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IL PERIODO DELLA PIANIFICAZIONE (1928 - 1953)

I principi e la preparazione dei piani quinquennali – I motivi di questo cambiamento vanno individuati in

considerazioni di difesa nazionale, nell’urgenza di approvvigionare le città e nella necessità di orientare i

prelievi fiscali verso l’industrializzazione. Per questo a partire dal 1928 l’economia sovietica è affidata a dei

piani che permettono al governo di prendere grandi decisioni in tema di politica economica.

Il primo piano quinquennale (1928 - 32)

Dal 1929 si effettuò rapidamente la collettivizzazione forzata di un gran numero di aziende agricole e

l’espropriazione sistematica e rapida di quasi tutti i contadini, ai quali si sostituirono due tipi di aziende: il

sovkhoz, azienda di stato amministrata direttamente dal potere pubblico con una mano d’opera salariata; e il

kolkhoz, cooperativa agricola obbligatoria nella quale dovevano rientrare tutti i contadini, organizzati in

squadre di lavoro sottoposte a delle norme fisse per ogni tipo di lavoro e aventi a base della loro remunerazione

la giornata di lavoro. Ogni resistenza dei kulaki fu annientata con il massacro e la deportazione in Siberia.

Le risorse e il lavoro furono concentrate nell’industria di base a discapito della produzione dei beni di consumo.

La conclusione del primo piano segnò la scomparsa del mercato cui si accompagnò il divieto di

allontanamento degli abitanti dalla campagna.

Il secondo piano quinquennale (1933 - 37)

L’esperienza aveva messo a nudo i pericoli della troppa fretta nel processo di industrializzazione. Ai grandi

progetti di produzione di massa e di nuove costruzioni subentrò una maggiore considerazione per le qualità e

per un più efficace funzionamento dei giganteschi stabilimenti creati. I mutamenti furono due:

- la instaurazione di una politica di decentramento: le nuove fabbriche dovevano essere ubicate nelle

vicinanze delle materie prime e dovevano essere di più modeste dimensioni;

- la promessa di prestare maggiore attenzione alla produzione di beni di consumo, alla costruzione di

nuove abitazioni moderne e di offrire la possibilità di svaghi.

Senonché considerazioni politiche e militari costrinsero a differire questi propositi e il secondo piano, come il

primo, fu caratterizzato da un’espansione febbrile di industrie pesanti, soprattutto per costruire una forza aerea e

navale adeguata. Il fallimento del primo indusse i sovietici a frenare a fondo il secondo piano; la ragione del

fallimento, secondo Polanyi, era da attribuire all’insormontabile mancanza di sapere e di capacità tecnica della

popolazione. Tuttavia la produzione registro un aumento a scapito della qualità (merci difettose, deterioramento

dei macchinari, sperpero dei materiali), di conseguenza i costi rimasero alti e i beni di consumo continuarono ad

essere scarsi, di cattiva qualità e a prezzo elevato.

Il terzo piano quinquennale (1938 - 42)

Alla luce degli insuccessi causati dalla tattica veloce, adottò una politica di rallentamento e liquidò tutti gli

incolpati di aver sabotato la produzione in ogni stadio e impedito la realizzazione dei piani.

Il quarto piano quinquennale (1946 - 50)

Ancora una volta la priorità fu accordata all’industria di base sacrificando la produzione dei beni di consumo.

Pilastri della pianificazione saranno le centrali idroelettriche, le grandi acciaierie e i grandi assi di trasporto.

Lo sforzo fu enorme anche perché i sovietici avevano rifiutato gli aiuti economici degli USA (Piano Marshall).

Il quinto piano quinquennale (1951 - 55)

La morte di Stalin (1953) e l’avvento di Kruscev diedero luogo a non poche oscillazioni: dalla proclamata

volontà di concedere maggiore spazio alla produzione di beni di consumo si ritornò ad accordare priorità

all’industria pesante.

I mezzi di finanziamento: derivarono dall’imposizione fiscale, da prestiti facoltativi e dai profitti d’impresa.

I risultati: in agricoltura a fronte di una considerevole meccanizzazione (utilizzo dei trattori), concimi, sementi

e piccole attrezzature segnarono il passo e per tutto il periodo staliniano il settore agricolo rappresentò il punto

debole dell’economia. Lo stesso fu per l’allevamento del bestiame dal momento che i contadini prima di entrare

nei kolkhoz avevano abbattuto le proprie bestie e il trattore aveva sostituito il cavallo. Il costo

dell’industrializzazione ricadde per intero sui contadini, ai quali si offrivano ben pochi beni di consumo a prezzi

elevati in cambio di derrate alimentari al prezzo più basso possibile. In definitiva la realizzazione del

considerevole volume di investimenti nel periodo staliniano fu pagata a caro prezzo dalla popolazione sovietica.

IL GIAPPONE: UN CASO SPETTACOLARE

DAL FEUDALESIMO AL CAPITALISMO (1868 - 1940)

LE PREMESSE

Il Giappone, come la Russia, è un paese a industrializzazione tardiva, la cui industrializzazione presenta una

fase iniziale di “grande slancio” per la quale è stato definito “un caso spettacolare”.

La straordinaria rapidità (50 anni) con cui da un paese con strutture rigidamente feudali evolve verso forme

economico-sociali si deve non ad una nuova classe sociale (la borghesia, come in Occidente), ma ad una classe

che fa parte dell’impalcatura feudale, con in testa i samurai. Dal 1965 il Giappone è la terza potenza mondiale

dopo USA e URSS.

Intorno al 1860 le condizioni economiche del Giappone non erano molto diverse da quelle della Gran Bretagna

del 1750 (lavoratori specializzati, industria manifatturiera basata sul lavoro a domicilio). Il suo inserimento nel

mondo moderno si ha con la rivoluzione Meiji del 1868, che segna la fine della società feudale, come in Europa

la Rivoluzione francese. Tutta la storia giapponese è permeata da un elemento: l’obbedienza al capo e quindi la

relazione protettore – protetto.

LA SOCIETA’ FEUDALE

Alla testa era l’Imperatore con ruolo prettamente rappresentativo e religioso; seguiva lo Shogun, un capo

assoluto che deteneva tutti i poteri del governo centrale, in una sorta di “feudalesimo centralizzato”. La sua

legge prevedeva la “chiusura del paese”, per cui nessuno poteva lasciare l’arcipelago pena la condanna a morte;

come pure vietava agli stranieri di visitare o risiedere in Giappone eccezion fatta per olandesi e cinesi che

esercitavano un commercio estremamente ridotto a Nagasaki. La carica di shogun era ereditaria e la sua

famiglia possedeva un quarto delle terre, mentre il resto apparteneva a un ristretto numero di signori feudali, i

Daimyo, titolari dei 200 feudi (ban) in cui il paese era diviso. Oltre ad amministrare le terre dello shogun essi

erano responsabili del potere locale; e, in cambio, godevano il privilegio di riscuotere un tributo annuo, pari al

50% del raccolto in riso, capace di assicurare il loro mantenimento e quello del seguito. Gerarchicamente

dipendenti da questi erano i Samurai (guerrieri): antichi contadini, che avevano giurato fedeltà in guerra come

in pace e vivevano delle consegne di riso cui i contadini erano tenuti nei confronti dei daimyo.

Alla larga base della piramide si collocavano i contadini, i pescatori e gli artigiani. Ai contadini era vietato

abbandonare la terra, pur non essendo servi, essi infatti proprietari del piccolo lotto che coltivavano, erano

stretti in una sorta di comunità di villaggio su cui ricadeva la responsabilità della coltivazione della terra

secondo il tradizionale sistema dei tre campi. I mercanti (chonin) gestivano il meccanismo degli scambi

campagna – città, ottenendo denaro in cambio di riso dai daimyo.

La popolazione era rimasta stazionaria per oltre 150 anni e per l’80% era rappresentata da contadini. Tuttavia

all’arretratezza economica non corrisponde una società di tipo tradizionale, ma una società progredita

caratterizzata da una vigorosa cultura urbana nelle grandi città come Edo, Kyoto e Osaka.

LA RIVOLUZIONE MEIJI

Tutto cominciò nel 1850 con una riforma religiosa: il ritorno allo shintoismo che era stato offuscato dal

buddismo sotto l’influenza cinese. Di qui la credenza cieca nella natura divina dell’imperatore con il

conseguente indebolimento del sistema feudale che poggiava sullo shogun. Su un altro fronte l’aumento della

popolazione, la conseguente urbanizzazione e la concentrazione del riso verso le città. Dalla situazione venutasi

a creare la classe emergente fu, dunque, quella dei mercanti che riuscì a realizzare lauti guadagni e, per

coincidenza di interessi, si avvicinò ai samurai. Nel 1868 le truppe avversarie allo shogun si impadronirono del

palazzo di Kyoto e con decreto ministeriale misero fine allo shogunato, a conferma di ciò anche la capitale si

spostò a Tokio. Il nuovo governo (Meiji) era interessato più alla grandezza nazionale che al progresso sociale.

Alla debolezza interna si accompagnò l’intervento esterno degli Stati Uniti che desiderosi di conquistare il

mercato giapponese, imposero allo shogun l’apertura dei porti al commercio internazionale e la stipula di

numerosi trattati di commercio. Sicché la sofferta apertura del governo agli occidentali portò la restaurazione

del potere imperiale; lo shogun non poté fare altro che rimettere il potere nelle mani dell’imperatore.

La rivoluzione Meiji mise a nudo le debolezze del sistema economico nipponico. Da un lato si prese coscienza

dei profitti che si potevano trarre commercialmente con l’Occidente; dall’altro, per evitare una possibile

colonizzazione occorreva armare un esercito e una flotta: bisognava creare delle industrie e esportare, onde

importare ciò che era necessario all’espansione economica e trasformare l’agricoltura abolendo la feudalità.

L’ABOLIZIONE DELLA FEUDALITA’

L’abolizione della feudalità fu il primo atto del nuovo governo Meiji:

- fu proclamata la libertà del lavoro e l’abolizione dei diritti feudali; caduta la distinzione tra classi tutti

furono uguali di fronte alla legge;

- le terre dei signori feudali furono restituite ai contadini e le altre furono accatastate; sicché il

contadino anziché versare la metà del raccolto al signore, fu obbligato a pagare allo Stato il 3% del

valore della terra, in denaro, a titolo d’imposta fondiaria;

- la perdita dei privilegi da parte dei daimyo e dei samurai, ossia la soppressione dei diritti feudali,

comportò il pagamento di una indennità; una sorta di pensione che fu commisurata ad un reddito pari

alla metà del valore dei diritti perduti.

I risultati furono rivoluzionari: i destinatari degli indennizzi depositarono i titoli in banca e ottennero in cambio

le azioni, le quali, quotate in borsa, ben presto accrebbero il potere economico dei loro possessori che si

trasformarono da padroni della terra a padroni del denaro. L’aumento sostenuto della popolazione offrì

all’industria nascente abbondante mano d’opera a buon mercato. Una serie di industrie nuove venne alla ribalta

negli ultimi venti anni del 1800; create dallo Stato, passarono nelle mani dei privati. L’agricoltura ebbe livelli di

produttività tali da realizzare i surplus necessari per dare l’avvio al processo di industrializzazione.

IL MODELLO INDUSTRIALE

Il decollo dell’economia fu pilotato dallo sviluppo delle ferrovie, delle costruzioni navali, dell’industria tessile

(cotone e seta), del carbone e delle fonderie. Una caratteristica assai peculiare è la sopravvivenza di piccole

imprese accanto alle grandi concentrazioni (zaibatsu), divise da un profondo divario in termini di produttività.

Infatti, mentre le grandi imprese potettero dotarsi di maggiori attrezzature e di tecnologie avanzate, grazie alle

maggiori possibilità di accesso ai finanziamenti; le altre dovettero accontentarsi di macchine di seconda mano,

scartate dalle prime o di macchinari a buon mercato, utilizzando in modo massiccio la forza – lavoro, con

enormi differenze di salari tra impresa e impresa. I maggiori salari nelle grandi imprese trovarono

giustificazione nella maggiore specializzazione e nel migliore addestramento della mano d’opera e nel fatto che

esse agivano in regime di monopolio. L’elasticità dell’offerta di lavoro fece mantenere l’aumento globale dei

salari ad un livello più basso di quello della produttività. Le novità più importanti furono la creazione delle

zaibatsu e la garanzia dell’occupazione che tolse alla manodopera ogni incentivo a combattere le innovazioni.

Fu intrapresa una riforma monetaria e creditizia; e, oltre a disciplinare l’attività di emissione, fu creata nel 1882

una banca centrale (Banca del Giappone) e si emanarono norme destinate a regolare il funzionamento di un

sistema bancario privato. Il principale datore di lavoro delle persone istruite fu lo Stato che, con i suoi salari di

gran lunga superiori, vanificava le attrattive del settore privato.

Le chiavi del successo:

- lo Stato intervenne direttamente sotto varie forme: la creazione di imprese industriali, la richiesta di

prestiti esteri, un’accorta politica fiscale, una sapiente utilizzazione dell’inflazione monetaria;

- successivamente provvide all’acquisto di materiale straniero, introdusse nel paese nuove tecniche e

tecnici occidentali, fece propria l’innovazione senza sottomettere il paese alla penetrazione diretta dei

capitalisti stranieri;

- infine si fece in modo che il popolo giapponese non conoscesse il livello dei consumi dei paesi

industrializzati e chiedesse troppo in fretta un elevamento del proprio tenore di vita.

Il modello di formazione del capitale è stato così descritto dagli economisti Ohkawa e Rosovsky:

- Il livello dell’investimento pubblico fu in generale superiore a quello dell’investimento produttivo privato.

- L’investimento nelle costruzioni ebbe un peso maggiore di quello dei beni durevoli di produzione.

- Nella loro maggioranza gli investimenti furono connessi all’uso di tecniche tradizionali, senza pertanto

incorporare progressi legati all’importazione di tecnologie.

Sarà solo tra il 1911 e il 1917 che la formazione interna del capitale segnerà un brusco cambiamento nella sua

composizione: la quota maggiore di risorse fu assorbita dagli investimenti privati in beni durevoli di

produzione.

Gli anni ’80 del 1800 rivelarono una notevole stabilità del modello dinamico. Successivamente il saggio di

crescita conobbe una serie di movimenti ciclici. La prima onda corrisponde ai saggi di crescita sostenuti fino al

1895; un secondo ciclo ha inizio durante la guerra russo-giapponese, comprende la grande espansione

corrispondente agli anni del primo conflitto mondiale e si chiude con il terzo decennio del secolo con saggi di

crescita alquanto modesti. Per quanto riguarda i tipi di investimento bisogna dire che quello privato crebbe più

in fretta di quello pubblico nei periodi di più rapida espansione. Il successo del Giappone risiede nella capacità

di ammodernarsi senza perdere il senso della propria identità nazionale.

GLI ANNI TRA LE DUE GUERRE (1914 - 1940)

Gli anni compresi tra la fine della guerra russo-giapponese e la conclusione del primo conflitto mondiale

rappresentano per il Giappone un periodo di rapido sviluppo. Al primo conflitto mondiale partecipò

marginalmente alle operazioni militari e non ebbe danni materiali, anzi, fu stimolato a produrre succedanei dei

beni d’importazione e strappo una fetta del mercato dei tessili ed altri prodotti a basso prezzo alla Cina e

all’India a danno delle esportazioni di Gran Bretagna, Germania e USA. L’industria tessile, metallurgica e del

carbone ebbero un notevole slancio. Il Giappone non sfuggì alla recessione mondiale del 1920-21 e alla crisi del

1929 che mise in ginocchio la sua economia; la morsa stretta intorno alla sua economia spinse alla conquista di

nuovi mercati esteri. Le spese militari crebbero creando malcontento di cui se ne approfitto l’esercito prendendo

in mano il potere politico. Il governo militare abbandonò il sistema aureo e propose una politica di reflazione

(moderata nuova inflazione successiva ad una fase di deflazione resa necessaria o per aver spinto quest’ultima

troppo in là oppure da una ripresa dell’attività economica che richiede una maggiore quantità di circolante)

ottenendo una ripresa economica che porterà il paese ad una situazione di totale efficienza alla vigilia della

seconda guerra mondiale.

LA CINA. LO SVILUPPO DELLE ECONOMIE DI PIANO

DALLA CINA TRADIZIONALE ALLA CINA MODERNA (1850 -1966)

MODERNIZZAZIONE PARZIALE E ROTTURA DEGLI EQUILIBRI TRADIZIONALI

Dopo l’Urss e il Canada, la Cina è il terzo paese al mondo per ampiezza territoriale: da nord a sud copre un

territorio pari a quello che va da Copenhagen al Senegal. L’eterno problema dell’agricoltura cinese è sempre

stato quello di controllare le acque e perciò dominare i fiumi, generalizzare l’irrigazione e il drenaggio. Alla

fase di prosperità di cui la Cina ha goduto nel 1700 è seguito un periodo di crisi, responsabili in parte le

pressioni esterne occidentali, ma molto di più quelle a est e a nord del paese. I tratti essenziali dell’economia

cinese erano quelli tradizionali, come la schiacciante prevalenza del settore agricolo a bassa produttività e a

debole meccanizzazione.

Un avvio di sviluppo industriale risale al 1890, con un ritardo di 25 anni sul Giappone, e con ritmi assai più

lenti e modalità diverse. I cinesi disprezzavano la civiltà occidentale alla quale si ritenevano superiori. Alla loro

mentalità era estranea l’idea che il governo dovesse farsi carico di promuovere lo sviluppo industriale. Dopo il

trattato di Nanchino del 1842, che segnò l’apertura dei vari porti al commercio internazionale, toccò agli

occidentali prendere l’iniziativa per l’avvio di forme moderne di industrializzazione. Mentre i giapponesi

diedero subito mano alla costruzione di strutture necessarie per lo sviluppo economico, in Cina furono gli

stranieri ad introdurre i servizi finanziari e di trasporto necessari per lo svolgimento delle loro attività

commerciali.

Una nuova era ha avuto inizio a partire dal 1895 con la guerra cino-giapponese, quando il governo cessò di

opporsi alla partecipazione al commercio e all’industria. Lo scoppio del primo conflitto contrasse le

importazioni di prodotti cotonieri dall’occidente e stimolò la produzione cinese e quindi vide la nascita di nuovi

stabilimenti. Soltanto nell’intervallo tra le due guerre si avrà l’introduzione di telai meccanici. La differenza più

marcata tra lo sviluppo industriale giapponese e quello cinese sta nel fatto che in Cina fino al 1937 la maggior

parte dei grandi stabilimenti industriali si trovava in mano di stranieri, laddove in Giappone era stata prevalente

l’iniziativa locale. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, nei grandi centri industrializzati cominciò a

crearsi la popolazione operaia che manifestò i primi segni di organizzazione sindacale e gli inizi di un moderno

sistema di rapporti industriali.

LE GRANDI FASI DELL’ECONOMIA DELLA CINA POPOLARE (1949)

Economia e società prima del 1949 - All’indomani della rivoluzione del 1911, rovesciata la dinastia dei

Manciu e caduto il potere nelle mani dei militari, si creò una nuova forza politica: il Ku-Min-Tang. Alleatosi

con i comunisti, questo partito, comandato da Chang-Kai-Chek, nel 1926 occuperà gran parte del paese. Diversi

furono gli scontri all’interno del paese che però porteranno nel 1949 alla proclamazione della Repubblica

popolare cinese, di cui Mao-Tse-Tung assumerà la presidenza.

- Il nuovo regime si accinse a correggere le sperequazioni del regime fondiario, dal

La rivoluzione agraria

momento che le grandi famiglie possedevano il 60% delle terre.

La riforma agraria, dopo una fase di spossessamento, nel 1950, divise i proprietari terrieri in tre categorie:

- i proprietari non coltivatori e coloro che si servivano di salariati furono espropriati senza alcun indennizzo e

ad essi fu lasciato un appezzamento sufficiente a soddisfare le esigenze primarie (minima unità colturale);

- ai coltivatori che si avvalevano di un solo salariato fu lasciato il fondo sempre che esso riuscisse a fornire i ¾

del reddito;

- ai contadini senza terra fu assegnato un piccolo lotto pari alla minima unità colturale.

La situazione si modificò dal punto giuridico, ma non dal punto di vista economico: l’apparizione dei “kulaki” e

la proletarizzazione del piccolo contadino. A differenza della Russia, la Cina non meccanizzò l’agricoltura per

evitare l’esodo rurale che avrebbe reso impossibile l’industrializzazione del paese.

Nel 1952 Mao costituì sei milioni di squadre comprensive del 40% della popolazione rurale attiva che non

avevano in comune né animali né attrezzi; ciascuna poteva scegliere il tipo di coltura, ma si dovevano riunire al

tempo del raccolto; questa prima fase si chiamò appunto dell’aiuto reciproco temporaneo. Nella seconda fase,

detta dell’aiuto reciproco permanente, le squadre misero in comune le scarse attrezzature, utilizzarono le

sementi selezionate e curarono meglio la divisione del lavoro, conseguendo un miglioramento nella

produttività. La terza fase previde la costituzione di cooperative in cui fu messo in comune anche la terra.

Tutto il raccolto doveva essere consegnato allo Stato, una parte a titolo d’imposta e il resto in vendita al prezzo,

molto basso, che esso fissava di autorità. Successivamente la libertà, concessa alla cooperazione, di scegliere il

tipo di produzione le fu negata e fu lo Stato a sceglierla e a fornire sementi, concimi e macchinari agricoli a

prezzi sufficientemente alti. In cinque anni la produzione di cereali aumentò insieme alle condizioni di vita.

Finalmente nel 1958 le comuni popolari presero il controllo dell’industria rurale.

- Tra il 1949 e il 1958 si realizzò una progressiva socializzazione dell’industria,

Le basi dell’economia cinese

in particolare di quella tessile (Shangai) e quella pesante (Mancuria), mentre la ferrovia era tutta da realizzare.

Vennero nazionalizzate le imprese “capitaliste”, multate le aziende che avevano conseguito guadagni illeciti (i

proventi furono destinati al finanziamento delle imprese pubbliche), il settore privato urbano cadde sotto il

controllo statale e si avviò un modello di sviluppo che privilegiava l’industria pesante, lasciando a distanza la

produzione agricola. Il Primo piano industriale fu varato nel 1950. L’Urss fornì alla Cina progetti, quadri per la

formazione degli operai, tecnici, ingegneri e un’apertura di credito di miliardi di rubli rimborsabili con

l’esportazione di prodotti agricoli e materie prime. Rispetto al 1949 la produzione industriale raddoppiò,

aumento che fu direttamente proporzionale all’aumento della popolazione. Con il Secondo piano (1958 -62) fu

previsto un ulteriore raddoppio dell’industria, ma esso non andò in vigore a causa dei rallentamenti, dal 1955,

nella produzione dovuta all’insufficienza delle materie prime e delle consegne dei prodotti agricoli. La

disoccupazione aumentò e il malcontento popolare indusse il governo a trovare un modo per progredire più in

fretta ed in maniera equilibrata.

DAL “GRANDE BALZO” ALLA RIVOLUZIONE CULTURALE (1957 - 1966)

La mobilitazione - L’evoluzione dell’economia della Cina contemporanea è contrassegnata da due avvenimenti

fondamentali: il grande balzo (1958 - 60) e la Rivoluzione culturale (1966 – 68), entrambi caratterizzati da un

rallentamento della crescita. A partire dal 1958 i cinesi si allontanarono progressivamente dal modello di

sviluppo sovietico per motivi politico-economici. Quando, nel 1960, l’Urss ritirò i suoi tecnici e consiglieri la

Cina, costretta all’aggiustamento della politica economica, spostò gli interessi verso l’agricoltura in quanto

bisognava assorbire la popolazione in rapida crescita: bisognava decentrare la produzione, incoraggiare le

piccole industrie, rivalutare l’artigianato e creare dei mercati. Nei fatti il governo restò sui suoi passi

nell’accordare preferenza alle industrie di base dando vita ad una vera e propria mobilitazione delle masse

verso le campagne, sostituendo ai villaggi le comuni popolari. L’obiettivo di spingere al massimo le capacità

produttive, senza badare ai costi né all’usura dei mezzi di produzione, portò alla chiusura di molte aziende.

Il “grande balzo” si chiudeva in una maniera assai ingloriosa e se la situazione economica era drammatica

quella politica non era da meno e la rottura con l’Urss porto i cinesi a rinnegare il dogma staliniano.

Il cambiamento di rotta - Si rinnegò la priorità dell’industria pesante a favore di quella dei beni di consumo e

avviò alla campagna la popolazione eccedentaria che si era liberata nelle città; nelle campagne dispose il ritorno

alla vecchia cooperativa operante nell’ambito del villaggio e alla piccola attività individuale, che però non

apportò nessun miglioramento. Sostituto da Liu-Shao-Chi alla presidenza della repubblica, Mao puntò tutto

sull’ideologia e fece appello alla cosiddetta “rivoluzione culturale” invitando le masse a partecipare alla vita

pubblica. Il ricorso a incentivi sul piano industriale, il miglioramento dei salari e le bonifiche innescarono una

ripresa tra il 1960-65. Il Terzo piano (1966-70) diede risultati soddisfacenti.

L’ECONOMIA ITALIANA NEI SECOLI 1800 – 1900

CRESCITA E DECOLLO DELL’ECONOMIA ITALIANA (1860 - 1918)

LA POLITICA LIBERISTA ED I SUOI EFFETTI

Il problema dell’industrializzazione, quale mezzo per avviare un moderno sviluppo economico, riemerge

nitidamente al momento del raggiungimento dell’Unità nazionale. La decisione di adottare per la nuova unità

politica la tariffa doganale del Regno di Piemonte e Sardegna, ispirata ai principi libero scambisti, che

dominavano nella letteratura economica inglese ed europea, venne motivata con la necessità di dare uno

sviluppo economico omogeneo a tutto il territorio nazionale, visto il successo della politica cavouriana negli

Stati sardi nel decennio pre-unitario. Questa politica venne incontro agli interessi dei proprietari fondiari, i quali

vedevano nel libero scambio la possibilità di ampliare i mercati di sbocco dei prodotti agricoli in cambio

dell’apertura del mercato italiano ai prodotti industriali esteri. La classe dirigente dell’Italia ritenne opportuno

rinviare l’avvio del processo di sviluppo industriale che avrebbe richiesto un protezionismo doganale per i rami

trainanti del sistema economico.

L’abbattimento delle barriere doganali fece scomparire le manifatturiere cresciute all’ombra del protezionismo,

provocando stagnazione e regresso nel settore secondario italiano. La politica liberista favorì alcune attività

manifatturiere dell’Italia del Nord legate all’ambiente rurale (ind. serica, lino, carta e alimentare) e migliorò

l’esportazioni di seta, canapa, olio e vino.

Tuttavia questi progressi non resero possibile l’accumulazione originaria dei capitali da utilizzare nell’avvio

dell’industrializzazione come era avvenuto in Inghilterra, Francia e Prussia. L’inefficienza delle vie di

comunicazione fu un problema fortemente sentito dai governanti italiani che approntarono un intenso

programma di costruzioni ferroviarie allo scopo di avviare il processo di unificazione del mercato nazionale. I

programmi vennero ostacolati dalla scarsa disponibilità di risorse finanziarie, in considerazione del fatto che il

debito pubblico complessivo accumulato al momento dell’Unificazione aveva raggiunto livelli elevati. Il

governo fu costretto così a collocare all’estero i titoli di debito pubblico; questa mossa ebbe due risvolti: di

buono fece affluire molti capitali stranieri in Italia; di contro il valore dei titoli venne a dipendere dalle

oscillazioni e dalle speculazioni della finanza internazionale, che in periodi di crisi causavano l’uscita di forti

quantitativi di metalli preziosi dal territorio italiano.

Di fronte a queste difficoltà finanziarie, nel 1866, venne sospesa la convertibilità dei biglietti di banca

introducendo il corso forzoso. L’emissione di cartamoneta a corso forzoso, fungendo da svalutazione dei

biglietti di banca rispetto all’oro, stimolò le esportazioni e frenò le importazioni. L’effetto negativo fu la perdita

di credibilità internazionale dell’Italia che rese impossibile l’ottenimento di nuovi prestiti dall’estero.

Si avviò così un programma che puntasse al pareggio fra entrate e spese: introduzione della tassa sul macinato,

estensione dell’imposta di ricchezza mobile agli interessi del debito pubblico e con l’aumento dell’imposizione

indiretta.

Altro metodo per procurarsi delle entrate fu l’incameramento dei beni della manomorta ecclesiastica, cioè di

quei beni della Chiesa non utilizzati per fini di culto: i beni accumulati dalla Chiesa vennero spezzettati e

venduti in pubbliche aste. La scelta scambista contribuì a lasciare in ombra le differenze di sviluppo economico

fra la parte centro-settentrionale e quella meridionale del paese, in quanto i vantaggi della tariffa potevano

avvantaggiare solo l’agricoltura intensiva del nord e non quella estensiva del Mezzogiorno. Sarebbe stata

necessaria una riforma agraria che non arrivò per paura delle rivoluzioni contadine. Nel complesso l’incremento

della produzione agricola non permise il raggiungimento della “accumulazione originaria”, ma cominciò a far

mutare l’economia dell’Italia del centro-nord più vicina ai vari stati europei.

Durante il primo ventennio post-unitario non vi fu un avvio all’unificazione economica del paese, gli scambi

rimasero stazionari a causa della carenza delle vie di comunicazioni e del potere d’acquisto troppo modesto

della massa della popolazione. Il modesto sviluppo industriale risultò concentrato nelle regioni di Piemonte,

Lombardia e Liguria.

LA SVOLTA PROTEZIONISTICA

I mutamenti decisivi che si manifestarono nell’economia italiana, a partire dagli anni ’80, rivelano l’affievolirsi

del funzionamento del vecchio sistema di accumulazione e il sorgere di quello nuovo. Il subentrare di una crisi

agraria dovuta a cause internazionali, costrinse ad una politica protezionistica la maggioranza degli Stati

europei, compresa l’Italia (la rivoluzione dei trasporti aveva reso competitivi soprattutto alcuni prodotti Usa e

Urss che entrarono in concorrenza con l’agricoltura europea, modificando i flussi commerciali).

Nel frattempo, la denuncia all’opinione pubblica delle condizioni di sottosviluppo del Mezzogiorno e i risultati

dell’inchiesta industriale misero sotto accusa la politica liberista per il disinteresse mostrato verso i problemi

economici e sociali del Paese.

Si costituì allora l’Associazione per il progresso degli studi economici, che si ispirò al movimento tedesco dei

socialisti della cattedra e fondò, el 1875, la rivista il “Giornale degli Economisti” (Lampertico, Cossa, Luzzatti,

Ricca Salerno e Cognetti). A loro volta i seguaci della scuola classica (Bastoni, Peruzzi, Martello e Ferrara)

crearono in contrapposizione l’Associazione “Adamo Smith” ed il settimanale “L’Economista”. Un terzo

gruppo fondò, nel 1878, la “Rassegna Settimanale” (Fianchetti e Sonnino).

Il dilagante protezionismo e i forti interessi industriali indussero il governo ad approvare il 15 aprile 1878 una

tariffa doganale che aumentò molti dazi sui prodotti (tessili e frumento) importati dalla Francia, ma non si pose

alcun obbiettivo di industrializzazione del Paese. Alla fine del 1878 la crisi sembrava essere superata e nel 1881

il governo ritenne che fosse giunto il momento di abolire il corso forzoso, ritornando alla convertibilità della

cartamoneta. Il disegno di legge prevedeva un prestito estero per ridurre la circolazione bancaria senza rischiare

una massiccia esportazione di oro. La fiducia conquistata per l’abolizione del corso forzoso fece affluire in

Italia capitali stranieri, che crearono un clima di ottimismo tale da spingere ad iniziative che spesso ebbero un

carattere speculativo (costruzioni edilizie nelle aree urbane di Roma e Napoli). I rappresentanti dell’industria

legata al mondo rurale, quando venne meno la protezione doganale assicurata dal corso forzoso e dagli scambi

esteri, cominciarono a premere sul governo per avere una revisione della tariffa doganale. Nel 1887 venne

varata una nuova tariffa fortemente protezionistica che non fece altro che far diminuire le esportazioni in misura

superiore al calo delle importazioni.

L’intervento dello Stato ebbe un ruolo fondamentale nel cambiamento della struttura economica, fece crescere

gli investimenti a favore del nascente processo di industrializzazione. Il ministro delle finanze Magliani

accantonò il tradizionale pareggio annuale del bilancio e puntò a finalità produttivistiche; lo Stato fu costretto

ad indebitarsi. La manodopera agricola cominciò ad essere assorbita dalla fabbrica e sul mercato si vennero

affermando le imprese meccanizzate condotte con criteri capitalistici ai danni delle piccole imprese artigianali.

Il sistema bancario partecipò all’avvio dell’industrializzazione grazie alla nascita della banca del Credito

Mobiliare e la Banca generale, sorte con compiti di investimento a lungo termine nell’industria. Negli anni

novanta il sistema bancario entrò in crisi a causa di enormi scandali e venne riformato il sistema delle banche di

emissione con la legge bancaria del 10 agosto 1893 che identificò nella Banca d’Italia, il Banco di Napoli e il

Banco di Sicilia, gli istituti di emissione.

Fra il 1894 e il 9185 vennero costituite due nuove “banche miste”, la Banca Commerciale Italiana (Milano) e il

Credito Italiano (Genova), entrambe sul modello tedesco e con l’aiuto di capitali e personale tedesco. Ad esse

si aggiunsero il Banco di Roma e la Società Bancaria Italiana di Milano. Il ruolo delle banche miste fu

fondamentale per finanziare lo sviluppo economico di un paese afflitto da una cronica carenza di capitali.

Gli effetti della crisi economica degli anni 1888-96 spinsero l’emigrazione verso l’America di contadini e

braccianti e videro la comparsa dei primi tentativi di sciopero operaio (fasci siciliani).

IL DECOLLO ECONOMICO

A partire dal 1896 iniziò la fase ascendente dei prezzi del ciclo Kondrat’ev che raggiungerà il suo culmine nel

1920. I prezzi crescenti diedero un forte impulso agli scambi internazionali e all’aumento della produzione e del

reddito in Europa, Giappone e negli Usa. L’Italia riuscì a cogliere l’occasione di inserirsi tra i paesi

industrializzati in quanto si erano create le condizioni sociali, politiche ed economiche per sfruttare a pieno il

nuovo ciclo espansivo dell’economia internazionale. Crescita dell’economia internazionale e

industrializzazione italiana sono correlate tra loro: le esportazioni lievitarono notevolmente anche se ad un

ritmo inferiore delle importazioni. Venivano esportati filati, tessuti, prodotti alimentari, prodotti minerari ed

importate le materie prime come carbone e ferro delle quali non vi era traccia nel territorio. Al crescente

disavanzo della bilancia commerciale l’Italia rimediò con le rimesse degli emigrati e con le entrate del settore

turistico. Un fattore altrettanto importante per lo sviluppo economico italiano viene individuato nella politica

protezionistica del quindicennio precedente che avviò la nascita dei rami industriali emergenti (siderurgia,

chimica, meccanica) e completò la modernizzazione dei rami tessile e alimentare.

Determinati per il decollo industriale furono sia la possibilità di reperire i capitali necessari attraverso

l’accumulazione nel settore agricolo e soprattutto l’azione delle banche d’investimento, sia l’intervento statale

attuato attraverso le commesse, gli anticipi e le sovvenzioni. Il fatto che la maggior parte delle attività

industriali si concentrasse nell’area settentrionale, accentuò il carattere dualistico dell’economia italiana. Dal

1896 al 1913 il reddito nazionale e quello pro-capite aumentarono e oltre ad una crescita globale del prodotto

lordo privato in tutti e tre i settori economici, fu considerevole la redistribuzione fra il settore agricolo (in calo)

e quello industriale (in aumento). Il raddoppio della produzione industriale si realizzò con un elevato ritmo di

crescita dei saggi di sviluppo nei diversi rami manifatturieri.

Sul finire dell’Ottocento la produzione dell’energia idroelettrica si avviò verso una crescita di grosse

proporzioni. L’industria elettrica trovò i capitali necessari al suo sviluppo grazie all’intervento della Banca

Commerciale Italiana.

Nel ramo tessile si riuscì finalmente ad avviare una vera produzione di fabbrica nella tessitura della seta. Più

consistente fu lo sviluppo dell’industria cotoniera che, nonostante gli alti dazi protettivi, entrò in crisi nel 1907.

La creazione dell’Unione filatori nel 1910 e dell’Istituto cotoniero italiano nel 1913 agevolò il risanamento che

tuttavia a causa del ribasso dei prezzi vide una diminuzione della produzione. Anche nell’industria laniera

vennero fati molti progressi grazie all’utilizzazione dell’energia elettrica.

Il ramo manifatturiero che evidenziò una grande regolarità nel saggio di sviluppo prima e dopo la crisi fu quello

alimentare, nel quale le industrie principali erano quelle dello zucchero, della birra e dei tabacchi. Il ramo

alimentare sommato a quello tessile erano la posta attiva più rilevante della bilancia commerciale italiana.

I rami che realizzarono i progressi più vistosi sia quantitativamente che qualitativamente furono il chimico

(Pirelli), il metallurgico e il meccanico. Il ramo metallurgico si sviluppò ad un ritmo elevato con l’aiuto di una

protezione doganale molto forte e dell’appoggio finanziario delle banche miste (Terni – 1884 finanziata dal

Credito Mobiliare e dalla Banca generale del credito mobiliare e successivamente dalla Comit) (Società Elba –

1899 finanziata dal Credit e successivamente dal Comit). Nel 1905 l’accordo tra la Credit e la Comit porterà

alla nascita della società ILVA, destinata a creare un grosso impianto siderurgico a Bagnoli. La crisi del 1907

colpì anche questo ramo vedendo il blocco dei finanziamenti delle banche e la sovrapproduzione. Il governo

Giolitti si impegnò a presentare un piano di intervento per salvare le imprese, sollecitando le banche interessate

a ridare il loro appoggio finanziario, ma nonostante ciò gran parte della produzione rimase invenduta. Fu così

costretto a bloccare per cinque anni la realizzazione di nuovi impianti al fine di stabilizzare la produzione.

L’industria meccanica, invece, non usufruiva di una particolare protezione doganale e grazie alla domanda

interna riuscì a svilupparsi e ad ammodernarsi (cantieri navali Ansaldo, armi e artiglierie Breda e Tosi,

macchine da scrivere Olivetti, automobili Fiat).

Lo sviluppo riguardò anche il settore primario che crebbe in produttività e in produzione. Le coltivazioni di

frumento, barbabietola da zucchero, mais, riso e patata furono le più incrementate. L’agricoltura continuò ad

essere più sviluppata nelle aree settentrionali grazie all’introduzione di nuove tecniche, concimi e macchine

agricole. Anche i successi dell’Agricoltura furono in parte dovuti all’azione dello Stato: protezione doganale,

stipulazione di accordi commerciali con altri Stati, finanziamenti per opere di bonifica e il potenziamento

dell’istruzione e della sperimentazione agraria. Il clima di maggiore tolleranza nei confronti della protesta

sociale, instauratosi con il ritorno al potere della sinistra di Giolitti e Zanardelli, fece crescere le rivendicazioni

operaie e videro la fondazione, nel 1906, della Confederazione Generale del Lavoro (CGL). Il governo stesso

nel 1902 istituì l’Ufficio centrale del lavoro allo scopo di compiere studi sul settore lavorativo e preparare

proposte di legislazione sociale.

L’ECONOMIA DI GUERRA

L’intervento italiano, nel maggio del 1915, fece crescere la speranza di superare le difficoltà economiche

emerse con le recessioni del 1907 e del 1913 ed acuitesi alla vigilia della guerra. Sin dal 1914, quando scoppiò

la guerra, l’Italia scelse il regime di neutralità e si adoperò a rifornire i paesi belligeranti di prodotti,

specialmente tessili. La scelta di campo i favore di Francia e Inghilterra era quasi obbligatoria oltre che per

l’obiettivo politico del completamento dell’unità nazionale, anche perché erano questi a fornire la maggior parte

delle materie prime necessarie all’economia italiana. Le spinte interventistiche del movimento nazionalistico,

dei gruppi dirigenziali dei rami siderurgico, meccanico ed elettrico si fecero sempre più pressanti. La

prevedibile entrata in guerra indusse il governo ad emettere un prestito nazionale e ad istituire il Consorzio su

valori industriali (CSVI) che avrebbe dovuto far fronte ad un eventuale crollo dei titoli industriali. La politica

di Calandra, divenuto presidente del consiglio in sostituzione di Giolitti, andava spostandosi verso destra che

con l’appoggio della borghesia industriale spinse l’Italia ad intervenire nel conflitto.

Soltanto dopo il primo anno di guerra l’industria italiana riuscì a coprire le crescenti esigenze delle forze

militari, soprattutto per merito dei Comitati regionali di mobilitazione costituiti dal governo allo scopo di

mobilitare e coordinare la produzione bellica. Inoltre essi potevano dichiarare ausiliari quegli stabilimenti

necessari ai fini bellici.

Tali stabilimenti erano privilegiati nell’approvvigionamento delle materie prime e nell’attribuzione delle

commesse e venivano assoggettati alla giurisdizione militare che poneva tutto il personale sotto la sorveglianza

di soldati e carabinieri e sospendeva le conquiste sindacali. La domanda per esigenze belliche riguardò

prevalentemente le imprese siderurgiche, meccaniche, elettriche, tessili e chimiche.

Furono soprattutto l’ILVA, l’Ansaldo, la Breda e la Fiat che si accaparrarono la maggior parte della domanda

sia in campo siderurgico che meccanico. Tutte le banche miste erano intervenute per sostenere finanziariamente

la cantieristica: la Comit, il Credit, il Banco di Roma e la Banca italiana di sconto. Lo Stato fornì aiuti

attraverso la protezione doganale, le commesse e le sovvenzioni allo scopo di realizzare i programmi di

espansione dell’economia di guerra. Di notevole rilievo fu la crescita della produzione di energia elettrica, in

particolare di quella idroelettrica. Anche l’industria chimica vide aumentare la richiesta di prodotti per uso

bellico (esplosivi); l’industria della gomma (Pirelli) con il sostegno del Credit riuscì raddoppiare la percentuale

media dei suoi profitti.

Nel complesso il sistema industriale si rafforzò notevolmente durante la guerra con l’aiuto dello Stato, ma le

trasformazioni strutturali dell’industria italiana non produssero una evoluzione verso forme di capitalismo

maturo, poiché la ricchezza nazionale non aumentò ma operò un trasferimento di risorse dall’agricoltura e dalla

piccola e media industria produttrice di beni di consumo verso i grandi gruppi industriali finanziati dalle banche

di investimento. Infatti, l’economia di guerra in un paese povero di manodopera qualificata spinse il governo ad

esonerare dal servizio militare non solo gli operai specializzati, ma anche quelli che sembravano capaci di

diventarlo. Il risultato fu che la percentuale di contadini chiamati alle armi fu elevatissima, il che provocò la

riduzione della produzione e fece crescere il deficit della bilancia commerciale a causa degli onerosi acquisti di

prodotti agricoli, ed in particolare cereali, sui mercati americani. La scarsa produzione agricola e la difficoltà

delle importazioni dei prodotti alimentari costrinsero il governo ad introdurre, nel corso del 1918, il

razionamento dei generi di prima necessità. Alla fine del 1918 l’epidemia influenzale della spagnola fece tante

vittime quante quelle della guerra, proprio a causa dello stato di debilitazione fisica della popolazione. Inoltre,

lo sviluppo industriale e la crisi dell’agricoltura approfondirono il divario tra il Nord e il Sud del paese.

Alla fine della guerra grossi e complessi problemi riguardanti la riconversione industriale, il riassetto

finanziario e monetario e la crisi economica ed i conflitti sociali, si presentarono ai dirigenti politici.

L’ECONOMIA ITALIANA FRA LE DUE GUERRE (1919 - 1945)

IL PRIMO DECENNIO

L’accresciuta dipendenza dell’industria dalla domanda pubblica e la progressiva integrazione tra industria

pesante e sistema bancario con la partecipazione attiva dello Stato avevano reso possibile il vertiginoso

sviluppo della grande industria ai danni dell’agricoltura e della piccole e medie imprese. Alcune industrie,

durante la guerra, erano diventate così grandi da mettere in discussione i loro rapporti con le banche sostenitrici.

La scalata alle banche da parte delle grandi imprese, quali la Fiat e l’Ansaldo, durò fino al 1920 quando i

dirigenti delle banche si opposero al tentativo delle imprese di acquistare tutte le azioni per superare lo stato di

malessere derivato dalla forte diminuzione delle commesse statali e di resistere alla inevitabile riconversione

post-bellica. La maggior parte delle imprese si trovarono in grosse difficoltà a causa della penuria di materie

prime, degli scarsi mercati di sbocco e del fluttuante regime dei cambi. Inoltre le eccessive emissioni di

cartamoneta avevano prodotto una forte inflazione. Il contrasto più forte venne a crearsi fra industriai, che

continuavano a chiedere incentivi e sostegni per evitare il fallimento, e agrari che chiedevano la revisione in

senso liberistico delle tariffe doganali per allargare i mercati di sbocco dei prodotti agricoli. In tale contesto, un

ruolo di grande rilevanza venne assunto dal movimento operaio che attraverso la CGL e l’appoggio del partito

socialista mirò ad ottenere la riduzione delle ore lavorative, aumenti salariali e il riconoscimento delle

Commissioni interne. La concessione, nel 1919, del decreto Visconti fece acquietare il movimento operaio, ma

non portò ad una duratura pace sociale. Il governo Nitti non fu capace di mediare tra capitale e lavoro e nel

1920 venne succeduto da Giolitti, il quale aveva lo scopo di ottenere il risanamento delle finanze statali

attraverso provvedimenti fiscali destinati a colpire i patrimoni ed i redditi più elevati. Al programma economico

giolittiano si opposero con vigore banchieri, industriali ed agrari che riuscirono a bloccare l’attuazione di alcuni

provvedimenti con il conseguente aggravamento del debito pubblico e la crescita dell’inflazione.

Anche se la pressione del movimento operaio continuò a farsi sentire il partito socialista nel 1921 perse molti

punti e a Giolitti succedette Bonomi che formò un governo con i popolari e i socialisti riformisti. Le incertezze

del nuovo governo diedero spazio alla crescita del movimento fascista appoggiato da industriali e agrari. Dopo

la caduta del governo Bonomi, 1922, il partito fascista, con la tolleranza delle forze armate e della Monarchia,

organizzò la “marcia su Roma” che si concluse con il conferimento a Mussolini dell’incarico di formare il

nuovo governo. La mancanza di una classe politica moderata fece emergere la forza del fascismo il quale offrì

una restaurazione politica di carattere autoritario che venne notevolmente favorita dalla fase di ripresa

internazionale degli scambi guidata dagli Usa. Infatti, fra il 1922 e il 1925 la connotazione più marcata della

politica governativa fu il liberismo economico che ebbe come capi saldi l’alleggerimento del carico fiscale e il

passaggio ai privati di alcune attività fino ad ora svolte dallo Stato. Per compensare la flessione del gettito

fiscale il governo istituì l’imposta generale sull’entrata (I.G.E.) da applicare sui trasferimenti di denaro, e

un’imposta sui redditi agrari, ed estese l’imposta di ricchezza mobile ai salari. Vennero privatizzate

l’assicurazione sulla vita, i servizi postali e telefonici e lo scrutamento delle risorse idriche. Per attenuare gli

effetti delle tariffe doganali protezionistiche, che erano state inasprite da Giolitti nel 1921, il nuovo governo

stipulò trattati di commercio con altri paesi. Il successo più rilevante del governo fascista fu quello di avere

eliminato entro il 1925 il disavanzo del bilancio statale. Il vantaggio più consistente per il settore industriale fu

rappresentato dalla soppressione delle organizzazioni sindacali libere, che contribuirono alla crescita della

produttività senza l’introduzione di nuove tecnologie. Mussolini inoltre avviò le riforme elettorale e

costituzionale: nel 1923 eliminò il sistema proporzionale, introducendo una legge che consentiva ad una

maggioranza del 25% la conquista dei 2/3 dei seggi parlamentari. Con una campagna elettorale svolta in un

clima di violenze e intimidazioni contro gli oppositori, i fascisti ottennero il 65% dei voti. L’uccisione di

Giacomo Matteotti, segretario del partito socialista, che aveva contestato la validità dei risultati elettorali, e le

incertezze dell’opposizione segnarono la fine dello Stato liberale parlamentare. Infatti vennero emanate alcune

leggi che trasformarono la struttura dello Stato, rafforzando il potere esecutivo e abolendo le nomine elettive

delle amministrazioni locali, sostituendole con autorità di nomina governativa. Venne introdotta la pena di

morte e l’organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo (OVRA).

Raggiunto il pareggio del bilancio e rimesso in moto il sistema produttivo, il governo cominciò ad intravedere i

pericolosi risvolti dell’aumento della liquidità e della circolazione monetaria che avevano sorretto lo sviluppo

economico del triennio liberista. Venne così attuata la riforma degli istituti di emissione, nel 1926, affidando

alla Banca d’Italia tutti i poteri di controllo sull’offerta di moneta, sulla liquidità bancaria e sul saggio di sconto.

Era inoltre necessario rivalutare la lira per acquisire quella fiducia internazionale indispensabile per ottenere

prestiti utili alla crescita dell’economia del Paese. Le misure deflazionistiche e l’effetto psicologica del discorso

di Pesaro dell’agosto 1926, durante il quale Mussolini proclamò la difesa della moneta nazionale, segnò

l’arresto della sua svalutazione e l’inizio di una rivalutazione che vide la stabilizzazione a fine 1927.

Nonostante che il suddetto risanamento monetario venisse accompagnato dalla concessione di numerosi prestiti

esteri, la deflazione e la rivalutazione della lira colpirono in particolar modo l’edilizia e le piccole imprese

produttrici di beni di consumo a causa della concentrazione della domanda interna. I riflessi sociali della

deflazione furono pesanti, sia per quanto riguarda la disoccupazione che triplicò, sia per quanto riguarda le

condizioni di lavoro aggravate da una severa disciplina di fabbrica e dall’introduzione di tecnologie basate sulla

catena di montaggio. Tutto sommato si può affermare che i progressi compiuti dall’economia italiana furono

abbastanza marcati dal 1922 al 1926 e si mantennero allo stesso livello nei tre ani successivi.

Per quanto riguarda l’agricoltura il governo Mussolini, dal 1922 al 1925, condusse una politica volta a

mantenere il reddito fondiario e a ridurre i costi di produzione mediante l’inasprimento dei patti agrari e le

decurtazioni salariali. Quando, nel corso del 1925, il disavanzo della bilancia si aggravò anche a causa delle

importazioni di grano, il governo avviò un piano di politica agraria fondato sulla difesa della granicoltura per

aumentarne la produzione mediante l’elevazione del rendimento medio per ettaro. Nel 1925 venne annunziata

la “battaglia del grano” che ripristinò i dazi doganali che da una parte contribuirono a far aumentare la

produzione cerealicola e quindi ad una diminuzione delle importazioni e dall’altra attraverso l’aumento dei

prezzi, pesò sul bilancio alimentare dei consumatori. I risultati della “battaglia”, fino al 1929, furono l’aumento

della superficie coltivata, più accentuata nel Mezzogiorno che nel Nord, e la crescita della produttività, molto

più rilevante nell’Italia settentrionale che nel Meridione.

In complesso l’economia italiana dopo la crisi post-bellica ebbe una fase di crescita nel primo quadriennio

dell’avvento del fascismo al potere, seguita da una fase di stagnazione dovuta agli effetti della rivalutazione

monetaria eccessivamente elevata, voluta dal governo Mussolini.

LE CONSEGUENZE DELLA CRISI DEL 1929

Il 1929 rappresentò per il regime fascista l’anno della sua “normalizzazione”. Dopo la conciliazione con la

Chiesa cattolica attraverso la firma dei patti lateranensi, Mussolini indisse le elezioni che vinse grazie anche

all’appoggio della Chiesa: “normalizzazione” del regime autoritario. Nel corso di quell’anno l’economia

italiana sembrava avviata al superamento della crisi provocata dalla crisi provocata dalla politica deflazionistica

e dalla rivalutazione della lira. Tuttavia non erano da sottovalutare le ombre che gravavano su di essa. Il saldo

negativo della bilancia commerciale si era accresciuto per l’aumento delle importazioni a fronte di una

diminuzione delle esportazioni, dovuto al lento adeguamento della riduzione dei salari reali che avrebbe dovuto

compensare gli effetti della rivalutazione della lira. In tale contesto cominciarono a manifestarsi, a partire dal

1930, gli effetti della “grande crisi” che segnò l’inizio di una fase depressiva dell’economia internazionale.

La depressione colpì pesantemente il settore industriale e in particolare i rami tessile (filati di seta e cotone) e

meccanico (autovetture), che collocavano una rilevante parte della loro produzione sui mercati esteri, ma anche

i rami economici che non erano legati alle esportazioni subirono ripiegamenti di un certo rilievo. Nel settore

agricolo la recessione si fece sentire ancora più pesantemente, provocando la riduzione di circa il 45% del

valore della produzione lorda privata. I segni più evidenti della depressione economica, tra il 1929 e il 1933,

risultano sintetizzati dalle cifre relative alla diminuzione del risparmio e degli investimenti lordi e dall’aumento

della disoccupazione. A causa del precedente rallentamento dello sviluppo dovuto alla rivalutazione della lira,

gli effetti della crisi in Italia furono meno gravi che nel resto d’Europa. Con la svalutazione della sterlina i

prestiti esteri delle banche miste si ridussero inducendo i risparmiatori a spostare i loro depositi nelle casse di

risparmio e nelle casse postali. La prima banca mista ad entrare in crisi fu il Credit seguita dal Comit, ed

entrambe chiesero aiuto allo Stato che istituì la Sofindit (Società finanziaria industriale italiana) la quale

ricevette un prestito per acquistare le azioni del Comit e del Credit che si impegnavano a non effettuare

operazioni di credito mobiliare. Era prevista inoltre la costituzione dell’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) che

avrebbe dovuto sostituire le due banche d’investimento nella concessione di crediti a medio e a lungo termine.

Le condizioni dell’economia continuarono a peggiorare e il governo decise di costituire un altro ente, l’Istituto

per la ricostruzione industriale (IRI) allo scopo di eliminare la commistione fra imprese industriali e banche

miste che era diventata essenziale per il sistema bancario italiano. Lo Stato si impegnò a fornire i capitali

necessari per finanziare le imprese industriali in difficoltà e per sollevare le banche miste dagli immobilizzi

derivanti da titoli industriali e crediti inesigibili. L’attività dell’IRI fu positiva poiché riuscì ad aiutare molte

imprese industriali e a salvare le banche miste, finanziandole o assumendone la gestione diretta.

Il risanamento del sistema bancario venne attuato con il decreto-legge del 12 marzo 1936 secondo il quale il

controllo del sistema bancario venne affidato all’Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del

credito, organo dello Stato, guidato dal Governatore della Banca d’Italia, posto alle dipendenze di un Comitato

di ministri presieduti dal capo del governo che fissava le direttive generali. La Banca d’Italia, il Banco di

Napoli, il Banco di Sicilia, la Banca Nazionale del Lavoro, l’Istituto bancario S. Paolo di Torino e il Monte dei

Paschi di Siena vennero dichiarati istituto di diritto pubblico; furono riconosciute banche di interesse nazionale

la Comit, il Credit e il Banco di Roma. La legge bancaria diede all’intervento pubblico nel settore creditizio il

compito di governare i flussi finanziari di tutto il sistema bancario destinati alle attività economiche,

concentrando i poteri di controllo e di vigilanza nelle mani della Banca d’Italia. La recessione economica

cominciò ad essere superata a partire dal 1934.

LA SVOLTA AUTARCHICA

La ripresa economica, che si era verificata a partire dal 1934, non consentì al governo di fare ridurre

l’intervento pubblico sull’apparato economico a causa del mancato sviluppo del commercio estero e della

notevole diminuzione dell’emigrazione che fece crescere il numero dei cittadini in cerca di lavoro. Ragioni di

prestigio politico indussero i regime a cercare la soluzione del problema demografico ed economico

nell’espansione coloniale con l’invasione dell’Etiopia nel 1935. Mussolini voleva avviare una politica

economica tendente a rendere l’Italia autonoma dalle importazioni, cioè a dire una politica autarchica. A

provocare questa svolta contribuì la nuova alleanza politica (Patto d’acciaio) concluso con la Germania e il

Giappone i quali ritenevano necessaria l’espansione territoriale per superare la recessione economica e

raggiungere il livello di sviluppo dei paesi che già possedevano aree di influenza coloniale (le potenze europee

e gli Usa). La riforma del sistema bancario e la trasformazione dell’IRI da ente provvisorio a permanente nel

1937 consentirono al governo di indirizzare e controllare l’economia del Paese; i settori portanti dell’industria

italiana vennero a dipendere, tramite l’IRI, dallo Stato che accentrò nelle sue mani il credito di investimento.

L’Italia non fece tornare le attività imprenditoriali e del sistema creditizio nelle mani dei privati per diversi

motivi: per la scelta politica di controllare l’economia allo scopo di rendersi indipendente dall’estero,

l’impossibilità di un rilancio delle industrie legate all’esportazione sia per la scarsità delle riserve monetarie e la

difficoltà di procurarsi crediti dall’estero durante una fase recessiva dell’economia internazionale, sia per

l’inasprimento dei rapporti diplomatici con le grandi potenze economiche. Lo Stato fu soltanto il mediatore del

rilancio economico attuato attraverso un’organizzazione privatistica e non riuscì ad utilizzare l’intervento

pubblico per attuare il suo progetto politico ad impronta corporativa, lasciando ampia libertà alle iniziative dei

grandi gruppi industriali. L’IRI non intervenne soltanto per risanare le imprese in crisi e rimetterle sul mercato,

ma assunse funzioni di gestione aziendale.

La scelta autarchica ancorarono il commercio estero italiano alla Germania nazista, inoltre la “battaglia del

grano” e la “bonifica integrale”, insieme con la spinta alla valorizzazione delle risorse sostitutive delle materie

prime importate costituirono il perno della politica autarchica del governo. Buoni risultati si ebbero nel settore

siderurgico, meccanico e chimico; in crisi entrarono le industrie cotoniera, laniera e serica sia per la

concorrenza delle fibre artificiali che per le restrizioni autarchiche, ma il ramo tessile, nel suo complesso, restò

uno dei più importanti nel settore industriale. La tendenza di fondo, accentuatasi dopo il 1935, fu quella di far

affluire gli investimenti nelle attività finanziarie e industriali piuttosto che in agricoltura, come è testimoniato

dalla crescita dell’occupazione nell’agricoltura.

Fra i costi sociali prodotti dalla struttura autoritaria del regime si possono annoverare il degrado delle aree

rurali, l’emarginazione della cultura, le carenze nella qualificazione professionale e nell’istruzione pubblica,

l’inesistenza o la mediocrità di servizi sociali collettivi, lo scarso sviluppo del sistema assistenziale e del

cooperativismo. In questi anni le differenze di sviluppo fra il Nord e il Sud non fecero altro che accentuarsi,

anche a causa della popolazione attiva che andava diminuendo nel Mezzogiorno.

L’ECONOMIA ITALIANA DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Allo scoppio della guerra l’Italia si presentava con una struttura economica molto fragile, caratterizzata da un

dualismo economico molto marcato, da un’accentuata burocratizzazione e da una preparazione militare

assolutamente insufficiente. Infatti nonostante quattro anni di politica autarchica, le attività industriali

dipendevano in larga misura dall’estero per le importazioni di carbone, materie prime e semilavorati controllate

per la maggior parte dai potenziali nemici anche attraverso il dominio delle vie di comunicazione marittime.

Tuttavia le principali correnti di commercio si erano modificate a favore della Germania. Gli armamenti oltre

ad essere quantitativamente insufficienti lo erano anche qualitativamente e in accordo con la Germania,

Mussolini allo scoppio della guerra dichiarò la “non belligeranza”; ma tra febbraio e marzo del 1940 decise di

intervenire a fianco della Germania, rifiutando le offerte politiche ed economiche dell’Inghilterra e degli Usa e

accettando l’offerta tedesca che prevedeva un rifornimento mensile di carbone, superando così l’embargo

inglese. Mussolini si schierò a fianco dell’alleato nella convinzione che si trattasse di una guerra di breve

durata; purtroppo la guerra durerà parecchi anni, mettendo in evidenza la debolezza economica e

l’impreparazione militare dell’Italia. Furono le spese militari che assorbirono la maggior parte dei consumi

pubblici e produssero una forte inflazione. I rifornimenti provenienti dalla Germania andarono esaurendosi

mettendo in difficoltà molte fabbriche. L’agricoltura venne colpita in modo particolare dagli avvenimenti

bellici, sia per la scarsa disponibilità di fertilizzanti che per il richiamo alle armi dei lavoratori agricoli. Per

quanto riguarda la produzione industriale, si ebbe un andamento verso l’alto fino al 1940 per declinare

rapidamente dal 1941 al 1943. Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, e la firma dell’armistizio

dell’8 settembre, iniziò per l’Italia un periodo tumultuoso durante il quale è difficile individuare gli indirizzi di

politica economica. L’inflazione raggiunse livelli elevatissimi fra il 1943 ed il 1945, soprattutto nel

Mezzogiorno, dove avvenne l’emissione delle AM lire da parte dell’amministrazione militare anglo-americana

che scatenò un processo che provocò il rialzo dei prezzi ad un livello di circa trenta volte quello superiore a

quello del 1941. Con al firma dell’armistizio, cessarono le forniture tedesche destinate ad alimentare le

industrie italiane ed in particolare quelle belliche. Se a ciò si aggiunge la suddivisione in due parti del territorio

nazionale, diventa facilmente spiegabile la caduta della produzione manifatturiera. Si trattò di un vero e proprio

crollo economico che raggiunse il suo punto più basso nel 1945, anno della cessazione delle ostilità.

L’ECONOMIA ITALIANA NEL SECONDO DOPOGUERRA

LA RICOSTRUZIONE ECONOMICA

I nuovi governanti dovettero affrontare i problemi relativi alla sua forma istituzionale, alla introduzione di una

democrazia parlamentare ed alla scelta della via da seguire per avviare la ricostruzione della sua vita

economica. Il problema istituzionale si risolse con la vittoria della repubblica. Il ritorno alla democrazia

parlamentare e l’elaborazione di una carta costituzionale, che desse salde radici alla vita politica italiana,

vennero invece realizzati senza provocare aspre contrapposizioni fra i partiti nati dalla Resistenza antifascista.

Le incertezze sulla politica da seguire si trascinarono per un biennio, fino a quando venne costituito il governo

De Gasperi del maggio del 1947, nella cui coalizione non entrarono i partiti della Sinistra. L’indirizzo politico

di De Gasperi si ispirava alla dottrina liberista classica che mirava alla libertà d’azione delle imprese e alla

tutela della proprietà privata. I problemi economici che richiedevano una urgente soluzione erano la caduta

della produzione e della crescente disoccupazione, le quali avevano toccato il fondo nel 1945, accompagnate da

una crescente emissione monetaria che aveva suscitato la preoccupazione più forte di tutte le forze politiche.

Nella seconda metà del 1946 l’Italia fu attraversata da una forte inflazione causata dai molteplici eventi del

dopoguerra. Il ricorso al cambio della moneta, collegato ad una imposta patrimoniale, proposto con insistenza

dalle sinistre venne vanificato dalla netta opposizione dei partiti di centro-destra e, in particolare, dal partito

liberale. Ciò nonostante i partiti di sinistra riuscirono ad ottenere dei risultati sul piano normativo come la

“tregua salariale” che prevedeva il riconoscimento delle commissioni interne, la scala mobile, gli assegni

familiari, i minimi salariali, limitazioni in materia di licenziamenti, il blocco degli affitti e la formazione di

commissioni provinciali per la determinazione dell’equo canone nell’affitto di fondi rustici. Con il Ministero

del tesoro, che aveva il potere decisionale sulla spesa pubblica, e con la Banca d’Italia, divenuta con la riforma

bancaria del 1936 un organismo di controllo e gestione della circolazione monetaria e del sistema creditizio,

nelle mani di autorevoli esponenti liberisti, può sembrare scontato l’indirizzo seguito dai provvedimenti

governativi. Allo Stato, che, attraverso l’IRI, possedeva molte imprese industriali e istituti di credito, fu affidato

il compito di mantenere le maestranze occupate senza dare alcun indirizzo di gestione, lasciando nei fatti tali

aziende sotto l’influenza dei gruppi privati in possesso di una parte relativi pacchetti azionari. L’IRI non venne

liquidato solo per la decisa opposizione delle sinistre. La linea liberista privilegiò la ricerca della redditività

aziendale ed eliminò ogni controllo sulla destinazione delle risorse, senza preoccuparsi dell’accentuazione del

divario economico Nord-Sud, riaffidando alle imprese private la piena disponibilità della manodopera e della

gestione. Il periodo decisivo per la scelta della politica economica italiana è collocabile nei primi due mesi del

1947, quando la “tregua salariale” venne meno a causa di una nuova ondata inflazionistica, ponendo sul tappeto

il problema del costo del lavoro. Di fronte al drammatico problema del contenimento dell’inflazione non si

volle seguire la via del cambio della moneta, come era stato fatto in altri paesi europei unitamente al

razionamento dei generi di consumo e l’adozione di prezzi politici per i generi di prima necessità. Si adottò,

invece, la linea sostenuta dai partiti di centro-destra che puntò alla riduzione della spesa statale per consentire

un maggior flusso di liquidità verso il settore privato; questo tipo di politica monetaria non riuscì a bloccare

l’inflazione. La fine della collaborazione governativa con i partiti della Sinistra diede la possibilità a De Gasperi

di formare un nuovo ministero democristiano con l’inserimento di esponenti dei partiti liberale, repubblicano e

socialista scissionista. Il nuovo governo fu libero di seguire un indirizzo liberista ortodosso, avviando una

politica deflazionistica che prese il nome di Einaudi passato dalla carica di governatore della Banca d’Italia a

quella di Ministro del Bilancio. Einaudi avviò la tradizionale politica di restringimento del credito allo scopo di

porre un freno all’inflazione e di stabilizzare il sistema finanziario: ricostruì il Comitato del credito che avviò la

stretta creditizia obbligando le banche a versare il 25% dei depositi esistenti ed il 40% di quelli futuri alla

Banca d’Italia; a tale manovra si accompagnò l’aumento del tasso di sconto. Gli effetti furono molto forti: si

ridusse la circolazione monetaria, ma nel contempo si contrassero gli investimenti e la produzione e aumentò la

disoccupazione. Per aiutare le imprese in difficoltà venne creato il Fondo per le Industrie Meccaniche (FIM), fu

aumentato il fondo di dotazione dell’IRI, si concessero sussidi all’industria serica e mineraria e vennero

concesse esenzioni fiscali e agevolazioni creditizie alle industrie da impiantare nel Mezzogiorno. La politica

deflattiva non fu accompagnata da riforme strutturali e di conseguenza provocò la formazione di una

disoccupazione cronica concentrata nel Mezzogiorno. Complessivamente, la stabilizzazione della lira con

l’aiuto dei prestiti americani rafforzò la nuova compagine governativa di centro e divenne una delle premesse

più importanti della vittoria del 18 aprile 1948. Decisivi per tale ristrutturazione furono gli aiuti del Piano

Marshall che, attraverso i fondi dell’European Recovery Program (ERP) affluirono in Italia per ricostruire

l’apparato industriale e finanziare gli investimenti agricoli e le opere pubbliche.

Mentre la autorità statunitensi indicavano come obiettivo del piano Marshall uno sviluppo economico da

avviare con una programmazione di tipo Keynesiano, il governo italiano puntava soprattutto all’equilibrio della

bilancia dei pagamenti, al pareggio del bilancio statale, alla limitazione delle spese statali ed alla restrizione del

credito e degli investimenti, ritenendo preminente la stabilizzazione monetaria rispetto al problema dello

sviluppo economico e dell’occupazione. Assieme alle sollecitazioni statunitensi, le lotte sociali sia nelle

campagne che nelle fabbriche contro la disoccupazione e a favore del miglioramento delle condizioni di vita

diedero una forte spinta verso una graduale correzione in senso riformista della politica economica governativa.

La decisione governativa di attuare una politica riformista si concretizzò nella riforma agraria, nell’istituzione

della Cassa per il Mezzogiorno e nel piano Ina-Case. Il governo De Gasperi, ritenendo di poter efficacemente

contrastare la crescente influenza politica dei partiti di sinistra fra le masse rurali del Mezzogiorno, decise di

rinunciare ad una riforma agraria generale e di avviare alcune leggi per aree comprensoriali volte

all’espropriazione dei terreni scarsamente produttivi da distribuire alle famiglie contadine: la legge Sila

(Calabria), la legge stralcio (Delta padano, Maremma toscana, Campania e Puglia) e la legge di riforma agraria

(Sicilia) furono i provvedimenti di riforma agraria nel 1950 in quella direzione. I risultati di queste riforme si

poterono apprezzare solo al Nord dove gli Enti di riforma realizzarono infrastrutture, opere irrigue e case

coloniche. Le riforme nel Mezzogiorno contribuirono a cancellare i residui degli antichi privilegi di carattere

feudale. Allo scopo di assecondare la formazione di un largo strato di piccola e media proprietà contadina fu

varato un piano di intervento nell’Italia meridionale mediante l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno ed

emanata una legge per la costituzione di istituti speciali di credito agevolato. L’azione della Cassa si limitò a

creare infrastrutture (strade, ferrovie, energia elettrica e acquedotti) nella vana speranza di spostare la

localizzazione degli investimenti dal Nord al Sud del Paese, tralasciando iniziative volte a migliorare il settore

industriale. Un’altra iniziativa riformistica fu il piano Ina-Case che prevedeva un intervento pubblico nel ramo

dell’edilizia residenziale e quindi la costruzione di alloggi a basso costo destinati ad essere affittati ai lavoratori

dipendenti. Nei primi anni cinquanta la ricostruzione poteva considerarsi conclusa con notevoli ripercussioni

sulla distribuzione degli investimenti, della produzione, del reddito e dell’occupazione nei tre settori economici

tradizionali; si ridusse notevolmente il settore agricolo, mentre crebbero gli altri due in particolare il terziario.

IL MIRACOLO ECONOMICO

Dal 1953 al 1963, l’economia italiana sviluppò i livelli di crescita più elevati della sua storia. Il dato più

rilevante fu l’incremento del commercio estero che risultò essere il fattore trainante del “miracoloso” decollo

economico italiano, oltre alla stabilità monetaria ed il pareggio del bilancio statale. L’economia italiana fu

caratterizzata da un alto grado di sviluppo industriale (i cui ritmi di crescita furono i più alti del mondo),

accompagnato da una forte avanzata del terziario e da una graduale riduzione del settore agricolo. I rami che

mostrarono lo sviluppo più rapido furono la produzione siderurgica, quella del ferro, dell’energia elettrica e

soprattutto quella automobilistica. L’Italia riuscì ad entrare fra i dieci paesi più industrializzati del mondo.

I fattori propulsivi di questo decollo, comuni agli altri paesi europei, furono gli aiuti economici e finanziari

degli Usa, il mantenimento del valore della moneta nazionale rispetto al dollaro, il rinnovamento degli impianti

e dei processi tecnologici, l’utilizzazione di fonti energetiche meno costose, nonché la diffusione di nuovi

prodotti di largo consumo. Inoltre i profitti crescenti, l’assenza di inflazione e la bilancia dei pagamenti in attivo

furono i connotati più originali che caratterizzarono lo sviluppo economico italiano rispetto a quello degli altri

paesi europei. L’abbondanza di manodopera e l’iniziale struttura arretrata dell’economia furono determinanti

nell’avvio del decollo economico poiché contribuirono a rendere debole la forza contrattuale dei sindacati e

quindi basso il livello salariale. Il numero globale degli occupati diminuì in quanto l’esodo dalle campagne non

fu sufficientemente compensato dalla crescita, sia pur notevole, degli altri due settori. L’ampiezza dell’offerta

rese la forza lavoro a buon mercato, consentendo all’industria di produrre a bassi costi e di presentarsi sul

mercato internazionale con prezzi competitivi. La crescita degli investimenti privati, accompagnata da un forte

incremento delle esportazioni e da una notevole domanda interna, produsse un accelerato sviluppo economico.

Si venne così a creare una tendenza alla crescita delle esportazioni e in maggior misura delle importazioni, che

produsse un disavanzo della bilancia commerciale. Poiché era l’andamento della domanda internazionale a

determinare lo sviluppo dell’economia italiana, esso era estremamente fragile in quanto strettamente dipendente

dalle esportazioni che difficilmente avrebbero potuto continuare ad espandersi fondandosi su una produttività

legata al basso costo del lavoro. L’economia italiana non avrebbe potuto mantenere a lungo l’equilibrio della

propria struttura, presentando al proprio interno un alto tasso di disoccupazione, forti disuguaglianze sociali e

un dualismo economico Nord-Sud che andava accentuandosi. Le aziende a partecipazione statale diventarono

sempre più numerose dopo che nel 1948 fu deciso il mantenimento dell’IRI.

La fondazione dell’Ente nazionale idrocarburi (ENI), ad opera di Enrico Mattei, e soprattutto la sua attività

politica produttiva e commerciale nei rami chimico e petrolchimico rappresentarono una svolta nell’autonomia

gestionale dell’impresa pubblica in Italia. Nel corso degli anni cinquanta l’IRI riuscì a cancellare la sua

immagine di ente di pura assistenza alle imprese in difficoltà e a creare uno dei più forti gruppi industriali

europei, rendendosi autonomo dalle grandi industrie private. In complesso, le partecipazioni statali svolsero un

ruolo di supplenza e di integrazione nei confronti dell’industria privata, creando quelle infrastrutture necessarie

ad una più intensa accumulazione capitalistica, alle quali l’iniziativa privata non intendeva sobbarcarsi. Il

Mezzogiorno venne fortemente penalizzato durante il cosiddetto “miracolo economico” dall’imponente esodo

verso il Nord e verso l’estero. Nel settore agricolo, poiché alla riforma agraria e all’alleggerimento del carico

demografico non si accompagnò alcun serio tentativo di trasformazione colturale e di riorganizzazione

commerciale, alla fine di un decennio di assenza di una politica agraria il valore medio della produzione per

ettaro si ridusse a circa la metà di quello del settentrione. Questa situazione di crisi del Mezzogiorno non mancò

di riflettersi sull’intero sistema economico. Infatti, quando si esaurì l’afflusso di lavoratori dalla campagna e il

Nord si avvicinò ad una condizione di piena occupazione, la pressione della domanda sul mercato del lavoro

determinò un’inversione di tendenza della dinamica salariale: i primi aumenti dei salari non trovando

un’adeguata offerta di prodotti e di servizi, misero in moto una spirale inflazionistica. Nel frattempo la ricerca

di nuovi equilibri politici porterà alla formazione di una coalizione di centro-sinistra, all’interno della quale si

aprirà un dibattito per risolvere il dislivello economico tra Nord e Sud, l’avvio di una razionalizzazione

dell’agricoltura, la riforma urbanistica e il soddisfacimento dei bisogni sociali che avrebbero potuto evitare

l’impatto inflazionistico degli aumenti salariali.

CARATTERI E TENDENZE DELL’ECONOMIA ITALIANA NELL’ULTIMO TRENTENNIO

Per frenare la crisi economica, aggravata dalla fuga dei capitali all’estero verificatasi a causa della

nazionalizzazione dell’industria elettrica con la creazione dell’Ente Nazionale per l’Energia elettrica (ENEL), il

governo di centro-sinistra avviò una rigida stretta creditizia che condusse al rallentamento dell’inflazione e al

pareggio della bilancia dei pagamenti, ma provocò un’improvvisa caduta della produzione industriale e degli

investimenti, con conseguenze negative sull’occupazione e sui consumi. Il punto di partenza della

programmazione da introdurre nella politica economica governativa va ricercato nella Nota aggiuntiva che Ugo

La Malfa presentò nel 1962 al Parlamento; in essa si prospettavano interventi governativi, finalizzati al

superamento degli squilibri settoriali e territoriali, che , attraverso il fisco, avrebbero dovuto prelevare dai

redditi più alti e dai consumi di lusso i capitali necessari per stimolare gli investimenti produttivi privati e per

accrescere gli investimenti pubblici. Tutto ciò sarebbe dovuto avvenire con la collaborazione dei sindacati e dei

lavoratori che, al posto degli aumenti salariali, avrebbero dovuto richiedere miglioramenti ai servizi sociali.

Alla Nota aggiuntiva seguì il Rapporto Saraceno del 1964 nel quale venne indicata una ripartizione, attraverso

provvedimenti legislativi, della spesa statale a favore del Mezzogiorno nella misura del 45% degli investimenti

pubblici e del 40% dei posti i lavoro. E’ certo che gli interventi pubblici, tramite le partecipazioni statali, si

accrebbero notevolmente, ma è anche vero che vennero fatti senza alcun coordinamento e non produssero i

risultati previsti dai piani quinquennali varati dal governo, lasciando immutate le distanze economiche tra il

Nord e il Sud. Il meccanismo di funzionamento dell’economia non fu quindi modificato e, non appena

apparvero i primi sintomi di ripresa, si continuò a puntare al potenziamento della produttività delle industrie

esportatrici, abbandonando i progetti più avanzati di programmazione e di sviluppo del Mezzogiorno. Il

risultato della suddetta politica economica, carica di contraddizioni ed incertezze, fu la consolidazione di un

vasto settore pubblico, in mano di tre colossi, l’IRI, l’ENI e l’ENEL. Il processo di sviluppo degli anni Sessanta

aveva provocato un’eccessiva concentrazione della crescita nell’area del triangolo industriale, facendo sorgere

problemi sociali connessi con la lievitazione dei prezzi e dei fitti delle abitazioni, con le carenze nei trasporti e

nei servizi scolastici e sanitari. Durante gli anni sessanta si verificarono anche a livello internazionale

mutamenti e squilibri (svalutazione del dollaro per le spese militari in Vietnam) così rilevanti da costringere le

imprese ad aumentare i prezzi per mantenere alti i profitti. In tale contesto, le lotte operaie del 1969 condotte in

Italia per il rinnovo del contratto di lavoro, provocarono aumenti salariali che fecero allineare il costo del lavoro

a quello dei maggiori paesi europei, dopo quasi un ventennio nel quale i livelli salariali erano stati nettamente

più bassi. L’approvazione dello Statuto dei lavoratori, nel 1970, creò ulteriori tensioni sociali all’interno del

sistema industriale italiano. Aumentò così l’inflazione derivata dalle crescita della domanda non

controbilanciata da un’adeguata offerta. Si imboccò la via di mantenere bassi i tassi di interesse nella speranza

di rendere convenienti gli investimenti produttivi.

Purtroppo, nell’ottobre del 1973, lo shock provocato dall’aumento del prezzo del petrolio fece esplodere tutte le

tensioni e gli squilibri che si erano creati negli ultimi cinque anni, dando il via ad una rilevante crescita dei

prezzi ed annullando gli effetti della svalutazione della lira.

La spinta inflazionistica (stagflazione) si accompagnò alla stagnazione economica e proseguì lungo il corso

degli anni Settanta e portò il sindacato ad adottare una politica di difesa del migliorato livello salariale. Il costo

del capitale divenne così elevato da scoraggiare gli investimenti; si sarebbe dovuto puntare sugli investimenti,

invece si assunse come obiettivo lo sviluppo del Mezzogiorno e la difesa dell’occupazione. Nacque in questo

periodo la Cassa integrazione che addossò allo Stato il mantenimento dei lavoratori alle grandi imprese in

difficoltà. L’elevato costo del denaro colpì la chimica, la siderurgia, le imprese dei servizi telefonici e la FIAT

perdette la sua competitività in campo internazionale. Viceversa le piccole e medie imprese riuscirono ad

espandersi, in quanto contando sull’erogazione di salari più bassi ebbero bisogno di una minore quantità di

capitali. Unico freno alla lievitazione della domanda fu l’aumento della pressione fiscale, dovuto al

meccanismo della progressività delle aliquote delle imposte dirette combinato con la crescita dell’inflazione

(fiscal drag). A partire dal 1981 il prezzo del petrolio greggio si abbassò, facendo diminuire l’inflazione a

livello internazionale che inoltre riceveva una spinta dall’eccessivo aumento dei prezzi dei servizi.

Soltanto dopo il 1983 si cominciò ad uscire dall’inflazione e si avviò un nuovo ciclo economico nel quale il

reddito riprese a crescere, stimolato dai consumi interni in espansione a causa degli aumenti retributivi. La

grande impresa, che ormai non era più la forza trainante dell’economia italiana, cominciò a risollevarsi

recuperando il terreno perduto nei confronti delle piccole e medie imprese che persero il vantaggio di poter

usufruire di livelli salariali più bassi. Negli anni Ottanta il capitale finanziario si espanse anche in Italia; il

centro dell’attività finanziaria si spostò dal sistema bancario ad un sistema costituito da holding e società di

servizi assicurativi e finanziari. La disoccupazione andò aumentando e il debito pubblico si fece sempre più

pesante. La ripresa economica fu resa possibile dalla politica monetaria della Banca d’Italia che riuscì a ridurre

l’inflazione e a mantenere stabili i cambi, rendendo così possibile una sviluppo del commercio tra i paesi della

CE. L’ECONOMIA CONTEMPORANEA NELLE GRANDI AREE

GEOGRAFICHE E I PROBLEMI DEL SOTTOSVILUPPO

RIPRESA E SVILUPPO DEI PAESI DELL’EUROPA OCCIDENTALE ( 1946 – 1970 )

LE CONSEGUENZE ECONOMICHE DEL SECONDO CONFLITTO

Con la conclusione della guerra, da una parte si intravedeva l’incombente pericolo dei partiti comunisti, che

andavano man mano affermandosi con l’aiuto dell’Unione Sovietica; dall’altra in molti si rafforzava l’idea di

un ritorno al sistema economico liberale, che gli anni della guerra ed i precedenti regimi autoritari nazionali –

fascisti avevano in gran parte intaccato. Di qui la formazione di due blocchi: l’Unione Sovietica ed i suoi

satelliti, che costituivano anche un blocco economico sancito nel 1949 con il Comecon; e le potenze occidentali

che avrebbero costituito altre istituzioni economiche intese ad integrare le rispettive economie e un’alleanza

militare, la NATO (North Atlantic Treaty Organisation).

Nei primi mesi dalla fine della guerra la produzione industriale si riprese molto rapidamente grazie alle

disponibilità di carbone e materie prime, ma nel 1947 i danni provocati dalla guerra si manifestarono in pieno:

non solo le distorsioni nella struttura economica dell’Europa, ma anche le difficoltà di ritornare ai tradizionali

mercati di rifornimento e di sbocco. Delicata si presentò la situazione nel settore agricolo e soprattutto in quello

alimentare, ma anche nella produzione di materie prime (carbone, petrolio, acciaio, alluminio ecc.). Alla crisi

produttiva si aggiunse il cosiddetto dollar gap cioè la scarsa disponibilità di questa moneta.

Bisognerà attendere il 1948 per l’arrivo degli aiuti economici del Piano Marshall e la Convenzione per la

cooperazione economica europea (OECE) con il compito di attuare una maggiore solidarietà economica e

politica tra gli Stati del vecchio continente e coordinare il Piano.

LA RICOSTRUZIONE E L’AVVIO DI NUOVE REGOLE NELLA GESTIONE DELL’ECONOMIA:

NAZIONALIZZAZIONI E PROGRAMMAZIONE

Nonostante la pessima situazione la ripresa economica fu abbastanza rapida e nel caso dell’Italia e della

Germania fu definita “miracolosa”. Nel 1949 quasi tutti i paesi europei occidentali avevano raggiunto i livelli

anteguerra. I progressi più rapidi nel 1949 si ebbero nei paesi vincitori, Francia e Gran Bretagna; dal 1955

invece Italia e Germania compirono un grande balzo in avanti. Tali progressi non si sarebbero potuti verificare

se accanto al Piano Marshall non si fosse avviato un processo di riordino del sistema monetario internazionale e

l’avvio di una collaborazione economica tra i vari paesi a livello mondiale. Basti ricordare gli accordi di Bretton

Woods che permisero la nascita del Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca internazionale per la

ricostruzione e lo sviluppo (BIRS), oltre al GATT (Accordo generale sulle tariffe e sul commercio).

Le strade imboccate dai governi non furono le stesse: mentre alcuni paesi ritenevano di dover preservare in tali

frangenti un ordine liberale, pur in presenza di un governo in grado di rafforzare il suo intervento in ambito

nazionale ed internazionale; altri, e furono la maggioranza, rivendicarono allo Stato un maggiore controllo, che

venne poi a tradursi in due principali strumenti operativi: nazionalizzazioni e programmazione. In particolare la

programmazione segnò un momento di particolare importanza nella vita economica e sociale di alcuni Stati in

quanto non aveva mai avuto grandi tradizioni nell’Europa occidentale, anzi era ritenuta un’esclusiva dei paesi

collettivistici dove, soprattutto in Unione Sovietica, aveva trovato applicazione con risultati abbastanza positivi.

IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA

A conclusione del conflitto non erano pochi a ritenere che la posizione politica, economica e militare

dell’Europa si era particolarmente indebolita, quasi ingabbiata tra la crescente potenza sovietica e la tutela

economica degli Usa. Per uscire da questa situazione era necessario migliorare le relazioni fra i paesi e ridurre

al minimo le tensioni e le rivalità economiche che fino ad allora avevano reso l’Europa un insieme slegato di

paesi indipendenti. Vennero così costituite inizialmente l’Unione economica del Belgio, Lussemburgo e dei

Paesi Bassi (Benelux) nel 1948 e la Comunità economica del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951. Alla

seconda, sostenuta dal ministro francese Schuman, si accordarono la Germania federale, l’Italia e i paesi del

Benelux, mentre la Gran Bretagna, che aveva nazionalizzato le industrie di carbone e acciaio, non aderì. La

CECA prevedeva un controllo sulle industrie del carbone e dell’acciaio dei sei paesi aderenti per i quali le

decisioni prese dovevano essere considerate vincolanti ei suoi obiettivi erano: stimolare la produzione, rendere

efficienti la imprese e quindi pervenire ad una progressiva diminuzione dei prezzi del carbone e dell’acciaio.

Nel 1957 i paesi che avevano partecipato alla CECA si ritrovarono a Roma per firmare due trattati, che

stabilivano la creazione di una Comunità europea per l’energia atomica (EURATOM) e la nascita della

Comunità economica europea (CEE) o Mercato comune europeo (MEC). Il primo trattato prevedeva l’uso

pacifico dell’energia atomica attraverso la creazione dei relativi impianti e centri di ricerca; il secondo la

graduale liberalizzazione della circolazione di merci, capitali e manodopera fra i sei paesi partecipanti: Belgio,

Olanda, Lussemburgo, Francia, Italia e Germania federale. Per quanto riguarda la CEE è opportuno ricordare

due punti qualificanti: la graduale eliminazione dei dazi sull’importazione e delle limitazioni quantitative su

tutti gli scambi tra i paesi membri; l’introduzione di una tariffa esterna comune, che doveva rappresentare la

media aritmetica dei dazi applicati dai singoli Stati. A fianco della CEE veniva creata la Banca europea degli

investimenti (BEI) con il compito di concedere prestiti ed effettuare investimenti nelle regioni sottosviluppate

dei paesi aderenti. Nel 1959 la Gran Bretagna, i paesi scandinavi, la Svizzera, l’Austria e il Portogallo crearono

l’Associazione europea di libero scambio (EFTA) con compiti assai più limitati rispetto a quelli della CEE, in

quanto non eliminava i dazi sui prodotti agricoli, non imponeva una tariffa esterna e consentiva ad ogni

membro la possibilità di ritirarsi dall’adesione in qualsiasi momento. Visti gli scopi assai limitati della EFTA,

nel 1972, la Gran Bretagna, l’Irlanda, la Danimarca e la Norvegia entrarono a far parte della CEE. Nel 1981

aderì la Grecia e nel 1986 Spagna e Portogallo.

ECONOMIA E TRASFORMAZIONI STRUTTURALI TRA SVILUPPO E CRISI (1950 - 1968)

Il progresso economico dei paesi occidentali in questi anni evidenzia due aspetti importanti: un elevato ritmo di

sviluppo ed una sensibile riduzione dell’ampiezza delle fluttuazioni, nel senso che le fasi recessive, verificatesi

tra gli anni ’40 e ’60, non sembrano aver segnato sostanziali inversioni di tendenza, ma semplicemente flessioni

congiunturali. In tali condizioni non stupisce se nella seconda metà degli anni ’60 riaffiorasse il grave

fenomeno della disoccupazione, che nel decennio precedente si era mantenuta a livelli assai modesti.

L’aumento dei redditi, particolarmente accentuato nel settore industriale, creò un notevole incremento dei

consumi che attivarono una sorta di rivoluzione sociale, che avrebbe influenzato abitudini, valori individuali e

collettivi e le stesse condizioni dei lavoratori.

GLI STATI UNITI NELL’ECONOMIA INTERNAZIONALE (1946 - 1975)

L’ECONOMIA POSTBELLICA E GLI AIUTI ALLA RICOSTRUZIONE

Uno degli effetti più importanti della seconda guerra mondiale fu quello di avere trasformato gli Usa da una

“grande” potenza mondiale “nella” potenza mondiale. Essi riuscirono a mantenere intatte le proprie risorse,

limitando di molto le perdite in vite umane. I fattori che resero indolore il passaggio da guerra a pace furono:

- la conversione attuata in tempi piuttosto rapidi dell’industria dalla produzione di guerra a quella di pace,

grazie alle riduzioni fiscali, l’abolizione dei controlli e al mantenimento di un livello alto di spesa

pubblica.

Il principale problema dinanzi al quale venne a trovarsi l’economia statunitense nel periodo postbellico non fu

quindi la depressione, quanto il progressivo processo di inflazione monetaria: da una parte gli imprenditori che

richiedevano sensibili aumenti dei prezzi, dall’altra i lavoratori che dopo anni di sacrifici affrontati durante la

guerra pressavano per notevoli aumenti salariali. Nel biennio 1946-47 i numerosi scioperi nelle industrie

maggiori e le forti pressioni esercitate dagli imprenditori sull’Amministrazione riuscirono a far si che i prezzi

aumentassero, di qui il timore di un pericoloso processo di avvitamento dell’economia, che presto avrebbe

potuto portare ad una grave crisi (aumento della disoccupazione e diminuzione della produzione).

I provvedimenti tampone non si fecero attendere: da una parte si agì sulla leva fiscale, riducendo il carico in

modo da stimolare la domanda dei beni di consumo; dall’altra con l’inizio della guerra di Corea, nel 1950,

l’amministrazione diede il via ad un consistente aumento delle spese statali, che andarono a beneficio della

grandi imprese industriali; un ulteriore fattore tampone fu l’imponente mole di aiuti in beni e in dollari (ERP)

concessi ai paesi europei (principalmente assorbiti da Francia e Gran Bretagna).

LA PROSPERITA’ DEGLIA NNI ’50 ED I PRIMI SINTOMI DELLA CRISI

Nonostante il gravoso impegno nella ricostruzione dell’economia europea, l’inizio della guerra fredda, la corsa

agli armamenti con l’Unione Sovietica ed infine l’apertura delle ostilità in Corea, gli anni ’50 rappresentarono

per gli Usa un periodo di grande progresso economico e sociale. Vi concorreva in modo significativo l’aumento

demografico che fece aumentare le dimensioni delle grandi società che andarono sempre più utilizzando i

processi di automazione. Il processo di automazione creò non poche difficoltà nell’utilizzo di manodopera

operaia e andò a colpire i ceti più deboli, i gruppi minoritari e di colore. In sostanza, alla fine degli anni ’50, pur

in presenza di un benessere assai diffuso, sembravano affiorare alcuni nodi: la povertà, la disoccupazione,

l’inflazione ed il deterioramento delle condizioni di vita ed igieniche nelle grandi città, nodi che tuttavia non

impedirono agli Usa di rimanere al centro del sistema economico internazionale.

L’INDEBOLIMENTO DELL’ECONOMIA ED IL RUOLO DEL DOLLARO

Agli inizi degli anni ’60 la posizione egemonica degli Usa nel contesto internazionale subiva un lento ma

continuo ridimensionamento. Il peso finanziario sostenuto per mantenere un importante ruolo politico – militare

cominciava ad incidere sulla bilancia dei pagamenti. Infatti la produzione americana da leader indiscussa negli

anni ’60 cominciò ad essere ostacolata da quella europea e giapponese a partire dagli anni ’70. Nonostante ciò

gli Usa riuscirono a mantenersi al centro del sistema capitalistico occidentale, grazie al ruolo del dollaro nel

sistema monetario internazionale, che non solo era stata utilizzata nei pagamenti tra i vari paesi, grazie alla

parità fissa con l’oro, ma aveva rappresentato il principale strumento di riserva della banche centrali, che di

conseguenza avevano tutto l’interesse di offrirle un’ampia azione di sostegno. La progressiva perdita di valore

del dollaro negli anni ’60 fu quindi sostenuta dai paesi capitalistici, che ottennero in cambio l’impegno da parte

americana di continuare ad accollarsi le spese per la difesa comune e mantenere il rango di potenza mondiale.

L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELL’ECONOMIA ED IL RUOLO DELLE MULTINAZIONALI

Gli Usa riuscirono a svolgere sino ai primi degli anni ’70 un ruolo significativo in campo economico e

finanziario, puntando in particolar modo sulla internazionalizzazione della loro economia con l’aiuto delle

cosiddette “multinazionali”. Nel 1971 le varie Corporation americane possedevano ormai il 52% dello stock

mondiale di investimenti “diretti” all’estero. Diversi i fattori che avevano spinto le multinazionali a spostare

oltre confine parte della loro produzione: minor costo del lavoro, vicinanza ai luoghi di approvvigionamento

delle materie prime, facilitazioni fiscali e la conquista di nuovi mercati. Nonostante ciò la concorrenza europea

e giapponese colpì la produzione americana che, dopo gli inizi degli anni ’70, perse il suo ruolo egemonico.

D’altronde successe ciò che era successo un secolo prima alla Gran Bretagna, con la differenza che

quest’ultima aveva puntato unicamente sugli investimenti “indiretti” (impieghi di natura finanziaria), mentre gli

Usa con le multinazionali avevano allargato la loro base produttiva, mirando soprattutto a quelli “diretti”

I RAPPORTI ECONOMICI TRA L’URSS E I PAESI DELL’EST EUROPEO

L’EVOLUZIONE DEL SISTEMA SOVIETICO (1953 - 1980)

Con al morte di Stalin si ebbe un’evoluzione del sistema sovietico che si accelerò dopo il 1965.

Dopo la II guerra mondiale l’economia sovietica poteva definirsi un’economia moderna e il governo, per

modernizzare l’agricoltura e ottenere rendimenti più elevati, seguì una politica di concentrazione delle aziende,

sicché il numero dei kolkhoz si ridusse notevolmente. Inoltre, a partire dal 1958 sarà lasciata ai kolkhoz

maggiore autonomia, permettendo loro di gestire direttamente le proprie attrezzature già nelle mani della SMT.

I primi cambiamenti si intravidero alla fine del 1955 con l’elaborazione del Sesto piano che puntava su un

miglioramento della produttività, attraverso la razionalizzazione dell’organizzazione e dei metodi di lavoro

nonché sull’utilizzazione al meglio dei capitali esistenti. Rivelatosi troppo ambizioso venne abbandonato nel

1957 e sostituito dal 1959 da un piano settennale, che a sua volta venne integrato a un piano ventennale,

abbandonato anch’esso per ritornare ai piani quinquennali. Sul piano delle istituzioni, la prima ad essere

investita dalla riforma fu il Gosplan, già preposto nel 1957 alla pianificazione annuale, affiancato dal Consiglio

economico di stato dell’Urss incaricato della pianificazione a lungo termine. Nel 1963, infatti, le funzioni di

quest’ultimo passarono al Gosplan e al suo posto fu creato il Sovnarkhoz dell’Urss con il compito di occuparsi

dei piani annuali. Inoltre fu creato il Gasstroi preposto alla pianificazione degli investimenti. Tutti e tre furono

posti sotto il controllo del Consiglio superiore dell’economia nazionale. Nel 1965 si pervenne alla riforma della

gestione delle imprese: dal sistema territoriale (del decentramento) si tornò a quello settoriale e si riconobbe alla

produzione un carattere capitalistico che s’ispirava a criteri di produttività e si lasciò all’impresa la possibilità di

agire sugli elementi quali impieghi, salari, nuovi investimenti e riforma del sistema dei prezzi. Ciò avvenne in

modo graduale e nel 1973 la creazione di un nuovo organismo (le Unioni industriali) portò verso il principio

territoriale. I contraccolpi della crisi internazionale furono assorbiti molto bene dai paesi dell’est data la minore

elasticità in campo industriale e sul piano istituzionale; l’economia sovietica rimaneva anchilosata nel suo

immobilismo. Da quel momento il solco tra i due mondi si approfondirà e le tensioni diverranno insostenibili

quando, nel corso degli anni ’80, il presidente americano Reagan intraprenderà una potente politica di riarmo;

per l’Urss significava raddoppiare l’importo da destinare alle spese militari, mentre il suo PIL era soltanto la

metà di quello degli Usa; quando Breznev decise di accettare la sfida trascinò il paese nella catastrofe.

Gorbaciov, arrivato al potere nel 1985, si rese subito conto della crisi e cercò di porvi riparo. Egli puntò su una

riforma radicale della politica economica le cui linee fondate sulla glasnost (libertà di espressione) miravano

all’intensificazione della produttività ed all’accelerazione del ritmo della crescita. La riforma di tutte le strutture

economiche (perestroika) doveva consistere in una “combinazione tra centralismo democratico e autonomia

amministrativa”: una vera e propria contraddizione. Gorbaciov vedeva di buon occhio il ritorno a qualcosa

simile alla NEP di Lenin, in cui lo Stato avrebbe mantenuto il controllo dei settori chiave dell’economia e

lasciato gli altri ad una limitata iniziativa privata. L’enorme burocrazia e la diffusa corruzione incepparono tutti

i meccanismi e neutralizzarono i tentativi di riforma. Così Gorbaciov decise di ristrutturare l’economia

sovietica secondo i principi di un socialismo di mercato ispirato al modello occidentale di economia mista, ma

senza alcun risultato, trascinando il paese in una vera e propria catastrofe.

IL COMECON: OVVERO L’INTEGRAZIONE DELLE ECONOMIE PIANIFICATE

Nel 1949, in risposta alla situazione dell’OECE, l’Urss creò il COMECON (Comitato per l’Assistenza formato

da Urss, Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Romania, RDT dal 1950 e Jugoslavia dal 1956)

nel tentativo di dare maggiore coesione alle economie dei paesi suoi satelliti. Esso segnò la fine della

cooperazione dei paesi dell’Europa orientale con la Commissione Economica per l’Europa (ECE) dell’ONU. Il

Comecon costituiva la prima organizzazione che riuniva ufficialmente l’Unione sovietica e i suoi alleati in

quanto il Cominform, istituito nel 1947, riuniva soltanto i partiti politici e sanciva l’alleanza diplomatica e

militare. La divisione in due blocchi portò ad una polarizzazione estrema: i ricchi con i ricchi e i poveri con i

poveri. Inoltre i paesi dell’OECE avevano da spartire tra loro gli aiuti del Piano Marshall mentre i paesi membri

del Comecon, cioè della zona più povera e che aveva subito maggiori devastazioni belliche, dovevano per la

maggior parte pagare le riparazioni di guerra all’Unione Sovietica. Inoltre non si sviluppò come in Europa

occidentale, un sistema di scambi multilaterali e gran parte dei commerci sia con l’Urss che tra i consociati

rimasero bilaterali. Tutte le democrazie popolari erano più o meno la riproduzione in miniatura dell’Unione

Sovietica e il fatto che esse continuarono a redigere ciascuna il proprio piano portò ad uno sviluppo economico

squilibrato.

LE DEMOCRAZIE POPOLARI E LO SCISMA JUGOSLAVO

Com’è noto il ruolo svolto dall’esercito sovietico nella sconfitta della Germania nazista portò al predominio

dell’Urss nell’Europa orientale. Il paese guida che trovava nella Cecoslovacchia la seconda roccaforte politica e

un discreto appoggio nella Bulgaria, avvertiva due punti deboli nell’Ungheria e soprattutto nella Polonia.

Quanto all’instaurazione dei nuovi regimi politici si possono distinguere due modelli: uno “generale” e l’altro

“jugoslavo”. Mentre le tappe più importanti della realizzazione degli obiettivi del cosiddetto “periodo di

transizione dal capitalismo al socialismo” si possono così indicare: la riforma agraria (ovunque la classe dei

proprietari terrieri fu annientata e portata rapidamente avanti la distribuzione delle terre, dietro pagamento di un

prezzo pressoché trascurabile), la nazionalizzazione su vasta scala dell’industria, del sistema bancario, delle

costruzioni, dei trasporti e del commercio e l’introduzione della pianificazione centralizzata (gli organismi

preposti alla pianificazione trasformati in Gosplan di tipo sovietico).

Fa eccezione la Jugoslavia, che si ispirò al decentramento del sistema economico e perseguì l’idea di coniugare

l’autogestione con la delega nella elaborazione delle decisioni, nel senso di una progressiva limitazione del

ruolo dello Stato a favore delle istituzioni dell’autogestione. Nel periodo 1953-56 anche la Jugoslavia spostò gli

interessi verso le industrie di beni di consumo e verso l’agricoltura. Nel complesso pochi paesi poterono aderire

ai piani quinquennali. Il partito jugoslavo mirava dritto alla realizzazione di cambiamenti da apportare al

sistema economico per rendere effettivo il concetto di “socialismo autogestito” eliminando i salari. A giudicare

dai ritmi della crescita economica, il sistema del decentramento in direzione di un’economia di mercato ha

consentito risultati più che positivi; ma il paese non è sfuggito alla piaga dell’inflazione e della disoccupazione.

IL DECLINO DELLE ECONOMIE SOCIALISTE

Il modello staliniano di crescita estensiva, caratterizzato da un aumento regolare dell’impiego dei fattori della

produzione (il lavoro e soprattutto il capitale), aveva permesso all’Urss di mettere a segno, negli anni ’30,

risultati sorprendenti. Esso continuerà a dare buona prova durante la seconda guerra mondiale e nel periodo

della ricostruzione. Poi perderà terreno. Ancorato all’industria di base ha mostrato di non essere più in grado di

portare avanti la ristrutturazione dell’economia che avrebbe permesso la nascita di una società di consumo più

complessa e capace di trarre profitto dall’evoluzione tecnologica. L’applicazione del modello sovietico ai paesi

satelliti dopo il secondo dopoguerra diede risultati tangibili, ma in seguito mostrò tutta la sua debolezza. Né

questi paesi avevano dimensioni sufficienti per svilupparsi in regime di autarchia conformemente al modello

che era stato loro imposto; così come non comportò delle soluzioni valide la creazione del Comecon.

L’egemonia politica ed economica dell’Urss su questi paesi ha giocato un ruolo assai rilevante e nel decennio

1966-75 infatti si riorganizzerà attuando una seconda ondata di riforme: riforma della pianificazione e

dell’amministrazione; sostituzione degli strumenti direttivi e di controllo e coordinamento con strumenti del

sistema di mercato; miglioramento dei redditi agricoli.

LA DINAMICA DELL’INVESTIMENTO E IL RUOLO DEL CAPITALE NELLO

SVILUPPO ECONOMICO IN GIAPPONE E IN CINA

L’ESPLOSIONE DELLA CRESCITA GIAPPONESE (1945 - 75)

Nel 1945 l’economia giapponese era praticamente in rovina. Il paese privato delle sue colonie in Manciuria, in

Corea e a Formosa dove gli investimenti avevano assunto rilevanti proporzioni, era in preda ad una violenta

inflazione. La sconfitta subita si trascinò dietro il mito dell’Imperatore; il disfacimento dell’impero coloniale

comportò il rimpatrio di sei milioni di persone; la flotta mercantile fu distrutta; privata degli

approvvigionamenti necessari l’industria non poté soddisfare i bisogni e l’agricoltura non fu in grado di

assicurare cibo al paese. La recessione più incisiva fu quella del 1949 (recessione del Dodge) e successivamente

quelle del 1954, del 1957-58 e del 1962 furono legate alle fasi negative del ciclo economico degli Usa, dal

momento che quel mercato assicurava lo sbocco vitale alle esportazioni giapponesi. In agricoltura la riforma

fondiaria comportò la riduzione dal 46 al 38% delle terre arabili nelle mani delle grandi imprese e interessò il

70% della popolazione agricola. Nell’industria si ebbe l’eliminazione delle zaibatsu e a partire dagli anni ’50 le

grandi imprese giapponesi adottarono una strategia di diversificazione applicando sistematicamente le tecniche

di gestione americane. Il sistema di pianificazione dello Stato trasse origine dalla politica dello SCAP (Supremo

comando delle potenze alleate) durante l’occupazione militare e nella ricostruzione postbellica. Al fine di

prevedere l’evoluzione futura dell’economia fu creata nel 1955 l’Agenzia per la pianificazione economica, che

tra questa data e il 1977 mise a punto sette piani. All’inizio i risultati della pianificazione non furono esaltanti;

fu dopo lo scoppio della guerra in corea che un notevole afflusso di “divise” fornì i mezzi per intraprendere una

politica strutturale di pianificazione.

Ancora una volta, il Giappone, pur subendo le riforme imposte dall’occupazione militare, seppe evitare i

conflitti che queste avrebbero potuto innescare. Le vecchie industrie, come quelle del cotone, segnavano il

passo mentre quella della siderurgia e delle costruzioni navali ebbero uno slancio in avanti. A distanza di un

quindicennio dalla fine della guerra l’apparato della vita economica e sociale non solo poteva dirsi ripristinato,

bensì ampliato di molto. Gli effetti della pianificazione sullo sviluppo dell’industria giapponese sono stati

potenziati dalla graduale ricomposizione delle antiche zaibatsu su basi differenti. Le varie Mitsubishi, Sony e

Honda erano ora espressione di nuovi raggruppamenti chiamati keiretsu. I segreti che piegano la rapidità di

ripresa sono: un tipo di programmazione che consentiva stretti legami tra governo e mondo imprenditoriale; una

struttura salariale completamente diversa da quella occidentale e più suscettibile di correttivi in caso di

difficoltà; grande attenzione all’istruzione e alla tecnologia finalizzate allo sviluppo. Ormai il Giappone era in

grado di aderire ai maggiori organismi internazionali: al FMI (Fondo monetario internazionale) nel 1963,

all’OCSE (Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico) nel 1964 e alla BRI (Banca dei

regolamenti internazionali) nel 1970. Se il Giappone ebbe una così rapida crescita fu grazie alle opportunità

offerte dalle tecnologie di altre nazioni più progredite; all’innalzamento della “capacità sociale”; ma soprattutto

grazie ai particolari caratteri della organizzazione politica e sociale del Giappone e del suo sistema educativo.

Il Giappone si è collocato negli anni ’80 nel novero delle potenze mondiali. Tokio ha strappato a New York il

primato di prima piazza finanziaria nel mondo fino al 1985 quando il ritmo di crescita dell’economia

giapponese ha rallentato; da quel momento le industrie giapponesi hanno modificato la loro strategia investendo

direttamente nei paesi industrializzati.

L’ESTASIA VERSO L’EGEMONIA ECONOMICA MONDIALE

Nel secondo dopoguerra il Giappone, sollevatosi dal disastro totale, adottò nei fatti quello stesso motto dell’era

Meiji: paese ricco, esercito forte, che lo portò vincitore su Cina e Russia. Ben sei paesi che ne fanno parte: Cina

(Taiwan, Hong Kong e Macao), Corea, Indonesia e Tailandia si sono messi sulla strada della crescita e dello

sviluppo del Giappone e, insieme a questo, rappresentano circa un terzo dell’umanità. I loro prodotti hanno

cominciato ad insediare le esportazioni giapponesi sul mercato americano e a penetrare perfino nel mercato

interno del Giappone. Tuttavia la forte dipendenza dal mercato americano ha impedito ai suddetti paesi di

realizzare, al pari dell’Europa, un’integrazione economica. L’Estasia e tutta l’area del Pacifico, comprendente

l’Australia e la Nuova Zelanda nell’ultimo quarto del secolo sono diventati i protagonisti dell’economia

mondiale.

LA CINA TRA RIFORME E RIVOLUZIONE (1967 - 1980)

Dal 1969 ebbe inizio una fase di stabilizzazione che innescò la crescita con modalità semplicisticamente

definite “modello cinese”: priorità accordata all’agricoltura, assorbimento della manodopera rurale in attività

extragricole, impianto di piccole e medie imprese industriali. La politica di riforme inaugurata da Deng

Xiaoping mirante all’instaurazione di un sistema misto; ossia ispirato a numerosi principi propri delle economie

di mercato occidentali ma nel contempo mirante ad aprire l’economia cinese al resto del mondo; ha fatto

prendere l’avvio ad un tumultuoso boom economico conseguente alla riconversione ad usi civili dell’apparato

industriale militare. I risultati sono stati l’aumento della produzione agricola (autosufficienza in campo

alimentare) e l’aumento del numero dei posti di lavoro grazie al processo di liberalizzazione. In Cina si sta

verificando un fatto del tutto singolare: l’instaurazione di un’economia capitalista da parte di un Partito

comunista dove la liberalizzazione politica si è accompagnata al mantenimento di strutture economiche ancora

molto rigide, rimaste in gran parte immutate rispetto al passato.

DAL SOTTOSVILUPPO ALLO SVILUPPO SOSTENIBILE

LA SCOPERTA DEL SOTTOSVILUPPO

La teoria coloniale sosteneva la staticità delle popolazioni arretrate all’interno dell’intero sistema dei rapporti

sociali, causata dalla tendenza all’ozio, da fattori climatici che ne determinavano l’inefficienza lavorativa e

rafforzata dalle istituzioni locali e dalle credenze religiose. Solo occasionalmente si notava che la malnutrizione

e, in genere, un livello di vita inferiore incidevano sulla volontà e capacità di lavorare. Negli anni ’20 e ’30 di

questo secolo, l’atteggiamento ideologico e pragmatico verso il colonialismo cominciò a mutare. Nel 1941, la

Carta atlantica sancì il diritto all’autodeterminazione dei popoli; due anni più tardi, alla conferenza di Hot

Spring, i delegati di 45 nazioni rivelarono le condizioni di sottonutrizione che esistevano in un gran numero di

Paesi e si accordarono per “cancellare o almeno schiarire” dalla demografia qualitativa le macchie nere della

fame. FAO e ONU pubblicheranno i dati relativi all’alimentazione e il reddito pro-capite nei diversi paesi.

LE CAUSE DEL SOTTOSVILUPPO

I neo-marxisti attribuirono le origini del sottosviluppo al colonialismo, i neo-liberisti le imputavano anche a

fattori geo-economici, che avevano impedito l’avvio di un processo autonomo di crescita. Le regioni arretrate

subirono un processo di sviluppo a cicli, nel quale determinate aree assumevano un ruolo primario in funzione

della domanda che proveniva dalle nazioni ricche: il Brasile con lo zucchero, il caffé, l’oro e i diamanti;

l’Africa con i metalli preziosi, i diamanti, il mais, il caffé, il legno e l’avorio; l’Asia con il cotone , i manufatti.

La tesi del colonialismo come causa del sottosviluppo spiegava anche il livello di denutrizione della

popolazione ed il suo aumento accelerato.

La fame era la conseguenza dello sfruttamento monocolturale della terra, la cui coltivazione era finalizzata,

invece che al soddisfacimento dei bisogni alimentari, all’economia di esportazione e al massimo profitto.

Da qui, la persistenza di malattie endemiche da carenze nutritive, il deperimento del capitale umano e la sua

inefficiente capacità lavorativa, l’accentuato incremento demografico causato dalla breve vita media, che

comportava una giovanissima età al matrimonio ed una elevata fecondità.

Gli studiosi neo-liberisti concordavano sulle conseguenze negative del colonialismo, ma ampliavano le cause

del sottosviluppo ad altri fattori. Essi rilevavano che i paesi poveri si trovano nella fascia equatoriale, tropicale

e sub-tropicale, le cui condizioni climatiche avevano ridotto la varietà colturali ed impedito rese elevate.

L’azione negativa del clima, che determinava altresì un processo di laterizzazione dei terreni, diminuendone

progressivamente la fertilità, si rifletteva non soltanto sui bassi livelli alimentari di quelle popolazioni, ma

anche sulla diffusione di molte malattie endemiche e sul maggior dispendio di energie nello svolgimento

dell’attività lavorativa.

Più tardi, l’esempio di Israele e la messa in valore di zone desertiche mostreranno che le cause naturali

dell’arretratezza potevano essere superate, o quanto meno attenuate, grazie a tecniche che richiedevano, però,

ingenti capitali.

LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Negli anni ’70 la crisi petrolifera mutò il quadro dell’economia internazionale, in conseguenza dell’inversione

dei termini di scambio e dell’alto grado di dipendenza dal greggio dei Paesi industrializzati e di quelli in via di

sviluppo. Questi ultimi furono costretti ad indebitarsi ulteriormente per sopperire ai consistenti disavanzi delle

loro bilance commerciali; mentre i primi dovettero fronteggiare i problemi della stagflazione e della

disoccupazione. In questo contesto, l’interesse per il Terzo mondo perse il suo slancio iniziale, anche perché

proprio diverse nazioni arretrate detenevano, di fatto, il monopolio della produzione del petrolio, estraendone

circa il 70%. Non a caso, parte di questi paesi, che nel 1960 avevano costituito la Organisation of the Petroleum

Exporting Countries (OPEC), registrò, in quegli anni, il reddito pro-capite più alto del mondo(Qwait, Emirati

Arabi, Arabia Saudita). La contraddizione all’interno di questi paesi tra l’aumento quantitativo della ricchezza,

accentrata nelle mani di esigue oligarchie o di sparuti gruppi di potere, e le generali condizioni di miseria delle

popolazioni, ancora succubi dell’analfabetismo, di condizioni igenico-sanitarie al limite della sopravvivenza e

di una mortalità infantile particolarmente elevata, attirò sempre più l’attenzione degli economisti sugli aspetti

qualitativi della crescita e, in particolare, sui fattori non classici dello sviluppo, quali istruzione, educazione

scientifica e culturale, formazione del capitale umano. Agli inizi degli anni ’80, è nato l’obiettivo dello sviluppo

sostenibile, che implica “la massimizzazione dei benefici netti dello sviluppo economico, sotto il vincolo del

mantenimento dei servizi e della qualità delle risorse naturali nel tempo”. Ciò implica l’utilizzazione delle

risorse rinnovabili a tassi uguali a quello naturale al quale esse possono rigenerarsi e l’ottimizzazione

dell’utilizzo delle risorse non rinnovabili, sotto il vincolo della sostituibilità con il progresso tecnologico.

E’ stato notato che è soprattutto la pressione determinata dall’incremento demografico che ha portato, in molti

paesi in via di sviluppo, ad una situazione in cui il tasso di utilizzo di risorse rinnovabili della terra e dell’acqua

supera la loro capacità di rigenerazione. Il Terzo mondo vive, attualmente, quel processo di transizione

demografica che ha caratterizzato, con sfasature temporali diverse, i Paesi europei della fine del 1700 ai primi

decenni di questo secolo: partendo da alti tassi di fecondità e di mortalità, tipici di un’economia di ancien

régime, si registra un progressivo declino della mortalità, grazie alle scoperte mediche ed al miglioramento

dell’igiene. La sostenibilità dello sviluppo segnerà il futuro dell’intero pianeta e sarà misurata dalla capacità

dell’uomo di salvaguardare l’ambiente per le future generazioni.

TRA CRISI E “TERZA” RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

IL MONDO DOPO IL 1973

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ECONOMIA E SOCIETA’

L’ETA’ DELL’INCERTEZZA

UNA NUOVA FASE ECONOMICA MONDIALE

Se si accetta la teoria dei lunghi cicli economici cinquantenari elaborata dall’economista russo Kondrat’ev,

questo periodo corrisponderebbe alla fase discendente della curva che ha conosciuto il suo apice appunto negli

anni Sessanta.

In primo luogo si è assistito a un rallentamento dei ritmi di crescita dei paesi sviluppati e si sono avute delle

vere e proprie diminuzioni della produzione nel 1974-75, nel 1981-82 e nel 1991-93.

In secondo luogo si è presentato il nuovo fenomeno della stagflazione: un’altissima inflazione e, nello stesso

tempo la caduta della domanda e della produzione (quando invece in precedenza l’inflazione, a parte i periodi

bellici, si accompagnava a u surriscaldamento dell’economia, cioè ad un eccesso di domanda).

In terzo luogo è cresciuta notevolmente la disoccupazione che appare sempre meno legata all’andamento della

congiuntura (anche se l’economia cresce, l’occupazione non aumenta o addirittura può diminuire).

Si è assistito poi al fallimento e all’abbandono delle politiche economiche keynesiane, che non riuscivano più a

controllare gli enormi disavanzi pubblici e a creare occupazione e sviluppo, sostenendo la domanda aggregata

tramite la spesa dello Stato. Si sono imposte pertanto le teorie ultraliberiste ispirate dalla scuola monetarista

dell’economista americano Milton Friedman secondo il quale lo Stato deve astenersi il più possibile

dall’intervenire nell’economia, limitandosi a creare un clima il più possibile favorevole alla libera iniziativa

delle imprese. Corollari di questa tesi sono lo smantellamento dello Stato sociale, riducendo i redditi dei

lavoratori.

Un ulteriore fenomeno di grande novità è stata la deindustrializzazione dei paesi sviluppati. La produzione

industriale si è spostata infatti verso i paesi emergenti, dove il costo del lavoro era basso e non si doveva

smantellare lo Stato sociale perché non vi era mai esistito. Parallela al restringimento dell’importanza

dell’industria è stata la terziarizzazione dell’economia, ossia la dilatazione delle attività commerciali e di

servizio, di carattere più o meno avanzato. Nel contempo l’occupazione agricola si è ridotta ai minimi termini,

ma la produttività di questa esigua quota di agricoltori si è aumentata enormemente, forse ancor più della

produttività industriale. Nonostante le incertezze, l’ultimo quarto del secolo ha visto uno spettacolare

avanzamento delle tecniche, specialmente nell’elettronica; si è parlato dunque di terza rivoluzione industriale,

le cui basi scientifiche e tecnologiche sono state tuttavia poste nei decenni precedenti. Ciò che non è cambiato è

il predominio economico degli Usa, ma sono da considerare le due economie in ascesa, quella giapponese e

quella dei paesi dell’Asia suborientale. Questo allargamento dell’area di sviluppo ha fatto individuare un’era di

globalizzazione o di mondializzazione, in cui si è raggiunta la piena integrazione dell’economia mondiale.

LA FINE DEL SISTEMA DI BRETTON WOODS E GLI SHOCK PETROLIFERI

Prima ancora della crisi petrolifera, si ebbe una crisi valutaria originata dagli Usa, la cui bilancia commerciale e

dei pagamenti era fortemente deficitaria. Si arrivò così a una netta sopravvalutazione del dollaro rispetto al suo

reale valore. Nel 1971 il presidente Nixon annunciò la sospensione della convertibilità (in oro) del dollaro:

segnò la fine del sistema di Bretton Woods, basato su parità di cambio fisse e legate al dollaro, a sua volta

ancorato all’oro. Da questo momento i cambi delle varie monete divennero fluttuanti, dando vita alla

speculazione e alla relativa instabilità.

La crisi petrolifera iniziò alla fine del 1973, in seguito alla terza guerra arabo-israeliana (i paesi arabi

aumentarono il prezzo del greggio da 3 a 12 dollari a barile, fino a 34 nel 1982). Le economie dei paesi

importatori, anche sviluppati, furono pesantemente colpite dal repentino aumento del prezzo di un prodotto che

era insieme materia prima e risorsa energetica. L’Europa occidentale e gli Usa ridussero i consumi attraverso

una poderosa opera di ristrutturazione dei processi industriali, nonché con la progettazione di automobili che

richiedevano un minor consumo di benzina. Poi utilizzarono le risorse petrolifere del Mare del Nord e diedero

impulso alla costruzione di centrali a energia nucleare che era diventata una questione di difesa strategica.

LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

La tecnologia informatica non è solo uno strumento di consumo e divertimento, ma si è inserita nel mondo della

produzione materiale e intellettuale, nei servizi e in molti oggetti di uso quotidiano. Nel settore della

telecomunicazioni si sono avuti formidabili avanzamenti, dall’utilizzazione dei cavi in fibre ottiche alla

telefonia mobile.

Altrettanto straordinari sono stati i progressi della biotecnologia, cioè la manipolazione e l’impiego sia di

sostanze viventi (batteri, virus, funghi), sia delle stesse strutture genetiche fondamentali (geni e dna). Nella

stessa organizzazione del lavoro sono stati realizzati numerosi cambiamenti: dalla fine degli anni ’60 sono stati

abbandonati i sistemi tayloristici e il fordismo (catena di montaggio), a favore di metodi più flessibili, orientati

alle variazioni della domanda e al maggiore coinvolgimento dei lavoratori nella responsabilità del processo

produttivo (toyotismo, just intime, circoli di qualità). Nei servizi vanno ricordate le novità nella distribuzione

commerciale (discount, ipermercati, vendita per corrispondenza, franchising), nonché le iniziative volte a

fornire servizi al comune cittadino e alle imprese (consegna della posta, pizza ecc).

Le nuove tendenze dell’organizzazione delle imprese per certi versi sono contrastanti: da una parte, per reggere

le sfide della globalizzazione, si accentua l’ondata di fusioni e perciò cresce la dimensione di parecchie

imprese; dall’altra vi sono indirizzi che privilegiano la downsizing (riduzione delle dimensioni), riferito in

particolare al numero di dipendenti.

Adottando così una struttura di horizontal corporation, che individuano un sistema organizzativo basato sulle

tre strategie della creazione di nuovi prodotti, della produzione e vendita e dell’assistenza alla clientela;

ciascuna funzionalità viene realizzata da una serie di equipe autonome, in linea con i criteri della flessibilità.

LA RIVINCITA DEL CAPITALISMO

IL DIFFICILE RITORNO AL CAPITALISMO DEI PAESI SOCIALISTI

Dalla metà degli anni ’70 i ritmi di crescita dell’economia sovietica rallentarono, come del resto in Occidente,

ma con ben più gravi conseguenze: mentre gl’investimenti si concentravano sempre più negli armamenti

(seconda guerra fredda), il livello di vita della popolazione, già basso, peggiorò, come è dimostrato dalla

mortalità infantile e dalla diminuzione del tasso di scolarizzazione.

L’avvento al potere di Gorbaciov (1985) segnò una svolta anche nell’economia. Oltre alla liberalizzazione

politica, progettava la trasformazione graduale della vecchia e ormai insostenibile economia pianificata in un

sistema misto in cui fosse dato ampio spazio al libero mercato; accettando così lo smantellamento graduale

dell’economia socialista. Era troppo tardi, l’Urss si sgretolò e la nuova Russia di Eltsin si orientò verso un

immediato orientamento capitalistico, senza procedere a un sistematico e razionale rinnovamento strutturale. Fu

la catastrofe, il paese si popolava di disoccupati, prostitute e di criminali, accanto a una piccola schiera di

“nuovi ricchi” prodotti dal capitalismo restaurato dalla corruzione. Alla fine del secolo l’ex URSS appariva un

mucchio di rovine anche se nei primi anni del 2000 la produzione ha ricominciato a crescere.

La parabola degli altri stati socialisti d’Europa orientale è stata analoga, anche se molto meno drammatica, a

parte i paesi sprofondati nella guerra civile (Jugoslavia) o che non avevano mai conosciuto un autentico

sviluppo, come l’Albania.

Nel mondo rimangono a economia socialista Cuba (schiacciata dall’embargo statunitense), che comunque dal

1995 ha accettato gli investimenti stranieri, e la Corea del Nord, in preda ad una carestia. Il Vietnam dal 1992

ha accettato il principio della proprietà.

La Cina costituisce un caso a parte. Dopo la morte di Mao (1976) i suoi successori (in particolare Xiaoping)

hanno abbandonato le utopie del “grande timoniere”, per promuovere la modernizzazione del paese accogliendo

nell’economia molti elementi capitalistici (iniziativa privata, banche, investimenti stranieri). La via cinese al

capitalismo sino agli inizi del nuovo secolo è stata complessivamente un successo, che però dovrà misurarsi con

le conseguenze dell’adesione del grande paese asiatico alla WTO.

L’UNIONE EUROPEA E ALTRE FORME DI COOPERAZIONE ECONOMICA INTERNAZIONALE

La Comunità economica europea (dal novembre 1993 Unione europea) comprendeva fino al 1973 solo i sei

paesi fondatori; tra il 1973 e il 1995 vi aderirono Regno Unito, Danimarca, Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo,

Finlandia, Austria e Svezia. La formazione di questo raggruppamento economico si è sviluppata non tanto sul

principio del libero scambio, quanto su quello dell’unione doganale, un principio secondo il quale viene

adottata una tariffa esterna comune e le merci così introdotte sono parificate a quelle degli stati membri. L’Atto

unico europeo, firmato nel 1986, prevedeva uno spazio privo di frontiere interne nel quale è garantita la libera

circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali. Dal 1° gennaio 2002 si adottò l’euro, elemento essenziale

per la libera circolazione dei capitali (salvo Regno Unito, Danimarca, Grecia e Svezia). L’UE è praticamente

rimasta l’unico organismo vitale di cooperazione economica.

A livello mondiale è attivo il già citato GATT – dal 1995 WTO (World Trade Organization) – che con i suoi

periodici e lunghi round (trattative multinazionali) mira a una progressiva riduzione delle tariffe doganali,

cercando ultimamente di tener presenti anche le esigenze del Terzo Mondo. Organismo informale è invece il

G7, che dal 1975 riunisce periodicamente i rappresentanti dei sette paesi più industrializzati (Usa, Giappone,

Canada, Germania, Francia, Regno Unito, Italia) ai quali dal 1994 si è aggiunta la Russia, per cui si parla

correntemente di G8.

Organismi di cooperazione regionale sono: il NAFTA (North American Free Trade Agreement - 1994) che

raccoglie Usa, Canada e Messico che intende procedere alla formazione di un’area di libero scambio; l’APEC

(Asia Pacific Economic Cooperation - 1989) che comprende i paesi asiatici, le quattro tigri, la Cina, il

Giappone, l’Australia, Usa, Canada e Messico.

UNA SINGOLARE POTENZA INDUSTRIALE: L’ITALIA

Nel 1986 l’Italia superò il Regno Unito e diventò la quinta potenza industriale del mondo, è forse questo il vero

“miracolo economico italiano”. La stagione di lotte operaie iniziate nel 1969 aveva condotto ad un aumento dei

salari e alla crescita del potere sindacale in fabbrica che era riuscito a imporre una solida tutela normativa e una

notevole rigidità nell’impiego forza –lavoro. L’industria italiana, abituata ad un regime di bassi salari e di

gestione autoritaria della manodopera, si trovo spiazzata. Inoltre all’aumento del costo del lavoro, di per sé già

un fattore di inflazione, si aggiunse la crisi petrolifera. Tuttavia proprio allora l’industrializzazione italiana

cominciò a uscire dal “triangolo industriale” per diffondersi su altre aree del territorio: non fu la grande

industria a prendere piede ma una rete di piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare e basate sul

lavoro nero o a domicilio. Intanto la grande industria si decideva a effettuare una seria ristrutturazione basata

sul decentramento produttivo e l’adozione di tecnologie labour saving (risparmiatrici di lavoro). La riduzione

dell’occupazione smorzò la carica rivendicativa dei sindacati e le imprese ricominciarono a prosperare. Dal

1992 furono approvate leggi finanziarie sempre più pesanti, che ridussero il reddito della massa dei cittadini,

ma diminuirono anche l’inflazione e avvicinarono l’Italia ai parametri fissati per l’adesione all’euro. Molto

meno positive erano le prestazioni dell’agricoltura. Il riconoscimento del fallimento delle politiche assistenziali

e di sviluppo nel Mezzogiorno fu rappresentato dalla chiusura della Cassa del Mezzogiorno nel 1984.

UN MONDO DIVISO TRA OPULENZA E POVERTA’

UNA NUOVA SOCIETA’ PER IL MONDO SVILUPPATO

Dagli anni Settanta, nel mondo sviluppato, nonostante la grande riduzione della mortalità infantile, si assiste ad

un brusco calo del tasso di natalità che negli anni ’90 si è avvicinato alla cosiddetta crescita zero. Riduzione

della natalità e coppie libere sono anche l’effetto della rivoluzione sessuale che, iniziata negli anni Sessanta, ha

comportato una profonda modificazione del costume e del senso morale. Sul piano demografico si deve notare

il rallentamento dell’urbanesimo, o almeno delle grandi città (esclusa Tokyo), dove la qualità della vita è

sensibilmente peggiorata. Infine, l’Europa ha cessato di essere terra di emigrazione ed è invece oggetto di una

vasta ondata di immigrazione dal Terzo Mondo.

La società del terzo millennio è una società con sempre meno operai; è cresciuta l’occupazione femminile e il

tasso di scolarizzazione. Questa società “istruita” consuma molto di più rispetto al passato, perché dispone di

più credito, ma consuma anche diversamente. Si sono verificati dei cambiamenti nella struttura del consumo: si

spende proporzionalmente poco per nutrirsi, e un pò di più per l’abitazione ei trasporti, tutto il resto è consumo

diretto all’acquisto degli innumerevoli beni e servizi offerti dalla società “opulenta”. In realtà le società non

sono così “opulente” come appaiono e vogliono far credere: la povertà è aumentata nell’ultimo quarto del


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Ventura Domenico.

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