperati. Il capitalismo fino a quel momento simbolo del progresso era sul banco degli accusati: il responsabile diretto o indiretto della guerra che aveva distrutto l’Europa. Sul piano monetario la guerra ebbe due conseguenze.
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