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Riassunto esame Storia delle Dottrine Politiche, prof. Aldobrandini, libro consigliato Nazioni e Nazionalismi, Hobsbawm Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia delle Dottrine Politiche, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Nazioni e Nazionalismi, Hobsbawm. Gli argomenti trattati sono: la “costruzione nazionale” (Bagehot), la novità nazione (dalla rivoluzione al liberalismo), il protonazionalismo popolare,... Vedi di più

Esame di Storia delle dottrine politiche docente Prof. G. Aldobrandini

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Non è facile delineare la nazione vista con gli occhi della gente comune ma alcune cose che risultano

chiare: le ideologie ufficiali di Stati e movimenti non sono indicative di ciò che effettivamente pensano i

cittadini; non si può assumere che per la maggior parte della gente l’identità nazionale escluda o sia sem­

pre superiore agli altri.

Hroch con la sua opera inaugurò una nuova era nell’analisi delle nazioni e dei movimenti nazionali nel

periodo 1968-1988; chiarì il concetto di coscienza nazionale (che evolve in maniera differenziata all’in­

terno dei diversi gruppi sociali e delle regioni di un paese) e distinse in tre fasi la storia dei movimenti

nazionali:

fase a) nell’Europa del 19° sec., che vide lo sviluppo dei movimenti nazionali, tale fase fu di tipo cultura­

le e folcloristico senza ripercussioni in campo politico;

fase b) presenza di un certo numero di pionieri dell’idea nazionale con relativa campagna politica a soste­

gno;

fase c) i programmi nazionalisti conquistano un consenso di massa; è questa la fase esaminata nel presen­

te testo nel quale si ribadisce che nessun storico serio delle nazioni e del nazionalismo può in alcun modo

essere un nazionalista impegnato sul piano politico. 2

Cap. 1 - La novità nazione: dalla rivoluzione al liberalismo.

Caratteristica fondamentale della nazione moderna è la modernità; il Dizionario della Real Accademia

Spagnola non parla in termini di Stato, nazione e lingua prima del 1884, data prima della quale la parola

“naciòn” era “l’insieme degli abitanti di una provincia, di un paese o di un regno” e anche un “

forestiero”; dopo questa data la “nazione” viene definita come “stato o entità politica che riconosce un

centro superiore e comune di governo”. La versione definitiva di “nazione” è del 1925 quando la si defi­

nisce come “la collettività di persone dalla stessa origine etnica che, in linea generale, parlano la stessa

lingua ed hanno tradizioni comuni “.

Solo dal 1925 la patria viene definita come la “nostra propria nazione con il passato presente e futuro”.

In ogni caso l’evoluzione semantica tendeva a sottolineare il luogo o il territorio d’origine,il “pays na­

tal”, che diventa l’equivalente di “provincia”; mentre altri sottolineano prevalentemente il gruppo comu­

ne da cui si discende, l’etnia. Sicchè il rapporto tra una nazione di una certa estensione, per quanto di ca ­

rattere autoctono, e lo stato rimane complesso in quanto la maggior parte degli stati non erano omogenei

dal punto di vista etnico-linguistico e pertanto non potevano essere parificati alle nazioni.

Per Zedler, il termine giusto per indicare la totalità dei popoli di tutte le “nazioni” che vivono all’interno

dello stesso stato è “volck” anche se poi in pratica il termine nazione talvolta diventa sinonimo di stato

nell’ambito della società e talaltra viene applicato a qualsiasi associazione.

Sia nel caso del significato originario, sia in tutti gli altri casi il termine nazione conserva connotazioni di­

verse da quelle del suo significato moderno. Il significato primario di nazione era politico assimilando po­

polo e Stato allo stesso modo della Rivoluzione francese e americana, un’equazione che ritorna spesso in

frasi del tipo “Stato-nazione” o “Nazioni unite”. Infatti nell’età della rivoluzione la nazione era definita

“una e indivisibile” ed era il corpo dei cittadini, la cui sovranità collettiva costituiva quello Stato che ne

era l’espressione politica. Al di là di cosa fosse precisamente una nazione, l’elemento di cittadinanza, di

partecipazione di massa risultava comunque sempre presente.

J. Stuart Mill definì la nazione non solo sulla scorta dell’esistenza di un sentimento nazionale ma aggiun ­

se che tutti gli appartenenti a una nazionalità desiderano essere sotto un governo composto esclusivamen­

te da loro o da una parte di loro. L’equazione nazione=stato=popolo rapportò la nazione al territorio in

quanto la definizione degli Stati era divenuta sostanzialmente territoriale. Molteplicità di stati-nazione co ­

stituiti su questa base quale necessaria conseguenza dell’autodeterminazione popolare.

Ogni popolo è indipendente e sovrano (Dichiarazione dei Diritti del 1795 in Francia) ma cosa costituiva

un popolo? Mancava una relazione logica tra il corpo dei cittadini di uno Stato territoriale e l’identifica­

zione della nazione su basi etniche linguistiche o altre caratteristiche che consentissero un riconoscimento

collettivo del gruppo di appartenenza.

Dal punto di vista popolar–rivoluzionario l’elemento accomunante della nazione non poteva essere l’et­

nia, la lingua, ma ciò che caratterizzava il popolo nazione visto dal basso era il fatto di rappresentare l’in­

teresse comune in contrapposizione agli interessi particolari.

Non c’è nella nazione rivoluzionaria nulla di simile al successivo programma nazionalistico che definisce

lo Stato-nazione sulla base di criteri quali etnia, religione territorio e memoria storica comuni: nel caso

della neonata nazione americana, infatti, ad esclusione del territorio, nessuno dei citati criteri costituiva un

elemento unificante.

Tuttavia questi criteri , anche se problematici erano indubbiamente presenti: infatti l’insistenza dei france­

si sull’uniformità linguistica fu notevole sino dalla rivoluzione, anche se per essere considerato francese

non importava essere di madrelingua francese ma di essere disposto ad acquisire la lingua e le leggi co­

muni del libero popolo francese.

Sicchè per acquisire la cittadinanza francese la lingua era una condizione come lo sarebbe stato l’inglese

per acquisire quella americana. Emergono, quindi, due concetti di nazione piuttosto diversi : quello rivo­

luzionario democratico e quello nazionalistico.

L’equazione Stato=nazione=popolo si applica ad entrambi, ma per i nazionalisti la creazione di entità po­

litiche presumeva la precedente esistenza di una qualche comunità distinta dallo straniero, mentre dal

punto rivoluzionario democratico era il popolo sovrano=stato che costituiva la nazione. In rapporto allo

stato i cittadini costituiscono il popolo, in relazione alla specie umana costituiscono la nazione. 3

Ma quale collocazione aveva la nazione nel periodo 1830/1880 in cui il principio di nazionalità cambiò

la mappa dell’Europa con l’emergere di due grandi potenze (la Germania e l’Italia) e come affrontarono

la questione le borghesie liberali ed il ceto intellettuale?

Inoltre non va dimenticato il riconoscimento di altri stati che avevano rivendicato di essere dei popoli con

caratteristiche di base nazionali tra i quali il Belgio, la Grecia, la Romania e la Polonia sicchè la costru­

zione della nazione fu l’elemento caratterizzante lo sviluppo storico del 19° sec (Bagehot).

Fu piuttosto ovvio che non tutti gli stati potevano coincidere con una nazione o viceversa; da qui la famo ­

sa domanda di Renan che sollevò una serie di questioni: “Perché l’ Olanda è un nazione mentre il Gran

Ducato di Parma non lo è”?

L’autore cerca di ricostruire una teoria coerente della nazione dal punto di vista liberal-borghese iniziando

dal concetto di nazione usato da Adam Smith per il quale assume il significato di Stato territoriale. Tutta­

via il pensiero del grande economista liberale influenzò moltissimo altri intellettuali liberali che conside­

ravano la nazione diversamente come, ad esempio, il citato Bagehot e c’è da chiedersi se lo stato-nazione

ebbe una specifica funzione nello sviluppo capitalistico.

La funzione delle economie definite sulla base delle frontiere statali fu importante: nel 16° e nel 17°sec.

lo sviluppo economico si realizzo sulla base degli stati territoriali ed anche il capitalismo mondiale del

19° sec. si realizzò nei termini delle sue componenti nazionali, cioè l’industria britannica, l’economia

americana. L’economia politica classica fu elaborata in funzione del cd. “sistema mercantile” ossia pro­

prio di quel sistema per cui i governi consideravano le economie nazionali come insieme da svilupparsi in

base all’impegno e alla politica statale. Il libero commercio ed il libero mercato si contrapponevano a

questa idea di sviluppo economico nazionale che Smith aveva considerato inadeguato.

La teoria economica fu elaborata pertanto unicamente sulla base delle singole unità d’impresa, che lavora­

vano su un mercato privo di dimensione spaziale. Pertanto Smith nella sua teoria generale dello sviluppo

economico non riservò alcun posto alla nazione.

In termini di politica concreta ciò significò che l’interesse individuale si trasformava automaticamente

nell’interesse generale. Altri sostennero invece che i principi che guidavano gli individui nel perseguire i

propri interessi non portavano necessariamente a massimizzare la ricchezza delle nazioni. Orbene anche

gli economisti classici furono obbligati a impiegare in qualche modo il concetto di economia nazionale in

quanto l’esistenza di stati con monopolio monetario, finanza pubblica e politiche monetarie era un fatto

innegabile.

Anche gli economisti più accaniti dovevano accettare che “ la suddivisione dell’umanità in nazioni auto­

nome è sostanzialmente economica.” Lo stato e, nell’epoca successiva alla Rivoluzione, lo Stato-nazione

era il garante della proprietà e dei contratti tanto che si riconosceva la funzione positiva del governo per

quanto riguarda lo sviluppo economico.

Per cui i paesi che miravano a raggiungere un certo sviluppo economico nazionale, anche per opporsi alla

superiorità economica della Gran Bretagna , furono poco attratti dal libero commercio di Smith. Il grande

federalista Hamilton, negli USA, istituì una stretta connessione tra nazione, Stato e economia e le sue

grandi misure nazionali furono esclusivamente economiche: fondazione, banca nazionale, protezione del­

le manifatture nazionali con alte tariffe ecc.

Ciò comportava un’economia nazionale ed un sistema di agevolazione da parte dello stato, una sorta di

protezionismo. Gli economisti tedeschi, tra cui List, sulla scia di Hamilton, ritennero che l’ economia na ­

zionale o popolare aveva il compito di realizzare lo sviluppo economico della nazione, che avrebbe assun­

to la forma dell’industrializza-zione capitalistica realizzata da una borghesia forte; ma quello che qui rile­

va è che List abbia delineato chiaramente gli elementi caratteristici della concezione liberale della nazio­

ne che doveva possedere sufficiente estensione territoriale da formare un’unità in grado di svilupparsi (nel

caso quindi non raggiungesse questa estensione non avrebbe giustificazione storica).

E lo stesso New English Dictionary definiva il termine “nazione” non più sulla scorta del significato attri­

buitogli da Mills, ma anche come un aggregato di persone di ampie dimensioni con le dovute caratteristi ­

che. I vantaggi economici offerti dagli stati di grandi dimensioni erano confermati dalla storia della Gran

Bretagna e della Francia. 4

Essi erano certamente minori di quelli offerti da una possibile economia globale, ma per il momento non

si poteva ipotizzare una unificazione a livello mondiale. Sicchè ne deriva che il futuro del mondo civile

assumerà ancora per lungo tempo la caratteristica della creazione di grandi stati.

Due le conseguenze di questa teoria:

1) il principio di nazionalità si applicava solo alle nazionalità di una certa dimensione (taglia minima).

Mazzini apostolo di questo principio disegna, nel 1857, la mappa della futura Europa che comprendeva

12 grandi stati e federazioni (stranamente non vi inserisce l’Irlanda). Differente era certamente il principio

di nazionalità secondo la formula di Wilson, presidente Usa, cui si ispirarono i trattati di pace di Versail ­

les, seguiti alla prima Guerra Mondiale, che dette luogo all’ Europa a 26 stati. Nel periodo classico del na­

zionalismo liberale, pertanto, l’autodeterminazione si applicava unicamente a quelle nazioni vitali dal

punto di vista culturale ed economico;

2) la creazione delle nazioni era inevitabilmente vista come un processo di espansione e questa era anche

un’altra ragione dell’anomalia del caso irlandese come di tutti gli altri nazionalismi basati su separatismo.

Ciò poteva essere così riassunto: il principio di nazionalità è legittimo quando tende ad unificare in un in­

sieme compatto di gruppi dispersi di popolazione ma è illegittimo quando tende a dividere uno stato.

Dai movimenti nazionali, pertanto, ci si aspettava fossero movimenti di unificazione o di espansione na­

zionale (i tedeschi e gli italiani desideravano confluire in un unico stato, i cechi volevano unirsi agli slo­

vacchi) e tutte queste aspirazioni erano evidentemente incompatibili con la definizione di nazione basata

sull’etnia, la lingua o una storia comune, ma sappiamo che non erano questi i criteri decisivi in base ai

quali si formava la nazione liberale.

Stati nazioni eterogenei, quindi, dal punto di vista della nazionalità e ciò era accettato in quanto le nazio­

nalità di ridotte dimensioni avevano tutto da guadagnare a confluire in nazioni più grandi.

Così era convinzione generale che alcune lingue e nazionalità di piccole dimensioni non avevano possibi­

lità di futuro indipendente; non c’era nulla di sciovinistico in un atteggiamento del genere, non comporta­

va alcuna ostilità nei confronti della lingua o della cultura della nazionalità più piccola; viceversa la na­

zionalità predominante poteva sostenere le lingue e le tradizioni storiche e folcloristiche delle minoranze

che vivevano nei sui confini.

Quindi accettazione o rassegnazione di fronte alle leggi del progresso da parte dei più piccoli; ma 40 anni

dopo il pensatore socialista ceco Kautsky affermava: “le lingue nazionali saranno ridotte ad uso domesti­

co e si tenderà a trattarle come un vecchio mobile dell’eredità familiare, con venerazione; quindi presso­

ché inutilizzabile”: insomma alcuni popoli o nazionalità erano destinati a non diventare nazioni a pieno ti­

tolo, altri invece avevano raggiunto il pieno riconoscimento.

Tre erano i criteri, in pratica,che abilitavano un popolo alla sicura qualifica di nazione, sempre che corri­

spondesse al requisito della “taglia minima”:

- essere storicamente associato ad uno stato esistente o avere un notevole passato (Francia Gran Breta­

gna);

- esistenza di una èlite culturale consolidata, con una letteratura nazionale scritta ed un gergo amministra­

tivo (Italia e Germania, sebbene privi di un unico stato in cui identificarsi, avevano un’identità nazionale

di tipo linguistico anche se si rileva che in nessuno dei due casi la lingua nazionale fosse comunemente

usata per la comunicazione quotidiana, salvo che da una piccola minoranza);

- provata capacità di conquista; essere un popolo imperiale rende conscia una popolazione della sua esi­

stenza collettiva.

Questo era il modo di concepire la nazione e lo Stato nazione da parte degli ideologi dell’epoca del libera­

lismo borghese tra il 1830 e il 1880; così nella prospettiva ideologica liberale la grande nazione vitale si

poneva come gradino dell’evoluzione raggiunto nella metà del 19° secolo, con l’assimilazione delle co­

munità e dei popoli più piccoli. Chi non aveva nulla di particolarmente prezioso nel proprio passato pote ­

va essere abbastanza disposto a questa eventualità .

Ma se l’unico nazionalismo legittimo era quello che soddisfaceva le esigenze del progresso, che allargava

la scala in cui le economie, le società, le culture operavano, che altra forma poteva assumere la difesa di

popoli, lingue e tradizioni minori se non quella della resistenza di tipo conservatore all’ineluttabile pro ­

gredire della storia? I popoli, le lingue e le culture minori potevano progredire solo se accettavano di su­

bordinarsi ad un insieme più grande; si trattava di divenire “il vecchio mobile di famiglia”. 5

Per capire sino in fondo la nazione dell’epoca liberale classica occorre considerare che la costruzione na­

zionale, per quanto elemento centrale del 19° secolo, si applicava solo ad alcune nazioni e del resto la ri ­

chiesta di applicazione del principio di nazionalità fu altrettanto poco universale. Sicchè dopo il 1871, ad

esclusione dell’Impero ottomano in via di lenta disgregazione, ben pochi popoli si attendevano ulteriori

sostanziali cambiamenti della mappa europea.

E di fatto se si escludono i Balcani l’unica modifica della cartina europea tra la creazione dell’impero te ­

desco (1871) e la 1^ guerra mondiale fu determinata dalla separazione della Norvegia dalla Svezia.

Ma il contributo teorico in tema di nazionalismo fu in epoca liberale scarso, infatti non era molto rilevan ­

te sul piano politico quale di questi elementi (etnia, lingua, religione, storia) fosse ritenuto più importante

rispetto agli altri. Cosa che invece a partire dal 1880 acquisì una notevole e costante importanza sulla que­

stione nazionale, specialmente in ambito socialista, perché il richiamo politico che gli slogan nazionali

esercitavano sulle masse di elettori o sostenitori dei movimenti politici di massa aveva, nel frattempo, ac­

quisito una concreta rilevanza.

Il principio di nazionalità fu pertanto qualcosa di diverso dal fenomeno politico nazionalistico che diven ­

tò sempre più centrale nell’epoca della democratizzazione europea e della politica di massa. A partire dal

1880 divenne sempre più importane quali fossero i sentimenti quotidiani di uomini e donne comuni ri ­

spetto alla nazionalità. Cap. 2 – Il protonazionalismo popolare

Per individuare le origini del proto nazionalismo e comprendere gli elementi che hanno caratterizzato la

nascita del nazionalismo, bisogna esaminare concetti quali lingua, etnia, religione, cultura (intesa come

alfabetizzazione), elementi cioè che vengono riconosciuti come le componenti che hanno unito gruppi di

persone in comunità in un determinato territorio, sotto forme di aggregazione politiche che caratterizzano

il protonazionalismo popolare.

Le componenti sentimentali di appartenenza collettiva

Il concetto di patriottismo popolare, come forza politica, trova le sue origini in quei movimenti nazionali

o in quegli Stati in cui erano forti le componenti sentimentali di appartenenza collettiva e che Hobsbawn

definisce “legami protonazionali” e che declina in due specie:

- l’esistenza di forme non strettamente locali di identificazione popolare che vanno oltre i limiti di spazio

in cui normalmente si identifica la gente (es. la fede religiosa per dei santi particolarmente venerati crea

un rapporto con un mondo molto più esteso)

- i legami politici, i lessici di gruppi èlitari legati allo Stato ed alle istituzioni che possono essere condivisi

dalle masse popolari.

Tuttavia i due legami protonazionalisti non si identificano col nazionalismo moderno anche se esiste una

relazione diretta tra un’organizzazione politica territoriale unitaria ed il concetto di nazione (lo erano i

gruppi di élite che nel 1945 parlavano e scrivevano correntemente la lingua tedesca che si sono espansi

in tutta l’Europa orientale e sud orientale e nelle Americhe. Tutti si sentivano cittadini tedeschi in eguale

modo pur vivendo in mezzo agli altri; gli ebrei pur essendo sparsi in tutto il mondo si sono sentiti ebrei

ovunque si trovassero prima ancora della nascita del desiderio di creare uno Stato ebraico alla fine

dell’’800).

Come nasce il protonazionalismo popolare ?

Punto di partenza potrebbe essere il pensiero delle masse popolari distinte tra alfabetizzati e non alfabetiz ­

zati prima del XX sec., cioè fino a che punto le diverse popolazioni avevano realmente compreso la realtà

storica, come identificassero i nemici dagli amici, i signori dai padroni etc. Il problema per i non alfabe ­

tizzati era di dare lo stesso significato o di interpretare lo stesso problema nello stesso modo degli alfabe­

tizzati. I non alfabetizzati, in genere, associavano il concetto al proprio pensiero così come lo comprende­

vano istintivamente, personalizzandone il termine e facendolo diventare popolare; il sentimento di appar­

tenenza “popolare”, associato alla parola con cui si identifica un popolo può avere anche altre origini.

La Santa Russia, Il Santo Tirolo e la Santa Irlanda son tre esempi di come tre realtà territoriali venissero

riconosciute dalle popolazioni come espressione di idee popolari: il significato di sentirsi russo o di ap­

partenere alla Santa Russia è rappresentato dalla fede, dallo zar e dallo Stato, qualcosa creato quindi dal ­

l’alto; nel significato popolare e populista, appartenere alla Santa Russia equivaleva quindi ad essere cri­

stiano ortodosso, mescolare così l’identità tra Stato e Chiesa. 6

La realtà del sentirsi “popolare” come appartenente al Santo Tirolo era invece una combinazione di con­

cetti come terra-icone-fede-imperatore–Stato che provenivano da interessi politici della Chiesa e del

Conte del Tirolo i quali volevano impedire che quella terra venisse assoggettata alla confinante nazione

tedesca. Una situazione simile è nella Santa Irlanda. Il concetto di appartenere alla Santa terra, qualunque

essa sia pur non identificante col concetto di nazione sicuramente ne è l’anticipazione; in tutti gli esempi,

mancano tuttavia due elementi associati alla definizione di nazione: la lingua e l’etnìa.

Riassumendo, motivazione comune è “fede religiosa-stato-idea di sacralità della propria terra”; denomi­

natore comune sono la terra ed il popolo che vi abita (di contro c’è l’assenza di elementi comuni quali la

lingua ed una etnia comune).

La lingua è l’elemento fondamentale che utilizziamo per distinguerci dagli “altri” (i Greci si definivano

protonazionalisti proprio perché si differenziavano con la lingua dagli altri “barbari”); è la barriera prima­

ria che differenzia un gruppo dall’altro come una cultura da una sottocultura o una nazione da un’altra; le

sue origini ci riportano ai dialetti vernacolari (lingue non scritte con un complesso di varianti locali o dia­

letti che comunicano tra di loro con difficoltà piccole o grandi, a seconda dell’isolamento).

Nell’epoca precedente non esisteva l’obbligo scolastico e non veniva parlata una lingua “nazionale” che

non fosse quella letteraria, oppure qualche idioma amministrativo scritto. Con eccezione delle élite colte,

in un contesto di analfabetismo, la comunicazione avveniva attraverso idiomi popolari per cui la lingua

non poteva essere definita “lingua nazionale”: ma ciò non esclude che nello stesso contesto popolare si

possa trovare un’identificazione culturale con la lingua o col dialetto parlato.

Il nazionalismo posteriore potrebbe così riconoscersi in una matrice linguistica protonazionale popolare

(es. quello degli albanesi che furono influenzati da diverse culture e si ritrovarono divisi in diverse reli­

gioni rivali: islamica, ortodossa e cattolica romana; poiché questa diversità religiosa fu elemento di divi­

sione, l’identità culturale venne ricercata dai primi esponenti nazionalisti nella lingua).

Le “lingue nazionali” sono spesso delle costruzioni artificiali, l’esatto contrario di quello che vuole la mi­

tologia nazionalista che invece le posiziona tra gli elementi essenziali del nazionalismo. L’artificio è quel ­

lo di standardizzare uno tra i tanti idiomi parlati; i rimanenti vengono relegati a dialetti. Spesso, anche con

delle varianti, l’idioma scelto diventa lingua mentre uniformare ed omogeneizzare la grammatica, l’orto­

grafia nazionale ed il lessico veniva sempre considerato di secondaria importanza.

Quasi tutte le lingue europee hanno queste origini regionali.

Nel 18° o nel 19/20° secolo, i princìpi che hanno determinato la scelta della lingua si sono dimostrati es ­

sere anche di carattere politico (es. la gente che viveva in Croazia: tra tre dialetti parlati si scelse di uti­

lizzare quello serbocroato, comune ai croati ed agli Slavi sud orientali per ribadire l’unità di fondo con

questa regione, dare maggior autorevolezza al dialetto serbocroato e togliere ai nazionalisti croati la

possibilità di utilizzare il proprio dialetto locale come lingua nazionale; per ultimo, fornire sia ai Serbi

che ai Croati pretesti espansionistici).

E’ pertanto chiaro che la lingua non poteva costituire per il popolo un criterio di nazionalità, mentre era

chiara la necessità di scegliere una lingua vernacolare nazionale, tratta da linguaggi di origine sacra o

classica o addirittura combinati che fossero soprattutto strumenti utili ai fini amministrativi o alla comuni­

cazione culturale, al confronto politico ed alla composizione letteraria. Diventa così difficile sostenere

come la lingua potesse essere considerata criterio che individuava l’appartenenza di un soggetto ad un

gruppo. Come altrettanto significativo è il fatto che dove vi è multilinguismo risulta arbitraria e difficile

l’identificazione con una sola delle lingue.

Nel XIII secolo il domenicano inglese Guglielmo di Alton, nei suoi studi, distingueva gli uomini sulla

base dei gruppi linguistici in relazione alla lingua parlata, delle generationes in rapporto all’origine e dei

diversi luoghi di insediamento, delle gentes in rapporto ai costumi ed ai diversi modi di parlare. Il concet­

to di populus era considerato invece il popolo che obbediva ad una legge comune, una comunità storico

politica piuttosto che una comunità naturale; come si vede la lingua non era che uno dei modi, e non certo

il più importante, per distinguere le comunità culturali.

Al contrario per Erodoto la lingua era un elemento importante: i Greci benché divisi geograficamente e

politicamente, erano un popolo unico che aveva in comune ascendenza, lingua, divinità, usi, costumi riti

divinità etc. etc.

In epoca moderna, invece, nel corso delle battaglie nazionalistiche vi furono esempi di appartenenti a co­

munità che, pur parlando la stessa lingua, rifiutarono l’unità politica con altri appartenenti alla stessa co­

7

munità poiché si sentivano diversi (secondo Benedict Anderson la lingua è diventata elemento centrale

nella moderna definizione di nazionalità ed anche un modo popolare di definire tale concetto).

In effetti dove esiste una lingua elitaria di carattere amministrativo o letterario, anche se parlata solamente

da un gruppo ristretto, non è assolutamente escluso che essa possa essere elemento di coesione protona ­

zionale, per tre ordini di motivi:

- è elemento fondamentale costitutivo e mezzo di comunicazione dello stesso gruppo ristretto (o comuni­

tà) che se collocabile in una determinata area geografica, diventa una specie di “modello” o progetto pilo ­

ta di comunicazione all’interno di quella più ampia comunità che si chiama nazione. Il dialetto quindi po­

trebbe divenire la base della futura lingua nazionale (es. nel 1789 il francese che era essenziale al concet­

to di Francia era parlato correttamente solo dal 12 – 13 % della popolazione parlava, mentre il 50% non

lo parlava per nulla; in Italia nel 1860 solo il 2,5 % usava l’italiano per comunicare, anche la Germania

che nel XVIII secolo era divisa in molte realtà politiche religiose, non era diversa la situazione e solo po ­

chi colti parlavano la lingua tedesca per esigenze di comunicazione quotidiana);

- la lingua comune proprio perché non deriva da una sua evoluzione naturale ma da una costruzione spes­

so adattata alle esigenze della stampa, acquisisce una forma di fissità che la fa sembrare eterna ed immu ­

tabile, molto più di quanto non lo sia in realtà. Da qui l’importanza della stampa per la lingua soprattutto

dopo la comparsa dei libri stampati. Questo avviene tra il XVIII ed il XX secolo per quasi tutte le lingue

europee;

- la lingua di cultura ufficiale dei governanti e delle élite diventa lingua degli Stati moderni per mezzo

dell’istruzione e/o dell’amministrazione pubblica.

Quindi, salvo alcune eccezioni, la lingua era solo una caratteristica in base alla quale la gente del popolo

sottolineava la propria appartenenza ad una determinata comunità; le lingue si moltiplicano con gli Stati e

non il contrario.

L’etnìa è un concetto che riguarda la comune origine e la discendenza da un qualcosa cui far derivare le

caratteristiche comuni degli appartenenti ad un determinato gruppo definito etnico. La parentela e il san­

gue sono fattori che definiscono gli appartenenti di un gruppo e ne escludono altri.

L’elemento fondamentale di un gruppo etnico tuttavia non è tanto la base di tipo genetico quanto quella

culturale. Infatti i popoli degli Stati nazione di ampia estensione risultano troppo eterogenei per richia­

marsi ad una comune etnìa. L’Europa ne è il classico esempio per come risultano variegati i gruppi etnici

che vi abitano.

Tuttavia secondo Erodoto l’etnìa fu in passato - e potrebbe essere anche nel presente - un qualcosa che

tiene unite delle popolazioni che abitano territori vasti, prive di organizzazione politica, nell’ambito di un

qualcosa che potrebbe chiamarsi protonazione (es. Curdi, Ebrei, Baschi, Somali ed altri) anche se questo

tipo di etnìa nulla ha a che fare con la nazione moderna cioè con lo Stato-nazione. Anzi, il cosiddetto “tri­

balismo etnico” spesso si è ribellato allo stato moderno (i Pashto in Afhanistan o gli Highlander in Sco­

zia).

Pochissimi movimenti nazionali moderni si sono realmente basati su una forte coscienza etnica, salvo in­

ventarsela poi sotto forma di razzismo. E’ difficile però affermare che l’etnìa o la razza siano irrilevanti

per il nazionalismo moderno se non altro per come l’aspetto umano mostra le sue differenze tra individui.

Dal punto di vista storico queste differenze hanno costruito delle barriere che sono servite ancor prima del

nazionalismo moderno per distinguere maggiormente le persone in classi sociali e non tra comunità; il co­

lore della pelle discriminava la posizione sociale sino al punto di formare delle classificazioni razziali (es.

in India più chiara era la pelle più alta era la posizione sociale); talvolta invece i rapporti erano capovol­

ti: la classificazione razziale corrispondeva alla posizione sociale indipendentemente dall’aspetto fisico

(es. Indi del Sud America che mantenevano la classificazione di cholos o mestizos per nascita).

L’etnìa “visibile”, comunque estranea al concetto di protonazionalismo, ha una valenza negativa perché è

utilizzata per definire gli “altri” invece che gli appartenenti al proprio gruppo, in quanto l’omogeneità et ­

nico razziale della propria “nazionalità” è data per scontata; essa, come semplice coscienza del colore, ov­

vero di appartenenza ad una razza, non ha mai portato alla formazione di una Nazione (es. un unico Stato

Africano).

Rimangono quindi da esaminare due concetti visti in precedenza: la religione e la regalità, la regalità o

l’Impero (es. la Santa RUSSIA) I legami tra religione e coscienza nazionale diventano ancor più forti

quando coinvolgono le masse invece di rimanere appannaggio di poche minoranze o di movimenti mili­

tanti. 8

Nei Paesi Arabi contemporanei il nazionalismo si identifica con l’Islam al punto tale che è difficile collo­

care al suo interno le altre minoranze (Copti, Maroniti, Cattolici Ortodossi). La religione costituisce un

metodo tanto antico quanto ben collaudato di pratiche comuni e concetti di fratellanza, che servono per

mettere insieme della gente che poco avrebbe in comune.

Per quanto riguarda il protonazionalismo ed il nazionalismo moderno, la religione veniva vista anche

come elemento contraddittorio in quanto poteva entrare in contrasto con l’obiettivo “nazione” e d’altra

parte le religioni più grandi nate tra il VI a.c. ed il VII d.c. sono definite universali e quindi al di sopra

delle differenze etniche, linguistiche, politiche e di altro tipo al punto che, in parti del mondo in cui si è

sviluppato il nazionalismo moderno, esse hanno imposto dei limiti alla identificazione etnico religiosa.

L’identificazione etnico religiosa sorge quando un popolo si percepisce diverso dai suoi confinanti (es.

l’Iran che fu dapprima di religione zoroastriana poi, convertitosi all’islam, sciita; l’Irlanda del Nord ri ­

mase cattolica perché si rifiutò di seguire gli Inglesi nella via della Riforma).

D’altra parte, convertirsi ad una religione diversa può portare alla formazione di due diverse nazionalità

(es. il cattolicesimo romano con il relativo allegato di scrittura latina e la fede ortodossa col relativo al ­

legato di scrittura cirillica divisero i Serbi dai Croati pur avendo entrambi la stessa lingua di cultura; gli

Albanesi che sebbene fossero divisi in molte religioni e vivendo in uno territorio molto piccolo, possede­

vano una forte coscienza protonazionale).

Inoltre non è chiaro se l’identità religiosa separata sia da ritenersi affine al nazionalismo: la tendenza è di

assimilare l’una all’altro. In ogni caso nella realtà, qual è quella musulmana, si tende più a pensare in ter­

mini di comunità piuttosto che di nazione: nell’attuale realtà musulmana dei paesi arabi, eccetto l’Iran,

non vi sono movimenti nazionalisti o protonazionalisti.

In conclusione i rapporti tra religione ed identificazione protonazionale o nazionale sono molto complessi

e non sono generalizzabili.

Gellner sostiene che i collegamento di un popolo con una cultura più vasta, specie se possiede opere scrit­

te come avviene con le fedi religiose di portata mondiale, consente ai gruppi etnici di acquisire un patri­

monio ed una posizione rispetto ad altri che li può aiutare a trasformarsi in nazione (es. alcuni Stati del

corno d’Africa convertitisi al Cristianesimo ed all’Islam).

Se la religione non rappresenta un elemento indispensabile al protonazionalismo, lo sono invece le sacre

icone per il nazionalismo moderno; esse rappresentano il simbolo e il rituale o la comune pratica colletti ­

va in grado di fornire una realtà palpabile a una comunità immaginaria: immagini o icone o pratiche da

condividere (es. le 5 preghiere dei musulmani o lo Shema Yisroel degli ebrei o l’adorazione della Vergi­

ne di Guadalupe in Messico, oppure i giochi di Olipmpia dell’antica Grecia), oppure rappresentazioni o

simboli, come ad esempio le bandiere per le nazioni moderne. Le icone più radicali e più importanti han ­

no una loro origine nella fase prenazionale.

La coscienza di appartenere a un’entità politica permanente.

Appartenere a quella che nel gergo del XIX sec. veniva chiamata “nazione storica” era senz’altro un fat­

tore importante per il protonazionalismo. In molti casi la “nazione politica”, alla quale corrispondeva nel

suo significato la nazione-popolo, era composta che da una piccola parte di abitanti di quello Stato, ovve­

ro una piccola élite privilegiata che potrebbe essere definita un “nazionalismo della nobiltà” (quando i

nobili francesi parlavano dello Crociate non intendeva attribuire tali gesta alla massa di abitanti della

Francia, anzi); questo senso di appartenenza può a ragione considerarsi protonazionale perché nella sua

coscienza socio politica e nei sentimenti possedeva tre caratteristiche fondamentali: nazionalità, lealtà

politica e patrimonio politico comune.

Riuscire a estendere il concetto di nazione politica alle masse avvenne invece molto più tardi di quanto il

nazionalismo facesse apparire. Infatti in taluni casi risulta difficile credere che le masse si potessero iden­

tificare nelle comunità dei signori che di fatto avversavano in quanto proprietari terrieri che sfruttavano

quelle stesse terre abitate dal popolo.

E laddove fosse accaduto il contrario non è possibile affermare che il protonazionalismo fosse sufficiente

a mettere insieme nazionalità e nazioni ed ancor meno a creare uno Stato; tutto questo per dire che l’ideo ­

logia nazionalista è cosa assai diversa dal protonazionalismo. 9

Secondo Gellner l’ideologia nazionalista sembra essere dominante in seguito ad una illusione ottica. Non

può esistere un mondo di nazioni; esiste invece un mondo in cui alcuni gruppi, potenzialmente nazionali,

nel momento in cui rivendicano questo status impediscono le rivendicazioni di altri i quali non hanno evi­

dentemente la forza per farlo. Se il protonazionalismo fosse sufficiente avrebbero già fatto la loro com ­

parsa altri gruppi.

E se può essere auspicabile e forse essenziale una base di tipo protonazionale per poter formare un movi ­

mento nazionale che abbia serie mire statuali, non è detto che, una volta fondato lo Stato, la stessa base

protonazionale sia indispensabile per la formazione del patriottismo e della fede nazionale: le nazioni

sono più spesso la conseguenza della creazione di uno Stato che non la causa della sua fondazione (lo sta­

to è uno contenitore dove si forma la Nazione e non la Nazione che fonda lo Stato. Es. USA e Australia).

Nonostante sia difficile trovare una relazione tra identificazione protonazionale e patriottismo nazionale,

esistono casi di esperienze diametralmente opposte (i soldati mercenari o i Gurkha nepalesi o i soldati

Turchi impiegati nella 1^ Guerra Mondiale), tali da dover considerare la questione della coscienza nazio­

nale molto complessa, soprattutto nel periodo precedente a quello in cui il nazionalismo moderno divenne

forza politica di massa, ovvero nel tardo XIX sec. per quanto riguarda la maggior parte della nazioni del ­

l’Europa occidentale, quando vennero fatte delle scelte decise anche se non chiare negli obiettivi.

Nazionalismo

Si parla di nazionalismo per le dottrine e i movimenti che sostengono l'affermazione, l'esaltazione e il po ­

tenziamento della nazione intesa come collettività omogenea, ritenuta depositaria di valori tradizionali ti­

pici, esclusivi del patrimonio culturale e spirituale nazionale, sebbene la definizione non sia univoca.

Tramontato dopo la tragedia delle due guerre mondiali il nazionalismo classico - nato nell'Europa dell'800

- è andato crescendo un nazionalismo in forme nuove che, sotto la copertura delle più varie spinte ideolo­

giche, è stato la culla della "via cinese" all'autonomia, del non allineamento e delle lotte al colonialismo

nel terzo mondo.

Terminata la decolonizzazione, dissolta l'URSS e tramontata la minaccia della guerra fredda, il nazionali­

smo politico nei paesi islamici è stato in parte rimpiazzato dal fondamentalismo religioso, mentre in altre

parti del pianeta come in Africa ed in medio Oriente, le rivendicazioni nazionalistiche si sono tradotte in

vere e proprie guerre su base etnica. L'avanzare spesso invasivo della globalizzazione, specie economica,

ha prodotto una reazione che ha ridotto il nazionalismo ad etnicismo.

Percorrendo la storia, il termine fu usato per la prima volta dal tedesco A. Weishaupt, fondatore della set­

ta degli illuminati, e dall'abate A. Barruel nelle Memoires pour servir à l'histoire di jacobinisme (1798)

ma divenne di uso comune solo negli ultimi decenni dell'800; le prime manifestazioni del nazionalismo si

ebbero in seguito al Congresso di Berlino (1878) e se inizialmente la corrente fu comune in tutta l'Europa,

sorsero successivamente schemi differenti nei vari paesi, tra cui vanno ricordati:

- il Nazionalismo Umanitario (Rousseau, Herder) legato al cosmopolitismo settecentesco;

- il Nazionalismo Giacobino intollerante verso i dissensi interni e animato da zelo missionario;

- il Nazionalismo Liberale (Burke, Guizot, Von Stein, Cavour) che privilegiava la sovranità nazionale in

un contesto di garantita libertà individuale, politica, economica;

- il Nazionalismo Economico (List e la scuola protezionistica tedesca), che studiava le modalità di auto­

sufficienza economica nazionale.

Louis Snyder, nel suo The meaning of nationalism (1954) ha proposto un approccio storico-cronologico

individuando quattro forme di nazionalismo succedutesi nel tempo:

- il Nazionalismo integrativo (1815-1871) che coinvolse ad esempio i processi unificativi di stati come

Italia e Germania;

- il Nazionalismo smembrante (1871-1890) che vide protagoniste le minoranze di imperi in dissolvimento

come quello Austro-ungarico e Ottomano;

- il Nazionalismo aggressivo (1900-1945) causa scatenante delle due guerre mondiali e quindi profonda­

mente intrecciato con l'Imperialismo;

- il Nazionalismo contemporaneo (dal 1945 in poi) che si caratterizza per l'espansione economica e

neoimperiale dei due attori della guerra fredda (USA e URSS), e per la spinta alla decolonizzazione in

Asia, Africa e Medio Oriente.

Infine, E. J. Hobsbawm (Nation and nationalism, 1990) accoglie la tesi di proposta da M. Hroch sulla di­

visione dei movimenti nazionalistici in tre fasi: 10

a) riscoperta letteraria e folklorica della cultura popolare;

b) l'agitazione politica del nazionalismo militante di piccoli gruppi;

c) l'adesione a movimenti di massa.

Nazionalismo dalle radici alla seconda guerra mondiale

Si distingue tra il nazionalismo democratico o liberale (che si affermò in Europa e America Latina duran­

te la prima metà dell'800) e il nazionalismo della seconda metà del XIX sec. Il primo pensava alla nazione

come comunità che coesiste pacificamente e pariteticamente con altre nazioni (tipica ad esempio di Giu­

seppe Mazzini), mentre il secondo è legato alla reazione contro la democrazia parlamentare ed all'espan­

sionismo delle nazioni d'Europa impegnate nella gara di supremazia extraeuropea, il colonialismo.

L'unificazione tedesca del 1870 sconvolse gli equilibri europei e accelerò lo sfascio dei vecchi imperi

multinazionali, il nazionalismo assunse caratteri diversi nelle varie nazioni: l'Inghilterra si identificò nella

missione imperiale britannica, la Germania si sforzò di creare uno stato autoritario a forte vocazione pro­

tezionista e con suggestioni pangermaniste (von Treitschke e von Sybel), la Francia si strinse attorno al

tradizionalismo monarchico e cattolico della destra di Barrès, manifestatesi apertamente in occasione del ­

l'affare Dreyfus.

In questa fase il nazionalismo italiano si presentò come movimento elitario, tra cui spiccarono le figure di

Gabriele D'Annunzio, successivamente si passò ad una fase più propriamente politica legata al nome di

Corradini con un programma che guardava al rafforzamento dell'autorità statale come rimedio contro il

particolarismo politico, e la guerra per l'affermazione del prestigio italiano.

Il giornale Il Regno fu il primo organo ufficiale del movimento nazionalista italiano e il nazionalismo

svolse un ruolo importante in alcuni momenti della storia d'Italia, come in occasione della guerra di Libia

(1911-1912), dell'interventismo alla vigilia del primo conflitto mondiale, della campagna sulla "vittoria

mutilata" nel primo dopoguerra. Il movimento si fuse con il fascismo nel febbraio del 1923. In Italia, Por­

togallo e Germania, il nazionalismo giocò un ruolo fondamentale nell'elaborazione delle ideologie dei fa­

scismi al potere, il rapporto tra nazionalità, nazionalismo e imperialismo dei regimi totalitari è stato al

centro del dibattito storiografico post-seconda guerra mondiale.

Il nazionalismo nel secondo dopoguerra

Assieme al comunismo e al capitalismo, nel panorama successivo alla seconda guerra mondiale vanno ag­

giunti i movimenti nazionalistici o di "liberazione nazionale" che hanno continuamente messo in forse la

logica egemonica delle due superpotenze.

Con la conclusione della stagione di decolonizzazione, che coinvolse direttamente o indirettamente centi­

naia di milioni di individui, il nazionalismo politico parve comunque entrare in una fase di declino, ad

esso fu sostituito, nel mondo arabo ed in generale islamico, dal nazionalismo religioso, antiamericano nel­

la rivoluzione iraniana del 1979, antisovietico nell'invasione sovietica dell'Afghanistan sempre nel 1979,

antiisraeliano nei territori palestinesi occupati. Il nazionalismo religioso è piuttosto una forma variabile a

seconda dell'area interessata, di resistenza collettiva in nome di valori tradizionali, alla modernità così

come intesa dall'Occidente.

Gli etnonazionalismi

Negli ultimi anni si è tornato a parlare di nazionalismo in relazione alla caduta dei regimi comunisti ed in

particolar modo dell’Unione Sovietica quale unico impero sopravvissuto alla prima guerra mondiale, l'im­

pero esterno (paesi dell'Europa orientale) si è separato con modalità relativamente pacifiche, se si esclude

la Romania, e l'impero interno, ovvero gli stati che formavano la federazione sovietica, lo ha seguito di lì

a breve.

La disgregazione ha dato luogo ad un nuovo tipo di nazionalismo, l’etnonazionalismo, che si è affermato

nella fascia del continente eurasiatico che va dalla costa balcanica dell'Adriatico sino all'Asia centrale; ba­

sti ricordare il conflitto nella ex Jugoslavia e nella Cecenia russa. Il nazionalismo così, alla fine del XX

secolo ha assunto il volto dell'etnicismo, spesso esasperato e mescolato a fondamentalismi religiosi, triba­

lismo, localismo o comunitarismo (Africa subsahariana ed in particolar modo in Ruanda e Burundi nel

1994; definire l'etnia, le guerre etniche e lo stesso etnicismo in quanto surrogato del nazionalismo, è mol­

to difficile anche per gli scienziati sociali e gli antropologi, lasciando così aperte complesse questioni.

Movimenti etnonazionalisti europei 11


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia delle Dottrine Politiche, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Nazioni e Nazionalismi, Hobsbawm. Gli argomenti trattati sono: la “costruzione nazionale” (Bagehot), la novità nazione (dalla rivoluzione al liberalismo), il protonazionalismo popolare, le componenti sentimentali di appartenenza collettiva, la nascita del protonazionalismo popolare, la coscienza di appartenere a un’entità politica permanente, il nazionalismo dalle radici alla seconda guerra mondiale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Aldobrandini Giovanni.

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