Storia economica
Capitolo 3: Crescita e trasformazione delle economie
La misurazione della crescita economica
La definizione di crescita economica moderna fa riferimento alla quantità di beni prodotta da un paese. Essa è calcolabile sommando il valore aggiunto da ciascuno stadio di lavorazione dei beni (differenza fra il valore del prodotto finito e quello delle materie prime). Tale cifra è pari alla somma dei costi dei fattori impiegati:
- Gli interessi per il capitale;
- I salari per il lavoro;
- Le rendite per la terra.
In poche parole la crescita=reddito; è però necessario tenere conto della necessità degli ammortamenti, del commercio con l’estero o alcune caratteristiche dei processi produttivi. Le unità di misura utilizzate per misurare la crescita sono il PIL (prodotto interno lordo):
- Quantità dei beni prodotta all’interno delle frontiere al lordo degli ammortamenti;
- La somma dei valori aggiunti dei vari settori produttivi.
PNN (Prodotto nazionale netto):
- La quantità dei beni prodotti dai cittadini di un paese dedotti i necessari ammortamenti e le imposte dirette.
Fra il confronto del reddito di vari paesi sembrerebbe sufficiente convertire i dati espressi nella valuta di ciascun paese in quella di un solo paese, ma tale sistema tende a sottovalutare il livello dei redditi dei paesi più poveri. Al fine di effettuare un confronto esatto è necessario l’uso di un tasso di cambio speciale (Purchasing Power Parity) che rappresenti il reale potere d’acquisto delle varie monete, misurato su un insieme comune di beni e servizi. I redditi pro capite in dollari USA calcolati in questo modo dalla Banca Mondiale nel caso dei paesi classificati a basso reddito risultano 4/4,5 più elevati. Ma le misure della contabilità nazionale presentano due difetti:
- Tendono a nascondere le performance delle aree guida dei processi di crescita;
- Nella definizione di benessere trascurano i costi ambientali e umani della crescita economica.
Ma nonostante tutti i loro difetti le serie della contabilità nazionale rimangono un indice abbastanza significativo. Gli anni 1950-73 emergono come il periodo d’oro, mentre il periodo 1913-50 spicca come quello di crescita più lento.
Modelli di crescita e performance per paese
Nel lungo periodo la crescita è stata simile in 5 paesi su 7, fatta eccezione solo per l’Inghilterra ed il Giappone. La performance giapponese è stata indubbiamente eccezionale, tanto che per un certo periodo degli anni '80 il paese è divenuto in Occidente qualcosa fra l’incubo ed il modello da imitare. Al contrario, la Gran Bretagna ha perso la posizione di leader mondiale che aveva acquistato con la rivoluzione industriale. Alcuni sostengono che la Gran Bretagna avrebbe potuto mantenere la sua posizione se l’industria non fosse rimasta attaccata alla specializzazione tradizionale.
Affermare che un paese leader debba inevitabilmente crescere meno di altri più arretrati equivale ad affermare che nel lungo periodo i redditi pro-capite di tutti i paesi devono convergere su livelli simili. Gli economisti neoclassici per spiegare le ragioni della convergenza hanno posto l’accento sul differente rapporto capitale/lavoro:
- Tanto è in crescita la dotazione di capitale per addetto, tanto più è in crescita la produttività e quindi il reddito pro-capite;
- Ma tale incremento non può essere indefinito per via della legge dei rendimenti marginali decrescenti.
Quindi ceteris paribus cresce più nei paesi arretrati, o il tasso di crescita è inversamente proporzionale al livello iniziale di reddito. Parecchi modelli (New Growth Economy) hanno cercato di modificare tale assunzione, spiegando il progresso tecnico. Esso è considerato il risultato di una serie di investimenti da parte delle imprese in ricerca o in acquisizione di nuove tecnologie all’estero. In breve, il tasso di crescita dipende dalla dotazione di quello che è convenzionalmente chiamato capitale umano. Tali ipotesi sembra trovare conferma con la ricostruzione di Maddison: egli infatti sostiene che in ciascun periodo storico è individuabile un paese leader in termini di tecnologie. Un altro fondamentale contributo è stato dato da Alexander Ghershenknor che ha sottolineato l’importanza delle condizioni di partenza e delle capacità di assorbimento della tecnologia.
Cicli e fluttuazioni
È fondamentale sottolineare che la crescita non è un processo lineare. Molti economisti hanno sostenuto l’esistenza di cicli economici di durata variabile:
- Joseph Kitchin - quaranta mesi;
- Clement Juglar - nove anni;
- Simon Kuznets - venti anni;
- Nikolai Kondratieff - cinquanta anni.
In realtà però la durata e l’intensità dei cicli non sembra obbedire a un pattern costante nel tempo. Tale constatazione ha suggerito un’interpretazione completamente diversa: come adeguamento delle economie ad una serie di shock casuali. Ma nonostante le innumerevoli analisi effettuate la teoria non è in grado di spiegare le fluttuazioni cicliche.
È possibile avere un’idea dell’ampiezza delle fluttuazioni considerando le variazioni percentuali del PIL. Esse dimostrano che, contrariamente a quanto affermato, il ciclo nei paesi avanzati ha interessato i tassi di crescita molto più che i livelli assoluti di reddito. Le crisi sono relativamente rare, riduzione del tasso di crescita.
Le trasformazioni strutturali
Non tutti i casi di incremento del reddito pro-capite costituiscono una crescita economica moderna nel senso di Kuznets. Un livello permanentemente maggiore del reddito e una crescita continua implicano anche vari cambiamenti strutturali dell’economia. Alcuni usano per marcare tale distinzione il termine sviluppo in opposizione a quello di crescita.
Il cambiamento più evidente riguarda l’occupazione totale e la sua distribuzione per settori. In tutti i paesi il tasso di attività risulta in aumento per l’incremento del tasso di attività femminile, mentre quello maschile è rimasto stabile. Il tasso di attività dipende da molti fattori: il tipo di lavoro, la distribuzione per età della popolazione e il tasso di scolarizzazione. Invece il tasso di attività per le donne è aumentato perché è cambiato il loro ruolo.
Lo schema fu proposto dall’economista inglese Clark. “La crescita determina un calo assoluto e relativo del settore primario, a favore di quello secondario e terziario”. Tale processo è diventato sinonimo di crescita economica moderna.
Emerge però che la stilizzazione di Clark, basata sul caso britannico è solo in parte valida. La crescita economica moderna ha indubbiamente calato le dimensioni dell’agricoltura ma il processo ha avuto ritmi diversi. In altre parole, il declino dell’agricoltura è stato più rapido quanto più la crescita è stata precoce. Nei paesi late comers il processo è stato tanto più lento per gli effetti della concorrenza dei manufatti dei paesi industrializzati. Il trasferimento della manodopera verso l’industria e i servizi può aver contribuito direttamente all’incremento del reddito, se la produttività del lavoro era maggiore in tali settori che in agricoltura.
La crescita economica moderna è stata accompagnata da molti altri cambiamenti. Gli economisti hanno dimostrato che l’incremento del reddito pro-capite determina un calo della fertilità, del tasso di natalità e di mortalità, una crescita della percentuale di popolazione urbana, dell’alfabetismo e del tasso di scolarizzazione ed un incremento del grado di apertura al commercio internazionale. Kuznets ha ipotizzato che nelle fasi iniziali la diseguaglianza aumentasse per poi calare oltre un certo livello di sviluppo. Tale movimento sarebbe stato determinato principalmente dal trasferimento intersettoriale della manodopera.
Capitolo 6: Moneta e credito
Moneta, credito e sviluppo economico
Moneta e credito sono istituzioni inscindibili in un’economia di mercato che contempli lo sviluppo di lungo periodo. La creazione di credito costituisce un’offerta di mezzi di pagamento che influisce sull’andamento dell’economia reale. Nel tempo si imperniò la graduale sostituzione della moneta metallica con moneta fiduciaria la cui offerta elastica consente di avere una migliore regolazione della liquidità dei sistemi economici.
L’esistenza e la natura della moneta dipendono dalla natura e dalle concrete modalità di funzionamento dei mercati reali. Le informazioni limitate producono incertezza e asimmetrie nella posizione dei soggetti impegnati nelle transazioni. La moneta ha tre funzioni fondamentali:
- È un mezzo di pagamento con pieno potere liberatorio, permettendo così di ridurre i costi di transazione connessi alle imperfezioni dei mercati.
- Misura il valore, in quanto tale si rapporta il valore di ogni merce espresso in termini di prezzo.
- Riserva di valore; in quanto tale conserva nel tempo e nello spazio potere d’acquisto.
La definizione di un mezzo di pagamento accettato trova due soluzioni:
- Nelle economie pre-industriali (ancien régime) venne adottato un oggetto merce, le monete d’oro o d’argento di cui le autorità garantivano la corrispondenza tra il valore facciale e il valore intrinseco.
- Nelle economie moderne si afferma progressivamente un’autorità esterna (banca centrale o tesoro) che emetta moneta cartacea, priva di valore intrinseco, il cui valore si fonda sulla legge e sull’autorità riconosciuta all’autorità emittente.
L’ultimo rapporto tra l’offerta di moneta e l’attività bancaria fu colto dell’economista inglese William Petty quando suggerì di fondare una banca, ovvero un organismo capace di accrescere circolante mediante la creazione di credito. Secondo Keynes le economie monetarie e creditizie consentono di superare la disponibilità di risorse attuali, stimolando la formazione di risparmio e anticipando potere d’acquisto mediante la creazione di mezzi di pagamento. La moneta ed il credito sono, allo stesso tempo, fattori e risultato dell’economia reale. Pertanto la creazione di credito e la disponibilità di moneta incidono sia sui singoli cicli economici sia sulla possibilità di sviluppo di medio-lungo periodo. La moneta non è un elemento neutrale rispetto alle attività produttive. Essa permette di introdurre nel sistema economico:
- Rigore allocativo e anti-inflazionistico;
- Meccanismi di governo della liquidità nelle fasi di deflazione e di crisi dei mercati reali.
La monetizzazione segue la crescita della complessità e dell’articolazione delle economie sviluppate. L’aumento della specializzazione e della divisione del lavoro impone l’adozione di mezzi di pagamento che forniscano adeguate informazioni su soggetti che non conoscono la rispettiva solvibilità. La moneta ottimale deve essere correlata all’ampiezza degli scambi e ai gradi disomogenei di informazione esistenti. L’evoluzione dei mezzi e dei sistemi di pagamento costituisce una parte dell’evoluzione dei sistemi finanziari. Ma giocano un ruolo altrettanto preponderante le istituzioni. La necessità di dare vita a forme moderne di prelievo fiscale, per evitare crisi del debito sovrano, portò con sé la messa al bando delle vecchie forme feudali di imposizione; queste vennero sostituite da una fiscalità permanente e, per quanto, possibile commisurata con le possibilità di contribuzione della popolazione. Il completamento del processo di ammodernamento si realizzò dopo la conclusione della guerra dei trent’anni, che segnò l’affermazione dello jus territorii, superando di fatto il diritto imperiale sovranazionale. I sistemi finanziari possono considerarsi moderni quando dispongono di:
- Una rete di pagamenti ordinata in termini di fluidità e regolarità delle operazioni;
- Mercati finanziari relativamente ampi per volumi, frequenza e intensità delle transazioni.
L’affermazione delle economie monetarie tra 500 e 600 fu legata a tre fenomeni paralleli:
- L’espansione e l’incremento numerico dei centri urbani;
- La specializzazione produttiva delle aree rurali;
- La crescita qualitativa e quantitativa dei traffici mercantili.
La commercializzazione crescente estese l’impiego della moneta ed il ricorso a strumenti di credito con cui poter dilazionare i tempi di pagamento. L’approdo alla stabilità monetaria fu conseguito dopo due cicli secolari di:
- Inflazione: nel 500 (la rivoluzione dei prezzi);
- Deflazione: nel 600 e in parte del 700.
Tra il 600 e il 700 si affermarono tre ambiti di circolazione monetaria:
- Commerci a lunga distanza, basati sulla moneta aurea;
- Gli scambi regionali e locali, realizzati con monete d’argento;
- I commerci minuti, per i quali si utilizzavano monete di rame.
L’offerta di moneta metallica era tuttavia anelastica poiché dipendeva dalle produzioni minerarie. Sotto la pressione della domanda espressa si diffusero mezzi di pagamento fiduciari: lettere di cambio, assegni, girate. La stabilizzazione monetaria del XVIII e del XIX secolo fu correlata:
- Con l’espansione di mezzi di pagamento fiduciari, più che con l’espansione della massa metallica;
- Con la progressiva razionalizzazione dei criteri di emissione e gestione dei debiti pubblici.
L’emissione di titoli di stato trasferibili e, quindi, negoziabili favorì la creazione di un mercato internazionale dei capitali che aveva i suoi centri nelle borse di Londra e Amsterdam e successivamente Parigi e New York. La formazione di complessi sistemi bancari avviò un mutamento nella definizione dello stock di moneta. La mutata struttura dell’offerta di credito produsse una contestuale modificazione nella quantità e nella composizione dell’offerta globale di moneta. Secondo Milton Friedman l’offerta di moneta complessiva è composta da:
- M1 = le passività della banca centrale e i depositi a vista;
- M2 = M1 + tutti i tipi di deposito;
- M3 = M2 + i titoli di stato a breve scadenza.
Tra l’età napoleonica e la prima guerra mondiale:
- Banconote e depositi a vista resero secondaria l’offerta di moneta metallica;
- Lo sviluppo ricevette il sostegno dei nuovi aggregati monetari;
- La modificazione dell’offerta di moneta fu accompagnata dall’acquisizione di capacità e di regolazione del sistema.
Nascita e ruolo della banca centrale
La diffusione di moneta fiduciaria all’interno delle maggiori economie europee tra 700 e 800 pose la necessità di istituzioni che preservassero la fiducia nella moneta quale riserva del valore. Le prime banche di emissione europee vennero create per emettere banconote e gestire una parte del debito pubblico. Le maggiori banche centrali, acquisirono gradualmente gli strumenti operativi essenziali della politica monetaria:
- Tasso ufficiale di sconto;
- La gestione delle riserve;
- Le operazioni di mercato aperto in titoli di Stato;
- Alcuni strumenti amministrativi per il controllo delle istituzioni creditizie.
La trasformazione delle banche di emissione in banche centrali si colloca all’interno di un complesso processo che non segue traiettorie lineari e mostra una pluralità di percorsi nazionali. La banca centrale assolve:
- Funzioni macroeconomiche connesse all’offerta di moneta (che si andarono precisando in Gran Bretagna e Francia durante la prima metà dell’Ottocento);
- Funzioni microeconomiche di garanzia della stabilità (che emersero in seguito, dopo ripetute crisi di fiducia che si verificarono nel corso della seconda metà del secolo).
Crisi dopo crisi le banche centrali assunsero pian piano il compito di prestatori di ultima istanza (lender of last resort) a favore dei rispettivi sistemi bancari:
- Attraverso operazioni di salvataggio mirate;
- Il riscontro generalizzato.
La formazione di banche centrali che non solo gestissero l’offerta di moneta ma che assicurassero anche stabilità sistematica si collegò alla strutturazione di complessi e articolati sistemi bancari nelle economie sviluppate. Inoltre le manovre della banca centrale, devono essere effettuate secondo discrezionalità e non secondo regole meccaniche:
- Assolvono una funzione di stabilizzazione dei cicli economici;
- La banca centrale assume il ruolo di “razionalità collettiva” dei mercati.
L’istituzione banca centrale si forma nell’ultimo terzo dell’Ottocento sulla scorta dell’esperienza che le principali banche di emissione europee trassero dalle crisi finanziarie. La banca d’Inghilterra fu costituita nel 1694 come società con personalità giuridica autonoma in risposta alle esigenze di raccolta immediata di risorse di cui la corona necessitava per finanziare la guerra. La BANCA D’INGHILTERRA fu imposta delle necessità finanziarie della corona alla quale gli azionisti fornirono un credito in contanti di 1,2 milioni di sterline. Essa ottenne la custodia esclusiva dei fondi di cassa del governo. Nei primi decenni dovette fronteggiare l’ostilità di alcuni gruppi concorrenti (compagnie delle Indie orientali) e solo nel 1742 acquisì il monopolio di emissione di banconote e divenne un lender of last resort alla metà dell’Ottocento:
- Il BANK CHARTER ACT del 1844 regolamentò l’emissione di nuova moneta, decretando che la banca:
- Avrebbe emesso banconote in relazione diretta con la disponibilità presso i suoi depositi di risorse auree;
- In caso di crisi fiduciaria avrebbe potuto aumentare il quantitativo di moneta circolante, ottenendo la garanzia ulteriore.
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