Introduzione
Il 19o sec. è stato quello della “costruzione nazionale” (Bagehot) in quanto è stato il periodo ove i movimenti nazionalistici hanno acquisito una fisionomia definita (anche se multiforme), favorita dalla rivoluzione industriale, dallo sviluppo economico e sociale, dalla comparsa di una classe media istruita e dalla nascita di letterature nazionali. Se le condizioni che consentirono lo sviluppo del nazionalismo furono le stesse in tutta Europa, differenti furono i concetti su cui fece leva la propaganda nazionalista: in Germania il movimento romantico sviluppò i valori del patrimonio culturale e linguistico; in Francia l’eredità della rivoluzione fece sì che la propaganda nazionalista giocasse sui concetti di libertà e uguaglianza.
Nel corso dell’800 il nazionalismo assunse un duplice aspetto: da un lato si identificò con i moti rivoluzionari e patriottici che scossero l’Europa del 1848; dall’altro, con la costituzione del Reich tedesco, cominciò ad assumere tratti maggiormente aggressivi. L’accettazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli si unì alla esaltazione della virtù e degli interessi nazionali a scapito dei diritti delle altre nazioni. Esso fornì così un sostegno al colonialismo, stimolando i contrasti tra le grandi potenze nazionali che sfociarono poi nella prima guerra mondiale.
I padri del nazionalismo dopo la prima Guerra Mondiale furono Hayes e Kohn, attratti in un periodo in cui la mappa dell’Europa fu ridisegnata per la prima volta sulla base del principio della nazionalità; nello stesso periodo il lessico del nazionalismo europeo fu adottato anche dai nuovi movimenti di liberazione coloniale o di autoaffermazione del Terzo Mondo. Quindi “le nazioni non sono affatto antiche come la Storia” (Bagehot), ma il significato odierno del termine non risale a prima del 18o Secolo.
Criteri di definizione della nazione
I tentativi di stabilire criteri oggettivi circa la nazionalità o di spiegare perché certi gruppi sono diventati nazioni ed altri no, si sono basati su criteri quali la lingua o l’etnia (criteri mutevoli ed ambigui), oppure combinando lingua, territorio e storia comuni; tra le definizioni “oggettive” quella di Stalin è la più nota: “La nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, che ha la sua origine nella comunità di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura”, ma si è mostrata poco attendibile perché alcuni casi corrispondenti alla definizione non sono “nazioni”, mentre altri che costituiscono delle nazioni non corrispondono alla combinazione di criteri adottati.
Alternativa a quella oggettivistica è una definizione soggettiva, sia di carattere collettivo (Renan, per il quale “una nazione è un plebiscito quotidiano”), sia di carattere individuale secondo le modalità proposte dai marxisti per i quali la “nazionalità” concerne l’individuo ovunque e in mezzo a chiunque viva; si cerca, qui, di adattare la definizione di nazione a territori nei quali si parlano lingue diverse o corrispondono a diversi criteri oggettivi (es. l’Impero Asburgico); benché ciò abbia portato a tentativi di costruire una nazione sulla base dell’accresciuta coscienza della stessa, non si può non sostenere che le nazioni devono avere anche comuni elementi oggettivi.
Questo testo considera “nazione” un nucleo di popolazione sufficientemente ampio i cui appartenenti si ritengano membri della stessa. Il nazionalismo è il modo in cui la nazione viene concepita. Pertanto la nazione, come concepita dal nazionalismo, la si può riconoscere in prospettiva, mentre la nazione vera e propria la si riconosce solo a posteriori.
Concetti fondamentali del nazionalismo
- Il nazionalismo viene definito “un principio politico che tiene ferma la necessaria corrispondenza tra unità politica e nazionale”, per cui i doveri politici di una popolazione nei confronti dell’organizzazione statuale vengono prima di qualsiasi altro genere di obblighi;
- La nazione non è né primaria né immutabile sul piano sociale e appartiene a un periodo storico recente e particolare. È un’entità sociale solo se in relazione con il cosiddetto “Stato nazione”, forma determinata di Stato territoriale moderno. Inoltre il nazionalismo viene prima delle nazioni poiché non sono le nazioni a fare gli Stati e forgiare il nazionalismo, ma il contrario;
- Le nazioni non esistono solo in funzione di un particolare Stato territoriale o dell’aspirazione a istituirne uno, ma si collocano anche all’interno di un particolare livello di sviluppo sul piano economico e tecnologico. Infatti i linguaggi nazionali sia scritti che parlati non si sarebbero potuti imporre prima della stampa e dell’istruzione di massa;
- Le nazioni e i fenomeni ad esse associati sono prodotti dall’alto (intellighenzia), ma devono essere analizzati anche in termini di speranze, esigenze, aspettative della gente comune, che non sono necessariamente nazionali e ancor meno nazionalistici.
Non è facile delineare la nazione vista con gli occhi della gente comune ma alcune cose che risultano chiare: le ideologie ufficiali di Stati e movimenti non sono indicative di ciò che effettivamente pensano i cittadini; non si può assumere che per la maggior parte della gente l’identità nazionale escluda o sia sempre superiore agli altri.
Analisi storica e concetti di nazione
Hroch con la sua opera inaugurò una nuova era nell’analisi delle nazioni e dei movimenti nazionali nel periodo 1968-1988; chiarì il concetto di coscienza nazionale (che evolve in maniera differenziata all’interno dei diversi gruppi sociali e delle regioni di un paese) e distinse in tre fasi la storia dei movimenti nazionali:
- Fase a: nell’Europa del 19o sec., che vide lo sviluppo dei movimenti nazionali, tale fase fu di tipo culturale e folcloristico senza ripercussioni in campo politico;
- Fase b: presenza di un certo numero di pionieri dell’idea nazionale con relativa campagna politica a sostegno;
- Fase c: i programmi nazionalisti conquistano un consenso di massa; è questa la fase esaminata nel presente testo nel quale si ribadisce che nessun storico serio delle nazioni e del nazionalismo può in alcun modo essere un nazionalista impegnato sul piano politico.
Cap. 1 - La novità nazione: dalla rivoluzione al liberalismo
Caratteristica fondamentale della nazione moderna è la modernità; il Dizionario della Real Accademia Spagnola non parla in termini di Stato, nazione e lingua prima del 1884, data prima della quale la parola “nación” era “l’insieme degli abitanti di una provincia, di un paese o di un regno” e anche un “forestiero”; dopo questa data la “nazione” viene definita come “stato o entità politica che riconosce un centro superiore e comune di governo”. La versione definitiva di “nazione” è del 1925 quando la si definisce come “la collettività di persone dalla stessa origine etnica che, in linea generale, parlano la stessa lingua ed hanno tradizioni comuni “.
Solo dal 1925 la patria viene definita come la “nostra propria nazione con il passato presente e futuro”. In ogni caso l’evoluzione semantica tendeva a sottolineare il luogo o il territorio d’origine, il “pays natal”, che diventa l’equivalente di “provincia”; mentre altri sottolineano prevalentemente il gruppo comune da cui si discende, l’etnia. Sicché il rapporto tra una nazione di una certa estensione, per quanto di carattere autoctono, e lo stato rimane complesso in quanto la maggior parte degli stati non erano omogenei dal punto di vista etnico-linguistico e pertanto non potevano essere parificati alle nazioni.
Per Zedler, il termine giusto per indicare la totalità dei popoli di tutte le “nazioni” che vivono all’interno dello stesso stato è “volck” anche se poi in pratica il termine nazione talvolta diventa sinonimo di stato nell’ambito della società e talaltra viene applicato a qualsiasi associazione. Sia nel caso del significato originario, sia in tutti gli altri casi il termine nazione conserva connotazioni diverse da quelle del suo significato moderno. Il significato primario di nazione era politico assimilando popolo e Stato allo stesso modo della Rivoluzione francese e americana, un’equazione che ritorna spesso in frasi del tipo “Stato-nazione” o “Nazioni unite”. Infatti nell’età della rivoluzione la nazione era definita “una e indivisibile” ed era il corpo dei cittadini, la cui sovranità collettiva costituiva quello Stato che ne era l’espressione politica. Al di là di cosa fosse precisamente una nazione, l’elemento di cittadinanza, di partecipazione di massa risultava comunque sempre presente.
J. Stuart Mill definì la nazione non solo sulla scorta dell’esistenza di un sentimento nazionale ma aggiunse che tutti gli appartenenti a una nazionalità desiderano essere sotto un governo composto esclusivamente da loro o da una parte di loro. L’equazione nazione=stato=popolo rapportò la nazione al territorio in quanto la definizione degli Stati era divenuta sostanzialmente territoriale. Molteplicità di stati-nazione costituiti su questa base quale necessaria conseguenza dell’autodeterminazione popolare. Ogni popolo è indipendente e sovrano (Dichiarazione dei Diritti del 1795 in Francia) ma cosa costituiva un popolo? Mancava una relazione logica tra il corpo dei cittadini di uno Stato territoriale e l’identificazione della nazione su basi etniche linguistiche o altre caratteristiche che consentissero un riconoscimento collettivo del gruppo di appartenenza.
Dal punto di vista popolar-rivoluzionario l’elemento accomunante della nazione non poteva essere l’etnia, la lingua, ma ciò che caratterizzava il popolo nazione visto dal basso era il fatto di rappresentare l’interesse comune in contrapposizione agli interessi particolari. Non c’è nella nazione rivoluzionaria nulla di simile al successivo programma nazionalistico che definisce lo Stato-nazione sulla base di criteri quali etnia, religione territorio e memoria storica comuni: nel caso della neonata nazione americana, infatti, ad esclusione del territorio, nessuno dei citati criteri costituiva un elemento unificante. Tuttavia questi criteri, anche se problematici erano indubbiamente presenti: infatti l’insistenza dei francesi sull’uniformità linguistica fu notevole sino dalla rivoluzione, anche se per essere considerato francese non importava essere di madrelingua francese ma di essere disposto ad acquisire la lingua e le leggi comuni del libero popolo francese. Sicché per acquisire la cittadinanza francese la lingua era una condizione come lo sarebbe stato l’inglese per acquisire quella americana. Emergono, quindi, due concetti di nazione piuttosto diversi: quello rivoluzionario democratico e quello nazionalistico.
L’equazione Stato=nazione=popolo si applica ad entrambi, ma per i nazionalisti la creazione di entità politiche presumeva la precedente esistenza di una qualche comunità distinta dallo straniero, mentre dal punto rivoluzionario democratico era il popolo sovrano=stato che costituiva la nazione. In rapporto allo stato i cittadini costituiscono il popolo, in relazione alla specie umana costituiscono la nazione.
Ma quale collocazione aveva la nazione nel periodo 1830/1880 in cui il principio di nazionalità cambiò la mappa dell’Europa con l’emergere di due grandi potenze (la Germania e l’Italia) e come affrontarono la questione le borghesie liberali ed il ceto intellettuale? Inoltre non va dimenticato il riconoscimento di altri stati che avevano rivendicato di essere dei popoli con caratteristiche di base nazionali tra i quali il Belgio, la Grecia, la Romania e la Polonia sicché la costruzione della nazione fu l’elemento caratterizzante lo sviluppo storico del 19o sec (Bagehot). Fu piuttosto ovvio che non tutti gli stati potevano coincidere con una nazione o viceversa; da qui la famosa domanda di Renan che sollevò una serie di questioni: “Perché l’Olanda è un nazione mentre il Gran Ducato di Parma non lo è?”
L’autore cerca di ricostruire una teoria coerente della nazione dal punto di vista liberal-borghese iniziando dal concetto di nazione usato da Adam Smith per il quale assume il significato di Stato territoriale. Tuttavia il pensiero del grande economista liberale influenzò moltissimo altri intellettuali liberali che consideravano la nazione diversamente come, ad esempio, il citato Bagehot e c’è da chiedersi se lo stato-nazione ebbe una specifica funzione nello sviluppo capitalistico. La funzione delle economie definite sulla base delle frontiere statali fu importante: nel 16o e nel 17o sec. lo sviluppo economico si realizzò sulla base degli stati territoriali ed anche il capitalismo mondiale del 19o sec. si realizzò nei termini delle sue componenti nazionali, cioè l’industria britannica, l’economia americana. L’economia politica classica fu elaborata in funzione del cosiddetto “sistema mercantile” ossia proprio di quel sistema per cui i governi consideravano le economie nazionali come insieme da svilupparsi in base all’impegno e alla politica statale. Il libero commercio ed il libero mercato si contrapponevano a questa idea di sviluppo economico nazionale che Smith aveva considerato inadeguato.
La teoria economica fu elaborata pertanto unicamente sulla base delle singole unità d’impresa, che lavoravano su un mercato privo di dimensione spaziale. Pertanto Smith nella sua teoria generale dello sviluppo economico non riservò alcun posto alla nazione. In termini di politica concreta ciò significò che l’interesse individuale si trasformava automaticamente nell’interesse generale. Altri sostennero invece che i principi che guidavano gli individui nel perseguire i propri interessi non portavano necessariamente a massimizzare la ricchezza delle nazioni. Orbene anche gli economisti classici furono obbligati a impiegare in qualche modo il concetto di economia nazionale in quanto l’esistenza di stati con monopolio monetario, finanza pubblica e politiche monetarie era un fatto innegabile.
Anche gli economisti più accaniti dovevano accettare che “la suddivisione dell’umanità in nazioni autonome è sostanzialmente economica.” Lo stato e, nell’epoca successiva alla Rivoluzione, lo Stato-nazione era il garante della proprietà e dei contratti tanto che si riconosceva la funzione positiva del governo per quanto riguarda lo sviluppo economico. Per cui i paesi che miravano a raggiungere un certo sviluppo economico nazionale, anche per opporsi alla superiorità economica della Gran Bretagna, furono poco attratti dal libero commercio di Smith. Il grande federalista Hamilton, negli USA, istituì una stretta connessione tra nazione, Stato e economia e le sue grandi misure nazionali furono esclusivamente economiche: fondazione, banca nazionale, protezione delle manifatture nazionali con alte tariffe ecc. Ciò comportava un’economia nazionale ed un sistema di agevolazione da parte dello stato, una sorta di protezionismo. Gli economisti tedeschi, tra cui List, sulla scia di Hamilton, ritennero che l’economia nazionale o popolare aveva il compito di realizzare lo sviluppo economico della nazione, che avrebbe assunto la forma dell’industrializzazione capitalistica realizzata da una borghesia forte; ma quello che qui rileva è che List abbia delineato chiaramente gli elementi caratteristici della concezione liberale della nazione che doveva possedere sufficiente estensione territoriale da formare un’unità in grado di svilupparsi (nel caso quindi non raggiungesse questa estensione non avrebbe giustificazione storica).
E lo stesso New English Dictionary definiva il termine “nazione” non più sulla scorta del significato attribuitogli da Mills, ma anche come un aggregato di persone di ampie dimensioni con le dovute caratteristiche. I vantaggi economici offerti dagli stati di grandi dimensioni erano confermati dalla storia della Gran Bretagna e della Francia. Essi erano certamente minori di quelli offerti da una possibile economia globale, ma per il momento non si poteva ipotizzare una unificazione a livello mondiale. Sicché ne deriva che il futuro del mondo civile assumerà ancora per lungo tempo la caratteristica della creazione di grandi stati.
Conseguenze della teoria nazionale
- Il principio di nazionalità si applicava solo alle nazionalità di una certa dimensione (taglia minima). Mazzini apostolo di questo principio disegna, nel 1857, la mappa della futura Europa che comprendeva 12 grandi stati e federazioni (stranamente non vi inserisce l’Irlanda). Differente era certamente il principio di nazionalità secondo la formula di Wilson, presidente Usa, cui si ispirarono i trattati di pace di Versailles, seguiti alla prima Guerra Mondiale, che dette luogo all’Europa a 26 stati. Nel periodo classico del nazionalismo liberale, pertanto, l’autodeterminazione si applicava unicamente a quelle nazioni vitali dal punto di vista culturale ed economico;
- La creazione delle nazioni era inevitabilmente vista come un processo di espansione e questa era anche un’altra ragione dell’anomalia del caso irlandese come di tutti gli altri nazionalismi basati su separatismo.
Ciò poteva essere così riassunto: il principio di nazionalità è legittimo quando...
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