Storia di Roma tra diritto e potere
Capitolo primo: La genesi della nuova comunità politica
Le condizioni materiali nel Lazio arcaico
Agli inizi dell’ultimo millennio a.C. il paesaggio fisico in cui si situavano gli insediamenti umani che avrebbero dato origine a Roma e alle altre città del Latium vetus non doveva essere molto diverso da quello odierno, solo più scosceso e segnato da maggiori e improvvisi dislivelli. Soprattutto la presenza di aree boschive e di vasti acquitrini, negli avvallamenti, contribuiva all’isolamento delle comunità umane ivi stanziate. Il territorio era limitato a Nord dal Tevere, a Ovest dal mare, a Est dai primi altipiani che segnano il confine fra i Latini e le popolazioni sabelliche e a Sud, infine, dagli ultimi contrafforti dei colli Albani che si sporgono sulla grande pianura che si apre verso Cisterna, Circeo e Terracina.
Nella primitiva economia delle popolazioni laziali un ruolo importante era rappresentato dall’allevamento, dove, accanto alla pecora, ebbe per molto tempo fondamentale importanza il maiale. Era però già praticata anche una forma primitiva di agricoltura, legata anzitutto alla coltivazione di farro. Abbastanza antico appare anche lo sfruttamento di certi alberi da frutto, come il fico e l’ulivo, mentre la vite avrebbe assunto maggiore rilevanza in età successiva. Sin dagli inizi dell’ultimo millennio a.C. vennero sviluppandosi, con l’incremento dei livelli economici delle popolazioni laziali, forme di circolazione di uomini e cose. Le principali rotte commerciali, attraversando verticalmente la pianura laziale, univano l’Etruria alla Campania: due aree di più precoce sviluppo economico. Uno dei pochi punti di passaggio, dove era facile il guado del Tevere, è costituito dall’area su cui sorgerà Roma. Non meno importanti erano anche le vie di comunicazione del mare verso l’interno: allora, infatti, il Tirreno era già coperto da una fitta rete di traffici marittimi che contribuivano all’intenso flusso di beni tra la zona costiera degli scambi e l’entroterra, attraversando la pianura controllata dai colli Albani da un lato, dal Palatino e dal Campidoglio Quirinale dall’altro. Il nome della Via Salaria, a Roma, ricorda appunto uno di questi percorsi commerciali, relativo a un bene di fondamentale importanza nell’alimentazione umana: il sale.
Quest’area, sin dagli inizi dell’ultimo millennio a.C., era caratterizzata dalla presenza di numerosi villaggi vicini gli uni agli altri e costituiti da poche capanne. La loro aggregazione interna, e conseguentemente la reciproca differenziazione, si fondava sulla presenza di forme familiari o pseudo parentali, legate alla memoria di una più o meno leggendaria discendenza comune. Queste numerose comunità non sempre e non tutte erano destinate a evolvere verso forme cittadine, talora piuttosto ristagnando o regredendo in frammenti sparsi nella campagna. Contro ogni accelerazione della loro crescita materiale giocava la persistente difficoltà di assicurarsi lo sfruttamento di zone adeguate di territorio. Ciò infatti non implicava solo la capacità di difesa contro l’esterno, ma soprattutto presupponeva un adeguato controllo dell’uomo sulla natura, né facile né rapido. Cosicché non possono meravigliare le piccole dimensioni dei numerosi centri che, ancora tra IX e VIII secolo a.C., appaiono disseminati nell’area laziale.
L’elevata quantità degli insediamenti in un’area territoriale relativamente circoscritta non solo è confermata dalle continue e importanti scoperte archeologiche degli ultimi decenni, ma anche dalla memoria storica che ne avevano gli antichi. Sembra echeggiare questa situazione un suggestivo testo di Plinio in cui si afferma che, in un tempo remoto, in Latio vi furono, accanto a piccole cittadine (clara appida), dei populi, uniti da un vincolo religioso costituito dal culto di Iupiter Latiaris che si svolgeva in monte Albano, l’odierno Monte Cavo, nel cuore dei Castelli Romani. Questi populi, designati unitariamente come Albanes, sono menzionati in numero di trenta e richiamati al plurale. Sia questi che gli appidia sarebbero stati tutti destinati a dissolversi in età storica senza lasciar traccia. Questo dei trigenta populi, come vari altri culti ricordati sempre per questi territori, dal bosco sacro presso Nemi al caput aquae Ferentinae, attestano la presenza sin dalla più remota antichità di un tessuto unitario atto ad agevolare quei processi di fusione e saldatura che avrebbero portato alla formazione di unità più ampie e consolidate.
Villaggi, distretti rurali e leghe religiose
Nelle tombe d’epoca arcaica, scavate nelle varie località laziali, vediamo la presenza di antiche forme culturali, attestate dal trattamento del cadavere, dalle suppellettili che lo attorniano, legate alla vita quotidiana: recipienti con cibo, ornamenti, le armi per gli uomini, e gli strumenti di tessitura per le donne. Ciò fa pensare che fosse già diffusa la credenza in una vita ultraterrena. Un altro aspetto importante è costituito dalla grande omogeneità di questi ritrovamenti, a testimoniare una notevole uniformità di condizioni economiche.
I vincoli parentali o pseudo parentali, fattore di coagulo di queste varie comunità, non dovevano necessariamente coincidere con singole unità familiari, mentre invece erano rafforzati dal culto degli antenati e dalla presenza di più o meno circoscritte unità sepolcrali. Le elementari funzioni di guida del gruppo dovevano poi associarsi all’età e al ruolo militare. Accanto agli anziani, ai patres, detentori della saggezza e della capacità di ben guidare la comunità, è verosimile che, nei momenti di pericolo e di crisi, i poteri di decisione e di comando venissero deferiti ad alcuni guerrieri di particolare valore e capacità.
Dobbiamo immaginare un ruolo permanente dell’assemblea degli uomini in arme, insieme al parere degli anziani, dei patres del gruppo, competente per le decisioni relative alla vita della comunità. È probabile che questi stessi patres, o alcuni di essi, assolvessero anche a particolari funzioni religiose, non solo all’interno della singola famiglia, ma anche in un ambito più ampio, essendosi già affermata, in questo campo, una competenza particolare di singoli individui, assunti quindi a una posizione di prestigio all’interno della comunità.
La grande quantità di questi piccoli villaggi, situati in un’area relativamente circoscritta, sovente a poche centinaia di metri gli uni dagli altri, contribuiva ad accentuare un ininterrotto e fitto sistema di relazioni tra di essi. Era un mondo magmatico caratterizzato da una cultura comune, consistente anzitutto nella comunanza della lingua latina e nella partecipazione a riti e culti. Alla vitalità di questo tessuto unitario dovette inoltre contribuire notevolmente un insieme d’interessi più direttamente economici.
La gestione in comune o la spartizione dei pascoli, il controllo dei sistemi di comunicazione e dei traffici commerciali, la circolazione e lo sviluppo delle pur rudimentali tecniche agricole, la ripartizione o l’uso in comune delle terre, nonché le possibili forme di circolazione del bestiame nel corso dell’anno dai pascoli più alti alla pianura, a seconda delle stagioni, e la diffusione dei prodotti metallurgici sono fattori di coagulo tra più comunità.
La celebrazione dei sacrifici in comune, come nel caso dei trigenta populi Albenses, costituisce un momento importante nel sistema di comunicazioni e di scambio tra le varie comunità, assumendo anche un valore più propriamente politico. Come anche latamente politico appare la figura arcaica del rex Nemorensis, il grande e solitario sacerdote del bosco sacro presso Nemi (risalente a un’epoca in cui il sacro non era costituito dagli uomini con i loro templi, ma si identificava con la dimensione naturale del bosco o dello spazio ai margini di esso e delle culture, oppure con il mistero vitale dell’acqua che sgorgava dalla terra). Esso era il luogo di un culto collettivo e di aggregazione di più comunità, non meno di altri centri religiosi.
Non si deve tuttavia concludere che tali leghe sfociassero immediatamente e necessariamente in sistemi federativi e che quindi la formazione della città latina vada meccanicamente identificata nel processo di rafforzamento di tali vincoli e nella trasformazione dei centri federali nelle città-stato, con il graduale assorbimento dei villaggi circostanti. Questo passaggio è stato invero più complesso e ricco di chiaroscuri.
Intorno agli anni in cui la tradizione colloca la fondazione di Roma, verso la metà del VIII secolo, precisamente nel 753 a.C., profonde trasformazioni sembrerebbero verificarsi nell’organizzazione economico-sociale del Lazio primitivo. Si tratta anzitutto di un processo di differenziazione, documentato dalla presenza di tombe con arredi funerari di crescente opulenza, nettamente distinti da quelle tuttora più diffuse, assai più modeste. Esse attestano, con l’affermata egemonia dei gruppi economicamente e socialmente più forti, una chiara ideologia aristocratica. Lo sforzo anche funerario si ricollega all’affermazione di una gerarchia sociale e di una distinzione di ruoli legata alla ricchezza.
Un processo del genere fu reso possibile da un primo sviluppo economico delle società da esso interessate, con l’avvio dei primi fenomeni di accumulazione della ricchezza e con la parallela crescita della popolazione. Dove ormai interveniva in modo sempre più accentuato, a favorire l’ineguaglianza di distribuzione dei beni, un fondamentale fattore costituito dalla guerra, il grande lavoro collettivo di questa prima età. È in essa infatti che il valore individuale, gli stessi armamenti e quindi le prede belliche, definivano diversità di posizioni e di prestigio. Attorno ai guerrieri e ai gruppi familiari più forti si concentrò un numero crescente di seguaci, il che a sua volta dovette accentuare le differenze gerarchiche, sia in termini di forza militare che di ricchezze acquisite.
È allora, inoltre, che la documentazione archeologica evidenzia un primo sviluppo tecnologico, con il passaggio da una produzione domestica dei principali manufatti, e in primo luogo degli oggetti di terracotta, a una produzione specializzata, mentre si moltiplicano gli oggetti metallici, la cui realizzazione implica la presenza di un’elevata tecnologia e la concentrazione di adeguate risorse. In questa fase lo sviluppo economico permette ormai ad alcuni individui di non partecipare immediatamente alla produzione dei beni alimentari e immediatamente funzionali al sostentamento, specializzandosi invece in altre attività artigianali e dando così luogo a un primo mercato di scambio tra prodotti agro-pastorali e manufatti.
Tra i fattori che dovettero contribuire a tale processo di trasformazione, si può probabilmente annoverare lo sviluppo delle attività agricole, anche se resta incerto sino a quale punto l’agricoltura avesse già soppiantato l’allevamento come fondamento dell’economia di tali popolazioni. Si tratta di un passaggio importante, giacché la stessa superficie di territorio poteva, se sfruttata in forme agricole, sostenere un più alto numero di individui di un’equivalente area a pascolo.
È quanto mai verosimile che sin da allora esistesse un regime di appropriazione individuale dei beni mobili, esteso anche al bestiame minore, pecore e suini, oltre che agli animali da trasporto e da lavoro: somari, cavalli e buoi. Analogamente dovevano già essere presenti forme limitate di pertinenza della terra, se non altro sulla capanna e sullo spazio circostante, ma anche con ogni probabilità sui primi circoscritti campi coltivati. Ciò insieme alla diversa distribuzione delle risorse della pastorizia, dovette determinare una progressiva stratificazione dei singoli patres all’interno delle varie comunità d’appartenenza rafforzando maggiormente alcune di queste a danno di altre. L’accentuarsi di tali squilibri, a sua volta, poteva in alcune situazioni ottimali dar vita a fenomeni di sinecismo (da due vocaboli greci riferiti all’abitare insieme, che già gli antichi impiegavano a indicare la formazione della città dall’aggregazione di abitanti sparsi) delle minori comunità verso la più ampia forma cittadina.
La fondazione di Roma
Nel quadro di questi nuovi fermenti, appaiono i primi centri insediativi unitari di un certo rilievo che potremmo definire, città in formazione. È in quest’epoca che vari insediamenti laziali assunsero una fisionomia diversa e più incisiva di quella dei villaggi dell’età precedente. Il nucleo della città era da identificarsi sul Palatino. A tale colle infatti si ricollegano le leggende e i più antichi riti religiosi, oltre ai ricordi legati alla coppia di gemelli salvati dalle acque del Tevere: dalla cosiddetta casa di Romolo, al fico ruminale sino al percorso effettuato dai Luperci, nella corrispondente cerimonia religiosa, percorso che seguirebbe il confine dell’antiquisimun pomerium tracciato dallo stesso Romolo. Quest’area insediativa, soprattutto successivamente alla fusione dei villaggi del Palatino con quelli del Quirinale–Campidoglio, presenta una rilevanza strategica eccezionale. La naturale fortificazione costituita da questi colli permette infatti il controllo di uno dei pochissimi guadi praticabili del Tevere, dove il fiume si divide in due.
Ed è qui, appunto, che interviene l’improvvisa accelerazione di processi già sedimentati, di contro a fenomeni di ristagno e inadeguatezza. L’elemento reale che soggiace alla tradizione leggendaria della fondazione (21 aprile del 753 a.C.) propone l'idea di un relativamente rapido affermarsi di una realtà nuova. È questo il messaggio degli antichi: una nascita come rottura. L'espansione cittadina non seguì pedissequamente gli schemi territoriali costituiti dai preesistenti collegamenti religiosi.
Si possono intuire le tracce, sopravvissute solo in arcaiche tradizioni religiose, di altre forme aggregative, alternative al percorso unificatore che prevalse e che portò all’esistenza di quella Roma arcaica, con quella configurazione territoriale che la storia ha conosciuto. Con il prevalere di questa particolare aggregazione avviata verso la forma cittadina, il nucleo, almeno potenzialmente politico, di tutte le altre era destinato a essiccarsi, dissolvendosi di fronte alla forma storicamente vincente della polis.
Indipendentemente dalla data precisa della fondazione di Roma nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. si registrano alcuni fenomeni convergenti. Essi fanno pensare che, in quell’epoca, alcuni dei villaggi preistorici si fossero venuti fondendo in una nuova entità unitaria caratterizzata da una fisionomia urbana. Con gli spazi per la vita della comunità e per l’assemblea cittadina, per i luoghi dei culti e per la sede del rex, nascono anche la politica e le istituzioni.
Questa coincidenza si sfuoca nella prospettiva di molti storici moderni, che tendono ad abbassare la data della piena definizione dell’ordinamento politico cittadino. In esso ha giocato e gioca tuttora, specie negli archeologi di una generazione passata, un latente pregiudizio di tipo statalistico: non a caso si parla sempre di città stato, dando di queste strutture antiche, quasi senza apparire, già una prima interpretazione. Nel senso che si associa l’esistenza della nuova compagine cittadina al pieno e compiuto definirsi di un ordinamento politico sovrano, con le sue proprie forme di governo e istituzionali e con il coerente disegno dell’organico dei cittadini e delle strutture militari.
Ora, sotto questo profilo, la nascita di Roma può effettivamente essere abbassata in modo relativamente ragionevole: giacché sino al 367 a.C. il compiuto disegno di una costituzione romana non fu completato. Ma questo non legittima affatto l’idea che la città non esistesse ben prima. Giacché essa era un organismo vivo, in continua costruzione e in continua modificazione. Quello che interessa è cercare di cogliere il momento in cui si può individuare un nuovo e autonomo centro di funzionamento e di auto innovazione rispetto alle sue stesse componenti, segnando uno spartiacque fondamentale nella storia arcaica.
Proprio sotto il profilo di una storia istituzionale diventa rilevante l’esistenza di qualcosa non riconducibile agli antichi villaggi ed ai sistemi parentali o tribali, e che non è mera somma confederale di questi perché in grado di procedere autonomamente verso la sua ulteriore costituzione. Dall’altra parte le indicazioni unanimi degli antichi e, soprattutto, quanto sappiamo della stratificazione istituzionale che corrispose all’età dei re di Roma, dal sistema delle curie all’ordinamento centuriato, dai montes e dai pagi alle tribù territoriali, postula la presenza di un quadro temporale atto a permettere tale sequenza storica, nonché lo sviluppo dei corrispondenti processi sociali ed economici. Tenendo fermo che il sistema delle curie delle tre tribù genetiche corrispondeva già alla prima forma della città, non sembra pertanto verosimile l’ipotesi di una datazione più recente della sua genesi.
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