Lezione 1 6/02
Il Mediterraneo è tornato ad essere un’area particolarmente critica, fonte di tensioni dal punto di
vista della politica internazionale. Nelle casistiche che producono tensione, si assiste da lungo
tempo ad un fenomeno che tecnicamente viene riassunto con il nome di Stati di Eccezione. Gli
Stati di eccezione sono tutte quelle situazioni nel tempo o nello spazio in cui, per determinati
motivi, vengono sospese le garanzie costituzionali (diritti umani, leggi, relazioni sociali). Due
esempi sono: uno positivo, ovvero la casistica delle zone di libero scambio, dei porti franchi o zone
di libero commercio in cui ci sono particolari condizioni di favore (sviluppo del commercio, tasse)
che sospendono le regole generali. Un esempio è Barcellona: il governo ha detto che chi viene
avrà facilitazioni fiscali e commerciali. Il secondo esempio è negativo e sono i centri di accoglienza
per gli immigrati. Le persone che arrivano non sono cittadini del paese da cui provengono né del
paese in cui si trovano; non essendo cittadini non hanno un giudice naturale a cui rivolgersi, non
hanno garanzie sui diritti umani poiché il contesto politico, legislativo e sociale accetta il fatto che in
considerazione dell’emergenza in quel determinato posto e per quelle determinate occasioni si può
sospendere la legislazione normalmente utilizzata.
Il Mediterraneo non è solo un’espressione geografica ma anche un’esperienza politica fallita negli
ultimi 10 anni. È stato un progetto di integrazione tra gli Stati rivieraschi che non è riuscito ed ha
manifestato tutta una serie di grandi criticità, diventate evidenti a partire dal 2008, inizio delle
primavere arabe.
L’idea di integrazione di uno spazio mediterraneo si è affacciata dopo la fine della Guerra Fredda
a causa della scomparsa dei poli opposti tra Patto atlantico e Patto di Varsavia. Fino alla fine della
Guerra Fredda lo spazio rientrava nella classica dinamica delle relazioni internazionali che è la
Balance of Power. La teoria della Balance of Power prevede che per mantenere l’equilibrio,
quando ci sono due grandi potenze opposte, è necessario che esse siano separate da un centro
debole. Esso è come un ago della bilancia: se il centro diventa troppo forte, salta l’equilibrio di
potenza.
Il Mediterraneo non è mai stato concepito come fonte di unità politica, ma solo come grande
mercato. La fine della Guerra Fredda è anche la fine della Balance of Power, con il centro debole
che può acquisire più potere. Si inizia anche a lavorare su un progetto di integrazione del
Mediterraneo. Non si guarda più al mare come un mercato, ma come un’occasione di integrazione
economica in primis, poi sociale e politica. L’Europa per superare, il problema dei nazionalismi,
aveva capito che bisognava passare prima attraverso un’integrazione economica, poi quella
sociale (es. Erasmus) e infine arrivare a quella politica. Percorso, questo, preso dal Mercosur che
aveva avviato tra fine ‘800 e inizi ‘900. Questo percorso europeo prende il nome di Processo di
Barcellona. Perché è a Barcellona che nel 1995 si svolge una conferenza internazionale (incontro
di capi di stato e di governo) in cui sono presenti 27 paesi che decidono di formalizzare questo
progetto, fissando anche delle scadenze a partire dal 1995. Si parla di Capi di Stato e di Governo
perché lo spazio mediterraneo è uno spazio tipico nel quale esistono delle nazioni senza stato e
quindi non possono essere rappresentate a livello di Capi di Stato. Si pensi all’autorità nazionale
palestinese.
Questa conferenza prefigura il percorso chiamato Processo di Barcellona nel quale tutti gli Stati e i
Governi sono ammessi; produce un documento programmatico che si chiama Dichiarazione di
Barcellona. Rispetto ad un trattato, che è un contratto vincolante, la dichiarazione è una fonte del
diritto internazionale e non è vincolante. Se qualcuno la vìola, non succede nulla. La Dichiarazione
affermava principi come il rapporto paritario tra tutti i paesi del Mediterraneo, l’attenzione per i
problemi comuni, ma soprattutto introduceva per la prima volta il concetto di zona di libero
scambio (Euromed) associata al Mediterraneo. Quindi considerare l Mediterraneo come uno
spazio di comunicazione e un mercato comune per tutti i paesi e non più solo come mercato
dell’Europa. A questa visione economica si aggiungeva il progetto di costruire una dimensione
della cittadinanza mediterranea, attraverso un partenariato fra tutte le università del Mediterraneo
che dovevano fornire un sistema di scambio simile a quello dell’Erasmus. L’appuntamento
successivo del Processo di Barcellona si è realizzato nel 2008 con la creazione dell’Unione per il
Mediterraneo. Non è più attiva ma ha una sede ufficiale a Barcellona, ha una presidenza
congiunta europea e nel 2008 inizia a pensare ad un processo di integrazione politica seguendo la
via parlamentare, quindi basata sul dialogo tra i Parlamenti di tutti gli Stati membri.
Come mai non si parlava di questo processo quando era ancora in piedi quello europeo? Come si
rapportava? È concorrenziale o no? Una delle ragioni per cui si è data spinta all’integrazione del
Mediterraneo è stata quella di poter far entrare dei paesi che si candidavano ad entrare nell’UE ma
che gli Stati europei non volevano ammettere. In primo luogo la Turchia, che già negli anni ’90 si
era candidata. Solo per candidarsi bisogna soddisfare determinati requisiti: garanzie in termini di
esercizio della democrazia e di rispetto dei diritti umani. Alla Turchia vennero poste una serie
lunghissima di condizioni, che non sono ancora oggi state soddisfatte. Come compensazione
momentanea la Francia si inventa l’Unione per il Mediterraneo per allargare tutta una serie di
vantaggi presenti nell’area europea ai paesi dell’Africa settentrionale, senza prefigurare un loro
ingresso in Europa.
Ci sono delle criticità nello spazio mediterraneo che fanno parte di alcune radici culturali
concorrenti con il senso di fratellanza di questi popoli rivieraschi. Viviamo in paesi caldi,
socializziamo all’aperto, la nostra vita pubblica si svolge nelle piazze, si manifesta nelle piazze, le
abitudini simili nel mangiare, i simboli ecc. Dal punto di vista culturale esistono diversità che sono
anche più profonde di alcune prossimità e una delle diversità più importanti è il fatto che non siamo
abituati a considerare il mediterraneo come il centro di una visione politica ed economica; è
sempre rimasto una periferia. La periferia è il luogo in cui si diluisce l’attenzione, le forme di
controllo, dove consenti che si verifichino delle criticità che troppo vicino a casa non accetteresti.
Lezione 2 13/02
Il processo di Barcellona, già nel 1995, mostrava in che modo la politica internazionale affrontando
lo spazio mediterraneo, cercava di risolvere alcune criticità. Prima di tutto viene avviato come
strategia compensativa nei confronti di alcuni Stati che ambiscono a candidarsi membri dell’UE ma
che non sono voluti da alcuni paesi di particolare importanza nell’unione. Il caso emblematico è la
Turchia che presenta la sua candidatura che viene osteggiata dalla Franci, la quale sarà la
principale promotrice del Processo di Barcellona e dell’Unione per il Mediterraneo. Altri problemi si
verificarono sulla costa settentrionale dell’Africa e quindi in quei paesi che uscivano dall’esperienza
coloniale. Avevano delle radici europee che rivendicavano per ottenere contratti economici più
vantaggiosi, finanziamenti, tecnologia. Con questa Unione per il Mediterraneo si chiudeva una
seppur remota ipotesi di integrazione nell’area europea di questi paesi ma contemporaneamente
veniva creato un ambito economico in cui questi paesi potevano trovare soddisfazione delle loro
richieste. Si riuscì, negli anni ’90, a far entrare come osservatore la Libia di Gheddafi: uno Stato
oggetto di sanzioni da parte di USA e UK. Era una dittatura che finanziava e alimentava il
terrorismo internazionale, ma attraverso il Processo di Barcellona si riesce a coinvolgerla per farla
entrare in una logica di certi principi.
Se l’Europa unita non era vista molto bene dalle grandi superpotenze, figuriamoci lo spazio
mediterraneo. Fino agli anni 2000 nel Mediterraneo stazionava una delle più grandi flotte
americane. Così come l’Europa, anche il Mediterraneo era diventato una zona di occupazione. Il
Processo di Barcellona porta ad un documento programmatico, la Dichiarazione di Barcellona; la
dichiarazione prevedeva anche che le tappe del processo di integrazione del Mediterraneo
avvenissero seguendo uno schema molto simile a quell’integrazione europea che si era basata
prima sull’integrazione economica e solo in ultima istanza su quella politica. Essa ha avuto
successo perché è riuscita a nascere e crescere in un contesto come quello del dopoguerra,
mettendo in comune prima le risorse economiche e poi, come ultima tappa, l’integrazione politica.
Questo procedimento viene ripreso nell’Unione per il Mediterraneo partendo da un’integrazione
economica, attraverso la creazione dell’Euromed: si tratta di una zona internazionale di libero
scambio e quindi di iniziativa economica; non dell’agricoltura poiché i paesi post-coloniali
dell’Africa settentrionale hanno conosciuto per tutta la fase della colonizzazione una riconversione
massiccia della loro agricoltura a servizio della potenza coloniale. I progettisti del Processo di
Barcellona si sono accorti che non si poteva intervenire sull’agricoltura che richiedeva dei tempi di
riconversione molto lunghi; per ricreare questa rete comune bisognava incentivare la nascita di
un’attività nuova come l’industria. Questo processo prende il nome di Piano di aggiustamento
strutturale e tutto ciò accompagnato da un accesso privilegiato ai finanziamenti da parte dei paesi
europei. A partire dal 1995 il processo si è venuto a incrociare con una serie di altre dinamiche già
in atto nelle aree circostanti e che influivano nelle aree del Mediterraneo.
All’interno dell’Unione per il Mediterraneo c’erano tutti i paesi della costa settentrionale africana e
poi l’UE nel suo insieme. Ciò è un problema perché comporta uno sbilanciamento nei confronti
dell’area europea, che fino al 2008 era quella economicamente più forte, su cui insistono i paesi
già colonizzatori dell’area settentrionale africana.
Il Trattato di Shengen è quello che ha imposto in Europa l’abbattimento delle frontiere, quindi si
gode della libertà di circolazione. L’area Shengen esclude tutti i paesi terzi del Mediterraneo e
questo limite è una fonte continua di tensione.
Ogni volta che troviamo un confine scattano, dal punto di vista antropologico, dei meccanismi
innati dell’uomo legati alla paura, all’ignoto, che giustificano in quelle aree degli abbassamenti delle
garanzie e delle tutele dei diritti umani.
Il Consiglio d’Europa è un organo politico creato per favorire i processi di democratizzazione
nell’ottica dell’inclusività, cioè di allargare il discorso sui diritti umani a favorire l’avvicinamento dei
paesi di confine agli standard di democrazia che l’UE si è data. Il Consiglio d’Europa ha un confine
particolarmente allargato verso est. È uno di quegli organi che dovrebbe preparare anche delle
candidature per entrare a far parte dell’UE.
Tra gli anni ’90 e 2000 si sono formate due correnti di pensiero: i fautori dell’integrazione dello
spazio mediterraneo (es. Salvatore Bono) e dall’altra parte gli scettici, coloro che hanno ritenuto
che questo processo fosse una forzatura (es. Moulakis).
Nel saggio Moulakis è partito da quella che era la spinta, nel 2005, verso il processo di
integrazione del mediterraneo dicendo che esiste questa idea che si basa su degli elementi
comuni a tutti i popoli del Mediterraneo. Parla della tradizione dell’ulivo, di tradizioni culinarie, degli
stili di vita; questi elementi, dice, hanno una base storica. Se noi utilizziamo un altro elemento delle
relazioni internazionali, ovvero la geografia, ci accorgiamo che il Mediterraneo è sempre stato
considerato come una periferia/confine. Non soltanto dagli europei, ma anche dagli arabi. Se
vogliamo parlare di integrazione del Mediterraneo dobbiamo superare due sistemi di pensiero:
quello europeo ma anche quello orientale/islamico. Dice che se questa è l’evidenza, l’integrazione
del Mediterraneo è un’immagine, un modo per raccontare queste popolazioni; non ha una base
reale. I popoli del Mediterraneo diventano tali solo se raccontano sé stessi in questa forma. Nella
sua analisi politica arriva alla conclusione che il processo di integrazione del Mediterraneo è
un’illusione. Leggendo oltre le righe, il saggio fa vedere l’altra strada sulla quale si è iniziato a
lavorare e che rappresenta oggi uno dei percorsi più utili dal punto di vista lavorativo e della
formazione professionale. Moulakis dice che se non è possibile l’integrazione, che presume
identità, è possibile la cooperazione; e la cooperazione internazionale è diventato il grande ambito
di lavoro su cui si giocheranno i prossimi anni di politica internazionale. Significa conoscenza
dell’altro e quindi raggiungimento di punti di intesa che consentano di adottare delle politiche
efficaci. Questo testo faceva già vedere la strada alternativa all’integrazione, ovvero la
cooperazione.
Come potremmo definire oggi questo spazio Mediterraneo? Il modo migliore per usare quest’area
come oggetto di studio nelle relazioni internazionali è paradossalmente intenderlo come una zona
di confine. Il termine confine ha, però, un significato storico, culturale e politico ben preciso che
diventa evidente nel momento in cui richiamiamo la differenza tra confine e frontiera.
Frontiera: è una linea che si oppone a qualcosa che sta dall’altra parte, è la differenza che sta tra
ciò che è noto e ciò che è ignoto. La frontiera è mobile, quanto più diventa noto, tanto più la
frontiera si sposta; non ha bisogno di nessuna interfaccia con chi sta dall’altra parte.
Confine: non ha un significato negativo, è un punto di contatto, un luogo in cui naturalmente
entrano in contatto situazioni, popoli e culture diverse. Per stabilire il confine, è necessario fare un
accordo con chi sta dall’altra parte altrimenti nasce una guerra. I confini vengono stabiliti dai trattati
internazionali; nel momento in cui c’è un accordo il confine diventa anche un luogo di passaggio.
Il confine favorisce i contatti mentre la frontiera li allontana.
Lezione 3 20/02
Stiamo uscendo dall’idea di Mediterraneo come spazio autonomo della politica internazionale e
tornando all’idea che sia un limite che separa situazioni diverse politicamente, economicamente,
culturalmente e socialmente. Il confine è luogo di contatti, ha bisogno dell’accordo delle due parti e
non può
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Storia delle relazioni mediterranee
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Storia moderna
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Storia delle relazioni internazionali
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Storia delle relazioni internazionali