Che materia stai cercando?

Storia economica delle società per azioni, 2 parziale

Appunti presi durante le lezioni inerenti alla seconda parte del corso di storia economica delle società per azioni (solo per secondo parziale prof. Coltorti) basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. dell’università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia economica delle Società per azioni docente Prof. G. Fumi

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

I dati contabili elaborati da Mediobanca mettono in evidenza, dopo la metà degli anni ’70, un forte

rallentamento della produzione delle grandi imprese, misurato dal valore aggiunto, in relazione allo sviluppo

dell’economia italiana. La perdita di rilevanza della grande impresa è un fenomeno costante che si protrarrà

fino agli ultimi anni del secolo. Inizialmente la decrescita fu pressoché identica sia per le imprese pubbliche

che per quelle private. Successivamente le imprese private rallentarono sempre di più, riducendo il loro peso

sull’economia di oltre un terzo.

- Per quanto riguarda le esportazioni in un primo momento possiamo vedere come negli anni 70 la quota della

grande impresa nelle esportazioni nazionali è andata crescendo: in realtà si vedrà successivamente che la

produzione veniva esportata non per la maggiore competitività, ma perché le quantità prodotte non

potevano essere collocate sul mercato interno se non per quantità limitate; le vendite all’estero erano perciò

un indebolimento delle grandi imprese che offrivano all’estero prodotti a prezzi inferiori ai costi.

I dati censuari sull’occupazione confermano in linea generale le tendenze regressive dell’intera economia,

con la quota degli occupati presso le unità con più di 500 addetti in caduta progressiva dopo il 1971 e di

contro una crescita degli addetti presso le unità fino a 20 dipendenti.

- Dall’analisi dei bilanci, che comunque fino ai primi anni ’70 erano parziali e viziati da artifici contabili volti a

ridurre l’utile da dichiarare a fini fiscali, si è mostrato che fino al 1968 i risultati d’esercizio si erano mantenuti

positivi. Si ridussero fortemente dal 1969 per poi diventare negativi nel 1970.

- Nel 1959-1963 l’autofinanziamento aveva coperto metà degli investimenti fissi lordi; nel periodo 1964-1968

la quota salì al 71,5%. Dopo il 1968 le condizioni di gestione delle imprese peggiorarono rapidamente e

questo avvenne per l’aumento dei costi del lavoro successivamente le imprese dovettero subire l’effetto

del doppio shock petrolifero: la prima volta nel 1973-1974 e una seconda nel 1979-1980 che comportarono

un aumento dei costi delle materie prime e una maggiore incidenza degli oneri finanziari.

- I risultati negativi spinsero ad accumulare debiti e il loro peso raggiunse un massimo alla fine degli anni ’70

quando la messa in atto di operazioni straordinarie di salvataggio.

La Nazionalizzazione dell’industria elettrica (14 prima parte)

La nazionalizzazione dell’industria elettrica fu il primo provvedimento che influenzò profondamente il declino della

grande impresa. Motivazioni:

- Esigenza di assicurare una distribuzione omogenea, per quantità e prezzi, su tutto il territorio nazionale di

energia elettrica. Nel 1961 infatti più dei due terzi dei consumi di energia elettrica erano assorbiti dall’Italia

settentrionale; il mezzogiorno invece assorbiva appena il 14% del totale e tale divario era ritenuto un forte

ostacolo allo sviluppo di quelle aree.

- Motivazione Politica: si voleva eliminare il potere del capitalismo privato basato sulla Bora, ritenuto

pericoloso rompere in particolare gli equilibri economici tradizionali che si erano costituiti con la Bastogi e

le società elettriche.

La legge della nazionalizzazione comportò il trasferimento delle imprese all’ENEL (cioè del complesso dei beni e delle

attività inerenti al settore elettrico) e il pagamento dei complessi espropriati fu stabilito in 10 anni (20 semestralità)

con il riconoscimento di un tasso d’interesse sui crediti per indennizzi pari al 5,5%. 2 principali effetti:

1) La costituzione di un nuovo ente pubblico, l’ENEL, gravato da un consistete indebitamento per indennizzi da

liquidare alle imprese espropriate; non si ritenne opportuno conferirgli un fondo di dotazione poiché ci si

aspettava che esso avrebbe potuto trarre dalla gestione ordinaria tutti i mezzi finanziari per soddisfare il

pagamento delle rate

2) Le imprese espropriate, private dell’attività elettrica (in molti casi era la principale)si videro riconoscere

somme importanti su un periodo decennale; esse potevano decidere di porsi in liquidazione o reimpiegare le

entrate via via incassate in nuovi settori produttivi

La gestione dell’ENEL si rilevò molto diversa da quanto previsto. Fino al 1972 i bilanci dell’ente furono chiusi in

pareggio, mentre a partire dal 1973 furono dichiarate perdite in misura crescente e consistente. Le perdite non

22

ebbero origine da problemi legati all’operatività ma per via della crescita dei costi a fronte di una sostanziale stabilità

dei prezzi a cui lo Stato voleva offrire l’energia a tutto il Paese.

Nel 1973-1978nil deterioramento dei risultati di gestione comportò un autofinanziamento negativo e impose la

costituzione di fondo destinato all’ente (1973); esso rappresentò solamente la una minima parte dei fabbisogni

finanziari. Conseguentemente l’ENEL, ricorse fortemente all’indebitamento, in particolar modo attraverso l’emissione

di obbligazioni garantite dallo stato alla fine del 1973 i debiti finanziari erano pari a 4 volte i ricavi annuali e gli oneri

finanziari assorbivano più di un quarto del fatturato.

inizialmente non si era ritenuto necessario un fondo di dotazione permanente perché l’ente avrebbe dovuto essere in

grado di far fronte alle sue necessità con le sue normali entrate tali previsioni fallirono per 4 motivi:

1) Costi di produzione: crebbero a seguito dell’inflazione, in particolare le spese del personale e quelle generali,

nonché il costo dei combustibili

2) Tecnica di produzione: se al momento della nazionalizzazione la fonte era quella idrica, caratterizzata da costi

più bassi, negli anni successivi si decise di adottare olio combustibile il cui prezzo salì fortemente negli anni 70

3) Investimenti: la spesa per nuovi impianti crebbe notevolmente

4) Interessi passivi: che assorbivano una quota consistente dei ricavi di gestione

Effetti della nazionalizzazione dell’industria elettrica (14 seconda parte)

il provvedimento impose quindi alle imprese di decidere un nuovo impiego per i loro capitali. Le classi dirigenti erano

fortemente impreparate e i risultati delle decisioni di reimpiego degli indennizzi lo testimoniarono. I principali

investimenti furono indirizzati nell’industria chimica (Edison e Sade), in quella alimentare (Sme ed Edison) e nella

Telefonia (Sip). Solo questi ultimi si rivelarono positivi; per il resto la gran parte dei capitali andò perduta a seguito dei

rilevanti deficit gestionali.

Le principali società quotate ex-elettriche mutarono in molti casi la loro struttura e attraversarono diverse vicende:

1) SADE: fu tentato un intervento nell’industria alimentare ma i risultati furono del tutto insoddisfacenti. Nel

1964 fu incorporata dalla Montecatini.

2) EDISON: il principale settore di sviluppo era stato individuato nell’industria chimica e nel 1966 incorporò la

Montecatini dalla fusione nacque la Montedison. Perse negli anni successivi i connotati della public

company dopo che l’ENI rastrellò le sue azioni in Borsa (1968), diventando il maggior azionista e nominando

Presidente Eugenio Cefis nel 1971. Nel 1972 fu introdotto un principio di parità tra soci pubblici (ENI,IRI) e

privati. 1981 Gemina diviene l’azionista di riferimento e sempre nel 1981 fu eseguito un aumento di capitale

che diede al gruppo i mezzi finanziari per avviare una riorganizzazione. Nel 1985 la Montedison tornò in utile,

ma la compagine azionaria cambiò nuovamente perché il gruppo dirigente aspirava a riprendere lo status di

public company.

3) SIP: Nel 1964 incorporò le concessionarie telefoniche realizzando l’unificazione del sistema telefonico

nazionale. Nel 1997 la SIP si è fusa nella controllante STET che ha assunto la denominazione Telecom Italia.

Sempre nel 1997 tale società è stata privatizzata facendola diventare una public company. Nel 1999 infine

l’Olivetti ne assume il controllo.

4) LA CENTRALE: come la Sade è impreparata a reimpiegare i mezzi finanziari, perciò si dissolse e la società

passò prima sotto il controllo di Michele Sindona poi nel 1971 Banco Ambrosiano la rileva da Sindona per

farne una propria holding; nel 1985 incorpora il Nuovo Banco Ambrosiano divenendo banca; nel 1989 si

fonde con Banca Cattolica del Veneto. Nel 1998 si fonde con Cariplo e diventa Banca Intesa; nel 2001 fusa con

Comit diventa IntesaBCI e nel 2007 fusa con Sanpaolo IMI diventa Intesa Sanpaolo, oggi secondo gruppo

bancario italiano.

5) SME: la società indirizzò i suoi investimenti nel settore alimentare (Cirio, la Motta) e nella distribuzione (GS).

Negli Anni '90 fu privatizzata e le attività furono cedute alla Nestlé, Fisvi, Benetton/Del Vecchio.

6) BASTOGI: era fortemente impegnata nel settore elettrico sia direttamente, tramite SGES e SES, sia

indirettamente tramite il controllo della SME (congiuntamente all’IRI), si infine tramite importanti pacchetti

azionari in Sade e Edison. 23

L’industria chimica (15)

Le grandi imprese italiane concentrarono il maggior volume d’investimenti nelle attività chimiche. Ciò principalmente

con tre motivazioni: il ruolo innovativo attribuito al settore (quindi l’attesa di profitti), l’opportunità di reimpiegarvi gli

indennizzi elettrici, la disponibilità di capitali per lo sviluppo del Sud in forma di prestiti a tasso agevolato.

In Italia la quota maggiore delle spese (28%) era destinata alla chimica ed essa era preceduta soltanto dalla

costruzione di mezzi di trasporto (34%).

Per quanto riguarda le imprese ex elettriche che volevano reimpiegare gli indennizzi, si trattava principalmente della

Edison. Anche gli indennizzi della Sade finirono, almeno in parte, nel settore chimico a seguito della sua

incorporazione da parte della Montecatini nel 1964. E nel 1966 la Edison e la Montecatini si fusero dando vita alla

Montedison. Il nuovo gruppo, seppur caratterizzato da dimensioni coerenti con il tipo di industria da sviluppare, restò

un grande conglomerato con scarsi risultati di gestione e debole nella struttura finanziaria.

A partire dal 1968, l’ENI assunse un’importante partecipazione nella Montedison. Esso favorì un nuovo management

del Gruppo che avviò una riorganizzazione profonda. Essa portò da un lato alla cessione di attività in perdita e

all’acquisizione di partecipazioni farmaceutiche, e dall’altro all’avvio di un piano di investimenti per

l’ammodernamento e lo sviluppo dei centri produttivi. I risultati del Gruppo tuttavia non migliorarono salvo il biennio

1973-1974, nel corso del quale beneficiarono del forte aumento dei prezzi indotto dal primo shock petrolifero.

il mancato apporto dell’autofinanziamento e la pressione crescente dei debiti portarono la Montedison a competere

da una posizione di debolezza rispetto alle imprese che acquisivano i finanziamenti pubblici a tasso agevolato,

stanziati per lo sviluppo del mezzogiorno.

Se si esclude la Eni, i principali competitor della Montedison era rappresentati da due imprese formalmente “private”,

ma il cui sviluppo nel settore chimico avvenne con il supporto pressoché esclusivo dei mezzi pubblici: SIR e Liquigas. La

SIR (Società Italiana Resine) era un’azienda diretta da Nino Rovelli, che operò inizialmente nel campo delle resine

termoindurenti. Ne 1959 con la costituzione della Sarda Industria Resine (che non figurava formalmente controllata)

avviò un processo di massiccia espansione degli impianti. Fu costituito a tale scopo un numero elevato di altre società,

intestatarie di singoli impianti ubicati nel complesso petrolchimico di Porto Torres (Sassari) : a metà degli anni 70 le

società erano una sessantina , tutte con sede a Sassari, con attività coordinate attraverso un consorzio industriale.

Non risultava alcun gruppo formale e questa particolare struttura societaria era motivata dal desiderio di

massimizzare il volume dei finanziamenti a tasso agevolato e dei contributi a fondo perduto.

Alla fine del 1977, un anno prima della crisi di liquidità che porterà il gruppo al collasso, a fronte dei 5 miliardi che

rappresentavano il capitale sociale della SIR, esistevano debiti finanziari per 1,842 miliardi di euro. Nello stesso anno, il

fatturato consolidato era di circa 850 miliardi.

L’ENI e la Liquigas erano altri gruppi chimici di rilievo. L’ENI operava attraverso l’ANIC che era intervenuta soprattutto

nel settore dei fertilizzanti ed aveva introdotto in Italia la gomma sintetica. I principali investimenti dell’ANIC

riguardavano il settore delle fibre e furono ubicati in Sardegna. Si trattò di investimenti che originarono molte perdite.

La Liquigas aveva in origine un’attività limitata al commercio di prodotti petroliferi; nella seconda metà degli anni 60 si

espanse con rilevanti investimenti nella petrolchimica anche in questo caso si subirono molte perdite.

Alla fine del 1977 i gruppi chimici avevano accumulato nei loro bilanci 7600 miliardi di lire di debiti finanziari, circa

l’equivalente del loro fatturato. Essi generavano oneri pari a poco meno di mille miliardi all’anno e le perdite correnti

erano pari a 783 miliardi. Gli esiti furono dunque tutt’altro che sorprendenti, questo specialmente per l’onerosità dei

debiti.

La crisi fu generale, giunse alla fine degli anni 70 e lasciò tracce indelebili; il crack più grave fu quello del Gruppo SIR

che dovette fronteggiare una crisi di liquidità nel 1978. L’anno successivo l’IMI (suo principale finanziatore con 1700

miliardi di crediti) predispose un piano nell’ambito del quale i pacchetti di controllo delle varie società del Gruppo

furono trasferiti in capo ad una holding denominata SIR finanziaria. la SIR finanziaria chiuse i primi due esercizi con

circa 1350 miliardi di perdite, coperte dall’azzeramento di crediti da parte di istituti finanziatori e con versamenti in

conto capitale. Il Comitato per l’intervento della SIR, istituito presso il Ministero delle partecipazioni statali, si occupò

24

della liquidazione delle attività terminandola nel 1988. Nel 1980 aveva preso il carico un complesso di imprese che

aveva prodotto 3681 miliardi di perdite.

Crescita e degenerazione delle partecipazioni statali (16)

Il sistema delle partecipazioni statali aveva avuto un forte impulso negli anni 60 soprattutto a seguito dell’acquisizione

di attività trasferite dai privati. Furono costruiti tre nuovi enti (Efim, Egam, Gepi) mentre ENI ed IRI, espansero

notevolmente la loro dimensione

1) Nel 1962 fu costituito l’Efim, il quale ereditò le attività del Fondo Industrie Meccaniche, sorto nel 1947 per

concedere finanziamenti alle industrie dissestate dalla guerra (principalmente il Gruppo Breda). L’Efim

disperse la sua attività in numerosi settori diversi da quello originario. Nel 1963 costituì l’Insud, una

finanziaria per assumere partecipazioni in aziende turistiche di dimensione medio-piccola ubicate nel

Mezzogiorno. Nel 1968 furono concentrate nell’ente le partecipazioni IRI in aziende produttrici di materiale

ferroviario. Tutte queste operazioni ebbero esito negativo e già alla fine degli anni 70 l’Efim dovette

smobilizzare una quota delle partecipazioni.

2) EGAM (Ente Autonomo di Gestione per le Aziende Minerarie Metallurgiche), istituito nel 1958 ma reso

operativo solo nel 1971. Esso procedette all’acquisto dalla Montedison di aziende che versavano in critiche

condizioni economiche e rilevò quote di minoranza nelle società Rivoira e Villain. Quest’ultima acquisizione

però mostrò irregolarità che impose la liquidazione dell’ente, nel 1978.

3) Nel 1971 fu costituita la GEPI, finanziaria cosiddetta “di salvataggio” col compito di intervenire in aziende

industriali in difficoltà per risanarle e cederle nuovamente ai privati. Pochi furono i risanamenti e molte le

perdite di gestione.

4) Nel 1962 il gruppo ENI entrò nel settore tessile con l’acquisto della Lanerossi e nel 1970 rilevò il polo tessile

dell’IRI. Nel 1974 fu poi costituita la Tescon, una holding che procedette ad una intensa attività di acquisto di

piccole e medie aziende. Le perdite di gestione si accumularono così rapidamente da consigliare la messa in

liquidazione della società già nel 1977.

5) Per quanto riguarda l’IRI, gli investimenti furono pure cospicui e riguardarono sia ampliamenti delle aziende

già controllate, sia acquisizioni d nuove attività (es. costruzione del centro di Arese da parte dell’Alfa Rome o

stipulazione di accordi con la Fiat nel settore della siderurgia).

Tutte le operazioni cui si è accennato portarono ad un’espansione dell’area pubblica, seguendo però logiche anti-

imprenditoriali: vennero infatti privilegiate le richieste di aiuto da parte di aziende in difficoltà, senza tener conto di

progetti strategici innovativi. Fu questa la prima causa di indebolimento del sistema; le altre due furono l’applicazione

di politiche di contenimento dei prezzi di vendita, allo scopo di combattere l’inflazione, e una scarsa capacità

manageriale a favore dell’azionista politico occulto.

La Borsa e la Riforma delle Società (Michele Sindona 29)

La Borsa italiana fu colpita dal provvedimento di nazionalizzazione dell’industria elettrica, essa infatti ridusse il numero

dei titoli quotati. Molte imprese ex-elettriche vennero incorporate da altre società perciò molti titoli furono cancellati,

e ci furono poche nuove quotazioni (Mondadori 1965, Alitalia 1968 e l’IFI (finanziaria attraverso la quale la famiglia

Agnelli controllava la Fiat).

Tra l’inizio del 1963 e la fine del 1968, a fronte di un incremento dei prezzi al consumo (+16%) l’indice di Borsa si

ridusse del 20% circa, segnando il valore minimo nel 1964. Successivamente le quotazioni ripresero, ma non

recuperarono i valori di partenza.

La scarsa significatività della Borsa rispetto all’economia nazionale era dimostrata dal fatto che per tutti gli anni 60 e

buona parte degli anni 70nalcune delle principali imprese italiane ne erano rimaste fuori le principali aziende

dell’ENI (Agip e Snam), il principale gruppo chimico (SIR), i produttori di elettrodomestici e gli industriali del tessile-

abbigliamento. Lo scarso ricorso al mercato azionario italiano era dovuto principalmente:

25

- All’abbondanza di capitale di debito, a tasso agevolato, il cui costo era addirittura inferiore a quello della

raccolta di mezzi propri

- Gli insoddisfacenti risultati economici delle imprese

- La fuga del risparmio, molto spesso all’estero, verso impieghi più sicuri e remunerativi. Un esempio di questa

tendenza fu la finanza vaticana, che nel 1969 decise di smobilizzare i suoi investimenti italiani in favore di

impieghi sul mercato internazionale. In tale occasione il Papa Paolo VI affidò ad un professionista Michele

Sindona, l’incarico di liquidare le maggiori partecipazioni che erano rappresentate dalla Società Generale

Immobiliare (che fu acquistata dallo stesso Sindona) e dalla Società Italiana per le Condotte d’Acqua (ceduta

all’IRI). All’inizio degli anni 70 quindi le sue operazioni ebbero un’influenza decisiva sulla Borsa. Trale

principali operazioni borsistiche vi furono le scalate all’Italcementi e alla Banca Nazionale Dell’Agricoltura),

nonché il lancio di un’OPA sulla Bastogi.

Tappe principali della vita di Michele Sindona:

1946 Si trasferisce a Milano dove diviene uno dei più apprezzati fiscalisti

1961 MS acquista il controllo della Banca Privata Finanziaria

1969 La S.Sede decide di riconvertire i suoi investimenti e Paolo VI si affida a Michele Sindona

1969 MS acquista dalla S.Sede il controllo della Società Generale Immobiliare e cura la cessione all’IRI del controllo

della Società Italiana per Condotte d’Acqua (da ASSS, Bastogi e altri minori). Operazioni che danno credibilità

internazionale a MS

1970 MS acquista il controllo della Banca Unione (da Ior, Feltrinelli e altri)

1971 Opa Bastogi (prima in Italia)

1972 MS acquista il controllo della Franklin National Bank

1973 Al Waldorf Astoria Andreotti elogia Sindona come salvatore della lira

1974 Fusione BPF e BU= Banca Privata Italiana; liquidazione coatta e nomina di Giorgio Ambrosoli a Commissario

liquidatore; in USA fallimento Franklin National Bank

1975 Massimo Spada dichiara che la SGI ha perso sui cambi 200 mrd per operazioni pazzesche: MS aveva annunciato il

miglior bilancio della storia

Nell’ambito della Commissione d’inchiesta sul caso Sindona vennero rilevati i tratti della tattica sindoniana:

- Acquisto di titoli quotati in Borsa, rappresentativi di aziende e società in crisi, fittizio risanamento, aumento

dei capitali delle società , vendita a terzi in Italia e all’estero

- Costituzione o rilievo di società finanziarie italiane ed estere, per il commercio illegale di valuta

- Massimo raccolta di prodotti ad alto tasso di interesse e con grande concentrazione di rischi

- Alterazione dei principi di contabilità bancaria, reati finanziari per violazione di norme del codice civile e della

legge bancaria

Il crack del Gruppo Sindona consigliò di accelerare i progetti di riforma delle società e della Borsa, a cui si era pensato

sin dai primi anni 60.

Ristrutturazione e riconversione: gli aiuti pubblici

Gli anni 70 rappresentarono un periodo di tensione per l’industria a causa di una competizione internazionale molto

più accesa dovuto all’ eliminazione dei dazi all’interno del Mercato Comune e di 2 rilevanti shock energetici amplificati

dalla svalutazione della lira.

L’aumento dei costi di produzione e soprattutto del lavoro mise in discussione I modi di produrre, facendo emergere

consistenti perdite d’esercizio nei bilanci delle imprese e un aumento dei debiti.

Le conseguenze del primo dei due shock furono comprese in ritardo, infatti, le grandi aziende poterono in un primo

tempo aumentare I prezzi di vendita dei propri prodotti, anticipando I maggiori costi attesi delle materie prime e

dell’energia, evidenziando quindi cospicui miglioramenti economici.

26

Solo alla fine degli anni 70, le maggiori imprese iniziarono ad intraprendere strategie di radicale ristrutturazione. Gli

aspetti da rivedere riguardavano:

 

-la struttura finanziaria I disavanzi di gestione avevano fatto lievitare I debiti a breve scadenza, era

necessaria una riduzione e consolidamento di essi

 

l’organizzazione industriale si richiedevano nuovi processi capaci di limitare l’uso del lavoro e investimenti

in ricerca per il lancio di nuovi prodotti

 

l’organizzazione commerciale occorreva promuovere maggiormente le vendite all’estero

L’insieme di leggi agevolò il raggiungimento di questi scopi:

 

legge 576 del 1975 introdusse agevolazioni fiscali per le società che avessero attuato una ristrutturazione

produttiva ed organizzativa mediante scorporo di rami aziendali

 

legge 227 del 1977 disciplinò il credito all’export

 

legge 675 del 1977 istituì il fondo per la ristrutturazione e riconversione industriale e un fondo per la

ricerca applicata con piani di settore.

 

legge 904 del 1977 agevolò I conferimenti di azienda nel quadro delle ristrutturazioni societarie

 

legge 787 del 1978 agevolò le ristrutturazioni finanziarie delle aziende industriali, autorizzando le banche di

credito ordinario a partecipare al capitale di imprese consortili per il risanamento di imprese industriali. (Fu

vigente dal 1979 al 1981 e si prefiggeva di agevolare il superamento di squilibri temporanei di imprese

fondamentalmente sane.)

 

legge 95 del 1979 introdusse l’amministrazione straordinaria delle imprese in grave crisi come alternativa al

fallimento

La prima ristrutturazione industriale (17 prima parte)

A partire dagli anni 70, le imprese private iniziarono a rivedere le loro strutture che erano divenute troppo rigide sia

dal lato dei mercati, per la crescente differenziazione della domanda, sia dal lato della produzione, per la mancanza di

flessibilità nei livelli dell’occupazione e per il forte aumento del costo del lavoro.

Venne dunque emergendo un processo di ristrutturazione volto a favorire l’automatizzazione dei reparti di

produzione, a migliorarne il rendimento attraverso la riduzione delle fermate per conflittualità sindacale e a renderli

più adattabili alle fluttuazioni del mercato.

La crescente dotazione di capitali vide un aumento degli investimenti fissi e fece crescere anche la loro intensità

rispetto al valore aggiunto. Tale aumento fu originato in prevalenza da acquisti di macchine e attrezzature

automatizzati, atti a sostituire capitale al lavoro, furono accompagnati dall’introduzione di tecnologie informatiche:

l’ideale che si perseguiva era la fabbrica automatica.

Vi fu un nuovo rapporto tra industria e terziario, l’occupazione di quest’ultimo crebbe a seguito della costituzione di

una rete di servizi intermedi che vennero via via a rappresentare un’esternalità importante per lo sviluppo delle stesse

unità produttive.

Le strutture furono rese più flessibili espellendo aree di attività precedentemente integrate nell’organizzazione

produttiva dell’impresa(tra le prime vi fuori I servizi di trasporto e manutenzione degli impianti a cui seguirono parti di

attività manifatturiere spesso decentrate su unità di dimensioni minore).

Le stesse grandi imprese sostituirono il modello originario di organizzazione che prevedeva tutte le attività integrate in

una monolitica società di capitale, la forma di gruppo, realizzata con lo scorporo di specifici settori e il loro

conferimento a controllate.

Questo fenomeno diede l’avvio ad un forte decentramento(subfornitori ubicati al di fuori dei grandi agglomerati

urbani) e alla valorizzazione delle capacità del management periferico.

Gli scorpori dei settori produttivi e il loro conferimento a società controllate consentirono alle imprese di iscrivere nei

loro bilanci rivalutazioni dei cespiti che poterono essere usate sia per cancellare le perdite pregresse, sia per

contabilizzare gli ammortamenti su valori più vicini a quelli di rimpiazzo recuperando l’erosione monetaria.

Tutte le principali imprese private e alcune di quelle pubbliche applicarono questo modello di riorganizzazione con il

27

risultato di costituire gruppi gerarchici, con a capo una holding con funzioni di controllo e servizio.

Il processo di disintegrazione avvenne parallelamente al decentramento delle produzioni che portò a trasferire una

quota significativa del valore aggiunto e dei relativi fabbisogni finanziari, ad imprese di piccole e medie dimensioni. Il

decentramento, volto a recuperare flessibilità nella gestione, ebbe per oggetto unità produttive ubicate al di fuori

delle concentrazioni operaie di triangolo industriale(per la prima volta dal dopoguerra, dal 1981 si ebbe una riduzione

dell’occupazione nella grandi imprese e una forte crescita della produttività del lavoro nel settore privato).

Le imprese pubbliche invece erano impegnate in prevalenza nei settori di base e nei servizi nei quali il decentramento

delle produzioni avvenne con minore intensità. Furono le imprese private a raggiungere per prime il definitivo

riequilibrio dei conti economici a partire dal 1984 mentre le partecipazioni statali registrarono nel 1981-83 il massimo

delle perdite.

Borsa valori

Dopo la nazionalizzazione dell’industria elettrica, l’indice delle quotazioni era rimasto a lungo al di sotto del livello di

inizio anni 60 mettendo in evidenza perdite consistenti.

All’inizio del 1985, con il risanamento delle imprese private, la borsa realizzò un forte recupero e I corsi presero a

salire rapidamente fino al 1986. In quello stesso periodo furono inoltre introdotti I fondi comuni d’investimento di

diritto italiano che svilupparono velocemente la raccolta di risparmio.

Per la prima volta dal miracolo economico, le imprese italiane furono quindi in grado di raccogliere sul mercato mezzi

finanziari utilizzando in maniera rilevante l’emissione di azioni di risparmio.

Le azioni ordinarie furono emesse con sovrapprezzi molto elevati in modo che gli azionisti di maggioranza poterono

mantenere le loro posizioni di comando.

Queste modalità di finanziamento contribuirono a spiegare la mancata espansione delle imprese a proprietà diffusa,

risultarono infatti favorite le catene di controllo piramidale e la messa sul mercato di più aziende appartenenti allo

stesso gruppo.

La raccolta di capitali fu indirizzata in un primo tempo al riequilibrio delle strutture patrimoniali attraverso la riduzione

dei debiti contratti per la ristrutturazione, successivamente essa si caratterizzò con operazioni di acquisizione

finanziate e nuovi indebitamenti.

Nei principali gruppi italiani l’indebitamento rappresentava una quota molto importante delle risorse.

Effetti della prima ristrutturazione:

 Organizzazione di gruppo gruppi gerarchici, società operative sotto il controllo di una holding con funzioni

di coordinamento e finanziarie, valorizzazione del management periferico, decentramento verso pmi

subfornitori

 Aumento del valore di Borsa le imprese ritrovarono l’autonomia finanziaria e collocano aumenti di capitale

finalizzati al rimborso dei debiti

Si rafforzano I media:

o 1976: nasce La Repubblica che nel 1985 introduce un supplemento Affari e Finanza

o 1986: nasce Milano Finanza, primo settimanale finanziario italiano

o 1986: nasce Italia Oggi che sfida il Sole24Ore

o Proprietà indipendente(Isoa, Zuzic, Accornero)

o Nuova filosofia: non più dalla parte degli imprenditori ma degli investitori

o Nuovo formato: attualità, leggi fisco pensioni, finanza e tecnologia, dati di mercato

Si torna agli eccessivi finanziari 1986-1990.

o Gruppo Ferruzzi acquisisce il controllo di Montedison(2400mrd) che aveva precedentemente acquistato

azioni Fondiaria(1800mrd), nel 1993 passaggio delle azioni ad un consorzio di banche incaricate di un piano di

riorganizzazione

o Gruppo Agnelliriacquista azioni Fiat, date dai libici e scala senza fortuna Exor

o Gruppo De Benedetti tenta senza fortuna la scalata alla belga SGB

o Pirelli tenta senza fortuna la scatta alla tedesca Continental

28

Fu una nuova grande crisi del capitale privato, I cui effetti produssero il passaggio a gruppi esteri delle attività a

maggiore contenuto tecnologico.

Si possono individuare 3 principali filoni di cambiamento:

1. la scomparsa o il ridimensionamento di interi gruppi aziendali, si trattò dei grandi gruppi chimici cresciuti con

il credito agevolato, del gruppo Monti che cedette tutte le attività nella raffinazione del greggio per

riequilibrare la struttura patrimoniale, del gruppo Bastogi e dei gruppi immobiliari.

In quasi tutti I casi la principale causa del cambiamento fu l’onerosità della struttura patrimoniale,

eccessivamente basata sul debito che determinò la crisi o impose lo smobilizzo delle attività produttive

2. Il trasferimento di attività di gruppi esteri che riguardò le imprese dotate di una marca forte

3. La modifica degli assetti di comando: riguardò la Montedison, Snia, Olivetti e la Burgo

Tra I grandi gruppi, gli unici sopravvissuti con una struttura di comando sostanzialmente invariata furono:

 

IFI/Fiat superò varie fasi di difficoltà finanziarie grazie a coerenti politiche di riorganizzazione produttiva e

di irrobustimento finanziario che si valsero anche della costituzione di un nucleo di azionisti stabili

 

Falk superò la crisi del settore siderurgico a costo di un forte ridimensionamento ritirandosi nel solo settore

energetico

 

Marzotto intraprese un’accorta politica di acquisizioni e mantenne una struttura finanziaria equilibrata

L’unione europea e I relativi vincoli (18)

Per la necessità di porre la nostra industria nella condizione di reagire alla situazione di invecchiamento e di

protezione del periodo fascista, l’Italia aderì alla comunità europea(1951 fu creata la Ceca, 1957 furono firmati a Roma

I trattati istituiti dalla CEE e dell’EURATOM)

L’introduzione di una normativa antitrust in Italia, avvenne con notevole ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati

a causa della presenza pubblica diretta nell’economia.

Essa risale al 10 Ottobre 1990 e riguardò: le intese, l’abuso di posizione dominante e le concentrazioni a tutela e

garanzia del diritto di iniziativa economica sancito dall’ art 41 cost il quale tutela la libertà dell’iniziativa economica

privata.

In questo contesto una legge antitrust era superflua per il settore pubblico, che interveniva giá direttamente sui

mercati attraverso le proprie imprese, e dannosa per il settore privato, perchè vi era il sospetto che le norme

sarebbero state eluse dalle imprese pubbliche e applicate contro le private con il risultato di un’ulteriore espansione

delle prime.

L’integrazione europea ha inoltre individuato aiuti incompatibili, sui trasferimenti di risorse alle imprese pubbliche,

quando minano le regole di un mercato comune, in particolare quando:

o L’aiuto favorisce talune imprese o produzioni

o L’aiuto falsa la concorrenza o minaccia di farlo

o L’aiuto incide sugli scambi tra gli stati membri

Questo atteggiamento ebbe sostanzialmente inizio nel 1980 quando la commissione della comunità avviò un processo

più attento di valutazione degli aiuti di stato.

Venne infatti emanata una direttiva che prescriveva trasparenza nelle relazioni finanziarie tra I poteri pubblici e le

imprese pubbliche, con riguardo alle assegnazioni di risorse e alla loro utilizzazione per assicurare parità di

trattamento tra imprese pubbliche e private.

Il criterio scelto per garantire la parità di trattamento fu l’esistenza o meno di una differenza tra le condizioni alle quali

lo stato ha assegnato I fondi all’impresa pubblica e le condizioni alle quali un investitore privato, operante in

condizioni normali di economia di mercato, avrebbe accettato di finanziare un’impresa privata.

La prima condanna all’Italia riguardò I rapporti IRI-Finmeccanica e comportò la restituzione all’IRI di 615 miliardi,

maggiorati degli interessi, relativi ad aumenti del capitale Finmeccanica sottoscritti nel 1985-86.

Con l’accordo Andreatta-Van Miert del 1993, il governo italiano si impegnò a fare in modo che l’indebitamento degli

enti pubblici aventi la forma giuridica della spa posseduti dal tesoro al 100%, non superasse il livello raggiunto al 31

dicembre 1993 e che lo stesso indebitamento entro la fine del 1996 sarebbe stato portato a livelli accettabili per un

29

investitore privato operante in condizioni di economia di mercato. Il governo si impegnò inoltre ad eliminare la

responsabilità illimitata derivante dal possesso totalitario riducendolo al di sotto del 100%.

Questi accordi hanno contribuito a bloccare I conferimenti di fondi alle imprese pubbliche per la copertura delle loro

perdite di gestione, ad introdurre un forte incentivo per il tesoro, a smobilizzare le partecipazioni che deteneva e alla

conseguenti operazioni di privatizzazione.

Dal 1989 al 1993 l’industria italiana dovette affrontare un nuovo difficile periodo a causa dell’andamento

congiunturale avverso(rallentamento della domanda interna ed estera, declino dei tassi di sviluppo del PIL) e della

perdita di competitività dovuta all’accumularsi di un forte differenziale inflazionistico rispetto ai principali paesi

europei. I margini delle imprese si assottigliarono per la necessità di difendere le posizioni di mercato e crebbero gli

oneri finanziari derivanti dall’aumento dell’indebitamento che si aggiunse a quello contratto per finanziarie le

operazioni di grave perdita nel 1992/93.

Fu quindi necessario reperire mezzi finanziari aggiuntivi per coprire l’esborso degli investimenti per le nuove

ristrutturazioni e per riequilibrare strutture patrimoniali compromesse dall’eccessiva quota di debito esigibile a breve

scadenza.

Le politiche per superare questa nuova crisi furono basate su 3 obiettivi:

 Un nuovo forte processo di ristrutturazione industriale

 Una rifocalizzazione delle attività produttive

 Consistenti aumenti di capitale

Le privatizzazioni(iniziò del programma 1992 risultati al Giugno 2000)(20)

 Motivazioni gravità dei disavanzi di gestione delle PPSS e impossibilità di farvi fronte con finanza pubblica

 Istituzioni coinvolte tesoro dello stato, enti di gestione(IRI,ENI, EFIM), enti pubblici diversi(fondazione,

comuni, Ecc)

Furono usati 4 metodi di vendita:

 Trattativa privata forte ricorso ad intermediari(consulenti e collocatori dei titoli da vendere)

 Collocamento sul mercato pubblico e investitori istituzionali fu usato avendo cura di costituire un nucleo di

azionisti stabili che potesse assicurare la guida delle società privatizzate

 Trattativa diretta a seguito di asta competitiva

 Forme miste(con nuclei di azionariato stabile)

Le prime importanti privatizzazioni avevano avuto luogo nel 1986-87 ed erano consistite nella cessione delle attività

Alfa Romeo e Lanerossi rispettivamente alla Fiat e alla Marzotto.

Erano decisioni obbligatorie, poichè le imprese privatizzate erano fortemente deficitarie e l’imprenditore pubblico non

era in grado di riorganizzare tali complessi restituendoli efficienti al mercato.

Vi fu poi un periodo di stallo caratterizzato dall’acquisizione da parte di ENI dell’intero capitale Enimont del 1990 e due

anni dopo si decise di trasformare 4 enti pubblici(IRI, ENI, INA ed ENEL) in società per azioni.

L’avvio delle cessioni fu spinto dalla critica situazione della finanza pubblica(1992 primo rischio di default del debito

pubblico) e in particolare dalla critica situazione dell’IRI che manifestava segni evidenti di sbilancio finanziario. La

nuova normativa europea sugli aiuti rendeva però impossibile la semplice copertura delle perdite di gestione.

Furono dunque le difficoltà crescenti di gestione delle partecipazioni statali, il grave passivo del bilancio dello stato e I

vincoli europei ad imporre negli anni 90 una politica di massicce dimissioni del patrimonio pubblico. Nel 1993 fu

quindi soppresso il ministero della partecipazioni statali e con la legge 474 del 1994 si stabilirono le modalità

dell’offerta pubblica di vendita e della trattativa diretta.

Nel caso dell’offerta pubblica di vendita, adatta a costruite public company, furono contemplati due possibili modelli,

a seconda che fosse previsto o meno un nucleo di idonea capacità imprenditoriale.

La cessione delle imprese operanti nei servizi pubblici, nell’energia e nella difesa fu subordinata alla creazione di

autorità di regolamentazione del rispettivo settore.

Inoltre fu prevista la facoltà di inserire la golden share a favore dello stato, negli istituti delle imprese privatizzande,

30

prima della cessione del controllo, e la facoltà di introdurre limiti di possesso fino al 5% per singolo azionista, con

durata almeno triennale.

É evidente il mantenimento di un potere di interferenza dello stato in talune delle più importanti società privatizzate e

tale potere viene ulteriormente rafforzato dalla costituzione di organismi indipendenti ai quali è delegata la

regolamentazione del mercato con tariffe e qualità dei servizi.

Esiti per lo stato:

o Dal 1992 al 2000 furono realizzati introiti da smobilizzi per 198.400 miliardi di lire, ma solo il 47%

rappresentavano vere privatizzazioni, il 28% da acquirenti esteri e la quota restante riguardò il collocamento

sul mercato di pacchetti di minoranza.

o I due terzi degli incassi vennero dalla vendita di aziende industriali, EFIM e IRI

o La metà dal mercato borsistico per le quotazioni di ENI ed ENEL.

Esiti per il mercato:

o Spinta alla crescita del mercato finanziario:circa il 60% dei mezzi richiesti sul mercato di capitali

o La cessione di azioni al pubblico ha comportato una consistente riduzione dell’area delle partecipazioni statali

nell’ambito dell’industria tra il 1991 e il 1999(dal 50% del fatturato al 25% nel 99, di cui 17% ENI e ENEL)

o Capitalizzazione di borsa dei blue chips

o La privatizzazione delle banche (passó dal 75% al 15% nel 1998), della siderurgia, delle aziende alimentari

distributive e di ristorazione, delle TLC e delle infrastrutture(autostrade e aeroporti di Roma)

I principali ex enti Eni e ENEL ricevettero una nuova veste giuridica ma non risultano a tutt’oggi privatizzati, avendo il

governo mantenuto una quota di maggioranza relativa. Le imprese privatizzate sono state quasi sempre quotate in

Borsa e ciò ha contribuito ad aumentare ulteriormente lo spessore del macro borsistico italiano

Esiti per le imprese privatizzate e gli acquirenti:

o Aumento della concentrazione (aumento dimensione dei gruppi acquirenti)

o Ha fatto si che un imprese fondamentali per il progresso economico e tecnologico del paese adottassero

metodi di gestione piú efficienti assicurando minore dipendenza dall’azionista politico

o Ha contribuito al riequilibrio del principale ente delle partecipazioni statali:l’IRI per il quale é stato definito un

piani di liquidazione di tutte le residue attività e nel 2002 é stato estinto mediante l’incorporazione nella

Fintecna

o Ha contribuito ad un ispessimento dell’offerta di azioni sul mercato borsistico proponendo un’alternativa di

impiego a quella parte della ricchezza finanziaria delle famiglie, orientata verso I titoli di stato, ora interessata

da una generale e profonda dinamica di riallocazione

o Ha contribuito ad una copertura del fabbisogno annuale dello stato, agevolando il rispetto delle condizioni di

convergenza stabilita per poter accedere all’unione monetaria europea

o Ha contribuito a diversificare le compagnie dei principali gruppi privati, favorendo la nascita di importanti

operatori nazionali grandi(Riva, Lucchini e Rocca) e il rafforzamento nel terziario di due gruppi nati nel

comparto del cosiddetto Made in Italy(Olivetti e Benetton) e medi(Esaote, Lonati, Orlandi e Radici)

o Miglioramento dei profitti delle imprese cedute +5p di MON +4p di ROI

o Produttività del lavoro:+50% investimenti -5%

o Ha contribuito ad aumentare la competizione estera nel settore di servizi finanziari

La seconda ristrutturazione (17 seconda parte ), la produzione snella : origine e introduzione in Italia (20)

In questo periodo si era sviluppato a livello internazionale un ripensamento delle strutture produttive

tradizionalmente basate sul modello americano della produzione di massa e dell’organizzazione scientifica del

lavoro(fordismo) crisi del fordismo, si sviluppa il toyotismo (da Toyota, fondatore della produzione snella)

il MIT, nel 1989, con I risultati ottenuti dallo studio della produttività industriale, aveva confermato che la perdita di

competitività e gli insuccessi erano sintomi di un malessere generalizzato e sistematico.

31

Le critiche al sistema riguardavano:

 l’incapacità di incorporare prontamente il progresso tecnologico, anche perché il focus era sulla

massimizzazione del profitto nel breve periodo

 L’inerzia ai livelli più elevati del management

 Il carattere antagonistico dei rapporti tra lo stesso management e la forza lavoro

 Mancanza di una visione dei problemi nel lungo periodo che si focalizzasse sulla ricerca, la qualità dei prodotti

e il collegamento stretto dell’impresa con I potenziali clienti.

Il declino degli Stati Uniti fu addebitato all’inadeguatezza del sistema di produzione di massa che generava un flusso di

prodotti poco costosi, ma poco differenziati, che aveva tolto spazio alla tradizione artigianale e all’organizzazione del

lavoro non gerarchizzata e che consentiva la diretta partecipazione degli operai qualificati alle decisioni sulla

produzione. A fronte del concetto fordista della produzione di massa, si imponeva un nuovo modello, messo a punto

dai giapponesi, basato sulla produzione flessibile e sulla forza lavoro considerata risorsa strategica.

In realtà la produzione snella era stata messa a punto dai giapponesi della Toyota verso la fine degli anni 50 come

alternativa alla produzione di massa (Toyota production system), fu così chiamata perchè rispetto al modello

americano si focalizzava su tutte le risorse e dava importanza al talento dei singoli.

I motivi che spinsero I giapponesi verso una nuova tecnica furono la limitatezza del mercato interno pur con domanda

diversificata, l’atteggiamento di una forza lavoro poco propensa ad essere usata impersonalmente nei processi della

produzione di massa, la sua forza contrattuale che riduceva la possibilità di licenziamento, la scarsa disponibilità di

capitali e la forte competizione a livello internazionale.

La rigidità del lavoro è dimostrata dalla garanzia dell’impiego a vita che ebbe origine da una grave crisi della Toyota

risolta con l’allontanamento del presidente della società, il licenziamento di un 1/4 della forza lavoro contro la

concessione al residuo personale dell’impiego a vita unitamente a programmi di miglioramenti salariali legati

all’anzianità e non al tipo di lavoro svolto.

In Italia questi metodi di produzione erano già impliciti nell’organizzazione dei distretti industriali, e in parte erano

stati recepiti nella prima ristrutturazione. Essi furono definitivamente introdotti nella grande industriale in occasione

della ristrutturazione degli anni 90.

L’esempio guida fu la Fiat che attuò un rinnovamento organizzativo e tecnologico attraverso una spinta al processo di

automatizzazione degli impianti e introducendo la fabbrica integrata quale applicazione delle tecniche giapponesi

della produzione snella(lean production). La struttura produttiva della Fiat fu progressivamente delocalizzata

selezionando ubicazioni a costi più convenienti in Italia e all’estero. In Italia furono scelte due città meridionali (Melfi e

Pratola Serra) mentre all’estero, I principali investimenti furono invece localizzati in Paesi in via di sviluppo, tra cui

Polonia Brasile e Argentina. Per effetto di ciò le spese per nuovi capitali fissi raggiunsero un nuovo record e furono

finanziate con smobilizzi di attività non prioritarie e con il collocamento sul mercato di un rilevante aumento di

capitale.

Il gruppo Olivetti invece aveva subito un grave deterioramento nel settore dei personal computer dove aveva perduto

la leadership a favore di produttori dotati di maggiore propensione all’innovazione.

Il mercato presentò un radicale mutamento dando origine ad una notevole frammentazione e rendendo superata

l’organizzazione produttive integrata verticalmente e spingendo verso la specializzazione. Il gruppo Olivetti preferì

abbandonare la manifattura indirizzandosi verso il settore delle telecomunicazioni. Omnia e Infostrada acquistarono

una posizione di primo piano a seguito della liberalizzazione del mercato e nel 1999 il gruppo cederà anche questa

aziende alla Mannersmann per reperire le risorse necessarie al takeover delle Telecom Italia. Quanto agli aumenti di

capitale, la borsa rappresentò un’utile risorse per la raccolta dei nuovi mezzi. L’effetto delle politiche fu un ulteriore

sviluppo della produttività.

Il testo unico della finanza:

Venne introdotto nel 1998 e rappresenta una revisione normativa dei mercati finanziari e delle norme societarie, con

lo scopo di costituire un sistema finanziario in grado di stimolare offerta e domanda di investimento diretto nelle

imprese e promuovendo una cultura delle public company.

32

Per quanto riguarda I mercati, ci fu un cambiamento dell’assetto istituzionale da un sistema in cui I mercati erano

caratterizzati dall’intervento dell’autorità di settore in tutte le fasi dell’organizzazione,regolazione e funzionamento,

ad un sistema privatistico che assegna le competenze operative ad apposite società dotate di autonomia

regolamentare e di gestione.

In materia societaria il testo unico é intervenuto in 3 aree:

 La disciplina del rapporto tra società e mercatosi è tentato di raggiungere un compromesso tra stabilità nel

controllo societario e contendibilità quale garanzia del ricambio dei manager inefficienti

 Il governo societario delle imprese quotateil legislatore ha dato importanza al capitale di rischio, con

l’obiettivo di istituire un sistema di governo societario che garantisse la tutela degli azionisti di minoranza,

conservando un grado di concentrazione e di stabilità della proprietà.

Le principali disposizioni sono state:

-OPA: conferma dell’obbligo di promuoverla ogni volta che un nuovo acquirente superi una data soglia(30%

del capitale ordinario), quale strumento a tutela della facoltà di exit delle minoranze in caso di mutamento

del gruppo di comando

-pubblicità delle partecipazioni rilevanti e delle partecipazioni reciproche

-Patti parasociali:maggiore trasparenza degli stessi aggiungendo alla comunicazione alla consob e alla

pubblicità sui giornali il deposito presso il registro delle imprese. Inoltre gli azionisti che intendono aderire ad

un’OPA obbligatoria possono recedere dai patti stipulati senza preavviso.

-minoranze e collegio sindacale, uno o più sindacati debbono essere eletti dalla minoranza e le minoranza

che rappresentano almeno il 10% del capitale possono esperire l’azione di responsabilità contro

amministratori, sindaci e direttori generali

-deleghe di voto:libertá di delega, viene anche consentita la raccolta di deleghe da parte delle associazioni

degli azionisti

 La repressione dell’uso distorto delle informazioni

L’obiettivo principale di una corporate governance é quello di massimizzare il valore degli azionisti e degli

stakerlhoders in un orizzonte temporale di lungo periodo. Il testo unico rappresenta lo strumento attraverso il quale si

è cercato di evitare che le grandi imprese da privatizzare(ENEL, ENI, Telecom Italia) ricadessero sotto il controllo dei

gruppi già dominanti.

In realtà, le nuove norme, volte a favorire l’impresa ad azionariato diffuso, hanno fallito.

Tutt’oggi il fenomeno dell’impresa ad azionariato diffuso resta nel nostro paese molto raro.

Le riforme aumentano la veridicità dei bilanci (Riforma spa nel 1974) (30)

Negli anni Settanta segnarono l’inizio di un processo di modernizzazione e di maggiore trasparenza che vide dapprima

la riforma tributaria (1971) e la mini-riforma delle società attraverso la legge 216 del 1974.

La riforma tributaria comportò innovazioni profonde. Innanzitutto venne introdotta la l’IVA, che sostituì l’imposta

generale sull’entrata (IGE). La differenza era consistente: l’IGE colpiva le merci ad ogni passaggio, quindi era

conveniente ridurre il numero di passaggi integrando, dando anche la possibilità di sfruttare economie di scala. Inoltre

permetteva l’evasione perché era possibile nascondere fatture a debito per evitare di farne a credito. Con l’iva invece

occorre registrare le fatture a debito se si vuole recuperare l’imposta anticipata ai fornitori. Con l’introduzione dell’IVA

veniva ridotta l’evasione, o eliminata nei rapporti con società aventi una certa struttura organizzativa. Si riduceva così

la possibilità di fatturare in nero e quindi anche il grado di falsità dei bilanci.

Dal 1 gennaio del 1974 entrarono in vigore anche le imposte dirette sul reddito:

 l’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef),

 delle persone giuridiche (Irpeg)

 l’imposta locale sui redditi (Ilor). 33

Dovevano essere calcolati dal dichiarante e versati entro la data di presentazione della dichiarazione annuale e cioè

entro la data di presentazione annuale, ovvero entro un mese dall’approvazione del bilancio.

Come già visto, in precedenza le imposte sul reddito venivano pagate sulla base di concordati con gli uffici finanziari. Si

evidenzia una doppia falsità: la sottovalutazione del reddito e la mancata previsione degli oneri tributari di

competenza. Se ne pagavano poche e con molti anni di ritardo.

La legge 216 del 1974 (chiamata anche “miniriforma”) invece:

 istituì la commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) con funzioni di elaborazione e controllo

delle informazioni societarie (vigilanza sul mercato mobiliare)

 rafforzò notevolmente il valore informativo del bilancio delle società.

Le novità furono:

 obbligo di produrre informazioni sul gruppo: definizione delle società controllate e collegate

 di produrre in allegato l’elenco delle partecipazioni e copia dei bilanci delle controllate e dati sulle collegate,

 contenuto minimo del conto economico con divieto di compensazioni,

 maggiore analiticità della relazione sulla gestione degli amministratori,

 venne corretto il contenuto del rapporto annuale delle società (bilancio), costituito ora da sp, ce e relazione

degli amministratori (in precedenza era solo sp).

 Furono vietati gli incroci azionari tra le società (indipendentemente dal fatto che fossero quotate)

 Per le società quotate fu anche introdotto l’obbligo di controllo contabile da parte di società di revisione

indipendenti

Con la legge 216 viene corretto l’errore (originale) di considerare bilancio solo lo stato patrimoniale. D’ora in poi:

Rapporto annuale = Stato patrimoniale + conto economico + relazione + allegati

Nel 1982 le società quotate sono obbligate a redigere il bilancio consolidato. Con l’apparire dei bilanci consolidati

tornò in evidenza una questione: non vi era concordanza tra i conti del gruppo e quelli della capogruppo, in alcuni casi

la differenza era abissale. Si cominciò quindi a considerare come più attendibile il bilancio consolidato, accettando

come verità formale quella dei conti divergenti della sola capogruppo.

I segreti della nuova razza padrona (31)

Nel 1974 Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani pubblicarono un libro sul capitalismo italiano “Razza padrona”

analizzandone:

 Struttura finanziaria

 Struttura di governance.

Questo libro analizza il fenomeno capitalistico sotto l’aspetto: a) dei mezzi finanziari coinvolti, b) dei modi di acquisirli

e gestirli e c) delle motivazioni sociali e politiche.

L’analisi critica, si basava sulla contrapposizione di:

- Borghesia imprenditoriale: simboleggiata dai gruppi Agnelli (Fiat) e Pirelli, basava i suoi comportamenti

sull’obiettivo del profitto e quindi la produzione era orientata alla efficienza (si punta al profitto attraverso

l’efficienza);

- Borghesia di Stato: non era rappresentata da forze proprietarie che puntavano all’arricchimento attraverso il

profitto industriale, bensì da forze (la nuova razza padrona) che avevano come obiettivo il potere; la struttura

industriale e l’attività economica rappresentavano un mezzo per esercitare potere politico. Ne era il simbolo

la Montedison di Eugenio Cefis, che nacque dal maggior produttore elettrico, Edison, desideroso di trovare

nuova vita nel settore chimico, e dalla più importante impresa chimica, la Montecatini, ricca di brevetti e

know-how, ma dissestata dal lato organizzativo e debole commercialmente; oppure il gruppo chimico Sir di

Rovelli. 34

Scalfari e Turani nella loro opera aiutarono a comprendere la struttura finanziaria dei gruppi capitalistici più

importanti, analizzandone i bilanci e illustrando la dinamica degli assetti proprietari prima e dopo la nazionalizzazione

elettrica. Vennero in particolare sottolineate: la limitatezza del management che aveva gestito Montedison, le vicende

del ’68, che portarono Eni (di Cefis) ad assumere la posizione di maggiore azionista attraverso il rastrellamento delle

azioni in borsa di Montedison e a stabilire Cefis alla guida di Montedison, e ai seguenti patti di sindacato che

limitarono il potere dei soci pubblici bilanciandolo con quello dei soci privati scelti dal nuovo presidente. Il nuovo ceto

aveva poi gestito la riorganizzazione di Montedison addossandone gli oneri allo stato.

Gli effetti della razza padrona erano: il restringimento dell’area di libero mercato e crescita dell’area sovvenzionata, si

tornava così a ciò che aveva segnalato Grifone, definendola tara: l’indebitamento alto misura la dipendenza

dell’apparato produttivo da quello finanziario.

Dal lato dell’informazione al pubblico i debiti costituivano un problema solo se visti nel contesto di gruppo. Secondo

l’indagine di Alzona: a 50 società era stato intestato un centro petrolchimico della Sir a Porto Torres, il finanziamento

era avvenuto a debito 100% da Istituto Mobiliare Italiano che tuttavia non si curava di ottenere e valutare i resoconti. I

mutui, di piccoli importi ma di grande numero, vennero stipulati con istituti di credito speciale a controllo pubblico.

(Non è chiaro il significato di questa ultima parte pag.75)

Nasce e si sviluppa l’analisi di bilancio

Fino agli anni settanta gli analisti di bilancio costituivano una categoria professionale interna alle banche dove

curavano i profili di rischio dei clienti finanziari. Il loro lavoro restava quindi limitato. Unica eccezione era la sasip che

pubblicava il Taccuino e le analisi di borsa che forniva ai quotidiani. Con gli anni settanta si produssero alcuni

cambiamenti che portarono ad una vera rivoluzione. Le tappe furono l’avvio per iniziativa di Mediobanca di una

società specializzata in analisi societarie e la costituzione di un vero e proprio organismo professionale degli analisti

per iniziativa della Sasip. Tuttavia le informazioni sì preziose, ma amorfe, in quanto il Taccuino seguiva la linea delle

relazioni di bilancio, mentre le pubblicazioni di Mediobanca erano prive di ogni commento, dato che poteva essere

controproducente emettere giudizi su potenziali clienti.

Nel 1970 Mediobanca fondò la Ricerche e Studi (R&S), un’entità separata, in forma di S.p.A. Le ricerche seguivano i

filoni degli studi della borsa, sui problemi di alcuni settori industriali e sulle principali società per azioni quotate dal

punto di vista dell’organizzazione produttiva, della struttura finanziaria e delle prospettive economiche. La governance

di R&S era costruita su un comitato tecnico-scientifico con il compito di approvare i programmi e gli studi da

pubblicare, costituito da personalità di alto livello, esterne alla banca per assicurare la totale indipendenza di giudizio

della R&S. Il prodotto su cui maggiormente si puntava erano gli studi societari (notices) in cui si mettevano in evidenza

punti di forza e di debolezza. Nel 1973 il programma venne poi sospeso poiché le notices non riscuotevano attenzione

dei principali destinatari: agenti di cambio, operatori bancari e investitori in genere. Dal 1976 le analisi di bilancio sono

pubblicate nell’Annuario R&S il cui contenuto informativo è fortemente innovativo e si avvale della collaborazione dei

gruppi esaminati

L’opera costituì una rottura nel panorama dell’informazione finanziaria. In primo luogo perché collocava ogni società

non veniva considerata a sé stante, ma a livello di gruppo, con bilanci aggregati predisposti autonomamente dagli

analisti di R&S che spesso ottenevano la collaborazione delle stesse società analizzate. In secondo luogo, studi che

inquadravano la posizione di mercato della società, la struttura produttiva, la dinamica della forza lavoro, quella dei

prezzi e delle materie prime. R&S forniva anche una tabella esplicativa dei flussi finanziari e il dettaglio dei debiti a

lunga scadenza. Vi era anche il dettaglio dell’azionariato. Nelle prime uscite venne evidenziata con scalpore l’assetto

della CorSera in cui figurava la Rothschild Bank di Zurigo, e l’aumento dei prezzi della Montedison in un periodo di

blocco dei listini.

Aumenta la trasparenza

L’associazione degli analisti finanziari fu promossa da un gruppo di persone che avevano formato un e vero e proprio

sodalizio e che vedevano nella maggiore trasparenza del mercato un elemento di progresso della nostra borsa e

soprattutto la speranza di un suo rafforzamento in termini di volumi di affari. I personaggi che vi partecipavano

35

univano l’esperienza delle operazioni di borsa alla capacità di analizzare le dinamiche di mercato e costituivano un

gruppetto che si staccava nettamente dal contesto in cui essi operavano. L’associazione italiana degli analisti

finanziari, AIAF, nacque il 25 gennaio 1971 nello studio milanese del notaio guasti da 21 persone che in dieci anni

divennero 200. Vi facevano parte consulenti d’investimento, commercialisti, studi privati, agenti di cambio. L’aiaf

promosse gruppi di lavoro per operare in sintonia con analisti esteri attraverso la federazione europea. Gli argomenti

riguardavano i modi di sviluppo dell’analisi fondamentale e di quella tecnica, l’analisi dei corsi, quindi

prevalentemente nell’ambito formativo. La prima opera meritoria fu quella di divulgare regolarmente i fattori di

rettifica dei corsi azionari, ovvero i coefficienti che occorreva usare per rendere omogenea una serie temporale di

prezzi delle azioni a seguito dell’esecuzione di aumenti di capitale. Venivano pubblicati su Sole 24 ore e crearono uno

standard.

Gli esiti felici della prima ristrutturazione industriale produssero sul finire del 1979 un rialzo dei prezzi di borsa. Il

movimento degli analisti si consolidò sviluppandosi con forza tra la fine del 1978 e la fine del 1981 quando l’indice dei

prezzi delle azioni raddoppiò.

Le maggiori informazioni disposte dalla legge n.216 del 1974 avevano favorito una discreta fioritura di fonti

informative sulla finanza d’impresa. Iniziative pure di grande rilievo portarono alla costituzione di banche dati

specializzate nei bilanci delle società di capitali. Le camere di commercio promossero nel 1974 la costituzione di una

società di informatica, Cerved Spa specializzata nella gestione, elaborazione e distribuzione di banche di dati societari

dapprima nel veneto e poi in tutta Italia. Nel 1995 venne scissa in due aziende, la più importante divenne Infocamere,

che aveva il ruolo di gestire il registro delle imprese; l’altra azienda riprese la denominazione Cerved, e in essa furono

concentrate le attività a più diretto contatto con il mercato.

Una seconda iniziativa riguardò la costituzione nel 1983 della società centrale dei bilanci ad opera di Banca di Italia,

della associazione bancaria italiana e di numerosi istituti di credito. Questa costituì un archivio elettronico dei bilanci

riclassificati delle società italiane attraverso il contributo delle banche aderenti e degli analisti interni. Nel 1995

assunse una partecipazione della nuova Cerved e da tale anno furono utilizzati anche i dati che la stessa elaborava

tramite la controllata Pitagora. L’attività principale della centrale dei bilanci è stata la realizzazione di banche dati per

il sistema bancario: archivio, consolidati, gruppi. Vennero anche realizzati sistemi informatici per il trattamento dei

bilanci, corsi di formazione e sistemi di scoring e rating interno. Tra le attività secondarie, venne avviata l’elaborazione

di dati aggregati di un insieme chiuso di società sul genere dei dati cumulativi curati da Mediobanca. Nel 2002 la

centrale dei bilanci assunse il controllo della Cerved. Nel 2005 assunsero il controllo della Databank, azienda

specializzata in banche dati e studi di settore, che aveva nel 1986 acquistato dalla Sasip le attività di servizi redazionali

borsistico-finanziari e nelle edizioni specializzate in documentazione finanziaria.

Una nuova categoria di professionisti: i revisori

La revisione contabile era presente in Italia già prima dell’ultima guerra, nel dopoguerra vi fu un qualche sviluppo, ma

molto limitato e promosso da imprese estere. Nel 1961 Mediobanca costituì la prima società a controllo italiano, la

Reconta, in un settore dominato a livello mondiale da otto grandi compagnie anglosassoni. Lo sviluppo vero e proprio

ci fu a partire dalla legge 216 del 1974 che istituì la Consob e il d.p.r 136 del 1975 che regolamentò la materia.

Elemento caratterizzante del cambiamento, fu l’affidamento della certificazione ad un insieme di professionisti

indipendenti rispetto all’impresa e ciò sia perché erano esterni, sia perché non erano legati ai gruppi di controllo.

L’obbligo del bilancio certificato ebbe risultato di produrre un miglioramento della info finanziaria, non da ultimo

attraverso la statuizione dei principi contabili di generale accettazione. ottimo perché bilancio è documento con cui

azienda si presenta al mondo!

In relazione all’obbligo di certificazione del bilancio emerse il tema dell’indipendenza dei revisori che si intrecciò con il

bisogno di garantirsi fonti di ricavo a fronte delle dimensioni raggiunte in termini di personale e dalla possibilità di

nuovi guadagni derivabili da consulenze e altri servizi offerti ai clienti. Ciò comportò la trasformazione dei revisori da

gruppi di professionisti a società multinazionali di natura professionale con strutture e conseguenti esigenze

paragonabili a quelle dei clienti serviti. Emerse così esigenza di regole di professionalità e di capacità nel mantenere

36

autonomia rispetto a clienti spesso determinanti ai fini dei propri bilanci: vi era esigenza che chi controlla i conti fosse

indipendente e che revisore non dipendesse in misura importante da chi gli conferisce l’incarico. Vi è però un

problema logico: l’incarico viene conferito e grava sui conti della stessa impresa mandante. Il lavoro del revisore si

articola su tre fasi: l’esame dell’efficacia del sistema di controllo interno, l’esame a sondaggio dei fatti gestionali, la

verifica del bilancio.

Italia Oggi sfida Il Sole 24 Ore (32)

La fase borsistica spumeggiante degli anni 80 attirò attenzione degli investitori, italiani ed esteri, e del pubblico sulla

borsa e le società quotate.

È sull’emergere di una domanda di maggiore informazione finanziaria che nel 1986 nacquero iniziative editoriali, tra

cui un nuovo quotidiano economico, “Italia Oggi” che si pose obiettivo di contendere la leadership del Sole 24 ore.

L’innovazione era innanzitutto:

- Assetto proprietario: indipendente e non dominato da potentati politici o economici. La società editrice

Finedit 2000, faceva capo ad Ipsoa di Pietro Angeli e Francesco Zuzic, e a Guido Accornero, imprenditore

torinese

- Indirizzo strategico: il giornale stava dalla parte delle imprese ma non degli imprenditori. Fino a quel

momento i giornali erano schierati (con le grandi famiglie imprenditoriali) per quanto riguarda l’informazione

economica, erano tutti in mano ai venditori e nessuno da quelli dei compratori.

Il giornali era costituito da quattro dorsi staccati e trattavano attualità, leggi fisco e pensioni, finanza tecnologia e

management, tabelle di borsa e dei mercati. In prima pagina vi erano cifre che indicavano sinteticamente la tendenza

dei mercati ed una storia del giorno (idea derivata dal Wall street Journal, così come la carta bianca, diversa dal rosino

del Sole). Infine il giornale contava su due centri studi: studi giuridici e l’altro che si occupava di studi economici e

finanziari.

Il nuovo giornale fu molto critico verso gli imprenditori e ciò non favorì la raccolta pubblicitaria. Ad esempio rese nota

il declassamento di Montedison da parte di Merril Lynch, oppure fece slittare la quotazione della Merloni avendo

messo in evidenza le troppe ombre contenute nel prospetto informativo, infine interferì nell’operazione della Fiat di

collocare proprie azioni in Libia.

La storia di questo giornale finì in fretta non per mancanza di valore ma per mancanza di fondi. Il 17/10/87 il direttore

Marco Borsa si dimette. La società passò per varie vicissitudini fino al 1991 anno in cui la testata Italia oggi passò alla

Class editori di Paolo Panerai e Finedit 2000 posta in liquidazione. La Class aveva come target classe dirigente italiana e

come tema di fondo il denaro, così Italia Oggi andò ad integrare l’offerta informativa con tematiche di diritto e fisco.

Condottieri e capitani di sventura (33)

Da anni 70 a 90: scompare il cartello degli elettrici e manager imprese pubbliche e public companies attirano

attenzione (Razza padrona); rinascimento dell’industria italiana che seppe ritrovare efficienza da una situa di grande

dissesto, anche grazie a investimento estero; lo stato di grazia dura poco e ci fu nuova caduta di redditività e

autofinanziamento attenzione nuovamente a errori di alcune imprese valutabili grazie a maggior trasparenza

contributo di Marco Borsa e Luca di Biase con “Capitani di sventura”

Il volume richiamava gli errori dei grandi industriali, in un periodo in cui la politica andava allo sfacelo. I protagonisti

del racconto erano gli Agnelli, i De Benedetti, i Gardini, i Romiti e i Ferruzzi che hanno contribuito alla caduta di

immagine e competitività dell’economia italiana all’estero, non salvando le aziende come hanno fatto negli anni 80 e

dando credito ai sindacati e ai partiti, ovvero al sistema che poi verrà criticato. Silvio Berlusconi viene lasciato fuori

dalla critica perché controllante dell’editrice di Borsa. Non venivano solo mostrati errori ma che i motivi che li avevano

prodotti e il filo conduttore nella natura del loro potere. I capitani di sventura avevano legami preferenziali con

politica e pubblica amministrazione per cui sono i primi a ricevere aiuto e protezione quando le cose vanno male.

37

Il libro da tre immagini:

- 1977: prevalevano i debiti per sir, liquigas e monti, gravi problemi per Olivetti, fiat e Pirelli e Montedison. La

borsa era in ribasso

- 1986 immagine molto diversa: Olivetti, fiat e Pirelli sono risanate da fondi comuni di investimento, la borsa

era ai massimi livelli internazionali, sistema trasparente e competitivo

- 1992: si torna a debiti e perdite, rispuntati aiuti pubblici e borsa ai minimi. Da stalle a stelle e poi di nuovo

stalle.

Il giudizio è che situazione di crisi è dovuta a responsabilità dei controllanti, gestiscono male, sono deboli. Le strutture

societarie sono proprietà famigliari di tipo feudale che subordinano interessi aziendali o generali ai personali.

Si evidenzia la mancanza di un mercato socialmente ed economicamente regolato che ha favorito un capitalismo

rapace e speculativo. La soluzione suggerita è privatizzare i privati. Il libro fu accolto malamente: non ci furono

recensioni, vennero comperate tutte le copie disponibili da certi signori “a cui era spiaciuto il libro” (cit. recensione

giornalista Franco Morgani). Il libro non venne ristampato. Solo ora fa comparsa fra i libri usati.

Direttive comunitarie sui bilanci e riorganizzazione dei mercati finanziari (36)

Gli anni novanta si sono distinti per l’ondata liberista di stampo americano:

 liberalizzazione del mercato interno

 introduzione della moneta unica.

Vengono emanate due direttive sui bilanci: la prima 660 del 1978 che riguardava la determinazione dei documenti

componenti il bilancio ovvero sp, conto profitti e perdite e nota integrativa che specificava le singole voci, infine la

relazione sulla gestione; la direttiva inoltre prescriveva il contenuto minio dello sp e ce. La seconda 349 del 1983 che

riguardava i conti consolidati che dovevano essere assoggettati a revisione contabile e dovevano essere resi pubblici.

Le direttive vengono recepite con il d.l. 127 del 1991:

 cancellano l’obbligo di produrre in allegato i bilanci delle controllate;

 riducono la lista delle partecipazioni alle sole controllate e collegate

 introdotto bilancio in forma abbreviata per le imprese minori

Nei bilanci comunitari si evidenziano almeno due errori:

1) le azioni proprie e crediti verso soci per versamenti ancora dovuti sono classificate come attività, invece che

poste negative

2) gli attivi sono classificati in base alla scadenza in immobilizzazioni e circolante ma non i passivi;

3) Immobilizzi materiali: non obbligatorio il lordo, ma sufficienti al netto degli ammortamenti

4) Partecipazioni in collegate: per la 216 del 1974 :10% o 5% se quotate, per la direttiva comunitaria il doppio

persa trasparenza in Italia perché tanti piccoli pacchetti erano in sindacati di controllo

Nel 2005 vennero emanati i nuovi principi contabili Ias/Ifrs adottati dall’Ue. L’adozione è stata concepita in un mondo

globalizzato per permettere confrontabilità di bilanci e corretta collocazione dei capitali. Negli Usa si usano gli US

GAAP.

Con i principi Ias si è abbandonato l’approccio prudenziale, introducendo il criterio del fair value (valore corrente) che

adegua le consistenze ai valori correnti; ne deriva una maggiore volatilità dei risultati d’esercizio e delle consistenze

patrimoniali. Inoltre il bilancio della capogruppo resta peraltro quello soggetto all’approvazione dell’assemblea dei

soci e da depositare nel registro delle imprese insieme con i conti consolidati.

I principi si applicano a società quotate, banche, assicurazioni. È facoltativa per altre categorie.

38

Le innovazioni tecniche favoriscono l’informazione

Un’evoluzione ha riguardato l’informazione finanziaria sulle società quotate in borsa. È stata influenzata dai

provvedimenti della consob (contenuti bilancio e info da diffondere in assemblea azionisti) e dalle trasformazioni del

mercato borsistico mutamenti organizzativi dei mercati:

 superamento struttura frammentata con introduzione nuovo operatore Società di Intermediazione Mobiliare

(SIM), titolare di prestare servizi di intermediazione

 superamento contrattazione alle grida attraverso supporti informatici

Altra evoluzione fu istituzione del registro delle imprese presso le Camere di Commercio, attraverso tecniche

informatiche veniva garantita la tempestività di informazione su tutto il territorio nazionale, consentendo il rilascio di

documenti a chiunque lo richieda. In precedenza bisognava per chiedere i bilanci bisognava andare presso i tribunali

della città della sede legale dell’impresa. Cambiamento avvenuto tra il 93 e il 96.

Una governance che viene dall’estero

Tutte queste novità si sono sposate con aumento di spessore del mercato finanziario a seguito delle privatizzazioni del

1992 e la messa a disposizione di informazioni sempre più tempestività dando alla finanza un assetto di governance

sempre più liberalizzato. Questo nuovo assetto proviene dai mercati anglosassoni ed era sostenuto da banche

internazionali.

Questo cambiamento ha portato l’ottica di valutazione dall’analisi fondamentale al mondo delle stime e delle

previsioni di breve periodo portando con sé anche un nuovo tipo di governance in base alla quale le operazioni

dell’emissione di titoli è retta sostanzialmente dall’azione coordinata di diversi soggetti: le società di revisione che

certificano la correttezza dell’applicazione dei principi, le società di rating che assegnano un merito creditizio, gli

analisti che elaborano previsioni sugli andamenti del valore di mercato dei titoli, le banche che si incarino del loro

collocamento, gli investitori. L’ottica di breve periodo stimola la creatività dei soggetti che sono al centro della catena

descritta, i cui interessi in tutta evidenza colludono. E la collusione deriva dai modi in cui quei soggetti vengono

remunerati: i revisori vengono pagati dalle società, le agenzie dagli stessi emittenti di titoli, gli analisti sono in forza

delle banche che fanno profitti dai tioli che vendono.

Il mutamento è avvenuto nella categoria degli analisti finanziari. L’abbandono dello studio accurato dei fondamentali

ha favorito la produzione di elaborati dai quali fosse possibile trarre valutazioni precise grazie a modelli matematici.

Questo ha comportato abbandono di bilanci consuntivi. Gli analisti si basano su informazioni che vengono dai dirigenti

dell’azienda emittente. Esempio: tra il 1998 e il 2003 gli analisti italiani hanno prodotto 23k di report, la redazione di

questi report non ha scopo di migliorare informazione della società bensì quello di sostenere operazioni di

collocamento spesso è l’azione dell’analista che produce il segno della variazione del corso perché si cerca di

assicurare guadagni alla divisione di investment banking della banca di cui fa parte l’analista. Negli usa ci fu scontro fra

10 maggiori banche di investimento e regolatori del mercato. Accordo fu:

1. Cessazione rapporti fra analisti e servizi di investimento e ridefinizione dei parametri per i compensi

2. Obbligo a rendere disponibili studi prodotti

3. Sanzioni complessive per1,4 miliardi

Questo global settlement aiutò a separare i servizi di ricerca dal business ma non lo risolse del tutto, permangono

conflitti d’interesse: le principali società di ricerca indipendente sono quelle stesse che offrono il rating agli emittenti

di titoli i quali sono poi collocati dal solito gruppo di grandi banche.

Come si calcola la ricchezza creata

- Si confronta il rendimento di un attivo (es. azione) con il costo del capitale necessario ad acquisirlo

- Rendimento dell’azione = plus/minus + dividendi incassati nel periodo di tempo

- Costo del capitale impiegato nell’acquisto = rendimento di un investimento free risk maggiorato di un

compenso (premio) per il rischio (empiricamente fissato in 3-6 punti percentuali)

39

- La ricchezza si crea se il rendimento supera il costo, si distrugge nel caso contrario

Enron e Parmalat (35)

Vi furono tre occasioni di fallimento della nuova governance dei mercati finanziari fondata su analisti, revisori e

agenzie di rating:

a. lo scandalo Enron negli usa nel 2001,

b. lo scandalo Parmalat in Italia nel 2003,

c. la crisi finanziaria mondiale nel 2007

Il primo fu il primo grande campanello d’allarme. Avvenne tra ottobre e novembre 2001 quando la società energetica

americana dovette registrare correzioni al ribasso agli utili e al patrimonio netto dichiarati nei suoi bilanci,

regolarmente certificati dalla maggior società di revisione Arthur Andersen. Emersero attività collusive in operazioni

finanziarie tra i dirigenti della società che cercavano di lucrare sulle stock options attraverso società non consolidate

nel gruppo (stratagemmi architettati dai consulenti di jp morgan e citigroup) e favorite dai revisori della Arthur.

Nel bilancio ufficiale i debiti erano 10,2 miliardi, dallo scandalo emersero debiti per 29 miliardi e altri 10,7 miliardi di

dollari impegnati. Enron dichiarò bancarotta. Nel 2002 fu la volta della WorldCom, società di telecomunicazioni:

avevano sopravvalutato utili. Tutti questi casi segnalano un problema nella struttura della governance del mercato: la

sec, i revisori, le banche e gli analisti.

In Italia abbiamo avute qualche avvisaglia con casi di Fabbri Editore e con default Cirio.

La Parmalat ha pubblicato fino al 2002 bilanci falsificati. È stato appurato un deficit di capitale di oltre 13 miliardi a

fronte dei 2,3 miliardi di capitale e riserve che figuravano nell’ultimo bilancio consolidato ufficiale certificato da

Deloitte. All’attivo un fondo di liquidità per 3,4 miliardi, totalmente inventato. Al passivo 6,3 miliardi di debiti quando

in realtà erano 13,7 ed emissioni obbligazionarie per 7 miliardi che erano nei portafogli degli italiani spinti dal rating di

Standard e Poor’s. A febbraio 2003 alle prime avvisaglie il rating era stato confermato con aspettative in

miglioramento, a settembre Parmalat ha collocato sul mercato tramite Deutsche Bank un prestito obbligazionario, il

rating venne ritoccato solo all’ultimo momento prima del precipitare della crisi. Tutti gli analisti erano sul buy fino a

novembre 2003, mese della crisi.

I casi di Enron e Parmalat misero a nudo le crepe e la fallacità di un assetto di governance basato

sull’autoregolamentazione di fede anglosassone. Una fallacità che si è ripetuta in occasione della recente crisi

finanziaria quando i primi responsabili dei dissesti bancari sono stati individuati nelle grandi banche di investimento

che hanno prima inventato e poi diffuso nei portafogli degli investitori istituzionali di tutto il mondo titoli complicati

sui quali le società di rating hanno solo ammesso una imperizia di valutazione. Ma occorre tornare alla

contrapposizione tra analisi fondamentale ed analisi tecnica, tra la realtà dei consuntivi accertati e l’evanescenza delle

previsioni rilasciate al mercato degli investitori. Come è stato possibile non accorgersi delle anomalie di Enron e

Parmalat ad esempio?

Per effetto di manipolazioni dei bilanci:

- gonfiando il patrimonio; una delle principali ragioni emerge dalle operazioni di fusione e acquisizione:

occorre selezionare un’impresa target adatta alla fusione e saper valutare il suo prezzo di acquisto avendo la

ragionevole certezza che i costi dell’operazione saranno ripagati dall’entità accresciuta. Comprando

un’impresa si compra prevalentemente il suo avviamento, la sua capacità di generare reddito. Secondo gli

IAS/IFRS non è assoggettabile ad ammortamento salvo nel momento in cui ci sia una caduta dei flussi che

erano serviti per pagare quel plus pagato al venditore. I dirigenti tuttavia non svaluteranno mai, in quanto

sarebbe mostrare errori nel proprio operato si può gonfiare il patrimonio e gli utili dichiarati, distribuendo

un maggior dividendo miglior rating e quindi altra possibilità di debito. Nella recente crisi è stato verificato

che nessuno degli indicatori predisposti dalle istituzioni ha avuto funzioni di allerta, l’unico indicatore era il

rapporto debito patrimonio netto intangibile;

- cancellando i debiti, gli schemi civilistici possono essere contraddetti da una ricostruzione ad hoc presentata

nella relazione degli amministratori o nelle note integrative. Prima della regolamentazione del 42 le società

40

compensavano il debito con poste attive, ricostruendo così una posizione netta. La questione riapparve negli

anni 80: la Ferruzzi contestò pubblicamente i report di R&S costruiti secondo una “logica ufficiale”.

È evidente che il termine posizione finanziaria non equivale a debiti finanziari e non ha una grande

significatività in quanto si mescolano poste con diverse scadenza temporale e differente natura, costituite da

aggregati di imprese diverse. Il window dressing (l’abbellimento del situazione finanziaria) non era solo una

pratica italiana: negli usa ancora prima dei debiti, le maggiori premure riguardavano i mezzi per assicurare

cospicue remunerazione i ai manager esaltando i risultati della loro opera. Invece che arginare il fenomeno di

oscuramento del debito, nel 2006 la consob obbliga le società quotate a descrivere nelle note integrative

l’ammontare della posizione finanziaria netta riportando il dettaglio delle sue principali componenti e

l’indicazione delle posizioni di debito e di credito verso parti correlate consentendo anche la compensazione

La creazione di valore

La maggior quantità di informazioni sulla vita delle grandi imprese ha fatto sì che i maggiori interpreti dei cambiamenti

fossero non solo i consueti studiosi specializzati ma sempre più i pubblicisti, collaboratori della stampa quotidiana.

Uno dei temi prediletti era la creazione della massimizzazione del valore per gli azionisti nel 2003 Massimo

Mucchetti pubblicò il libro “Licenziare i padroni?” Basato sullo studio dei bilanci delle principali società, avendo

raccolto tantissime testimonianze. L’analisi si focalizzò sulla misura della creazione di valore, concetto di base della

nuova governance finanziaria introdotta anche in Italia quale frutto del neoliberismo degli anni novanta. Il punto

cruciale era: tenuto conto dei flussi finanziari che le imprese hanno attivato, il loro valore di mercato è aumentato

oppure no? Se vi è stato un aumento, vi è stato un plus rispetto al rendimento dei titoli privi di rischio? Vennero presi

in esame 12 gruppi fra l’86 e il 2001. 6 avevano creato valore, 6 lo avevano distrutto. I primi 6 erano Telecom, ENI,

Enel, Fininvest, Luxottica e Benetton le imprese di successo o erano ancora dello stato, o gestivano servizi con

monopolio, oppure erano protagonisti nuovi che non avevano molto in comune con classica grande impresa italiana. I

6 che hanno distrutto valore sono fiat, Olivetti, Montedison, Finmeccanica, Pirelli e Italcementi; ovvero la grande

manifattura del miracolo economico degli anni 50. La morale delle nuove regole della finanza liberale portava ad

attribuire una valenza molto bassa al nostro capitalismo privato.

La conclusione di questo capitolo è che dunque l’informazione finanziaria è migliorata notevolmente in senso

quantitativo ma indebolita dalla comunicazione finanziaria diretta. L’aspetto preoccupante è la deformazione del

segnale all’origine ad opera della stessa fonte ufficiale che tende a condizionare tutti gli utilizzatori. Parliamo di

sottovalutazione del debito principalmente. Siamo tornati alle origini bisogna essere specialisti per avere info

rilevanti prima si procedeva al buio, ora siamo rimasti accecati dalla sorgente stessa.

L’euro (34)

Dall’1 Gennaio 1999 l’euro è divenuto la moneta unica di un’area che ha raggruppato inizialmente 12 paesi dell’EU

continentale, poi saliti a 19. La prima proposta era iniziata nel 1962 e ha assunto natura definitiva con il trattato di

Maastricht del 1992. Nel 1999 sono stati fissati i tassi di cambio delle valute dei paesi partecipanti e la politica

monetaria è stata condotta in maniera unitaria fondandosi sulla Banca Centrale Europea. La creazione di un’area

monetaria rappresenta di per sé un indubbio vantaggio. Nella prima fase dell’unione monetaria si è verificata una

rapida convergenza dei tassi di interesse, ottima per noi che abbiamo un forte debito pubblico. L’utilità è stata elevata

per le imprese perché hanno visto ridursi il costo del denaro beneficiando di un mercato di capitali più ampio.

Aspetti sfavorevoli:

- Poca attenzione ai profili congiunturali quando essi richiedevano di sostenere la ripresa freno nello

sviluppo dell’eurozona mercato più fluido ma poco dinamico rispetto alle altre aree sviluppate

- Aumento competizione interno UE e paesi emergenti a basso costo che ha portato due effetti:

o Upgrade produzione

o Opportunità ridurre il costo della produzione delocalizzando alcune fasi o interi processi

41

Accanto agli effetti reali ci sono anche quelli finanziari, infatti la finanza ha preso sempre più importanza. I mercati

sono più fluidi, tanti operatori nuovi e strumenti non sempre virtuosi. La deregolamentazione del settore finanziario

ha comportato lesioni gravi ai meccanismi di governance delle imprese provocando crisi del 2007. L’industria ha visto

da un lato la scomparsa e indebolimento di imprese, dall’altro trasferimento capacità in paesi attraverso processi di

internazionalizzazione. Nostra economia distinta per evoluzione importante delle imprese di dimensione intermedia,

prevalentemente distrettuali caratterizzate dal fatto di poter sfruttare nuove opportunità della globalizzazione

mantenendo una quota determinante delle proprie strutture.

Globalizzazione e vittime eccellenti

I gruppi pubblici sopravvissuti hanno riguadagnato una posizione di preminenza sia in termini dimensionali, sia di

solidità finanziaria e di capacità espansiva.

Vediamo che dalle più importanti industrie private sono scomparse prima Olivetti e poi la Montedison.

- Olivetti: non fu in grado di recuperare eccellenza produttiva nel nuovo mondo globalizzato, uscì dalla

manifattura nel 1997 con cessione attività pc. Dopo la fusione del 1999 con Telecom, scomparve nel 2003.

- Montedison: dopo il passaggio al gruppo Ferruzzi del 1986, l’originaria attività chimica e farmaceutica venne

smobilizzata; 1989 le attività di base trasferite all’Enimont; nel 1993 fu la volta delle principali produzioni

farmaceutiche, nel 1994 attività poliolefine trasferite alla Montell, 1997 cedute toalmente alla Shell.

Montedison, subendo takeover di fiat e EdF venne alleggerita da tutte le attività estranee all’energia e

ceduta a EdF.

- Parmalat: cresciuta attraverso acquisizioni in Italia negli anni 90, naufragò sulle falsificazioni contabili

sollevando scandalo dimensioni planetarie.

- Luxottica: unico gruppo in ascesa attraverso acquisizioni

- Fiat: ha sofferto. In alleanza con EdF (Francia) effettua un takeover ostile della Montedison. La situazione era

critica: aveva debito 3 volte più grande del patrimonio netto tangibile. Tra 2001 e 2004 perdite costanti. Fiat

ripresa tra 2005 e 2006 da buon management. Fiat era caduta da 5 posto nell’Automotive nell’89 al 25 nel

2007.

Tutte queste operazioni avvennero con debito, contribuì ad indebolire situazione già critica di per sé.

Le vicende hanno condotto ad una anomalia italiana nel considerare le grandi imprese. I tratti del capitalismo italiano:

- Presenza di assetti a controllo familiare, in genere non sostenuti da alleanze con enti finanziari;

- Bassa presenza nei settori ad alta tecnologia

Questo si traduce in un minor livello di produttività, il modello infatti si basa su bassi costi anziché sul valore dei beni

prodotti.

In questo quadro Fiat, ha puntato a ottenere risorse pubbliche rilevando negli Usa un produttore dissestato e

realizzando integrazione alla ricerca di maggiori volumi produttivi. Inoltre ha puntato a selezionare paesi sulla base del

carico fiscale trasferendo la sede a Londra e Olanda, ha spostato anche i centri decisionali.

Distretti, medie imprese e Quarto capitalismo (21) 

Il declino delle grandi imprese ha favorito l’emersione di un modello di impresa Quando i capitali sono scarsi ma vi

è ambiente imprenditoriale, emergono coloro che sanno innovare producendo idee a basso consumo di finanza.

Giorgio Fuà arrivò alla conclusione che per un paese come l’Italia a sviluppo ritardato una struttura più accentrata

poteva non essere un punto di passaggio obbligato sulla strada del progresso. Si promuoveva invece una

industrializzazione diffusa e le aree di riferimento erano quelle del nord est e del centro.

 Modello NEC: “basato su imprese autoctone, prevalentemente piccole, ampiamente diffuse sul territorio,

intimamente collegate con l’ambiente della campagna e delle piccole e medie città”. (il modello prosperava dove

erano sviluppate grandi energie imprenditoriali”). Fuà immaginava due fasi di sviluppo:

1. Tipica dei paesi arretrati, le imprese stanno sul mercato grazie a bassi costi del salario, poche imposte e

nessun vincolo sull’uso del lavoro e sul rispetto dell’ambiente

42


PAGINE

48

PESO

1.96 MB

PUBBLICATO

5 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in management per l'impresa (MILANO - ROMA)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alessandra.94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica delle Società per azioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Fumi Gianpiero.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia economica delle società per azioni

Storia delle Spa
Appunto
Storia economica (storia delle società per azioni), 1 parziale
Appunto
Apppunti di Metodologie 2 (bilancio consolidato e analisi di bilancio) + temi d'esame svolti
Appunto
sunti Marketing Business to Business, prof. Tunisini
Appunto