Cap.1- La categoria interpretativa
La storia economica
1 - L'oggetto
La globalizzazione diacronica (cioè analisi della globalizzazione nel suo processo evolutivo nello spazio e nel tempo) utilizza la storia economica come uno strumento interpretativo; esamina gli avvenimenti e la politica economica dei diversi Paesi nel breve e nel lungo periodo.
Nel breve periodo, la storia economica descrive e analizza fatti, congiunture, fluttuazioni e quant'altro, non considerando le conseguenze del mutamento dei dati fondamentali dell'economia.
Nel lungo periodo, esamina l'evoluzione dei sistemi economici, le problematiche dello sviluppo, i trends e tutto quello inerente alle trasformazioni della struttura dell'economia. Essa studia i diversi fenomeni sia sotto l'aspetto statico che dinamico.
Il concetto di sistema economico chiarifica la differenza tra analisi statica e dinamica. Nel primo caso (analisi statica) non vi è alcuna tendenza al cambiamento, dato che il sistema si riproduce sempre uguale a se stesso e manca qualsiasi forma di accumulazione. Ma senza un'accumulazione di risorse da destinare al soddisfacimento di maggiori o diversi bisogni, nessuna società potrebbe sopravvivere.
I dati fondamentali dell'economia, inoltre, mutano con il passare del tempo. Una fase dinamica dell'economia potrà concretarsi solo se il sistema è in grado di produrre l'accumulazione necessaria a tale fine, senza ripetersi sempre uguale a se stessa.
L'approccio dinamico di lungo periodo applicato alla successione dei diversi sistemi economici ha trovato un proficuo campo d'indagine nell'esame delle tematiche dello sviluppo. Tali studi hanno avuto inizio all'indomani della seconda guerra mondiale, con il processo di decolonizzazione. Allora, l'economia degli Stati che avevano ottenuto l'indipendenza non era nota e si cercava di determinare gli elementi comuni della crescita, allo scopo di una migliore comprensione.
Nel passaggio da un'economia tradizionale, ad un'economia caratterizzata dal consumo di massa, da elevati tassi d'investimento e da una continua innovazione tecnologica, è necessario individuare quelle misure di politica economica in grado di avviare un processo di crescita autonoma e analizzare i vari fattori che provocano un aumento della ricchezza di una nazione.
Tuttavia, anche se la complessità del processo di globalizzazione tende a semplificare il suo strumento interpretativo, ovvero la storia economica, è necessario adottare un criterio che permetta di classificare gli accadimenti considerati secondo un ordine logico. Sotto tale aspetto, la storia economica e l'economia sono speculari: ogni avvenimento deve essere inserito in uno schema teorico di riferimento e quest'ultimo deve trovare conferma nel susseguirsi dei fatti stessi.
Secondo la corrente principale dell'economia neoclassica, l'accettazione acritica di un mercato la cui unica regola è quella di non avere regole, è alla base della teoria della globalizzazione. Ma il mercato tende all'espansione a livello mondiale di un sistema fondato sulla competitività e sul potere delle corporation.
Basti pensare che il valore aggregato delle vendite delle prime 200 multinazionali del globo ha superato il PIL di quasi tutti i paesi del mondo. Si è molto parlato dell'incapacità degli economisti di prevedere la crisi del 2007. Ma questa incapacità è conseguenza del paradigma dell'economia neoclassica, che pone il sistema dei prezzi come strumento fondamentale dell'equilibrio.
Oggi emerge "un pensiero unico" centrato sul riconoscimento del mercato come un'istituzione che in qualsiasi contesto e senza alcun intervento costituirebbe la forma migliore di organizzazione dell'economia, assicurando che il perseguimento individuale di interessi personali si trasformi nel bene della società intera.
2 - Il metodo
I metodi seguiti dall'economia politica, prima, e dalla storia economica, poi, sono stati per lungo tempo contrapposti, per trasformarsi, negli anni recenti, da alternativi a complementari. L'economia nacque, come scienza organica, tra la fine del 18° secolo e gli albori del 19° secolo in Inghilterra. Adam Smith, David Ricardo, e Thomas Malthus giunsero a una elaborazione teorica e a una concettualizzazione sistemica dell'economia. La loro autorità scientifica fu tale che essi furono più tardi definiti i fondatori della "scuola classica".
È importante sottolineare che il metodo ch'essa adoperò fu di tipo logico-deduttivo. Partendo da norme astratte, ma comuni, di comportamenti dei singoli soggetti economici, s'individuavano le uniformità che regolavano il sistema economico e i rapporti tra le sue grandezze interne. Il metodo deduttivo, quindi, si fondava su un postulato dato e sulla conseguente scoperta di leggi che governavano il corretto funzionamento economico dell'ordine sociale.
La filosofia giusnaturalistica, con i suoi principi, fece rifiutare ai classici qualsiasi forma di intervento dello Stato nell'economia. L'equilibrio economico era garantito dal mercato attraverso il meccanismo dei prezzi e dal gioco della domanda e dell'offerta. Il libero scambio, la divisione del lavoro, la specializzazione internazionale della produzione avrebbero sempre più aumentato la produttività e permesso ai soggetti economici di appagare sempre meglio il principio edonistico del soddisfacimento dei propri bisogni.
Gli automatismi dell'economia non escludevano neanche la crescita della popolazione. Malthus espose in modo organico, ma anche in modo approssimativo, la relazione esistente tra popolazione e risorse alimentari, intravedendo la crescita della prima in progressione geometrica e delle seconde in progressione aritmetica. L'incremento demografico, tramite l'accrescimento della domanda, causava l'innalzamento dei prezzi delle derrate agricole e la diminuzione del già precario livello di sussistenza delle classi meno abbienti. La conseguenza era il forte aumento della mortalità. Perciò, Malthus propose il ricorso alla restrizione morale.
La dottrina classica si diffuse ben presto anche in Francia, ed è significativo che questa nazione seguì temporalmente l'Inghilterra sulla via del capitalismo industriale e l'anticipò nell'ideologia liberista, grazie alla rivoluzione del 1789. Per Jean-Baptiste Say le leggi dell'economia sono insite "nella natura delle cose; non occorre decretarle, ma scoprirle; esse governano legislatori e prìncipi e non possono essere violate". Il metodo, perciò, non può che essere logico deduttivo e la validità dei suoi risultati non può che dipendere dalla correttezza delle premesse.
L'esistenza di un paradigma del comportamento umano e di leggi che regolano il mercato furono decisamente ostacolate in Germania, da un gruppo di studiosi che possono essere considerati i fondatori della storia economica. Per comprendere meglio la dottrina, è necessario ricordare che, all'indomani del congresso di Vienna, la Germania era ancora divisa in innumerevoli stati. Il frazionamento amministrativo e territoriale della Germania e il ritardo del suo sviluppo rispetto all'Inghilterra e alla Francia, condussero ad una sorta di conservatorismo che attribuiva all'azione di ogni singolo stato la tutela della propria identità nazionale, tramite politiche finalizzate all'autosufficienza economica e al recupero, se non all'esaltazione, delle tradizioni culturali e ideali.
La scuola storica rifiutò l'esistenza di leggi universali del divenire economico. Gli esponenti della prima generazione della scuola storica privilegiarono il metodo induttivo, cioè l'osservazione sistemica dei fatti per pervenire a una sintesi dell'attività umana. Essi condussero l'economia su di una base di maggiore pragmatismo, che ne riconosceva il compito di individuare leggi e regolarità, ma negava a queste il carattere di universalità. Le leggi dell'economia sono relative; esse, dunque, sono temporalmente definite e spazialmente delimitate. Ciò condusse ad una periodizzazione della storia economica che trovò la sua massima espressione nella teoria degli stadi dello sviluppo.
Nel 1840, List classificò la struttura professionale di ciascuna popolazione a seconda del livello di civiltà raggiunto: cacciatrice, pastorale, agricola-manifatturiera e agricola-industriale-commerciale. Quest'ultimo stadio poteva essere raggiunto solo da quelle nazioni ricche di risorse naturali e capitale umano e tramite un adeguato intervento dello Stato.
Nel 1860 circa, Hildebrand elaborò una periodizzazione della crescita in rapporto agli scambi economici. L'applicazione del metodo induttivo e l'analisi dinamica dello sviluppo attraverso stadi successivi ebbero un ulteriore approfondimento nell'opera di importanti rappresentanti della seconda generazione di studiosi tedeschi, che diede vita alla "nuova scuola storica". Essi, oltre a imporre la loro dottrina in Germania, avviarono il processo di affermazione della storia economica come disciplina autonoma.
Il diffondersi della industrializzazione aveva contrapposto al maggiore soddisfacimento dei bisogni individuali e al miglioramento dello standard of life, la radicalizzazione della società in classi, lo sfruttamento delle masse, l'uso crescente di lavoro femminile e minorile, la propagazione sempre più frequente di crisi di sovrapproduzione.
Il nascente capitalismo e la scuola classica inglese furono, perciò, sottoposti ad una serrata e rigorosa critica che spaziava dal nazionalismo economico, alle diverse tendenze al socialismo: da quello idealista francese, a quello rivoluzionario marxiano.
Il recupero dell'ideologia liberista e del sistema concorrenziale si ebbe ad opera degli economisti marginalisti degli anni '70 dell'800. Essi enunciarono leggi la cui atemporalità, e perciò universalità, era ancor più marcata rispetto a quelle enunciate dai classici. I marginalisti accentuarono la visione edonistica del comportamento umano. Essi privilegiarono l'analisi della domanda rispetto a quella dell'offerta ed esclusero lo studio dei rapporti sociali che sottendono alla divisione in classi dei possessori dei fattori di produzione, e neanche di qualsivoglia elemento storicistico della formazione delle strutture e dei processi economici.
Ciò consentì ai neoclassici di ottenere livelli elevati di elaborazione teorica, esaltati dall'uso della formalizzazione matematica. Jevons sostituì il calcolo delle probabilità con il calcolo infinitesimale, che da allora ha permesso l'uso di funzioni continue nell'analisi economica.
Durante il 19° secolo, l'affermazione della statistica, come scienza sistemica di osservazione dei fenomeni sociali, mise a disposizione degli studiosi una mole ingente di dati utilizzati per la costruzione di serie storiche delle variabili economiche. L'approccio storicistico alle scienze sociali (metodo induttivo) , inoltre, aveva arricchito la cultura dell'epoca, dal positivismo di Comte, all'evoluzione di Darwin, fino a Karl Marx, che spiegava il capitalismo come una fase transitoria del processo di sviluppo.
Schmoller oppose all'intransigentismo di Menger sul metodo astratto deduttivo la distinzione tra leggi morali e naturali. Le prime operano in una realtà mutevole (la società) e giungono a conclusioni relative. Le seconde giungono a conclusioni di carattere universale. La scuola storica riteneva le leggi morali proprie dell'economia; la scuola marginalista valutava, invece, le leggi economiche simili a quelle fisiche.
Schmoller riconobbe la complementarità tra metodo induttivo e deduttivo, ma nei limiti in cui quest'ultimo si fondava su premesse derivate dall'osservazione empirica, anziché sul postulato dell'homo oeconomicus. Al contrario, i neoclassici verificarono la maggiore attinenza alla realtà delle leggi fisiche, in confronto a quelle economiche, perché permettevano di meglio quantificare le variazioni rispetto alla realtà stessa e all'astrattezza delle premesse. Se è vero che la scuola storica non elaborò una teoria dell'economia, è pur vero ch'essa diede un impulso fondamentale agli studi di storia economica.
Nel 1875, anche in Italia si costituì un cospicuo gruppo di economisti detti "socialisti della cattedra", e l'anno successivo, in Inghilterra, venne elaborato un manifesto a favore dell'approccio storicistico all'economia. Agli inizi del '900, la dottrina "istituzionalista" americana poteva considerarsi una diretta filiazione della "nuova scuola storica" tedesca. In quegli anni nascevano e si diffondevano le prime riviste specialistiche di storia economica e di storia delle dottrine economiche.
È stato opportunamente osservato che, fino alla Prima Guerra Mondiale, sia l'approccio storicistico, che quello marginalistico, offrirono una valida interpretazione dell'effettivo funzionamento dell'economia. Negli anni successivi, la nascita della moderna macroeconomia Keynesiana ed il recupero della teoria neoclassica, fecero progressivamente sopire il prestigio della storia economica, che comunque vantava una completa autonomia scientifica e didattica.
Storici economici ed economisti cominciarono a lavorare insieme e, negli anni '20 e '30 del '900, dalla loro collaborazione scaturirono alcune teorie sui cicli economici, che si avvalsero delle ricerche sulle serie dei prezzi e della produzione. La collaborazione s'intensificò dopo la Seconda Guerra Mondiale. L'aspirazione delle nazioni arretrate ad affermare la propria identità nazionale e a conoscerne il processo storico di formazione, la necessità di proteggere le loro deboli economie dalla concorrenza di quelle tecnologicamente avanzate, condussero alla riproposizione, in chiave moderna, della teoria degli stadi dello sviluppo, da parte di autori di stampo prevalentemente neoliberista.
Recentemente, il rapporto tra economia e storia economica si è rinsaldato ancor più anche sotto l'aspetto teorico. La new economic history, infatti, ha recuperato l'approccio neoclassico attraverso la costruzione di modelli matematici che studiano le interrelazioni tra le diverse variabili storico-economiche. La "cliometria", com'è stata chiamata, permette di dedurre le grandezze non conosciute da quelle note.
Cap. 2- I sistemi economici
1 - Le origini
Un sistema economico è l'insieme delle forme istituzionali, dei rapporti giuridici o consuetudinari, delle strutture sociali e delle modalità di organizzazione della produzione che regolano l'attività economica dell'uomo. Il processo storico di sviluppo ha determinato il succedersi dalle originarie formazioni comunitarie, tributarie e schiavistiche ai più complessi sistemi feudale, mercantile, capitalistico e collettivistico. La ricomposizione di questi ultimi due darà origine al processo di globalizzazione.
Maurice Dobb ha sottolineato che nella realtà non si riscontrano sistemi puri, poiché in ciascuno di essi sono presenti elementi caratteristici sia dei periodi precedenti, che di quelli successivi. La formazione economica comunitaria si fondava sulla proprietà collettiva della terra e sul lavoro articolato su base individuale-familiare e su base comune: clan e villaggio. L'accesso alla terra era in funzione di regole precise che privilegiavano alcuni gruppi nell'assegnazione degli appezzamenti. Anche la distribuzione del prodotto avveniva nel rispetto delle consuetudini e dei vincoli parentali. Non esistevano rapporti mercantili di scambio. Questo sistema è tutt'oggi presente in alcune zone dell'Africa.
L'affermazione di una gerarchia sociale divisa in classi avvenne col passaggio alle formazioni tributarie: la casta dominante monopolizzava la terra e percepiva un tributo dai contadini, che erano organizzati in comunità. Essa acquisiva, in tal modo, un surplus. L'appropriazione di un surplus consistente fu possibile nelle grandi civiltà millenarie, a differenza della maggioranza delle civiltà antiche e del sistema feudale.
Il sistema feudale, d'altronde, in cui la comunità è particolarmente degradata, giacché perde la proprietà del suolo, può considerarsi una formazione periferica rispetto a quella tributaria, al pari di quella schiavistica, che fu dominante soltanto al tempo delle città-stato della Grecia e, successivamente, dell'Impero Romano. Quest'ultima usò il mezzo coatto come mezzo essenziale di produzione. La formazione schiavistica permise di aggiungere al surplus interno, ottenuto dal lavoro coatto, quello esterno, proveniente dall'esportazione di parte dei beni oggetto di quel lavoro.
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