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per altri magistrati giunti alla fine della carica, sempre sulla base di delibere senatorie o di leggi. Si

trattava peraltro di eventi relativamente eccezionali e, non a caso, variamente sottolineati dagli

antichi.

Rispetto alla prassi sino ad allora seguita, qulcosa di nuovo avvenne, nel momento più drammatico

della Seconda guerra punica, in relazione al giovane e carismatico Questi

Publio Cornelio Scipione.

infatti, nel 211 a.C. , fu investito del comando della guerra in Spagna contro i Cartaginesi , nel

riuscito tentativo di allontanare o indebolire la pressione di Annibale sull’Italia. Egli fu eletto, dai

comizi centuriati , direttamente alla pro magistratura, come proconsole, senza precedentemente

avere rivestito la corrispondente carica di magistrato. In tal modo si innovava profondamente nella

stessa logica sino ad allora seguita , prevedendo che il supremo potere di comando costituito

dall’imperium potesse essere sganciato dalla titolarità della magistratura ordinaria. Un criterio che

avrebbe avuto una durevole fortuna, sia nel corso delle guerre civili che, in seguito, nella

costruzione del principato.

Più indeterminata, ma non meno significativa e grave di conseguenze nelle logiche della oligarchia

repubblicana, la posizione dello stesso in Roma dopo la sua

Publio Cornelio Scipione l’Africano,

vittoria su Annibale. La grandezza della vittoria e il ricordo dei pericoli superati si sommavano

nell’attribuire a questo personaggio un’aura particolare e un prestigio mai avuto in precedenza da

alcun uomo politico e, che trascendeva anche la sua eminente posizione istituzionale, per alcuni

anni come princeps del senato.

Per la prima volta erano veramente minacciati gli equilibri consolidati all’interno di questa

repubblica aristocratica e il senato appariva svuotato di autorità rispetto a un personaggio da cui

tutta la vita politica veniva a dipendere : l’ombra monarchica sembra scendere sulla città. Si trattò di

un periodo in cui, formalmente, le istituzioni repubblicane continuarono immutate : ma erano

modificati gli equilibri interni e i reali centri di potere. E’ in ragione di ciò che si spiega la durissima

lotta di Catone il Censore contro l’Africano. < Nulla di personale > o quasi, dunque, ma molto di

politico : e , come non di rado accade nella storia, lo strumento per la vittoria finale di Catone fu un

processo criminale. Non direttamente contro l’Africano, praticamente intoccabile nella sua gloria,

ma contro il fratello, per un affare di < fondi neri > a disposizione di costui nel corso di un comando

militare in Oriente, di cui non si riusciva a dar conto. L’autorità dell’Africano impedì che il

processo fosse condotto a termine : ma la sua esposizione in questo affare intaccò il suo prestigio

personale, avviandone il declino politico. Consapevole di ciò , egli addirittura lasciò Roma,

ritirandosi in volontario esilio in Campania, nei suoi possedimenti presso Literno. E’ degno di nota

che Catone stesso era stato un protetto della gens Fabia , e aveva fatto i primi passi della sua

carriera pubblica con il suo appoggio. Come si vede , il diverso orientamento politico, conservatori,

agrari contro innovatori filo mercantilisti e < protoimperalisti > , trasmesso attraverso il sistema dei

lignaggi, parentele e clan gentilizi e delle connesse alleanze sociali e < amicizie > , si confermava,

anche in tal caso, come un carattere della tradizione politica romana.

Il tramonto di Scipione e il recupero di autorità dell’aristocrazia senatoria permisero un riequilibrio

della scena politica romana per tutto il II secolo : l’epoca della grande espansione imperialistica. Un

periodo, tra l’altro , in cui proprio l’insieme di competenze e di sapienza politica del senato guidò

una fase delicatissima della politica estera romana. Ma fu l’ultima stagione in cui esso assolse con

piena efficacia al ruolo di protagonista della politica romana. Il germe dei poteri personali, di un

crescente squilibrio ingenerato dalla gloria militare era stato seminato e si accingeva ormai a dare

frutti velenosi : s’era aperta l’< >, appunto

eredità di Annibale

In seguito, si introdussero ulteriori cautele e restrizioni nella carriera politica : la lex Villia annalis,

del 180 a.C. , con cui si regolò l’età necessaria per presentarsi alle varie cariche, mentre si rafforzò

il divieto di iterazione delle cariche e di continuazione per più anni di seguito della medesima

magistratura: dopo il terzo consolato di seguito di Marcello nel 152 a. C., non vi furono più casi in

cui non si rispettasse l’intervallo decennale tra un consolato e il successivo, sino a cinque

consecutivi consolati di Mario : ma, con essi, siamo già in piena crisi della repubblica. 86

2. Il governo provinciale

Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra punica, a seguito della sua vittoria e poi dei

mutati equilibri nel Mediterraneo occidentale, Roma era subentrata ai Cartaginesi nel controllo di

buona parte della Sicilia e della Sardegna.

Queste acquisizioni territoriali trans marine furono indicate con il termine : vocabolo

provincia

usato a designare la sfera di competenza specifica riconosciuta a un magistrato com imperio e ora

esteso a indicare l’oggetto materiale di questa competenza : il territorio conquistato e le sue

popolazioni. Si trattava di organizzare un sistema di governo nuovo che non poteva e non intendeva

ripetere, se non per alcuni aspetti , l’esperienza assimilatrice che aveva e avrebbe continuato a

caratterizzare il processo di romanizzazione dell’Italia.

In effetti, come avrebbe di lì a poco confermato la vicenda annibalica, gli Italici costituivano un

indispensabile retroterra, anzitutto demografico, del potere politico – militare romano: fornendo non

solo contingenti militari importanti, seppure sempre al margine del nerbo delle legioni, ma anche

supporti materiali ed economici. In ciò divergevano le nuove realtà provinciali, almeno per molto

tempo, considerate anzitutto territori e popolazioni da sfruttare economicamente , non realtà da

assorbire in un blocco politico unitario. Soprattutto nel caso siciliano, quello più antico e di

notevole importanza, data la ricchezza e la produttività della regione, i Romani derivarono in buona

parte il loro sistema organizzativo dai modelli ellenistici preesistenti. In particolare quelli adottati da

Siracusa, la più splendida e importante delle città greche in Sicilia il cui tiranno , Gerone, dette il

nome allo statuto generale applicato dai Romani : la cosiddetta In sostanza si derivò

lex Hironica.

dai regni dell’Oriente ellenistico l’idea che il monarca fosse anche il proprietario dell’intero

territorio. Conseguentemente tutti coloro che avessero in qualche modo acquisito e sfruttato le terre

coltivabili, anzitutto i piccoli agricoltori, furono considerati come affittuari che dovevano pagare al

sovrano coma canone annuo una quota parte del prodotto : in teoria la < decima > parte di questo.

Nel caso siciliano i Romani ( ma così fu in linea generale anche per le province successive )

stabilirono che tutti gli agricoltori dovessero iscriversi in appositi registri, indicando la quantità di

terra coltivata ), insieme al proprio nome ( ) mentre alla

( professio iugerum subscriptio aratorum

percezione della decima si sarebbe dovuto provvedere con il consueto sistema degli appalti.

In generale quasi tutta la popolazione originaria della provincia era considerata come < straniera > ,

alla merce del popolo Romano, in quanto non più appartenente a una comunità sovrana e priva

ormai di un suo proprio autonomo statuto giuridico ( ) . Anche nella realtà

peregrini nullius civitatis

provinciale giocò tuttavia la sensibilità romana per il modello cittadino : dove i Romani , invece che

a un mondo arretrato e dai caratteri rurali, si trovarono di fronte a città ben sviluppate, che

richiamavano gli schemi loro propri della città - stato , essi le potenziarono.

Ciò avvenne seguendo schemi tra loro differenziati , concedendo sovente a queste lo statuto

gratificante di < città alleate > ( ), non di rado lasciando loro un’autonomia

civitates foederatae

semi – sovrana ( ) , giungendo talora, in casi particolarmente

civitates sine foedere liberae

interessanti , a esonerarle dagli oneri tributari in genere imposti loro ( ).

civitates liberae et immunes

In generale le città provinciali conservarono, entro il quadro di una più o meno ampia autonomia, le

loro istituzioni e le loro leggi.

Anche su queste il governatore provinciale aveva una funzione di supervisione, trovandosi quindi al

vertice di un sistema composito in cui, ancora una volta, una molteplicità di statuti giuridici , sia

personali che territoriali veniva a coesistere all’interno di un potere politico anche troppo

fermamente esercitato.

In generale queste città erano poi sottoposte a una imposizione tributaria indicata dai Romani con il

termine , e a specifici obblighi , come quelli delle città libere siciliane, tenute a vendere

stipendium

a Roma il loro frumento a un prezzo politico. Dalla serie di orazioni di Cicerono contro Verre , il

corrotto e devastante governatore della Sicilia, risulta chiaro come codesto sistema potesse sfociare

facilmente in una forma di sistematica oppressione per gli abitanti locali. L’alleanza tra l’avidità dei

governatori romani e gli appaltatori delle imposte , i publicani ( che nel caso siciliano presero il 87

nome particolare di , da < decima > ) comportò una pressione fiscale eccessiva, tale da

decumani

incidere negativamente sulle condizioni economiche di tali territori, soprattutto delle aree meno

redditizie. I publicani infatti tendevano ad aumentare a dismisura la percentuale dei tributi

commisurata alla produzione agricola, andando molto al di là di quelli che erano i criteri generali

stabiliti da Roma e a cui, in teoria , gli stessi governatori avrebbero dovuto far riferimento. Costoro

però, invece di controllare il comportamento fraudolento e illegale di questi intermediari, si

associarono sovente a essi nel taglieggiare le popolazioni sottoposte.

Le due prime province, la Sicilia e la Sardegna, furono affidate al governo di nuovi magistrati creati

appositamente. Poiché per esse era necessaria la presenza di un presidio militare che consolidasse le

acquisizioni romane, si affidò il governo di queste province a due nuovi pretori appositamente

creati, richiedendosi l’esercizio dell’imperium. In seguito, col moltiplicarsi dei nuovi territori

provinciali e con le ulteriori necessità di disporre annualmente di un numero crescente di

governatori legittimati a guidare le legioni romane in territori d’occupazione, i Romani rinunciarono

a moltiplicare in misura crescente il numero dei magistrati ordinari. Si trattò dunque di aumentare il

numero dei titolari senza accrescere il numero di magistrati eletti

dell’imperium militiae,

annualmente dai comizi.

La fu lo strumento utilizzato a tal fine.

prorogatio imperii

Quello che sino ad allora era stato un provvedimento di emergenza, a garantire la continuità del

comando militare, divenne quindi un nuovo meccanismo per moltiplicare i governatori provinciali

con pieni poteri. Al termine del suo anno di carica, ciascun console e ciascun pretore veniva inviato

ad assumere il comando di una provincia, conservando l’imperium non più come magistrato ancora

in carica, ma come pro – console o pro – pretore, sino a che lui stesso sarebbe stato rilevato da tale

condizione dal suo successore inviato dal senato.

La determinazione dei diversi magistrati destinati al governo delle varie province divenne in effetti

uno degli oggetti di maggior contesa e competizione tra gli interessi e uno strumento di ulteriore

potere nelle mani del senato. Vi erano infatti province ricche e meno ricche , aree dove erano più

facili le occasioni di arricchimento o di ulteriori glorie militari, magari a buon mercato , e zone

difficili da controllare e in cui l’impegno militare avrebbe sicuramente superato i vantaggi di facili

vittorie e buoni bottini. Di qui la necessità di stabilire le destinazioni dei vari magistrati in modo

relativamente imparziale : il che avvenne con l’assegnazione di queste già al momento

dell’assunzione della carica magistratuale , mediante sortitio , un sistema che sottraeva al senato

l’arbitiro e il potere di favorire gli amici e svantaggiare i nemici.

In linea di massima ogni provincia era retta da un particolare statuto, elaborato, su incarico del

senato e in base alle sue istruzioni, da dieci cittadini ( decem legati ) a ciò preposti all’atto di

costituzione della provincia stesa. Una volta ratificato il loro operato dallo stesso senato, il

governatore provinciale emanava il suddetto statuto come lex data in virtù del suo imperium.

Soppresse le preesistenti istituzioni politiche, e stralciando la posizione delle civitates cui Roma

avesse concesso l’autonomia e la libertà , in questo statuto si provvedeva a dividere il territorio

provinciale in diversi distretti.

Dato il modo empirico con cui i Romani si impegnavano a risolvere i problemi man mano che si

ponevano, si capisce come, solo molto lentamente, il sistema dell’amministrazione provinciale sia

venuto disegnandosi in forma coerente e razionale. Lo schema generale del governo provinciale

prevedeva la presenza, accanto al governatore , di un gruppo di legati di rango senatorio inviati

direttamente dal senato, un po’ come collaboratori del governatore stesso e un po’ come suoi

controllori, e , sotto di lui, di un questore con funzioni militari e finanziarie, ma a cui verranno

affidati i più diversi incarichi. A questo vertice di governo si associava però la debolezza

dell’apparato burocratico che avrebbe dovuto supportarne l’azione.

Il che , tra l’altro, spiega due fenomeni di segno opposto : da una parte la persistente importanza dei

centri urbani presenti nella provincia cui venivano deferite molte competenze, ad esempio

nell’amministrazione della giustizia, in una forma lata di autogoverno o di autonoma

organizzazione della vita locale. 88

D’altra la dilagante e pericolosa presenza degli intermediari privati romani : i publicani .

Il governatore era preposto anche al controllo del sistema giudiziario, con una competenza che si

estendeva soprattutto a tutte quelle comunità al di fuori degli ordinamenti cittadini e, in teoria ,

ormai prive di un loro proprio diritto cui fare riferimento. Di fatto le tradizioni locali continuarono a

essere praticate e tutelate dai Romani, ma la superiore titolarità del governatore avviò un processo

di trasformazione verso un sistema in cui esse vennero integrandosi e confondendosi con le forme

più elementari e immediate del diritto romano.

La repressione criminale discendeva invece del governatore ( perché di

dall’imperium militiae

potere militare si trattava, situandosi il suo comando in territorio non romano ), che in questo caso ,

almeno in linea generale , non s’arrestava neppure di fronte alle città autonome, mentre le città

alleate in base a un trattato conservavano la loro autonomia giurisdizionale anche in questo settore.

L’occasione di arricchimento personale che il governo provinciale offriva venne a far parte delle

prospettive inerenti alla carriera politica e , in ultima analisi, appare ai più uno dei principali risultati

da conseguire con essa. Relativamente poche e ricordate quasi come eccezioni sono le figure di

governatori distintisi per l’onesta amministrazione e per la cura dei governati. Sebbene le malefatte

di Verre in Sicilia fossero forse unpò fur del comune, si deve ricordare che il suo guaio non fu la

generalizzata e amara protesta dei siciliani, alla scadenza della sua carica, né la possibile

disapprovazione dell’aristocrazia politica romana, ma l’ambizione di un giovane oratore che voleva

affermarsi in Roma e che trovò l’occasione di acquistare notorietà e successo. Senza gli

Cicerone,

amici di Verre avrebbero sicuramente evitato che il suo processo avesse luogo o finisse con una

condanna.

D’altra parte che la conclusione e l’estorsione dei provinciali fosse molto diffusa lo prova la

precoce approvazione, nel corso del II secolo, delle volte a reprimere questo

leggi de repetundis

tipo di reati. Leggi forse , per un certo tempo, restate più sul piano delle buone intenzioni e delle

minacce che effettivamente incise sul comportamento degli interessati. Almeno sino a quando le

giurie dei tribunali giudicati furono composte da cittadini di rango senatorio : appartenenti cioè al

gruppo sociale più coinvolto in siffatto tipo di reati .i comandati militari e quei governatori

provinciali istituzionalmente più di ogni altro in grado di effettuare tali reati provenivano infatti

quasi tutti da questo ceto.

3. L’innesto della cultura ellenistica

Gli anni in cui la vita politica e la società romana furono dominate dalla personalità di Publio

coincisero con un’accentuata tendenza a impegnare la potenza romana

Cornelio Scipione l’Africano

nel mondo ellenistico. Proprio sotto il forte influsso di Scipione e dei suoi amici prese allora

definitiva consistenza in Roma, quella fisionomia imperialistica della politica estera romana. Di

fatto, verso la metà del II secolo a.C. , Roma era pervenuta a controllare l’intero bacino

mediterraneo e l’insieme di quei regni ellenistici che, sino ad allora avevano rappresentato il punto

più elevato della civiltà antica e la massima concentrazione di ricchezze e di popoli.

Il problema di fondo , che Annibale ancora una volta aveva ben visto, fuggendo dalla patria

sconfitta e recandosi in Oriente per cercare di ricostruire una vasta alleanza antiromana tra gli

ancora potenti e ricchi regni di quell’area, per Roma era rappresentato dallo squilibrio a lei

sfavorevole in termini di forza rappresentato dall’insieme dei regni asiatici rispetto alla sue pur

grandi potenzialità , consolidate dalla clamorosa vittoria su Cartagine. Macedonia, Siria , Egitto, il

regno del Ponto, l’Asia Minore e la stessa Grecia, unite insieme , costituivano infatti un concentrato

di ricchezze, di popoli e una tradizione militare tali da rendere assolutamente impari il confronto di

Roma con una loro ipotetica alleanza : essa ne sarebbe uscita sicuramente soccombente. Il

capolavoro politico romano , tra il 200 e il 167 a.C: , fu di perseguire sistematicamente la divisione

tra questi stati, stringendo alleanze con gli uni e isolando l’altro, affrontando così separatamente,

prima la Macedonia, poi la Siria, definitivamente sconfitta già nel 188 a.C. , ad Apamea, e infine

liquidando gli ultimi sussulti macedoni con la conclusiva vittoria di Pidna nel 168 a.C. La graduale

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trasformazione di queste grandi realtà in nuove province, la riduzione della stessa Grecia a realtà

provinciale sono solo ulteriori conseguenze di un gioco già definitosi.

Salvo alcuni casi in cui il senato romano preferì mantenere una parvenza di autonomia di tali stati,

queste vaste acquisizioni si sostanziarono in un continuo incremento del numero di province

direttamente governate dai magistrati romani.

Seppure codeste trasformazioni non avessero diretta influenza sulle strutture istituzionali della città,

esse erano destinate a incidere in profondità sulla realtà dei rapporti e il tessuto connettivo della

società romana.

Come sovente è dato riscontrare nella storia, i circoli più accentuatamente imperialistici erano stati

anche più spiccatamente filo ellenistici : aperti e interessati alla cultura e ai valori del mondo che

essi si apprestavano a sottomettere. Tra l’altro i Romani , a differenza di altre grandi esperienze

imperiali proprie dell’età moderna, non erano distorti nel loro approccio alla civiltà ellenistica da

quei pregiudizi religiosi e culturali che avrebbero progressivamente scavato fossati insuperabili tra

governati e governanti, minando tutta l’esperienza coloniaria moderna, ivi compresa quella

probabilmente di maggior successo, costituita dall’impero britannico.

La continua importazione di idee, valori e tecniche nuove, che ampliavano a dismisura i ristretti

orizzonti della società romana, contribuì alla formazione di un vero bilinguismo culturale ( oltre che

linguistico ) dell’intera sua classe dirigente. Il fenomeno , già avviato sin dalla seconda metà del III

secolo a.C. , conobbe un’ulteriore dilatazione e accelerazione nel secolo successivo. Malgrado

l’opposizione degli abitanti più tradizionalisti, timorosi degli effetti a lungo termine di siffatti

mutamenti e i temporanei successi di Catone che, anzitutto con la sua censura , tentò di ripristinare

gli austeri costumi del buon tempo andato, questo processo si rivelò inarrestabile.

D’altra parte sia le culture che gli uomini conquistati o alla periferia del nuovo impero erano attirati

inevitabilmente dal centro del potere mondiale ormai rappresentato da Roma.

E’ allora infatti che la classe dirigente, non solo imparò il greco come sua seconda lingua e,

attraverso di esso, si acculturò in tutti i campi del sapere in cui Atene e la Grecia avevano raggiunto

risultati insuperati, e si educò ai canoni artistici e letterari che la civiltà antica ha trasmesso a noi.

Ma soprattutto , andò a scuola dai filosofi e dagli oratori, utilizzando questo nuovo sapere

nell’oratoria politica e giudiziaria, nonché nella scienza giuridica.

Fu un fenomeno di enorme rilievo che, ovviamente , allargò a dismisura gli orizzonti dei Romani

del II secolo a . C. Ma , proprio per questo contribuì a indebolire quelle semplici e forti idealità

della repubblica antica, inducendo questa comunità di agricoltori e guerrieri a una riflessione critica

sugli stessi valori costitutivi della res publia. Inafferrabili nella loro specifica identità e tuttavia

presenti nella consapevolezza collettiva essi rischiavano infatti di essere oscurati e dissolversi sotto

la pressione di nuove idee.

All’orizzonte ristretto della civitas e al forte senso di identità che l’appartenenza a essa comportava,

con tutte le conseguenze in termini di omogeneità politica e di partecipazione condivisa ai valori

comuni, venivano sostituendosi , nella coscienza di alcuni cittadini, più sensibili o colti, nuove

preoccupazioni, altri e più generali interessi. Affiorava l’idea di una comunità di individui più

ampia di quella ristretta ai propri concittadini e che, pur tuttavia, al destino e agli interessi di Roma

era indissolubilmente associata : gli Italici ormai pressoché totalmente assimilati, ai nuovi popoli

delle province , anch’essi governati e dipendenti da Roma e fondamento di gran parte del suo

benessere. Maturava una tendenza di tipo universalistico e un nuovo riconoscimento di una dignità

umana indipendente da gerarchie e statuti sociali e scissa dallo stesso così radicato senso di

appartenenza dato dalla cittadinanza. Sull’azione e sulle idealità dei Gracchi, seppure in misura

difficile a stabilirsi, agirono influenze di questo tipo attraverso l’insegnamento di un

Blossio,

filosofo stoico di Cuma.

E , di contro, giocava anche, seppure in vario modo, nella coscienza della classe dirigente romana,

in questa età di grandi cambiamenti, la volontà di sottrarre il destino di Roma al destino proprio di

ogni storia umana , la nascita, la maturità e grandezza massima e infine la decadenza e la morte.

Rappresentazione questa tanto più pregnante in quanto diretta espressione della generale concezione

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della storia nell’antichità classica, affatto estranea all’idea di un progresso unilineare ( che invece è

alla base, anche per le sue antiche radici cristiane, di tanta parte della nostra visione del mondo) e

fondava invece sull’ipotesi di un inseguirsi di vicende cicliche. Per un Romano di quell’epoca, la

grandezza del presente non poteva non far sorgere il timore che si fosse già raggiunto il punto

culminante e che, da allora, iniziasse la decadenza naturale in ogni vicenda umana.

D’altronde i dilatati orizzonti e gli accresciuti livelli di consapevolezza e di responsabilità politica

del ceto dirigente romano, successivamente alle conquiste orientali, erano anche, potenzialmente,

fattori di crisi. Di ciò aveva avuto intuizione la generazione di Catone e di quei dirigenti politici che

avevano cercato di restaurare e difendere antiche tradizioni di sobrietà, mirando a limitare , se non a

evitare, le conseguenze negative indotte, nella società romana, dalle grandi trasformazioni

ingenerate dallo stesso successo di Roma.

Nell’orazione in difesa degli abitanti di Rodi , il vecchio Catone sembra esprimere i timori profondi

di una cultura consapevole dei pericoli che si spalancano davanti all’uomo accecato dalla (

ubris

l’orgoglio smisurato che porta l’uomo a sfidare gli dei e a provocarne la vendetta, secondo la

tradizione greca). I Romani vollero infatti punire pesantemente Rodi antica e fedelissima loro

alleata che aveva fornito, nel corso delle guerre orientali una preziosa base per il sistema delle

comunicazioni militari e degli approvvigionamenti tra l’Italia e i teatri d’azione delle armate

romane. Volevano punirla semplicemente perché , nell’ultima guerra macedonica, scatenata

autonomamente dai Romani, e con un carattere ormai esplicitamente aggressivo, Rodi aveva esitato

a schierarsi con costoro, non essendo a ciò obbligata in base agli accordi da essa stipulati con i

Romani. E qui, di fronte all’arrogante iniquità di questa progettata sanzione, interviene appunto

l’ammonimento di Catone a non abusare del proprio potere.

In questo atteggiamento si esprimeva invero una diffusa consapevolezza di siffatti pericoli in tutta la

classe dirigente romana. Persino in chi, come era stato un protagonista degli

Scipione Emiliano,

aspetti più feroci dell’espansionismo militare romano, cogliamo il dubbio che la fine del metus

( i limiti precedentemente imposti ai Romani dalla minaccia cartaginese ) potesse

Punicum

ingenerare nuovi e singolari pericoli per Roma. Dietro tale pensiero si celava la coscienza dei

pericoli derivanti dalla solitudine del comando e dal senso di onnipotenza che ormai i Romani

potevano provare, nel momento in cui nessuna forza terrena sembrava più in grado di opporsi a

loro.

Nei più consapevoli dei Romani si annidava la preoccupazione che proprio tanto potere finisse con

l’appannare e deformare la lucidità politica e la capacità di governo di Roma.

4. L’impero mediterraneo e la trasformazione della società romana

L’altro più contraddittorio e, almeno nel breve periodo, più significativo effetto della crescita

imperiale di Roma fu la trasformazione di una importante , ma circoscritta città nel cuore di un

impero mondiale. Si trattò di un processo molto rapito, che non superò l’arco cronologico di due o

tre generazioni.

Già la Roma che usciva dalle guerre annibaliche era qualcosa di radicalmente diverso dalla città dei

primi decenni del secolo, e destinata a mutare ulteriormente, in forma accelerata, nei decenni

successivi.

Anzitutto sotto il profilo dell’accumulazione di ricchezze e , conseguentemente della trasformazione

dei rapporti sociali . L’aristocrazia romana e il ceto equestre, più di ogni altro gruppo, furono i

beneficiari di questa crescita, con la conseguente concentrazione di grandi capitali nelle mani di

pochi privilegiati.

Soprattutto i cavalieri costituivano il perno di tutto il meccanismo di sfruttamento provinciale,

avendo acquisito un controllo strategico nella gestione dei flussi di ricchezza che l’espansione

imperiale assicurava non solo a Roma , ma all’Italia intera, partecipe, seppure in forma subalterna ,

di questi processi. 91

Il loro ruolo tuttavia restava, se non circoscritto , sicuramente orientato alla gestione finanziaria e ai

correlati investimenti nei processi mercantili, nei traffici marittimi, nelle attività bancarie e nella

gestione degli appalti e delle grandi opere pubbliche cresciute in quantità e in dimensioni. La

nobiltà delle cariche, per la sua stessa vocazione, rimase invece relativamente al margine di queste

forme di reinvestimento ( e di moltiplicazione ) delle ricchezze. Essa ebbe sì a lucrare, e non poco,

dalle guerre, con i bottini rapinati ai vinti e con la successiva spoliazione delle province, ma il suo

steso ruolo la vincolava alla politica cittadina. Di qui la necessità di investimenti relativamente

stabili, che non la impegnassero eccessivamente in un diretto lavoro di gestione.

Nell’amministrazione dei loro patrimoni, i membri della classe dirigente romana fruivano di un

insieme di collaboratori, sovente schiavi o liberi orientali con particolari competenze commerciali e

finanziarie. E’ attraverso costoro e con l’attiva cooperazione dei banchieri e finanzieri appartenenti

al ceto degli equites che molti e importanti segmenti dei patrimoni nobiliari vennero investiti in

attività finanziarie e mercantili.

Una quota probabilmente maggioritaria di essi dovette tuttavia orientarsi verso gli investimenti

immobiliari. Anzitutto attraverso la proprietà di grandi edifici urbani d’abitazione a più piani (

) che, in una città come Roma , si venivano moltiplicando, a seguito della crescente quantità

insulae

di abitanti. Molti, tra gli strati meno elevati, ma non solo, erano alloggiati negli appartamenti

peggiori di queste insulae affittati a cifre talora abbastanza elevate. L’investimento privilegiato

dall’oligarchia romana, o almeno quello su cui più si concentrava l’interesse e di cui maggiormente

si parlava, continuò peraltro a essere costituito dalla terra : quello più consono alla tradizione e al

ruolo di questo ceto di proprietari fondiari e di guerrieri. Un investimento tanto più facilitato dalla

disponibilità di terre sparse in tutta la penisola, derivante dallo sradicamento di parte del ceto rurale

italico.

La durata dello sforzo militare contro Annibale e la mobilitazione di tute le risorse disponibili

avevano impegnato una intera generazione di contadini a passare la maggior parte della loro vita

attiva lontani dai campi. Non era facile per costoro tornare , una volta lasciato l’esercito, a una vita

lontana nel tempo e da cui si erano disabituati. D’altra parte il crescente splendore di Roma, la vita

facile e i flussi di ricchezza che si riflettevano su ogni ceto, le nuove occasioni di guadagno offerte

dalle attività commerciali direttamente connesse alle campagne militari e i nuovi arruolamenti per le

guerre d’Oriente, con il miraggio dei ricchi bottini, costituivano un potente fattore d’attrazione. Così

per molti antichi proprietari contadini, dopo la lunga stagione di guerre era pressoché irresistibile la

spinta all’inurbamento. Di contro, le campagne spopolatesi di una parte dei loro antichi contadini,

vennero riorganizzate dai membri dell’oligarchia romana che estesero i loro domini, incorporando

sovente i campicelli degli antichi agricoltori inubati. Si impose allora un sistema di grandi tenute ,

gestite da fiduciari , spesso essi stessi schiavi o liberti dei titolari, con l’impiego promiscuo di

manodopera schiavistica e di contadini liberi. Il meccanismo fu favorito , per un certo tempo, dalla

disponibilità di grandi masse di schiavi a buon mercato riversatesi nei grandi mercati specializzati ,

a seguito delle guerre vittoriose di Roma.

Il livello degli investimenti, la specializzazione e la qualità delle culture, le necessità di crescenti

derrate alimentari per i mercati cittadini contribuirono a loro volta a un continuo ampliamento delle

dimensioni di tali proprietà . le terre private restavano la base delle villae dei grandi oligarchi

romani , ma a esse si sommavano crescenti aree di terre pubbliche di cui vi era ancora notevole

disponibilità in Italia.

La crisi demografica del mondo rurale a sua volta era destinata a incidere negativamente su un

meccanismo che era stato , per secoli , il fondamento della forza di Roma, ancora determinante

nell’età delle guerre puniche. Si tratta dell’organico rapporto tra l’antico esercito cittadino fondato

sull’ordinamento centuriato e la piccola proprietà rurale dei contadini – soldati, identificata da

sempre con un ceto dei piccoli e medi proprietari agrari. Un ceto, ora , se non in via di sparizione,

certamente assottigliato, tanto da non garantire più il < rifornimento > delle centurie di cittadini e

delle tribù territoriali con i propri organici. 92

La schiavitù nella società romana ha avuto una fondamentale importanza già a partire dai primi

secoli della repubblica. Con alla fine del III secolo abbiamo la precisa testimonianza di

Plauto,

questa realtà come un fenomeno di massa. Gli sviluppi del II secolo a.C. non possono quindi essere

considerati che in termini di continuità con l’età precedente. Ciò che forse contraddistingue

l’esperienza romana è la vasta gamma di situazioni in cui il sistema schiavistico dette luogo, almeno

nella fase di suo massimo sviluppo, tra il II secolo a.C. e i primi due secoli del principato. Da un

lato colpisce lo sfruttamento sistematico e brutale di questo tipo di forza- lavoro : dal suo impiego

in massa nei nuovi come negli antichi processi produttivi, soprattutto nel settore agrario, ad altre e

ancora più pesanti utilizzazioni, come il lavoro nelle miniere o l’impiego degli schiavi come

rematori nelle grandi navi da trasporto e da guerra. E tuttavia, dal lato opposto, tale istituto venne

utilizzato, in modo straordinariamente efficace, in una molteplicità di impieghi e di attività che

moltiplicarono la capacità d’azione e di gestione della classe dirigente romana attraverso

l’utilizzazione sistematica di peculiari ed elevate capacità tecniche di alcuni schiavi o di ex schiavi .

ciò che ha reso possibile incrementare e articolare in misura eccezionale e rapidissima le originarie

potenzialità della società romana con la conseguenza di un formidabile sviluppo dell’intera

organizzazione economico – sociale tardo repubblicana. In questa relativamente sofisticata

utilizzazione vennero infatti valorizzate una vasta gamma di competenze, specializzazioni

professionali, saperi e conoscenze tecniche nuove per gli orizzonti romani.

Questo avvenne attraverso figure di schiavi ben diverse da quelli destinati a lavorare nei latifondi :

si tratta di artisti, letterati formatisi alla grande tradizione ellenistica, specialisti in ogni campo, dalla

professione medica alle tecniche commerciali e bancarie, così sviluppate in Oriente, ai vari settori

artigianali, oltre a tutta la sfera delle attività letterarie e pedagogiche.

Questo tipo di schiavi era acquistato a prezzi sovente molto elevati e quasi sempre destinato a

lavorare a stretto contatto con i loro padroni. In questo modo, attraverso la disponibilità di questa

vasta gamma di competenze, la stessa capacità di gestione delle imprese agrarie, commerciali e

delle attività finanziarie facenti capo al pater familias venne fortemente potenziata.

Un aspetto centrale che dobbiamo avere ben presente è rappresentato dalla facoltà riconosciuta

dall’ordinamento romano a ciascun proprietario di concedere al proprio schiavo, insieme alla libertà

, anche la cittadinanza romana. E’ chiaro che i beneficiari di questo straordinario potere furono

soprattutto quegli schiavi più a contatto con i loro padroni e meglio in grado di conquistarsene la

benevolenza. Divenuti liberi, essi e i loro discendenti costituirono un nuovo e importante gruppo

sociale la cui diversa fisionomia e la cui differenziazione culturale , contribuì ad arricchire

ulteriormente la società romana.

E’ di grande interesse il fatto che, malgrado le resistenze al processo di ellenizzazione della società

romana , non si registri alcun serio tentativo di arrestare il potente meccanismo di mobilità sociale

rappresentato dalle manomissioni degli schiavi.

Era questo infatti, forse più della spontanea immigrazione in Roma dei sudditi liberi provenienti da

ogni parte dell’impero di recente acquisito, che nella Roma tardo repubblicana assicurava una

inevitabile penetrazione di nuovi elementi portatori di culture anche molto lontane da quella romana

che, con la cittadinanza , acquistarono in essa uno strumento permanente.

Sarebbe stato sufficiente rompere l’originario principio che associava strettamente libertà e

cittadinanza perché ciò divenisse impossibile.

In effetti il sistema romano delle manomissioni evidenzia la rigida consequenziarietà delle logiche

giuridiche che le ispiravano. Roma infatti, ben più di molte poleis greche, portò alle estreme

conseguenze la logica intriseca all’esclusivismo proprio della città – stato . In essa la libertà

individuale era garantita al cittadino : di questa o di un’altra città con cui si fosse in relazione

reciproca. Ma questo stretto collegamento tra libertà e cittadinanza poneva un problema nel caso

della liberazione di uno schiavo , dovendosi configurarlo anche come < cittadino>. Per questo, in

origine, fu pressoché inevitabile che allo schiavo di un Romano, che aveva perso la sua cittadinanza

originaria, la concessione della libertà s’accompagnasse contestualmente all’acquisizione dell’unica

cittadinanza di cui Roma disponeva : quella romana, appunto. Così s’ebbe il paradosso che ciascun

93

privato cittadino di Roma , proprietario di uno schiavo, potendolo trasformare in un uomo libero

con la manomissione, disponesse anche di un potere squisitamente sovrano come quello di

concedere la cittadinanza.

A partire dal III secolo a. C. e sempre più nel tempo , Roma disponeva anche di altre < città -

dinanze > la lantina e lo stesso statutto di < straniero>, come appunto di sudditi delle

peregiunus

province . Ai liberti dunque si sarebbe potuto dare questo più basso statuto personale , invece della

sempre più pregiata cittadinanza romana. Ma, salvo casi particolari e relativamente circoscritti, non

fu questa la strada battuta e la saldatura tra libertà e cittadinanza romana restò ferma. E’ stato

questo, alla lunga , un formidabile elemento di arricchimento della società romana , una delle

società più < aperte > del mondo antico, e conseguentemente anche una ragione del suo durevole

successo, speculare alla parabola delle città greche. Ciò di cui, del resto, avevano chiara

consapevolezza i contemporanei e gli stessi nemici di Roma, direttamente interessati a valutarne la

forza. Divenuta la grande metropoli dell’intero Mediterraneo, Roma da tutti i popoli attrasse

energie, conoscenze, saperi rifondendo e riplasmando questa realtà e con essa rinnovando la sua

composizione sociale, le sue competenze e la sua popolazione. Non si deve dimenticare infatti, nel

sistema stratificato della società romana, non solo questa costante forma d’arruolamento di nuovi

cittadini < dal basso >, ma anche la loro ulteriore mobilità . Giacché i figli di ex schiavi , se nati

quando il padre era già divenuto < libero >, avevano lo statuto di < ingenui> potendo ulteriormente

ascendere nella scala sociale.

E’ ovvio che questo stesso arricchimento si associasse a quell’ampliamento d’orizzonti e al

mutamento di costumi derivante anche dall’innesto di nuove tradizioni e sensibilità . Anche sotto

questo profilo, la compattezza e l’omogeneità culturale di quella relativamente piccola città di

contadini e guerrieri che aveva conquistato l’Orbe antico, stanno ora diventando un ricordo del

passato.

5. La teoria della < costituzione mista >

Verso la metà del II secolo un grande intellettuale greco, autore della più importante storia a noi

pervenuta della guerre puniche e della successiva espansione romana in Oriente, Polibio,

s’interrogò a fondo sui motivi dello straordinario successo politico di Roma.

Il grande vantaggio di Roma consisterebbe, secondo Polibio , in un equilibrio difficile e sempre

mutevole fra le tre forme di governo proprie delle società umane , già identificate dai filosofi greci :

il governo monarchico, quello aristocratico e , infine quello democratico. L’avere, diciamo così <

selezionato > il meglio di questi tre meccanismi di governo e averli fusi in un disegno unitario

sarebbe dunque la ragione ultima del successo romano : il potere monarchico , identificabile nella

forza dei consoli, quello aristocratico, nel ruolo del senato e quello democratico nei comizi. Questa

chiave di lettura, in effetti, ci aiuta a meglio cogliere la profonda diversità con cui gli antichi , non

solo guardavano alla loro organizzazione politica, ma ne concepivano il concreto funzionamento,

rispetto a quella dell’osservatore moderno. Quest’ultimo infatti, noi tutti, in altre parole, deriva più

o meno consapevolmente la sua visuale , almeno nell’esperienza europea, dalle origini della

moderna riflessione costituzionalista. In essa i vari poteri che costituiscono l’attributo della

sovranità appaiono individuati come sezioni differenziate , da far funzionare e gestire ciascuna in

modo quanto più autonomo possibile dalle altre, onde realizzarne il reciproco bilanciamento. Di qui

la consueta tripartizione del contenuto della sovranità nelle tre fondamentali funzioni legislativa ,

esecutiva e giudiziaria, associate a soggetti diversi e per questo in equilibrio tra loro.

L’enorme peso che tale schema ha avuto nella formazione degli stati moderni ha finito quasi col

trasformare un modello teorico e una griglia interpretativa della realtà storica in un’entità naturale,

assunta in modo pressoché irriflesso. Si rischia di perdere in tal modo consapevolezza del valore di

scelta che questa stessa rappresentazione concettuale ha rispetto ad altre pur possibili. Scelta che

non significa , come’è ovvio, < arbitrio>, ché alla sua base vi sono secoli di storia e il lento 94

costruirsi, anzitutto di una certa idea della sovranità e del suo fondamento legittimo. Un tema,

appunto, su cui la riflessione di giuristi e politici si è affaticata a partire dal tardo Medioevo.

Tuttavia è proprio questa tripartizione che difficilmente un Romano avrebbe potuto accettare :

giacché dalla sua concreta esperienza storica egli non avrebbe potuto ricavare l’idea di tre

espressioni della sovranità tra loro così nettamente distinte.

Anzitutto perché difficilmente avrebbe potuto configurare le stese funzioni giudiziarie come

espressione di un potere autonomo da quello esecutivo : i poteri del pretore, così spesso chiamato a

guidare le legioni romane, lo avrebbero impedito.

Un disegno ambiguo anche per il potere legislativo : è vero sì che esso restava di pertinenza del

popolo, riunito nel comizio. Ma è vero anche che questa funzione non poteva disgiungersi dal

potere esecutivo proprio dei magistrati, senza le cui proposte , né il popolo avrebbe avuto da

decidere alcunché e neppure avrebbe potuto riunirsi.

Il punto è che l’esperienza romana appare ispirata a una logica diversa, in cui più che la < divisione

dei poteri >, parrebbe giocare la confusione di più poteri nello stesso soggetto e,

contemporaneamente, la scissione di uno stesso tipo di potere tra soggetti diversi , chiamati a

operare insieme. Sia la collegialità dei magistrati , sia l’autoritas del senato nei riguardi dei comizi ,

sia l’interazione tra magistrati e senato con i suoi consulta, sembrano elementi di un’architettura

costruita per funzionare attraverso la cooperazione e l’integrazione, con il conseguente equilibrio

derivante da tutto ciò.

L’equilibrio repubblicano parrebbe derivato dal coinvolgimento di più titolari nell’attuaizone dello

stesso potere e dalla presenza di meccanismi che necessitavano la costante presenza di un

sufficiente livello di consenso tra tutti i soggetti istituzionalmente rilevanti. Nell’esperienza romana

su cui veniva riflettendo, ciascun portatore di un potere originario finiva dunque col

Polibio

partecipare a ogni fondamentale espressione della sovranità, giacché era proprio questa

condivisione del potere che impediva la degenerazione in senso unilaterale della < costruzione

mista>.

Tuttavia, quando Polibio veniva riflettendo su questo modello , elaborando la sua particolare

interpretazione, gli equilibri che avevano retto per secoli la complessa impalcatura repubblicana

erano avviati ormai a una crisi profonda e, per certi versi irreversibile.

PARTE TERZA : UN’AMBIGUA RIVOLUZIONE

Capitolo decimo : la prospettiva delle grandi riforme

1. La rottura del patto

Verso la metà del II secolo erano ormai evidenti taluni fattori di crisi ingenerati dall’evoluzione

della politica romana e dalle sue dimensioni imperiali, dove aspetti politici e problemi istituzionali

si intrecciavano in modo indissolubile. Si evidenzia allora l’impressionante e sempre più accentuato

squilibrio tra le dimensioni di Roma e del suo territorio e il resto del mondo da essa dominato.

Paradossalmente erano proprio i successi della politica romana a pesare negativamente sul destino

di questa città. Perché Roma, ancora alla fine del II secolo, aveva conservato la struttura e le

istituzioni della tipica < città – stato > dell’antichità classica. Ma ormai i limiti di questa forma

organizzativa apparivano incompatibili con la dimensione dei compiti derivanti dalla sua

espansione. Si pensi anzitutto agli Italici , il fondamento indispensabile del successo romano contro

Annibale. Proprio ora risultavano chiari i frutti maturi di quella politica di assimilazione molto

articolata e graduale , svoltasi nell’arco di più secoli. Il latino s’avviava ad essere ormai l’unico

linguistico della penisola ( anche se ancora ben persistevano le varie lingue italiche ),

medium 95

l’omogeneità politica e culturale un fatto pressoché compiuto , gli interessi economici anche molto

stretti, mentre poi il diritto romano era ormai divenuto lo strumento di comunicazione delle élites

locali. Il punto centrale dell’insieme di tensioni e di contraddizioni ingenerate dal successo della

politica romana appare , in ultima analisi, lo squilibrio tra una gigantesca concentrazione di privilegi

in un gruppo sociale sempre più ristretto , e l’accumularsi di costi crescenti gravanti su una base

sociale sempre più ampia , in parte costituita dagli stessi cittadini romani e da tutti gli alleati italici.

Era reale il pericolo di rottura di quel patto su cui si era fondata la stessa costituzione repubblicana,

non solo infatti, mancava , e sarebbe mancata a lungo una risposta condivisa ai problemi nuovi che

la società e il ceto dirigente romano si trovava ad affrontare. Era anche impossibile che la soluzione

potesse scaturire da quelle consolidate tecniche di governo e da quel sapere istituzionale che la

classe dirigente romana s’era forgiata. Il problema di fondo era costituito dallo scardinamento

dell’architettura istituzionale del suo necessario fondamento in termini di potere e di consenso

politico : e questo non poteva essere risolto solo in termini istituzionali.

Di qui l’inarrestabile divaricarsi di tendenze politiche sempre meno capaci di mediazioni : da parte

di alcuni infatti appariva possibile solo la fedeltà e la difesa delle vecchie tradizioni e di antiche

gerarchie. Per altri il sistema tradizionale non solo non reggeva più, ma era esso stesso divenuto ,

con l’attaccamento a un modello politico – istituzionale costruito sull’arcaico universo cittadino, un

fattore di cresi e di squilibri. E tutti i gruppi e le varie tendenze poi erano attraversati

orizzontalmente da una contraddizione ancora più di fondo.

Il carattere pressoché insolubile della contraddizione che ne emergeva aggravò le tradizionali

divergenze all’interno del gruppo dirigente romano. Al termine della conquista del Mediterraneo

occidentale, a partire dalla seconda metà del II secolo, esse esplosero canalizzandosi verso soluzioni

diametralmente opposte. Da un lato, le antiche sollecitudini per le conservazioni del fondamento

rurale della società romana si caricavano allora di un’accentuata coloritura filo popolare. Mentre ,

all’opposto , la roccaforte aristocratica costituita dal senato cercò di accentuare il suo potere

arbitrale, sino a ledere a più riprese l’intangibilità della libertas repubblicana.

La stessa urgenza di dare rapide e definitive risposte ai problemi che venivano premendo rese poi

impossibile quel tipo di compromessi fondati sulle complesse mediazioni realizzate per molto

tempo all’interno del senato. Di qui l’esplosione di un conflitto insanabile tra l’aspirazione a una

democrazia più radicale e la difesa di un principio aristocratico ancora forte, che rivendicava al

senato l’antica , ma non più indiscussa centralità.

Le fazioni e i gruppi politici che avevano caratterizzato la vita della repubblica si coagularono così

in due grandi e contrastanti linee di tendenza : gli < > e i Allora la lotta politica ,

ottimati populares.

almeno per quanto concerne il carattere di queste foze antagoniste si avvicinò maggiormente alla

nostra idea di < partito > come libera consociazione di individui legati da una comune e simile

visione della politica e degli obiettivi da conseguire. Sarà poi il potere specifico della magistratura

suprema , legittimante al comando militare, l’altro elemento che entrerà in gioco. Ecco

l’imperium

dunque tutti i presupposti per il sedimentarsi dell’impasto esplosivo che finì col tradurre in termini

di forza bruta , sino all’impiego delle armate romane, quella che sinora era stata una lotta politica

svoltasi entro una variabile ma reale cornice di legalità.

Tali processi ebbero altresì l’effetto d’irrigidire pericolosamente antiche pratiche di governo , e

d’indurre i vari partiti ad approntare meccanismi più o meno improvvisati che finivano con ledere,

in modo talora assai grave, i delicati equilibri su cui si era fondato l’edificio repubblicano.

Meccanismi a loro volta consolidati più attraverso pratiche continuamente ricalibrate e delicati

compromessi che non fondati su disegni definiti una volta per tutte. Questo è il caso del nuovo

valore attribuito dal senato ai suoi consulta tradizionalmente approvati per giudicare l’azione

politica dei magistrati superiori. Divenuti, nella forma del un

senatus consultum ultimum,

delicatissimo strumento istituzionale che, sul presupposto di qualche pericolo eccezionale per la

repubblica, permetteva , sulla base del suo giudizio del magistrato proponente e della connessa

delibera senatoria , di sospendere le ordinarie garanzie di libertà e di tutela giuridica per i cittadini.

Nessun vincolo più si opponeva così all’azione dei consoli intrapresa per la < salvezza della 96

repubblica >. La prima sperimentazione di esso avvenne, come sovente accade, in seguito a un falso

allarme. Si trattò dell’< invenzione > di un complotto a danno del senato e dei dirigenti romani,

rappresentato dai culti dionisiaci , di origine greca, ampiamente diffusi nella penisola già negli

ultimi anni del III secolo a.C.

Indubbiamente per un tipo di religiosità come quello romano, fortemente istituzionale, non poteva

esservi nulla di più estraneo che la forma mistico – estatica dell’abbandono al sacro e alla

possessione divina perseguita da quest’altro tipo di culti. Di qui la facile psicosi nell’interpretare

questi riti segreti in cui schiavi, donne e giovani, i ceti marginali rispetto alla gerarchia sociale

romana, si riunivano insieme per abbandonarsi a emozioni e riti strani ed oscuri. Si pensò, di fronte

all’estraneo e al nuovo, allora come sempre, a un complotto e a un disegno eversivo. La paura

pervase il senato di Roma , anche a seguito di delazioni di alcuni < pentiti >, inducendolo ad

autorizzare, con formule delibera , i consoli a una durissima repressione del culto, mettendone a

morte i seguaci e intervenendo a che lo stesso tipo di repressione fosse impartito in tutti i municipi e

le colonie e in tutte le altre città italiche alleate dei Romani. Per la prima volta, con tale decisione, si

esonerarono i supremi magistrati romani, in considerazione dell’eccezionale pericolo, dal rispetto

dei vincoli che la libertas repubblicana era venuta stringendo al loro imperium. Che questo

provvedimento senatorio fosse carico di pericoli lo mostra il tentativo di utilizzare successivamente

questo stesso strumento nella lotta contro i Gracci.

2. Tiberio Gracco e la distribuzione dell’< ager publicus>

Verso la metà del II secolo, allorché erano a tutti evidenti gli straordinari successi della politica

romana nel Mediterraneo, ed era fresca l’esaltazione di della costruzione istituzionale che

Polibio

aveva permesso a Roma di conseguire tali risultati, nel suo gruppo dirigente affiorava invece la

consapevolezza di una situazione sempre più critica. Già intorno al 140 a.C. si era tentato , pur

senza successo , da parte degli ambienti politici vicini agli Scipioni di presentare una proposta di

legge agraria che sopperisse alla crescente situazione di impoverimento e di abbandono dei piccoli

agricoltori. Contemporaneamente in senato si dibatteva il problema della diminuita natalità della

popolazione romana : una questione di grande importanza, se consideriamo come la disponibilità di

un organico sufficiente di giovani fosse condizione per l’arruolamento di nuove leve per le legioni,

la base del potere di Roma. Ed una conferma di quanto fossero fondate queste preoccupazioni s’era

avuta quando, per reprimere le rivolte di schiavi verificatesi in quegli anni in Sicilia, non era stato

facile provvedere ad arruolare il numero necessario di soldati.

In quello stesso lasso di tempo, un giovane aristocratico, trovava drammatica

Tiberio Gracco,

conferma di questa realtà . Attraversando l’Etruria, l’antica e ricca terra quasi alle porte di Roma,

egli infatti scopriva un pesaggio deserto di uomini liberi, degli antichi contadini – soldati che erano

stati il fondamento della gloria e della forza di Roma, e ormai popolato solo da schiavi ammassati

dai grandi proprietari a lavorare le loro vaste tenute.

Occorre ricordare come,anche in quell’epoca, la composizione dell’esercito si fondasse sulle

logiche dell’ordinamento centuriato, seppure profondamente modificate e aggiornate nel corso dei

secoli. Secondo queste il nerbo delle legioni era fornito dal ceto dei piccoli e medi proprietari

fondiari restandone invece al margine la massa di nullatenenti ormai ammucchiatisi in Roma e che

vivevano in gran parte in forma parassitaria di libertà pubbliche e private. Essi infatti eranto tutti

concentrati nelle poche centurie di proletari.

Sin dagli inizi del II secolo a.C. era emersa la volontà di difendere il fondamento agrario della

società romana, come è attestato dall’azione politica di e dal suo stesso trattato

Catone De

Tra coloro che a lui si erano ispirati non a caso è da annoverarsi il padre dei due

agricoltura.

gracchi, un onesto e valoroso magistrato romano. Inoltre, sin da allora, si era cercato di rivitalizzare

l’antica legislazione risalente addirittura alle leggi con cui si

de modo agrorum Licinie Sestie

stabiliva un limite ai possessi di terre pubbliche da parte di ciascun cittadino. Tale intervento aveva

97

suscitato malumori tra le classi alte, che si aggravarono in seguito, quando un altro progetto di

riforma agraria fu proposto da probabilmente durante il suo consolato nel 140 a.C. Di

Gaio Leio,

fronte alla dura reazione dei < ricchi>, come li chiama Lelio aveva precipitosamente fatto

Plutarco,

marcia indietro, lasciando così ulteriormente aggravare un problema che minacciava le strutture

stesse della repubblica.

Questa era la situazione quando, nel 133 a.C. Tiberio come tanti giovani appartenenti alla classe

dirigente romana, iniziò la sua carriera facendosi eleggere al tribunato della plebe. Ma, a differenza

della maggior parte i costoro egli avviò immediatamente una decisa politica riformatrice, tale da

suscitare profonde avversioni, oltre che non minori convinte adesioni. Riprendendo infatti l’antica

legislazione , Tiberio propose ai comizi una legge con cui si riaffermava un limite ai possessori di

terre pubbliche che ciascun cittadino poteva acquisire : 500 iugeri, circa 125 ettari, per ogni pater

familias cui si sarebbero potuti aggiungere altri 250 iugeri per ogni figlio maschio, sino a un totale

complessivo di ben 1000 iugeri.

In base a tale proposta, gli antichi possessi di che rientravano nei limiti previsti dalla

ager publicus

legge sarebbero divenuti proprietà privata dei singoli possessori, mentre la terra eccedente tali

misure era recuperata alla res publica per essere redistribuita tra i cittadini non abbienti, in forma di

piccola proprietà contadina. Si trattava di una vera e propria < anche perché la

riforma agraria>

legge prevedeva l’inalienabilità di questa piccola proprietà onde favorire il radicamento dei nuovi

assegnatari alla terra. Il compito di recuperare e distribuire tali terre ai piccoli proprietari – contadini

venne affidato a un appositamente istituito , eletto dai

triumvirato concilia plebis.

In esso sarebbe stato eletto anche il suocero di Tiberio, a garantire l’effettiva applicazione della

delibera.

La sostanza della proposta non era particolarmente rivoluzionaria, riprendendo, del resto, idee e

schemi già dibattuti in Roma. nondimeno essa toccava notevoli interessi, giacché sottraeva ai grandi

proprietari , appartenenti quasi tutti all’aristocrazia senatoria o comunque a essa strettamente

collegati, terreni agricoli già colonizzati e messi a coltura e considerati ormai , anche per questo

motivo ,non già come possessi teoricamente sempre revocabili, ma come vere forme di

un’intangibile e legittima proprietà .

Questo gruppo potente ebbe buon gioco nell’affidarsi a un altro tribuno, perché ,

C. Ottavio,

secondo le regole tradizionali, interponesse contro la proposta del collega, impedendo

l’intercessio

quindi che i concilia potessero discuterla e votarla. Ma questo espediente non bloccò Tiberio

nell’attuazione del suo progetto politico : l’ostacolo dell’intercessio fu da lui rimosso in modo

efficace quanto brutale e ai limiti della legittimità . Non potendo superare la paralisi derivante dal

veto del collega, egli lo aggirò , facendo votare dagli stessi concilia la deposizione di Ottavio sulla

base dello specioso e pericoloso argomento che non poteva essere magistrato della plebe che avesse

operato contro l’interesse di questa. Si trattava di un procedimento grave e profondamente contrario

alla logica generale delle magistrature romane e della costituzione repubblicana . In questo modo

infatti si introduceva quasi il principio di un mandato vincolante tra il magistrato e i suoi elettori.

Così, solo a seguito di un’azione arbitraria, sostanzialmente illegale e certamente senza precedenti

come la revoca di un tribuno per le sue posizioni politiche , la legge agraria proposta da Tiberio

poté essere votata. A rafforzare la propria iniziativa Tiberio sfruttò poi un evento esterno appena

accaduto e consistente nel testamento di re di Pergamo, il quale aveva istituito il popolo

Attalo II,

Romano come sue erede. Prevenendo qualsiasi decisione del senato che si era sempre arrogato una

competenza esclusiva per tutti i problemi di politica estera, Tiberio fece votare dai concilia un

plebiscito con cui si affidava il tesoro alla commissione appena istituita, onde finanziare la

complessa operazione di ripopolamento delle campagne prevista dalla legge agraria.

Tiberio era un politico che rappresentava interessi e valori condivisi: dietro di lui era schierato non

solo il popolo minuto, attirato dalla promessa della distribuzione gratuita di terre pubbliche ai non

abbienti, ma anche membri dell’aristocrazia romana, compresi non pochi senatori che

condividevano molti dei motivi di fondo che avevano ispirato le progettate riforme di Grecco.

L’irrigidimento dello scontro, tuttavia, fece precipitare la situazione verso esiti incontrollati : lo si 98

vide chiaramente quando lo stesso Tiberio volle ripresentarsi alla caria di tribuno della plebe per

l’anno successivo, allontanandosi dai criteri tradizionali che regolavano il Tale

cursus honorum.

rilevazione appariva pressoché indispensabile per garantirgli , data la violenza della lotta in corso,

dai pericoli alla sua stessa persona . Il tribuno aveva un carattere sacrosanto la cui assoluta

inviolabilità personale era severamente garantita.

Benché non esistesse un esplicito divieto d’iterazione immediata della carica, tale situazione fu

sfruttata dai nemici di Tiberio che maliziosamente l’associarono all’idea che questi aspirasse a un

potere monarchico. Accusa senza fondamento, ma atta ad accrescere i sospetti nei gruppi

dell’oligarchia romana. Fu pertanto contro l’immediata rielezione di Tiberio al tribunato per l’anno

successivo che si scatenò la violentissima opposizione dei suoi avversari politici. Nei tumulti che

seguirono lui stesso e alcuni suoi seguaci vennero assaliti e uccisi da un gruppo di senatori, nei

pressi della curia dove si riuniva il senato.

Questa fine cruenta era destinata ad avviare una vera e propria persecuzione che tentò di coprirsi a

sua volta con forme legali , attraverso l’emanazione di un per la <

senatusconsultum ultimum

salvezza suprema > della repubblica. Tale tentativo del partito antigraccano fu vanificato dalla

ferma opposizione di un importante giurista romano , che era il console in

Publio Mucio Scevola,

carica per il 133 – 132 a.C. La sua opposizione , tuttavia, non fece che rinviare la persecuzione dei

seguaci di Graco a opera dei suoi immediati successori : i consoli e

Popilio Lena Publio Rupilio.

I sostenitori di Tiberio furono quindi dichiarati < nemici della repubblica > e rinviati al giudizio di

tribunali eccezionali senza che potessero appellarsi al popolo con la provocatio.

Tuttavia il progetto di riforma ideato da Tiberio non si dissolse con le fortune politiche del suo

autore. Gli interessi e gli appoggi che avevano superato il tribuno erano sufficientemente forti da

impedire che la legge fatta votare da Tiberio fosse abrogata o totalmente disapplicata. Pochi anni

dopo, nel 129 a.C. , per iniziativa di fu comunque votato un senatoconsulto che

Scipione Emiliano,

mirava a ostacolare, se non bloccare l’attività dei triumviri preposti al recupero e all’assegnazione

delle terre. Malgrado tali ostacoli, la politica di distribuzione graccana dovette durare abbastanza a

lungo e mettere radici , se ancor oggi troviamo, nell’Italia meridionale, dove l’azione di recupero

delle terre pubbliche fu particolarmente incisiva , detti < , che segnavano i confini

cippi, graccani>

dei territori recuperati dai privati possessori e assegnati ai piccoli coltivatori in base alla legge

agraria.

E’ possibile che l’ostilità di Scipione, tradizionale protettore degli alleati italici, verso le leggi

graccane sia da ricondursi alla lesione degli interessi dei numerosi possessori italici i quali assai

verosimilmente, ma di ciò non siamo certi, non erano stati ammessi a partecipare alle distribuzioni

di terra. In effetti il partito popolare aveva cercato di ovviare a questo svantaggio degli Italici

favorendo per altri e più sostanziosi aspetti gli interessi di costoro. Va ricordato come già nel 125

a.C. fosse stata proposta da la concessione della cittadinanza romana ai sosi Italici, e

Fulvio Flacco

che, caduta questa per la decisa opposizione della nobilitas lo stesso magistrato avesse avanzato una

proposta più limitata , anch’essa bocciata, volta ad assicurare anche ai socii il privilegio della

al popolo.

provocatio

3. L’eredità politica di Tiberio e il programma di Gaio Gracco

Le ripetute violazioni delle regole e della prassi su cui si era retta la non scritta costituzione romana,

l’assassinio politico e le persecuzioni mortali di una fazione a danno dell’altra segnano la cupa

fisionomia che la lotta politica assunse nella Roma dei decenni successivi. La crisi si sarebbe

riacutizzata un decennio dopo la caduta di Tiberio , a opera del più giovane fratello, , che ne

Gaio

riprese il programma politico, potenziandolo e ampliandolo. Eletto tribuno della plebe nel 123 a.C. ,

e rieletto nell’anno successivo, egli fece approvare un complesso intreccio di leggi che appaiono

corrispondere a un progetto politico ormai ben più ampio e ambizioso di quelle limitate riforme a

suo tempo propugnate dal fratello. 99

Anche le leggi agrarie furono riprese e ribadite da Gaio, benché di ciò non abbiamo una chiara e

precisa conoscenza.

E’ probabile che la nuova legislazione recuperasse e insieme sostituisse integralmente quella di

Tiberio . In essa si dovette rivitalizzare, tra l’altro, il lavoro dei restituendo ai

triumviri agris dandis,

commissari gli originari poteri loro attribuiti. Inoltre le terre assegnate furono sottoposte

giusdicenti

al pagamento di un , di un canone, e verosimilmente, ma non vi sono certezze su questo

vectigal

punto, fu diminuito il tetto dei cinquecento iugeri di terre pubbliche lasciate agli originari

possessores.

Colpisce soprattutto , nell’azione di Gaio, la quantità e la complessità dei campi toccati dalle

riforme : ciò che fa pensare a un progetto politico di più ampio respiro . Con una fitta serie di leggi

si riprendevano infatti tutte le linee tradizionali del < partito agrario > e dell’antica politica filo –

plebea , con un forte rilancio della colonizzazione romana. Un’altra accentuava la

lex Sempronia

linea antisenatoria, con la fondazione di una colonia a Taranto e il progetto di un’altra colonia a

Capua che avrebbe recuperato parte delle fertilissime terre campane restate di pertinenza di Roma,

dopo la severa punizione inflitta a tale città per la sua defezione da Annibale. Terre che , di fatto,

erano state sfruttate per quasi un secolo esclusivamente dalla nobilitas senatoria. Egualmente

un’altra legge stabili la fondazione di una colona a Cartagine, sottraendo al senato la competenza

esclusiva , sino ad allora gelosamente conservata, sulla condizione delle province romane. Sempre

nell’ambito della politica agraria vanno ancora ricordati altri provvedimenti come la costituzione di

grandi magazzini pubblici per il deposito del grano e di nuove strade volte a favorire la complessiva

politica di ripopolamento delle campagne.

L’iniziativa legislativa di Gaio andava tuttavia oltre, toccando una molteplicità di altri punti nodali

della vita della repubblica, in modo da modificare i complessivi equilibri politici . Evidente appare

nella sua azione l’obiettivo strategico da lui perseguito che mirava anzitutto all’annullamento o ,

quanto meno, ad un forte ridimensionamento del senato attraverso la costruzione di un diverso

blocco sociale. Va ricordata in questa direzione la che sottraeva al

lex Sempronia de provincia Asia

controllo del senato gli appalti per le imposte nelle ricchissime province d’Asia : fonte di

favoritismi clientelari e di grande potere per tale organismo. In questo contesto una lex Sempronia

che obbligava il senato a sorteggiare quali province fossero assegnate ai

de provinciis consularibus

futuri consoli, prima delle elezioni. Tale procedura consentiva così di sottrarre all’arbitrio di questo

consesso uno strumento importante per premiare gli amici e penalizzare gli avversari.

Nei provvedimenti normativi volti a perseguire questa strategia si iscrivono a giusto titolo una serie

di leggi miranti a precisare e irrigidire i criteri di legalità e le tutele di libertà dei cittadini, così

ampiamente minacciati nel corso dei tumultuosi eventi che avevano portato alla morte di Tiberio.

Va anzitutto ricordato la legge che impediva la repressione di reati non previamente definiti

mediante leggi comiziali e la che riaffermava con forza e in

lex Sempronia de capite civis Romani

modo sistematico il ruolo di controllo dei comizi per tutti i casi d’applicazione della pena capitale

nelle quaestiones. Esse miravano a rendere impossibile, per il futuro, qualsiasi tipo di operazione

come quella a suo tempo messa in atto contro i seguaci di Tiberio. Di contro un altro principio

normativo veniva fatto valere, a chiudere la questione apertasi in età di Tiberio , con cui si sanciva

la legittimità formale della rielezione di un tribuno in carica ( anche se di questo plebiscito è incerta

la data, che potrebbe essere anteriore al 123 a. C. ) . Infine da parte di Gaio si interveniva anche sui

comizi centuriati, proponendosi la soppressione dell’antico sistema di voto per classi di centurie,

con cui i ceti economicamente più deboli erano stati ridotti in pratica all’irrilevanza . La proposta di

Gaio prevedeva il sorteggio dell’ordine di voto delle varie centurie, mettendole , almeno

formalmente , sul piano di parità .

Un intervento più pericoloso per il senato appare la modificata composizione dei tribunali de

competenti per i reati di corruziozione e concussione di cui spesso si macchiavano i

repetundis,

titolari degli uffici di amministrazione e di governo provinciale, appartenenti quasi tutti

all’aristocrazia senatoria. A patire da una ( ma forse si trattò di due

lex Sempronia iudiciaria

successive leggi, intervenute nei due anni in cui Gaio ricoperse il tribunato ) , si mirò a modificare

100

la composizione dei tribunali giudicanti e in particolare quella della composta

questio de repetundis

da membri del ceto senatorio, ovviamente più indulgenti verso i loro pari rango. A seguito della

nuova legislazione l’organico dei giudici veniva a essere fornito dai cavalieri , portatori di interessi

in parte diversi, e che disponevano in questo modo di un efficace mezzo di pressione nei confronti

del ceto senatorio. E qui emerge con chiarezza l’intento di saldare gli interessi del potente ceto

equestre alla politica del partito popolare.

A questo gruppo, così rilevante economicamente , ma restato sostanzialmente estraneo, o comunque

ai margini , della vita politica cittadina, si offriva ora un prezioso strumento di controllo proprio sui

membri del senato , creando con esso un elemento di contrasto.

D’altra parte l’organicità delle iniziative legislative e politiche di Gaio ci fa pensare che la sua

azione mirasse a qualcosa di più della semplice resa di conti con il senato, o del riequilibrio nel

gioco dei ruoli e delle influenze tra i vari gruppi che costituivano il tessuto complessivo della città e

dell’ordinamento politico romano. Certo , questi sono gli aspetti più evidenti ; ma dietro l’articolata

serie di iniziative volte ad assicurare tali obiettivi, si intravede tuttavia una strategia ancora più

ambiziosa che si spingeva a delineare come risultato ultimo la trasformazione della stessa res

publica. Sino ad allora infatti mai era stato messo in discussione il suo stesso fondamento di

carattere aristocratico, intimamente collegato ai ruoli militari e alle cariche politiche. Si delineava

ora per la prima volta la possibilità di spostare tali assetti verso una più radicale forma di

democrazia, quale forse solo l’esperienza greca aveva conosciuto. Di qui , ad esempio, l’insistenza

figura del tribuno e sulla legge quali strumenti pressoché esclusivi per attuare questo cambiamento

radicale del sistema politico. La legge votata dal popolo e il diverso ruolo assunto dal tribuno, che

cessava di essere titolare di un potere prevalentemente di controllo sul governo altrui per diventare

invece il promotore di un proprio progetto, nel suo disegno , venivano posti al centro dell’intera

scena politica. La sovranità popolare tendeva così a svincolarsi da quel costante riequilibrio

costituito e dallo stesso per divenire autonomo

dall’auctoritas del senato cursus honorum

fondamento della politica e della legittimità repubblicana.

Che questo fosse il vero nocciolo della politica graccana, sembrerebbe confermarlo la grande

quantità di leggi fatte votare direttamente da Gaio o da lui ispirate : di gran lunga eccedenti, per un

arco di tempo così breve, il numero relativamente ridotto di leggi ordinariamente votate dai comizi.

A quelle che si è già ricordato, infatti , vanno aggiunte ancora, per quel che sappiamo, una lex

che mise a carico dello stato le spese per le vesti dei soldati e introdusse un

Sempronia militaris

limite d’età per l’arruolamento, una senza autorizzazione dei

lex Sempronia de Popilio Lenate

comizi, una con cui si estendeva la repressione criminale a

lex Sempronia de siariis et veneficiis,

nuove fattispecie, una e una

lex Sempronia viaria lex Sempronia de coloniss Tarentum

con cui si destinavano ricchi territori a una politica di ripopolamento agrario , una

deducendam, relativa alla politica doganale e al controllo dei conti dei pubblicani, una

Runovius portoris, rogatio

anch’essa relativa alla

Marcia de tribunis militum, una lex Papiria de tresviris capitali bus,

repressione penale, e infine , oltre all’importantissima di cui di sono

lex Acilia repentundarum,

pervenuti frammenti epigrafici, le due leggi relative alla composizione dei comizi centuriati e al

sistema processuale.

4. Un nuovo modello di < rex publica >?

Sembra dunque delinearsi una direttamente governata dal popolo e dai suoi magistrati e

res publica

soprattutto da quel tribunato della plebe che, dopo tanti secoli ritrovava l’originario significato

rivoluzionario. Affiorava infatti, più nettamente di quanto non fosse emerso nelle lontane vicende

del decemvirato legislativo , la potenziale emarginazione dei magistrati dalla repubblica e dello

stesso senato. La legge votata dai comizi, svincolava in pratica da ogni interferenza di tali organi,

diveniva, nel modello abbozzato dall’azione dei Gracchi, il vero centro istituzionale dello stato

cittadino. 101

Affiorava così la possibilità di una deriva in senso < con un primato della democrazia

ateniese>,

assembleare sul costante temperamento dei poteri attraverso le mediazioni necessarie ad assicurare

quelle convergenze postulate dalla costituzione romana. In tal senso deponeva anche il fatto che i

due frattelli, per la loro lotta, scartassero gli strumenti tradizionali che, comunque, per essere

utilizzati, richiedevano quel minimo di consenso tra organi e ordini. Sottraendosi al controllo e alla

< normalizzazione > che il comunque comportava, essi appaiono fondare tutta la

cursus honorum

loro azione sulla figura ambigua del E’ comprensibile che agli occhi di molti membri del

tribunato.

ceto dirigente romano, non solo tra i più conservatori degli aristocratici ma tra i < moderati>,

istintivamente rispettosi dei tradizionali equilibri della resp publica, il tentativo graccano assumesse

la coloritura di un’avventura eversiva.

E la percezione, vera o falsa che essa fosse, della posta in gioco spiega pertanto la violenza della

reazione senatoria.

La partita apertasi ora, più chiaramente di dieci anni prima, andava al di là degli aspetti particolari

della distribuzione e del controllo delle risorse pubbliche o dell’organizzazione politica romana,

investendo la natura stessa della res publica e l’intera architettura politica su cui essa si era venuta

costruendo.

E, ancora una volta , lo scontro ebbe un esito mortale. Nel momento infatti in cui gli equilibri

vennero modificandosi, con una parziale erosione del consenso popolare di cui Gaio Gracco

godeva, i suoi avversari non esitarono, nei giorni di tumulto che seguirono la mancata rielezione di

Gaio al tribunato della plebe per la terza volta consecutiva , a organizzarne l’assassinio. E’

importante riflettere sulla parabola politica di Gaio. La sua sconfitta infatti appare legata anzitutto

alla precarietà del blocco politico e sociale da lui costruito in funzione antisenatoria e fondato

sull’alleanza con il ceto equestre. Nel tempo, infatti, l’intima convergenza d’interessi tra due gruppi

egualmente coinvolti nella politica imperialistica – nobiltà senatoria e cavalieri, era destinata a

prevalere sui possibili vantaggi a breve termine che questi ultimi avevano potuto ricavare dalla loro

alleanza con Gracco.

E soprattutto si deve riflettere sulle radici ultime della politica graccana che sembrano riallacciarsi

alla tradizione agraria e allo spirito conservatore che aveva sempre visto con sospetto le forme più

avventurose di espansionismo imperialistico d’oltremare, temendone le ricadute in patria. Ebbene,

sin dall’età di Catone, con la sua lotta contro gli Schipioni, in questo partito si annidava un’intima

contraddizione : esso voleva infatti evitare gli aspetti più patologici e più evidentemente

corrompenti di tale politica, ma non era disposto a contestarne le premesse , fondate su una logica di

potenza che appare invece pienamente condivisa. Lo abbiamo già visto in Catone che difende Rodi

dalla volontà di sopraffazione dei senatori romani, ma che insiste sulla brutale e politicamente

ingiustificata distribuzione di Cartagine. Lo si coglie egualmente in Gario Gracco che, se da un lato

favorisce una politica di risanamento sociale attraverso la fondazione di colonie e la distribuzione di

terre ai piccoli agricoltori, fa poi votare una legge che assicura la distribuzione di grano a prezzo

politico ai cittadini romani meno abbienti. Questa legge < > , la prima di una numerosa

frumentaria

serie, segna infatti il sostanziale congiungimento degli interessi popolari alla politica imperialistica

gestita dai ceti dirigenti. Le distribuzioni gratuite o quasi di grano erano infatti possibili solo

imponendo i corrispondenti oneri a carico dei provinciali. Non solo , ma essa garantiva,

finanziandola, l’esistenza di una plebe parassitaria e, in fondo, subalterna, in contrasto con il

progetto di ripopolamento delle campagne perseguito dello stesso Gracco.

In verità le soluzioni prospettate dai due fratelli erano sin dall’inizio, o insufficienti , come appunto

la semplice riforma agraria di Tiberio, o inconsistenti, come il più complesso progetto di Gaio. Una

radicale trasformazione del tradizionale assetto gerarchico di Roma in una grande democrazia di

tipo ateniese avrebbe infatti potuto essere veramente praticabile solo a condizione che una stabile

alleanza tra l’assemblea popolare e il ceto degli emarginasse il ruolo del senato e

equites

dell’aristocrazia politica che in esso aveva il suo riferimento stabile. Ma proprio la costruzione

imperiale ormai realizzata contribuiva in modo determinante a preservare ed a valorizzare

ulteriormente quelle funzioni militari e di governo che costituivano lo specifico di tale

know how 102

aristocrazia. Non solo : anche una soluzione del genere era del tutto inadeguata di fronte a quello

che stava diventando il problema centrale dell’organizzazione polito – istituzionale romana. Il

dilatarsi anche spaziale dell’ambito d’efficacia di un potere che restava invece sempre più

pericolosamente ristretto nella sua base politica.

E’ questo il problema che il giovane tribuno parrebbe aver affrontato nei suoi ultimi giorni e che si

manifestava in concreto nella crescente pressione dei Latini e anche dei gruppi d’Italia più legati a

Roma per acquisire la cittadinanza romana. Gaio aveva infatti valutato nelle sue giuste dimensioni

tale fenomeno, e del resto in questa direzione lo spingeva anche l’esigenza di estendere i benefici

delle leggi agrarie a un numero di interessati più ampio che non i soli cittadini romani. Di fatto la

rapida acquisizione da parte di Roma del vasto impero mediterraneo, con la conquista di tutto

l’Oriente ellenistico e con gli enormi vantaggi, anzitutto economici , che ne erano conseguiti , aveva

profondamente modificato il quadro delle alleanze e delle relazioni italiche, così come ancora esso

poteva delinearsi nel corso del secolo precedente, all’epoca dello scontro con Cartagine. Allora

infatti Roma era stata l’indiscusso punto di riferimento di un complesso sistema di forme di

integrazione e di alleanze formalmente o sostanzialmente subalterne, dove alla fedeltà e agli oneri

richiesti alle molteplici comunità a esso appartenenti, corrispondevano i vantaggi derivanti

dall’appartenenza a un blocco politico forte e relativamente omogeno.

Ma tutto ciò , ora, non bastava più agli alleati di Roma sulla cui fedeltà e sulle cui risorse s’era

basata tanta parte del suo successo. Occorreva dunque una redistribuzione di ruoli : l’ampliamento

della cittadinanza, essenziale per l’appartenenza piena al blocco sociale dominante, ne era la chiave.

Erano ormai lontani infatti i tempi in cui gli alleati di Roma si mostravano soprattutto interessati a

conservare la loro pur minuscola sovranità , giacché , già verso la metà del II secolo a.C. , la fedeltà

alle tradizioni e alla propria identità politica apparivano meno rilevanti rispetto ai crescenti vantaggi

derivanti dalla cittadinanza romana. E’ vero che Preneste, ancora nel 216 a.C. , aveva rifiutato la

cittadinanza romana offertale quale premio della sua fedeltà in una fase politica molto delicata,

preferendo continuare a fruire del proprio ordinamento.

Ma già pochi anni dopo , nel 137 a. C. i Ferentini , ad esempio, avevano chiesto che i Latini

partecipanti alla fondazione di una colonia romana acquisissero la cittadinanza, mentre in quegli

stessi anni il continuo flusso di Latini e di altri italici in Roma aveva raggiunto dimensioni

preoccupanti, così come allarmanti apparivano le aperte frodi miranti all’acquisizione della

cittadinanza romana da parte di costoro. Nel corso del tempo erano divenuti sempre più evidenti i

vantaggi derivanti dall’appartenenza alla città al centro di un enorme tessuto di potere e di ricchezze

( si consideri come questa situazione avesse reso possibile, a partire dal 167 a.C: , di esonerare di

fatto i cittadini romani dall’obbligo di pagare il tributo per il sostentamento della res publica ).

Appalti , espansione mercantile, arricchimenti al seguito degli eserciti vincitori, spoliazione di città

vinte, asservimento massiccio dei nemici e loro vendita sui mercati di schiavi, speculazioni

finanziarie e mercantili di ogni tipo erano le attività in cui non solo molti cittadini romani, ma anche

mercanti e affaristi italici trovavano crescenti campi d’azione e fonti di ricchezza. Ed erano attività

tutte in cui la titolarità della cittadinanza romana veniva ad assumere notevole valore. Senza poi

considerare come, con l’accresciuto potere romano, si fosse venuta accentuando un’arroganza dei

suoi gruppi dirigenti verso tutti gli altri popoli sottoposti che doveva apparire particolarmente

odiosa ai vecchi alleati italici.

Saranno gli stessi Romani a ricordare episodi scandalosi come ad esempio quelle punizioni

corporali irrogate a magistrati e notabili di città italiche alleate di Roma su ordine del tutto

arbitrario di qualche senatore romano, e per insignificanti ragioni private.

Così nel corso del II secolo a.C. , si delinearono due tendenze di segno opposto: da una parte

l’accresciuto interesse di Latini e Italici di acquisire individualmente o in blocco la civitas Romana.

Dall’altra una netta inversione nel precedente atteggiamento romano , da sempre piuttosto liberale

in queste concessioni : ora esse diventarono sempre più rare e circoscritte.

In relazione a ciò, il progetto di Gaio era tutt’altro che avventuroso, in quanto orientato ad assumere

nella cittadinanza romana solo gli antichi Latini che ne erano ancora restati fuori, pur fruendo da 103

secoli del e del con i Romani. Per gli alleati italici, Gaio immaginava invece

commercium conubium

una loro parziale assimilazione ai privilegi goduti in precedenza dagli stessi Latini. E tuttavia anche

questa politica , molto graduale e cauta, si scontrò con le resistenze romane : fu relativamente facile

, in quel momento , per il senato cercare di isolare Gaio dalla sua stessa base, scatenandogli contro

un altro tribuno, all’apparenza ancor più radicale di Gaio , che ne indebolisse il prestigio. Ciò

avvenne con l’azione di che, insieme a una serie di proposte demagogiche, interpose

M. Livio Druso

il veto contro la proposta di Gaio di estensione della cittadinanza ( anche qui giocando sugli egoismi

e le paure dello stesso popolo minuto di Roma ). Lo spostamento di umori degli strati popolari

segnò , con il destino personale del grande riformatore, momentaneamente, anche quello del suo

partito.

La linea politica graccana fu infatti pressoché cancellata e, pochi anni dopo , con la lex agraria

del 111 a.C. , l’intero demanio territoriale romano fu completamente riorganizzato,

epigraphica

favorendo il consolidamento degli antichi possessi di trasformati in piena proprietà e ,

ager publicus

di conseguenza , sminuendo l’importanza , anche quantitativa, delle terre pubbliche, all’origine di

tutti i conflitti degli ultimi decenni. Già prima di questa conclusione singoli provvedimenti avevano

poi iniziato a smantellare le basi della riforma agraria. Da un lato si affermò l’alienabilità della

assegnazioni graccane, che favorì la rapida sostituzione dei coloni in difficoltà con i grandi

proprietari disposti a recuperare parte di queste terre, dall’altro si mise anche formalmente termine

ai processi di acquisizione dell’ager publicus.

Capitolo undicesimo : il tentativo di restaurazione sillana e il tramonto della repubblica

1. Le riforme militari di Mario e la crisi italica

La radicale sconfitta dei Gracchi e delle forze che li sostenevano non aveva risolto i problemi che le

loro proposte avevano cercato di superare , al contrario. Soprattutto la crescente pressione degli

Italici, che in nessun modo avevano trovato udienza nella dirigenza romana, alla lunga si sarebbe

rivelata pernicosa. Ma neppure la crisi demografica delle campagne italiche, cui pure le riforme

agrarie avevano tentato di far fronte, poteva considerarsi risolta : sia i fenomeni d’inurbameto del

resto favoriti dalle stesse frumentazione introdotte dalla legislazione graccana, sia la concorrenza

della grande proprietà schiavistica avevano continuato a incidere negativamente sull’organico dei

piccoli proprietari – contadini, un tempo il nerbo delle legioni romane. Quest’ultimo aspetto

apparve quanto mai evidente nella successiva stagione politica, allorché nuove e gravi esigenze

militari assunsero improvvisa rilevanza per Roma.

Si trattò anzitutto della difficile campagna militare contro una nuova invasione della penisola da

parte di bellicose popolazioni celtiche e germaniche. In effetti , nel corso dei secoli, queste ondate si

erano ripetute, e talora, con esiti abbastanza catastrofici, se ricordiamo la stessa conquista e

incendio di Roma da parte dei Galli all’inizio del IV secolo a.C. Da tempo esse però non si erano

più verificate anche per la rafforzata presenza militare romana nell’Italia del Nord. Di qui

l’emozione suscitata dalla rinnovata minaccia, tanto più che gravi difficoltà si riscontrarono allora

nell’assicurare la leva per approntare un esercito adeguato. Apparivano ormai evidenti gli effetti già

da tempo paventati, dell’assottigliamento del ceto di piccoli proprietari sull’organico delle legioni

romane. La vittoriosa difesa contro l’invasione fu comunque assicurata ad opera di un generale di

origine plebea e la cui personalità avrebbe dominato le vicende romane a cavallo del secolo : Gaio

Mario.

Ben si comprende come , in ragione della popolarità così conseguita , anche per concludere

un’ancora più difficile guerra avviata dai Romani in Nord Africa, contro Giugurta , re della

Numidia, lo steso Mario fosse chiamato a guidare la conclusione di tale impresa, su fortissima 104

pressione popolare e di fronte a un senato incerto e profondamente isolato nell’opinione pubblica.

La soluzione adottata da Mario fu di colmare i vuoti , arruolando volontari provenienti da vasti

strati di cittadini nullatenenti, attirati dal solo e dalla speranza di ulteriori vantaggi economici con la

divisione del bottino di guerra.

In questo modo si tagliavano però definitivamente le antiche radici cittadine dell’ordinamento

militare romano , fondato sulla costituzione centuriata, avviandosi così la sua progressiva

trasformazione in un esercito di mestiere. Alla fedeltà verso un entità imperiale come la res publica,

naturale in un cittadino che solo per qualche anno era chiamato a effettuare il suo servizio militare,

e che invece da sempre partecipava alla vita della città e alle sue vicende politiche, sarebbe

subentrata nei veterani, arruolati per lunghi periodi di tempo, una più immediata ed esclusiva fedeltà

al proprio comandante.

Questo appannarsi del carattere dell’antico esercito cittadino costituì pertanto la premessa per

l’affermazione di forme sempre più accentate di poteri personali in capo ai grandi comandanti

militari. I quali , alla fine del loro comando, si mostravano sempre meno disposti a rientrare nei

ranghi come semplici, anche se autorevoli membri dell’aristocrazia senatoria.

Questo aspetto era destinato a divenire il principale fattore di crisi, destinato infine a travolgere le

istituzione repubblicane.

Dopo le campagne contro le invasioni barbariche e contro Giugurta , il prestigio di Mario, rieletto

ripetutamente al consolato, dominò l’orizzonte politico romano, determinando una forte spinta in

senso democratico. La guida effettiva, tuttavia , finì con l’essere assunta da due personalià più rozze

e di orientamento più radicale, e che si rivelarono i due veri cervelli politici del

Saturnio Glaucia,

partito popolare. I loro orizzonti non andavano comunque al di là degli obiettivi ormai tradizionali

di tale partito. E’ quanto si può cogliere abbastanza bene nella pur ricca serie di proposte legislative

elaborate da Saturnio e votate verso la fine del secolo. Erano le strade consuete : distribuzione di

grano alla plebe a prezzi irrisori, fondazione di colonie trasmarine, distribuzione di terre ai veterani

di Mario e infine una nuova legge giudiziaria proposta da Glaucia. Più pericolosa era invece una lex

minuta che precisava e ampliava la figura del con cui si

Appuleia de maiestate crimen maiestatis

colpivano i reati di carattere politico. Tale imputazione, per l’indeterminatezza dei comportamenti

annoverabili come un attestato alla era infatti facilmente utilizzabile in una

maiestas populi Romani,

lotta politica ormai senza esclusione di colpi.

La radicalizzazione dello scontro imposta dai due demagoghi potrò a nuovi grandissimi torbidi che

si evidenziarono , soprattutto, nei disordini che accompagnarono l’approvazione della legge agraria

relativa alla distribuzione delle terre della Gallia Cisalpina conquistate da Mario contro i Cimbri. Le

continue forme d’illegalità culminarono infine, nel 100 a.C. , allorché Saturnio e Glaucia cercando

di farsi rieleggere al tribunato, giunsero all’assassinio del candidato avversario.

Ciò legittimò il senato a emanare il sempre temuto incaricando lo

senatus consultum ultimum,

stesso consolo in carica , Mario , di intervenire contro i suoi antichi alleati. Malgrado il tentativo di

Mario di evitare le conseguenze ultime dell’incarico affidatogli , ad opera della nobilitas si perpetrò

l’uccisione di Glaucia e Saturnio e di molti loro seguaci, dopo che erano stati disarmati e

imprigionati dallo stesso console. Tutto ciò segnò non solo una nuova catastrofe per il partito

popolare, ma anche il tramonto politico di Mario , un bravo e fortunato comandante militare, ma un

politico incerto e poco abile.

Ormai egualmente inviso ai popolari per la repressione da lui condotta e all’aristocrazia senatoria

per tutta la sua precedente storia politica, egli ritenne opportuno allontanarsi da Roma con un

pretesto. La guida dei popolari venne di fatto assunta da un altro politico radicale come Cinna.

E’ degno di rilievo il fatto che negli anni dei ripetuti consolati di Mario, il punto di forza della

spinta in senso democratico della politica romana sia stato rappresentato, ancora una volta, dal

tribunato della plebe. Anche in questa fase sembra riprendere vita la tendenza già evidente al tempo

dei Gracchi , a svuotare buona parte del potere e delle competenze tradizionali del senato mediante

una serie d’iniziative legislative sottoposte dai tribuni ai comizi. Non meno significativa, per i

successivi sviluppi del quadro politico – istituzionale romano, appare la parziale modifica della 105

fisionomia della più alta magistratura di Roma , il consolato. Si ammise allora infatti, sovvertendo

le regole tradizionali , la rielezione della stessa persona a tale carica per più anni di seguito ,

favorendo una pericolosa concentrazione di potere civile e militare.

Quasi negli stessi anni, con il figlio del vecchio avversario di gaio gracco, , la questione

Livio Druso

degli Italici, la cui soluzione appariva ormai sempre più urgente, tornò al centro della scena politica

romana. Questi infatti, ricoprendo come il padre la carica di tribuno , si distaccò tuttavia dalla linea

paterna , antigraccana e filo senatoria, riprendendo piuttosto molte delle linee riformatrici del partito

avversario. Si trattò invero di una politica piuttosto equilibrata : mentre una sua lex Livia agraria

riprendeva , insieme a una legge frumentaria, il contenuto delle riforme graccane, di contro Druso

restituiva le competenze giudiziarie al senato, togliendole ai cavalieri , a loro volta favoriti invece

dalla duplicazione dell’organico dei senatori , egualmente proposta da Druso. L’accresciuto numero

di senatori, portato a 600, facilitò infatti l’inserimento nei loro ranghi di molti esponenti del ceto

equestre. In questo quadro di ragionevole redistribuzione del potere e di contemperamento degli

interessi era pressoché inevitabile che il tribuno si impegnasse a risolvere quello che ormai, per la

forza delle cose, era divenuto il nodo centrale della politica romana, costituito dall’insistente

richiesta degli Italici di accedere alla cittadinanza romana.

A tal proposito Druso presentò una proposta di legge relativamente moderata che prevedeva una

progressiva concentrazione della cittadinanza romana agli alleati italici. L’oligarchia senatoria

tuttavia, alleata con gran parte dei cavalieri, rifiutò ogni soluzione di compromesso, come l’ipotesi

di concessioni miste della latinità e della cittadinanza romana , bloccando , con mezzi talora ai

confini della legalità, l’approvazione della legge .

Non solo i più oltranzisti del partito senatorio si spinsero sino ad assassinare lo steso Druso , nella

notte seguente alla caduta della sua proposta. Allora, di fronte a questa ulteriore violenta chiusura,

le tensione accumulatesi esplosero con violenza portando a una generalizzata ribellione antiromana

da parte degli Italici.

La < guerra sociale > ( dal termine socius a indicare gli alleati italici di Roma ), si impose con una

grande alleanza italica, di cui il nucleo più forte era costituito dalle popolazioni sannite.

E’ probabile che sin dall’inizio confluissero in essa diverse e addirittura contraddittorie aspirazioni,

sul cui contenuto non vi è pieno accordo tra gli studiosi moderni. La maggior parte di costoro tende

a identificarne il fondamento nella diffusa aspirazione degli Italici, anzitutto dei Latini, alla piena

assimilazione e parità di condizioni con i Romani. Ma vi è chi , tende piuttosto a valorizzare la

presenza di un più radicale orientamento antiromano. Tra i soci italici, infatti, non dovettero essere

pochi coloro che videro, in questo frangente, l’occasione per riconquistare una piena libertà del

giogo romano, abbattendone la soverchiante potenza. Certamente nei Latini, attratti anch’essi

nell’alleanza antiromana era prevalente il primo aspetto, nei Sanniti, forse il secondo.

In effetti , un dato poco coerente con l’interpretazione tradizionale, fondata peraltro sulla versione

più diffusa delle testimonianze antiche , è il fatto che la forza propulsiva della rivolta antiromana sia

stata quasi sempre rappresentata dagli strati più popolari delle varie comunità , mentre assai più

incerta e contraddittoria appare sovente la condotta delle aristocrazie locali, tradizionalmente più

legate all’alleanza con Roma. si noti che proprio queste ultime erano le più interessate alla

cittadinanza, sia per le possibilità che apriva , sia per la loro già esistente partecipazione a quelle

forme di circolazione giuridica dove essa era effettivamente rilevante. Che la mancata acquisizione

della civita Romana fosse invece di qualche danno effettivo al piccolo contadino osco o sanità è

cosa tutta da dimostrarsi.

E’ almeno possibile immaginare che l’arruolamento romano abbia fortemente contribuito a far

saldare tra loro diversi e contraddittori elementi : aspirazione a una parificazione politica da un lato

, nostalgia per l’antica libertà ed esasperazione per l’arroganza romana dall’altro , tentazione infine

di liberarsi una volta per tute da un’alleanza divenuta un giogo oppressivo. Quello che sembra sia

comunque confermato in modo abbastanza chiaro da questa vicenda è che il senato, il popolo e

l’esercito di Roma, che avevano saputo in modo così straordinariamente efficace conquistare un

impero , si mostravano sempre più incapaci di conservarlo. Questo è il punto per noi più importante

106

che ci permette d’intuire il progressivo accumularsi di tensioni molto pericolose, potenzialmente in

grado di usare una potenza che rischiava di doversi affidare alla sola forza materiale.

Fatto si è che l’esplosione della lotta armata coincise con un gravissimo isolamento politico –

militare romano. Il sostanziale insuccesso del tentativo di piegare gli alleati italici con la sola forza

delle armi fece maturare ben presto una svolta politica . Roma si ridusse ora ad offrire , a chi avesse

sospeso le ostilità belliche , quei benefici precedentemente esclusi per il naufragio dei ragionevoli

progetti di ampliamento della cittadinanza romana. Tra l’89 e l’88 a.C. la guerra si spense

lentamente dopo che la del 90 a.C. , successivamente

lex lulia de civitate Latini et sociis danda,

integrata da altre due leggi , sancì la concessione della cittadinanza romana ai Latini e gli antichi

alleati italici restati fedeli o che avessero immediatamente deposto le armi contro Roma. anche se

queste concessioni potevano essere estranee agli obiettivi perseguiti da alcune componenti degli

insorti Italici, esse contribuirono comunque a disarticolarne la compattezza, facendo emergere

opposte tendenze e priorità . Che vi fosse questa diversità di orientamenti sembra stia a provarlo il

fatto che , quando in seguito a questi provvedimenti , le varie città italiche poterono trasformarsi in

municipi romani, alcune di esse, come narra Livio, furono incerte se continuare a < vivere secondo

le loro leggi> , come comunità indipendenti , o accettare la cittadinanza romana.

Conseguenza necessaria e prevista di tale legislazione era la trasformazione delle numerose

comunità italiche in municipi romani e conseguentemente la perdita , da parte loro, delle proprie

istituzioni giuridiche e politiche. Si deve segnalare un problema importante che derivò da questo

improvviso allargamento della cittadinanza e che assunse un elevato significato politico. Si tratta

delle modalità in cui i nuovi cittadini romani vennero inquadrati all’interno del sistema comiziale

romano.

Nei primi tempi infatti, l’ovvia tendenza romana a limitare gli effetti di questo drastico mutamento

degli organici cittadini fece sì che i nuovi cives, pur così numerosi ( proprio per questo) venissero

inquadrati in un numero molto limitato di tribù. Pertanto i mutamenti furono piuttosto graduali,

anche perché non si deve dimenticare come restasse assolutamente immutato il principio per cui le

riunioni comiziali si svolgevano in Roma , il che richiedeva spostamenti più o meno gravosi, con

giorni di viaggio, ai nuovi cittadini che avessero voluto partecipare al voto. Di fatto solo i più ricchi

tra costoro e solo per quelle votazioni che avessero avuto maggiore importanza parteciparono ai

comizi , con un effetto relativamente limitato sul loro esito. Resta una grande incertezza nelle fonti

antiche circa il numero preciso delle tribù in cui i nuovi cittadini vennero inquadrati, da due a otto o

dieci, e se queste si aggiungessero alle antiche trentacinque tribù e intervenissero nel voto solo

successivamente a esse o se i nuovi cives fossero stati inseriti in una parte delle antiche tribù. Quella

che è chiara tuttavia è la filosofica cui si ispirarono siffatti procedimenti e gli obiettivi così

perseguiti : evitare, per quanto possibile una sostanziale modificazione dei rapporti di forza

all’interno del corpo elettorale.

Quanto fossero maturi i tempi di questa svolta istituzionale ( segnando quindi un limite

dell’interpretazione del carattere antiromano della guerra sociale che si è considerato in precedenza

) lo dimostra, il fatto che, nei decenni successivi ai provvedimenti d’estensione della cittadinanza,

intervenne un radicale mutamento linguistico nella penisola italica, con un’improvvisa quanto

generalizzata obliterazione delle antiche lingue indigene a favore del latino. La rilevanza di questa

svolta , sottolineata dal fatto che siffatte tradizioni linguistiche erano ancora ben vitali sino alla fine

del II secolo d.C., richiamandosi a una vasta e importante documentazione epigrafica, non può non

essere inquadrata all’interno della vasta trasformazione istituzionale allora intervenuta,

contribuendo a definire la portata. L’integrazione italica nella cittadinanza romana, non solo

comportava una diversa centralità del latino. Essa dovette anche coincidere con una più vasta

assimilazione culturale che ebbe per conseguenza il deperimento delle tradizioni autoctone :

anzitutto giuridiche. Era il frutto del mutato orientamento di gran parte degli italici di cui la

richiesta di accedere alla civitas Romana resta la traccia più evidente e significativa.

E’ allora , del resto, che dai frammenti di processi e di consapevolezze già accumulatisi , prese

consistenza una nuova unità italica, nel suo rapporto con Roma. Identità , peraltro, < incompiuta >

107

perché destinata a fondarsi essa stessa in un più vasto orizzonte , segnato , dall’avventura imperiale

romana.

2.Le guerre in Oriente e l’affermazione di un nuovo potere personale : Silla

Le traumatiche crisi nelle relazioni con gli antiche alleati italici e il conseguente isolamento di

Roma trovarono, in quello stesso lasso di tempo, un pesante riscontro nello scenario dell’Oriente

ellenistico. In effetti, ancor nel corso della guerra Sociale e negli anni immediatamente successivi,

mentre già si riaccendevano i torbidi interni, con la lotta ormai incancrenitasi tra la fazione

aristocratica e quella popolare, un grave segnale di crisi si era avuto in quella parte dell’impero da

poco soggiogata. Un potente sovrano ellenistico , re del Ponto, provocato da

Mitride,

un’avventurosa spedizione contro di lui da parte di un modesto esercito locale, guidato e

accompagnato da forze romane, dette ai piccoli staterelli ancora indipendenti ed alle numerose città

e popolazioni ormai assoggettate da Roma un pesante segnale di sollevazione contro il suo dominio.

Si trattava dell’invito a massacrare tutti i commercianti romani e italici che, forti di questo stesso

dominio , si erano sparsi in tutti i territori d’Oriente, coinvolti nello sfruttamento economico delle

province. La vasta adesione dell’ordine di eccidio e le dimensioni di questo attestano l’intensità

dell’odio antiromano nell’Oriente ellenistico.

Solo pienamente pacificata la penisola e sistemata la questione degli Italici si poteva far fronte a

questa nuova grave minaccia che rischiava di scatenare una colossale < guerra di liberazione > nella

parte del mondo mediterraneo più ricca di popolazione e di mezzi economici. Si pose allora il

problema del comando di questa importante campagna militare, assegnato a Lucio Cornelio Silla,

un brillante esponente del partito aristocratico che si era già messo in luce nella guerra Sociale. Fu

invero una designazione estorta con la forza dallo stesso Silla, alla testa delle legioni già da lui

arruolate per tali guerre d’oltremare. Ancora una volta si trattava di uno dei tanti episodi di

prevaricazione sugli antichi meccanismi istituzionali.

Si insisterà sul carattere illusorio delle vittorie di volta in volta conseguite dalle due fazioni e

sancite durante solo il breve momento della vittoria sul partito avversario. E tuttavia questo quasi

ossessivo richiamo alla legge sembra attestare il valore che, per la società romana, pur in mezzo a

violenze e illegalità di ogni sorta, continuava ad avere la forma giuridica, senza di cui non sembrava

possibile realizzare e consolidare nessuna vittoria politica. Delibere e leggi comiziali, tra loro

incompatibili e contraddittorie, appaiono susseguirsi rapidamente , in gran disordine, coerentemente

alla violenza e all’incertezza dello scontro. Nondimeno un punto significativo in cui tali vicende

normative cosneguirono effetti permanenti fu la liberalizzazione, perseguita dal partito popolare,

delle iscrizioni degli Italici nelle tribù territoriali, rafforzandone il ruolo nei comizi cittadini.

Contemporaneamente una continua serie di abusi e di violazioni contribuiva a erodere le istituzioni

repubblicane. Colpisce in particolare l’uso politico di un insieme di processi : da un lato i

avviati da parte popolare per eliminare o indebolire eminenti

procedimenti criminali de maiestate

personalità di parte aristocratica. Di contro la riproponeva l’approvazione di un

nobilitas

per spezzare la forza del partito popolar. A questi abusi si

senatusconsultum ultimum

accompagnava, poi, non di rado il delitto politico, in uno scontro senza più misura e regola.

Questa guerra civile strisciante trovò un punto di massima evidenza durante la prolungata assenza

da Roma di Silla per la conduzione della guerra in Asia contro Mitridate. Allora infatti il partito

popolare, guidato dal vecchio e, dopo la sua scomparsa , in forma più radicale, da , si

Mario Cinna

accanì con violente persecuzioni e assassini nei confronti dei familiari di Silla, oltre che degli altri

membri del partito senatorio. Tornato in Italia a capo del suo esercito vittorioso, Silla , nell’80 a.C. ,

non esiterà a minacciare militarmente contro Roma, debellando l’armata levata dai capi popolari e

schierata dinanzi alle porte della città . Vinti costoro , egli entrò in Roma imponendo un ordine

legale fondato sul terrore. 108

Il feroce massacro degli esponenti popolari , tra cui molti membri del senato , che ne seguì era un

altro anello della catena di stragie e vendette in una logica perversa di azioni e reazioni. In ciò vi fu

tuttavia un’ulteriore , sinistra innovazione : le famose < > con cui una serie di

liste di proscrizione

capi popolari , ma anche di meri avversari personali di Silla o di qualche suo potente seguace ,

furono dichiarati < nemici della repubblica > : i loro beni furono espropriati , essendone una parte

consistente assegnata a colui che avesse denunciato il singolo proscritto, e la loro stessa vita lasciata

alla mercé di ogni assassino legalizzato.

La imposta ai comizi ormai asserviti, attribuì a Silla la pienezza dei

lex valeria de Sulla dictatore,

poteri assoluti , in qualità di < dittatore per ricostruire la repubblica e scrivere le leggi> . Il termine

dictator, da lui assunto, ci riconduce alle origini stesse della repubblica, con una figura che da

tempo aveva perso la sua originaria rilevanza. Tuttavia il contenuto in termini di poteri,

l’indeterminatezza nella durata e l’estensione, la finalizzazione stessa mirante a una generale <

restaurazione > dell’ordine politico evidenziano immediatamente la radicale diversità della

costruzione sillana rispetto ai modelli del passato.

La legge di conferimento della , una volta tanto, corrispondeva

dittatura rei publicae constituendae

pienamente al progetto sillano : il grande capo aristocratico restò in carica circa due anni. Al loro

scadere , malgrado nessun ostacolo si opponesse alla sua permanenza al vertice di Roma per il

restante periodo della sua vita ( e in questo senso si erano mossi i suoi seguaci e amici progettando

una estensione vitalizia della sua dittatura ), si ritirò a vita privata. In quei due anni egli aveva

portato a termine una serie eccezionalmente alta di provvedimenti legislativi tesi a riplasmare

integralmente gli assetti istituzionali e l’organizzazione della res publica. Realizzando il suo

disegno, con la restaurazione dell’antica, gloriosa repubblica, egli rimise pertanto i suoi poteri

eccezionali che riteneva ormai non più necessari.

3. Le riforme sillane

Sebbene la complessa personalità di questo grande e drammatico personaggio abbia suscitato

un’infinità di problemi e di discussioni tra gli storici moderni, le linee di forza della sua azione

riformatrice , o meglio , del suo tentativo di restaurazione, appaiono abbastanza evidenti. Egli era

infatti un convinto e radicale esponente della cultura e dei valori dell’aristocrazia romana che, si

sostanziava in un sistema fortemente gerarchico, con il suo punto di riferimento e di forza nel

senato.

Coerentemente al carattere di fondo della sua visione politica, egli mirò a riaffermare l’antica

centralità del senato come sede primaria della politica, perduta o , almeno , fortemente indebolitasi

nel corso degli ultimi decenni. Si ha un’ azione corrosiva svolta in proposito, da un lato, dal

rinnovato vigore rivoluzionario del tribunato della plebe e dall’attività legislativa, il cui fondamento

popolare era ormai sfuggito in gran parte al controllo del senato stesso, dall’altro dalla rapidissima

crescita di peso politico dei comandi militari.

Non meravigli dunque che proprio questi due aspetti fossero al centro dell’intervento riformatore di

Silla. Colpisce invece, oltre alla coerenza del disegno da lui perseguito, la complessità delle

correzioni apportate, di contro alla rapidità di esecuzione del progetto di ricostruzione : un dato

questo che mette ben in evidenza l’eccezionale intelligenza istituzionale del dittatore. Anche se, va

detto, l’identificazione dei punti di crisi del vecchio sistema non garantiva l’efficacia dei rimedi

progettati. In effetti il rinnovato disegno istituzionale non poteva reggere senza un parallelo, e assai

più difficile conseguibile, riequilibrio dell’intero assetto economico – sociale e dei rapporti di forze

in esso affermatisi. L’obiettivo ultimo di ridare forza al senato e ai gruppi sociali che in esso si

identificavano fu realizzato , anzitutto restituendo , ancora una volta, al ceto senatorio il controllo

dell’intero sistema criminale romano. Vi sopperì la rinnovata composizione di tutte le quaestiones

perpetuae, i cui giudici tornarono a essere membri dell’ordo senatorius. In secondo luogo, si limitò a

riaffermare l’antico controllo senatorio sui processi legislativi : a tal fine operarono una serie di

provvedimenti con cui , non sappiamo in che forma precisa, s’attuò una parziale rivitalizzazione 109

interposta alla leggi comiziali. Si trattava, com’è evidente, di un passaggio

dell’auctoritas patrum

chiave , proprio alla luce della fortissima autonomia legislativa dei comizi tributi, affermatasi a

partire dai gracchi. Questo era stato un aspetto chiave del sostanziale indebolimento del senato, dal

quale del resto era derivata anche una perdita del suo pieno controllo sulle magistrature superiori e ,

conseguentemente , sugli stessi comizi centuriati. E’ comunque indubbio che le riforme sillane

mirassero soprattutto a ridimensionare il peso dell’assemblea tributa , che sin dai Gracchi abbiamo

visto essere stata la base costante dell’azione popolare.

Quanto al senato, Silla provvide a reintegrare le file dei senatori ormai dimezzate dalla lunga

stagione di guerre e di persecuzioni interne, confermando l’ampliato organico di seicento senatori

progettato da Druso figlio. In tal modo egli potè inserirvi in esso un numero significativo di

esponenti del ceto equestre , assicurando, insieme a una maggiore rappresentatività di tale consesso,

una più stretta integrazione dei due gruppi sociali al vertice della repubblica : la nobiltà senatoria e i

cavalieri . Al fine poi di garantire la piena indipendenza del blocco di governo così rinvigorito dalle

possibili manipolazioni dei singoli magistrati e in particolare dei censori egli ridusse ulteriormente

l’autonomia di scelta da parte di costoro , rafforzando gli automatismi selettivi.

Un aspetto più contraddittorio dell’azione riformatrice del dittatore sembra invece costituito dal

modo in cui egli ridisegnò il ruolo e i poteri dei tribuni della plebe. L’obiettivo era chiaro : si

trattava di impedire che, per il futuro, potesse riproporsi l’azione eversiva di questi magistrati ,

evidenziatasi sino all’età dei Gracchi e divenuta il fondamento del partito popolare. Tuttavia, nel far

ciò , Silla finì con l’intaccare, in senso non meno eversivo della fazione da lui combattuta, la

tradizione repubblicana. La svalutazione radicale della figura del tribuno, attivata cancellando quasi

totalmente la sua integrazione all’interno della costituzione romana, modificava un punto centrale

degli equilibri consolidatisi da secoli.

In effetti il tribunato non era stato solo un organo fondamentale della dialettica politica tra i gruppi

sociali, ma era divenuto un meccanismo prezioso, per la sua < elasticità > , dell’intera macchina

politica della repubblica aristocratica.

Al fine di rendere meno ambita tale carica e, insieme , di contenerne fortemente il potenziale

rivoluzionario, Silla stabilì la preventiva approvazione del senato dei candidati all’elezione a

tribuno ( forze ammettendovi solo i membri di tale consenso). Inoltre coloro che avevano ricoperto

questa magistratura non potevano rivestirne altre, comprese quelle com imperio.

Parallelamente, anche l’ambito d’intervento e l’efficacia del tribunato furono ridotti notevolmente.

In particolare, per quanto concerne il potere di veto ( ) , esso poteva esplicarsi ormai

intercessio

solo a favore del singolo cittadino, cessando quindi di essere un fattore condizionante della politica

romana, come invece era stato sin dalla istituzione di tale figura.

Sempre in una linea antipopolare si colloca l’altro provvedimento assunto da Silla volto a

sopprimere le a favore della plebe urbana. Queste erano state un fondamentale

frumentationes

strumento con cui i capi popolari avevano guadagnato il supporto dei loro seguaci.

Di contro Silla mirava anche a impedire che altri potessero riprendere l’esempio da lui stesso dato,

guidando l’esercito contro Roma e annullando con forza le delibere dei suoi organi costituzionali .

Egli ritenne di poter realizzare tale obiettivo, accentuando la distinzione tra governo civile e

comando militare, ribadendo l’antica tradizione che escludeva l’esercizio dell’imperium militiae

entro i confini sacri di Roma ( ).

pomerium

Solo che, ora , i confini civili di Roma furono estesi sino a comprendere tutta l’Italia peninsulare,

rendendo illegale ogni attività di tipo militare in tale ambito territoriale. Questo di fatto comportò la

totale spoliazione dei consoli dell’imperium militiae, essendo questi vincolati ora a risiedere

permanentemente e a esercitare le loro funzioni solo in ambito italico. Il comando militare , da

allora, restò di pertinenza esclusiva delle pro magistrature.

Fu un’innovazione che, alla lunga, si rivelò dannosa, avendo rotto così nettamente l’unitarietà della

figura dell’imperium : un aspetto fondante degli equilibri repubblicani . Era un criterio che ,

malgrado tutte le innovazioni formali e le modificazioni sostanziali, sino ad allora non era stato mai

dismesso : il suo superamento rendeva inermi le magistrature supreme della repubblica. La vasta 110

ambizione istituzionale del dittatore volta a < rifondare > effettivamente la res publica, aveva

ridisegnato , con l’organicità dei suoi interventi, l’intera organizzazione del governo repubblicano.

In qualche modo egli formalizzò e meglio definì molti dei meccanismi e principi consuetudinari,

formatisi nell’incertezza di prassi mai irrigidite in regole troppo precise. Il cambiamento appare in

modo esemplare, ad esempio, nella nuova disciplina del introdotta da Silla : nessun

cursus hornoum

mutamento radicale , solo regole antiche razionalizzate e meglio definite : dalla proibizione del

rinnovo delle cariche magistratuali per più anni di seguito alla contestuale precisazione dei criteri

d’età per l’ammissione alle varie cariche. Ora il certus ordo magistratum si presentava con disegno

più netto, fissando lo schema di carriera possibile per i cittadini romani.

E’ invece ad una maggiore efficacia dell’azione di governo che si mirò, riaffermando la competenza

del senato nell’assegnazione delle province ai promnagistrati, elevando gli organici complessivi nel

governo provinciale ed accrescendo il numero dei magistrati minori e dei pretori. Di egual rilievo

appare il tentativo sillano di limitare le prevaricazioni perpetrate sul governo provinciale,

soprattutto quelle poste in essere dal ceto equestre e dai pubblicani. Esemplare è il provvedimento

assunto per la gestione della ricca provincia d’Asia con cui Silla annullò l’assegnazione dell’appalto

delle imposte ai pubblicani effettuata da Gaio Gracco, stabilendo che il tributo fissato a carico delle

varie comunità fosse riscosso direttamente dal governatore della provincia.

Ma l’azione di Silla va al di là di questi pur rilevanti interventi sulla macchina istituzionale ,

seguendo profondamente anche gli equilibri sociali della sua epoca. Con le proscrizioni, con la

violenta persecuzione dei suoi avversari, tra cui molti senatori, egli incise in profondità sulla

composizione dell’aristocrazia di governo. L’espropriazione di grandi patrimoni fondiari non

ridisegnò solo il panorama delle ricchezze romano – italiche, impoverendo ed emarginando interi

gruppi sociali, ma permise anche l’accumulazione di un vasto demanio territoriale redistribuito ai

suoi veterani. Nuovamente , seppure con un segno politico del tutto diverso, quei grandi travasi di

popolazione verso le campagne e le incisive modificazioni del sistema della proprietà fondiaria che

si erano verificate in età graccana ebbero ora a ripetersi.

Un altro settore infine in cui il suo intervento avrebbe lasciato una traccia profonda, con un

indubbio carattere di razionalità e di modernità , è il processo criminale . Anche qui, l’obiettivo era

anzitutto politico, volendo sopprimere , in questo delicatissimo settore, il ruolo delle assemblee

popolari e ridurre conseguentemente i margini di arbitrio dei singoli magistrati e in particolare dei

tribuni. In tal modo una riforma che aveva come suo obiettivo immediato quello di limitare

l’esercizio spregiudicato a fini politici del processo criminale ripetutamente verificatosi soprattutto

nel corso degli ultimi decenni, raggiunse importanti e durevoli risultati. Le riforme sillane infatti, in

questo campo, resero possibile la rapida tecnicizzazione di questo delicato settore del diritto.

4. L’evoluzione del diritto e del processo criminale sino alle grandi riforme di fine II secolo

Nel considerare gli inizi del sistema di repressione dei comportamenti delittuosi abbiamo potuto

constatare il ruolo relativamente circoscritto che l’ordinamento romano sembra assolvere in questo

settore, almeno per un lungo periodo iniziale della sua storia. Limitata, come si ricorderà , appare

infatti la tipologia dei crimina perseguiti direttamente dalla città di fronte all’estensione di altre

forme di repressione che richiedevano la reazione diretta e personale degli offesi. Tuttavia, nel

corso del tempo, l’intervento diretto della città si ampliò gradualmente, ciò che, a sua volta ,

comportò un maggior coinvolgimento dei magistrati com imperio, e in particolare dei pretori aventi

generali funzioni giusdicenti, nei procedimenti relativi ai vari crimini. Alla loro competenza, si

aggiunse nel tempo la funzione repressiva dei tribuni della plebe, anch’essa destinata ad ampliarsi

progressivamente. In effetti l’originaria facoltà d’irrogare sanzioni a chi avesse attentato alla loro

persona sacrosanta, era stata estesa a perseguire molti altri comportamenti illeciti dei cittadini e dei

magistrati. Del resto dall’originaria sfera di difesa della loro persona si era venuta sviluppando

quella più ampia azione volta a tutelare in generale la maistes populi Romani. 111

Questo reato < più moderno> della e che verosimilmente la soppiantò, fù destinato a una

eprduellio,

lunga e crescente fortuna, non priva di pericoli per la sua grande indeterminatezza.

Inoltre una serie di reati minori fu progressivamente sottoposta alla competenza dei questori e degli

edili. Mentre poi la più immediata repressione per reati colti in flagranza o nei riguardi di figure di

minor conto era affidata ai poteri, diremmo oggi , < di polizia> dei Tali

tresviri capitales.

magistrati, istituiti per combattere le forme di illegalità dilaganti in Roma nella sua fase di rapido

sviluppo urbano , tra il III e il II secolo a.C. , erano originariamente nominati dal pretore divenendo

poi elettivi . Essi operavano direttamente irrogando sanzioni minori come la fustigazione o

l’incarceramento , mente per i reati più gravi , in genere, la loro funzione era quella di istituire il

procedimento criminale.

Nel corso del tempo s’era tuttavia evidenziata una seria debolezza di questo sistema, soprattutto se

confrontato con il tecnicismo del processo civile. Com’è noto, sin dalla prima età repubblicana, i

giudizi criminali che comportavano la condanna a morte dell’imputato erano stati sottratti alla

competenza esclusiva dei magistrati mediante la In tal modo i magistrati

provocatio ad populum.

repubblicani finivano con lo svolgere solo una funzione istruttoria, mentre di fatto la funzione

giudicante passava all’assemblea popolare. Suprema garanzia di libertà , questo intervento popolare,

appare tuttavia ispirato a una logica affatto opposta a quella , essenzialmente aristocratica e libera

da ogni controllo < politico > , che si trova alla base del fortunato sviluppo del diritto civile romano

e della scienza a esso collegata. Qui infatti il tecnicismo proprio di una procedura in mano agli

specialisti aveva permesso lo sviluppo di forme sempre più raffinate e articolate in funzione di

adeguare quanto più possibile la regola astratta alla verità e alla giustizia dei casi concreti.

Il diritto di provacatio e il conseguente controllo dei comizi centuriati appare di gran lunga

preminente in ordine ai giudizi de capite , estendendosi tuttavia nel corso del tempo anche ai sempre

più numerosi reati repressi sia con multe pecuniarie, sia con la detenzione del colpevole ( in vincula

ductio ), sia infine con la fustigazione ( senza messa a morte del condannato). I limiti così imposti a

magistrati romani, già con una fatta risalrire addirittura a età decemvirale,

lex Menenia Sextia,

furono poi rafforzati da un gruppo , probabilmente tutte degli inizi del II secolo a.C.

dileges Porciae

Con esse, tra l’altro, si estese il diritto di provocazione dei cittadini romani anche contro la loro

fustigazione e anche nel caso essi si fossero trovati fuori di Roma e nelle province.

L’assemblea popolare convocata a giudicare tutte queste materie era, non solo condizionata da forti

ed evidenti elementi politici, ma soprattutto dall’emotività tipica di ogni riunione di persone in

numero elevato. La semplice quantità di coloro che dovevano essere informati dei fatti addebitati al

colpevole ostava a una percezione analitica e attenta di situazioni talora abbastanza complesse,

mentre la comprensione del tecnicismo dei meccanismi applicativi delle norme penali , era

praticamente fuori dalla portata di un’assemblea così numerosa. Le condizioni poste a garanzia dei

cittadini, per concludere, impedivano in partenza uno sviluppo tecnico di questo delicatissimo

settore del diritto. E d’altra parte il valore politico di questo presidio della libertas repubblicana

escludeva che si delegasse a giudici e tribunali specializzati e tecnicamente agguerriti, il giudizio su

un insieme di reati la cui complessità trascendeva i limitati orizzonti delle origini.

Con il grande ammodernamento dell’apparato amministrativo e della cultura giuridica romana, oltre

che dell’intera società , intervenuto dopo lo spartiacque costituito dalla guerra annibalica, questi

aspetti di debolezza apparvero sempre più intollerabili. Tanto più che molti meccanismi arcaici

della repressione criminale ancora presenti nelle XII Tavole, in cui maggiormente si saldava la sfera

religiosa e la repressione cittadina, erano ormai caduti in desuetudine. Ma soprattutto il

disarticolarsi della società romana, nel corso del III secolo a.C. , in un quadro istituzionale e

culturale di crescente complessità , incisero negativamente sul ruolo giudiziario degli antichi

comizi. Ed è allora che intervenne un progressivo processo di trasformazione e di riforma.

5. Le < quaestiones perpetuae > 112

Tale processo fu avviato dal senato con la prassi di affidare a un magistrato com imperio,

coadiuvato da un consilium di senatori , il compito di giudicare i processi più gravi e delicati,

sovente contro una persona di rango senatorio per reati commessi nell’assolvimento di qualche

pubblico ufficio. Già da prima era invalso l’uso che i tribuni della plebe chiamassero gli ex

magistrati a rispondere delle loro azioni, e in particolare di casi di cattiva amministrazione a danno

di singoli cittadini o di sudditi provinciali, irrogando in base ai loro poteri una multa agli autori di

tali comportamenti. Nei casi di particolare gravità , di fronte alle lamentele portate dai provinciali in

senato , questo nominava un collegio di giudici , i : figure già presenti nelle

reciperatores

controversie di carattere internazionale, chiamati a giudicare i fatti, condannando eventualmente a

restituire il frutto delle precedenti spoliazioni effettuate dai magistrati romani.

Ancora una volta alla trasformazione del processo criminale nel corso del II secolo a.C. ,

sovraintese l’autorità del senato.

Sin dall’inizio del secolo esso aveva affermato una competenza diretta nelle questioni criminali di

particolare rilevanza. In generale questo intervento si era realizzato mediante un’apposita delibera,

oppure con vere e proprie leggi, da esso stimolate e autorizzate, con cui si istituivano appositi

tribunali. Composti da un corpo di giuristi , e presieduti da un console o da un pretore, essi furono

chiamati a giudicare crimini di rilevanza politica quali la corruzione e il broglio ( ), oltre

ambitus

che, come nel caso dei ogni attentato alla sicurezza della res publica , o crimini privati di

Baccanali,

particolare gravità come l’omicidio e l’avvelenamento. I Romani le indicavano come qaestiones

: indagini < eccezionali> . Il passaggio successivo fu la trasformazione di alcuni

exstraordinarieae

di questi procedimenti in forme ordinrie, sotto la denominazione di Esse

quaestiones perpetuae.

riguardarono anzitutto la represione del : il tipico reato di concussione

crimen repetundarum

dell’aristocrazia romana e degli affari perpetrato ai danni dei provinciali. Ad opera del senato , ma

in parallelo intervenirono talora delibere popolari volte a perseguire casi particolarmente scandalosi

e clamorosi, si instaurarono ripetutamente dei giudizi relativi alle ( termine che, in

repetundae

origine , indicava il maltolto di cui si richiedeva la < restituzione > a favore dei malcapitati

provinciali). Il tribunale così istituito , presieduto da un magistrato o da un ex magistrato era

composto da giudici specializzati, sin da epoca molto risalente, a regolare le controversie

internazionali, i In un primo momento, non mirava alla repressione del reato, ma alla

reciperatore.

mera restituzione del maltolto.

D’altra parte le spoliazioni effettuate dai magistrati erano solo un caso, sebbene molto grave e

troppo frequente , di un insieme d’illeciti che sempre meno l’antico sistema dei giudizi popolari

appariva adeguato a combattere efficacemente. Di qui il moltiplicarsi delle per giudicare

quastiones

soprattutto reati d’ordine politico in cui erano coinvolti ex magistrati .

Ora , se l’efficacia del nuovo strumento era di gran lunga superiore agli antichi è

iudicia populi,

anche vero che l’istituzione dei tribunali, caso per caso, e l’assenza di una prassi precisa non

favoriva quelle certezze procedurali che si richiedevano in un settore così delicato della vita

giuridica cittadina. Cresceva pertanto l’esigenza di disporre di corti permanenti in grado di

giudicare una predeterminata tipologia di reati. Ciò che si verificò verso la metà del secolo. Ancora

una volta il fattore trainante fu la Una del 149 a.C. ,

quaestio de repentunsdis. lex Calpurnia,

regolamentò in modo più circostanziato tale reato, sottoponendolo ad un tribunale specificamente

competente ed istituito in forma stabile.

Negli anni successivi, sino alle grandi riforme sillane, si ebbe un continuo incremento dei

procedimenti criminali fondati sulle quaestiones : relative alla repressione dell’alto tradimento e a

comportamenti pericolosi per l’ordine cittadino ( ), alla sottrazione di beni

quaestio maiestatis

pubblici ( ), ai brogli elettorali ( ) alle uccisioni violente e a gravi turbative per

peculatus de ambitu

l’ordine pubblico ( ), divenendo lo strumento privilegiato della persecuzione

de sicariis et veneficis

criminale. Con Silla vi rientrò anche la persecuzione di tutte le aggressioni violente, con il processo

Numerosi poi, furono gli interventi legislativi intervenuti a modificare i meccanismi del

de vi. , sia per la composizione del tribunale competente che per la determinazione

crimen repetundarum 113

delle fattispecie considerate , cui si aggiunse, con una l’ulteriore aggravamento delle

lex Acilia,

sanzioni.

Proprio questa ininterrotta serie d’interventi sta a dimostrare la rilevanza sociale ed economica del

reato in questione e la sua diffusione. Soprattutto la continuamente modificata composizione dei

tribunali giudicanti, sta infatti a mostrare quanti e quali interessi fossero in gioco. Attraverso la

storia di questo reato traspaiono aspetti latenti ma significativi del governo provinciale. Sino al

punto d’ingenerare il sospetto che le crescenti forme di corruzione, divenute sistema , minacciassero

d’avvelenare tutta le res publica. Del resto, a evidenziare la limitata efficacia della repressione

criminale in questo campo , è sufficiente considerare come, ancora decenni dopo tali riforme,

siffatti tipi di reati continuassero non solo a essere diffusi, ma risultino , almeno nel caso di Verre a

noi ben noto, addirittura ingigantiti e peggiorati. Certo la repressione non divenne più efficace dopo

che Silla aveva ridato il controllo di tale materia al senato, fondendo di nuovo insieme controllati e

controlli.

D’altra parte è non meno significativo che, ancora in questa fase più evoluta del procedimento

criminale, la logica < privatistica > legata al principio di autodifesa, che aveva dominato il mondo

delle origini , ancora sopravvivesse. In effetti non si era affermato un astratto dovere del magistrato

romano di scoprire e indagare sui possibili reati, dovendo piuttosto essere cura dei singoli interessati

o di un qualsiasi cittadino che si facesse difensore dell’ordine costituito iniziare l’azione contro un

criminale presso un tribunale cittadino . Questo aspetto, insieme al persistente sistema delle azioni

con cui un danneggiato reagiva contro certi comportamenti illeciti, acquisendo i vantaggi della

condanna pecuniaria dell’offensore ( ) e al carattere < popolare > di altri strumenti

actione penale

processuali, tra cui gli interdetti, ordini del pretore, chiesti dai privati anche a tutela di pubblici

interessi, attesta l’idea dell’intimo rapporto tra ordinamento cittadino e il singolo. La difesa della

città si identificava con l’azione e la responsabilità di ciascuno dei suoi membri , non essendo

delegata all’azione di un soggetto impersonale ed estraneo quale un pubblico funzionario.

Conseguenza ulteriore è che la vittoria in un processo del genere comportasse comunque un premio

individuale per il vincitore, ricavato dalla stessa condanna pecuniaria : a saldare insieme interesse

individuale e bene pubblico ( e questa logica , seppure in modo distorto , la si ritroverà nei primi

concessi ai denuncinti nelle proscrizioni sillane, riemergendo poi in modo ben più massiccio in età

imperiale).

In questo tipo di procedimenti , mentre la giuria aveva il solo compito di dichiarare la colpevolezza

o l’innocenza dell’accusato , era il magistrato a irrogare la condanna eventuale.

Restava poi ancora attuale, nel sistema delle quaestiones, la possibilità per l’imputato di sottrarsi a

una condanna alla pena capitale, prima che essa fosse pronunciata. Era il < diritto di andare in

esilio> , il che consisteva nella volontaria uscita dall’ambito della sovranità romana. Esso,

ius exilii

ai nostri occhi, rischia di essere frainteso per l’irrilevanza dell’allontanamento, talora di pochi

chilometri , dal luogo del processo, con l’effetto di sottrarsi ad esso e alle sue conseguenze. Ma nel

mono antico, dove la città coincideva con la libertà , la vita stessa e i valori essenziali legati allo

status e ai ruoli pubblici , l’esilio è pena grave e dolorosa e vissuta come tale. D’altra parte, man

mano che lo stesso diritto romano e la civitas Romana si vennero estendendo , identificandosi infine

con l’Italia tutta, allora lo spostamento divenne più grave e lo sradicamento più drammatico , sino a

quegli esili comminati dal principe in età imperiale che incisero sovente sulla sopravvivenza stessa

delle persone così colpite.

Nel complesso uno dei settori in cui le riforme sillane incisero più profondamente e positivamente

fu il processo criminale. Esse, permisero di meglio precisare il tipo di reati perseguiti dai singoli

tribunali , separando più chiaramente le funzioni di polizia dal giudizio criminale , circoscrivendo

quindi i margini d’arbitrio dell’indagine criminale e favorendo la certezza della legge in un campo

delicatissimo della vita sociale. La chiarificazione realizzata da Silla non azzerò il precedente

sistema di repressione criminale, ma lo potenziò e perfezionò. Il progresso così realizzato sembra

consistere precisamente nel pieno riconoscimento del rapporto tra norma e repressione criminale.

Solo allora infatti si enucleò con adeguata chiarezza il principio fondamentale di un’elevata civiltà

114

giuridica secondo cui nessuno poteva essere assoggettato a un procedimento criminale se la

condotta criminosa imputatagli non fosse stata precedentemente prevista dalla legislazione

cittadina.

D’altra parte, coerentemente al rigorismo e al carattere reazionario della politica sillana, non può

meravigliare né che egli sopprimesse il diritto di appello al popolo da parte del condannato ( svolta

peraltro non duratura ), né, soprattutto, che egli espletasse delle giurie delle quaestioens i cavalieri

per ridale in mano al ceto senatorio. A presiedere le sette quaestiones perpetuae istituite in modo

permanente per giudicare di reati furono chiamati sei pretori esistenti a Roma , accanto al pretore

urbano e peregrino.

6. I signori della guera

Silla , non aveva un progetto di potere personale : ricostituito lo stato repubblicano e rafforzatolo

nella sua fisionomia aristocratica, egli ritenne conclusa la sua missione, si ritirò volontariamente a

vita privata. Sebbene egli non fosse destinato a sopravvivere di molto al suo ritiro, fece tuttavia in

tempo a vedere incrinarsi alcune strutture portanti dell’edificio da lui eretto. E questo, non solo e

non tanto per la ripresa del partito popolare, ma ad opera dei suoi stessi seguaci ed eredi politici, a

evidenziare una crisi ormai insuperabile. E’ però anche vero che molte delle sue riforme si

rivelarono notevolmente durature proprio perché , nel complesso avevano fornito una razionale

soluzione ai reali problemi di funzionamento della macchina politica. E’ interessante in proposito

ricordare l’immediata reazione ( appena ciò fu possibile ) dei popolari volta a ridare vigore ai poteri

dei tribuni e , contemporaneamente a sopprimere la separatezza del restante cursus honorum.

Quanto forti fossero anche gli interessi che le riforme sillane avevano coagulato dietro di sé,

rafforzzando il blocco aristocratico – conservatore impegnato nella loro difesa, lo mostra il fatto che

tale reazione non riuscì comunque a ridare al tribunato l’antica forza, neppure dopo il 70 a.C. ,

quando la potestà tribunizia fu parzialmente restaurata.

Nel progetto sillano, insieme alla chiara intelligenza del suo autore, traspare invero un singolare

impasto di modernità e comprensione del nuovo con l’inseguimento di modelli ormai senza

sostanza. Tale tensione evidenzia bene, a sua volta, le profonde contraddizioni che minavano da

tempo la res publica e che i tentativi sino ad allora perseguiti non avevano potuto risolvere. Né i

Gracchi con le leggi agrarie o con il loro disegno di una democrazia più avanzata, né l’estensione

della cittadinanza agli Italici , né Mario , con la prevalenza delle logiche militari sulla dimensione

della politica, né lo stesso Silla , con il suo progetto di restaurazione della repubblica aristocratica e

con la separazione tra potere militare e civile, avevano saputo o potuto dare una risposta adeguata al

problema di fondo che stava erodendo dalle fondamenta l’antico edificio repubblicano. Esso era

infatti strettamente connesso alla politica imperialistica romana, da nessuno in verità rimessa

seriamente in discussione.

I fattori della crisi restavano dunque operanti, convergendo ad accentuarli potenti interessi presenti

nella società romana e, insieme , fenomeni strutturali di lungo periodo. In primo piano appare

indubbiamente il perverso intreccio tra i grandi processi di arricchimento, soprattutto dei suoi stati

dirigenti, e l’accentuato sfruttamento del mondo provinciale.

Ma in ciò convergevano anche i rapidi e massicci fenomeni di inurbamento della plebe rurale, il

mutamento delle strutture economiche dell’agricoltura italica, dominate ora dal sistema delle ville

schiavistiche e del grande allevamento, e , infine e soprattutto, il rapido professionalizzarsi

dell’esercito.

Non sempre gli storici di Roma e delle sue istituzioni hanno saputo trarre le logiche conseguenze da

un fatto ben noto. E cioè che la guerra e la conquista fosse stata da sempre, accentuandosi a partire

dal II secolo a.C. , il più colossale investimento economico , prima che politico , della società

romana. 115

Era l’intero edificio cittadino a essersi costruito, anzitutto in funzione della guerra : questo era il

punto. La novità semmai , consisteva ora nel fatto che un ruolo non meno rilevante della vecchia

aristocrazia delle cariche e di governo , che da sempre era stata la protagonista della politica di

potenza romana fosse stato assunto dal nuovo e più composito gruppo degli equites.

A questo ceto appartenevano , oltre ai medi e grandi proprietari terrieri , anche quelli d’origine

municipale sparsi nella penisola, i numerosi uomini d’affari e finanzieri che investivano le loro e

altrui ricchezze in operazioni commerciali e speculative che andavano moltiplicandosi, grazie

proprio agli sviluppi della politica romana.

Sin dall’età dei Gracchi, questo gruppo sociale era apparso determinante e l’alleanza con esso aveva

costituito la chiave di volta dell’aggressiva strategia politica di Gaio. Ma proprio la sconfitta del suo

disegno ci aiuta a comprendere la convergenza di fondo tra i due gruppi al vertice della società

romana. Per entrambi la guerra era infatti la grande occasione : di carriere per la nobiltà senatoria,

di affari e di ricchezze per i cavalieri. Per questo , già nel III secolo a.C. , se non da prima, il loro

ruolo appare indissolubilmente saldarsi all’avventura imperialistica e alla conquista militare

romana. E , del resto , a questi stessi interessi non fu estranea la stessa logica del partito popolare,

segnandone i limiti di fondo. Esemplare appare in tal senso il fondamento popolare dei grandi poteri

di cui fu investito, a suo temo, un insigne personaggio della nobilitas senatoria, Scipione Emiliano,

per concludere, nel modo più brutale e sanguinoso, la guerra contro la quasi inerme Cartagine. E di

nuovo , qualche decennio dopo, sarà sotto un analogo impulso popolare, di concerto con gli

interessi dei cavalieri, che si sarebbe riacutizzata la guerra contro Giugurta, con l’attribuzione del

comando a Mario, malgrado le ragionevoli esitazione del senato.

Le vicende successive e lo stesso esempio di Silla avevano poi reso evidente la vera conseguenza

dei fenomeno verificatisi nell’età precedente : la centralità dell’esercito e la ricorrente tendenza dei

suoi comandanti a sottrarsi al controllo ordinario degli organi della res publica. Il rimedio da lui

escogitato avrebbe addirittura sguarnito il presidio della libertas repubblicana, agevolando il

carattere potenzialmente eversivo progressivamente assunto dall’imperium , ormai sottratto

militiae

alle magistrature ordinarie.

Capitolo dodicesimo : l’età delle guerre civili

1. La perdita di centralità del senato e i nuovi poteri personali

Vi era un altro e più impalpabile elemento, ma non meno significativo, che contribuì a riaccendere

la situazione di crisi e di guerra civile permanente, facendola precipitare nei decenni

immediatamente successivi al ritiro di Silla. Si tratta della progressiva perdita di prestigio del

senato. Se torniamo a considerare i due secoli che vanno dal grande compromesso patrizio – plebeo

alla conclusione vittoriosa dell’espansione romana nell’Oriente ellenistico , nella metà del secolo,

appare immediatamente il suo ruolo centrale in questa lunga parabola.

Proprio nell’ultima grande avventura politico – militare di Roma, con la conquista d’Oriente , fosse

rifulsa l’efficacia della sua sperimentata regia, dove esperienza, capacità di tessere strategie di lungo

periodo a incisività delle decisioni dettero i loro frutti migliori. Quello stesso senato che, nel giorno

della sconfitta, dopo la catastrofe di Canne, quanto i destini di Roma ormai sembravano perduti,

aveva saputo guidare con non dimenticata energia la difesa e la riscossa romana.

Ma era ormai passato il tempo in cui lo straniero poteva pensare, di fronte a questo augusto

consensso, di trovarsi dinanzi a un’< assemblea di re> , tanta era l’autorità che lo circondava e il

timore e l’impressione ch’esso poteva suscitare. Era di ieri e a tutti nota l’invettita di che,

Giugurta,

allontanandosi da Roma , dopo avervi spadroneggiato, esclamò come , in essa, ogni cosa fosse in

vendita: anzitutto i suoi senatori. La perdita di autorità di tale consesso era ormai palese e si

evidenziava proprio quando politiche giuste da esso perseguite ( come appunto la sua cautela 116

nell’intraprendere una faticosa guerra oltremare contro lo stesso Giurta ) venivano svalutate

nell’opinione pubblica per i sospetti di corruzione e di debolezza ormai pericolosi e diffusi.

In verità il senato era divenuto sempre più parte nel gioco politico , perdendo in parte l’antica

funzione di stanza di compensazione e centro di controllo dell’intero sistema politico. Questo

declino, già affiorato nella tumultuosa stagione dei Gracci, ebbe ulteriore conferma negli anni

successivi a Silla. Ormai le divergenze di un tempo, nel chiuso della classe dirigente, si erano

trasformate nello scontro di due fazioni, se non di veri e propri partiti nel senso moderno. Il senato

era divenuto parte del gioco, alla testa del gruppo conservatore e aristocratico. Sia questo che il

partito popolare si rifacevano a una loro eredità politica , con alcuni punti fermi di un embrionale

programma d’azione. A ciò si aggiungeva anche la tendenza alla formazione di poteri personali a

base militare addirittura aggravata con le riforme sillane.

Alla tradizionale dictonomia tra il sistema ordinario delle magistrature com imperio e delle pro

magistrature associate al governo delle province e ormai titolari esclusive degli effettivi poteri

militari, ai aggiunse un ulteriore meccanismo. Ci si riferisce all’esperienza sempre più frequente di

conferire , per scopi relativamente eccezionali, poteri magistratuali sganciati dal meccanismo della

prorogatio imperii. Il sistema , come sappiamo, era antico , essendo stato collaudato addirittura con

il giovane ma già allora esso non a caso si era associato al ruolo

Publio Cornelio Scipione,

carismatico del grande generale romano .

E quanto timore un tipo di poteri del genere suscitasse nel ceto dirigente romano lo prova l’ostilità

del senato a conferire a Pompeo, un antico collaboratore di Silla , già distintosi per le sue virtù

militari , i poteri straordinari per combattere il crescente pericolo ella pirateria nel Mediterraneo

orientale e nell’Adriatico che minacciava di interrompere l’intero sistema di comunicazioni

marittime da cui dipendeva lo stesso approvvigionamento di Roma. Fu ancora una volta per la

pressione di parte popolare che essi furono conferiti a Pompeo mediante una lex Gabina de piratis

del 67 a.C. . Anche in questo caso, la forma e la sostanza dell’antica costituzione si

persequendis

modificarono vistosamente , giacché questi poteri erano stati attribuiti a un privato cittadino, qual

era allora Pompeo, e non , come sarebbe stato nella prassi, a un magistrato com imperio allo scadere

della carica ordinaria. Ed erano poteri anche , in sé eccezionali e fuor dell’usuale : l’esigenza di non

dar tregua a un avversario estremamente mobile come i pirati rendeva inevitabile che questo

imperium non fosse, come di prammatica, circoscritto da limiti territoriali , e neppure limitato nel

tempo , dalla consueta annualità . Tale imperium, mettendo il titolare nel pieno controllo di più

province territoriali e dell’intera flotta, comportava di fatto per Pompeo una signoria pressoché

assoluta su tutta la parte orientale dell’impero ( la base sostanziale di ogni equilibrio politico per la

stessa Roma ), senza alcun limite imposto da colleghi e controlli esterni . Ancora una volta,

relativamente pochi anni dopo la restaurazione sillana, il complesso sistema di equilibri della

tradizione repubblicana sembrava dissolversi di fronte al ruolo carismatico di un potere personale,

svincolato dalle tradizionali limitazione che l’ordinamento repubblicano aveva costruito.

Avvalendosi egualmente del favore popolare Pompeo , in seguito, potè strappare, senza veri motivi,

a Lucullo ( contro cui si venivano sommando l’ostilità dei soldati per la sua severa disciplina e

quella dei cavalieri per il suo corretto trattamento delle popolazioni conquistate) il comando della

guerra in Oriente, inigigantendo ulteriormente il suo già eccezionale potere personale. A sua volta,

proprio in ragione dei timori suscitati in senato da questa vicenda fuor delle regole, al termini del

suo comando in Oriente, lo stesso Pompeo si sarebbe scontrato con la pervicace resistenza del

senato ad approvare il suo progetto di sistemazione delle grandi conquiste in Oriente, con la

creazione di nuove province. Era infatti in genere lo stesso magistrato che aveva guidato la

conquista e l’assoggettamento di nuove comunità a predisporre l’inquadramento e la sistemazione

nell’ambito dell’organizzazione provinciale romana, assumendone il ruolo semiufficiale di

protettore, con la conseguente crescita della sua sfera d’influenza e di prestigio politico.

2. Il primo triumvirato 117

L’irresistibile sviluppo di questi poteri personali , con la sostanziale erosione della costituzione

repubblicana, trovò drammatica evidenza quando un accordo privato esautorò esplicitamente il

ruolo del senato, affermando nuovi e complessivi equilibri sulla scena politica romana al di fuori e

sopra di esso. I protagonisti furono tre eminenti personalità proveniente da storie diverse e talora

opposte : da un alto due antichi e importanti seguaci di Sila, , potente e

Marco Licinio Crasso

ricchissimo esponente del ceto dei cavalieri, e il grande generale sillano all’apice del

Pompeo,

pestigio , dall’altro Quest’ultimo, pur appartenente alla migliore aristocrazia

Gaio Giulio Cesare.

romana, era legato alla tradizione di parte popolare anche per la stretta parentela della moglie con il

grande e leggendario Mario. Un matrimonio che aveva un notevole significato politico, se si

considera come Cesare, con coraggio, si fosse rifiutato di scioglierlo malgrado le dure e pericolose

pressioni in tal senso da parte di Silla all’epoca della sua dittatura.

Cesare aveva già dato prova di quanto fosse forte la sua influenza sui comizi facendosi eleggere alla

prestigiosa carica di contro alcuni importanti personaggi dell’oligarchia senatoria

pontifex maximus

che si erano canditati a tale funzione. Egli ora , con tale accordo, si riprometteva soprattutto di

conseguire l’appoggio politico e finanziario di Crasso, indispensabile per completare la carriera

politica con il consolato e tentare poi, con i comandi provinciali , di acquisire quella rilevanza e

quella forza militare di cui invece era già insigne Pompeo. Diversamente , Pompeo era stato indotto

ad aderire a questo accordo dall’intendimento di ottenere , grazie ai comizi controllati da Cesare,

l’approvazione del suo progetto di sistemazione delle province d’Asia che il senato era restio a

concedergli .Ma soprattutto , in tal modo, egli mirava a rompere una situazione di progressivo

isolamento, essendo ormai sospetto sia alla gelosa aristocrazia senatoria per il suo ruolo militare

eminente, oltre che per le sue troppo evidenti ambizioni, sia alla fazione popolare per le sue origini

politiche e la sua successiva storia.

L’obiettivo di Crasso era invece quello di rinvertire il suo prestigio militare, ormai datato, con una

nuova guerra contro i Parti. L’accordo fra i tre personaggi giovava dunque a tutti, seppure in forme

e secondo progetti diversi, rendendo altresì palese la marginalità del senato come sistema regolatore

degli equilibri politici e degli interessi in campo.

Esso fu infatti semplicemente scavalcato grazie al voto dei comizi. In tal modo questa svolta,

intervenuta nel 60 a.C. , rimetteva esplicitamente in discesa l’impianto di base della restaurazione

sillana, rendendo, non solo il senato , ma gli stessi equilibri repubblicani una cosa del passato. Il

fatto che questo stesso < non fosse altro che un accorto politico privato, irrilevante in

triumvirato>

sé rispetto ai ruoli istituzionali e alle forme di governo , sottolineava ulteriormente la debolezza di

un’architettura ormai incapace di reggere sulle sue proprie fondamenta, alla mercè di rapporti di

forza, di volta in volta delineatisi nel gioco politico.

E del resto, quanto il < diritto > si piegasse ormai al <fatto> , lo mostra l’enorme rilevanza assunta

, agli occhi di tutti i Romani, dal pubblico rinnovo dell’accordo politico tra i tre, intervenuto quattro

anni dopo a Lucca. Allora infatti a portare il loro omaggio ai nuovi padroni si recarono in tale

località ben 200 senatori, oltre a numerosi magistrati com imperio ancora in carica.

Questi eventi segnano la fine di un ciclo che era già , di per sé abbastanza eccezionale nella storia

del mondo antico.

Quanto all’azione politica di Cesare, negli anni in cui resse l’accordo con Pompeo e, ancora in

seguito , allorchè maturò invece la crisi tra i due , sino allo scontro finale per il potere, sono da

segnalare alcuni aspetti che ne connotano l’intima adesione alla tradizione popolare. Da una parte

appaiono emblematiche le proposte di legge agraria da lui ispirate e contro cui si schiererà , a difesa

degli interessi e dei pregiudizi oligarchici, Esse miravano a una nuova

Marco Tullio Cicerone.

distribuzione di ager publicus sia in Italia che in varie province e a una nuova disciplina delle terre

restate pubbliche , riprendendo , seppure in un contesto profondamente modificato, se non altro

dalle ripetute distribuzioni di terre italiche ai veterani, un punto centrale e altamente simbolico del

programma di potere popolare sin dall’età dei Gracci. Attenzione ai generali interessi di buon

governo traspare poi dalla sua con cui si riorganizzava l’intera

lex Iulia de pecuniis repetundis,

disciplina di questo reato ed il relativo processo con tale efficacia da giustificarne la sua successiva

118

durevole fortuna. Di contro la sua forte intesa con Crasso e con gli interessi dei cavalieri di cui

questi era portatore è segnalata da alcuni provvedimenti legislativi che tendevano nuovamente a

favorire, nel sistema degli appalti, l’ordine equestre

Durante gli anni di assenza da Roma, per Cesare sarà fondamentale l’azione in suo appoggio dei

tribuni della plebe. Sin dal primo triumvirato del resto la sua alleanza con lo spregiudicato ed

energico Clodio, un patrizio fattosi plebeo per poter ricoprire tale carica, era stata un elemento

importante della sua politica. Il tribuno infatti aveva solidamente tutelato gli interessi di Cesare,

negli anni della lontananza di questi, andato a governare, dopo il suo consolato, la Gallia Cisalpina .

anche dopo la scomparsa violenta di Clodio , soprattutto quando i rapporti con Pompeo vennero a

incrinarsi si avviò la definitiva crisi con l’oligarchia senatoria, fu assolutamente indispensabile per

Cesare, dalla sua solida posizione nelle Gallie , avvalersi dell’azione di altri tribuni contro le

innumerevoli iniziative legislative avviate in Roma dai suoi nemici volte a indebolirne la posizione.

3. L’ascesa di Cesare

Coerentemente alla nostra prospettiva, fermiamoci a considerare le ragioni più profonde di una

radicale trasformazione ormai inevitabile. Ne abbiamo già visto alcuni presupposti . Anzitutto la

debolezza delle strutture politiche cittadine rispetto agli immani compiti che si ponevano per il

governo e il controllo di un potere esercitato ormai, direttamente o indirettamente , su tutto il mondo

civilizzato. La stessa concessione della cittadinanza romana agli Italici, più che un riassetto

complessivo del sistema di governo di Roma, aveva finito col rendere più evidente l’inadeguatezza

della forma della res publica. Allora anche l’ultima parvenza di un assetto fondato sullo schema

della città – stato era stata travolta dalla trasformazione di una molteplicità di civitates, sino ad

allora stati indipendenti, in un’unica globale civitas. In fondo nel corso di una, al massimo di due

generazioni, queste si succedono dai gracchi ai provvedimenti successivi alla guerra Sociale, si era

chiesto ai cittadini romani di abbandonare radicalmente la concezione, sino ad allora pacifica in

tutto il mondo delle poleis, con cui si identificava ordinamento politico e comunità cittadina. E’

vero che, essa era già stata superata con l’esperienza municipale e coloniaria ma sino ad allora i

mutamenti non si erano riflessi sugli equilibri interni alla civitas. Non solo l’intero sistema

costituzionale romano, dalle magistrature ai comizi e , ovviamente, al senato, ma anche la struttura

militare, malgrado tutte le riforme intercorse, ancora si identificavano ampiamente con la

cittadinanza romana. Proprio qui, all’improvviso era venuta meno quella rigida gerarchia tra alleati

italici e Romani consolidata nel corso, non già di decenni, ma di secoli.

Né poi, una volta dilatata oltre ogni misura la dimensione della polis a ricomprendere i confini di

una nazione, sarebbe stata possibile pensare di conservare gli stessi principi fondanti della libertas

repubblicana. Perché l’elemento democratico presente in Roma, come in molte altre città

dell’antichità classica, e che le differenziava dalle forme autoritarie delle monarchie ellenistiche e

orientali, erano proprio quei comizi che presupponevano non già una delega ad altri organismi

intermedi e rappresentativi ( come in tutte le esperienze proprie degli stati nazionali moderni ), ma

la diretta partecipazione di tutto il popolo alle decisioni e alle scelte della città E’ vero che

l’antichità conosceva anche altri modelli di organizzazione politica, assai più ampi e capaci di

comprendere territori e popoli diversi : ma è alle monarchie e agli imperi orientali che ci si doveva

rivolgere, dove, appunto, la società era assoggettata alla autocratica volontà del sovrano. D’altra

parte proprio questa crisi di legittimità delle istituzioni della città repubblicana era particolarmente

difficile a comprendersi e pressoché impossibile da risanarsi : ciò che contribuì alle molteplici

incertezze e ondeggiamenti di una lotta politica ormai senza quartiere.

Vi era poi il problema del controllo politico della forza militare , che il tentativo di restaurazione

sillano aveva finito con l’aggravare, rischiando di sortire gli effetti opposti a quelli divisati dal

dittatore. Non avendo approvato ( e forse essendo impossibile anche immaginarlo ) alcun

meccanismo istituzionale, di tipo burocratico, che saldasse direttamente, secondo una linea di 119

comando militare al governo civile, non solo era possibile , ma anche molto probabile che

quest’ultimo, alla fine , cadesse alla mercè del primo. Come effettivamente avvenne, soprattutto con

il secondo triumvirato. Allorché divenne addirittura clamoroso il fatto che i membri del senato,

lungi dal rivendicare la loro centralità, si misero essi stessi al seguito ora di quello ora di quell’altro

capo militare, spostandosi addirittura fisicamente dove le sue armate si trovavano.

Vinse alla fine, come tanto sovente le vicende storiche ci insegnano, non solo il capo di eserciti più

bravo nell’arte della guerra, e quasi certamente Cesare lo era ormai rispetto al vecchio Pompeo, ma

anche , e forse, soprattutto colui che aveva più chiaro, davanti a sé l’obiettivo da perseguire, gli

strumenti per realizzarlo e il prezzo da pagare. Non sappiamo del resto sino a che punto, per Cesare,

fosse veramente un < prezzo > la soppressione o , comunque , la radicale trasformazione dell’antica

libertas repubblicana e dei suoi valori consolidati : ma sappiamo bene che egli con tutto ciò si

veniva consapevolmente a confrontare.

La situazione precipitò dopo una prolungata e velenosa controversia, avviatasi sin dal 52 a.C. e,

com’era caratteristico della tradizione romana, formulata in termini giuridici. Da una parte infatti il

senato voleva disarmare Cesare, tributario di un’immensa popolarità per gli straordinari successi

conseguiti con la conquista della Gallia Transalina , e forte della fedeltà di un esercitò bel

collaudato. Il progetto dei suoi avversari era quello di costringerlo a presentare personalmente la sua

candidatura al consolato come privato cittadino ( il che in effetti era la prassi ordinaria ). D’altra

parte il generale chiedeva di poterlo fare non di persona, restando ancora alla testa del suo esercito

in Gallia, per rientrare in Roma solo dopo la sua elezione e progetto della nuova carica.

Il disegno del partito senatorio era evidentemente quello di ridurre fortemente il potere di Cesare,

privilegiando la posizione di Pompeo, ormai schieratosi decisamente con esso. Cesare , in effetti, si

trovava in una posizione difficile, giacché , se avesse seguito l’antica prassi costituzionale, si

sarebbe trovato come semplice cittadino alla mercé dei suoi avversari. E quanto poco di essi potesse

fidarsi lo mostrava l’insieme di provvedimenti legislativi fatti appositamente votare da Pompeo,

chiaramente finalizzati a indebolire la sua posizione. La sua era una situazione sostanzialmente

difensiva, anche per la sua ormai troppo lunga permanenza nelle province galliche, riequilibrata

solo in parte, nel gioco politico di Roma, dall’aiuto che potevano fornirgli i suoi amici e alleati in

senato e i tribuni della plebe che gli garantivano la sua presa sulla base popolare.

Il suo ritorno a Roma come privato cittadino, in una stagione in cui l’assassinio politico era ormai

divenuta la forma di lotta corrente, più che un azzardo , sarebbe stata una totale inequità o una

dichiarazione di resa. Si trattava quindi di cambiare i termini del gioco. Varcando, nel 49 a.C. , il

Rubicone, il fiumiciattolo presso Rimini che segnava il confine dello spazio civile di Roma entro

cui era vietato ordinare e guidare eserciti , Cesare si mise fuori di quella legalità il cui rispetto, il

quel momento , con ogni probabilità , lo avrebbe portato alla sconfitta politica e, verosimilmente,

alla morte . Egli si avvia così , con la decisione e la lucidità che ne avevano caratterizzato sino ad

allora l’azione politica , a costruire una nuova legalità.

E’ a tutti noto l’esito della vicenda che, come da decenni ormai era d’uso , si spostò dal piano

politico a quello militare. Allontanatosi dall’Urbs e dall’Italia Pompeo con tutto il suo seguito, dove

numerosi erano anche membri del senato, Cesare restò padrone del campo. Il suo avversario aveva

infatti prescelto come teatro dello scontro militare ormai inevitabile l’Oriente, dove egli aveva

numerose clientele e amicizie per il ruolo a suo tempo svolto nella sistemazione di quell’area. A

Farsalo , a Nord della Grecia , si giocò dunque l’ultima partita, dove Cesare a capo di un’armata

assai minore dell’esercito di Pompeo, ma meglio organizzata e più abilmente guidata inflisse una

radicale sconfitta a quest’ultimo. La fuga successiva di Pompeo, il suo assassinio da parte del

giovane Tolomeo, sovrano d’Egitto, per compiacere l’ignaro Cesare, e le successive guerre

vittoriose condotte da quest’ultimo contro gli ultimi baluardi delle forze senatorie conclusesi a

Tapso, in Africa , con il suicidio del più illustre degli ultimi difensori dell’oligarchia romana,

Catone, segnano la conclusione dell’intera vicenda.

4. Il governo , le riforme e l’ombra di un potere monarchico 120

Forte della definitiva vittoria sul partito senatorio e su Pompeo, tornato a Roma Cesare si accinse

dunque a costruire la nuova realtà politica romana. Il fondamento legale del suo potere era molto

forte, ma singolarmente complesso, giacché si fondava su una peculiare concentrazione nella sua

persona di una serie di cariche e poteri magistratuali tradizionali , ma da sempre conferiti a distinti

titolari. Non solo in ciò egli si distaccava dalla tradizione repubblicana , ma anche dalla più recente

scissione , in essa realizzatasi , tra potere civile e militare, ora nuovamente ricongiunti. Egli infatti

ricoprì per più anni di seguito l’ufficio di console, conservando tuttavia il diretto controllo

dell’esercito mediante l’imperium proconsolare. Ma l’eccezionalità della posizione di Cesare risalta

soprattutto per il potere assoluto ed eccezionale da lui acquisito facendosi conferire la dittatura. Era

un blocco monopolistico che escludeva in partenza quelle pericolose discrasie e quegli spazi che la

crisi della costituzione repubblicana aveva evidenziato nella prima metà del secolo. La particolare

fisionomia militare di questa sua posizione venne poi ribadita simbolicamente dall’attribuzione del

titolo a vita di Imperator, che nell’età precedente connotava i magistrati al comando di un esercito

vincitore, ora divenuto un elemento del suo nome, trasmissibile, come tale agli eredi.

Contemporaneamente, in virtù della potestà censoria, attribuitagli dai comizi , potè intervenire

molto incisivamente sulla struttura della cittadinanza e sulla composizione dei vari ordini e ceti ,

compreso lo stesso assetto del senato. E’ invece incerto se egli abbia anche assunto la potestas

tribunizia , con l’insieme di funzioni legislative e di controllo a essa connesse. Accanto a questi

ruoli istituzionali Cesare acquisì , sempre sulla base del voto dei comizi, specifiche funzioni e

prerogative che tradizionalmente erano state di pertinenza del senato come il potere di attribuire il

governo delle province ai vari magistrati, il diritto di decidere nuove guerre e, più importante

ancora, il controllo dell’erario. Questo infatti significava il governo di tutti i flussi d’entrata e di

uscita delle casse pubbliche . Si trattava di un enorme e capillare potere che investiva non solo il

sistema fiscale, ma l’intera macchina delle finanze pubbliche cui egli sovrintendeva integralmente

anche in virtù della sua generale potestas censororia.

E’ abbastanza verosimile che l’impasto di competenze e facoltà tradizionali, riutilizzate in forma

così diversa , presentasse un aspetto di provvisorietà agli occhi dei contemporanei. Che in cesare si

concentrasse la signoria politica era infatti cosa ovvia, ma non doveva apparire ancora chiaro il tipo

di istituzione con cui si intendeva sostituire il vecchio edificio repubblicano. E’ certo possibile che

siffatto precario equilibrio potesse evolvere verso forme più esplicitamente monarchiche : era infatti

questo il progetto che sembrava emergere talora, soprattutto nel comportamento di alcuni suoi

seguaci.

L’interna configurazione della dittatura conferita a Cesare è una chiave importante per valutare sino

a che punto il suo governo si avviasse effettivamente verso tali forme. Nel 48 a.C. e nell’anno

successivo la dittatura conferitagli era stata temporanea. Anche se sin da allora la sua portata appare

del tutto diversa dall’antico modello repubblicano ( circoscritto a solo sei mesi e progressivamente

limitato nei suoi poteri ) , per estensione e incisività , e non subordinata a una precisa, anche se assai

vasta finalità , come quella di Silla. Ma a partire dal 47 e i modo ancora più evidente , a partire dal

45 a.C. la dittatura venne trasformata in un attributo permanente e vitalizio, facendo uscire

definitivamente la sua persona da qualsiasi precedente repubblicano. Contemporaneamente

l’assunzione del consolato per dieci anni, il modo in cui egli disponeva della facoltà di designare

una parte notevole degli antichi magistrati repubblicani , svuotando il ruolo dei comizi, l’assunzione

progressiva di poteri come quello censorio, senza la titolatura della relativa magistratura facevano di

lui , più che qualcosa di eccezionale e anomalo rispetto alla struttura della repubblica, la negazione

stessa della logica repubblicana.

Anche a livello simbolico s’accumulò una serie d’innovazioni che tendevano a esaltare la sua

persona al di là dei limiti tradizionali : dalla toga purpurea che i magistrati indossavano solo nel

giorno del loro trionfo e progressivamente riconosciutagli senza alcun limite, alla corona d’alloro,

anch’essa segno originario del trionfo militare e da lui portata d’ordinario, alla istituzione di una

guardia personale compresa da senatori e cavalieri. 121

Questi e altri onori conferitigli e da lui accettati erano il segno, non solo di piaggeria degli uni e di

superbia dell’altro, ma fanno pensare alla progressiva trasfigurazione simbolica del portatore dei

poteri eccezionali, rappresentato come fondamento di un nuovo assetto politico. Ovviamente una

posizione siffatta poteva facilmente assumere la fisionomia di una monarchia.

Che poi il potere di Cesare s’evolvesse effettivamente in tal senso, resta abbastanza incerto.

Considerando i pochi anni di cui dispose per attuare la sua azione riformatrice, è forse più

produttivo analizzare ciò che , in base ad esso, con la sua eccezionale energia ed ampiezza di

visuale, poté realizzare il dittatore. Non vi fu aspetto delle istituzioni e della società che non sia

stato investito dalla sua azione : di fatto un’opera che presupponeva , analogamente a quella di altri

grandi < modernizzatori> che la storia ha conosciuto , un potere pressoché assoluto.

Nei brevi anni del governo di Cesare emergono con sufficiente evidenza le linee strategiche

perseguite e l’ordine di priorità degli obiettivi. Due in particolare sono i settori dove la sua azione

avviò a soluzione problemi centrali per l’esistenza stessa della res publica. Si tratta dei nodi cruciali

costituiti dalla cittadinanza romana e dall’organizzazione del sistema provinciale : i due poli

dell’impero di Roma.

E’ vero che buona parte degli Italici era stata già ammessa alla cittadinanza romana negli anni

immediatamente successivi alla guerra Sociale , ma sappiamo anche che, per molto tempo, si fosse

cercato di limitare gli effetti di tale riforma inserendo i nuovi cittadini in pochissime tribù. Cesare

riprende ora il processo d’integrazione, portandole alle sue inevitabili conseguenze con l’estensione

della cittadinanza romana a tutta la Gallia Cisalpina e realizzando così l’effettiva unificazione

politica della penisola. Ma nella stessa direzione opera un’altra e ancor più incisiva riforma :

l’allargamento dell’organico del senato a novecento membri . Dove l’aspetto fortemente innovativo,

sino a segnare un vero e proprio trauma per l’antica aristocrazia senatoria, umiliata nell’esasperata

consapevolezza del proprio ruolo, è costituito dall’inserimento nelle sue fila di esponenti della

borghesia italica, tra cui quei Galli , solo alloraa divenuti cittadini, oltre che di una serie di più

dubbie figure di seguaci politici o militari del dittatore.

La struttura politica della penisola venne poi compitamente organizzata secondo uno schema

mutuato dalla precedente tradizione e lungamente sperimentato : quello del rispetto e

potenziamento dei minori centri cittadini , inglobati nella nuova unità istituzionale, ma preservati

con grandissimi spazi di autogoverno . Al cuore del potere, restato rigorosamente in mano romana,

si raccordò un sistema periferico con ampi margini di autonomia organizzativa, orientato peraltro a

riprodurre < in piccolo > il modello romano. L’avvio della singolare costruzione di quello che

possiamo chiamare l’ < impero municipale >, che avrà il suo apogeo a partire da Augusto, trova le

sue sicure radici nel complesso di riforme e di innovazioni introdotte da cesare.

Qui si evidenzia la forza riformatrice di Cesare, intervenuta a disciplinare i nuovi assetti

istituzionali nell’ambito dell’Italia municipale , elaborando modelli validi anche per il mondo

provinciale. Si discute tuttora se egli abbia effettivamente emanato una generale lex Iulia

contenente lo statuto – tipo dei nuovi municipi e delle colonie. Benché ciò sia

municipalis,

improbabile, è tuttavia abbastanza evidente che la sua azione fosse orientata a uniformare,

razionalizzandoli, i veri assetti locali. In tal senso è possibile che fosse anche intervenuta la lex

fatta risalire da molti studiosi al 59 a.C. e a lui associata , volta a

Mamilia , Roscia, Peducaea,

discipline l’ordinamento territoriale del sistema municipale, ulteriormente diffondendolo e

potenziandolo. Ancor più importante fu la drastica riforma da lui attuata nel governo delle province.

In esso, la selvaggia politica di sfruttamento ad opera dei governatori e della nobiltà delle cariche da

una parte, degli speculatori e affaristi del ceto equestre dall’altra, quasi sempre tra loro concordi nel

violare le regole di buon governo e i criteri legali dell’amministrazione provinciale, minacciava di

avviare l’intero sistema politico romano in una spirale distributiva .Alla lunga infatti un sistema così

irrazionale avrebbe comportato o crescenti tensioni e resistenze locali, non gestibili con il semplice

impiego della forza, o una distruzione delle fonti di ricchezza, con una devastazione dei popoli e dei

territori da amministrare. 122

Questo sistema dunque fu circoscritto e modificato mediante un più efficace controllo centrale,

ponendo limiti agli arbitri nel governo provinciale. Inoltre l’opera del dittatore accentuò la

tradizionale politica territoriale romana, tesa a favorire e accelerare i processi di urbanizzazione .

sotto la sua spinta si moltiplicò infatti, anche nei territori provinciali, quella caratteristica figura

costituita dalla colonia latina, promuovendosi antiche comunità locali, già ben romanizzate , a tale

statuto e fondandone di altre. Infine le sue riforme definirono una duplice condizione delle varie

province , a seconda che il loro carattere più recente e le condizioni locali richiedessero o no un più

diretto controllo militare. Si trattava di una distinzione destinata a conservare a lungo un significato

importante.

La sua azione andò ben oltre questi pur così importanti settori, abbracciando quasi ogni aspetto

della società romana in uno straordinario sforzo di razionalizzazione e di modernizzazione. La

pervasiva volontà di imporre alla società romana un salto in avanti nei suoi aspetti organizzativi si

evidenzia anche nell’innumerevole serie di progetti ideati e avviati da Cesare, anche se in parte

interrotti per la sua morte improvvisa. Con la riforma, questa si attuata, del calendario, portato a 365

giorni, e praticamente restato a regolare il tempo sino ai giorni nostri, i grandi piani di sistemazione

urbanistica della capitale e gli ancor più vasti programmi di opere pubbliche, con cui si finanziarono

indirettamente molti strati sociali più deboli o più colpiti dai danni derivati dalle guerre civili, anche

a compensare il blocco imposto da Cesare a quelle pericolose distribuzioni gratuite di grano che

avevano devastato l’erario.

Senza poi tener conto degli altri innumerevoli provvedimenti riformatori : solo a titolo d’esempio si

potrà così citare, tra gli altri, l’approvazione di una legislazione < d’emergenza > per fronteggiare le

conseguenze catastrofiche delle guerre civili, con la sospensione dell’obbligo del pagamento dei

canoni abitativi, e con intervenuto sul delicatissimo e disastrato problema delle insolvenze debitorie

; la sistemazione degli statuti coloniari e municipali ; la rinnovata legislazione volta a frenare le

dissipazioni e i lussi eccessivi ; la normativa sulle modalità di utilizzazione della manodopera nei

grandi latifondi a pascolo.

Ci troviamo di fronte alle impressionanti e numerosissime testimonianze di un prerfetto titanico e

tuttavia coerente. Felicemente l’ha visto come < l’opera di un monarca

Vincenzo Arangio Ruiz

gentile, inserita fra i residui della costituzione repubblicana>.

Un monarca rivoluzionario, peraltro, che non esitava a riprendere le antiche aspirazioni a

un’accentuata razionalizzazione delle forme giuridiche , con un compiuto sistema normativo. E non

esitava, anche in questo caso , a cancellare la centralità delle forme casistiche adottate sino ad allora

dalla scienza giuridica romana, a favore dell’opposto principio della codificazione e della

conseguente formalizzazione e unificazione della sfera normativa. In effetti questo progetto di

codificazione dell’intero sistema del diritto civile sembra evidenzi in modo esemplare la forte

volontà e capacità di trasformazione della società romana, insieme al sostanziale distacco dai vecchi

schemi repubblicani che caratterizza la fisionomia dei suoi anni di governo. Se teniamo conto della

centralità di quei meccanismi di controllo e di produzione del diritto la cui fisionomia aristocratica

era assicurata dal ruolo dei giuristi , ci rendiamo conto come il disegno cesariano scardinasse alle

radici tale sistema, spostando nuovamente e in modo definitivo gli equilibri a favore della sfera

legislativa, che dopo le XII Tavole era restata relativamente marginale rispetto al pretore e

all’interpretatio dei giuristi.

5. L’eredità di Cesare

L’immenso potere , unito al peculiare prestigio e all’enorme popolarità presso la gente minuta, oltre

che tra i suoi soldati e i suoi veterani , era venuto sfumandosi , nella figura del dittatore, in un’aura

quasi religiosa. Ciò contribuì ad aumentare le inquietudini suscitate nel cuore stesso di Roma dalla

chiarezza con cui egli aveva reso ormai esplicito l’irrevocabile tramonto dell’antica repubblica e

dalla franchezza con cui aveva evidenziato i veri rapporti di forza rispetto al vetusto senato,

riempito ora dei suoi amici e clienti della Gallia. Si accentuava in effetti quella latenza monarchica

123

presente , sin dall’inizio , nei suoi poteri eccezionali e accentuata dalla sua azione di governo , così

incisiva e rapida , ma per ciò stesso autoritaria. Il complotto contro di lui, destinato ad avere

successo, maturò proprio in questo clima d’incertezza.

Le del 44 a.C. , quando Cesare venne pugnalato in senato da un gruppo di congiurati

Idi di Marzo

appartenenti ai suoi ranghi, tra cui il nobile Bruto, amico e protetto dello stesso dittatore, segnano

l’ultimo importante sussulto di una tradizione aristocratica ancora vitale, ma potrebbe anche far

sospettare un certo isolamento di Cesare negli ultimi mesi di governo. Le accelerazioni da lui date a

un processo inevitabile, ma non per questo meno difficile e traumatico, erano forse state eccessive

e, soprattutto, i segnali verso una svolta istituzionale in senso monarchico troppo netti. Gli stessi

imponenti preparativi per una grande spedizione in Oriente , contro i tradizionali nemici di Roma, i

Pati , che ne minacciavano in modo serio le frontiere, forse accentuarono tali preoccupazioni. Essi

infatti potevano far insorgere il sotterraneo timore che la strategia del dittatore comportasse un

generale spostamento verso Oriente degli equilibri politici dell’impero e del suo sistema di governo.

Non sarebbe stata, questa, una lezione vana per colui che avrebbe ereditato il ruolo e il progetto

cesariani.

Questi timori più o meno diffusi avevano trovato un qualche fondamento anche in altri aspetti della

più recente condotta del dittatore. Il suo con l’erede della dinastia dei faraoni , dallo

love affarir

stesso Cesare conferma come regina d’Egitto , Cleopatra, aveva cessato di essere cosa privata. La

presenza di Cleopatra in Roma e quella del figlio nato dalla loro relazione, la

Cesarione,

dissoluzione del precedente matrimonio di Cesare erano tutti elementi che, uniti alla concentrazione

unica di potere nelle sue mani, avvicinavano la sua figura a quella di un sovrano orientale. Di qui le

paure, le incertezze e il serpeggiare di dissensi destinati a sfociare in un complotto coronato da

successo, anche se breve.

La fragilità del progetto politico alla base della congiura anticesariana la si può cogliere

nell’incertezza di condotta dei congiurati, una volta avvenuta l’uccisione di Cesare, e nella

mancanza di una lucida valutazione delle forze reali che l’ucciso era venuto coagulando interno a

un progetto politico di rinnovamento della res publica. Richiamarsi genericamente all’antica libertas

repubblicana e ai suoi valori andava bene sul piano della propaganda e come manifesto politico . Si

trattava certo di dotarsi di forze militari sufficienti : ma questo si badi, doveva necessariamente

avvenire in aperto conflitto con la tradizione militare ben solida che faceva capo a Cesare, e ora,

dopo la sua morte, ai suoi successori politici. La precaria ripresa dell’aristocrazia senatoria poteva

durare solo sino al momento in cui costoro non fossero riusciti a formare un fonte compatto : si

trattò di uno spazio di tempo di circa un anno, segnato da grandi incertezze e da continui

spostamenti politici, conclusosi con il definito accordo tra Antonio e Ottaviano, nell’estate del 43

a.C.

Il primo e più immediatamente aspetto significativo è che l’uccisione di Cesare, lungi dal

riequilibrare i rapporti di forza e recuperare una centralità delle antiche istituzioni repubblicane

rispetto al ruolo che eserciti e comandanti militari avevano avuto, ancor prima della sua ascesa,

confermò l’irrimediabile debolezza politica delle istituzioni repubblicane cui si rifacevano i

congiurati. Praticamente senza soluzioni di continuità si imposero infatti al centro della scena

politica romana gli eredi e i continuatori di Cesare. Ormai ineliminabile , dalla scena politica

romana, era infatti, da un lato, la presenza di quei veri e propri < partiti > che sopravvivevano alle

avventure personali e ai ruoli individuali , dall’altro l’utilizzazione dell’elemento militare nella

definizione dei rapporti di forza anche politici.

Dopo una specie di tregua armata, che permise ai cesariani di organizzarsi meglio , consolidando il

potente strumento militare costruito da Cesare e inevitabilmente passato sotto il suo controllo, e

dopo i capi del partito trovarono un accordo sulla spartizione dell’eredità politica cesariana, una

nuova forma di governo venne fatta votare dai comizi a sancire la irreversibile rottura con il passato

: il ( rispetto al primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso ).

secondo triumvirato

Esso, votato con una ,

lex Titia de triumvirs rei publicae constituendae consulari potestate creandis

del 43 a.C. , attribuiva amplissimi poteri di governo , anche militare con l’imperium proconsolare, e

124

costituenti , al grande collaboratore e generale di al giovane pronipote dello

Cesare, Marco Antonio,

stesso Cesare e da lui adottato per testamento , nonché a un altro eminente capo

Gaio Ottavio,

popolare, La carica era votata per un quinquennio e sarebbe scaduta alla fine del

Marco Lepido.

dicembre del 38 a.C. Questa iniziativa , riaffermando nettamente la centralità dei poteri straordinari

e anomali rispetto alla struttura repubblicana, era il preciso segnale di ripresa del partito popolare.

L’esplicito richiamo all’eredità politica di Cesare, poi, comportava il recupero della sua linea

intrinsecamente eversiva rispetto ai valori e alla tradizione repubblicana.

Dopodiché ebbe inizio una nuova sanguinosa stagione di vendette, avviata con uno strumento già

sperimentato da Silla : le Tutti i congiurati, oltre a numerosi membri della

liste di proscrizione.

nobiltà senatoria e del ceto equestre furono inseriti in esse, e non solo per motivi politici. I

triumvirati infatti avevano un disperato bisogno di mezzi finanziari per sostenere anzitutto le spese

di quelle armate su cui si fondava il loro potere e per prepararsi allo scontro finale con l’esercito che

i cesaricidi erano riusciti a raccogliere in Oriente.

In quel fragente fu ucciso anche Marco Tullio Cicerono, l’anziano oratore, estraneo alla cugiura, ma

colpevole di aver pronunciato in senato le feroci invettive contro Antonio, con l’illusione di trovare

nel giovane Ottavio un maggior rispetto per l’antica legalità repubblicana.

Due anni dopo, nel 42 a.C. , la lunga strada della vendetta ebbe conclusione a Filippi, quando le

legioni di Ottavio e di Antonio debellarono l’esercito di Cassio e di Bruto ( ma il merito militare

della vittoria spettò tutto ad Antonio). La morte dei due capi e di moltissimi altri membri del partito

senatorio segnò il definitivo tramonto della tradizione repubblicana.

Ma non segnò la fine delle guerre civili : mancava ancora l’ultimo atto, a concludere il precario

equilibrio di potere tra i cesariani.

6. Lo scontro tra Ottaviano e Antonio

Votato triumviro con poteri costituenti ed eccezionali, Ottaviano condivideva con i suoi due soci

una signoria sovrana, ampia ed efficace, quanto indeterminata nel contenuto. Essa era tale a

assicurargli sia il controllo dell’elemento militare che del governo civile, essendo costituito l’unico

limite dalla presenza dei colleghi. Di fatto, dopo un difficile avvio che non escluse conflitti anche

vivaci tra i triunviri, si addivenne a una divisione di competenze su base essenzialmente territoriale.

Si attribuì pertanto il governo d’Oriente , la parte più ricca e popolosa dell’impero , ad Adriano,

quello dell’Italia , e delle province occidentali a mentre a era assegnata l’Africa.

Ottaviano, Lepido

Era una scelta che evidenziava l’identificazione d’Antonio con i progetti politici di Cesare, tutti

incentrati, negli ultimi anni, sul consolidamento delle frontiere orientali dell’impero e sulla grande

spedizione militare progettata contro i Parti . Ottaviano sembrava invece ispirarsi alla convinzione

che il nucleo centrale del potere fosse ancora situato in Italia , compresa la Cisalpina : la grande

riserva militare dello stesso Cesare.

Malgrado la vastità dell’impero da governare e il compito gravoso di provvedere a risanare popoli e

città devastate dalla guerra civile, già pochissimo tempo dopo questa grande suddivisione di potere

iniziarono serie frizioni tra le due figure eminenti : Antonio e Ottaviano. Il precario equilibrio

tuttavia continuò , rendendo possibile , nel 37 a.C. , il rinnovo del triumvirato per altri 5 anni, anche

se, subito dopo, si addivenne alla definitiva emarginazione politica di Lepido, che conservò la sola

carica onorifica di pontefice massimo.

Era pressoché inevitabile che si avviasse il diretto confronto tra gli altri due personaggi, restati soli

al vertice dell’intero apparato politico e ormai in diretta concorrenza per il potere supremo.

A indebolire la posizione di Antonio giocava il sostanziale insuccesso nella campagna contro i

Parti, arbortita quasi prima del suo inizio e conclusasi con il solo assoggettamento dell’Armenia,

ridotta, come stato vassallo, a far da cuscinetto con gli stessi Parti. L’esito negativo di questo punto

centrale dell’eredità cesariana, ferendo l’orgoglio romano, contribuì anche a scoprire la forza

militare di Antonio su un fianco molto delicato, ai pericolosi confini orientali dell’impero. Inoltre la

scena politica fatta da Antonio che preferì sistemare le zone di confine attraverso la creazione o il

125

riconoscimento di un insieme di piccoli stati e monarchie dipendenti da Roma piuttosto che

annettere territori conquistati creando nuove province , poteva ingenerare non pochi sospetti.

Ingiusti, se consideriamo che la creazione di stati – cuscinetto era stata un sistema costantemente

perseguito dai Romani : ma qui venivano a giocare altri fattori. In particolare il dubbio che Antonio

fosse intenzionato a spostare in Oriente il cuore politico dell’impero era avvalorato, dopo il suo

divorzio dalla sorella di Ottavio, Ottavio, nel 32 a.C. , dal suo matrimonio con Cleopatra,

conservata come regina dell’Egitto. Non poteva non turbare l’opinione pubblica romana l’insistita

presenza, accanto ad Antonio , con stile fasto orientali , della regina, insieme al figlio Cesarione, da

lei avuto da Cesare. Tutto ciò faceva infatti pensare a una politica dinastica, tipica di un sovrano

ellenistico, ma in deciso contrasto con la tradizione politica romana. Ad aggravare la posizione

d’Antonio intervenne poi, in quello stesso anno, la pur illegittima pubblicazione del suo testamento

da parte di Ottaviano. In esso si confermava infatti il sistema di piccoli stati orientali dipendenti da

Roma , su cui venivano posti come sovrani locali i figli che Cleopatra aveva avuto, prima di Cesare

e poi da lui : una conferma ulteriore delle logiche dinastiche di cui Antonio era sospettato e che ne

accentuavano la fisionomia di monarca orientale, così estranea alla cultura politica romana.

Nel frattempo Ottavio, con l’aiuto determinante del suo più grande generale , Marco Vipsanio

aveva rafforzato la sua posizione sconfiggendo , nel 36 a.C. il figlio di Pompeo, Sesto.

Agrippa,

Questi aveva avviato da tempo una guerra sul mare contro i nemici della plebe, bloccando con la

sua agile flotta i commerci mediterranei e minacciando gli stessi porti italici. Contestualmente

Ottaviano si era fatto attribuire dai comizi il contenuto della , senza peraltro

tribuncia potestas

assumerne la carica. Sempre più, in quello scorcio di tempo egli era venuto proponendo

un’immagine di sé come difensore dell’antica centralità di Roma e dell’Italia rispetto alla tendenza

< orientalizzanti > d’Antonio. Del resto non si trattava di mera propaganda , giocando qui

un’effettiva divergenza tra due diverse strategie politiche.

Dieci anni dopo Filippi, al termine della relativamente lunga stagione di questa pace armata, nella

sapiente strategia di Ottaviano erano ormai maturi i tempi per lo scontro finale.

Ed egli , come al solito, seppe ben scegliere il momento e la scenografia. Il futuro Agusto avrà agio

e tempo di riscrivere in seguito la storia degli anni in cui veniva preparando la conquista del potere,

secondo i suoi metri e i suoi interessi. Oggi gli storici si sono sottratti in buona misura all’influenza

di questa rappresentazione che tendeva a fare di Antonio poco più di un soldataccio rozzo, infatuato

della bella Cleopatra. In verità, e qui il primo a ingannarsi fu proprio Cicerono, Antonio era un

bravo generale, un competente magistrato, anche se, come tanti altri, ambizioso politico. Egli non

fece parte della fazione più estremista dei cesariani e mostrò sempre , anche nei riguardi di

Ottaviano, lealtà e rispetto per gli impegni assunti. Mentre Ottaviano, appena poté , ai suoi impegni

venne meno.

Per non parlare poi della sua inabilità nel campo militare.

L’unica vera qualità di Ottaviano fu tuttavia la più importante ai fini della lotta per il potere. Egli

possedeva infatti una superiore capacità politica ; non fece guerre in prima persona , ma scelse

buoni generali e grandi ministeri e con questa superiorità giunse allo scontro finale con Antonio. Vi

si era preparato con grande lucidità politica e sapienza strategica, lungo tutto il decennio successivo

a Filippi. Di qui la sua costante e paziente ricerca di ogni occasione per accrescere il suo prestigio e

la sua popolarità . Di qui il suo atteggiamento deliberatamente cauto e moderato nei riguardi della

vecchia, ma ancor autorevole, aristocrazia senatoria e lo sbandierato ruolo di difensore degli

interessi italici in fuzione polemica contro Antonio.

I suoi poteri, al momento dello scontro, non sono tutti egualmente evidenti : in particolare la sua

posizione di triumviro poteva risultare scaduta, con la fine del secondo quinquennio, nel 32 a. C. ,

benché lo stesso Antonio si considerasse ancora in carica, facendo prevalere alla data della

scadenza, la finalità della carriera La sua posizione, alla vigilia dello

rei publicae constituendaee.

scontro finale tra i due triumviri, era comunque assicurata, oltre che da potere tribunizio , dal

consolato assunto per quell’anno dal < giuramento > di fedeltà dell’Italia e delle province

occidentale per la difesa dell’unità della sovranità dell’impero di Roma. Un atto più carico di valore

126

politico e simbolico. Forte di ciò , alla fine del 32, Ottaviano entrerà in guerra , non già con il

romano Marco Antonio, ma con la regina d’Egitto , Cleopatra.

Antonio ne era coinvolto in quanto personalmente alleato di Cleopatra, ma scendendo a difesa di

una dichiarata nemica di Roma, diveniva lui stesso hostis rei publicae.

Antonio giungerà allo scontro con Ottaviano nelle condizioni peggiori : incertezza e

demoralizzazione infatti serpeggiavano nel suo esercito e tra i numerosi senatori e amici politici che

lo avevano raggiunto in Oriente, per la presenza ormai dominante della < straniera > Cleopatra.

Attirato con la sua flotta in posizione sfavorevole da Agrippa, ad Azio, nell’estate del 31 a.C. , egli

quasi non combatté, preferendo allontanarsi per raggiungere Cleopatra, che si era subito allontanata

dallo scontro, con la sua flotta. Con questa sciagurata manovra egli perdeva buona parte delle sue

navi e dei suoi soldati. Riparti in Egitto , ad Alessandria, ormai senza difesa, nel 30 a.C. Antonio e

Cleopatra si uccisero al sopravvenire del vincitore.

Si concluse allora la lunga stagione delle guerre civili, e la repubblica romana si spense con essa.

PARTE QUARTA

L’IMPERO UNIVERSALE

CAPITOLO TREDICESIMO : AUGUSTO E LA COSTRUZIONE DI UN NUOVO

MEDELLO POLITICO – ISTITUZIONALE

1.La sperimentazione di una forma politica

Tornato a Roma padrone assoluto dell’impero finalmente riunificato, Ottaviano, oltre a liquidare le

pendenze del passato periodo di lotte, doveva provvedere a dar veste formale al nuovo sistema di

potere destinato ad assicurare il suo ruolo personale. La strada per la creazione del nuovo ordine

politico – costituzionale ebbe allora inizio , sapientemente perseguita in un arco di tempo

relativamente lungo.

In un primo momento, negli anni immediatamente successivi alla sua definitiva vittoria su Marco

Antonio e alla riunificazione di tutto il governo nelle sue mani, si protrasse sostanzialmente la

situazione precedente, in un quadro di non grande chiarezza istituzionale. Esso si concluse pochi

anni dopo Azio, nel 27 a.C. dopo che nell’anno precedente si era fatto rieleggere alla carica di

console lo stesso Ottaviano con il suo fidatissimo Immediatamente di seguito egli assunse

Agrippa.

la funzione di princeps del senato al quale, dopo la crisi delle guerre civili, egli apparve restituire

prestigio e ruoli.

Nel gennaio di quell’anno, in due solenni sedute del senato, Ottaviano annunciò che finalmente

l’opera di restaurazione della res publica era stata completata e che, pertanto , essa poteva

riprendere a funzionare regolarmente. Questa sapiente scenografia sarà fortemente sottolineata dallo

stesso Augusto, nel suo testamento politico, una preziosa testimonianza dell’opera politica e della

manipolazione d’uomini , fati e idee, costantemente perseguita da Ottaviano. Si tratta delle Res

gestae, la memoria ufficiale e il bilancio del suo governo , da lui diffuse in tutto l’impero e a noi

pervenute pressoché integro ritrovato nell’odierna città di Ankara . Ivi dunque scriveva, a proposito

si questa svolta istituzionale, di avere < sciolto la res publica dal suo potere e ( d’averla ) restituita

alla volontà del senato e del popolo romano>. Il riferimento implicito è l’abrogazione delle

disposizioni eccezionali assunte dai triumviri in vista della lotta contro i cesaricidi : ciò che

presuppone l’idea che esse fossero restate efficaci sino ad Azio e oltre.

E’ però vero che, anche dopo questa < restituzione >, egli restava titolare del consolato, princeps

senatus e investito dei poteri della tribuncia potestas. Ma soprattutto , in riconoscimento di quanto

da lui fatto, dal senato gli fu votato un insieme di oneri straordinari e di nuovi poteri. E’ allora che

prese forma la progressiva ma sistematica innovazione dell’organizzazione istituzionale romana, 127

con una sapiente combinazione delle antiche forme repubblicane e del suo potere personale basato

soprattutto ( anche se non solo ) sul controllo della componente militare. Di qui l’importanza del

conferimento a suo favore di un imperium, con il diretto comando di tutte le province non <

pacificate> : in pratica quelle strategicamente rilevanti, dov’erano acquartierate le legioni. Si

trattava di un potere tanto più incisivo perché privo di scadenze e non circoscritto ad un ambio

territoriale. Esso era qualificato come sancendo una superiorità gerarchica del suo titolare

maius,

nei riguardi di tutti i magistrati e gli altri titolari di imperium.

E’ invece incerto se esso avesse, sin dall’inizio, quel carattere formalmente illimitato che si definirà

con maggior precisione in seguito , esteso a controllare l’intera estensione dell’impero.

Questa sua posizione fu integrata anche da un diritto d’intervento per salvaguardare in generale ogni

interesse pubblico, in seguito indicato da come

Plinio omnium rerum potestas.

Inoltre successivamente al 27 a.C. , Ottaviano non era più solo il essendo ormai

princeps senatus,

indicato come il : di tutti. Tale eminenza venne poi ulteriormente sottolineata

princeps universorum

dalla sua nuova designazione come Augustus, evocativa di un’autorità vaga e indistinta, atta a

collegarsi anche con la sfera religiosa ( il termine ha infatti lo stesso etimo di augurium e

inauguratio). Egli in base all’adozione testamentaria di Cesare, aveva già assunto il praenome di

questi : Imperator, a significare , insieme all’eredità politica del grande predecessore, la sua

posizione eminente nella res publica e il fondamento militare del suo ruolo. In tal modo egli potrà

poi affermare nelle che, in quegli anni, facendosi rieleggere al consolato, non ebbe per

Res gestae,

quanto concerne la sfera di < potere nulla di più di quello che ebbero i suoi colleghi> , ma tutti egli

sovrastata in una generica quanto pervasiva < autorità> : così scriverà

auctoritate omnibus praestiti,

si sé , sottovalutando tuttavia in modo evidente il peso eccezionale assunto dal conferimento

contemporaneo, nella sua persona, della somma di ruoli e di poteri.

Nel 23 a.C. si completò il percorso costituzionale di Augusto . Nell’agosto di quell’anno egli ,

infatti, rinunciò al consolato: carica che, in seguito avrebbe ricoperto solo altre due volte, evitando

questa come ogni altra magistratura repubblicana.

Secondo questo stesso schema il carattere sacrosanto della sua persona, la possibilità di convocare i

comizi e soprattutto il potere di veto contro ogni possibile iniziativa dei magistrati in carica gli

derivava dalla confermatagli ora in tutta la sua pienezza e a vita, senza però la

tribunizia potestas,

titolatura della carica. Avendo inoltre acquisito lo degli antichi magistrati

ius agendi cum patri bus

com imperio , poteva convocare e presiedere il senato. E’ inoltre abbastanza probabile che allora si

ampliassero i suoi precedenti poteri proconsolari in modo da poter interferire anche sulle province

senatorie.

In seguito egli avrebbe assunto anche l’imperium consolare, probabilmente a vita ed il ius auxilii

anche oltre il pomerio.

A ciò si aggiungeva il diritto di modificare la decisione delle corti giudicanti nei processi criminali,

aggiungendo il suo voto a quello dei loro componenti.

In tal modo la costruzione augustea perfezionava e rafforzava ciò che era già stato avviato da

Cesare, confermando la fine di quell’esiziale dicotomia tra ordinamento politico e potere militare

che aveva sconvolto la tarda repubblica, almeno a partire da Mario. Ormai la catena di comando,

sinora di difficile evidenza e sempre contestata, tra centro e periferia, appare accorciarsi e

concentrarsi, una volte per tutte, nella figura del principe. Quasi ovvia conseguenza di questa sua

peculiare situazione era il controllo da lui acquisito introno a ogni decisione circa la guerra e la

pace, e sulla stipula dei tratti internazionalei. Egli era egualmente legittimato a definire gli assetti

amministrativi e giuridici dei municipi delle colonie e di tutte le altre comunità e popoli sottoposti

alla sovranità di Roma.

Augusto sembra aver declinato il conferimento della offrertagli a quel che

cura legume et morum,

sembra nel 19 e nel 18 a.C.; e, prima ancora nel 22 a.C. , aveva evitato di assumere il titolo di

, nonché quello di a lui proposti per far fronte a

censor perpetuus dictator rei publicae costituendae,

una grave carestia allora intervenuta in Italia. Il che evidenzia la sua tendenza a evitare tutte quelle

cariche, anche straordinarie, che comunque evocassero pratiche adottate nel corso della crisi 128

repubblicana. Il che non esclude, per quel che riusciamo a sapere dalle fonti antiche, che egli non

avesse esitato a esercitare appieno le funzioni proprie del censore. A tal fine parrebbe che egli si

fosse fondato sull’originaria estensione del potere consolare, piuttosto che sulla (

potestas censoria

probabilmente da lui mai accettata come esplicita designazione ), almeno per quel che riusciamo a

ricostruire dalle notizie abbastanza contraddittorie e noi pervenute. Certo si è che egli svolse, e con

molta incisività , la sostanza dell’attività censoria, effettuando sia alcuni censimenti che la ben nota

con la drastica revisione degli antichi e nuovi ranghi di tale consesso. Ma non si deve

lectio senatus

sottovalutare il fatto che, in parallelo a questa sua assunzione delle funzioni censorie, egli

ripristinasse proprio nel 22 a.C. la coppia ordinaria di censori nelle persone di due autorevoli

senatori : Lucio Munazio Planco e Paolo ( Lucio ) Emilio Lepido.

In tal modo si venne perfezionando il compiuto disegno di un sistema di governo che conservava la

forma della costituzione repubblicana , il senato anzitutto, i comizi , le antiche magistrature

repubblicane, ma in cui la struttura portante dell’intera impalcatura delle istituzione era ormai

fondata su un potere personale garantito dal diretto controllo dell’esercito e da un capillare e

amplissimo potere d’intervento in tutte le sfere della politica e dell’amministrazione. Insomma,

dopo avere, con la solennità e l’enfasi tipiche di un’operazione di propaganda, rimesso i suoi poteri

eccezionali al senato e al popolo , essendo ormai la repubblica < salva > e pacifica, Ottaviano si

fece attribuire la somma quasi totale dei poteri che erano propri delle più importanti magistrature

repubblicane, riassumendo in sé quella sovranità così articolata e diffusa nel sistema repubblicano.

Il fatto che l’insieme di tali competenze non derivasse dalla titolarità delle corrispondenti

magistrature lo sottraeva poi al sistema di controlli esercitato dal senato sui magistrati repubblicani.

Non solo : Augusto , con il suo potere di convocare e di presiedere il senato, aveva assunto una

preminenza anche formale su di esso. Ma soprattutto, in virtù del suo generale e superiore potere

d’iniziativa e di controllo, specie nella politica estera e provinciale e nella gestione delle finanze

pubbliche , si era sostituito , in notevole misura, al senato stesso nel compito di orientare l’azione

dei vari magistrati, erodendo a suo vantaggio l’antica prerogativa che tale organismo si era da

sempre gelosamente riservata.

L’antico Ottavio, divenuto poi Cesare Ottaviano per adozione, è definitivamente scomparso. Ora al

vertice dello stato così restaurato si trova : l’immagine stessa del

l’Imperator Caesar Augustus

potere e della sua sacralità ; idea accentuata dall’ulteriore riferimento alla discendenza del

divinizzato Cesare. Il nuovo nome non conserva più il ricordo delle vere origini familiari e,

soprattutto, quello di < Ottaviano capopolo>, al di una fazione politica eversiva e macchiatasi di

illegalità e delitti. Esso, degli antichi vincoli, evoca solo la sua discendenza da Cesare, ormai

assunto tra le divinità di Roma.

Augusto, nominato pontefice massimo, assolve alla necessaria ed esclusiva intermediazione tra la

sfera divina e quella umana. La sua designazione come : colui che dà vita alla città , si

pater patriae

riallaccia alla dimensione arcaica e patriarcale, sottolineando una supremazia in cui si sostanziano

anche aspetti religiosi. Essa evidenzia soprattutto la rinnovata vita della città di cui egli è l’autore.

Fortuna e virtù si fondano nella sua vicenda in modo straordinario. La fredda determinazione e la

matura sapienza politica mostrata sin dai lontani anni della giovinezza lo hanno portato al vertice di

un potere immenso, mai forse avuto prima da nessuno. Nel corso degli anni successivi, con

pazienza e abilità non meno grandi, egli conserverà e consoliderà la sua posizione e , con essa,

l’impero . Fu poi anche fortuna, per lui e per Roma, che la sua vita durasse a lungo ( ma non

scevra, anche in questo caso, da abilità nell’evitare ogni pericolo di conflitto e nello sventare

complotti che pur vi furono ), e con essa il suo governo : Augusto , nato nel 63 a.C., divenuto

triumviro a ventuno anni e infine , dopo Azio, poco più che trentenne solitario padrone dell’impero,

sarebbe restato al potere sino al giorno della sua morte, nel 14 d.C. L’eccezionale lunghezza di

questo periodo , più di ogni altro fattore, poté assicurare quella stabilità e quella sicurezza cui ormai

tutti i ceti e tutte le parti dell’impero ambivano. Era iniziato il secolo d’ora , , che

l’età di Augusto

riportava finalmente la pace e le certezze. E di ciò anche i nostalgici delle antiche libertà non 129

poterono che prendere atto, se non allietandosene, e rassegnarsi al nuovo e non più sopprimibile

protettore e, forse, padrone.

2. Equilibri da salvaguardare

Per persuadere i contemporanei, rassicurare gli amici e i seguaci, placare i timori degli antichi

nemici, per costruire insomma intorno al suo progetto e al suo ruolo un adeguato e generalizzato

consenso, soprattutto in quel mondo romano – italico che egli aveva mobilitato con Antonio, era

indispensabile fare i conti con le tradizioni politiche repubblicane. Facendo tesoro della storia

recente, Augusto eviterà costantemente le brusche accelerazioni che Cesare aveva tentato di dare

alla complessa macchina politico – istituzionale romana, salvando quanto più possibile delle

istituzioni dell’antica res publica.

Si trattava di non offendere l’insieme di valori e riferimenti compenetrati nella tradizione

repubblicana, ancora tanto forte nella sensibilità dei suoi concittadini e soprattutto degli irrequieti

ceti dirigenti.

A tal fine era indispensabile che, soprattutto in una prima stagione di questa nuova fase politica, le

antiche istituzioni mantenessero un ruolo non semplicemente formale. Anzitutto il senato. Augusto

non amava tale consesso che, nella sua grande maggioranza , al momento dello scontro definitivo

con Antonio, si era schierato contro di lui. E non poteva non temere un organismo che, con le sue

tradizioni repubblicane, aveva espresso quei gruppi che al momento della sua giovinezza avevano

ucciso il padre adottivo, per impedirgli d’affermare quel superiore potere che ,

Gaio Giulio Cesare,

ora , egli aveva realizzato. E tuttavia, anche volendolo , egli non avrebbe potuto sopprimere questo

fondamentale serbatoio della classe dirigente romana, annullando con ciò la vecchia nobilitas e per

ciò stesso smentendo alla radice quel programma di stabilizzazione della società romana con cui si

era proposto al governo e alla pacificazione dell’impero Del resto doveva essere del tutto estranea

alla sua visuale un’eventualità del genere che avrebbe cancellato alla radice quella tradizione

nobiliare da sempre struttura portante dell’intero impianto politico romano. Il suo progetto

comportava sì profondi riequilibri e trasformazioni, ma non l’integrale cancellazione di tutta una

plurisecolare tradizione, né una generale rivoluzione sociale: in ciò , del resto, più cauto della

strategia innovatrice del suo padre adottivo e certamente non propenso, per calcolo e per carattere, a

portare sino alle estreme conseguenze gli aspetti più radicale della tradizione popolare.

Inoltre, quanto forti fossero ancora i valori repubblicani, lo aveva mostrato la sopravvivenza della

vecchia costruzione nel corso di quasi un secolo di guerre civili . Se essi non fossero stati

profondamente radicati nella società romano, non sarebbe durato tanto a lungo il dissanguamento di

una classe dirigente nella lotta feroce che aveva devastato l’ultimo secolo della repubblica. Sotto

questo profilo la pervicace resistenza del ceto senatorio, sino all’immane tentativo di Bruto e

Cassio, la morte di Catone, Cicerone e tanti altri non appaiono cose vane: tutto ciò aveva contribuito

a segnare i limiti del nuovo ordine , a lasciare messaggi carichi di memoria e di autorità , fondendo

così , insieme , antichi valori e nuove necessità.

Il richiamo al complesso impasto ideologico della res publica romano – italica era stato il nucleo

forte del programma politico di Ottaviano contro Antonio e diveniva ora, dopo Azio, il cemento

ideologico della nuova costruzione. Tutto ciò si associa inevitabilmente a quella libertas

aristocratica e agli orizzonti di quell’oligarchia guerriera e politica cui lo stesso principe

apparteneva per nascita e formazione. Di qui la complessa fisionomia della sua condotta e il

carattere di singolare compromesso tra vecchio e nuovo rappresentato dalla costruzione istituzionale

da lui elaborata, ben riflesso, del resto , dall’interpretazioen datane in varie sedi pubbliche e,

soprattutto, nelle Non è una menzogna, in queste la lettura della sua azione di governo e

Res gestae.

del suo potere in linea di continuità con le istituzioni repubblicane : è però incompleta. Il che, si

crede ha contribuito , insieme alla diversità dei giudizi dei suoi contemporanei, ad alimentare un

vasto e interminabile dibattito tra i moderni. D’altronde questa tensione tra vecchio e nuovo si

rifletteva sinanco nelle sue qualificazioni, dove egli appariva da un lato come il detentore del 130

comando militare, in qualità di Imperator, dall’altro anche come il princeps del consesso senatorio,

secondo le antiche regole repubblicane. Egualmente egli continuò a moltiplicare, nel corso del suo

principato , i formali atti d’ossequio verso il senato, senza però rinunciare a roderne i poteri

effettivi.

La strategia di Augusto si occupò dalla politica religiosa al controllo dei costumi, dall’influenza

esercitata sugli orientamenti letterari e artistici dell’epoca , con un forte recupero della < classicità >

e del passato. In questi aspetti rifulge la lucidità con cui egli perseguì una persuasiva costruzione,

anche ma non solo di carattere ideologico, tesa a conciliare la società romana con la nuova realtà .

Un altro formidabile mistero del principe, Mecenate, provvide ad arruolare artisti , poeti, letterati

per esaltare il secolo nuovo , la in un’operazione che mirava a conciliare un

pax Augusta,

patrimonio culturale e politico da recuperare e salvaguardare, per quanto possibile, con le logiche e

i valori del nuovo regime che non poteva perdere il suo assai meno aulico fondamento militare.

Equilibrio sempre relativamente instabile : per gli umori dei singoli, per le mai sopite nostalgie della

classe dirigente verso la antiche libertà , per le difficoltà obiettive di gestione di una macchina

colossale che la repubblica aveva saputo costruire pezzo a pezzo, ma che ora si doveva gestire e far

funzionare quotidianamente, consolidandola nel tempo.

Né meno importante, sotto questo profilo, appare la politica religiosa : elemento non secondario sia

nella costruzione del consenso sia nel suo successivo governo. Fu pontefice massimo, la solenne

inaugurazione dell’Ara deliberata nel 13 dedicata nel 9 a.C., a celebrare la

Pacis Augustae,

definitiva pacificazione dell’impero, dove gli splenditi bassorilievi ( la cui voluta sobrietà

classicheggiante sembra oggi stonare con la titanica cornice architettonica ) evocano il mito di

Enea, insieme ai riti e agli dei delle città, e dove era esposta anche una copia delle Ma

Reges gestae.

alle forme tradizionali la politica religiosa d’Augusto associava anche elementi di novità. E’ un

aspetto che vedremo nella celebrazione dei culti secolari, e che era già presente nell’immediata

divinizzazione dell’ucciso Cesare e nel rilancio dei culti gentilizi, in primo luogo, di quella dea

venere da cui la cui pure Cesare apparteneva, si vantava di discendere.

gens Iulia,

A evidenziare un almeno parziale svuotamento della costituzione repubblicana giocava tuttavia la

centralità dei due riferimenti divenuti i veri titoli di legittimità del nuovo potere : l’esercito e il

popolo. L’imperium proconsolare e la tribunizia potestas, che avevano un ruolo determinante nella

costruzione del nuovo sistema di potere, esprimono appunto questo speciale rapporto. Ne risaltava

l’immagine di un governo fondato sul consenso popolare e sul supporto di un’armata di cui presto il

grosso dell’organico avrebbe cessato di essere costituito da Romani e da Italici, per aprirsi anche ai

sudditi delle province più profondamente romanizzate. E proprio questo fattore militare costituiva

una nuova base rappresentativa degli interessi collettivi presenti nell’impero, non meno efficace di

quanto non fosse stata per secoli all’interno degli orizzonti cittadini.

Se vista solo attraverso la grande concentrazione di potere nella sua persona e nell’andamento

corrente della vita politica durante il suo principato, la situazione emersa dopo il 27 o il 23 a.C.

poteva essere ben interretata come la signoria di un monarca. E tale fisionomia fu ravvisata in lui e

nei suoi successori, non solo da molti storici moderni, sovente influenzati troppo da ideologie,

preoccupazioni e interessi a loro contemporanei, ma anche dagli antichi, oltre che da buona parte

del mondo provinciale, soprattutto in quell’Oriente da sempre aduso a tale forma di governo. Oggi

non è però possibile fermarsi a un’interpretazione del genere : tra l’altro ciò significherebbe

un’inaccettabile scorciatoia con cui la genesi di un processo sarebbe letta e deformata attraverso i

suoi esiti finali, ancora assai lontani. La costruzione d’Augusto e la fisionomia che il potere

supremo venne assumendo in capo ai suoi successori , ancora nel corso di molte generazioni, non

sono infatti riducibili a una non esplicita, ma sostanziale forma monarchica.

Ove a ciò riducessimo il principato augusteo, non solo giungeremmo a darne un quadro falsato,

svalutando l’intelligenza politica e la sapienza di Ottaviano, il lungo percorso da lui effettuato e il

progetto realizzato nella sua trasformazione in Ma non saremmo più in

Imperator Caesar Augustus.

grado di comprendere la grande complessità di una macchina istituzionale , le tensioni cui dovette

far fronte e le dimensioni della sua successiva evoluzione, nel lungo arco di tempo in cui essa 131

sopravvivrà al suo autore. Mentre molti hanno interpretato il principato di Augusto come una poco

mascherata forma di monarchia militare, altri insistendo maggiormente sulla formale conservazione

delle istituzioni e magistrature repubblicane e sul restaurato ruolo del senato, lo hanno considerato

una forma di diarchia tra il vecchio sistema repubblicano e il superiore < protettorato> del principe.

Senza considerare l’intensità polemica ravvivata, nel corso del secolo scorso, dall’emergere nella

storia contemporanea, di grandi poteri totalitari che ambivano anch’essi a divenire imperi millenari.

Il principato d’Augusto, soprattutto per il Fascismo italiano , fu un valore di riferimento, cui si

contrappose la risposta liberale – aristocratica di con la sua famosa < rivoluzione

Sir Ronald Syme

romana >. Operazioni segnate da un fortissimo preconcetto ideologico e che oggi ci appaiono tutte

irrimediabilmente datate.

D’altra parte, al di là dei giudizi di valore, appare indispensabile andare oltre al problema delle sole

remore giuridico - istituzionali che si ponevano a un esercizio < monarchico > del potere da parte

di Augusto ( remore peraltro già di per sé rilevanti in una società così profondamente impregnata

degli aspetti legalistici e formali ). Né è sufficiente circoscrivere la nostra attenzione al progetto

politico e al programma ideologico di Ottaviano – Augusto. La forza delle cose infatti, avrebbe

potuto postulare sviluppi che se ne distaccassero o addirittura li rinnegassero. A cogliere le ragioni

ultime dell’equilibrio, sia pure < sbilanciato > che caratterizzò a lungo questa nuova stagione

politica, ben oltre la vita di Augusto , almeno sino al tardo II secolo d.C. , ci aiuta la considerazione

delle strutture sociali che caratterizzarono questa età.

Si impone allora alla nostra visuale l’autonoma e persistente forza dell’aristocrazia senatoria : al

vertice non solo delle strutture politiche, ma di un intero sistema economico fondato ancora tanto su

quella ricchezza fondiaria, di cui essa aveva una parte consistente. Ma anche per le sue profonde

tradizioni, da sempre associate anzitutto al governo del vasto apparato militare romano, ora

direttamente sottoposto al superiore controllo di Augusto, ma non radicalmente trasformato. La

stessa fisionomia del princeps, per più versi , non si differenziava da questo ceto : egli era il più

ricco, il titolare di un patrimonio personale immenso , ma non diverso , in ultima analisi, da quello

di molti altri membri dell’antica nobilitas senatoria. Si trattava di una gerarchia sociale, economica

e militare che non poteva non pesare direttamente sul piano degli equilibri politici di cui l’autorità

del princeps doveva tener conto.

Insomma, il principe era titolare di un potere assolutamente sovrastante che metteva alla sua mercé

qualsiasi cittadino, pur di rango elevato o appartenente al ceto senatorio, come qualsiasi magistrato

in carica . Ciò non poteva non far trasparire quelle venature monarchiche, nella sua posizione di

preminenza, echeggiate nelle testimonianze antiche. E tuttavia a questo potere così espansivo e

potenzialmente assoluto , reali anche se informali limiti erano posti dalla persistenza dei vari

blocchi sociali e in particolare dalla struttura stessa della società imperiale. La sua azione politica

non mirava certo a intaccare il fondamento di quel mondo che egli intendeva controllare e

consolidare, non distruggere.

Per questo essa doveva salvaguardare anche l’antica gerarchia nobiliare che di tali equilibri era

insieme frutto e garanzia : come del resto il suo intervenuto sulla compagine sanatoria mostra in

modo chiaro. Insomma il singolo era alla merce del principe, non l’intero gruppo sociale cui

apparteneva.

Ed il rapporto tra il suo nuovo ruolo e questi equilibri potrebbe essere bene evidenziato dal

riferimento da lui stesso utilizzato nel tracciare il bilancio della sua politica, con il termine

Un termine dal significato abbastanza indeterminato, ma non per questo meno

auctoritas.

significativo nell’universo mentale dei Romani. Auctoritas non solo e non è tanto la nostra <

autorevolezza>, < prestigio > , ma un vocabolo con una valenza tecnico – giuridica ampia e forte.

Esso ricorre in molti aspetti della vita del diritto , sia privato che pubblico , esprimendo un compito

e un potere di indirizzo, di sorveglianza e d’integrazione da parte di un soggetto nei confronti

dell’azione e dei poteri di un altro. Lo abbiamo incontrato a proposito del senato, chiamato a sancire

l’efficacia delle delibere popolari, ma esso è impiegato anche a proposito dei compiti del tutore di

un impubere o di una donna. 132

Questi infatti possono effettuare degli atti giuridici vincolanti di un certo rilievo solo se interviene a

rafforzarli l’auctoritas del tutore.

La superiore volontà del princeps sembra egualmente necessaria a completare e perfezionare i

processi decisionali propri degli altri organi di governo. Per questo il titolare di questa superiore

auctoritas ( sebbene tale vocabolo, nelle Res gestae , qualificasse essenzialmente il rapporto di

Augusto con i magistrati in carica ) su tutta la res publica non ne è il < sovrano> : ma il < protettore

> e il supremo garante. L’indeterminatezza dei confini in cui si colloca e opera questa sua

supremazia, con l’elasticità d’applicazione dei singoli poteri a lui conferiti, rendeva possibile che le

vecchie realtà continuassero ad operare anch’esse, seppure entro spazi più ridotti . In questo quadro

il senato e le vecchie magistrature repubblicane svolgono ancora funzioni di governo, anche se,

ormai non esclusivamente ed esaustive dell’immane macchinario politico.

Vi è un ultimo aspetto di cui si deve tener conto nel cercar di cogliere la fisionomia complessiva del

principato di Augusto ed è la presenza di quel blocco politico che fu alla base della sua conquista

del potere e che, nel suo nucleo centrale, restò al centro del sistema poi realizzato. Ci si riferisce

anzitutto all’importantissima figura di la sposa del princeps e incarnazione dell’antica e

Livia,

idealizzata immagine della matrona romana, ma anche donna d’enorme influenza e di grande

capacità. E poi ai grandi collaboratori del principe : generale e uomo di governo, designato

Agrippa,

da Augusto come suo successore, l’autore di quella preziosa politica culturale così

Mecenate,

importante nella scenografica del principato, nonché ad altri uomini al vertice del nuovo apparto di

potere. Tutto ciò costituiva qualcosa di molto simile al gruppo dirigente di un partito politico, con la

sua tradizione e i suoi valori , e con un capo assolutamente indiscusso. Dove, tra l’altro, le stesse

svolte impresse da Augusto alla sua politica si riflessero nel mutamento di equilibri interni e di ruoli

, ad esempio con l’improvvisa caduta in disgrazia di Mecenate, in relazione a uno degli oscuri

complotti sventati contro Augusto. Anch’essi sintomi delle difficoltà nel sicuro controllo di una

situazione in continua evoluzione. E del resto, che di un < partito> si trattasse, o giù di lì , lo attesta

anche la presenza, in senato, di un blocco di amici e seguaci politici del principe, abbastanza ben

individuato e, appunto, operante secondo le logiche di una forza politica.

Per concludere, sembra che ci si possa ancora utilmente rifare alla chiave interpretativa del nuovo

governo, diviso tra il principe e antiche istituzioni repubblicane, proposta da Dove

Mommsen.

tuttavia si cala l’accento sul carattere processuale e in continua ridefinizione di una situazione non

riconducibile, come invece lo stesso Mommsen tendeva a fare, agli schemi propri di una <

costituzione >, interpretando lo stesso potere del principe in rapporto a una per quanto anomala

magistratura. Tutto era, il nuovo princeps , fuorché un < magistrato>, rappresentando piuttosto un

soggetto politico nuovo in un quadro costruito su antichi elementi , ma nuovo esso stesso e di cui

egli si riservava il ruolo finale di regista, anche rispetto a quella parte dell’antico edificio

repubblicano destinata a sopravvivere e di cui egli fu il < protettore>.

3. Un sistema dualistico

Gli equilibri diseguali così ridisegnati comportavano l’inevitabile ridimensionamento dell’antico

ruolo del senato a favore del governo di Augusto. In effetti gli aspetti strategici del governo nel

campo della politica estera e militare dell’amministrazione provinciale e della politica finanziaria,

passarono tutti dal suo controllo a quello del principe.

Questo tuttavia non fece venir meno la diffusa aspirazione ad accedere a tale consesso. E non solo

per vanità ma perché , nel nuovo sistema se ne era addirittura rafforzata l’antica funzione di

selezione sociale, a garanzia della persistente fisionomia aristocratica dell’intero assetto

istituzionale. La stessa riduzione del numero di senatori da parte di Augusto , ricondotti ( almeno in

teoria ) al numero di 600, con l’allontanamento di non pochi dei nuovi membri introdotti a suo

tempo da Cesare, tra cui molti provinciali, aveva riqualificato il ruolo e il prestigio di questo

organismo . Rinunciando alla politica più decisamente filoprovinciale di Cesare, in cui già si 133

delineava il disegno di un impero universale, Augusto, con maggior cautela, aveva infatti

riaffermato la centralità politica della società romano – italica. Nella sua stabilizzazione politico –

istituzionale poi gran parte dei vertici di governo dell’apparato statale continuavano a essere affidati

alla nobilitas senatoria.

Nell’età del principato la fisionomia di questo gruppo sociale venne ancor meglio definita : di esso

ne facevano parte i diretti discendenti ( per via agnatizia o adottiva ) di un membro del senato,

nonché coloro che vi fossero stati fatti rientrare direttamente dal superiore potere censorio dello

stesso principe. In virtù di tale appartenenza si apriva l’accesso a una serie di uffici e compiti, anche

al di là delle cariche magistratuali : anzitutto l’ammissione ai quadri superiori dell’esercito.

D’altra parte l’arruolamento dei nuovi senatori continuava a effettuarsi tra coloro che avessero

ricoperto le varie cariche magistratuali. Con ciò esso dipendeva doppiamente dal volre del principe,

anzitutto perché egli ne effettuava ormai senza rispettare le scadenze quinquennali legate

la lectio,

all’antica censura, e poi perché la scelta dei nuovi magistrati, destinati successivamente ad accedere

al senato, era da lui controllata attraverso il potere, che si era fatto conferire di designare i candidati

alle varie cariche e il diritto di con cui i comizi venivano vincolati alle sue scelte.

commendatio

Proprio questo fatto evidenzia la permanente funzione di snodo del senato nei processi di mobilità

verticale nella società romana. Da un lato infatti esso consacrava, le carriere già realizzate ma

dall’altro costituiva anche il permanente serbatoio per i quadri che il principe avrebbe utilizzato nel

governo della complessa macchina politica che si era venuta costruendo. Il suo dilatarsi, in effetti,

offriva anche ai senatori ancor più numerose occasioni d’affermazione e di carriera come

collaboratori del principe. D’altra parte venne allora ulteriormente formalizzato il requisito sociale

per l’accesso al senato, costituito dal livello di ricchezza degli aspiranti.

Si richiedeva infatti che i senatori avessero un patrimonio di almeno un milione di sesterzi, talché in

alcuni caso lo stesso Augusto intervenne personalmente a integrare le insufficienti ricchezze

personali dei prescelti.

Il senato, peraltro, non era venuto meno integralmente al suo ruolo di motore centrale del governo

statale, coinvolto, seppure con costante cautela dal principe nelle sue iniziative, soprattutto in quelle

volutamente più pubblicizzate. Molte delle antiche funzioni appaiono persistere, seppure

depotenziate : esemplare l’antica competenza finanziaria e nel campo della politica estera. Al senato

, rimarrà il controllo parziale delle finanze, mentre nell’amministrazione delle province, resteranno

di sua competenza quelle più antiche e < pacificate >, in cui in pratica non sono stanziate

significative unità militari. Ai governatori da esso nominati, il senato affiancherà , proseguendo la

pratica repubblicana, legati e questori come suoi coillaboratri.

Alle antiche funzioni indebolite o scomparse, soprattutto gli immediati successori di Augusto

vennero poi sostituendo nuovi compiti. Così , alla perduta rilevanza dei senatus conslta che nell’età

repubblicana avevano avuto la funzione, eminentemente politica, di guidare, e vincolare, l’azione di

governo dei magistrati superiori, si accompagnò il loro nuovo valore come fonte normativa. Mentre

in un primo momento essi avevano trovato applicazione attraverso l’imperium magistratuale, non

differendo in sostanza nella loro natura da quelli dell’età repubblicana , tra la fine del I e il II secolo

d.C. diventarono un’autonoma fonte del diritto civile, con efficacia identica a quelle delle antiche

leges comiziali, anzi in loro sostituzione.

Attraverso un’intensa attività del genere , nel corso dei primi due secoli del principato, furono così

ridisegnati interi settori del diritto privato romano.

Anche qui , il controllo e l’iniziativa restò costantemente nelle mani del princips . Sia perché egli

aveva il potere di convocare il senato e di presiederlo, sottoponendogli direttamente proposte e

delibere cui era ben difficile opporsi, sia perché poteva agire anche attraverso quei magistrati com

imperio da lui influenzati e chiamati a collaborare. Il senatoconsulto veniva in genere emanato dal

senato su una proposta del principe, esposta personalmente in assemblea , o letta da un magistrato

da lui incaricato. Nel tempo, sempre meno la delibera del senato si discosterà dal testo proposto,

sicché i giuristi , nel richiamare la nuova normativa, si riferiranno direttamente all’oratio in seantu

Un ruolo importante venne poi conservato al senato nel campo della

habita del principe. 134

repressione criminale, avendo esso acquisito , già con Augusto , immediata competenza per quegli

aspetti di particolare rilievo politico costituiti dal e dal

crimen maiestatis crimen repetundarum.

Con Tiberio le funzioni di tale consesso si estesero a giudicare reati d’ogni tipo, ove vi fossero

coinvolti personaggi di rango senatorio o equestre.

4. Gli antichi organi della < res publica >

Anche lo spazio dei comizi fu significativamente ridimensionato. Sin dalle riforme sillane e viepiù

in seguito le assemblee popolari avevano perso a favore delle quastione perpetue le antiche

competenze giudiziarie in materia criminale. Ora i comizi persero anche la funzione tradizionale di

selezionare i magistrati. Il potere di commendatio del principe aveva infatti svuotato l’antica libertà

di scelta tra più canditati che essi avevano avuto in età repubblicana. Fu un mutamento che divenne

esplicito con i successori di Augusto, allorché la stessa nomina degli antichi magistrati passò

direttamente nelle competenze del senato. Di contro Augusto, diversamente dai suoi successori, tese

a dare un grande rilievo all’altra antica funzione assolta dai comizi : la legislazione. Attraverso

l’ormai docile strumento comiziale egli varò una vasta e articolata legislazione volta a riformare e

razionalizzare l’intero assetto sociale. Si trattò tuttavia di una fase assai breve, giacché , con i suoi

successori questa attività dei comizi fu integralmente sostituita dai senatoconsulti, oltre che

dall’accresciuta rilevanza delle costituzioni imperiali. Di fatto già nel corso del I secolo d.C. i

comizi repubblicani persero rapidamente di vitalità , cessando infine di essere addirittura convocati,

essendo quasi tutte le loro funzioni trasferite al senato.

All’età augustea risale invece una numerosa serie di leggi comiziali con le quali si venne a incidere

in profondità in tutta la vita giuridica, tanto nei vari aspetti del diritto civile quanto in quelli del

diritto penale e del sistema processuale. Così una sancì la

lex Iulia iuidciorum privato rum

definitiva scomparsa dell’antico processo per legis actiones, mentre un’altra lex Iulia iudiciorum

introdusse una generale riforma del processo penale romano, intervenendo ampiamente

publicourm

sul sistema delle quastiones. Ma particolarmente importante fu la legislazione augustea nel campo

familiare : in ciò Augusto era stato stimolato, otlre che dal generico progetto di restaurazione

dall’antico ordine, da precise preoccupazioni di carattere demografico. Proprio il vasto impiego

della vecchia aristocrazia e degli equites nel suo progetto di governo richiedeva infatti un

sostanziale incremento numerico dei ceti dirigenti romani, rispetto al preoccupante calo di natalità

evidenziatosi invece da tempo. Non solo e non tanto aveva giocato il malessere delle guerre civili,

in una stagione che ormai si sperava chiusa per sempre, quanto il diffondersi di una vita lussuosa e

rilassata. E’ qui dunque che la politica augustea evidenzia il suo intento di restaurazione di un vasto

apparato sociale piuttosto che quello di una sua radicale modifica. Con le leges Iuliae de maritandis

Augusto introdusse un insieme di meccanismi incentivanti e di sanzioni economiche per

ordini bus

stimolare la natalità della nobilitas e favorirne i matrimoni legittimi. Queste e altre leggi emanate in

momenti successivi si vennero componendo in un sistema normativo organico, evocato dai giuristi

come la volto a disciplinare tutto il sistema familiare e i rapporti coniugali,

lex IUlia et Papia,

mentre altre leggi erano state introdotte a rafforzare le regole di moralità e la disciplina sociale

all’interno dei vincoli matrimoniali, reprimendo in particolare le condotte scandalose e i disordini

sessuali delle matrone romane.

Negli ultimi anni del suo principato, Augusto provvide a riformare l’organizzazione dei comizi,

individuando un complesso sistema di precedenze tra le varie centurie in ordine all’andamento della

votazione ( si deve ricordare che il loro voto non era contemporaneo, il che accentuava l’importanza

dell’ordine di precedenza, non solo per mero lustro, ma anche come fattore d’influenza del

complessivo andamento del voto).

Un sintomo, questa riforma, non solo della residua importanza dei comizi, ma anche dell’attenzione

con cui Augusto ne perseguiva il controllo : anche di essi, in fondo , sospettoso , come del senato.

135

Tuttavia il loro sostanziale depotenzimento era già evidente con la riduzione d’importanza delle

votazioni per l’elezione dei magistrati, essendo i candidati predeterminati dal princeps con la sua

destinatio.

E’ indubbio che in questo nuovo contesto la funzione delle magistrature appaia in rapida e

irreversibile decadenza. Ciò è evidente soprattutto per quelle figure che avevano avuto un ruolo

maggiore in età repubblicana , e in particolare, i consoli.

La selezione fù ora strettamente sotto il controllo del principe, ma le stesse antiche funzioni di

governo, politiche e militari, di costoro erano state ormai in gran parte da lui avocate. Il peso venne

poi ulteriormente ridotto con l’introduzione, accanto ai consoli ordinari di altri consoli suffecti,

destinati a subentrare ai primi nel corso dell’anno. In tal modo si poteva soddisfare un maggior

numero di ambiziosi, riducendo ancor più l’effettiva rilevanza della carica. Tutto ciò non fece venir

meno, però , l’interesse per tali nomine : al contrario. Oltre alla vanità personale giocava l’elevata

posizione in senato degli ex consoli , ma soprattutto il fatto che dai loro ranghi provenissero i più

importanti governatori provinciali, nonché il praefectus urbi , mentre l’accresciuto numero di

consoli eletti annualmente, a sua volta, corrispondeva al maggior fabbisogno di consulares per

l’ingigantita macchina di governo.

La stessa perdita di ruolo appare intervenire molto rapidamente anche per le altre antiche figure, dai

censori , ai tribuni e agli edili. Seppure per la censura vi era stato uno sporadico tentativo di

Augusto di ricostituirla come figura autonoma, si era però rivelato immediatamente impossibile

conservare a essa una reale efficacia essendo il suo contenuto divenuto elemento integrante del

ruolo del principe. Di qui i lunghi periodi in cui essa cessò di funzionare , sino a che, con

Domiziano, divenuto lui steso censor perpetuus, scomparve definitivamente.

Discorso in parte non diverso vale anche per il tribunato, limitato fortemente dalla diretta

concorrenza della dello stesso principe. Tuttavia tale magistratura si conservò

trinunicia potestas

immutata , nelle sue competenze formali , né venne a variare il numero di dieci tribuni annuali. Così

come restò in essa l’edilità : ma anche qui alcune delle sue funzioni più importanti le furono

sottratte e assunte direttamente dal principe con la cura annonae a lui attribuita ed esercitata tramite

funzionari da lui dipendenti. Tra l’altro per quasi tutte queste figure , restate più ricche di prestigio

che di effettivi poteri, il trasferimento del nucleo centrale delle loro antiche competenze al principe

aveva comportato lo sviluppo di un sistema burocratico .

Proprio il carattere più circoscritto a specifici compiti esecutivi , che già la connotava in età

repubblicana , la questura potè invece, conservare, almeno in un primo momento, le sua antiche

funzioni. Così come per un lasso di tempo significativo la stessa pretura continuò a conservare le

sue importanti competenze giurisdizionali. Qui infatti giocava anzitutto il suo ruolo come fonte di

diritto e regolatore dell’intero sistema giuridico che aveva nel processo la chiave di volta. Alla

persistente importanza del pretore contribuiva altresì la consolidata istituzionalizzazione delle

questiones perpetuae nel campo criminale , tutte presiedute da un pretore. Il numero di questi ultimi

venne pertanto a variare durante il reggimento di Augusto, anche per nuove funzioni di governo

temporaneamente assegnate ad alcuni, giungendo sino a un massimo di 16.

In generale si deve constatare come il numero totale dei magistrati in qualche modo riferibili alle

istituzioni repubblicane fiunisse addirittura con l’aumentare, a seguito della crescente complessità

del governo imperiale.

Va infine ricordato un altro mutamento intervenuto con l’avvendo del nuovo ordine. Sappiamno

come, in età repubblicana, le magistrature fossero state sempre ricoperte a titolo gratuito , anche se

erano previsti vari rimborsi per le spese vive sostenute nell’esercizio delle loro funzioni. In

particolare la repubblica aveva provveduto a rimborsare i costi delle missioni di magistrati e legati

romani fuori di Roma, con cifre forfetarie indicate come otlre a supportarli con un

viaticum,

formidabile sistema di comunicazioni via terra, organizzato essenzialmente con finalità strategico –

militari. Di questo potevano fruire , oltre a tutte le persone in missione ufficiale,

cursus publicum

anche i senatori. Tale assistenza sarebbe stata ulteriormente sviluppata in età imperiale, mediante

l’ulteriore potenziamento sia del reticolo viario che del sistema di assistenza del cursus assicurando

136

tempi di percorrenza incredibilmente brevi anche per lunghissime distanze . Mutò invece

nettamente il sistema degli indennizzi e soprattutto, sin da Augusto, si introdusse un sistema

generale di retribuzioni fisse per tutti i magistrati e funzionari.

5. Il profilo sociale del principato

Il profondo ridimensionamento dei vecchi organi repubblicani all’interno del nuovo disegno

istituzionale , nel complesso, appare il risultato pressoché inevitabile del dualismo che in pratica si

sostanziò, accanto alla persistenza di un vertice di governo affidato al ceto senatorio, nella

complessiva riorganizzazione del sistema di governo della res publica, con la formazione di un

apparato < burocratico > , alle dirette dipendenze del princeps, in cui venne progressivamente

integrato il ceto equestre. Una situazione che in qualche modo appare rinnovare gli equilibri e la

gerarchia sociale tardo repubblicana.

La novità del principato augusteo consiste nel progressivo ampliamento della composizione di

questi due gruppi sociali e in particolare dell’ordine equestre con l’ingresso delle elites italiche

prima e provinciali poi. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante giacché si associa

all’altra precoce tenenza degli equites a divenire lo strumento privilegiato dell’azione di governo

del principe. Fu questa una tendenza destinata a consolidarsi sotto i successori di Augusto , in

particolare con Nerone e poi con Vespasiano e Adriano. Il fatto che tale gruppo fosse privo di

consolidate radici politiche ne faceva uno strumento particolarmente docile e affidabile nelle mani

del principe , da lui dipendendo ogni possibilità di ulteriore carriera e promozione sociale. Questa

sua stessa debolezza politica e la forzata lealtà al principe che ne derivava lo rendevano

particolarmente utile nell’espletamento di quelle più delicate funzioni di governo potenzialmente

atte a minacciare, se male usate, lo stesso potere imperiale. Mentre dunque i legati di Augusto, posti

al governo delle province di sua diretta competenza, appartenevano all’ordine senatorio, non

diversamente dai governatori delle province senatorie, le alte cariche dell’amministrazione centrale

erano invece quasi tutte riservate all’ordine equestre, lo era , la figura più elevata e incisiva

dell’apparato militare e di governo, il , gli altri praefecti , al vertice

praefectus praetorio

amministrativo dello stato , con l’eccezione del e lo erano anche, insieme ai

prefectus urbi,

responsabili di molti uffici minori, i procuratores Augusti, titolari di molteplici competenze, anche

in ambito finanziario.

Accanto e al di sopra di quel sicuro e indispensabile strumento esecutivo che furono i liberti

imperiali, tutta l’ossatura della nuova forma burocratica dell’organizzazione imperiale si fondò così

sulla classe dei cavalieri. Fu una promozione che, tra l’altro, compensava in parte questo gruppo

delle diminuite occasioni di guadagno, assicurate dal sistema di cui esso, in precedenza, aveva

avuto in pratica il monopolio.

In effetti, nella lunga stagione del principato di Augusto, si venne avviando , pur con mille cautele e

contraddizioni, con la trasformazione del sistema politico, una vera e propria rivoluzione, rispetto al

vecchio ordine repubblicano, dell’intero assetto organizzativo del governo di Roma. Per questo

smisuratamente accresciuto nelle dimensioni e per l’articolarsi delle strutture funzionali, l’apparato

amministrativo della repubblica aveva conservato quelle singolari caratteristiche di < leggerezza>

che lo avevano configurato sin dall’origine. Si trattava di un insieme di magistrature e di funzioni

assolte da un ceto di notabili coadiuvati da un limite circoscritto di esecutori che in nessun modo

possiamo assimilare a dei moderni < funzionari > e < impiegati >. Molti di essi infatti erano servizi

pubblici o liberti e il tipo di organizzazione cui facevano capo non aveva niente a che fare con la

nostra idea di una < burocrazia>.

E’ proprio qui che Augusto avviò un cambiamento di vasta portata. Si moltiplicarono infatti le

figure di pubblici amministratori, con una fisionomia diversa da quella degli antichi magistrati

repubblicani : nominati dal princeps, non eletti nell’agone della lotta politica. Non solo, ma ebbero

inizio forme di appartenenza permanente all’organico dei funzionari con il loro impiego stabile in

137

una serie di uffici e funzioni che permise loro di acquisire nel corso del tempo un insieme di

specifiche competenze . Erano queste le premesse per la progressiva formazione di un < sapere

burocratico >, costituito dal possesso di tecniche e di criteri di gestione di carattere generale e

quindi atti a sostanziarsi in vere e proprie regole destinate a disciplinare il comportamento collettivo

di un corpo di funzionari. Questo, a sua volta , fu caratterizzato ormai da quell’aspetto tipico di ogni

burocrazia che era la gerarchia interna e la < carriera >. Siffatta macchina , già imposta da Augusto ,

era destinata a svilupparsi con i suoi successori, crescendo in dimensioni e complessità , costituendo

la struttura di governo del principato.

In tal modo divenne possibile per la prima volta nella storia di Roma, un controllo capillare del suo

immenso dominio politico e dell’amministrazione dei gettiti finanziari necessari a far pronte alla

crescente spesa pubblica : fu questo, in buona parte, il potere nuovo del principe.

A differenza delle magistrature repubblicane, tutti questi funzionari erano direttamente nominati dal

principe e ne dipendevano integralmente, tra l’altro per la retribuzione, sebbene ciò sia lungi dal

riflettere condotte meramente arbitrarie o improvvisate al centro. Sia i criteri di nomina, sia le

competenze, sia infine i sistemi di controllo e la durata nel tempo erano regolati secondo logiche

consuetudinarie, collaudate nel corso del tempo e con l’esperienza pratica. Ovviamente, tutti questi

funzionari erano regolarmente stipendiati, secondo diversi livelli retributivi che riflettevano la

relativa importanza degli uffici ricoperti e del rango di ciascuno. Il carattere gerarchico tipico del

nuovo sistema burocratico si sarebbe in seguito accentuato, con l’affermazione di un sistema rigido

di designazioni che, riflettendo il livello retributivo e lo stesso rango, andavano da sexagenarius a

tricenarius.

Capitolo quattordicesimo : Le strutture portanti del principato augusteo.

1. L’assetto istituzionale

Gli equilibri al vertice del potere non corrispondono a un disegno istituzionale definito una volta per

tutte, secondo precise linee di demarcazione.

Al contrario : si tratta di un processo sottoposto a continui riaggiustamenti, dove il riferimento

all’antica architettura repubblicana e al suo punto di forza costituito dal senato e la conservazione

delle antiche stratificazioni sociali costituiscono il limite variabile e sempre superabile , ma non per

questo inesistente, all’affermazione di un potere altrimenti assoluto.

La concentrazione di poteri nella persona di Augusto e la costruzione della nuova macchina di

governo, con il conseguente svuotamento della centralità del senato, ebbero modo di essere

sperimentate e perfezionate durante la lunga vita del principe. Talché , alla sua morte, egli lasciava

un sistema politico – organizzativo ormai definitivo, destinato, pur nel corso di non poche

vicissitudini e crisi , sia interne che esterne, e con le inevitabili ulteriori modifiche, a funzionare

efficacemente per secoli. Tre sono i suoi aspetti caratterizzanti : a) la costruzione del sistema

burocratico di gestione dell’immenso apparato politico e territoriale che costituiva l’impero di

Roma , con un articolato sistema di rapporti tra centro e periferia ; b) il riordino del sistema

finanziario e tributario centrale e periferico ; c) la riorganizzazione della macchina militare romana,

con una più precisa definizione dei suoi compiti permanenti.

Circa il primo punto converrà partire dal vertice di governo per sottolineare come funzioni imperiali

e ruolo cittadino ancora, in qualche misura, si intrecciassero tra loro. Questo doppio registro , di

reggimento di una città , e insieme, di un dilatato potere esteso a disciplinare molteplici popoli e

territori costituisce una chiave interpretativa importante per la comprensione della costruzione

augustea. La < città> - Roma – e l’impero sono i due poli su cui essa si venne realizzando e rispetto

a cui l’Italia restò qualcosa d’intermedio e lievemente indeterminato. Non era proprio l’Urbs per

antonomasia, ma neppure era identificabile con il mondo provinciale : la nuova realtà imperiale. Il

138

suo governo finiva quindi col costituire quasi un’appendice del governo cittadino e col seguire le

logiche di questo.

Augusto e i suoi successori non potevano dimenticare di essere al vertice di quella che era stata una

semplice città e che tuttora, attrverso i suoi abitanti, restava la sede più immediata del consenso

popolare essenziale al loro stesso potere. Di qui l’importanza del tutto particolare del loro diretto

controllo della città, attuato con l’introduzione del praefectus urbi, a sua volta coadiuvato da altre

figure minori. Questa carica, ricavata forse da Augusto dalla più antica storia di Roma in età

monarchica, fu introdotta non senza contrasti e difficoltà . Basti considerare che Messala Corvino, il

primo a essere designato a tale carica nel 26 a.C. , vi rinunciò immediatamente. Comunque essa

venne rapidamente a consolidarsi , con la durata in carica per un ventennio di Calpurio Pisone,

nominato dallo stesso Augusto e confermato da Tiberio. In essa, si evidenzia proprio la tensione che

si è ora ricordata tra il vecchio e il nuovo ordine. Roma, con il suo governo cittadino, continuava a

essere il centro della vita < urbana >, con la sua popolazione di < cittadini>, ma ,

contemporaneamente, era ormai divenuta il riferimento di interessi politici di dimensioni universali

e la sede del governo dell’impero, con le sue < impersonali > strutture burocratiche accentrate nei

palazzi imperiali.

Le competenze del praefectus urbi si limitavano originariamente a funzioni di polizia e alla

connessa sfera giurisdizionale, al di fuori del processo ordinario. Ben presto tale sfera si dilatò sino

a ricomprendere la giurisdizione criminale entro le cento miglia di Roma, oltre che in Roma stessa.

Malgrado il fatto che i titolari di tale ufficio fossero non solo di rango senatorio, ma scelti tra coloro

che avessero gestito il consolato – i consulares – esso non poteva in alcun modo identificarsi con

una magistratura tradizionale, essendone la nomina effettuata direttamente dal principe.

Di contro la carica più elevata per il ceto dei cavalieri fu quella del prefetto al pretorio, al comando

delle truppe scelte poste a presidio di Roma e, poi, dell’intera Italia peninsulare.

Esse derivavano direttamente dalla vecchia guardia personale, la del magistrato

cohor praetoria,

repubblicano. Il loro organico però venne ampliato sino a comprendere un corpo di nove corti ( di

mille uomini ciascuna) composto dal fiore della gioventù italica, di cui tre stanziate presso Roma,

con un trattamento economico privilegiato e con grandi opportunità di carriera nell’esercito. Appare

evidente la delicatezza di un ufficio in cui risiedeva la sicurezza personale del principe e che lo

garantiva dal pericolo, sempre reale, di complotti contro la sua persona. Non solo : già sotto Tiberio

si sarebbe visto quanto questa carica potesse essere dilatata e potenziata, insieme al rafforzato ruolo

delle coorti pretorie. Il che avrebbe pesato non poco negli sviluppi, talora drammatici, che si ebbero

in occasione della successione al principato, con un loro intervento diretto nel momento della

designazione del nuovo principe.

Anche il praefectus praetorio, nel corso del tempo, ampliò il suo ruolo, sino a esercitare un diretto

controllo sul funzionamento amministrativo dell’Italia e , soprattutto , estendendo anche la

competenza nel campo della giurisdizione, sotto l’immediato controllo del principe stesso. A ciò si

aggiungevano altre funzioni nella repressione criminale, fuori di Roma e del territorio circostante.

Ma soprattutto , sul piano più strettamente militare, il praefectus praetorio assunse progressivamente

un generale ruolo di comando delle armate romane, accanto all’imperatore, quasi come un moderno

capo di stato maggiore. Ben si comprende quindi la sua posizione di primo piano, soprattutto nel

corso delle grandi campagne militari che lo videro sovente impegnato in prima fila, sul teatro delle

operazioni, anche lontano da Roma e dall’Italia. In parallelo, in alcuni passaggi cruciali dei primis

secoli del principato se ne accrebbe il peso politico, sino a che il praefectus praetorio finì con lo

svolgere quasi una funzione vicaria dell’imperatore.

Solo tenendo conto di quanto importante continuasse a essere, per il principe, la vita e la sicurezza

di Roma, e avendo un’eguale consapevolezza delle particolarità dei meccanismi economici che

presiedevano alla vita della società antiche, si può apprezzare l’importanza di un altro gruppo di

funzioni attribuite ad Augusto ed ereditate poi dai suoi successori, relative al controllo dell’annona.

Attraverso tale competenza era infatti salvaguardata l’esigenza di un costante e sicuro

approvvigionamento di quell’enorme centro di consumi costituito dalla città di Roma, sulla cui 139

rilevanza politica è addirittura inutile insistere. Un problema che, a sua volta, va inquadrato in un

aspetto più generale che concerne il funzionamento dei mercati. In effetti nell’antichità , l’esistenza

di una libera circolazione commerciale e di mercati autoregolantesi era limitata sempre

dall’intervento della città o del sovrano. Esso infatti perseguiva l’obiettivo politico primario

rappresentato da un’adeguata disponibilità di derrate alimentari per la popolazione, soprattutto

urbana, e si sostanziava anche in un’attenta rilevazione dei prezzi di mercato, forse talora atta a

sfociare in qualche forma di rudimentale controllo. Anche in questo caso Augusto e i suoi

successori eserciteranno codeste competenze attraverso funzionari delegati : anzitutto il praefectus

annonae, preposto appunto a tali funzioni. Anch’egli apparteneva all’ordine equestre, con un rango

inferiore solo agli altri due praefecti , praetorio e urbi. Sempre all’interno dell’amministrazione

cittadina, seppure in posizione più subalterna, va infine ricordato un praefectus vigilum incaricato,

con le sue cohortes vigilum, della prevenzione e della difesa della città dagli incendi.

Accanto al praefectus urbi, di rango senatorio, si delineano dunque al vertice della nuova

amministrazione centrale quattro carice di praefecti ( pretorio , annonae , vigilum e quella non meno

importante dell’Egitto ) assegnate a membri dell’ordine equestre. Il che evidenzia gli effettivi

equilibri sanciti dal principe tra i due ceti di governo.

2. Una rete amministrativa

Ma le innovazioni perseguite da Augusto nella riorganizzazione del sistema amministrativo romano

vanno al di là della sfera centrale di governo, per investire una ben più ampia e capillare

articolazione del potere. Cerchiamo di cogliere alcuni degli aspetti più significativi in cui si

evidenzia quella presenza di due logiche parallele , riferita l’una all’antico sistema repubblicano,

l’altra al potere personale – patrimoniale del principe. Ad essa corrisponde anzitutto il ruolo dei due

ordini al vertice dell’apparato : quello senatorio e quello equestre.

In virtù delle sue funzioni censorie, il principe assunse, attraverso l’opera di una molteplicità di

curatores, quasi tutti di rango equestre, la gestione e tutela dell’immenso patrimonio immobiliare e

delle strutture materiali costituito da monumenti religiosi e pubblici ( affidati ai curatori medium

), oltre che dalla splendida rete di vie, acquedotti

sacrarum operum locorumque publicorum

pubblici, fognature e dalle altre strutture pubbliche esistenti in Roma e in Italia ( per cui erano

competenti i curatori viarum , aquarum, alvei Tiberis et riparum et cloaca rum urbi e i curatores

in cui era stata ripartita la città : 14 regioni e 265 vici ). In parallelo molteplici altre

regionum

incombenze di carattere amministrativo furono deferite a un insieme di procuratores.

Già tale termine evoca l’origine privatistica della loro attività , modellata sullo schema di un

mandato conferito da un soggetto a un altro per l’espletamento di un insieme di attività effettuate

nell’interesse del primo. Uno schema diffuso proprio nell’ambito della gestione individuale dei

patrimoni, delegata nei suoi vari settori, dal titolare a singoli procuratore.

La < pubblicizzazione > di tale rapporto effettuata dal principe riflette una logica tipicamente

romana, radicata nell’esperienza repubblicana, dove assai spesso il magistrato aveva svolto le sue

funzioni pubbliche anche con strumenti propri della sua sfera privata : con l’ausilio cioè e con il

lavoro dei suoi schiavi e dei suoi liberti.

Anche ora questo supremo ed anomalo magistrato che è il i suoi obiettivi al

princeps perseguì

servizio della res publica e assolse alla molteplici funzioni mediante una delega conferita ai

procuratores da lui preposti alle varie incombenze. Sotto i successori d’Augusto , definendosi

meglio la fisionoma burocratica dell’apparato centrale, alla originaria preminenza dei liberti ,

subentrò un vertice amministrativo costituito dai procuratores Augusti , di rango equestre , e con un

ruolo più elevato. Al di sotto di essi si collocarono poi, almeno per tutto il I secolo d.C. , una rete di

, costituiti , in un primo momento, da liberti imperiali. In seguito , a partire da

altriprocuratores

Adriano, anche queste funzioni furono affidate essenzialmente a funzionari di rango equestre. Tale

sistema fu generalizzato a tutti i settori d’interesse pubblico in cui rilevava una responsabilità di

governo del principe : in primo luogo nell’amministrazione delle finanze. 140

Infine, un campo di attività sempre più importante riguardò la gestione della complessa segreteria

del principe ( retta da ) e il coordinamento e la direzione dei vari uffici del

procuratores scriniorum

governo centrale. Quest’ultima funzione fu possibile solo attraverso una fitta e costante rete di

comunicazioni di cui resta ampia traccia , non solo nella raccolta delle costituzioni imperiali , ma

anche nella ricca corrispondenza con Taiano di Plinio il Giovane, negli anni del suo governo della

provincia di Bitinia. Gli uffici preposti a tali attività vennero affidata ad altri procuratores : ab

epistulis Latinis , ab epistulis greci , a libellis.

Al vertice del sistema , furono in genere collocati funzionari scelti nel ceto equestre, sotto cui si

venne poi articolando una rete di collaboratori minori, in genere costituiti da liberti imperiali. Tale

presenza evidenzia quella confusione tra il governo dell’impero e l’amministrazione della domus

privata del principe, attraverso la sua familia. In effetti, con tale organizzazione, Augusto e i suoi

successori non facevano che perpetuare pratiche proprie dell’oligarchia tardo repubblicana. Ci si

riferisce all’organizzazione economica e al funzionamento di un sistema anche molto complesso

come poteva essere la gestione di un patrimonio e dell’insieme di persone appartenenti a livelli

diversi, a un grande e potente clan familiare. Questa gestione, talora imponente anche per le

dimensioni economiche e gli interessi coinvolti, aveva comprtato la formazione di vere e proprie

burocrazie private alle dipendenze del pater familias e dei suoi più diretti collaboratori ,

eventualmente i figli o alcuni liberti ( quanto non addirittura schiavi ) di fiducia. Non a caso , nel

trasferire queste pratiche private alle funzioni pubbliche, il settore in cui tale fenomeno si rese più

evidente fu quello relativo agli aspetti finanziari. Qui il patrimonio privato dell’imperatore, la res

privata, pur progressivamente inserito nel sistema delle finanze pubbliche , continuò a essere gestito

secondo le logiche delle grandi signorie aristocratiche tardo repubblicane che, proprio sulla figura

dei liberti oltre che degli schiavi, si erano fondate.

Era questo uno degli aspetti di quell’ambigua configurazione istituzionale che caratterizzò il potere

di Augusto . Ed è significativo infatti che, con il progressivo accentuarsi del carattere ufficiale del

principe e con il conseguente mutamento di significato della sua sfera privata , divenuta ormai

anch’essa un altro aspetto del suo ruolo pubblico, i liberti imperiali fossero sostituiti con quadri

provenienti dal ceto equestre.

Il nuovo sistema di governo aveva un carattere composito , funzionava sulla base di due logiche

parallele e intersecantesi. Da una parte il sistema burocratico – amministrativo facente capo

direttamente al principe, dall’altra l’azione delle vecchie istituzioni repubblicane, secondo quella

logica di < dualismo squilibrato > . Uno < squilibrio > che si evidenzia invero ove si consideri il

punto di riferimento dell’intero sistema. Giacché , sin da Augusto e sempre più in seguito, la vera e

unica < cabina di comando> in cui confluiva l’enorme flusso d’informazioni provenienti da ogni

regine dell’impero e da ogni ufficio amministrativo, a cui pervenivano le più varie richieste e quesiti

di funzionari imperiali e di privati, dove delibere i più diversi problemi di governo era

essenzialmente la figura del principe. Così come ogni impulso e direttiva, ogni decisione in merito

alle varie richieste da lui proveniva. Di qui l’importanza degli uffici centrali , la rapida loro crescita

di numero e di organici e, infine, la crescente formalizzazione ed uniformazione delle procedure da

essi seguite.

Il potenziamento degli uffici centrali di governo e il loro maggior coordinamento con il sistema

periferico si riflesse anche su un particolare, ma importante, aspetto organizzativo.

Ci si riferisce non solo al sistema di comunicazioni stradali, fluviali e marittime con il ricchissimo

complesso di infrastrutture ad esse collegate e di cui gli apparati di governo avevano la

responsabilità , solo in parte trasferita alle autorità locali. Non meno importante fu il funzionamento

di quel cursus publicus un efficacissimo reticolo di supporti – stazioni di posta- , tappe per i

rifornimenti ecc, -, che permetteva a chi ne poteva fruire di percorrere grandi distanze in tempi

eccezionalmente veloci. Ad esso potevano accedere i messaggeri imperiali, e gli alti funzionari ed

ufficiali in missione, oltre che, in virtù del rango, i membri dell’ordo senatorius. Tale cursus era già

esistente in età repubblicana , ed ora passò sotto la responsabilità dei curatores e degli altri

funzionari competenti. In effetti ,nel sistema imperiale romano, le comunicazioni tanto via terra che

141

per mare non furono solo condizione per la vita del commercio e dell’economia, ma anche per il

governo e la politica.

L’ambiguità tra le antiche forme del governo e l’inovazione augustea si ritrova anche in un altro

organismo destinato ad assumere particolare rilievo. In effetti sin dalla repubblica era stata prassi

costante che i magistrati superiori e i pro magistrati in carica si avvalessero, sia per la loro azione di

governo che nell’attività giurisdizionale, di un consilium, fatto di amici e di esperti. Nulla di nuovo

quindi, salvo l’incomparabile posizione del princeps rispetto agli antichi magistrati repubblicani,

che anch’egli si avvalesse di un organismo analogo.

Il consilium principis sembra proittare anche nei tempi nuovi codesta tradizione , e , con essa,

l’antico, impalpabile, ma reale elemento costituito dalla consorteria politica : alleanze personali , ma

anche ereditarie, spirito di clan, dipendenza clientelare e scambio di benefici. Era stato questo il

fondamento dei giochi politici nella repubblica e ora continuava ad opeare come sistema di relazioni

sempre più accentuatamente intrecciato dal e intorno al principe. Nei primi tempi Augusto si limitò

a valorizzare questo strumento per garantire i suoi rapporti col senato. Egli infatti si avvalse di un

consilium di senatori per istruire e predisporre il materiale di particolare rilevanza politica che

intendeva sottoporre al parere del senato.

Più incerta e labile è la presenza, allora e anche negli imperatori immediatamente successivi, di quel

tipo di consilium che già i magistrati repubblicani avevano avuto, fatto di amici scelti in base alle

loro competenze e alla lealtà politica, di carattere affatto privato e pertanto utilizzato nella misura e

nelle forme che al principe parevano opportune.

Comunque già con Tiberio risulta l’esistenza di un organismo siffatto , seppure negli anni della sua

presenza in Roma. In seguito , specie dopo Claudio, esso venne prendendo maggiore consistenza,

sino alla svolta intervenuta, anche in questo caso, con la grande opera di riorganizzazione di

Adriano. Allora se ne precisò la composizione con due fondamentali elementi : anzitutto gli

esponenti autorevoli del vertice del sistema del governo imperiale, in secondo luogo i migliori

giuristi dell’epoca. Anche in seguito esso non perse comunque la sua antica fisionomia di organo

privato , composto a < amici > del princeps, benché assai più evidente il suo ruolo generale di

supporto e di coordinamento del governo imperiale.

Ma non meno importante divenne anche l’assistenza da esso costantemente presentata al principe

nella sua sempre più estesa attività giurisdizionale . Con Adriano l’appartenenza al consilim, non

solo venne formalizzata , ma anche retribuita , senza che tuttavia ciò comportasse l’esigenza che

alle riunioni di tale organismo fossero chiamati sempre tutti i suoi componenti.

Il che è abbastanza comprensibile, se consideriamo anche la gamma assai estesa di consulenze che

esso era chiamato a fornire. Nel tempo il membro più autorevole del consilium il prefetto al

pretorio, fu chiamato a presiederlo, in caso di assenza del principe.

3. Il fisco

Un settore dove il ruolo di Augusto era destinato a incidere in profondità , modificando

radicalmente gli antichi assetti repubblicani. concerne la politica monetaria e finanziaria

dell’impero. Ciò riguardò anzitutto il diritto di battere moneta : espressione generalizzata e costante

della sovranità e da sempre di competenza del senato. Anhe qui si ribadisce, formalmente, il

dualismo tra principe e senato : a partire dal 15 a.C. le reciproche competenze verranno fissate da

Augusto, che si riserverà la monetazione d’oro e d’argento , mentre quella in bronzo resterà di

spettanza del senato. Dove lo squilibrio è evidente, giacché tutto il sistema monetario si fondava

sulla doppia circolazione in oro e argento , rispetto a cui, la moneta in bronzo , pur molto

importante per la complessiva quantità di circolante e per la sua rilevanza sociale come mezzo di

pagamento di più largo uso quotidiano, restava subordinata.

Tra l’altro non si deve dimenticare l’enorme importanza assolta – sin dall’età repubblicana – dalla

moneta di metalli pregiati ai fini della stabilità del potere d’acquisto del denaro e conseguentemente

degli equilibri generali dell’economia romana 142

Il dualismo principe – senato si estese in verità a tutta la politica finanziaria dell’impero : accanto al

vecchio rimasto, senza grandi modifiche, sotto il controllo di quest’ultimo

aerarmi populi Romani,

si delineò infatti un sistema finanziario autonomo sotto la supervisione del principe.

L’amministrazione del primo restò di competenza dei di rango senatorioe, in

praefecti aeraii

seguito, dei pretore, tornandosi poi, con Claudio alla figura repubblicana dei quaestores,

definitivamente sostituiti, sotto Nerone, dai due praefecti aeraii Saturni. Non si deve tuttavia

dimenticare che, nel rispetto formale della competenza senatoria, di fatto con essa confliggesse il

potere di controllo del principe in base al suo diritto di informare e coinvolgere il senato nelle sue

decisioni. Esso , in effetti, mise in grado gli imperatori più attenti all’equilibrio complessivo del

bilancio romano d’impostare e realizzare una politica di gestione del tesoro pubblico molto efficace.

Soprattutto, pero, l’intervento del principe e la confusione tra il suo patrimonio personale e tesoro

pubblico finì col ridurre l’importanza dell’aerarium rispetto al fisco imperiale. Con

populi Romani

questo riferimento, già in uso nell’età di Tiberio, si indicavano infatti l’insieme delle attività

finanziarie di diretta pertinenza del principe, chiarendosi un processo che, già con Augusto, aveva

concentrato nelle sue mani buona parte del sistema finanziario pubblico. Anche in questo campo si

evidenzia l’abile saldatura tra vecchio e nuovo effettuata da Augusto, dove le antiche forme non

vennero cancellate, ma in parte sostituite o integrate < dall’interno > con altre struttrure le cui leve

restavano invece direttamente nelle mani del nuovo centro di potere. Questo processo si sviluppò

infatti attraverso la costituzione di casse separate – indicate come riferite ai singoli settori

rationes

di competenza. In particolare vi rientrarono vasti settori della spesa pubblica : anzitutto le pesanti

voci di bilancio relative alla macchina militare, seguita dagli oneri derivanti dal funzionamento del

sempre più pesante apparato burocratico . In particolare la difesa dell’impero con il sostentamento

di eserciti stanziali dislocati nelle regioni più delicate o verso i confini più esposti alle pressioni

esterne comportava un costo elevatissimo. Di qui l’accresciuta dimensione del bilancio imperiale,

attraverso il costante e sistematico reperimento di grandi mezzi finanziari, a sua volta, reso possibile

dal funzionamento della nuova gestione delle entrate che aveva sostituito in gran parte il vecchio

sistema degli appalti.

In notevole misura questi flussi finanziari furono dirottati verso una gestione autonoma,

direttamente controllata dal principe, di cui la più importante era Esso era

l’aerarium militare.

gestito da tre praefecti di rango pretorio, scelti con sorteggio ma che rispondevano al principe in

quanto capo dell’esercito e titolare quindi delle spese a esso relative. Nell’aerarium militare

confluirono una serie di entrate derivanti dalle imposte di sucessione ( la : il 5

vigesima hereditatum

% del valore dei patrimoni entrati in successione ), dalle vendite all’incanto e dai contributi diretti

del principe dalle sue casse private. Tale settore del tesoro costituì anche lo strumento

indispensabile per assicurare la liquidazione dei veterani al momento del congedo.

Mentre su questa cassa non gravava anche l’onere delle spese correnti per l’esercito, in particolare,

il soldo delle truppe.

Ancora una volta si coglie in queste innovazioni la consapevolezza con cui Augusto affrontò le

grandi questioni che l’ultima età repubblicana aveva lasciato aperte, talora aggravandole. Tra

queste, appunto le complesse conseguenze di quella professionalizzazione dell’esercito romano

avviata sin dall’età di Mario. Le legioni che avevano seguito e garantito le sorti dei grandi capi

militari, sin da Cesare e Pompeo erano costruite da veterani impegnati per decenni nel mestiere

delle armi. Si trattava di una fedeltà personale legata a un’adeguata remunerazione economica,

costituita anzitutto dagli stipendi e poi dalla < liquidazione > , essenzialmente in terre, ai veterani

stessi al momento del loro congedo. Una pratica , quest’ultima, che , soprattutto nel corso delle

guerre civili aveva contribuito a ulteriori squilibri nelle campagne italiche, con massicce

espropriazioni di terre per sopperire a tali esigenze. Lo stesso Ottaviano aveva dovuto affrontare e

risolvere siffatto ordine di problemi nel corso della sua lotta di potere. Augusto , negli ultimi anni,

impresse una svolta, orientandosi a sostituire tali terre con somme in denaro concesse al momento

del congedo e prelevate, appunto , dall’aerarium militare. 143

E infine si deve ricordare la sempre più dilatata sfera del patrimonium personale di Augusto e , poi

, del principe in quanto tale. Un elemento ambiguo giacché esso coincide con il fondamento

privatistico delle ricchezze individuali che Augusto possedeva, come del resto ciascuna eminente

personalità politica tardo repubblicana. D’altra parte , anche qui, giocava la progressiva

istituzionalizzazione della sua figura, per cui la sfera privata del principe cessava di essere

esclusivamente tale per assumere rilevanza pubblica. Lo si coglie nel fatto che in questo suo

patrimonio personale si concentrassero nuovi flussi di ricchezza ( le acquisizioni forzate per

condanne criminali, i poventi provenienti dall’attivo delle province imperiali, nonché i numerosi

lasciti testamentari a favore del principe, così frequenti in Roma, effettuati per piaggeria, ma anche

per consolidare, con l’interesse di quel beneficiario, il resto delle volontà testamentarie ) e che di

contro, esso fosse impiegato a supporto dell’azione pubblica del principe e a integrare le attività già

gravanti sull’erario. Pressoché naturale sviluppo di tale processo di pubblicizzazione fu

l’affermazione di un nuovo criterio secondo cui questo stesso patrimonio < privato > cessò di essere

devolouto secondo le logiche che presiedevano alla successione ereditaria nel campo privatistico

per essere trasmesso al successore nel potere imperiale. Esso fu affidato alla gestione di un

carica ricoperta anche da liberti.

procurator a patrimonio,

Di particolare rilievo fu poi la concentrazione, in Italia e soprattutto nelle province, di enormi

proprietà fondiarie nelle mani del principe. Si trattò di un elemento importante anche per la

riorganizzazione di intere regioni. In generale tali latifondi , raggruppati tra loro in regiones,

vennero amministrati da procuratores imperiali che provvedevano ad affidarli in gestione a

conductores che li suddividevano poi in gestioni dirette affidate a singoli coloni . Come si deduce

da alcuni ben noti appelli di questi ultimi all’imperatore e dall’intervento di questi , il rapporto

privatistico tra conductores e colini restò sempre sottoposto al superiore controllo e alla

responsabilità dei procuratori imperiali.

Il processo di trasformazione in senso pubblico del ora ricordato, contribuì a

patrimonim principis,

definire un altro settore finanziario costituito da un patrimonio ancora < più privato> del principe ,

la res privata, di cui egli aveva una più piena e personale disponibilità . In una fase relativamente

più avanzata si enucleò così una ratio privata riferita a un segnmento lasciato alla più ampia

disponibilità personale e a una gestione più elastica e autooma di quanto non fosse il patrimonim

principis. A partire da Adriano la supervisione di questo settore fu attribuita a un procurator rationis

con un rango elevato nella gerarchia imperiale.

privatae

L’identificazione della fisionomia unitaria del fisco imperiale avenne con il contributo dei giuristi

che erano chiamati a sistemare e classificare le forme istituzionali del nuovo regime. In tal modo si

formalizzò il coordinamento dei vari centri finanziari che facevano capo all’amministrazione

centrale. Solo più tardi , con Adriano, si avrà poi l’istituzione di un chiamato a

advocatus fisci

rappresentare l’interesse dell’amministrazione finanziaria nei rapporti con i privati e nei relativi

contenziosi cui venne a collegarsi una più vasta rete di altri advocati fisci operanti in ambito

provinciale.

Sempre nel quadro del processo di razionalizzazione avviato sotto il principato si deve ricordare

come, tra i numerosi procuratores, cui era stato deferito di fatto il controllo dell’intera gestione

finanziaria dell’impero ( ricorderemo quelli patrimoii , vicesimae hereditatum ), si imponesse in

primo piano, a partire da Claudio, il in seguito indicato semplicemente

procurator a rationibus,

come A lui infatti venne affidato il compito di tracciare una specie di bilancio generale

rationalis.

dello stato, onde permettere ai poteri centrali, principe e senato, di avere il quadro complessivo della

situazione finanziaria ed economica dell’impero. Il sistema fiscale vigente nelle province, appare

diverso a seconda delle due categorie di In queste ultime tale

province populi Romani o imperiali.

settore dell’amministrazione fu affidato a dei procuratori, mentre nelle prime analoghe funzioni

furono di competenza di questori. Il sistema fiscale, per le province imperiali, consisteva in

un’imposizione personale gravante su tutti i provinciali , , e in un’imposta fondiaria

tributum capitis

costituita dal Nelle province senatorie invece vi era una responsabilità delle città per

tributum soli.

la riscossione degli stipendia dovuti al fisco in relazione ai patrimoni fondiari. Fondamentale, 144

infine, è il passaggio a una gestione diretta del prelievo fiscale , con l’eliminazione del sistema degli

appalti.

4. Il centro del potere e il governo provinciale

L’architettura disegnata da Augusto nel lunghissimo periodo di governo che la sorte gli concesse,

con tutte le ambiguità e l’indeterminatezza , era stata perseguita in modo altamente razionale,

garantendo adeguatamente sia gli equilibri sociali e politici del vastissimo mondo che faceva capo a

Roma, sia il sistema di potere militare su cui essa necessariamente si fondava. Il che , insieme al

rallentamento dell’espansionismo militare romano, rese possibile un lungo periodo di pace

all’interno dell’impero. Naturalmente ciò non sembra vero in superficie, giacché i complotti e i

torbiti da un lato, le forme di repressione e persecuzione politica , gli omicidi e i delitti, dall’altro ,

non vennero certo meno. Anzi la famiglia imperiale, già in vita di Augusto, fu teatro di drammi

palesi e sanguinosi , macchinazioni celate che solo in parte trascesero il chiuso dei palazzi. Ed ancor

più negli anni dei successivi imperatori, delle efferatezze dell’onnipotente Seiano, prefetto al

pretorio sotto Tiberio, alla sanguinosa condotta di Caligola e poi del tardo Nerone, all’assassinio di

Clauido, alla lotta tra i pretendenti all’impero, dopo Nerone, alle repressioni sotto l’odiato

Domiziano, la storia del primo secolo del principato è costellata di atrocità.

Ma tutto ciò poco toccava l’infinità di individui al di fuori della ristretta cerchia della nobilità

senatoria, degli alti magistrati e funzionari , dei comandanti militari. Già poco si rifletteva sulla

cittadinanza romana e ancor meno sugli Italici , non più coinvolti direttamente nella lotta per il

potere ( salvo l’anno degli scontri tra i quattro pretendenti al trono dopo l’uccisione di Nerone ). A

differenza di quello che invece era avvenuto, con esiti catastrofici, città distrutte, massacri,

espropriazioni forzate di terre, all’epoca delle guerre civili. I sussulti del potere suscitavano poi echi

ancora più deboli nelle province.

La macchina messa in piedi da Augusto continuò a funzionare , con aggiustamenti e modifiche nel

corso del tempo, e ad opera di ciascuno dei successori, per tutta l’età d’oro del principato, sino a

Marco Aurelio. Ed è qui, in verità , che realizzò i suoi effetti ottimali il processo di stabilizzazione

volto a riequilibrare il rapporto tra il centro e la periferia provinciale. Pur avendo rallentato la spinta

innovatrice di Cesare, Augusto aveva portato avanti in modo sistematico il profondo risanamento

del governo provinciale, grazie al controllo unitario e costante nel tempo esercitato, direttamente o

indirettamente, dal centro su tutti i governatori provinciali.

Per questo, anche il riaffermato primato di Roma e dell’Italia non aveva impedito che già sotto

Augusto e assai più con i suoi immediati successori, si attivasse una fortissima romanizzazione

delle elites locali. Del resto la consapevolezza con cui tale politica fu allora perseguita è attestata in

modo impressionante dalla splendita orazione di Claudio in senato, riportata anche in un’importante

epigrafe trovata a Lione. Conformemente alla visuale in essa espressa , Claudio , oltre a inserire nel

senato esponenti provinciali, s’impegnò anche in una sistematica politica di concessione della

civitas Romana a numerose comunità provinciali, seguito poi da Flavi nel processo di latinizzazione

di intere province. Riprendevano così consistenza i circuiti d’integrazione provinciale, già abbozzati

a suo tempoda Cesare, facilitandosi anche , per i nuovi cittadini le forme di nobilitazione attraverso

la carriera militare o al servizio del principe. E in effetti, già pochi anni dopo la fine di Nerone,

l’ultimo esponente della cosiddetta dinastia Giulio – Claudia, ascesa al potere il primo imperatore

d’origine italica : Vespasiaqno, mentre, con Traiano fu elevato al vertice dell’impero un

personaggio d’estrazione provinciale. Allora dettero i loro frutti maturi quei meccanismi

d’assimilazione, fondati sull’estensione delle forme giuridiche romane, la latinizzazione e infine la

concessione della civitas Romana.

Tutto ciò non diminuisce però la grande distanza che continuava a sussistere tra il centro e la

periferia, tra il luogo privilegiato della politica e del governo, Roma, il mondo municipale e quello

provinciale. Ed è qui che interviene , come primario fattore di mobilità sociale, l’esercito, dove un

bravo ufficiale d’origine provinciale poteva ascendere ai massimi livelli e di lì , se non fare , come

145

Vespasiano o Traiano e molti altri in seguito , il gran salto verso il potere supremo, almeno

ascendere al rango equestre, o addirittura essere cooptato nella vecchia nobilitas senatoria.

Quanto alla razionalizzazione e al coordinamento dei governi provinciali , fondamentale fu il

recupero , da parte di Augusto, della distinzione tra province istituite da più tempo e già < pacificate

> e quelle ancora sotto il diretto controllo delle armate romane. Essa venne formalizzata con i due

tipi di province, Una distinzione, tuttavia, ispirata a un criterio di

populi Romani e imperiali.

massima che, come sempre nella storia istituzionale romana, non si irrigidiva in un’applicazione

troppo sistematica. In effetti, nella determinazione di siffatta classificazione giocava , con la

tendenza del principe a cosnervare sotto il suo diretto controllo le province strategicamente più

importanti, la presenza dei più diversi motivi particolari, anche temporanei. Così la definizione delle

due categorie non solo non era rigida , ma variava nel tempo : ad esempio vediamo la Sardegna o la

Bitinia, divenire imperiali da senatorie, e viceversa la Gallia Narbonese e la Licia divenire senatorie

da imperiali. In relazione al rango dei governatori, si deve poi ricordare un’altra suddivisione

interna, essendo alcune di esse < > altre < >.

consolari pretorie

Le province imperiali restarono sotto il diretto controllo dell’imperatore, che le governò attraverso

legati Augusti , da lui delegati , muniti in genere di ( essendo alcuni di rango

imperium pro praetore

consolare ). Le province senatorie, invece vennero lasciate , come nell’età precedente, al superiore

controllo del senato, continuando a esser governate da proconsules ( questa era la qualifica per tutti

i governatori delle province senatorie, estesa anche agli ex pretori ) di rango senatorio, provenienti

in genere dalle file degli ex consoli o pretori. Seppure la designazione di questi ultimi non

dipendesse direttamente dalla volontà del principe, questi, esercitava comunque una generale

sorveglianza in ragione del suo gerarchicamente superiore agli imperia dei singoli

imperium maius,

governatori. In effetti egli poteva inviare a ciascun governatore, durante il suo ufficio e

indipendentemente dalla sua qualifica, istruzioni , sovente con un contenuto molto analitico,

mediante la forma specificamente prevista dei mandata. D’altra parte, gli stessi governatori si

orientarono sempre più a informare il principe in modo molto puntuale di tutte le questioni di un

certo rilievo.

A ciò si deve aggiungere il fatto che un insieme di funzionari e magistrati minori assegnati ai vari

uffici amministrativi in cui si sostanziava il governo provinciale, in progresso di tempo, finì con

l’avviluppare il governatore entro un sistema che ne riduceva ulteriormente l’autonomia, pur

conservando un ruolo preminente. E infine, a definire i veri equilibri tra i governatori delle province

senatorie e il principe, era la durata dei primi, più circoscrita ( del resto in conformità con le

originarie pratiche repubblicane ) nel tempo e quindi tale dal distogliere dall’idea di una costruzione

di poteri autonomi o dal mettere radici troppo in profondità in una realtà periferica e lontana dal

controllo centrale.

Ancora più complesso il ruolo dei governatori per quanto concerne l’assetto amministrativo della

provincia e, in particolare, gli aspetti finanziari e i sistemi d’esazione fiscale essenziali alla vita

stessa dell’organizzazione imperiale. Sin da età augustea infatti era prevalsa la pratica di preporre

dei procuratori imperiali alla direzione di questi settori. Benché non sia sempre chiaro il rapporto

intercorrente tra questi e il governatore provinciale, dovette restare a ques’ultimo una residuale

competenza, giacché siamo informati di una sua generale responsabilità in materia. Resta fermo un

punto già segnalato e cioè che il nuovo sistema presupponeva la scomparsa , o comunque una

radicale modifica del generalizzato sistema d’appalto delle imposte proprio dell’età repubblicana,

con tutti i suoi effetti negativi. Allo sfruttamento irrazionale e illimitato che aveva sovente

caratterizzato il governo dei pro magistrati , associato alla presenza massiccia dei pubblicani e degli

uomini d’affari romani, si sostituì un sistema più stabile e più efficacemente sottoposto al controllo

centrale, in cui si valorizzò ulteriormente la forza e l’autonomia dei centri cittadini. Rientra in questi

orientamenti l’insieme di vincoli posti alla condotta anche privata del governatore onde impedire

illeciti arricchimenti e prevaricazioni. Le costituzioni imperiali introdussero in proposito alcune

limitazioni alla loro libertà negoziale, il divieto di contrarre matrimonio con donne appartenenti alle

province da loro amministrate, di accettare donativi e di gestire attività commerciali. 146

Ma anche tutta l’importante politica dei lavori pubblici e del controllo e della gestione delle

istallazioni, dalle strade ai fiumi e alle strutture urbane, ivi comprese le canalizzazioni e le cloacae

faceva capo al governatore che si avvaleva di diretti collaboratori, oltre a interagire strettamente con

le amministrazioni delle varie civitates provinciali che a lui si rivolgevano per istruzioni e aiuto. Nei

riguardi di queste divenne sempre più penetrante la sua supervisione sulla gestione dei bilanci

cittadini, al fine di scongiurare i pericoli di dissesto delle finanze cittadine che una cattiva

amministrazione poteva comportare, con gravi riflessi negativi , anche se indiretti, per Roma.

Affatto peculiare, poi, restò, sotto Augusto e i suoi immediati successori, la condizione dell’Egitto,

un regno di capitale importanza, nel Mediterraneo orientale, per le ricchezze e l’ingente produzione

granaria, destinata in parte ad alimentare Roma e l’Italia. Sebbene l’Egitto fosse divenuto un

elemento, anche se molto importante, del sistema provinciale romano, con la sua vittoria su

Cleopatra, Augusto, agli occhi degli Egiziani, appariva l’erede dei faraoni, assumendo gli stessi

oneri divini e umani goduti dai Tolomei, l’ultima dinastia conclusasi appunto con Cleopatra. Su di

esso il principe esercitò un controllo diretto, attraverso un , di rango equestre, da

praefectus Aegypti

lui direttamente dipendente. Era questa una delle cariche più elevate dell’intera carriera dell’ordine

equestre , a indicare l’importanza tutta particolare di tale dominio. Cosa del resto confermata dal

divieto imposto ai senatori romani e ai più importanti membri del ceto equestre di recarvisi senza

autorizzazione imperiale. L’importanza di questo ricchissimo regno , sia sotto il profilo strategico

che economico, in relaizone ai delicati equilibri dell’intero bacino mediterraneo e,

conseguentemente, ora , dei fondamenti stessi del potere imperiale di Roma sconsigliava

evidentemente qualsiasi interferenza esterna.

Una situazione del genere , sebbene di gran lunga la più importante e permanente, non fu l’unica.

Sussistevano anche province governate , in una forma essenzialmente provvisoria al di fuori della

logica che sinora abbiamo indicato, da o scelti da Augusto, in quanto

praefecti procuratores

successore dei sovrani locali : questo è il caso delle e e del

Alpes Cottiae Poeninae, della Rhetia

, della

Noricum Tracia e dell’Epito.

La grandiosa espansione territoriale che Roma aveva ancora perseguito nell’età delle guerre civili

trovò ora una nuova e compiuta sistemazione, con il radicale accrescimento del numero di province

sottoposte a un regime relativamente uniforme. Ancora negli ultimi anni della repubblica esse infatti

non eccedevano il numero di quindici : vennero dunque raddoppiate ( per raggiungere, nell’età di

traiano, nei primi decenni del II sec. d .C. , quello di 45 ). Questa crescita rendeva possibile il

rafforzamento di un sistema capillare di governo, sempre sotto il controllo centrale del princeps.

Accanto alla complessa gestione amministrativa da lui esercitata attraverso un insieme più o meno

numeroso di funzionari e collaboratori, il governatore era altresì il superiore punto di riferimento

nell’amministrazione della giustizia. La sua competenza giurisdizionale si estendeva sia nell’ambito

privatistico che a quello penale. Anche in ciò s’esprimeva la pienezza della sovranità di Roma sui

territori e sulle popolazioni delle province. Tuttavia interveniva un limite, in proposito, costituito

dall’esistenza di più o meno ampi margini di autonomia a favore dei centri cittadini presenti nel

territorio delle varie province e caratterizzati da un’identità e da una storia più o meno rilevante. Si

tratta di quelle o , addirittura, quasi a evocare una

civitates liberae, liberae et immunes foederatae,

vera e propria autonomia sovrana, che Roma non solo aveva lasciato sussistere, ma che aveva anche

favorito. Da ciò derivava un complesso intreccio di situazioni giuridiche diversificate e una pluralità

di condizioni istituzionali dei provinciali che appaiono riprodurre , nella nuova realtà imperiale,

l’esperianza che fu già del mondo italico nel corso dei secoli che ne prepararono la definitiva e

totale romanizzazione.

5. L’apparato militare

Il fondamento militare del nuovo potere imperiale, che abbiamo visto nella costruzione augustea,

resterà una costante del nuovo regime. Il diretto controllo della macchina militare da parte del

princeps s’accompagnò a sua volta alla definitiva professionalizzazione degli eserciti romani, 147

concludendosi così un lungo processo che era stato accelerato dalle dimensioni dell’impegno

militare dell’ultima età repubblicana. L’enorme mobilitazione militare e il continuo fabbisogno di

nuove leve erano stati allora ingenerati soprattutto dalla guerra civile e dall’arruolamento di eserciti

schierati gli uni contro gli altri nella strenua lotta per il potere . Rispetto al complessivo organico di

cittadini romani adulti in grado di portare le arimi, una percentuale piuttosto elevata fu sottratta per

anni alla vita civile e arruolata nelle legioni di Cesare e Pompeo, dei cesaricidi e dei triumviri, sino

agli eserciti di Ottaviano e di Antonio, lungo un arco di tempo relativamente lungo, conclusosi con

lo scontro finale ad Anzio.

Con la fine delle guere civili, questa mobilitazione straordinaria era venuta meno, sena tuttavia che

cessasse il fabbisogno di nuove leve sia per assicurare l’organico delle legioni impegnate nella

definitiva pacificazione e controllo dei grandi territori conquistati , sia, e soprattutto , nella difesa

delle frontiere imperiali, oltre che, seppure in misura affatto sporadica a partire da Augusto , in

nuove spedizioni al di là di esse.

L’arruolamento a ciò necessario avvenne allora esclusivamente su base volontaria, e dovette ancora

attingere prevalentemente alla popolazione italica.

Nel corso del primo secolo del principato possiamo ritenere , in linea di massima, che salvo alcune

particolari contingenze, l’organico degli armati delle legioni dovette aggirarsi intorno al numero di

centocinquantamila, cui si devono aggiungere i contingenti impiegati come truppe ausiliarie e le

riserve, più un organico significativo impiegato nella flotta. Sotto Augusto si scese da un totale di

28 a 25 legioni, ciascuna con un organico di circa 5.000 uomini. Il servizio militare ancora nei primi

anni del regno di Augusto era di 16 anni, più altri quattro di riserva. Esso , nel 5 d.C. , fu poi

elevato a vent’anni cui faceva seguito un ulteriore quinquennio in riserva. La liquidazione dei

veterani che interveniva al termine del servizio attivo, con il congedo , sotto Augusto, avesse

cessato di effettuarsi mediante la concessione di terre coltivabili, consistendo piuttosto in una

somma di denaro.

Soprattutto dopo la catastrofe intervenuta nella selva di Teutoburgo , nel 9 d.C. , dove tre legioni

romane guidate da Varo furono distrutte dai guerrieri germanici sotto il comando di Arminio, la

politica imperiale mirò essenzialmente al consolidamento del sistema delle frontiere dell’impero, in

particolare di quelle orientali, più esposte alla pressione di popolazioni ostili dall’esterno. La

sostanziale rinuncia a ogni ulteriore tentativo espansionistico, salvo i pur importanti episodi

costituiti dalla conquista della Britanni meridionale sotto Claudio e della Dacia con Traiano, costituì

una svolta destinata a influenzare la successiva strategia militare dell’imepro e tale da incidere

profondamente sulla futura fisionomia della civiltà europea. Nell’organizzazione militare che ne

derivò si delineano gli aspetti di maggior interesse per noi : la composizione delle legioni e la loro

dislocazione rispetto al sistema provinciale, la separatezza tra esercito e società civile, e , infine, le

linee di comando che legavano le varie armate al loro supremo riferimento : princeps.

La dislocazione delle armate romane si situò essenzialmente fuori dall’Italia, dove furono

mantenute scelte coorti di pretoriani, costituite da poche migliaia di uomini in tutto che non

turbavano l’effettiva smilitarizzazione della penisola. Ancora a lungo, quanto già buona parte

dell’organico delle altre legioni era stato sostituito con elementi provinciali , le corti dei pretoriani

furno quasi eslcusivamente composte da italici. Il che si spiega anche col fatto che esse costituivano

una base privilegiata per un’ulteriore carriera, fornendo con i loro organici i quadri di comando

delle legioni. Nei due porti di Ravenna e di Miseno, vicino a Napoli, erano inoltre riparate le potenti

flotte militari, alle dipendenze dei che avevano il compito di garantire la sicurezza

praefecti classis,

delle coste italiche e, insieme di controllare il sistema di comunicazioni marittime e la sicurezza sia

dell’Adriatico che del Meditterraneo occidentale.

Secondo il carattere difensivo della strategia militare di questo periodo, in Iberia venne fortemente

diminuito l’ingente organico militare, ancora presente all’inizio del governo di Augusto. Lo stesso

fu fatto per l’Egitto , ormai pienamente sotto il controllo romano, mentre una maggiore

concentrazione di truppe fu conservata, oltre che in Africa , nella Numidia e in Mauretania, in

Palestina , in Sardegna , in Rezia e, infine , nella parte meridionale della Britannia, dopo la sua 148

conquista. Il grosso delle legioni tuttavia fu impiegato , a consolidare i confini dell’impero : a

difesa delle province della Germania superiore inferiore e della Pannonia, secondo il tracciato

disegnato dal Reno e da Danubio, sino alle delicatissime frontiere orientali, a difesa dei temibili e

mai domati Parti. Due corpi d’armate furono così sitauti nella Germania superiore e inferiore, uno

nel Norico e uno nella Mesia inferiore , mentre altre due armate si trovavano nella Pannonia

inferiore e superiore. Un’altra armata fu collocata in Dalmazia, e infine un’altra in Cappadocia, a

fronteggiare i Parti.

La lunghezza del servizio , la strategia prevalentemente difensiva, la conseguente dislocazione del

grosso delle armate in aree relativamente poco sfruttate e dove raramente sussistevano grandi centri

urbani, la stessa rigida disciplina militare e le tecniche romane che avevano sviluppato un sistema

molto efficace di insediamenti fortificati ove stanziare con sicurezza le legioni, erano tutti elementi

destinati a ingenerare un particolare isolamento degli eserciti. Essi vivevano in forma separata dalla

civiltà urbana e secondo logiche di autosufficienza. D’altra parte, se sussiteva il divieto per i soldati

di contrarre matrimonio , rendendo questa carriera ancora più diversa ed estranea dalla vita civile,

molti di essi stringevano unioni permanenti, dando luogo a verre e proprie famiglie di fatto che

vivevano anch’esse in questi isolati accampamenti militari. I governanti romani provvidero a

regolare queste situazioni , sanandole al momento in cui i veterani venivano licenziati dal servizio

attivo. Di tutti questi aspetti abbiamo un’importantissima serie di testimonianze epigrafiche a noi

pervenute con la scopera di piccole tavolette di bronzo nelle quali era inciso, insieme al nome del

singolo veterano, la parte del decreto imperiale con cui si stabiliva il congeto d’intere legioni o

corpi militari dopo il lungo servizio prestato. In esso si concedeva una serie importante di benefici :

anzitutto la cittadinanza romana a quei veterani che non fossero cittadini, legittimandosi altresì il

matrimonio con la convivente ( o anche un futuro matrimonio ) e sanando la posizione degli

eventuali figli come se fosero nati da giuste nozze, e quindi acquisendoli anch’essi entro la

cittadinanza romana. In tal modo, dopo il lungo e fedelede servizio, il veterano ormai

completamente romanizzato , veniva pienamente integrato, ma solo allora, nella comuntià politica

di Roma.

A ciò si aggiunge il rapido modificarsi della composizione delle legioni : se ancora all’epoca delle

guerre civili il loro organico era stato costituito dagli Italici, ben presto, il numero dei provinciali

s’accrebbe, diventando infine affatto maggioritario nella composizione complessiva delle armate.

Fù proprio l’esercito a costituire uno dei fattori maggiori di mobilità sociale. Da ciò l’accentuarsi

del valore di riferimento del princeps, il comandante supremo e il titolare della fedeltà di questi

soldati, in parte addirittura estranei alla cittadinanza di Roma e alle sue tradizioni.

Proprio il carattere di separatezza e di autosufficienza che finivano con l’avere i presidi militari ai

confini dell’impero divenne a sua volta un fattore di accelerazione nei processi di antropizzazione e

sfruttamento dei territori più marginali , costituendo altresì uno stimolo all’avvio di processi di

urbanizzazione. In effetti il processo di radicamento delle armate nelle aree da loro presidiate

contribuì alla progressiva formazione di insediamenti permanenti, legati a questi presidi militari

relativamente fissi, con profondi effetti sul territorio così investito.

Alcune delle città destinate a durare ancora in età moderna hanno avuto origine proprio in questi

contesti , con la loro capacità di attrazione della popolazione circostante.

Soprattutto a partire dalla metà del II e nel corso del III secolo d.C. , l’accentuarsi di tale forma

d’isolamento ingenerò molteplici problemi, inducendo un elemento di sospetto e di timore verno la

forza militare, pur da sempre concepita come forma indispensabile di difesa e di sicurezza, ma

avvertita come una realtà estranea dalle popolazioni locali . D’altra parte già da tempo questo

elemento era intervenuto nel gioco della politica in Roma, anzitutto per il ruolo che le corti di

pretoriani ebbero a giocare nel meccanismo della successione imperiale e nel controllo o nella

partecipazione ai complotti che portarono all’uccisione di alcuni imperatori. Dopo la fine della

dinastia Giulio – Claudia in più di un caso le armate provinciali sarebbero intervenute in questo

gioco , acclamando i loro comandanti come imperatori, pronte a sostenere le ragioni con la forza

delle armi. 149

Di qui la delicatezza del sistema di controlli e di direzione delle varie armate : esse erano dislocate

quasi interamente nelle procince imperiali. Il loro comando diretto era affidato a uomini di

immediata fiducia del principe, sia i legati imperatori preposti al governo delle province, sia legati

incaricati direttamente della direzione delle operazioni militari e delle campagne di guerra, sia

infine i comandanti delle singole legioni. Non solo , altri personaggi, sovente di rango senatorio,

erano inviati dal principe presso le legioni, sempre come suoi legati, con funzione di osservazione e

di controllo delle situazioni locali.

6. Il problema della successione

Uno dei punti più delicati del nuovo sistema era rappresentato dai meccanismi di perpetuazione e

trasmissione del potere. Augusto si preoccupo nel corso della sua vita dalla sua successione.

Non solo lui dava per scontata l’irreversibilità della nuova forma politica , ma questo non risolveva

il problema della successione nel potere, giacché la strada intrapresa escludeva l’instaurazione di un

regime monocratico con le connesse logiche dinastiche. D’altra parte abbiamo ben visto come la

somma dei vari poteri in cui si era sostanziata la figura del princeps fosse derivata da investiture

formali da parte del senato e dei comizi. Un’analoga investitura era quindi richiesta anche per il

futuro successore di Augusto.

Tuttavia una qualche logica < dinastica > soggiaceva alla struttura stessa e al tipo di organizzazione

delle forme aristocratiche repubblicane, con quella memoria di clan , quel richiamo agli antenati ,

quella trasmissione di ruoli e di eredità politiche e non solo economiche che programmaticamente

facevano acquisire alle nuove generazioni le posizioni politiche dei padri. E questa logica fu uno

degli strumenti al quale il principe si rivolse per programmare la propria successione, in ciò, in

fondo , facilitanto proprio dal fatto di non avere figli naturali di sesso maschile e pertanto di dovere

, non diversamente da quanto aveva fatto il suo padre adottivo - < inventare > un successore.

A tal fine egli seguì due schemi paralleli, ma distinti. Da una parte si rifece alle logiche ereditarie

proprie della società romana, investendo l’erede prescelto della rilevanza politica e sociale da lui

acquisita. Il matrimonio con l’unica figlia di Augusto , Giulia , divenne così strumento di

designazione politica . Questo avvenne sia nel caso di figlio della sorella di

M. Claudio Marcello,

Augusto , in cui l’opinione pubblica romana vedeva il successore designato , che , nel caso del suo

grande collaboratore, il fedelissimo sposato anch’egli alla stessa Giulia. Dopo la morte di

Agrippa,

Marcello, e di Agrippa ( più incerto appare , sotto questo profilo, il significato dell’adozione da

parte di Augusto dei due figli di Agrippa e Giulia, Gai e Lucio, come suoi diretti discendenti, quasi

a volerli ammettere alla successione : intento comunque vanificato dalla loro morte precoce )

nuovamente una simile investitura operarà nei riguardi di Tiberio, fatto anch’egli sposare a Giulia,

ed effettivamente destinato a succedere nel potere imperiale.

Ma, ancor più di ciò , ai fini dell’investitura politica, sempre nella logica < parentale > ora

accennata – dovette valere lo stesso meccanismo che era stato utilizzato da Cesare e su cui Augusto

aveva costruito la sua strada imperiale : , che fu effettivamente collaudata con cui si

l’adozione

sarebbe designata, nell’età d’oro del principato, una serie di imperatori, da Traiano a Marco

Aurelio. Caligola, al contrario , non fu adottato da Tiberio , nel testamento, ma solo indicato come

suo successore.

Malgrado ciò, la scomparsa del princeps ingenerava un vuoto istituzionale che occorreva colmare ,

giacché la successione dell’erede – testamentario, adottivo ecc. – concerneva la sfera privata dei

diritti, non la sfera pubblica. Lì essa aveva un importante valore morale e politico, sin dall’età

repubblicana, ma non sarebbe stato concepibile per l’erede < rivendicare > il potere imperiale come

avrebbe invece potuto rivendicare il patrimonio privato del principe defunto. Per questo , sin da

Augusto, intervenne un secondo meccanismo , accanto all’esaltazione dei vincoli familiari, ed

eventualmente adottivi, con il successore designato , che consisteva nella sua integrazione nella

sfera di potere e di governo durante la vita del predecessore. 150

E’ quelllo che avvenne in modo esemplare con Tiberio , con il suo coinvolgimento, negli ultimi

anni di vita del principe, nella titolarità dell’imperium proconsolare e della i due

tribunici apotestas

pilastri fondamentali su cui si era eretta la costruzione augustea, consolidando fortemente il

successore nel momento della scomparsa dell’imperatore in carica.

E, in fine, si trattava anche di attivare il meccanismo per trasmettere la stessa pienezza di poteri e di

ruoli del defunto al suo successore. Di qui il ruolo del senato e del popolo che erano stati, il

fondamento formale del sistema di poteri di Augusto. Era il senato infatti che, con un’unica

delibera, alla morte del principe, attribuiva al suo successore l’insieme dei poteri di cui era stato

titoalre il defunto. Il successivo intervento del popolo che, nel comizio , confermava tale delibera

aveva un valore meno netto. La complessa e lunga sequenza di riconoscimenti e attribuzioni che

Ottaviano era venuto concentrando nella sua persona al fine di costruire un nuovo assetto di poteri,

era in genere pasata attraverso iniziative, più o meno spontanee o servili, ma esclusive del senato.

Sin da allora l’intervento dei comizi era stato pretermesso. Si trattava dunque, con Tiberio e poi con

gli altri successori, di delibere in blocco e sin dal primo momento l’intero < pacchetto > di quei

poteri e facoltà che si erano venuti concentrando nel corso di decenni nella persona di Augusto Nel

corso del tempo la delibera del senato avrebbe assunto la forma compiuta di una vera e propria lex

de imperio.

Vespasiano ascese al potere imperiale con la forza delle armi, alla testa delle sue legioni, dopo un

anno particolarmente drammatico per la storia di Roma, allorché , dopo l’uccisione di Nerone ad

opera dei pretoriani, si erano avuti ben quattro imperatori, acclamati ciascuno del proprio esercito o

dal senato, a contendersi con la forza il potere supremo. Allora, mancando ogni forma di

designazione da parte del predecessore, l’investitura imperiale fu conferita dal senato con un

, trasformato in legge comiziale. Il testo della è a noi

consultum lex de imperio Vespasiani

pervenuto in parte attraverso un’epigrafe, ed evidenzia l’attribuzione in blocco, al nuovo designato ,

dell’insieme di poteri e facoltà che Augusto era venuto concentrando nella sua persona, nel corso

degli anni, e trasmesso poi al successore. La doppia partecipazione del senato e del popolo richiama

la base formale dell’investitura, a cui tuttavia non poteva mancare la forza militare.

D’altra parte, a ricordare il persistente fondamento militre del nuovo sistema di governo, le truppe

imperiali, soprattutto i pretoriani, venivano a giocare un ruolo sostanziale che si esprimeva nella

loro acclamazione del nuovo imperator : qui l’intreccio di rapporti di forza e di rivendicazioni di

ruoli antichi o nuovi che si evidenzia nei momenti di crisi , quando appunto la caduta improvvisa di

un imperatore escludeva un’ordinata e programmata successione al vertice imperiale.

Il problema della successione restava così latente, riesplodendo tuttavia in modo anche molto acuto

in tempi diversi. Esso apparve particolarmente evidente al momento in cui la sequenza cripto –

dinastica della stirpe Giulio Claudia venne a interrompersi definitivamente con l’uccisione di

Nerone. Allora infatti la presenza di diversi organi che rivendicavano un ruolo costitutivo

nell’investitura del princeps e la contesa di più aspiranti al potere sfociò, come si è detto , in un vero

e proprio scontro militare. Ed è questa incertezza nei meccanismi formativi del nuovo principe, la

ragione non ultima delle violente lotte che , in un quadro assai più generalizzato di crisi, segnarono

il tramonto del sistema del principato. Ma con ciò siamo già in pieno III secolo d.C. , allorché era in

incubazione una compiuta trasformazione dell’antico edificio imperiale

Capitolo quindicesimo : La matura fisionomia dell’ordinamento imperiale

1. Una strada già segnata

La morte di Augusto , nel 14 d.C. fu seguita da complesse e mutevoli vicende .

Tra gli immediati suoi successori, appartenenti alla famiglia ( in senso lato ) di Augusto si stagliano

da un lato , dall’altro Drammatica appare , nel complesso, la vicenda del primo,

Tiberio Claudio. 151

designato alla successione di Augusto solo tardivamente. Figlio della potente moglie del principe,

Livia, Tiberio Claudio Nerone, legato agli antichi valori repubblicani di quell’aristocrazia guerriera

cui apparteneva per nascita ed educazione, sembra aver esitato ad accettare il potere imperiale. E

tuttavia , forse anche il peso di questi legami ideali, malgrado la sua intenzione di ridare spazio alle

logiche repubblicane, valorizzando anzitutto il ruolo del senato, il corso degli avvenimenti e la sua

stessa condotta portò a esiti oppossti. Sotto il suo regno si accentuarono infatti gli aspetti autoritatiri

del nuovo sistema di governo, anche in ragione del ruolo negativo, ma determinante, del suo

Quersti potè sfruttare il lungo, volontario isolamento del principe, a

praefectus pretorio, Seiano.

Capri, per infierire sul ceto senatorio e sinanco sulla famiglia imperiale. Ancor più significativo,

però è il fatto che la caduta e l’uccisione di quest’ultimo , su ordine dello stesso Tiberio , non

comportasse né un ridimensionamento dei dilatati poteri che era venuto assumendo quest’alto

ufficio, né soprattutto, un’effettiva rivalutazione del senato.

Bravo generale e attento amministratore, Tiberio contribuì , negli anni del suo governo, a risanare la

difficile situazione finanziaria dell’impero e a consolidare la strategia militare già delineata da

Augusto. Si precisò allora infatti la complessiva riconversione della potente macchina militare

romana in funzione difensiva delle frontiere esterne : , completando il disarmo di gran parte

il limes

dei territori provinciali, ormai stabilmente pacificati. La struttura difensiva del sistema militare

romano non venne smentita neppure nel caso della vigorosa reazione che si ebbe sul fronte

germanico, anzitutto a vendicare l’umiliazione subita a Teutobugo , sotto la guida di gemanico. Era

questi un altro discendente della stirpe Giulio – Claudia e figlio adottivo dello stesso Tiberio , ma a

lui premorto per un’oscura vicenda.

Più innovativo appare invece il governo di Claudio, dopo i pochi anni turbolenti di Caligola. Non

solo con questo erudito imperatore si ebbe una singolare, anche se limitata, ripresa

dell’espansionismo territoriale romano con la conquista della parte meridionale della Gran

Bretagna, ma soprattutto si realizzò allora il primo significativo potenziamento della macchina

amministrativa imperiale. Da un lato si avviò il primo serio coinvolgimento, in essa, del ceto dei

giuristi, dall’altro la burocratizzazione degli uffici di governo favorì l’impiego sistematico, come

quadri operativi, anche a livelli piuttosto elevati di responsabilità , dei liberti imperiali. Questo fatto,

insieme al dilatarsi della sfera di competenza di questi stessi uffici, contribuì a limitare

ulteriormente gli spazi del senato, giustificando la latente ostilità che molti suoi membri nutrivano

per questo imperatore.

Tuttavia è da sottolineare come a questo indebolimento dei suoi ruoli politici corrispondesse, con

Claudio , un incremento di funzioni del senato nel campo legislativo. Si ebbe infatti allora un vasto

sviluppo di quei senatoconsulti che, come sappiamo, si sostituirono allora alle antiche leges,

costituendo uno strumento prezioso per la politica imperiale di innovazione e di correzione

dell’antico sistema giuridico romano. E’ probabilmente il frutto dell’attenzione con cui Claudio

seguiva il governo dell’impero anche la prima persecuzione dei cristiani. E’ un punto che non può

essere trascurato , giacchè la storia della predicazione cristiana e della sua progressiva

affermazione, in alternativa al paganesimo antico, ma anche ad altre grandi religioni di salvezza,

anzitutto quella giudaica, era destinata a incidere in profondità non solo sulla società romana, ma

anche sulla forma Imperii.

Non è casuale la figura cruenta degli altri due esponenti della stirpe Giulio - Claudia : Caligola e

Nerone. Essa fa pensare infatti alla presenza di sostanziali equilibri . E che comportavano, in ultima

analisi un effettivo, anche se sotterraneo controllo del potere imperiale, che scattava proprio quando

questo tendeva ad accentuare eccessivamente un carattere autocratico o a mostrarsi impari a grandi

compiti assunti. V’erano insomma dei limiti indeterminati ma reali, che difendevano la sicurezza

dell’impero e la persistenza del compromesso augusteo, che non potevano esser superati senza

stimolare congiure e complotti di palazzo, alla fine, coronati da successo.

Di Nerone si deve tuttavia ricordare un’importante riforma nel campo monetario che modificò il

preesistente rapporto tra monete auree e d’argento , a favore di queste ultime. Questo avvantaggiò il

ceto dei piccoli e medi proprietari e i militari rispetto ai grandi patrimoni, beneficiari pressoché 152

esclusivi della circolazione aurea. Fu una riforma che sopravvisse a lui, giacché il corso così

definitivo si rivelò eccezionalmente stabile, destianto a durare sino quasi alla fine del II secolo d.C.

E’ interessante notare che i contendenti , pur radicati, salvo Galba, nell’apparato militare , in genere

ai vertici dei vari eserciti dislocati nelle province, fossero tutti d’origine senatoria e appartenenti alla

nobilitas romana. Diversamente appunto da colui che riuscì a succedere definitivamente nel potere

imperiale, Tito Flavio Vespasiano, un fattosi strada nei comandi militari , appartenente

homo novus

a una famiglia sabina della tipica borghesia italica.

2. Il principato dei Flavi

L’ascesa al potere di segnava a sua volta una rottura importante con la precedente

Vespasiano

tradizione, derivando completamente dall’acclamazione e dal sostegno delle truppe che comandava

in Giudea. Tanto più che proprio da quell’evento egli fece datare l’inzio del suo impero , e non dal

giorno del successivo riconoscimento del senato. Il testo del relativo senatoconsultoè in gran parte

a noi pervenuto in un’epigrafe oggi nel Campidoglio, in cui si conferiva in blocco, al nuovo

principe, la somma dei poteri accumulati da Augusto e dai successori.

Grande amministratore, personalità autoritaria e autorevole, Vespasiano appare la figura più

importante emersa dopo Augusto. Ancora una volta le virtù private divenivano il riferimento

pubblico : in primo piano si imponevano ora i valori tradizionali di quel mondo municipale da cui

Vespasiano proveniva : sapienza contadina, abitudine al risparmio e al duro lavoro, cautela e

tenacia. Le origini del nuovo imperatore segnano pertanto un netto distacco dalla precedente

stagione, dando una fisionomia nuova al governo imperiale : dove l’attenzione per

l’amministrazione e il funzionamento ottimale della sempre più pesante macchina di governo

prevalse integralmente rispetto all’antica aristocratica, un impasto di lusso e arroganza guerriera,

della vecchia nobilitas di cui i Giulio – Claudi erano stati espressione. In effetti, il governo di

vespasiano sarebbe stato tacciato di taccagnaria dai contemporanei, abituati ai pubblici fasti dei

predecessori : taccagneria salutare, peraltro, per le finanze imperiali e, più in generale, per le

condizioni dell’economia italica e provinciale. Il suo accanimento nel risanare e potenziare le

finanze pubbliche è attestato, tra l’altro, da una prolungata lotta per recuperare all’erario quelle parti

di terre pubbliche restate indivise ma fruite dalle varie comunità o dai privati ( ).

subveseciva

Questa azione suscitò non pochi malumori e resistenze e solo in parte ebbe successo. Essa tuttavia

produsse , sempre indirettamente, un rilevante risultato, dando luogo alla complessiva ridefinizione

delle strutture territoriali dell’impero e stimolando conseguentemente il lavoro sistematico da parte

di quegli agrimensori le cui opere sono pervenute sino a noi. Anche qui, tuttavia, l’opera di

Vespasiano riprendeva e svilupava l’azione che si era realizzata, sia con la generalizzata

sistemazione degli ordinamenti municipali , sia in occasione dei suoi censimenti, una colossale

rilevazione dello stato materiale dell’Italia. Al quadro conoscitivo dello stato dei territori, città,

proprietà fondiarie, assetti municipale, mappe catastali, allora realizzatosi, per molto tempo, si

sarebbe poi fatto costante riferimento.

Alla piena integrazione italica, acquisita negli anni di vespasiano e dei suoi successori, i figli Tito e

Domiziano, si accompagnò un salto in avanti dei processi di assimilazione delle popolazione

extraitaliche. E’ soprattutto da sottolineare, a tal proposito, la rapida romanizzazione delle elites

provinciali , prima forse nelle regioni occidentali, proprio per la minor capacità di resistenza delle

tradizioni locali, rispetto alla civiltà ellenistica, di fronte alla forza dissolutrice e rinnovatrice dei

modelli romani. Essa aveva già conosciuto un’accelerazione sotto il principato di Claudio , con

l’ascesa di alcuni esponenti nei ranghi del senato romano. Ora si accentuò e si generalizzò tanto che

, con la fine della dinastia Flavia, al governo imperiale sarebbe salito , dopo il breve e nobile

interregno di Nevra, il primo imperatore d’origine provinciale : Traiano . Va sottolineato come lo

strumento privilegiato di tali sviluppi fosse stata la generosa concessione del ius Latii a molte città

provinciali , si tratta di quei numerosi municipi Flavi che si incontrano soprattutto in Spagna , con il

153

conseguente ed esteso meccanismo di assimilazione anche giuridica così messo in moto, e la

contestuale ascesa alla cittadinanza romana degli amministratori locali.

Con Vespasiano si corresse poi un particolare , ma importante , meccanismo della strategia

difensiva dell’impero. Essa si era fondata, in precedenza , sulla persistenza di un insieme di piccoli

stati dipendenti, ma autonomi ,ad ammortizzare in parte la pressione dell’esterno. Questa politica fu

ora abbandonata, sostituita dalla generalizzata estensione del sistema provinciale , che inglobò gli

antichi staterelli semi – liberi . Ne derivò una indubbia semplificazione delle linee difensive

dell’impero, ma anche un certo qual loro irrigamento, che a sua volta richiese una ricollocazione

delle armate provinciali , sempre più spostate verso i confini esterni. Di qui l’ulteriore

potenziamento di questi, anche mediante la valorizzazione delle grandi barriere naturali, come il

Reno e il Danubio nel mondo germanico, del resto già ben presenti nella precedente storia militare

di Roma. D’altra parte l’ancor limitato aggravio di spesa che queste innovazioni strategiche

comportarono fu agevolmente sostenuto dall’accorta politica finanziaria di Vespasiano.

Il nuovo assetto difensivo era destianto a un duro e quasi immediato collaudo sotto il regno del

figlio di Vespasiano, Negli ultimi anni del secolo infatti si accentuò la pressione sui

Domiziano.

confini delle popolazioni germaniche e slave, impegnando lo stesso Domiziano in una serie di

campagne ininterrotte sulle frontiere germaniche e a difesa della Mesia, in un quadro di crescente

difficoltà . In quell’occasione il nuovo principe aveva mostrato grandi capacità militari, che si

sommarono alle sue indubbie qualità di amministratore. In particolare come proprio ad opera sua si

avesse un primo tentativo d’intervento pubblico a sostegno dell’agricoltura italica che aveva

rivelato i primi sintomi di crisi. Ciò che fu attuato con veri e propri provvedimenti protezionistici.

Tuttavia ciò non evitò che sotto di lui s’accentuassero le tensioni con il senato, sia per il suo

indubbio autoritarismo, espresso anche dall’utleriore sviluppo da lui dato all’amministrazione

imperiale, sia per le stesse aperture da lui intraprese.

In effetti il complotto che portò al suo assassinio, intervenuto dopo vari anni di regno, sembra frutto

della singolare saldatura tra l’opposizione dei circoli più conservatori della nobilità senatoria e

quella delle componenti più innovatrici della società romana, influenzate dai circolari giudaici e

cristiani ( ancora tra loro confusi ). Il ruolo di queste ultime rende così evidente il progresso fatto,

già dai tempi di Nerone, dalle nuove religioni, malgrado proprio sotto Vespasiano , al diretto

comando di Tito , si fosse effettuata una severa repressione della rivolta giudaica, con la distruzione

del Tempio di Gerusalemme, e la dispersione del popolo ebraico. Anche questo, un aspetto gravido

di conseguenze future. La morte di Domiziano segna l’estinzione dei Flavi e ridava spazio al senato

di cui fu infatti espressione il successore : l’anziano Marco Cocceio Nerva.

I ripetutti richiami ai Giulio- Claudi , e ora ai Flavi, ci permettono di megli apprezzare il modo

ambiguo e contraddittorio con cui , sin da Augusto, era stato presente, senza divenire mai un

carattere fondante del principato, l’elemento dinastico.

Un elemento che, era stato ereditato dalla tradizione gentilizia della vecchia nobilitas, dove sostanze

economiche e patrimoni politici appaiono tramandarsi per generazioni secondo una logica di

lignaggi. Nel corso del primo del principato questo aspetto venne progressivamente a modificarsi e

ad accentuarsi sotto la pressione soprattutto dell’elemento militare, così incisivo ormai nei problemi

di controllo e trasmissione del potere. La fedeltà dei legionari, reclutati tra i ceti più marginali della

società romana - italica se non in ambito provinciale, tra individui romanizzati da poco o ancora

estranei alla cittadinanza romana, più che alla forma impersonale della res publica, era legata

all’immagine forte e rassicurante dei loro comandanti e del principe che essi servivano. Una fedeltà

che passava ai discendenti immediati di questi, alla sua mote.

V’è un altro aspetto che evidenzia il rilievo semi – pubblico dei vincoli familiari del princeps e che

contribuisce a illustrarne l’ambigua fisionomia istituzionale. Ci si riferisce alla particolare posizione

dei suoi più immediati parenti per linea agnatizia.

E’ vero che quasi tutti gli imprenditori di questo primo periodo, dallo stesso Augusto agli Antonini,

pur carichi d’autorità e di potere , avevano deliberatamente evitato qualsiasi atteggiamento che

potesse sancire una superiorità formale rispetto ai membri della elite senatoria. Alcuni, come 154

Augusto, avevano perseguito molto attentamente una scenografia destianta a sottolineare la

semplicità di vita del princeps, anche nelle sue relazioni sociali. Ancor più rilevante della realtà

effettiva appare pertanto l’insieme di oneri tributati ai membri maschili della famiglia imperiale e ai

più eminenti personaggi femminili.

Senza definire formalmente il carattere della < casa regnante > in termini monarchici, si era attuata

quella che chiamerei una < istituzionalizzazione pubblica del rispetto sociale> , definendo la

collocazione affatto particolare della domus Augustea.

Il principio dinastico , comunque, non divenne mai totalmente dominante per il persistente peso del

senato, come componente essenziale della formazione del potere supremo, confermato ancora

dall’ascesa di Nerva. Quest’ultimo imperatore contribuì a potenziare un meccanismo già

sperimentato , quello dell’adozione, sino a farne la base di un sistema d’investitura nel potere di

carattere, diciamo < cripto dinastico >.

Un grande modello destinato a funzionare per quasi un secolo, che apparve unica vera possibile

alternativa alla perdurata libertas, ormai non più ripristinabile, conciliando i valori antichi alle

esigenze del presente e riuscendo a integrare nuovamente i valori della migliore tradizione

senatoria.

3.Il governo dei migliori e la militazione dell’impero

Per una serie di circostanze favorevoli, in parte meramente contingenti, in parte frutto dei

continuamente varianti equilibri tra principe, esercito e senato, la successione imperiale, nel corso di

quasi un secolo , fu così sottratta a un’immediata logica familiare per realizzarsi in base a quella che

si tendeva a rappresentare come la designazione dei più meritevoli. Nella linea di successione che

va da Nerva a Traiano, poi ad Adriano, da questi ad Antonio Pio, sino a Marco Aurelio, non

intervenne un rapporto di parentela, se non con la finzione costitutiva dal consueto meccanismo

dell’adozione, accompagnato talora dall’ammissione, già in vita del principe, del successore

designato alla partecipazione al potere imepriale.

In verità , in questa idea dell’investitura disinteressata dell’optimus con la subordinazione

princeps,

degli interessi privati ai valori della res publica, vi è motlo di costruito. Lo comprendiamo

riflettendo sulla complessità dei giochi, delle influenze politiche, dei rapporti d’alleanza che

finirono spesso, se non col condizionare le scelte del principe, almeno con l’influenzarle, e non

poco. E il punto forse più interessante, a farci cogliere ancora una volta il carattere non univoco

dello sviluppo storico, è che buona parte di questi fattori ebbero modo di dispiegarsi all’interno di

quel terreno particolare – pubblico e riservato insieme – costruito dal senato romano.

Ciò che, per ci aiuta a comprendere alcuni motivi della persistente importanza di tale

incidens,

organismo, dove, appunto, trovavano il loro riferimento molteplici forze solitdamente agganciate

alle loro radici regionali e provinciali, oltre che ai vertici militari. E dove ricorrono nomi gentilizi,

di recente origine, magari , ma destinati poi a riemergere, dopo due o più generazioni , al vertice

dell’impero.

Resta alto , nella memoria collettiva , e con un forte valore unificante, il prestigio del principato di

traiano, anzitutto per la rinnovata immagine di forza associata ai suoi notevoli successi militari.

Allora, infatti, com’è noto , s’ebbe l’ultima stagione di conquiste, con l’acquisizione della Dacia che

non venne tuttavia completata con il più generale definitivo consolidamento dei confini orientali,

giacché l’imperatore non riuscì a realizzare una vittoria decisiva sui tradizionali nemici, i Parti,

lasciando aperto un fronte su cui si sarebbero consumate le forze degli imperatori successivi.

Molto razionamente il suo successore , Adriano, preferì dunque tornare alla orami tradizionale

politica di consolidamento dell’esteso limes romano, non esitando ad arrestrare la presenza romana

dove ormai essa appariva insostenibile. Figura singolare e infaticabile di viaggiatore, divorato da

una curiosità irrequieta e profondamente permeato della cultura ellenistica ( si ricordi che la lingua

di cultura dei Romani dell’epoca era il greco ), Adriano percorse ripetutamente tutte le più remote

province e località dell’impero , mobilitandone le energie e stimolandone lo sviluppo urbano e 155

sociale. Né a ciò si ridusse la sua azione , anzi ancor più importante e fruttuoso appare il suo

impegno, a sviluppare ulteriormente l’apparato di governo. E’ opera sua la precisa definizione dei

tipi di carriera e delle retribuzioni dei vari funzionari , secondo una gerarchia che corrispondeva a

quattro livelli stipendiari, si sessanta , cento , duecento e trecento mila sesterzi annuali. Un altro

passo in direzione della progressiva < statizzazione > dell’organizzazione così costruita, e alla

conseguente perdita di quell’ambiguo carattere di burocrazia semi – personale del principe, fondata

sulla fides, fu la scomparsa, sotto di lui, dei liberti dal vertice degli uffici imperiali , accresciuti

invece nel loro organico.

Anche qui ne venne a beneficiare esclusivamente uno dei pilastri del nuovo potere : l’ordine

equstre. In questa stessa direzione si colloca l’accentuata presenza dei giuristi adrianei nella

burocrazia imperiale, da lui favorita, coerentemente del resto, alla codificazione dell’editto del

pretore, effettuata su ordine dal più grande giureconsulto dell’epoca : Iniziativa che

Salvio Giuliano.

segnò una svolta definitiva nella politica del diritto dell’età imperiale, concentrando nel nuovo

potere quei ruoli innovativi che erano stati propri dei diversi protagonisti della vita giuridica

repubblicane. Ma per ciò stesso accentuando la complessiva giuridizzazione della forma Imperii, di

cui aspetto forse non meno rilevante fu la centralità assunta dal . Il

consilium principis

potenziamento di quest’organo centrale dell’apparato imperiale contribuì indubbiamente a

un’azione di governo più coerente e organica.

E’ altresì ad opera di questo imperatore che si giunse a definire anche il complessivo organico dei

vertici delle carriere burocratiche aperte all’ordine equestre. Il loro numero eccedeva di poco il

centinaio ( tuttavia elevato a circa 180 nell’età dei Severi ). Un grande organico, se consideriamo la

storia precedente, eppure ancora infinitamente ridotto rispetto alle logiche di un moderno apparato

burocratico.

Il governo centrale, sotto Antonio Pio e Marco Aurelio, non avrebbe conosciuto grandi innovazioni

: si trattò dell’ultima fase < alta > dell’impero prima che crescenti difficoltà interne ed esterne ne

modificassero la condizioe complessiva. Ma già allora, forse si sarebbe potutto avvertire qualche

preoccupante scricchiolio. E’ vero infatti che in quell’epoca lo sviluppo della civiltà ubana sembra

essere giunto al suo zenith : tra l’altro basta ancor oggi percorrere le coste del Mediterraneo o anche

altre aree, più interne all’Europa occidentale, o entrare in uno degli innumerevoli musei in cui si

conservano le tracce del mondo romano per percepire, anche visivamente, la forza di un insieme di

tradizioni artistiche, ma anche di tecnologie, di forme d’organizzazione industriale e la base

economica, che sembrano coagularsi nella costruzione di un irripetibile ideale di vita civile. Tutto

ciò era anche l’effetto del generale riequilibrio tra centro e periferia affermato con l’ordinamento

imperiale.

In effetti, malgrado le molte difficoltà, ancora lo splendore è grande nell’età che va da traiano ai

primi anni di Marco Aurelio, la sicurezza elevata e l’impero esprime ormai una signoria pacifica e

universale : il meriggio dorato di un lungo giorno che , nella memoria dei posteri, sembrò

identificarsi, secondo la suggestiva visione di Gibbon , nella stagione di più felice, non solo di

Roma, ma addirittura dell’intera storia del genere umano. In questo impero era ormai definitivo il

bilinguismo , anche culturale, dove non più solo il latino, ma anche il greco erano le lingue ufficiali,

assicurando la conservazione di un enorme patrimonio intellettuale. Un carattere che esprime

l’universalità e l’integrazione su cui esso si fondava.

E tuttavia già prima della crisi che si aperse negli ultimi anni di Marco Aurelio , erano

probabilmente insorte , seppure in modo episodico e ancora iniziale, le prime avvisaglie

dell’indebolimento finanziario della civiltà municipale ancora in piena fioritura. Non è facile

comprendere il significato reale di quei processi d’indebitamento che appaiono, allora, in taluni

corpi municipali, nonché la portata e il significato degli interventi effettuati dalle autorità centrali

per controllare e frenare la spesa. È indubbio tuttavia che la notevole autonomia finanziaria del

sistema municipale ( responsabile, tra l’altro, anche per l’esazione fiscale a favore del governo

centrale ), fosse destianta allora, o negli anni immediatamente di seguito, a entrare in crisi per gli

156

accresciuti squilibri e i crescenti processi d’indebitamento che caratterizzarono la situaizone della

maggior parte di tali comunità.

Tra l’altro occorre ricordare come le economie municipali, sin dall’inizio, si fossero parzialmente

fondate sulle contribuzioni semi – volontarie dei vertici sociali delle varie comunità.

Sappiamo infatti come una parte del finanziamento delle attività e degli investimenti d’interesse

pubblico fosse assunta direttamente dai più ricchi tra i cittadini, secondo la pratica di

quell’evergetismo così diffuso nel monto antico.

Anche questo meccanismo sembra tuttavia incontrare le sue prime difficoltà , proprio in questo

periodo.

Tra l’altro è abbastanza probabile che su di esso pesasse l’accresciuto fabbisogno delle comunità ,

indotto a sua volta dalle spese eccessive, favorite anche dagli esempi di opulenza di donatori più

ricchi o più dissipatori. Il risultato comunque fu il progressivo allontanamento dalle cariche

pubbliche ( che impegnavano appunto i titolari a largizioni e spese in funzione del loro ufficio ), con

le scuse più diverse, delle elites locali, preoccupate di salvaguardare la loro stessa consistenza

economica. Tale atteggiamento, già delineatosi nell’età del pieno splendore sotto il governo di

Adriano, rese il necessario intervento imperiale per impedire o frenare questa fuga, talora con veri e

propri mezzi coercitivi. La salvaguardia dello stesso sistema municipale passava infatti attraverso la

disponibilità di adeguati organici per i vari collegi e le magistrature delle città dell’imepro. E’ in

questo contesto che, a partire da Traiano e in modo sempre più capillare nei due secoli successivi, si

dovettero approntare sistemi di controllo della politica finanziaria delle singole città. Ad essi è

collegata l’introduzione, al vertice cittadino , del curator civitatis, con responsabilità e poteri di

controllo in questo settore.

Si tratta comunque, ancora, di ombre lievi, che si aggravarono peraltro nel corso del regno di Marco

Aurelio, l’autore di un diario così carico di un’etica austera, ispirato alla più alta tradizione

filosofica greca. Si concluse allora la fase alta dell’impero , non solo dissanguò ulteriormente le

foze dell’impero, ma fece penetrare nei suoi territori una micidiale pestilenza destianta, nel corso di

più di un ventennio, a cambiare la faccia di motle città e territori , incidendo in profondità sugli

organici della popolazione.

La crisi demografica e i dissensi derivanti da tale piaga contribuirono, insieme alla diminuita

disponibilità di risorse umane sia per l’economia che per l’esercito , ad una grave crisi economica.

Essa s’espresse anzitutto in una prolungata inflazione, legata attraverso rapporti tuttora discussi, alla

svalutazione del valore intrinseco della moneta ( si ricordi che in un regime di circolazione

metallica esso era correlato al valore del metallo in questa impiegato). In effetti si trattava di

processi in parte resi inevitabili dalle esigenze finanziarie dell’amministrazione imperiale, non più

sostenute da una sufficiente base di ricchezza prodotta. Il calo demografico ora ricordato può a sua

volta contribuire a spiegare, con la mancanza di nuove leve per l’esercito, un parziale mutamento

dei criteri d’arruolamento nelle legioni romane. Allora iniziarono infatti a essere reclutati addirittura

barbari appena assimilati o semplicemente emigrati all’interno dei confini dell’impero.

Un’ altra innovazione destinata a persistere nel tempo e ricca di esiti ambivalenti.

Marco Aurelio, infine , ruppe la catena di adozioni che aveva permesso , se non ai più meritevoli in

assoluto, almeno ad amministratori già collaudati, di pervenire alla suprema carica imepriale.

Infelice però fu la designazione di suo figlio, del tutto indadeguato, destianto così ad

Commodo,

aggravare la crisi dell’impero. Peraltro la sua soppressione in seguito a una congiura e il successivo

assassinio di Petinace, suo successore , da aprte dei pretoriani, bramosi di più ricchi compensi,

segnano l’esplosione di una crisi politicva , che negli ultimi anni del II secolo, mise l’immenso

potere imperiale alla mercé dei pretoriani e del popolaccio di Roma sempre più avido di feste e

donativi.

La risposta non poteva che avvenire in termini militari, ad opera delle legioni impegnate nella

sempre più difficile difesa delle frontiere di Roma. Essa si espresse con l’ascesa al potere imperiale

di ancora una volta acclamato dalle sue truppe. Questi era un valido comandante

Settimo Severo,

militare, appartenente all’aristocrazia neopunica, ormai estraneo a non pochi aspetti di quella civiltà

157

che egli tuttavia aveva ereditato e avrebbe difeso con efficacia. Con lui e con i suoi successori il

problema della difesa delle frontiere e la necessità di assicurare una sufficiente forza militare ( e il

conseguente reperimento dei fondi a ciò necessari ) , più che dominante , divenne pressoché

esclusivo. Soprattutto perché né l’economia né le condizioni demografiche dell’imepro si erano

riprese. Il che aveva reso più oneroso il carico fiscale, estesosi ormai anche all’Italia che, sino ad

allora, aveva goduto l’antico privilegio dell’immunità fiscale.

Così , sotto il suo successore, Caracalla, sarebbe passata quasi inosservata l’estensione della

cittadinanza a quasi tutti gli abitanti dell’impero, legata probabilmente alla politica fiscale di un

apparato sempre più costoso gravante su una base economica sempre più ristretta.

Con Settimo Severo possiamo considerare concluso , in linea di massima, il lungo percorso iniziato

da Augusto e che aveva avuto, soprattutto con Adriano, un momento importante di chiarificazione e

consolidamento. Attraverso un sistema di governo fondato sulla progressiva concentrazione del

potere nella figura del principe e sul funzionamento di una complessa macchina burocratica –

militare , da lui dipendente, ma dotata di una logica propria, l’ambiguità iniziale ormai si era

dissolta. Probabilmente a partire da Adriano , e ancor più con l’ulteriore sviluppo intervenuto

sopratto con quell’altro grande amministratore che fu Settimo Severo, possiamo affermare , sulla

scia di Mommsen e di Nicolet, che avesse ormai preso consistenza reale il nucleo fondante di ciò

che noi indichiamo con il termine < >.

stato

In questo ordinamento sovrano l’antica permeabilità che aveva caratterizzato la società e le

istituzioni di Roma facendo di essa uno straordinario popolo d’attrazione si era venuto trasformando

in una dimensione universale i cui echi sono ben presenti nella riflessione antica. Viene

immediatamente alla memoria l’economio di che delinea la grande casa comune entro

Elio Aristide,

cui fioriscono e coesistono strade e civilità diverse, o il discorso di Claudio al senato che spiega

lucidamente la forza di una tradizione politica in grado di assimilare i vinti e di trasformarli in una

nuova componente dei vincitori, partecipi del loro stesso governo. In effetti appare così concludersi

la fondamentale novità , che senga il vero spartiacque con il mondo antico ( e non solo ), rendendo

diversa la storia di Roma : la rottura dei vincoli di sangue , delle mere lealtà tribali, dal

particolarismo etico nella costruzione della comunità politica. Che gli stranieri conquistati

progrediscano per statuti successivi, prima latini, poi cittadini, che gli schiavi siano assorbibili

all’interno della comunità dei liberi, e che i loro figli possano nascere < ingenui> come i figli degli

aristocratici romani era un fatto nuovo. Come nuova era l’assenza di ogni barriera , di qualsiasi

preclusione di partenza data dalla nascita o dall’appartenenza etica e religiosa. A loro volta i

meccanismi legali che avevano reso possibile tutto ciò furono un fatto irrevocabile per gli stessi

Romani, da loro cosnervati nel corso di un vasto processo storico che finì col coinvolgere tutti i loro

immensi domini. Con ciò essi avevano introdotto un elemento nuovo, profondamente estraneo e

diverso da quella separatezza insuperabile tra razza dominante e razza soggetta che ha segnato il

vero limite dell’altra grande esperienza imperiale dell’età moderna : quella britannica, ma che, su

basi affatto diverse, ritroviamo in parte anche in altri grandi imperi come quello ottomano.

Era una costruzione, dominata dal diritto e plasmata dalle sue forme : non nel senso di una

democrazia , che in Roma non vi è mai stata , né dalla logica astratta di una che in sé

rule of Law

era estranea all’esperienza romana del potere. Ma dove la costante attenzione alle regole e il

riferimento a criteri generali rendeva questa costruzione tanto diversa da quella degli altri grandi

imperi e regni antichi. La rendeva più < moderna >, realizzando le premesse e accumulando il

materiale in base a cui, in seguito e in altro contesto storico, gli eredi europei avrebbero potutto

costruire la moderna idea di < stato >.

Non è del resto casuale che la conclusione di tale processo, sotto Settimo Severo, abbia coinciso con

l’ulteriore potenziamento dell’apparato burocratico e con il massimo coinvolgimento, in esso , del

ceto dei giuristi.

4.La forma della sovranità 158

Non che, in apparenza almeno, il fondamento sociale di tale costruzione fosse granché mutato dai

tampi di Augusto o di Claudio. Ancora nell’età dei Severi le strutture portanti appaiono essere ancor

più le armate romane da un lato, i vertici del governo e dell’amministrazione dall’altro, ancora

identificati con il ceto senatorio ed equestre. Anche allora, pur essendo molte cariche riservate a

esponenti dell’ordine senatorio, il maggior numero di esse continuava a essere affidato a membri

del ceto equestre : il grande serbatoio per il goveno imperiale. Che era pure, l’ambito in cui i circuiti

provinciali primariamente si saldavano con le strutture sociali romano – italiche, assicurando quel

proceso di circolazione e assimilazione.

Il lavoro negli uffici imperiali era infatti , con la carriera militare, lo strumento di crescita sociale di

questi ceti.

D’altra parte sarebbe affatto erroneo interpretare la società imperiale in base all’idea di una radicale

estraneità dell’aristocrazia senatoria dai grandi apparati pubblici , sia civile che militare, al diretto

servizio del principe.

Nel parlare del senato nell’età di Settivo Severo, dobbiamo ricordarci che ci riferiamo a una

composizione sociale – altri nomi, stirpi , storie familiari, da quella prevalente, non dico in età

augustea, ma neppure ai tempi di Vespaziano.

Dai ranghi del senato erano totalmente scomparsi gli esponenti delle antiche genti patrizie e ormai

erano rarissimi anche i membri dell’antica nobilitas . Il suo organico era ormai

patrizio – plebea

costruito in larghissima maggioranza dai vertici militari e burocratici dell’impero. Ed è qui che si

rifletteva la presenza massiccia di esponenti delle aristocrazie provinciali che sempre più fornivano

i quadri di queste carriere. L’ascesa di nuovi gruppi sociali e di esponenti di aree periferiche ai

vertici della piramide sociale era infatti destinata a tradursi , presto o tardi, nella sanzione finale

costituita dal loro inserimento nell’ordo equestre o addirittura in quello senatorio. Ma è proprio

questa rinnovata composizione del senato a spiegare perché esso fosse restato ancora, in un’età in

cui le logiche militari appaiono ormai assorbenti, luogo di effetivo potere e influenza. Oltre a

costituire, per molto tempo ancora, uno dei punti privilegiati della silenziosa lotta di potere intorno,

ma talora anche a danno, del principe.

Il mutamento, per certi versi troppo diluito nel tempo per essere identificato con un fatto epocale,

era intervenuto con la formalizzazione di un principio del resto ben presente sin dall’origine.

Giacché sin dall’inizio era chiaro come il nuovo apparato burocratico delineato dal princeps da lui

dipendesse e da lui derivasse la sua autorità. Tuttavia , nel tempo, si era modificata l’effettività del

compromesso augusteo che aveva assicurato la coesistenza delle antiche forme con le nuove.

Queste ultime , ormai, erano divenute totalizzanti, sostanziandosi pressoché esclusivamente nel

governo burocratico e nei ruoli militari del principe. La stessa persistente importanza del senato ,

non dipendeva più dalle sue competenze residue nel campo della gestione del governo, ma dalla

persistente sua capacità d’influenza.

Ora, nel sostanziarsi dell’intero ordinamento politico nell’univoco rapporto tra principe e

burocrazia, un ruolo fondamentale fu assolto dai giuristi . Non solo perché , la loro presenza nei

settori più rilevanti dell’amministrazione fece si che il complessivo apparato statale risentisse di

quel loro specifico formalismo, di quell’attenzione per la coerenza logica dei procedimenti che

diventerà una connotazione di fondo del governo burocratico. Ma anche perché essi furono

determinanti nel processo di concentrazione nella figura del principe dei processi normativi e

giurisdizionali. E infine e soprattutto, perché il crescente coinvolgimento dei giuristi nella sfera del

potere li avviò a una innovatrice riflessione sull’ordinamento che essi servivano. Furono loro, così ,

ad affermare non solo la totale dipendenza degli strumenti esecutivi della volontà del principe, ma

la stessa gerarchia in ordine alla legge e alla giustizia. Paradossalmente , potremmo dire , si ripetè,

in grande, la stessa commistione dei vari organi istituzionali in ogni sfera della vita pubblica che era

stata tipizzata dalla repubblica. Solo che ora questa commistione venne a rivolversi con la formale

concentrazione in un unico organo : il principe . 159

Al di là della portata relativamente circoscritta, quando i giuristi serviani giungono ad affermare che

riflettendo sul rapporto tra la pervasività delle leggi e la

quod principi placuit legis habet vigorem,

sovranità del principe, ecco, appare sbozzarsi una teoria della sovranità e della legge, le cui

premesse si erano venute lentamente costruendo lungo tutta la prima età del principato. Ed è qui che

s’impone il ruolo primario dei giuristi che abbimo visto progressivamente coinvolti nella gestione

del potere imperiale.

Dove invece , sembra è dato di cogliere un certo qual disinteresse della scienza giuridica romana, è

in un riflessione adeguata sul < diritto > regolatore dei nuovi organi di governo dell’impero :

insomma su quello che potremmo definire il < diritto amministrativo > del nuovo ordine imperiale.

E questo, si noti, ancora in una fase storica in cui l’antica tradizione di sapere, per bocca di

Pomponio, con grande consapevolezza, individuava nell’azione del giurista la condizione per

l’organica esistenza dell’ordinamento.

In effetti gli orientamenti peculiari , e limiti, di questo lavoro giurisprudenziale risalgono, a ben

vedere, all’età repubblicana. Sin da allora infatti, l’attenzione dei giuristi era rivolta alla rilevazione

dei poteri piuttosto che delle funzioni relative alle varie figure magistratuali. Giacché , sempre dalla

originaria matrice repubblicana del potere magistratuale come originario e autosufficiente

discendeva l’idea della imprescrittibilità e indeterminatezza delle relative funzioni. Un

atteggiamento destinato a trasmettersi agli organi che, seppure per delega del supremo potere

imperiale, vedevano ormai addirittura accentuarsi tale carattere. Né il magistrato prima, né il

funzionario imperiale poi, se non rispetto al principe, potevano essere inquadrati entro un’ida di <

competenza > o di complesso di doveri.

In verità solo una piccola parte della moltitudine di opere prodotte dalla giurisprudenza classica e

un’ancor minore percentuale dei vari contenuti di esse ci sono note. Abbiamo nondimeno notizia ,

diretta o indiretta, di tanti di quei titoli di esse che il fatto che vi siano tra loro così rari e sporadici

approfondimenti relativi al funzionamento degli uffici imperiali non può non esser di qualche

significato. Gli arcomenti relativi all’organizzazione pubblica che incontriamo nei giuristi del

principato appaiono relativamente scarsi : ma soprattutto il ruorlo sopravvissuto dei trattati, così

come tanto tempo dopo le ripartizioni tematiche presenti nelle compilazioni imperiali , ci riportano

ai vari officia. e via

De officio proconsulis, de officio rectoris provinciae , de officio praefecti urbis

decendo : questi sono i temi affrontati dai giuristi dell’epoca. Dove, ancora una volta, a ben vedere ,

la prospettiva perseguita non sembra orientata a definire un sistema di relazioni tra gli organi dello

stato e tra questi e i cittadini. Si trattava piuttosto di generali descrizioni di doveri , poteri e compiti

di queste varie figure burocratiche : insomma , ancora nell’età di Ulpiano, queste opere sembrano

non andare oltre il carattere di < trattati di buon governo >, secondo la felice espressione di Grelle.

Particolarmente interessante sarebbe ivece per noi trovarci di fronte a qualche esauriente

discussione relativa alle funzioni , ma anche ai limiti rispetto ai privati, di alcune figure centrali

nell’amministrazione finanziaria. Ad esempio, sappiamo bene quanti conflitti potessero ingenerarsi

in proposito e quanto pesantemente potesse intervenire il fisco , attraverso molteplici figure ,

nell’esazione dei tributi e nei molteplici rapporti con i privati. Sappiamo anche come gli stessi

giuristi avessero recepito e approvato l’orientamento imperiale che aveva ribadito il principio che

anche le controversie fiscali dovessero essere ricondotte all’interno del sistema dei giudizi privati.

Ma è altresi noto come i procuratores provinciali in ogni modo avessero cercato di sottrarsi , e quasi

sempre con successo a tale tipo di rapporti per instaurare altri tipi di contenziosi con i privati, dove

prevalesse l’elemento pubblicistico da essi rappresentato. Era questo un ambito privilegiato per

favorire una prima riflessione de iure fisci , attraverso cui mettere a fuoco la specificità del rapporto

tra gli organi del potere sovrano con i cittadini. Ma questo non sembra avvenuto o appare attestato

solo in forma embrionale.

Questo mancato riferimento alla nuova realtà , non solo colpisce nell’esaminare l’imponente

retaggio della scienza giuridica romana, sino all’età dei Severi, ma è ancora più singolare se

passiamo a considerare quanto è a noi pervenuto dalla legislazione imperiale. Quasi che il principe

fosse disinteressato a definire in termini generali i rapporti tra uffici centrali e tra governo centrale e

160

sistema periferico. Certo , nel i testi anteriori all’età dei Severi non sono molto

Corpus iuris,

numerosi.

Frequenti sono però le citazioni di antiche costituzioni che potrebbero metterci sulle tracce di remoti

interventi imperiali : e in esse non vi è nulla che concerne questi temi. Per questo, tutto sommato, si

crede si possa almeno sospetare che ci si trovi di fronte a quella che, a prima vista, potremmo

considerare una lacuna di un sapere che in quello stesso periodo si veniva organizzando in un

sistema di straordinaria complessità – un insieme di regole, interpretazioni, connessioni, tutto il

diritto relativo ai rapporti tra privati.

Si riflettere sul modo in cui si venne costituendo e potenziando il direto rapporto di signoria del

principe sull’apparato da lui costruito, che fece di questi la figura esclusiva di riferimento

dell’itnero assetto istituzionale.

Questo rapporto aveva a sua volta reso impossibile, per questa primitiva burocrazia, quella

spersonalizzazione dei ruoli e delle funzioni che ritroviamo nelle moderne esperienze. Certo

dovetero elaborarsi regole di funzionamento e si dovette decidere intorno a competenze e funzioni :

cosa spettasse a chi.

Ma sempre come regole interne a un corpo che, in qualche modo, apparteneva al principe e che, in

ultima istanza aveva la sua volontà per legge.

Ed è alla volontà superiore del principe dunque che i privati si rivolgevano : con suppliche d’ogni

tipo, con richieste di decisioni d’ordine legale, a dirimere controversie e disciplinare giudici e

giudizi. Tra queste richieste potevano benissimo esservi questioni che riguardassero contrasti con i

funzionari imperiali , con rappresentati di quella macchina burocratica qui evocata nelle sue grandi

linee. Del resto di tali richieste abbiamo precisa documentazione : proprio nei testi del Corpus iurisi

, ma anche attraverso altri documenti. Ve n’è uno in particolare di grande rilievo anche per altri

aspetti reltivi al progressivo modificarsi dei rapporti di lavoro e delle strutture sociali nel mondo

agrario. Si tratta di un gruppo di piccolissimi affittuari di un latifondo imperiale in Africa, il saltus

che si era rivolto all’imperatore contro i suoi funzionari locali e gli amministratori del

Burunitanus,

suo stesso saltus, in combutta tra loro per estorcere da questi contadini prestazioni non previste

dall’atto di assegnazione. L’imperatore intervenne riaffermando con forza le buone ragioni dei

postulati : ma non sulla base di un giudizio. Il diritto appare dipendere tutto dalla sua signoria

sovrana che ribadisce le soluzioni di carattere generale già da lui adottate e le applica al caso

particolare.

E’ pur vero che l’insieme delle risposte a siffatto tipo di richieste, moltiplicandosi nel tempo e

sviluppandosi secondo una linea coerente assicurata dalla cancelleria imperiale, restavano come

precedenti, assumendo un valore precettivo che orientava sia i tribunali e gli amministratori

imperiali che le stesse successive decisioni del principe. E nulla avrebbe vietato invero che, in

seguito , i giuristi si affaticassero intorno a esse onde ricavarne logiche coerenti, trarne massime

generali applicabili a ogni caso analogo, facendo anche in questi casi di contrasti tra privati e

amministratori pubblici, quell’opera di < massimazione > delle costituzioni imperiali fatte per tanti

altri aspetti. Elaborando dunque, in tal modo, i primi embrioni di quello che potremmo chiamare un

< diritto amministrativo>.

Dove tuttavia sarebbe continuato a mancare un elemento che era stato alla base dello straordinario

sviluppo della scienza privatistica romana : un sistema arbitrale di giudizi tra il privato e

l’amministrazione . Non solo a questo l’esperienza romana non giunse proprio per la natura e il

modo d’esercizio del potere imperiale che si irradiava sull’intera macchina di questo < stato in

formazione>. Non vi furono neppure i tempi perché tutto ciò , compresa la riflessione

giurisprudenziale, si potesse sviluppare.

Quando questa macchina infatti poteva iniziare a prendere consistenza, negli ultimi decenni del II

secolo, era prossimo, con i Severi , il collasso con quello dell’intero apparato politico anche della

scienza giuridica romana che non sopravvisse , nel suo fulgore creativo , a questa dinastia.

5.Il paradosso dell’economia 161

Se vi è un momento, nella storia romana, in cui lo strumentario concettuale offerto dalle new

institutionale economics , che insiste sul peso delle istituzioni sui modelli di funzionamento

dell’economia elaborati dalla teoria neoclassica, appare d’utile applicazione, questo concerne lo

snodo tra repubblica e impero. In effetti solo la svolta politica segnata dal principato di Augusto

rese possibile un complessivo ridisegno dei rapporti economici sviluppatesi, nell’ambito del potere

romano, negli ultimi due secoli della repubblica e che registravano la grande crescita economica

dell’Italia. A questa faceva riscontro una notevole capacità d’esportazione dei prodotti italici , non

solo vino e olio, ma anche manufatti < industriali > come le suppellettili di cerarmica prodotte in

serie. Un fenomeno abbastanza significativo sotto il profilo quantitativo, come attestano i numerosi

resti di anfore da vino o per l’olio, ma anche i frammenti di manufatti fittili italici disseminati nelle

varie aree dell’impero.

Questo sviluppo , tuttavia, appare strettamente intrecciato a fattori politici – militari. Anzitutto

perché la produzione italica tardo repubblicana, oltre all’indubbia spinta a suo favore derivante

dall’egemonia dei modelli romani, fruì per un certo lasso di tempo, del vantaggio indotto dai costi

della manodopera servile artificialmente abbassati dalle acquisizioni belliche, cui faceva seguito il

sempre rinnovato afflusso di notevoli masse di schiavi nei mercati specializzati della penisola.

D’altra parte lo spazio di questo mercato mediterraneo , per quanto distorto, era ulteriormente

deformato e limitato dalla presenza di circuiti acquisitivi fondati su prelievi forzosi di beni e servizi

delle province a favore del centro romano - italico, legati alle acquisizioni belliche, sia alle

esazioni, legittime e illegittime. Ora tutto questo flusso di riccheze e di beni provenienti dalla

periferia del grande sistema di potere romano si realizzò al di fuori del mercato e, < contro> il

mercato, giaché alterava il gioco normale delle logiche di scambio. Era la forza, non lo scambio a

regolare infatti questo importante settore dell’economia tardo repubblicana, sotto forma di

imposizioni tributarie e vendite forzose di tipo pubblicistico da un lato, di prelievi abusivi e

illegittimi, a vantaggio privato di amministratori e appaltatori dall’altro.

Per questo , senza escluderlo, tali fenomini riducevano notevolmente lo spazio per la formazione di

un grande mercato mediterraneo, con la determinazione spontanea dei pezzi, secondo quelle logiche

considerate spesso dai moderni come principi sottratti al relativismo della storia e più simili alle

leggi proprie delle scienze naturali. E indirettamente, evidenziando la presenza di sostanziali

squilibri politici, essi contribuirono a orientare quei pur persistenti spazi di autonomia locale verso

la persistenza di mercati locali o regionali. L’opposto esito a favore di forme più accentuate di

unificazione commerciali era infatti ostacolato dal peso squilibrante della controparte romano –

italica.

Questo quadro, dunque, appare radicalmente modificato dall’itnervento razionalizzatore di Augusto

e dei suoi successori, pur riferito alle istituzioni giuridiche e politiche. Da esso infatti si ingenerò

una svolta positiva nei rapporti economici interni all’area mediterranea. La fine o quasi dei prelievi

arbitrari di tipo privatistico accentuò da un lato lo stesso aspetto razionale dei prelievi fiscali di tipo

pubblicistico. Giacché più evidente appare il loro valore sinallagmatico rispetto a un tipo di

vantaggi effettivamente assicurati ai provinciali a fronte di esso.

Anzitutto con la definitiva unificazione politica e la pacificazione dell’impero , destinata a

persistere, a eccezione di alcune rapide crisi, per tutto il I e il II secolo d.C. , sino a tutti i primi

decenni del III secolo. Essa infatti rese possibile la creazione di un grande mercato che aveva il suo

baricentro nel Mediterraneo ma che investiva anche le aree continentali delle Gallie al mondo

germanico, in modo da favorire al massimo e per un relativamente lungo arco di tempo un elevato

sviluppo mercantile. Ma non meno importante , ai fini del progresso economico – sociale , dovette

essere la spinta filo cittadina della politica territoriale romana, accentuatasi nel corso della prima età

imperiale. Ad essa infatti sono strettamente associate le forme artigianali e mercantili in grado di

limitare l’assoluta prevalenza dei prodotti agrari nei rapporti produttivi e commerciali. Certo si è

che la pace imperiale assicurò in quel periodo un enorme spazio unificato intorno al Mediterraneo,

162

finendo con l’unire l’Arabia Felix, le lontane rotte carovaniere di Palmira o Petra con il Vallo di

Adriano a Nord di York, in Gran Bretagna, l’attuale Romania al Portogallo. Tale da assicurare

quella fioritura di città e di microaree economiche che corrispose a un periodo di elevato benessere

collettivo e individuale. E’ addirittura verosimile che, come sostiene Eliio Lo Cascio insieme a

molti altri, la dimensione produttiva e lo stesso livello di circolazione dei beni di quell’epoca fosse

egugliato forse solo verso la fine del XVIII secolo, agli albori dell’incipiente capitalismo.

Le opere pubbliche che accompagnarono questa spinta ubanizzatrice, ma che investirono anche il

territorio attraverso la spelndita rete viaria romana, furono l’altro formidabile servizio fornito dal

cetro dell’impero al mondo provinciale, non meno che una relativa certezza dei traffici ( non solo

l’emarginazione della pirateria o del banditismo ) determinato dalla presenza di forme giurifiche

condivise e da una generale politica giudiziaria e del diritto affidata ai centri provinciali, ma

coordinata dal centro.

E’ in questo quadro che prende consistenza il ben noto modello economico di Hopkins.

Secondo lo storico di Cambrige, nel medio periodo, il prelievo fiscale romano sulle province era

destinato a esercitare un effetto sostanzialmente riequilibratore.

Definendo in effetti l’impero come un sistema economico chiuso, il che in effetti era solo in parte,

si deve dunque considerare che le risorse monetarie versate dalla provincia alle casse imperiali

creavano uno squilibrio tra provincia e sistema centrale, con una plusvalenza a favore di

quest’ultima corrispondente all’ammontare complessivo delle imposte. Ma la stessa provincia ,

onde assicurare il pagamento delle imposte dovute doveva essere in grado di ricostituire le sue

risorse. Il che poteva avvenire solo mediante sue esportazioni a favore del centro che permettessero

di recuperare l’ammontare monetario richiesto per il pagamento dell’imposta successiva. Ora questo

processo , in altre parole significa che lo squilibrio nella bilancia dei pagamenti poteva essere

compensato solo con un saldo attivo della bilancia commerciale. Di qui il progressivo

indebolimento economico del centro rispetto alla periferia, giacché le province esportavano merci

per poter pagare le imposte, mentre il centro romano – italico importava ricchezza monetaria in base

all’imposizione politica con cui pagava merci altrui che cessava così di produrre.

L’inevitabile semplificazione di un’analisi ben altrimenti complessa sembra comunque sufficiente

per farci cogliere alcune ( non tutte ) delle ragioni alla base di un fenomeno comunque di grande

rilievo: il capovolgimento del rapporto tra l’economia romano – italica e provinciale a partire dal I

secolo d.C. ora è la produzione italica ad apaprire declinante di fronte alla dimensione delle

importazioni delle province.

Talché , già allora dovette intervenire un apposito provvedimento imperiale di carattere

protezionista a supporto della declinante situazione di cuna delle produzioni di punta dell’età

dell’oro dell’agrocoltura italica, il vino, ormai sottoposta alla forte concorrenza di quel mondo

gallico che, sino ad Augusto ne era stato invece un grande consumatore.

Il punto centrale è tuttavia il miglioramento della situazione generale : mentre infatti nell’età

precedente l’incremento di ricchezza di un solo territorio era andato a detrimento di un vastissimo

sistema di popoli e di società , ora è questo a conoscere uno sviluppo differenziato, ma in alcuni

casi, non solo duraturo, ma quantitativamente anche molto rilevante, di fronte a un relativo declino

di una parte relativamente circoscrita, anche se centrale, dell’intero sistema

D’altra pare un altro aspetto che si deve ricordare è la relativa fragilità e limitatezza di questi

sviluppi imperiali. Verso la metà del II secolo d.C. appaiono già i sintomi di crisi. E qui si possono

tentare delle spiegazioni solo di carattere molto ipotetico : non dobbiamo del resto dimenticare

come tutti questi aspetti pur così rilevanti della storia romana, siano conoscibili solo limitatamente,

essendo difficile per noi giungere a quantificare i fenomeno economici ( fenomeni per sé conoscibili

anzitutto attraverso le < quantità> ).

Anche se nell’età della grande pax Romana le forme di economia naturale e i circuiti meramente

localistici delle merci e dei prodotti potevano considerarsi superati, non sia mai decollato un

mercato tale da assicurare una consistente crescita quantitativa dei processi produttivi. Era assente

infatti , o era stato troppo debole, il virtuoso rapporto tra la produzione e uno sviluppo della 163


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

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