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Il factory system si diffuse in alcune nazioni europee sorretto dalla politica

mercantilistica, ma frequentemente gestito direttamente dallo Stato.

La manifattura creò solo alcune condizioni della forma capitalistica

d'impresa. Il lavoro, infatti, era svolto con metodi ancora di tipo artigianale,

non sempre era salariato e le attrezzature e gli strumenti esistenti non

consentivano una produzione finalizzata al consumo di massa.

Quando la rivoluzione industriale decretò la proprietà privata dei mezzi di

produzione, la diffusione della meccanizzazione e del rapporto salariale, e

permise l'inizio del processo di massificazione dei beni, la transizione dalla

protofabbrica alla fabbrica poteva considerarsi conclusa.

L'esigenza di mandopera disponibile a basso costo causò una sempre

maggiore libertà del lavoro attraverso lo scardinamento del sistema

corporativo, fino all'ampliamento dell'economia di mercato e

all'affermazione della divisione del lavoro.

Ma fu l'affermazione della libertà che caratterizzerà il capitalismo

attraverso la libera concorrenza, il rifiuto dell'intervento dello Stato

nell'economia, la tutela della proprietà privata, l'uso non vincolato dei

fattori di produzione.

La "scuola classica" si assumerà il compito di dare forma compiuta e

riferimento teorico al capitalismo come sistema economico.

Il concetto di libertà trovò la sua massima espressione nella filosofia

giusnaturalistica e utilitaristica, incentrata sul principio dell'ordine naturale:

il mondo materiale è governato da leggi che si posso scoprire, ma non

modificare.

L'interesse individuale è conforme a quello generale, perciò il diritto

positivo deve uniformarsi al diritto naturale.

Quest'ultimo fu il fulcro della dottrina fisiocratica, la quale individuò nella

terra l'origine del prodotto netto; il surplus era la differenza tra la

produzione agricola totale e le spese sostenute per ottenerla. Quanto

necessario alla sussistenza dei lavoratori era inferiore a quanto raccolto.

Il principio dell'ordine naturale divenne il vessillo della scuola classica

contro il mercantilismo.

La legge degli sbocchi di Say permette di sintetizzare gli automatismi del

pensiero liberale. Essa sostiene che l'offerta crea sempre la propria

domanda: quanto maggiori sono la produttività e l'impiego dei fattori della

produzione, tanto maggiore sarà l'offerta di beni sul mercato; poichè ogni

fattore riceverà, per il suo utilizzò, un reddito monetario, sotto forma di

profitto, interesse, rendita e salario, si genererà una domanda sufficiente

all'acquisto di tutti i beni prodotti. Ciò implica che non ci sarà capacità

produttiva inutilizzata, che l'economia funzionerà al suo massimo livello, e

che potranno verificarsi crisi generalizzate di sovrapproduzione.

Il sistema dei prezzi garantisce sempre l'equilibrio del mercato.

A differenza dei fisiocratici, Smith indica la fonte della ricchezza nel lavoro

produttivo, cioè quello capace di generare un surplus e impiegato nella

fabbricazione di beni materiali. Non avevano tali caratteristiche, a suo

giudizio, le attività oggi definite terziarie o di servizio.

Il grado di produttività del lavoro era determinato dall'aumento della

divisione del lavoro stesso.

Qualche decennio più tardi, Ricardo, con la sua teoria dei costi comparati,

dimostrò i benefici, che potevano derivare dalla divisione internazionale del

lavoro, a Paesi diversi: due nazioni potevano scambiare i loro prodotti con

reciproco vantaggio se ciascuna si fosse specializzata nella produzione del

bene il cui costo relativo risultava minore.

La costruzione teorica, o meglio l'esaltazione, del capitalismo industriale

poteva ormai considerarsi compiuta. L'economia di mercato permetteva

sempre di raggiungere, nel lungo periodo, l'equilibrio del sistema.

Questo modello era ovviamente funzionale alle condizioni dell'Inghilterra

tra '700 e '800, nazione alla quale la rivoluzione industriale conferiva un

monopolia di fatto nel contesto dell'economia mondiale.

Il commercio internazionale, inoltre, relegava gli altri Paesi in un ruolo

subalterno. Essi esportavano derrate agricole e importavano prodotti

industriali. Ciò determinava una ragione di scambio favorevole

all'Inghilterra, anche quando il principio dei costi comparati risultava valido

per entrambe le nazioni contraenti e quando l'accresciuto aumento della

produttività permise la riduzione dei prezzi industriali.

I vantaggi comparati si concretizzarono nella realizzazione di un sempre

maggiore saggio di accumulazione e di un accelerato sviluppo. Proprio le

contraddizioni del capitalismo, però, nella sua configurazione dottrinaria e

nei suoi aspetti pragmatici, posero le premesse alla elaborazione

dell'economia marxiana e, in seguito, all'attuazione del sistema

collettivistico.

5- Il marxismo e le economie socialiste.

La teoria marxiana all'economia classica poggia, in gran parte, sulla teoria

del valore-lavoro elaborata da Smith e poi da Ricardo.

Come abbiamo osservato, i mercantilisti assimilarono la ricchezza alla

quantità di metalli preziosi acquisiti tramite il commercio. Lo scambio era la

fonte del profitto o surplus. Successivamente, i fisiocratici considerarono

l'agricoltura l'unico settore capace di formare un sovrappiù.

Smith ritenne che all'origine della ricchezza vi fosse il lavoro produttivo

applicato a tutti i settori che producono beni tangibili.

E' necessario definire i criteri che determinano il valore di tali merci. Smith

osservò che ciascun bene possiede un valore d'uso e un valore di scambio.

Nonostante il primo sia maggiormente necessario rispetto al secondo,

esistono merci che hanno un elevato valore d'uso e un basso valore di

scambio.

Sarà compito dei neoclassici di risolvere questa apparente contraddizione,

attribuendo alla rarità e alla utilità marginale il compito di "definire" il

valore di un bene, e spostando l'analisi economica sulle scelte soggettive

che determinano la domanda. Smith, al contrario, focalizzò la sua

attenzione sul valore di scambio.

In una società precapitalistica, il valore di un bene è misurato dalla quantità

di lavoro necessario alla sua fabbricazione. Più precisamente, un bene, per

la cui produzione sono occorse tre ore di lavoro, può "comandare"

(comprare) una merce che contiene ugualmente tre ore di lavoro. In

questo caso, quindi, non esiste alcun surplus, dato che il lavoro contenuto

(3 ore di lavoro) e il lavoro "comandato" (3 ore di lavoro) coincidono.

In una società capitalistica, al contrario, il valore non coincide più con il

lavoro impiegato in un bene, poichè esso dovrà remunerare anche gli altri

due fattori della produzione: terra (cui spetta la rendita) e capitale

(remunerato con il profitto).

Il capitale compra il maggior quantitativo possibile di lavoro, tale da poter

remunerare anche il profitto e la rendita. In una società capitalistica,

dunque, il lavoro incorporato in un prodotto è maggiore del lavoro

retribuito con il salario. Le variazioni nel compenso dei fattori di produzione

adegueranno il prezzo di mercato di una merce al suo prezzo naturale o

valore di scambio, che permette di remunerare salari, profitti e rendite ai

loro saggi medi di lungo periodo.

Ricardo formulò una diversa teoria del valore-lavoro, ed escluse la rendita

quale componente del valore di scambio.

L'incremento della popolazione, infatti, causava l'aumento della domanda

di derrate agricole. Era perciò necessario mettere a coltura nuove terre la

cui fertilità era via via minore e il cui costo di produzione,

conseguentemente, tendeva ad aumentare. Il prezzo di mercato delle

derrate è determinato dal costo del prodotto ottenuto sul terreno meno

fertile, che non consente alcun guadagno, ma la cui messa a coltura è

indispensabile per adeguare l'offerta al livello della domanda. Perciò, solo

gli appezzamenti più fertili godono di una rendita.

Ricardo dimostrò che il lavoro è la fonte del valore sua nelle società

precapitalistiche, che in quelle industrializzate.

Egli, infatti, assimilò il capitale al lavoro incorporato nei mezzi di

produzione. Questo lavoro indiretto, sommato al lavoro diretto è la misura

del valore di scambio di una merce. Il lavoro, passato e presente, quindi, è

l'unica componente del valore del prodotto.

Ricardo notò,però, che i beni che impiegavano proporzioni di lavoro diretto

superiori a quello indiretto erano soggetti all'aumento del saggio di salario

monetario e quindi del loro prezzo. Allo stesso modo, due merci che

contenevano la stessa quantità di lavoro diretto potevano avere prezzi

diversi.

In una società capitalistica, dunque, si poteva riscontrare una divergenza

tra il rapporto dei prezzi di due beni rispetto ai rapporti delle quantità di

lavoro diretto e indiretto che essi contenevano: una divergenza, quindi, tra

quantità di lavoro e valore del lavoro.

Su queste premesse Karl Marx costruì l'analisi del capitalismo e della sua

transizione al socialismo.

Per meglio comprendere l'approccio di Marx all'economia, è opportuno un

breve cenno alla sua filosofia politica.

Egli subì l'influenza del "metodo dialettico" di Hegel ( consistente

nell'individuazione dell'essenza del pensiero umano nell'esistenza delle

contraddizioni, nei conflitti in cui esse conducono, fino al loro superamento

con una "sintesi" degli elementi costitutivi delle contraddizioni stesse), il

quale negò l'immutabilità della natura umana.

Marx trasformò il metodo di Hegel e in parte lo trasferì all'economia,

giungendo al concetto di materialismo dialettico.

Ogni forma di produzione comporta determinati rapporti sociali. Marx

sostiene che lo scopo dell'economia è lo studio dei rapporti sociali di

produzione. Questi permettono il massimo utilizzo delle forze produttive,

fino al punto di diventare inadeguati all'espansione del sistema. Questa

contraddizione porterà alla loro modificazione e, perciò, al mutamento

della sovrastruttura attraverso una rivoluzione politica che integra

l'evoluzione precedente, crea una struttura appropriata al nuovo ordine

economico e permette alle forze produttive di trovare il loro ambito

naturale.

In tale contesto, Marx ritenne il capitalismo solo una fase storica dell'intero

processo di sviluppo, perchè caratterizzata da una contraddizione

fondamentale: da un lato, esso era organizzato sulla proprietà privata dei

mezzi di produzione, dall'altro, i suoi processi di produzione richiedevano

rapporti sociali di tipo cooperativo. Questa suddivisione tra capitale e

lavoro si sarebbe manifestata con la lotta di classe e con il passaggio a una

società socialista, caratterizzata dalla proprietà collettiva dei mezzi di

produzione e dalla socializzazione dei rapporti di produzione. Con lo studio

della contrapposizione tra capitale e lavoro, Marx riprenderà i problemi che

i fondatori della scuola classica avevano lasciato insoluti nell'analisi del

valore-lavoro e su questa costruirà la teoria del plusvalore, espressione

economica dello sfruttamento operaio.

Marx ritenne valida l'impostazione ricardiana del valore, fondata sulla

quantità di lavoro passato e presente incorporato in una merce e specificò

che il tempo di lavoro doveva essere socialmente necessario, ossia speso in

condizioni di produzione normale.

Questa esemplificazione riconduceva i diversi lavori concreti in lavoro

astratto e premetteva di superare il concetto di valore del lavoro: il lavoro

veniva assimilato ad una qualunque merce e come tale poteva essere

acquistato e venduto sul mercato. Se il valore di scambio di un prodotto

equivale al lavoro in esso contenuto, allora il valore di scambio di una data

quantità di tempo di lavoro, cioè il suo salario, deve essere uguale al

prodotto di quel lavoro.

Come spiegare che in una società capitalistica il valore di scambio del lavoro

è inferiore al prodotto del lavoro? Attraverso lo sfruttamento della classe

operaia da parte dei detentori di capitale, sfruttamento che Marx sintetizzò

nella teoria del plusvalore. Il capitalista, infatti, non acquista lavoro, ma

forza lavoro. Questa è remunerata al suo valore di scambio, che è

determinato dalla quantità di tempo di lavoro socialmente necessario a

produrre i beni indispensabili alla sua sussistenza e riproduzione. Ma la

forza lavoro può essere usata per un tempo superiore rispetto al tempo di

lavoro che essa costa. Il plusvalore è appunto la differenza tra il valore

d'uso e il valore di scambio della forza lavoro.

Il plusvalore, in sostanza, è la conseguenza della proprietà privata dei mezzi

di produzione e del sistema di lavoro salariato, ossia della divisione in classi

della società tra i detentori di capitale e il proletariato. Questa

contrapposizione condurrà il proletariato a rivoltarsi e a conquistare potere

politico, per creare una società socialista senza classi e incentrata sulla

proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Questo processo verrà

accelerato dalla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e dalle

crisi di sovrapproduzione. Marx elaborò un indice dello sfruttamento

operaio che chiamò saggio di plusvalore ( Plusvalore/ capitale variabile).

Poichè il capitalista non può appropiarsi del lavoro operaio oltre un certo

limite, egli aumenterà la produttività della manodopera tramite

l'introduzione della meccanizzazione. Ciò permetterà, a parità di giornata

lavorativa di 8 ore, di diminuire le 6 ore necessarie alla sussistenza e

riproduzione della forza lavoro, supponiamo a 5, e di ottenere, così, un'ora

di plusvalore relativo e, complessivamente, 3 ore di plusvalore totale.

L'acquisizione di plusvalore, dunque, avverrà sia direttamente, tramite

l'impiego di forza lavoro, sia indirettamente, aumentandone la produttività

mediante l'impiego di capitale costante. Perciò era importante avere un

indice del plusvalore ottenuto dall'utilizzo del capitale totale: il saggio di

profitto ( Plusvalore/ Capitale Fisso + Capitale Variabile). La interrelazione

tra queste variabili consente di esporre la legge della caduta tendenziale del

saggio di profitto e l'origine delle crisi di sovrapproduzione.

Supponiamo una situazione nella quale il plusvalore assoluto sottratto al

lavoratore sia massivo. L'unico modo di accrescere il plusvalore totale da

parte del capitalista sarà, allora, aumentare la composizione organica del

capitale (capitale fisso/capitale variabile) per incrementare la produttività

del lavoro.

Se ciò avviene, il saggio di profitto tende a diminuire.

Ancora una volta si manifesta la struttura contraddittoria del capitalismo:

l'aumento del saggio di plusvalore causa la caduta del saggio di profitto.

Marx portò alle estreme conseguenze una tendenza che era stata già

delineata da Smith e Ricardo. Il primo ne attribuiva la causa

all'accumulazione di capitale che accentuava la concorrenza, il secondo

all'incremento demografico che avrebbe accompagnato la crescita

dell'economia e provocato un aumento dei prezzi delle derrate. I più alti

salari reali pagati dagli imprenditori avrebbero ridotto i profitti a vantaggio

delle rendite.

Ancora più importante è il verificarsi di crisi di sovrapproduzione.

L'accelerata accumulazione di capitale sostitutivo di forza lavoro, da una

parte accresce l'esercito industriale di riserva (cioè i disoccupati), dall'altra

richiede l'ampliamento della scala di produzione e, quindi, maggiori

dimensioni medie delle imprese. Conseguentemente, l'attività economica si

accentra nell'ambito di un numero sempre più ristretto di capitalisti, con

l'espulsione dal mercato di quelli più deboli.

Si determina, così, una crisi di sovrapproduzione a causa dell'aumento

dell'offerta di beni, rispetto alla diminuzione del potere d'acquisto del

sistema. Questo squilibrio provoca la caduta dei prezzi, l'ulteriore

esplulsione dal mercato di un certo numero di imprese, l'espansione della

disoccupazione, la minore acquisizione di plusvalore. Marx riteneva che tali

crisi si sarebbero ripetute ciclicamente e con intensità crescente.

In conclusione, il capitalismo, nel suo evolversi, creava le condizioni e le

contraddizioni che ne avrebbero decretato la fine attraverso lo scontro di

classe tra detentori dei mezzi di produzione e lavoratori. La sintesi del

conflitto tra capitale e lavoro era rappresentata dal sistema economico

capitalistico a quello socialista collettivistico.

La critica più ovvia alle previsioni di Marx nasce proprio dalla storia.

Nelle nazioni capitalistiche, poi, l'affermazione dei sindacati ha contrastato

la tendenza all'impoverimento degli operai e ha difeso il potere d'acquisto

dei salari. Contemporaneamente, la diffusione del welfare state e di

adeguate legislazioni sociali, ha tutelato lo status e le condizioni di lavoro.

Inoltre, grazie all'enorme potenziale produttivo del capitalismo, i governi

hanno potuto traslare parte del reddito a soggetti, quali anziani,

disoccupati o emarginati, estranei o esterni al circuito produttivo.

Non può non essere riconosciuto a Marx, invece, di aver individuato

l'origine di fenomeni che hanno svolto un ruolo predominante

nell'evoluzione del capitalismo e che ne hanno rappresentato delle

incrinature, le quali hanno favorito, se non determinato, l'avvento della

stessa globalizzazione. Questa, infatti, nei suoi eccessi, ha in parte

cancellato i processi evolutivi descritti e conseguenti proprio

all'affermazione del capitalismo.

Agli albori di quella che numerosi studiosi hanno definito l'età dell'oro del

libero scambio e della prima globalizzazione, Marx ed Engels, nel Manifesto

del Partito Comunista del 1848, ne anticipavano i tratti essenziali.

"Con lo sfruttamento del mercato mondiale, la borghesia ha dato

un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutte le nazioni.

Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora oggi

vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove la

cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni

civili. Ai vecchi bisogni, subentrano nuovi bisogni, che per essere soddisfatti

esigono i prodotti dei Paesi e dei climi più lontani. All'antica autosufficienza

e all'antico isolamento subentra uno scambio universale,

un'interdipendenza universale tra le nazioni."

Questo passo certamente anticipa la futura diffusione delle multinazionali e

transnazionali e i processi di delocalizzazione di manodopera, tipici della

globalizzazione.

E' importante rilevare che nonostante l'elevato incremento della

manodopera impiegata sul mercato mondiale, la partecipazione dei salari al

reddito nazionale, invece di aumentare, sia diminuita dal 70 al 60 %, a

favore dei profitti e delle rendite. Questo significa che la globalizzazione, sia

se considerata per la crescita del commercio e della ricchezza mondiale, sia

se considerata a somma zero, perchè l'avanzo delle bilance dei pagamenti

di alcune nazioni corrispondono ai deficit di altre, ha comunque causato

una non equa redistribuzione del reddito pro capite all'interno delle

nazioni.

Alle ineguaglianze a livello globale e all'emarginazione appartiene anche

una dimensione ideologica che alimenta ostilità e conflitti; perciò, si deve

riconoscere l'esistenza di una relazione che merita di essere approfondita

tra povertà e violenza.

Ma lo stimolo maggiore alla rilettura di Marx deriva oggi dalla già accennata

riflessione sul processo di globalizzazione, nei suoi aspetti positivi e

negativi.

E questo anche perchè la diffusione dei debiti pubblici degli Stati ha dato

vita a un sistema di credito internazionale " secondo cui un popolo diventa

tanto più ricco, quanto più affonda nei debiti ".

La crisi dei debiti sovrani che colpisce attualmente la maggior parte dei

paesi dell' unione monetaria europea, a causa delle politiche del rigore

poste e imposte dalla Germania, appare un ulteriore motivo di rilettura

dell'opera di Marx.

E' pur vero, però, che tale rilettura può dare, comunque, solo

un'interpretazione parziale degli accadimenti contemporanei, soprattutto

perchè la più grave crisi di sovrapproduzione e di speculazione finanziaria

che l'economia contemporanea ricordi, cioè quella del '29, successivo alla

rivoluzione russa del '17 e all'avvento del sistema collettivistico in quella

nazione, non riuscì ad abbattere il capitalismo come previsto da Marx.

Anzi, i progressi teorici compiuti dalla scienza economica, contribuirono a

fornire la chiave di volta per la sopravvivenza e l'espansione del capitalismo

stesso. Tra i principali fautori di tali progressi, un posto di tutto rilievo

merita Keynes. La sintesi e, al tempo stesso, le differenze tra la crisi del '29

e quella attuale possono essere efficaciemente sintetizzate da una

riflessione, del premio nobel per l'economia Stiglitz :"Durante la Grande

depressione...Keynes formulò la propria teoria sulla disoccupazione

evidenziando quali fossero gli interventi che lo Stato poteva realizzare per

ripristinare la piena occupazione e per rimettere in moto la crescita...Ha

fatto più Keynes per salvare il sistema capitalistico che tutti i finanzieri pro

mercato messi insieme. La Grande Depressione sarebbe stata più lunga e

più grave e avrebbe creato l'esigenza di un'alternativa al capitalismo".

6-Crisi e rinascita del capitalismo.

La dottrina Marxiana aveva posto in discussione uno dei capisaldi su cui

poggiava il regime libero concorrenziale: la legge degli sbocchi, che

garantiva l'equilibrio del mercato grazie al principio che l'offerta crea

sempre la propria domanda. Essa presupponeva che tutto il reddito

percepito dall'impiego dei fattori della produzione fosse speso; escludeva,

conseguentemente, qualsiasi forma di tesaurizzazione e assegnava alla

moneta un ruolo di semplice intermediaria nelle transazioni.

Poichè nell'impostazione classica si supponeva il pieno impiego delle

risorse, un'eccedenza di determinate merci era possibile solo se una certà

quatità di queste risorse era disinvestita dalla produzione di altre merci.

Un'offerta superiore in alcuni settori era sempre compensata da un'offerta

inferiore in altri. Inoltre, poichè nei primi i prezzi diminuivano e nei secondi

aumentavano, gli imprenditori avevano convenienza a spostare i fattori

della produzione verso questi ultimi, causandone l'incremento dell'offerta

e, quindi, la riduzione dei prezzi: l'equilibrio si sarebbe così ristabilito nel

sistema economico nel suo complesso.

Questa legge, però, sembrava essere smentita dagli accadimenti ancor

prima della nascita di Marx: in Inghilterra, all'indomani delle guerre

napoleoniche, la sovrabbondanza di merci invendute e la diffusa

disoccupazione assunsero caratteri drammatici. L'eccedenza dell'offerta era

stata provocata dal calo della domanda di forniture militari, che aveva

assorbito gran parte della capacità produttiva dell'industria, e, con la

conversione di quest'ultima a scopi civili, dalla netta riduzione delle

esportazioni. I Paesi importatori, infatti, furono impossibilitati allo scambio

con l'Inghilterra dalla carestia del 1816-1817, che ne falcidiò il potere

d'acquisto.

In verità, tali difficoltà non erano causate dal fatto che l'Inghilterra

produceva troppo, ma dal fatto che altre nazioni producevano troppo poco.

La durata della recessione, tuttavia, e la sua intensità, mostrarono

l'inadeguatezza degli automatismi del mercato al rientro verso una

condizione di equilibrio.

Questi furono i motivi che spinsero Malthus a indagare sulle cause che

potevano condurre il capitalismo a una crisi di sovrapproduzione e a

proporne i rimedi. L'analisi di Malthus anticipò il lavoro di Keynes.

Quali sono le cause di una riduzione della capacità d'acquisto? I lavoratori

sono retribuiti con quanto necessario alla loro sussistenza e riproduzione; il

loro salario, allora, sarà tutto speso in beni di consumo e non vi sarà

margine per il risparmio.

Gli imprenditori, al contrario, per accumulare i capitali per l'investimento,

da una parte diminuiscono la domanda di beni di consumo, dall'altra,

impiegando detti capitali in capacità produttiva, aumentano l'offerta sul

mercato.

Questo squilibrio poteva essere superato, secondo Malthus, attraverso il

consumo alimentato dai lavoratori improduttivi: domestici, impiegati,

militari e altri, i quali non partecipavano al processo di produzione delle

merci, ma offrivano soltanto dei servizi. Questi lavoratori dovevano ricevere

dai ricchi la remunerazione alle prestazioni rese e, prevalentemente, dai

proprietari terrieri.

Perciò, Malthus individuò nella rendita la fonte del consumo improduttivo e

difese il ruolo sociale ed economico dei proprietari terrieri all'interno del

sistema capitalistico. Più in generale, egli ritenne che la domanda effettiva,

ossia necessaria ad assorbire l'offerta dei beni prodotti, poteva essere

sostenuta anche con quelle attività, quali la riparazione di strade o

l'attuazione di lavori pubblici.

Le somme per il loro finanziamento, infatti, potevano essere ottenute per

mezzo di un'imposta.

Il rapporto tra produzione e consumo fu studiato anche da De Sismondi per

spiegare le crisi di sovrapproduzione. La sua tesi può essere così

sintetizzata: in una società industrializzata, l'aumento del reddito degli

imprenditori rispetto a quello dei lavoratori, provoca un disuguale

accrescimento della domanda. La parte di quest'ultima che alimenta le

industrie che approvvigionano i lavoratori, non potrà incrementarsi in

proporzione alla capacità produttiva, poichè solo il reddito del capitalista

aumenta proporzionalmente alla produzione. L'altra parte della domanda,

rivolta alle industrie che fabbricano beni destinati ai capitalisti, sarà

insufficiente a compensare la prima; anzi, aggraverà ancor più la

sovrapproduzione. I rimendi che Sismondi proponeva erano il rifiuto del

"laissez faire", l'intervento dello Stato per attenuare le cause e gli effetti

delle crisi e il ritorno a una società formata da piccoli imprenditori che

riunivano capitale e lavoro.

Il principio dell'automatismo del mercato fondato sul regime della libera

concorrenza e le modalità con le quali il capitalismo era stato teorizzato al

suo sorgere andavano in quanche modo reinterpretati. Questo, d'altronde,

appariva più aderente alla realtà, non soltanto per il ripetersi di crisi di

diversa intensità, ma soprattutto, per la trasformazione della loro natura in

rapporto alla progressiva affermazione ed evoluzione degli elementi

costitutivi del capitalismo.

Nel 1873, il pagamento delle indennità di guerra da parte della Francia alla

Germania favorì la speculazione sui corsi dei valori industriali nelle Borse di

Vienna e Berlino, nonostante l'accelerato ridimensionamento della

produzione. Ridimensionamento che si registrò anche negli Stati Uniti, dove

la fabbricazione di beni manufatti durevoli subì un calo del 33 %.

In occasione di questa crisi, che coinvolgerà anche la Gran Bretagna,

costretta al ritiro dall'estero dei capitali liquidi in sterline e alla riduzione

delle sue esportazioni, fu coniato il termine "grande depressione", per

indicare la contemporanea caduta dei profitti, dell'occupazione, del

commercio internazionale e dei prezzi agricoli.

Tra la "grande depressione" e il "grande crollo" del '29, l'economia non

aveva fatto grandi progressi.

Dopo il 1870, gli studiosi marginalisti, o neoclassici, spostarono l'analisi

economica su problemi di teoria pura, tralasciando qualsiasi implicazione

storica sulla formazione e distribuzione della ricchezza in relazione alle

diverse classi sociali. La scarsità delle risorse e i comportamenti individuali

che riuscivano a ottimizzarne l'uso furono al centro della loro speculazione

intellettuale

Il rafforzarsi dei mercati, la stabilità del sistema monetario internazionale,

con il passaggio dal bimetallismo al monometallismo aureo, il gold

standard, l'intensificarsi del commercio estero dei singoli Paesi,

l'importanza assunta dalla Borsa e dal capitale finanziario sembravano

avvalorare i meccanismi della libera concorrenza e concretare il principio

del pieno impiego dei fattori della produzione. Questi meccanismi e principi

contenevano i postulati essenziali della teoria marginalistica. Questa, però,

ignorò alcuni fenomeni che operavano in senso opposto, quali la

concentrazione di imprese attraverso cartelli e trust e la progressiva

sindacalizzazione dei lavoratori.

Alla fine della Prima guerra mondiale, la grave situazione debitoria degli

Stati per le spese belliche sostenute, la perdita da parte dei Paesi più ricchi

dei loro precedenti investimenti all'estero e la distruzione di buona parte

dell'apparato produttivo si sommarono alla sovrapproduzione

conseguente, nel '21, alla riconversione dell'industria a scopi di pace. La

riduzione della domanda corrispose a un ampliamento dell'offerta.

L'introduzione della linea d'assemblaggio, l'organizzazione scientifica del

lavoro e la standardizzazione dei prodotti si accompagnavano al controllo

delle imprese tramite trust, holding, companies e pools. Non a caso, tra gli

anni '20 e '30 furono elaborate le teorie della concorrenza imperfetta e

della concorrenza monopolistica e gli economisti cominciarono ad

attribuire il persistere della disoccupazione e il protrarsi degli squilibri, che


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e management
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher michelecarraturo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'economia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Di Taranto Giuseppe.

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