Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

La Magna charta di fatto limitava l’autorità del re riconoscendo i privilegi

dell’aristocrazia,della Chiesa e delle principali comunità cittadine ed infatti,con

questo documento il monarca ratificava le concessioni fatte dai suoi predecessori e le

consuetudini vigenti,riconosceva la necessità di ricorrere al consenso degli

aristocratici e del clero per imporre nuove tasse e accettava d’essere affiancato da un

consiglio di venticinque membri.

Contemporaneamente la Magna charta gettava le basi per il sorgere di un assetto

istituzionale più stabile,che caratterizzerà l’Inghilterra nei secoli successivi,dove

insieme al re vi è un’assemblea di tipo parlamentare nella quale sono presenti non

solo gli aristocratici ma anche i rappresentanti delle contee e delle città.

Nonostante ciò,però,il conflitto tra re ed aristocrazia non si placò e caratterizzò

l’intero regno di Enrico III.

Questi,a fronte di episodi d’aperta ribellione,fu costretto a ulteriori concessioni,in

particolare,le c.d. Provvisioni di Oxford,che aumentarono la capacità di controllo

dell’alta aristocrazia sull’operato del re. Contestualmente,però,gli scontri

proseguirono fino a divenire un conflitto armato,che si risolse con la vittoria regia.

Con il successore,Edoardo I,furono poi avviate importanti campagne militari tese ad

espandere il territorio del regno a danno del Galles e della Scozia.

4. La monarchia normanna nell’Italia meridionale

Nell’XI secolo,cavalieri provenienti dalla Normandia giunsero nell’Italia meridionale

per combattere come mercenari nelle guerre che opponevano i vari signori longobardi

e bizantini.

I nuovi arrivati trassero profitto dalla evidente debolezza economica e militare delle

realtà locali e dal loro frazionamento,ritagliandosi sempre più spazio.

Come ricompensa per i servizi prestati i longobardi concessero ad i normanni il

ducato di Melfi e la contea di Aversa.

Contro lo stanziamento dei normanni nel Mezzogiorno si pronunciò il papa Leone

IX,che per allontanarli radunò un esercito,che venne però sconfitto a Civitate.

Dopo questo evento i papi cercarono un accordo con i normanni,fino a giungere ad un

patto,stipulato a Melfi,tra Niccolò II e i capi normanni Riccardo d’Aversa e Roberto il

Giuscardo,in base al quale,in cambio dell’omaggio vassallatico prestato al

pontefice,Riccardo d’Aversa ottenne il principato di Capua e Roberto il Giuscardo

ottenne il ducato di Puglia,di Calabria e di Sicilia.

I normanni,poi,avviarono la conquista della Sicilia mussulmana e l’impresa,condotta

soprattutto dal fratello di Roberto il Giuscardo,Ruggero d’Altavilla,si concluse con la

conquista di Palermo,dopo una lunga lotta con la popolazione locale.

In seguito,Ruggero II riuscì ad unire al dominio siciliano,quello del Mezzogiorno

continentale.

Il regno normanno di Sicilia,fulcro di una cultura raffinata e ricca di varie

ascendenze,cercò di darsi una struttura istituzionale sufficientemente solida,che

sapesse unire al classico ordinamento vassallatico dei normanni l’organizzazione

burocratica centralizzata ereditata dai saraceni e dai bizantini.

Il re creò uffici centrali e utilizzò specifici funzionari per mantenere i rapporti con le

realtà locali,ma tuttavia non riuscì a superare il particolarismo delle autonomie,che

rimasero in vigore.

Anche con i successori di Ruggiero II,Guglielmo I e Guglielmo II,il regno si

mantenne in equilibrio fra la volontà dei monarchi d’imporre un assetto accentrato e

la persistenza di vivaci autonomie.

Alla morte di Guglielmo II,data l’assenza di eredi maschi,la corona giunse a

Costanza,figlia di Ruggero II,che sposò l’imperatore tedesco Enrico VI,preparando

l’unione per via ereditaria del regno di Sicilia con quello di Germania e con la stessa

carica imperiale nella figura del figlio,Federico II.

I regni della penisola iberica e la Reconquista

5.

Alle soglie dell’XI secolo,anche nella penisola iberica il potere mussulmano

appariva scosso da una evidente crisi politica,della quale ne approfittarono le diverse

realtà cristiane che nel Nord della penisola erano riuscite a resistere all’avanzata

islamica,dando avvio ad una lunghissima operazione di recupero di tutte le terre

iberiche detenute dagli arabi,la c.d. Reconquista,durata fino al XV secolo.

Questa iniziativa trovò un elemento di forte spinta ideale nel principio della lotta per il

ripristino della fede cristiana e per questo godette dell’appoggio sia di altri regni

dell’Occidente cristiano,come la Francia,sia del papato.

Fra i piccoli regni iberici promotori della Reconquista s’ebbero fenomeni di

successiva aggregazione che portarono,nella prima metà del XIII secolo,al sorgere di

quattro grandi entità: Castiglia,Navarra,Portogallo e Aragona.

La guerra per la riconquista produsse gravi fenomeni di spopolamento in vaste regioni

e di declino economico in una terra che sotto gli arabi aveva goduto di un’eccezionale

floridezza.

I regni cristiani iberici impegnati nella Reconquista affrontarono al loro interno

problemi non differenti da quelli presenti nella stessa epoca altrove,cioè lo scontro tra

il potere regio che pretendeva d’affermare la propria autorità e l’aristocrazia.

Nel corso del XII secolo il regno di Castiglia estese il suo territorio fino a

comprendere più della metà della penisola iberica;l’altra realtà di spicco,cioè

l’Aragona,piuttosto che espandersi sul continente,puntò sul Mediterraneo

guadagnando le Baleari e diventando una grande potenza marittima.

Nel corso del Duecento si precisarono le specifiche caratteristiche dei due regni

iberici.

Aragona s’inserì nelle tensioni interne alla Sicilia angioina,durante la c.d. guerra del

Vespro,al fine d’ottenere il controllo politico di un’isola strategica per i traffici

mediterranei.

Il regno d’Aragona aveva una configurazione interna articolata,ed infatti era costituito

da regioni molto differenti e si reggeva sull’accordo giurato tra il monarca e i gruppi

sociali eminenti.

Il luogo di mediazione tra la corona e l’èlite del regno era costituito dalle cortes,le

assemblee rappresentative.

Elemento aggregante fra le varie componenti del regno era dato dalla comune

vocazione mercantile dei suoi ceti dirigenti.

Il regno di Castiglia,invece,esteso sui territori più interni della penisola iberica, vide,

attraverso la concessione di carte di franchigia,la creazione di nuovi insediamenti

urbani,accanto ad i quali,però,rimasero grandi estensioni di aree agricole o sfruttate a

pascolo,scarsamente abitate ed ordinate in vasti latifondi signorili.

L’aristocrazia castigliana non agevolò il consolidamento di un potere regio e di una

burocrazia accentrata ed anche qui il punto di mediazione fra potere monarchico ed

èlite aristocratiche furono le cortes.

6. I comuni cittadini

Verso l’ultimo ventennio dell’XI secolo in molte città dell’Italia centro-

settentrionale,e poco dopo,in diversi centri urbani della Provenza,della Germania e

delle Fiandre,s’affermarono nuovi magistrati cittadini,i consoli.

La loro comparsa è segno dell’esistenza di una nuova organizzazione politica nelle

città interessate,cioè il comune.

L’ordinamento comunale delle città non rispose ad un unico modello ma ogni singolo

centro sperimentò forme politiche ed istituzionali proprie.

Analoghe per tutti furono cmq. le motivazioni di partenza e le condizioni che ne

favorirono la realizzazione.

In primo luogo,la volontà di molti centri urbani d’autogovernarsi fu resa possibile

dalla debolezza del potere superiore.

Inoltre,nelle città che diedero vita al comune vi era un humus sociale e culturale

favorevole a questo esito,rappresentato dalla figura del vescovo e dal suo tradizionale

esercizio di prerogative pubbliche,dalla presenza di famiglie aristocratiche,ricche e

militarmente forti,dall’esistenza di un vasto ceto di mercanti ed artigiani con buone

possibilità economiche,dalla presenza di conoscitori del diritto già esperti

nell’amministrazione della città ed al servizio del vescovo.

Le istituzioni comunali ebbero un carattere di sperimentazione continua di nuovi

equilibri.

E’ controverso se all’origine del comune ci siano state società giurate di privati che

mettevano in comune una serie di diritti da loro detenuti e che poi si siano allargate

fino ad assumere connotazione pubblica,oppure,se sin dalla loro genesi le istituzioni

comunali abbiano avuto connotazione pubblica.

Le istanze che s’esprimevano attraverso questa nuova forma istituzionale erano quelle

di garantire pace e concordia al corpo cittadino,difenderne i diritti verso le autorità

esterne,esercitare autonomamente prerogative di governo.

Alla vita politica partecipavano una minoranza degli abitanti della città,di censo

elevato,che pretendevano d’agire in nome e nell’interesse di tutti;in particolare,ne

restavano esclusi le donne,i lavoratori manuali,le minoranze non cristiane,gli

immigrati senza occupazione e dimora.

I detentori dei diritti politici si riunivano in un’assemblea periodica,c.d. arengo o

concio,che assumeva le principali decisioni e che eleggeva i consoli,che avevano il

compito d’esercitare in concreto l’attività di governo.

La sede delle magistrature comunali era posta in un apposito palazzo,che divenne il

centro della città comunale,davanti al quale si apriva la piazza.

La cittadinanza era definita sulla base delle residenza degli individui all’interno delle

cinta murarie,dove ad i cittadini erano riconosciuti diritti dai quali,invece,erano

esclusi gli abitanti delle campagne.

Vennero redatti per iscritto i c.d. statuti,cioè le norme che regolavano la vita della

comunità,e gli organismi comunali produssero una notevole quantità di documenti

scritti collegati alle varie attività amministrative,conservandoli in appositi archivi. Ciò

costituì una novità rispetto al modello della redazione e conservazione dei documenti

scritti da parte degli ecclesiastici.

L’istituzione comunale non si diffuse nel Mezzogiorno,dove lo sviluppo di forme

d’autogoverno fu soffocato dall’instaurarsi di un forte potere centrale,cioè la

monarchia normanna.

I maggiori centri del regno,quali Napoli,Salerno e Amalfi,dovettero accontentarsi del

riconoscimento di alcuni diritti e privilegi,ma non ebbero mai un autentico

autogoverno.

7. L’espansione dei comuni nel contado

Sin dai primi tempi della loro esistenza,i comuni cittadini cercarono d’estendere il

loro potere effettivo sul territorio rurale che circondava la città,il comitatus,da cui

comitato o contado,e che ad essa era legato da rapporti consuetudinari e da vincoli

economici e di scambio. Ciò dipese in buona parte dal fatto che i ceti dirigenti

comunali mantenevano precisi interessi nella campagna.

L’assorbimento del comitato da parte delle città comunali fu reso più agevole anche

dall’indebolimento delle signorie locali rurali.

Il processo di conquista del proprio contado ad opera di ciascun comune cittadino si

svolse con notevole intensità per tutta la prima metà del XII secolo,anche attraverso la

guerra contro quei signori che furono costretti ad accettare la subordinazione al

comune.

L’estendersi dei comuni sui territori circostanti portò poi anche a fenomeni di

concorrenza fra comuni diversi per il controllo di una data area.

Il comitato conquistato venne sottoposto a profonde trasformazioni negli assetti

economici e sociali.

La maggioranza della terra era ora detenuta da possessori cittadini,che,a differenza dei

vecchi signori rurali,non percepivano la proprietà come uno strumento di potere

signorile sugli uomini,ma come un investimento ed una fonte di reddito.

La proprietà ed i metodi di produzione agricola furono tutelati e disciplinati attraverso

legge,negli statuti comunali.

I contratti agrari,fino ad allora prevalenti,di lunga durata e con canoni legati

all’effettiva produttività,furono sostituiti con altri contratti,più brevi e a canone

fisso,per questo più sfavorevoli per i contadini.

Venne sostanzialmente abolita la servitù,dato che un lavoratore libero era preferibile

perché pagava le tasse al comune,poteva circolare ed essere disponibile per le

manifatture urbane.

Complessivamente le condizioni di vita dei contadini peggiorarono,dato che la

tradizionale dipendenza sociale dal signore fu sostituita con una più stringente forma

di dipendenza economica dal proprietario cittadino,più attento ed esigente.

8. I comuni rurali

Anche alcune comunità rurali s’organizzarono con istituzioni di tipo consolare non

differenti da quelle urbane,per fronteggiare meglio la pressione signorile,difendere i

propri diritti e rivendicare nuove autonomie.

Ciò sembra essere accaduto in particolar modo nelle aree dove l’intraprendenza delle

città e la loro proiezione sul territorio circostante indeboliva i signori.

Affinchè poi una comunità rurale potesse dotarsi di una struttura comunale era

necessario che al suo interno vi fosse un gruppo di individui preparati e consapevoli,in

grado di dirigere l’azione collettiva dei contadini.

Nel corso,però,dei secoli XIII e XIV,affermandosi dominazioni territoriali,cittadine o

regie,più coese,s’avviò un processo d’estromissione dei ceti rurali dalla vita politica,di

cui furono spia le rivolte contadine del Trecento.

9. L’esperienze d’autonomia cittadina al di fuori dell’Italia

Oltre che nell’Italia centro-settentrionale,l’esperienza comunale si diffuse anche

altrove.

In primo luogo,in Provenza,dove nei centri urbani ad i ceti di mercanti,artigiani e

giusperiti,s’affiancava un’aristocrazia detentrice di diritti signorili in campagna,che

esprimeva,in alternanza con i mercanti,i consoli.

Natura diversa da quella dei casi italiani e provenzali ebbero,invece,esperienze

d’autonomia maturate in altre città dell’Occidente.

In Francia ed in Germania le associazioni giurate dei cittadini ottennero da re o dai

signori territoriali,delle semplici carte di franchigia o carte di comune,che

riconoscevano loro alcuni diritti e prerogative ma non realizzavano vere e proprie

forme d’autogoverno,dato che il monarca manteneva propri ufficiali all’interno della

città e tendeva a sfruttare i comuni per ridurre il potere dei signori.

In Inghilterra, lo sviluppo dei comuni fu favorito dal re e da alcuni signori per

stimolare la crescita demografica ed economica di molti centri,ma a questi erano

concesse facoltà piuttosto limitate.

Tutte queste realizzazioni ebbero cmq. natura profondamente diversa dal comune

cittadino italiano;in particolare,oltre al differente rapporto con le autorità

superiori,regie o signorili,a differenziare le realtà del Nord – europa da quelle italiane

fu in particolare la composizione sociale.

In Italia,un ruolo molto importante nel comune fu svolto dalle famiglie aristocratiche

inurbate,che mantenendo interessi e risorse nelle campagne spingevano la città a

guardare con interesse al contado circostante.

Altrove,invece,i ceti urbani erano composti quasi esclusivamente da

mercati,artigiani,soggetti impegnati in attività amministrative o giudiziarie,che quindi

non erano coinvolti nella vita extra-urbana e,quindi,qui i centri urbani erano del tutto

dediti ad attività economiche legate prevalentemente al commercio.

I conflitti nella società comunale,l’introduzione del potestà e l’emergere

10. del popolo

Tra il XII ed il XIII secolo la popolazione delle città italiane ordinate in comuni

crebbe in misura notevole,talvolta anche fino a quadruplicare.

Questo incremento della popolazione fu soprattutto conseguenza della continua

immigrazione dalla campagna d’individui di ogni ceto che miravano alle maggiori

opportunità offerta dalla vita cittadina.

Ciò se da un lato estendeva le potenzialità del comune,dall’altro lato creava una

crescente articolazione del corpo sociale,fonte di tensioni.

Ed infatti,nel comune c.d. consolare l’effettivo potere era concentrato nelle mani di un

numero ristrettissimo di famiglie,che sceglievano i consoli,mentre l’assemblea alla

quale partecipava una fetta più larga della popolazione di fatto ratificava solo

decisioni assunte altrove. In pratica,quindi,le famiglie aristocratiche inurbatesi di

recente o cmq. escluse dall’èlite consolare,si sforzavano d’entrare a far parte del

gruppo dirigente,rendendo instabili gli equilibri ed accendendo le conflittualità.

Inoltre,gli aristocratici provenienti dal contado riproducevano nelle città i

comportamenti ad i quali erano abituati,costruendo nella nuova sede case fortificate e

torri che funzionavano come una sorta di castello,da cui pretendevano di esercitare un

controllo sul quartiere circostante attraverso clientele armate.

Per placare questi contrasti,che rischiavano di distruggere il sistema comunale,si

ricercarono innovazioni istituzionali e lo strumento che risultò più efficace fu

l’introduzione di una nuova magistratura,il podestà,che si venne definendo nelle sue

forme nei primi decenni del Duecento.

La carica di podestà era conferita per un anno ad un individuo scelto tra i

forestieri,cioè estraneo alla città in modo che fosse realmente in grado d’assicurare

l’equidistanza tra le parti.

Questi era chiamato a reggere il comune,ovvero,doveva presiedere i

consigli,amministrare la giustizia,svolgere funzioni di polizia,comandare l’esercito

comunale.

Nell’adempimento delle sue mansioni il podestà era coadiuvato da un seguito di

fiducia,cioè giudici,notai,guardie.

All’atto d’assunzione dell’incarico sottoscriveva con le autorità comunali un contratto

che stabiliva i suoi obblighi e giurava di rispettare gli statuti comunali;una volta finita

la carica,il suo operato era sottoposto ad un accurato esame e,in caso di giudizio

positivo,gli veniva corrisposto il compenso.

Il podestà forestiero costituì una figura del tutto nuova di professionista della

politica,dotato di specifica preparazione. Vi erano famiglie che si specializzarono

nell’avviare i propri rampolli all’attività podestarile e così fecero anche alcuni grandi

centri,come Bologna o Milano,che così riuscivano ad esercitare una forma di

controllo sui comuni ad i quali inviavano i podestà.

Soprattutto,poi,dopo il XIII secolo,quando i comuni cominciarono a polarizzarsi nei

due opposti schieramenti politici internazionali,i guelfi ed i ghibellini,si cercò di

scegliere il podestà nell’ambito della parte in cui si militava.

In linea generale,l’istituto podestarile riuscì a raggiungere gli obiettivi che si era

prefissato.

Una profonda trasformazione nella struttura sociale e politica delle città comunali nel

XIII secolo s’ebbe con l’avanzata pretesa di partecipare alla vita politica ed all’attività

di governo da parte del ceto dei c.d. popolari,cioè mercanti,banchieri ed artigiani

dotati di ricchezze e prestigio sempre maggiore.

Il popolo,con il tempo,s’organizzò in una serie di strutture associative che riunivano i

membri in gruppi ordinati,garantendo loro maggiore forza e rappresentatività,ed erano

concepite su base territoriale,unendo quanti vivevano in uno stesso quartiere.

Tra il XII ed il XIII secolo,queste associazioni finirono con l’esercitare un ruolo

politico consistente in molte città. Si dotarono di consigli e statuti che garantivano

loro forme d’autogoverno e sancivano regole alle quali dovevano uniformarsi coloro

che ne facevano parte.

I populares acquisirono poi anche una notevole capacità militare,partecipando

all’esercito del comune come truppe di fanteria,i pedites,accanto agli aristocratici,che

combattevano a cavallo,gli equites.

Verso la metà del XIII secolo,le varie associazioni popolari si unificarono nella c.d.

società del popolo,la societas populi,che s’articolava in una sorta di comune entro un

comune e comprendeva varie organizzazioni,cioè un consiglio generale,un collegio

più ristretto,un capitano del popolo,che imitava le funzioni del podestà. Questi

organismi facevano concorrenza con gli ordinamenti comunali,senza pretendere di

sostituirsi a questi,ma permettendo al popolo d’esercitare un pressione che ne

facilitava l’ingresso nella classe dirigente.

Progressivamente,i populares riuscirono ad entrare nei consigli dei comuni

e,soprattutto nei centri urbani dove i ceti artigiani e contadini erano più

solidi,riuscirono anche ad ottenere una posizione di supremazia che portò

all’emanazione di norme antimagnatizie,cioè tesa a proteggere il popolo dalle

violenze e prevaricazioni dei c.d. magnati,ovvero i cittadini ricchi e potenti.

Sin dagli inizi del Duecento,contro l’ascesa dei populares,gli aristocratici si

organizzarono a loro volta in una società di cavalieri,la c.d. societas

militum,vincolandosi con un giuramento di fedeltà reciproca.

Gli equilibri del sistema comunale divennero ancora più complicati quando si

formarono le c.d. partes,gruppi che si schieravano con l’uno o l’altro dei grandi

coordinamenti internazionali,ovvero i ghibellini,solidali con il potere imperiale,ed i

guelfi,avversi al potere imperiale. In ogni città comunale,il ceto dirigente si

polarizzava tra le due parti,costantemente in contrasto tra loro,e quando in un dato

centro prevaleva una parte,questa cacciava gli esponenti dell’altra,confiscandone i

beni e costringendoli a cercare ospitalità in qualche città amica. Questa articolazione

ebbe come conseguenza il disegnarsi di due reti contrapposte di città alleate.

APOGEO E CRISI DEGLI UNIVERSALISMI

1. L’impero di Federico I

Tra l’XI ed il XII secolo,mentre in Francia,Inghilterra e nell’Italia normanna,si

sperimentarono forme di ricomposizione dei poteri,grazie alla riacquisizione di potere

da parte delle monarchie,l’impero in Occidente fu scosso da ripetute convulsioni.

Nonostante i numerosi tentativi esperiti in questo senso,la carica regia di

Germania,alla quale era legata quella imperiale,non aveva acquisito carattere

dinastico e,quindi,la scelta del monarca continuava a dipendere dall’elezione da parte

dell’assemblea dei principi tedeschi ed inoltre,la dignità imperiale era anche legata

all’unzione da parte del papa.

Dopo un periodo di competizione tra due opposte dinastie,l’una di Baviera e l’altra di

Svezia,venne eletto re ed imperatore lo svevo Federico I,c.d. Barbarossa.

Il nuovo imperatore ebbe come priorità riaffermare la propria autorità in Italia e,a

questo proposito,utilizzò come pretesto per intervenire nella penisola la chiamata in

aiuto da parte di centri minori,che subivano l’egemonia delle grandi città.

Durante la sua discesa in Italia,Federico si portò anche a Roma,dove soccorse il papa

nel suo conflitto contro il comune cittadino.

Nel 1158 l’imperatore convocò una dieta,cioè una grande assemblea pubblica,a

Roncaglia,presso Piacenza,in occasione della quale emanò la c.d. Constitutio de regali

bus,che fissava in modo inequivocabile quali fossero i diritti che spettavano

esclusivamente all’autorità regia e che a lungo erano stati usurpati dai diversi signori

o comuni. Erano prerogative molto concrete,ovvero,l’esercizio della giustizia,la

riscossione delle imposte,la facoltà di battere moneta,il diritto d’arruolare

eserciti,l’esclusività nel controllo delle vie di traffico,ecc. Emanò,poi,anche un’altra

disposizione,la Constitutio pacis,che vietava la guerra tra privati e la formazione di

leghe tra città.

Contro Milano,che si era ribellata alle deliberazioni di Roncaglia,Federico I intraprese

un azione militare,e fu sostenuto da alcuni centri minori,nemici di Milano,quali

Lodi,Cremona e Como.

L’imposizione di una forte pressione fiscale sui comuni e il tentativo di un controllo

politico sugli stessi attraverso propri delegati,portarono alla costituzione della c.d.

lega lombarda,sostenuta dal papa Alessandro III,ostile all’instaurarsi di un effettivo

potere imperiale sull’Italia.

Lo scontro militare si risolse con la sconfitta dell’esercito di Barbarossa a Legnano.

L’imperatore fu quindi costretto ad avviare trattative con la controparte che portarono

alla pace di Costanza,attraverso la quale l’imperatore concesse le regalie ad i

comuni,che a loro volta s’impegnavano a riconoscere la sua autorità.

Dopo la morte di Federico I,il contenzioso fra l’imperatore ed i comuni si ripropose

anche con i suoi successori.

2. Federico II

Le calcolate nozze tra il figlio ed erede di Federico Barbarossa,Enrico VI,con

Costanza d’Altavilla,figlia del re normanno di Sicilia Ruggero II,posero i presupposti

per l’unificazione delle corone di Germania e di Sicilia,oltre che della carica

imperiale,nella persona del loro erede,Federico II.

Alla morte dei genitori,Federico aveva appena quattro anni ed era sottoposto,per

volontà della madre,alla tutela di papa Innocenzo III.

Raggiunta la maggiore età,Federico assunse prima la corona di Sicilia,e poi quella

della Germania,affrontando però notevoli opposizioni da parte delle aristocrazie

tedesche e impegnandosi davanti al papa a non trasmettere ad un unico erede i due

regni.

Federico,poi,appoggiato dal papa Innocenzo III e dal re di Francia,Filippo Augusto,si

scontrò e vinse l’imperatore Ottone di Brunswick ed il suo alleato inglese,Giovanni

Senza Terra,e venne incoronato imperatore in San Pietro a Roma.

Per fronteggiare le varie signorie locali,Federico II fu costretto a soggiornare in

Germania.

Per conquistarne,poi,la fedeltà fu costretto a concedere loro diverse prerogative ed a

limitare la propria opera di fondazione e protezione della città,tradizionale strumento

regio per contrastare i poteri signorili.

Una politica totalmente differente potè,invece,perseguire nel regno di Sicilia,dove

rivendicò con forza tutti i diritti che riteneva usurpati dalle aristocrazie e dalle

comunità urbane,cercando d’imporre disciplina ed uniformità,affermando un controllo

molto stretto sulle città,disponendo l’abbattimento di castelli privati e costruendo

fortezze regie per controllare militarmente il territorio.

Condusse anche una campagna contro i saraceni ancora residenti in

Sicilia,deportandoli in Puglia ed arruolandoli nell’esercito.

Contemporaneamente,Federico creò una complessa struttura burocratica e,per

preparare adeguatamente i funzionari pubblici,fondò uno studium a Napoli,dove si

coltivassero prevalentemente gli studi di diritto e,questa,fu la prima università a

sorgere per volontà di un monarca e non per iniziativa privata.

Tutte le norme emesse da Federico II per il regno di Sicilia furono raccolte in un

codice,il c.d. liber augustalis o Costitutiones Melfitanae,dal quale emergeva la volontà

del monarca di coordinare il regno in una disciplinata trama di circoscrizioni

disciplinate dal centro,d’amministrare la giustizia attraverso tribunali regi e di

assicurarsi entrate certe attraverso la leva fiscale.

La corte federiciana a Palermo fu il fulcro di un’eccezionale sintesi delle culture

mediterranee. In quest’ambito si sviluppò anche la c.d. Scuola siciliana,cioè il

movimento poetico volgare che è all’origine della letteratura italiana. Lo stesso

imperatore si dimostrò un uomo colto e amante della cultura,tanto che fu autore di un

trattato di caccia,il De arte venandi cum avibus,e gli fu dato l’epiteto di Stupor mundi.

In seguito,dovette di nuovo intervenire in Germania,per sedare le rivolte del

figlio,Enrico.

In quegli anni emise la c.d. Costituzione di pace imperiale tesa ad ordinare il diritto

del regno,di fatto,però,fu costretto ad ulteriori concessioni alle autonomie signorili.

Fu,poi costretto a fare ritorno in Italia per fronteggiare uno schieramento a lui ostile e

che era coalizzato con il papa.

La relazione dello svevo con il pontefice si deteriorò progressivamente: ed infatti,il

papa avvertiva sempre più come una minaccia la pretesa dell’imperatore di esercitare

un effettivo potere in Italia e trovò degli argomenti per scomunicarlo.

Ciò avvenne per la prima volta con la salita al soglio papale di Gregorio IX,che

utilizzò come motivazione il fatto che Federico trascurava di partire per una crociata

in Terrasanta.

L’accordo che poi l’imperatore sancì con il sultano d’Egitto,attraverso il quale si

permetteva ad i cristiani l’accesso ad i luoghi santi a Gerusalemme,inasprì le critiche

nei suoi confronti,accusandolo di essere cedevole con gli infedeli e freddo verso la

fede cristiana.

Dopo una seconda scomunica,Federico reagì con le armi,aggredendo alcune città

dell’Italia centro-settentrionale e ponendo il blocco a Roma.

Il nuovo papa,Innocenzo IV,non solo lo scomunicò per la terza volta ma lo dichiarò

deposto,sciogliendo quindi da ogni vincolo d’ubbidienza nei suoi confronti tutti i

sudditi e vassalli.

Dichiarato deposto,Federico II dovette assistere alla nomina di un nuovo re in

Germania e alla ripresa della guerra da parte di alcuni comuni dell’Italia;negli

anni,poi,immediatamente successivi l’imperatore subì due rovesci militari,ad opera

dei parmigiani e dei bolognesi.

Con la morte di Federico finì anche il progetto di un unico potere imperiale esteso

dalla Germania alla Sicilia.

Alla morte del figlio,Corrado IV,divenne re tedesco un altro figlio,Manfredi. Nel

frattempo,il papa,Urbano IV,affidò il regno di Sicilia a Carlo D’Angiò,fratello del re

francese Luigi IX.

D’Angiò,a Benevento,uccise in battaglia Manfredi e due anni dopo anche l’erede

Corradino venne sconfitto.

3. Il papato nei secoli XII-XIII

Tra il XII ed il XIII secolo,mentre l’impero assistette ad una riduzione del proprio

ruolo,parabola inversa seguì il papato,che,grazie alla riforma dell’XI secolo,non solo

irrobustì la sua struttura e s’affrancò da condizionamenti esterni,ma seppe anche

crearsi una notevole dominazione territoriale nell’Italia centrale.

In primo luogo,si perfezionò il meccanismo d’elezione dei pontefici,istituendo

un’assemblea elettiva,alla quale dovevano partecipare vescovi,preti e diaconi cardinali

e,che creava il nuovo papa con una maggioranza dei due terzi,prevedendo così una

base di consenso più ampia per il neoletto ed escludendo qualsiasi ruolo del popolo.

Per evitare,poi,che l’assemblea elettiva indulgesse in ritardi,attraverso la costituzione

Ubi periculum,si stabilì che l’elezione dovesse avvenire in tempi rapidi e,a questo

proposito,i cardinali dovevano essere rinchiusi a chiave in una stanza,da qui il termine

conclave,non accessibile a nessun altro,con qualche ristrettezza di cibo,fino a quando

non fosse avvenuta l’elezione.

I cardinali di nomina pontificia,non eleggevano solo il papa,ma erano i suoi principali

collaboratori,assistendolo nel concistoro,sede delle principali decisioni spirituali e

temporali,formando la commissione delle cause che erano sottoposte al giudizio del

pontefice,e prendendo parte all’attività amministrativa e di governo.

Importante,poi,fu anche il ruolo svolto dal personale di curia,chierici e funzionari

istruiti nel diritto che crearono un corpo burocratico efficiente.

Mentre in origine i papi disponevano solo del c.d. Patrimonio di San Pietro,cioè un

insieme di possessi sparsi in regioni molto lontane,la successiva e graduale

costituzione di un vero e proprio potere territoriale dei pontefici romani in zone

sempre più concentrate del Lazio,venne,ovviamente,avversato dalle forze signorili e

dalle comunità urbane dell’area interessata,ma anche da realtà esterne quali i

normanni dell’Italia meridionale e l’impero degli Svevi. A questo proposito,il

pontificato,per difendersi,s’avvalse della sintonia con i comuni cittadini del centro-

Nord e della parte guelfa.

4. Il pontificato di Innocenzo III

5. Il pontificato di Bonifacio VIII

L’orientamento di intensa partecipazione del papato alla vita politica,che con

Innocenzo III aveva trovato notevole espressione,procedette durante tutto il corso del

Duecento,evidenziando un’intesa privilegiata di Roma con il re di Francia,termine di

riferimento internazionale della parte guelfa.

Verso la fine del secolo,si succedettero al soglio pontificio due figure antitetiche: la

prima rappresentava la possibilità di una configurazione totalmente differente della

carica papale;la seconda,invece,ne era la massima celebrazione.

Nel 1294 fu eletto papa Celestino V,proveniente dal mondo francescano e molto

gradito da chi auspicava il ritorno della Chiesa alla povertà evangelica e rifiutava ogni

coinvolgimento nella politica.

Celestino resistette in carica per pochi mesi prima d’abdicare,essendo incapace di fare

fronte alle pressioni che gli ambienti di curia e gli angioini esercitarono su di lui.

A succedere a Celestino V fu Bonifacio VIII che celebrò la centralità dell’autorità

pontificia nell’ambito del mondo cristiano istituendo il giubileo,in base al quale,tutti

coloro che nel corso dell’anno si fossero recati in pellegrinaggio a Roma,confessati e

comunicati,avrebbero ottenuto l’indulgenza plenaria,cioè il perdono dei peccati.

L’opera di Bonifacio VIII non riuscì però a celare l’impossibilità per il papa di

continuarsi a proporre quale autorità suprema anche nel campo politico,come

dimostrò l’esito dello scontro con il re di Francia,Filippo il Bello.

Filippo assunse nel suo regno alcuni provvedimenti contrari all’interesse del clero,ad

iniziare dalla revoca della tradizionale immunità fiscale di cui aveva sempre goduto la

Chiesa.

Le proteste papali non sortirono effetto,ed anzi,in seguito il monarca non solo arrestò

il legato di Roma ma indusse gli Stati generali del regno a dichiarare la discendenza

diretta da Dio del potere sovrano.

La replica del papa,tradottasi nella bolla Unam sanctam,che riprendeva ed esasperava

quanto già affermato dai suoi predecessori circa il rapporto con il potere

politico,apparve anacronistica rispetto al mutato contesto ed infatti,rispetto al vecchio

nemico,l’impero,la monarchia nazionale francese,appoggiata da tutta la società del

regno,che in essa vedeva il punto di sintesi della propria identità e dei propri

interessi,fu un nemico molto più pericoloso.

La dichiarazione di Bonifacio non isolò Filippo,che,anzi,inviò il proprio consigliere

ad Anagni,dove il pontefice si trovava,per arrestarlo;poco dopo Bonifacio VIII morì.

Filippo fece eleggere papa un vescovo francese,Clemente V,che trasferì la propria

residenza ad Avignone.

Questo spostamento fu interpretato come il segno tangibile della subordinazione del

papato alla corona francese,ma resta il fatto che ad Avignone i pontefici godettero di

fasto e floridezza economica.

RINNOVAMENTO DELLA CULTURA E NUOVE ESPRESSIONI

RELIGIOSE

1. Una nuova cultura per una società rinnovata

Nel XII secolo,come conseguenza della crescita economica,iniziata nel corso secolo

precedente,e del correlato formarsi di nuovi ceti impegnati in questa attività,s’ebbero

enormi riflessi sul piano culturale,riassumibili in un notevole incremento della

produzione e conservazione di documenti scritti ed in un allargamento del numero

delle persone in grado di leggere e scrivere anche tra i laici.

Infatti,il modello economico predominate in Occidente almeno fino a tutto il X

secolo,basato sul primato dell’agricoltura e su scambi a breve raggio,ed i rapporti

sociali che a quello corrispondevano,rendevano sufficiente l’utilizzo di strumenti

essenzialmente orali,come il diritto consuetudinario,ed il ricorso alla scrittura per

sancire contratti,diritti,compravendite,restava eccezionale e per lo più riservato agli

ecclesiastici.

Con il successivo sviluppo di un’economia molto più complessa,che aumentava il

volume delle transazioni e privilegiava il commercio anche su lunghe distanze,la

redazione per iscritto di documenti divenne invece essenziale per dare certezza ad i

sempre più numerosi e frequenti negozi.

S’ebbe così una esponenziale crescita della produzione di documenti fra

privati,soprattutto quando questi acquisirono valenza di prova nelle liti giudiziarie;un

passo decisivo in questo senso fu fatto,nel corso del XII secolo,con il riconoscimento

ad i notai,cioè ad i redattori di questi documenti,della publica fides,cioè della capacità

di creare atti autentici e validi come prova legale.

Conseguente a questa proliferazione documentaria fu l’allargamento della base degli

alfabetizzati nell’ambito della società laica e,in particolare,non aumentò solo il

numero di burocrati ed esperti che facevano uso della scrittura,ma gli stessi mercanti

ed artigiani furono spinti dalla loro attività a leggere,scrivere e fare conto.

Questi,poi,divennero costanti fruitori e produttori di libri,che erano ora strumenti di

fruizione effettiva e non più come in precedenza oggetti preziosi da possedere ed

ammirare in quanto tali.

L’accostamento maggiore dei laici alla cultura scritta stimolò anche la produzione di

opere nelle lingue volgari. Nei paesi meno romanizzati la comparsa di testi in volgare

fu precoce,ma fra l’XI ed il XII secolo,l’uso del volgare s’estese anche alla letteratura

dei paesi neolatini,come testimonia la stesura della Chanson de Roland,in antico

francese.

In campo storiografico,la compilazione di storie e di cronache di regni e di città non

fu più appannaggio esclusivo degli ecclesiastici ma divenne una pratica dei laici,con

un notevole mutamento nel modo di selezionare e narrare i fatti narrati.

Bisogna cmq. dire che nonostante gli innegabili progressi culturali,la produzione ed il

consumo di cultura rimasero,in questi secoli,un fenomeno riservato ad una stretta

minoranza.

In questo periodo importantissime innovazioni si verificarono anche nel campo delle

arti figurative e dell’architettura,infatti,le nuove dinamiche ed idee culturali diffusesi

nonché la maggiore ricchezza stimolarono la produzione artistica e si tradussero,in

particolare,nella genesi di due stili destinati a caratterizzare con le loro forme il

paesaggio dell’Occidente,cioè il romanico ed il gotico.

Lo stile romanico,in primo luogo,si sviluppò nell’Italia settentrionale ed in

Catalogna,per poi estendersi all’Europa continentale fra il X ed il XII secolo. Le

chiese romaniche rappresentarono il trionfo della pietra quale elemento costruttivo.

Gli edifici sacri di stile romanico,decorati all’interno e sulle facciate con pitture e

sculture,si moltiplicarono in ogni paese,come emblema non solo di nuove tecniche

costruttive ma anche di una rinnovata spiritualità,di forte impronta monastica.

Dalla metà del XII secolo,a partire dalla Francia,si diffuse anche un altro stile,quello

gotico,che traduceva in forme architettoniche le teorie che identificavano Dio come

Luce del mondo. Le Chiese gotiche,nel loro slancio verticale,con pareti impreziosite

da enormi vetrate policrome,rappresentavano la massima esaltazione della luce.

2. Il diritto

Funzionale agli sviluppi della società,dell’economia e delle istituzioni politiche fu la

ripresa degli studi di diritto,in particolare del diritto romano,che da secoli era stato

trascurato a vantaggio dei diritti particolari,signorili,locali,statuari.

Il diritto romano era chiamato ius commune,perché ritenuto valido per tutte le genti,a

fronte dello ius proprium,cioè le norme parziali,applicabili solo a determinati soggetti.

Questi due sistemi non s’annullavano ma s’integravano a vicenda.

Per imperatori,quali Federico I,tesi a ribadire la superiorità della potestà imperiale su

ogni altro potere fu inevitabile il richiamo ad i principi del diritto imperiale per

eccellenza,cioè quello romano,creatore e depositario delle idee di pubblico e di stato e

contro ogni frammentazione e privatizzazione del potere.

Ciò fu particolarmente chiaro durante la battaglia federiciana per la rivendicazione dei

regalia juria contro i comuni italiani,durante la quale il monarca s’avvalse della

collaborazione teorica messa a sua disposizione dai giuristi della scuola di Bologna.

In questa prospettiva,fu dato un grande impulso alla ripresa dello studio della

tradizione giuridica contenuta nel Corpus iuris civilis di Giustiniano.

Parallelamente alla riscoperta dello ius romano si verificò anche la definizione del

diritto della Chiesa,il c.d. diritto canonico,elaborato attraverso la raccolta e la

sistemazione dei decreti,concili e lettere dei papi.

Uno dei testi cardine del diritto canonico fu il c.d. Decretum Gratiani,che riunì 3.900

testi della tradizione canonica della Chiesa Occidentale.

In questo modo,la Chiesa,così come l’impero,si dotava di un proprio fondamentale

strumento giuridico,che non regolava solo la vita interna,ma s’estendeva anche ad

ambiti della società civile,come la famiglia.

La riscoperta della cultura antica

3.

Un punto fondamentale della nuova cultura che si diffuse nei paesi occidentali nel

corso del XII secolo fu rappresentato da un mutato atteggiamento nei confronti

delle c.d. auctoritates,cioè il complesso d’autori e testi,a cominciare dalle Sacre

Scritture e dalle opere dei Padri della Chiesa,che erano ritenuti capaci di

rispondere ad ogni domanda e bisogno di conoscenza.

Infatti,gradualmente,si cominciò a guardare alle auctoritates con un occhio

diverso,ritenendo che,senza nulla togliere al loro indiscutibile valore,fosse lecito

non fermarsi ad esse ma ricercare nuove verità.

In particolare,un passo fondamentale in quella che è detta rinascita della cultura in

Occidente fu compiuto con la riscoperta di Aristotele,grazie alla traduzione ed ai

commenti di Averroè e Maimonide,le cui opere,insieme a quelle di moltissimi altri

intellettuali mussulmani ed ebrei,furono tradotte in latino e poterono così

diffondersi in Occidente,portando alla riscoperta anche di tanti altri autori,quali

Platone,Tolomeo,Euclide.

L’apporto di questi intellettuali mussulmani ed ebrei non si limitò ad un’opera di

pura trasmissione dell’antica scienza dei greci ma ne offrì un arricchimento

attraverso i commenti e nuove applicazioni,ed in particolare fondamentali furono i

contributi arabi nei campi della matematica,della medicina,dell’astronomia.

Si ricordi,poi,all’importante figura del matematico pisano Fibonacci,che importò

in Occidente il sistema di numerazione già inventato dagli indiani,e poi adottato

dagli arabi,che viene usato ancora oggi.

4. La nascita delle università

Durante l’Alto Medioevo i centri di trasmissione del sapere erano state le scuole

monastiche,quindi il sistema d’educazione era sostanzialmente stato nelle mani della

Chiesa e rivolto a studenti che a loro volta si preparavano alla carriera ecclesiastica.

La rinnovata società dell’XI secolo rese necessario un nuovo sistema

d’istruzione,fondato su scuole pubbliche laiche in grado di dare ad i suoi studenti una

preparazione idonea ad affrontare un futuro di burocrati,mercanti,uomini

d’affari,privilegiando,quindi,materie di studio quali il diritto,la matematica,le lingue

volgari.

Fra l’XI ed il XII secolo si gettarono anche le basi per la nascita di quelle che oggi

sono definite università e che all’epoca erano definite Scuole generali.

Al tempo il termine universitas indicava semplicemente un’associazione,dotata di un

proprio statuto giuridico,d’individui che svolgevano lo stesso mestiere e che si

organizzavano per rivendicare i loro diritti e tutelare i loro interessi.

Gli Studi generali sorsero e si svilupparono in forme differenti.

A Parigi,ad associarsi furono professori di teologia,che in poco tempo conseguirono

privilegi dal papa e dal re per affrancarsi dal controllo del vescovo e degli ufficiali

regi ed organizzarsi liberamente al proprio interno.

Lo Studio parigino,nato dalla convergenza di diverse scuole cittadine attorno alla

scuola cattedrale di Notre-Dame giunse presto a livelli di vertice nei campi della

teologia e filosofia.

A Bologna,lo Studio si sviluppò per l’iniziativa di un’associazione di studenti,riunitisi

per pagare i maestri in grado di impartire loro lezioni di diritto. Ottenne il

riconoscimento da parte di Federico I e si caratterizzò per lo studio del diritto.

Genesi differente ebbe lo Studio di Napoli,infatti in questo caso non si trattava di

un’associazione spontanea di studenti o cmq. di privati ma di una Scuola

esplicitamente voluta e fondata dall’imperatore Federico II per formare i burocrati da

utilizzare nell’amministrazione del regno.

Federico II riconobbe come scuola anche lo Studio di medicina di Salerno,dove fu

fatto tesoro del meglio della scienza araba,bizantina ed ebraica.

Per tutto il corso del XIII secolo,gli Studi,riconosciuti dalle autorità e per questo in

grado di rilasciare titoli di laurea che permettevano a chi li conseguiva di insegnare

ovunque,proliferarono nelle diverse regioni occidentali,da Oxford a Salamanca,da

Tolosa a Padova.

Le autorità al contempo ne promuovevano lo sviluppo,per agevolare la formazione di

figure burocratiche competenti,ma cercavano anche d’aumentarne il controllo,per

sorvegliare la produzione della cultura ed avvalersi dei risultati della stessa.

L’insegnamento negli Studi era impartito in latino e seguiva il metodo della

scolastica,cioè della teologia e della filosofia cattoliche.

In pratica,si partiva da un libro del quale veniva riconosciuta una particolare

autorevolezza nell’ambito di una singola disciplina e questo veniva letto dal

maestro,la c.d. lectio,e quindi commentato,la c.d. quaestio,evidenziandone i problemi

critici e discutendone con gli studenti,c.d. disputatio,che dovevano risolverli in modo

logico sulla base dei testi noti.

I commenti ad i testi studiati erano raccolti per iscritto in forma di glosse,cioè a

margine dei singoli passi dibattuti,e l’insieme delle glosse dava luogo a commenti

complessivi delle varie opere.

Spesso nell’ambiente delle Scuole si procedette a creare delle summae,cioè delle

compilazioni enciclopediche.

Da tutta questa attività di scrittura derivò anche un crescente fabbisogno di libri,che

dovevano essere prodotti in tempi rapidi,con costi accessibili e con un testo

corretto;sorsero così nelle Scuole botteghe di copiatori autorizzati,che riproducevano

e vendevano copie di libri,che dovevano essere approvate dalle Scuole stesse.

5. La religiosità eterodossa

Nel corso dell’XI e XII secolo,la cristianità occidentale fu agitata da contestazioni

che si manifestarono nelle diverse regioni presso tutti gli strati della società e che

s’espressero in forme eterogenee.

Queste contestazioni,che riguardavano alcuni principi della dottrina cattolica ma

soprattutto la struttura della Chiesa allora esistente,indussero quest’ultima ad avviare

una poderosa risposta,che s’espresse al massimo grado durante il XIII secolo e fu tesa

a salvaguardare il credo ortodosso contro ogni eresia,cioè ogni dottrina giudicata a

questo estranea.

In quest’opera la Chiesa utilizzò ogni strumento,dal tentativo di recuperare gli eretici

attraverso l’evangelizzazione e l’azione dei nuovi ordini monastici dei domenicani e

dei francescani,alla repressione attuata attraverso appositi organismi,come il tribunale

dell’Inquisizione,e con l’aiuto fondamentale della coercizione imposta dalle autorità

secolari.

I movimenti ereticali di questo periodo differirono profondamente dalle grandi eresie

che avevano interessato il mondo cristiano dei primi secoli e che riguardavano,in

particolare,la definizione della natura di Cristo. Infatti,mentre quest’ultime avevano

affrontato complesse questioni teleologiche ed avevano annoverato tra i loro fautori

soprattutto ecclesiastici con una buona preparazione dottrinale,i fenomeni più

recenti,invece,sorgevano soprattutto dal mondo dei laici,che chiedevano con vigore di

partecipare attivamente alla vita religiosa ed incentravano la loro polemica non tanto

in relazione ad i dogmi ma sulla contestazione della ricchezza della

Chiesa,dell’esercizio da parte della stessa di un potere temporale,dell’indegnità

morale di una larga fetta del clero e della pretesa di questo di restare l’unico interprete

fra gli uomini della parola di Dio. Dal momento che queste critiche si legavano

all’insoddisfazione per gli assetti del vigente ordine sociale ebbero una forte

diffusione tra gli strati marginali,i poveri,assumendo spesso valenze di natura

politica,come,ad es.,il moto della pataria a Milano.

Molti movimenti rimasero a lungo su uno stretto crinale fra l’essere accolti dalle

autorità ecclesiastiche in seno all’ortodossia cattolica e l’essere invece condannati

come eretici.

Spesso bastava poco a fare la differenza: ad esempio,riuscirono a farsi accettare gli

umiliati,diffusisi in Lombardia,cioè uomini e donne che,pur rimanendo in famiglia,

praticavano la castità,si dedicavano alla predicazione e conducevano una vita

povera,mentre subirono la condanna le beghine ed i begardi,gruppi non molto diversi

d’individui che vivevano insieme lavorando umilmente e leggendo le Sacre Scritture.

Lo stesso Francesco d’Assisi rischiò con i propri seguaci l’esclusione dalla Chiesa,ma

la evitò giurando fedeltà al papa e sottoponendo all’approvazione pontificia la propria

regola di vita.

Sorte opposta toccò invece ad un predicatore che ebbe tratti comuni con

Francesco,Pietro Valdo,un mercante di Lione che aveva scelto di vivere

poveramente,in una comunità di laici che ne condividevano le idee,per imitare Cristo.

Nonostante anche questi avesse chiesto l’approvazione al papa,il suo rifiuto di

sottoporsi al controllo ed all’autorizzazione delle gerarchie ecclesiastiche di Lione ne

provocò la scomunica. I valdesi,poi,condannati come eretici,si rifugiarono nelle valli

alpine fra l’Italia e la Francia e tutt’oggi la Chiesa valdese fa parte della galassia delle

Chiese cristiane protestanti.

Altre esperienze religiose diffusesi fra il XII ed il XIII secolo s’attirarono in maniera

netta l’accusa d’eresia.

E’ il caso,ad es.,della predicazione del cistercense calabrese Gioacchino da Fiore,per

il quale la storia del mondo era divisa in tre età,quella del Padre,coincidente con

l’epoca dell’Antico Testamento,quella del Figlio,coincidente con il presente e

caratterizzata dall’azione della Chiesa,e quella dello Spirito Santo,futura,che avrebbe

visto la sostituzione delle istituzioni ecclesiastiche allora esistenti con un nuovo

ordine monastico,perfetto nella sua pura spiritualità. Evidente era la carica eversiva

della struttura della Chiesa contenuta in questa predicazione e che ne comportò la

condanna come eretica.

Tra le correnti pauperistiche vi fu poi la vicenda di Dolcino,che agli inizi del Trecento

ottenne largo seguito grazie ad una radicale contestazione della ricchezza e del potere

temporale della Chiesa cattolica. I dolcini ani furono dispersi con dure persecuzioni e

Dolcino stesso venne catturato e messo al rogo.

Il movimento ereticale più diffuso,tanto da essere considerato l’eresia per

antonomasia,fu quello dei catari,dal greco puri,radicato ad Est in Bulgaria ed in

Bosnia ed a Ovest nell’Italia settentrionale e nella Francia meridionale,ma soprattutto

concentrato nella città di Albi,tanto che i suoi esponenti furono anche denominati

albigesi.

La dottrina catara era di tipo dualista,presupponeva cioè l’esistenza di due principi

eterni ed opposti,quello del Bene e quello del Male,che si combattevano

incessantemente. Il principio di Luce,coincideva con il puro spirito ed era proprio di

una dimensione ultraterrena;il Male,risiedeva invece nella materia del mondo creato e

nello stesso corpo umano che perciò doveva essere mortificato.

Con questa loro teologia i catari rifiutavano molti istituti e prassi della società

contemporanea,come la proprietà privata,l’esercizio del potere,e numerosi

sacramenti,oltre a negare validità alla Chiesa cattolica alla quale opponevano una

propria Chiesa particolare.

A fronte del moltiplicarsi e diffondersi di predicazioni pauperistiche e millenaristiche

che avevano largo seguito popolare ed insistevano nella contestazione della ricchezza

e del potere temporale delle istituzioni ecclesiastiche,la Chiesa reagì duramente per

salvaguardare il dogma cattolico,la propria struttura ed il ruolo di mediazione

esclusiva del messaggio evangelico.

In particolare,con il papato di Innocenzo III la lotta contro l’eresia s’intensificò

ulteriormente,equiparando la professione di un credo eterodosso al crimine di lesa

maestà,punibile con la morte,e coinvolgendo nella repressione autorità laiche,che

dell’eresia temevano i profili di sovversione sociale e politica.

In pratica,quindi,dissenso religioso e dissenso politico furono accomunati come specie

di pericolose contestazioni all’autorità costituita e perciò concordemente stroncati.

L’esempio più noto,a questo proposito,fu la c.d. crociata contro gli albigesi,voluta da

papa Innocenzo III e condotta da parte degli aristocratici francesi.

6. Gli ordini mendicanti

Le contestazioni spirituali che agitarono il mondo cristiano fra il XII e XIII secolo

furono anche alla radice di nuove espressioni religiose,che non furono condannate

come eretiche,ma si mantennero nel solco dell’ortodossia romana.

I casi più eclatanti riguardarono la predicazione di due figure quasi coeve,il

castigliano Domenico di Guzmàn e l’umbro Francesco d’Assisi.

Entrambi incentrarono il proprio messaggio sull’esigenza di un ritorno alla povertà

evangelica,scegliendo per sé e per i propri seguaci una vita conseguente a quest’idea.

In realtà,povero non doveva essere solo il singolo,ma l’intera comunità di

religiosi,configurandosi,così,un modello di monachesimo molto diverso da quello

benedettino,praticamente l’unico allora noto in Occidente,e dove,invece,s’ammetteva

l’uso di beni.

Gli ordini religiosi che discesero da Domenico e Francesco furono detti ordini

mendicanti,i loro membri si chiamarono frati e ricercarono il massimo contatto con il

mondo. Quindi,piuttosto che risiedere in monasteri isolati,collocarono le proprie

comunità negli ambienti cittadini,volendo raggiungere,con la loro predicazione ed il

loro esempio di vita,il maggior numero di persone possibili,in particolare fra gli strati

inferiori del corpo sociale,per meglio diffondere il messaggio evangelico nella sua

interpretazione ortodossa.

La rapidissima fortuna degli ordini mendicanti ed il loro carattere innovativo

suscitarono resistenza nei loro confronti da parte del monachesimo e del clero

tradizionali.

7. Domenico e l’ordine dei predicatori

Domenico,nato in Castiglia,nel 1170,da una famiglia della piccola nobiltà,abbracciò

presto la vita sacerdotale.

Durante un soggiorno nel Sud della Francia,dove era particolarmente radicato il

movimento dei catari,rimase colpito dalla forza suggestiva dell’eresia,che grazie allo

zelo dei suoi adepti ed al suo messaggio duramente critico del lusso materiale della

Chiesa,riusciva a conquistare molti proseliti.

Decise,quindi,di istituire in quelle stesse terre una comunità di religiosi che

conducessero un’azione concorrenziale nei confronti degli eretici.

Nel 1216 papa Onorio III concesse la conferma della sua regola a Domenico ed in

poco tempo il nuovo ordine,che fu detto ordo praedicatorum,perfezionò la sua

struttura organizzativa,fondata su una rete di conventi,eretti in città o a ridosso delle

stesse e ripartiti in circoscrizioni,in ciascuno dei quali i frati si dedicavano allo studio.

Per svolgere adeguatamente la loro missione,tesa a recuperare nell’ambito

dell’ortodossia cattolica gli spiriti attratti dall’eresie,i frati predicatori necessitavano di

una adeguata preparazione teologica e per questo i loro conventi furono delle notevoli

scuole e dei centri di studio della teologia e della esegesi biblica.

Proprio per la loro cultura specifica,diversi esponenti dell’ordine furono chiamati ad

occupare cattedre di teologia e filosofia nelle principali università dell’Occidente,e

domenicani furono anche i più grandi intellettuali del tempo,quali Tommaso

d’Aquino e Alberto Magno.

Inoltre i domenicani vennero largamente utilizzati nei tribunali dell’Inquisizione.

8. Francesco e l’ordine dei frati minori

Francesco,nato ad Assisi e figlio di un ricco mercante,dopo una gioventù

spensierata,tipica di un individuo del suo ceto,colto da un’intensa vocazione religiosa

s’allontanò dalla famiglia per condurre una vita d’ascesi e di penitenza in solitudine.

Ben presto,però,avendo raccolto intorno a sé alcuni seguaci,Francesco abbandonò il

romitaggio e trasferì tra gli uomini del secolo il suo esempio di vita,improntata ad

un’assoluta povertà,all’umiltà,alla mortificazione di sé ed all’esaltazione di ideali di

fratellanza e pace.

Conscio del fatto che la proposizione di modelli e principi così intransigenti in senso

pauperistico potesse attirare sul suo movimento i sospetti delle istituzioni

ecclesiastiche,Francesco si recò a Roma per chiedere ad Innocenzo III l’approvazione

del suo progetto di vita e per convincerlo gli dichiarò la sua incondizionata fedeltà.

Ottenne,così,il riconoscimento pontificio per il nuovo ordine,che prese il nome di

ordine dei frati minori,in segno ulteriore d’umiltà e sottomissione.

La rapida diffusione che avvenne dei minori in tutti i Paesi non fu condivisa in pieno

da Francesco,che la percepiva come una alterazione dei suoi ideali originali ed una

limitazione della primitiva libertà spirituale.

Tuttavia,la sua attitudine all’obbedienza ed i consigli dei confratelli lo convinsero a

stendere una regola da sottoporre al vaglio papale nella quale venissero riassunti i

punti più radicali della sua predicazione: la Regula bullata venne accolta da papa

Onorio III.

L’anno dopo,Francesco si ritirò come eremita sul monte Verna e vi rimase fino alla

morte,nel 1226.

Morto Francesco,s’apri un dibattito all’interno del suo ordine fra i c.d. spirituali,cioè

coloro che propendevano per una interpretazione rigorosa del primo messaggio

francescano,inspirato al perseguimento di una povertà assoluta,e i c.d.

conventuali,cioè coloro che ne accettavano la versione più istituzionale.

I due orientamenti si contrapposero in modo molto aspro. Quando,poi,la guida

dell’ordine francescano venne assunta da Bonaventura,questi favorì il prevalere

dell’atteggiamento moderato dei conventuali e per consentire la gestione di beni

materiali da parte dei frati minori fu introdotto il concetto di uso povero di un

bene,cioè la possibilità d’avvalersene solo per la stretta necessità.

Le tesi degli spirituali,che con la salita al soglio pontificio di Celestino V apparvero

potersi affermare,divennero sempre più estreme,indicando il modello della povertà

evangelica propria di Cristo e degli apostoli,come paradigma al quale si sarebbe

dovuta uniformare l’intera Chiesa. Queste affermazioni suscitarono accesi dibattiti

negli ambienti ecclesiastici e laici,ma vennero infine condannate come eretiche.

La stessa vita di Francesco,scandalosa e potenzialmente eversiva,fu ricomposta in una

versione ufficiale,la c.d. Legenda maior,fatta redigere da Bonaventura,nella quale il

santo veniva dipinto come una sorta di essere celeste,quasi sovraumano ed in pratica

inimitabile nella sua perfezione.

9. Chiara

Sulla scia della predicazione francescana si pose anche un movimento religioso

femminile,quello delle clarisse,istituito da una giovane d’Assisi,Chiara.

Animata da una forte spiritualità e dall’esigenza di una vita di preghiera e meditazione

ma insoddisfatta dei modelli monastici tradizionali,Chiara abbandonò la casa paterna

e si rifugiò presso Francesco e,dietro suo incoraggiamento,fondo il convento di San

Damiano,dove raccolse un gruppo di sorelle alle quali impose una regola di assoluta

povertà.

Chiara,poi,chiese al papa il privilegio della povertà,che comportava per il suo ordine

la rinuncia ad ogni bene materiale.

Dopo la sua morte,però,la regola delle clarisse,così come avvenne per i francescani,fu

temperata,e s’introdusse il principio dell’uso povero.

IL MEDITERRANEO ED IL MONDO ORIENTALE

1. Il pellegrinaggio armato a Gerusalemme

Contemporaneamente alla stagione di riforma della Chiesa si diffuse nella cristianità

occidentale la pratica del pellegrinaggio ai luoghi sacri,quali Roma,Gerusalemme e

Santiago de Compostela.

Nell’ambito del mondo cristiano la pratica del pellegrinaggio su lunghe distanze verso

i luoghi sacri non era sconosciuta nemmeno nei secoli anteriori,da una certa

epoca,poi,gli sviluppi del culto e la relativa maggiore sicurezza delle strade

promossero il pellegrinaggio,che veniva affrontato da un gran numero d’individui di

ogni condizione sociale,per devozione,per voto e per guadagnare meriti per la vita

celeste.

Contemporaneamente,soprattutto in concomitanza della Reconquista contro i

mussulmani della penisola iberica,si diffuse l’uso da parte dei pontefici di concedere

l’indulgenza,cioè la remissione dei peccati,a chi partecipava alla guerra contro gli

infedeli per diffondere la cristianità.

In questo campo,la Chiesa provvide poi nel corso del tempo a favorire la formazione

di un’istituzione tipica del Medioevo,la cavalleria.

Nell’Alto Medioevo il termine cavaliere indicava genericamente il combattente a

cavalla,figura tra l’altro diffusissima nelle culture barbariche.

In misura progressiva,le istituzioni ecclesiastiche cristianizzarono la pratica del

combattimento a cavallo e favorirono il sorgere di un’etica militare cristiana,fatta

propria dai cavalieri che andarono sempre più identificandosi con un gruppo ristretto e

speciale al quale s’accedeva con un’apposita cerimonia e che si distingueva per

l’adesione a quei valori.

Soprattutto nel XIII secolo si formò una cavalleria concepita come corporazione di

guerrieri d’èlite,che oltre a combattere si esibiva nei tornei ed esprimeva una propria

cultura peculiare,caricandosi anche di significati simbolici e dando origine ad una

copiosa letteratura,che propose figure come Ronaldo,Lancillotto e miti quali la Tavola

Rotonda dei cavalieri d’Artù.

Verso la metà dell’XI secolo,una serie di fenomeni migratori interessò le regioni

asiatiche,spingendo verso Occidente la numerosa tribù dei turchi selgiuchidi,convertiti

all’Islam,che assunsero il controllo della Persia e di Baghdad e poi conquistarono la

Siria e Gerusalemme,sottraendole ad i califfi Fatimidi d’Egitto. In poco

tempo,quindi,sorse un vasto impero selgiuchide esteso dall’Afghanistan e dal

Turkestan fino alla Palestina ed al mar Egeo,percepito da Bisanzio e dall’Occidente

come un vicino più minaccioso di quanto lo fossero i precedenti califfati.

La dominazione selgiuchide su Gerusalemme non impedì la prosecuzione del flusso

dei pellegrini cristiani verso la Città Santa,anche se furono introdotte alcune misure

sfavorevoli per i latini.

In Occidente,però,si fece largo l’idea di un grande pellegrinaggio al Santo

Sepolcro,armato in modo da potersi difendere dai Turchi.

Una esplicita esortazione in questo senso fu fatta da papa Urbano II,che invitava i

cavalieri cristiani a porre fine alle guerre fratricide e ad intraprendere un

pellegrinaggio d’espiazione in Terrasanta. Il messaggio di papa Urbano II viene inteso

come il vero e proprio bando della c.d. prima crociata .

Già l’anno dopo alcune migliaia d’individui di umile condizione e di cavalieri

poveri,infiammati dall’esortazione papale e guidati da un predicatore Pietro

l’Eremita,si misero in marcia per Gerusalemme,malamente armati e senza

un’adeguata predicazione. Durante il tragitto si resero protagonisti di gravissime

violenze,soprattutto contro le comunità ebraiche;quelli che riuscirono a giungere in

Anatolia furono sbaragliati dai turchi.

2. La conquista di Gerusalemme e l’elaborazione dell’idea di crociata

Nello stesso anno della predicazione di papa Urbano II,il 1096,mosse un’altra

spedizione,molto più forte a livello organizzativo,alla quale partecipò il meglio

dell’aristocrazia occidentale,rappresentata da uomini come il duca della Bassa Lorena

Goffredo di Buglione ed il normanno Tancredi d’Altavilla,figlio di Roberto il

Giuscardo.

L’esercito crociato giunse a Gerusalemme e la espugnò,compiendo un massacro della

popolazione mussulmana.

Venne costituito un regno latino di Gerusalemme,a capo del quale fu posto Goffredo

di Buglione,eletto difensore del Santo Sepolcro. Vennero create anche tre

signorie,affidate a vari capi crociati e legate da vincoli feudali al regno di

Gerusalemme.

Qui molti aristocratici e cavalieri che nei loro paesi di provenienza rimanevano ad i

margini della ricchezza e del potere trovarono promozione sociale.

Inoltre la dominazione latina in Oriente favorì anche i traffici dei mercanti

occidentali,che intensificarono gli scambi e crearono propri quartieri commerciali

nelle principali città mediorientali.

Per difendere meglio le conquiste crociate,isolate in mezzo a territori

musulmani,vennero istituiti dei singolari ordini religiosi armati,c.d. monastico -

cavallereschi,i cui membri,d’alta estrazione sociale,erano monaci guerrieri che

combattevano per proteggere i luoghi ed i viaggiatori cristiani dagli islamici. Tra i

principali vi erano l’ordine degli Ospedalieri di San Giovanni,i Cavalieri del Santo

Sepolcro,i Cavalieri del Tempio,i Cavalieri teutonici. Sostenuti dal papato questi

ordini ben presto estesero la propria attività anche in Occidente.

Le realizzazioni crociate non resistettero a lungo alla reazione turca.

Il re di Francia Luigi VII e quello di Germania Corrado III allestirono una nuova

spedizione,l’impresa,però,non ottenne nessun risultato apprezzabile,anzi rese evidente

la divaricazione che si era venuta a creare tra gli occidentali,tra i quali era sempre

vivo lo zelo per l’azione in armi contro i mussulmani,ed i latini,che invece avevano

trovato un loro modus vivendi con le popolazioni islamiche,con le quali

intrattenevano rapporti e scambi.

Poco dopo una grande potenza islamica sorse a seguito dell’unificazione di Egitto e

Siria,sotto il dominio di Saladino,che riconquistò quasi tutte le regioni mediorientali

detenute dai latini entrando,poi,trionfalmente a Gerusalemme e venendo acclamato

come colui che aveva recuperato la Città Santa dell’islam.

Saladino permise ad i cristiani di continuare ad accedere al sepolcro di Cristo ed ai

mercanti occidentali di continuare i loro traffici con i mussulmani.

La caduta di Gerusalemme stimolò l’ulteriore spedizione degli occidentali,guidata dai

tre principali monarchi cristiani,l’imperatore Federico I,il re di Francia Filippo II

Augusto ed il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone,ma anche questa conseguì

scarsi risultati.

Nel corso del XIII secolo,le campagne militari contro i paesi islamici vennero inserite

in un nuovo concetto di crociata,definita in modo più coerente e giustificato come

ogni forma d’azione coercitiva,che comportasse l’uso delle arme,per combattere

qualsiasi tipo di dissenso religioso. Lo zelo religioso era in realtà solo uno dei diversi

fattori che spinsero gli occidentali a intraprendere l’iter in armi verso i luoghi sacri,ma

in questa scelta pesarono anche molte altre ragioni,quali la brama d’elevazione sociale

e di arricchimento da parte di membri minori dell’aristocrazia,la speranza di fare

fortuna oltremare per una eterogenea folla d’avventurieri,gli appetiti mercantili delle

potenze occidentali.

Nel Duecento s’allestirono ben cinque campagne militari dirette oltremare;in

particolare:

- La c.d. quarta crociata,gestita dai veneziani e diretta addirittura contro uno stato

cristiano,anche se eretico dal punto di vista cattolico,quale l’impero bizantino.

- Una crociata contro l’Egitto,voluta dal papa Innocenzo III ma disertata dai

principali monarchi e priva di risultati concreti.

- Una crociata di Federico II che attraverso il Mediterraneo e conseguì il

momentaneo controllo di Gerusalemme non attraverso la guerra,ma grazie ad

un accordo con il sultano,disapprovato dal pontefice.

Due sfortunate iniziative del re di Francia Luigi IX,la prima contro l’Egitto e la

- seconda contro la Tunisia,e che in entrambi i casi videro la sconfitta degli

occidentali.

Il mondo islamico a sua volta vide dei significativi mutamenti,con l’ascesa dei

male mucchi in Egitto e Siria e soprattutto con la comparsa sulla scena degli

ottomani,che nel corso del XIV secolo assunsero la guida del mondo islamico e

portarono nei secoli successivi una grande sfida alla cristianità,conquistando anche

in via definitiva Costantinopoli.

3. Le crociate interne alla cristianità

Accanto alle spedizioni contro territori esterni all’Occidente,nel XIII

secolo,s’intensificarono le crociate interne,in particolare contro gli eretici.

Fra gli episodi dalle conseguenze più vaste vi fu la persecuzione delle stirpi pagane

dell’area baltica,nel corso della quale si distinsero i Cavalieri teutonici e che portò alla

colonizzazione di quelle terre da parte di contadini provenienti dalla Germania.

Papa Innocenzo III poi indisse una crociata contro i catari della Provenza,detti anche

albigesi,in accordi con il re di Francia che approfitto dell’occasione per annettere al

proprio regno quella regione. La guerra contro i catari,che alla fine vennero

sterminati,si protrasse per quasi un ventennio.

In questo periodo a patire le conseguenze del furore crociati stico furono anche le

comunità ebraiche,fino ad allora relativamente risparmiate da persecuzioni violente.

4. Il Mediterraneo orientale: Bisanzio e le città italiane

Nel IX secolo l’impero bizantino conobbe una stagione di generale ripresa soprattutto

con la dinastia imperiale dei Macedoni.

Fra il IX ed l’XI secolo l’impero arginò la pressione dei nemici più pericolosi che

premevano sulle frontiere,dagli arabi ad i bulgari,recuperò territori precedentemente

persi,riorganizzò i principali possessi nell’Italia meridionale,con la costituzione dei

c.d. themata di Calabria,Lucania e Longobardia,conquistò l’isola di

Creta,fondamentale per rendere più agevoli i traffici via mare.

L’impero di Bisanzio,allontanandosi irreversibilmente dall’Occidente latino esercitò

una influenza decisiva sulle realtà politico-territoriali dell’Oriente slavo,allora in fase

di consolidamento.

L’economia bizantina,in questo periodo attraversò una fase positiva,grazie ad una

ritrovata intraprendenza commerciale nel bacino mediterraneo dove si era attenuata la

concorrenza islamica.

Tuttavia,vari fattori,tra i quali una forte presenza dello stato nella vita economica,non

consentirono lo sviluppo di ceti artigiani e mercantili che permettesse alla lunga di

contrastare la concorrenza sulle rotte mediterranee di nuove realtà urbane della

penisola italiana,allora in piena espansione.

Fra queste vi furono,in particolare,due città,prima bizantine: Amalfi e Venezia.

Nel’XI secolo,decaduta Amalfi,a causa della dominazione normanna,emersero altre

due realtà,le cui flotte in breve assunsero dominio nel Mediterraneo,limitando la

presenza islamica: Genova e Pisa.

Contemporaneamente,i veneziani assunsero una posizione d’assoluto predominio

nella metà orientale del Mediterraneo,strappando all’impero bizantino privilegi;ad i

mercanti di Venezia,infatti,fu riconosciuta l’esenzione dai dazi e dalle imposte in tutti

i porti bizantini dell’Adriatico,dello Ionio e dell’Egeo ed i loro quartieri commerciali

erano presenti in tutti i principali scali mediterranei.

Questi vantaggi non accontentarono Venezia,che a fronte del tentativo imperiale di

limitarne lo strapotere economico,intravide la possibilità di conquistare

Costantinopoli ed infatti nel 1204 il doge Veneziano Dandolo convinse le truppe

crociate ad aggredire prima Zara e poi lo stesso impero bizantino: Costantinopoli fu

presa e duramente saccheggiata dagli occidentali,che si spartirono i territori

conquistati e fondarono un nuovo impero latino d’Oriente.

L’intera superficie dell’impero latino fu divisa in feudi affidati ad i vari capi

crociati,mentre Venezia s’assicurò una serie di basi navali strategiche per i commerci

oltre alla parte della città di Costantinopoli che comprendeva il porto e gli arsenali.

L’impero latino d’Oriente,però,rimase una costruzione fragile,priva di un vero

sostegno da parte delle grandi potenze occidentali,e fu presto vittima della reazione

bizantina.

I bizantini,dopo aver stretto un accordo con i genovesi,ripresero Costantinopoli e vi

restaurarono l’impero bizantino.

Altra grande realtà che si contendeva la dominazione commerciale sul mediterraneo

fu Genova.

I genovesi alternarono accordi con i loro concorrenti veneziani a momenti d’aperta

conflittualità.

A differenza dei veneziani,concentrati sul solo settore orientale,i genovesi si

muovevano in tutto lo spazio mediterraneo,con una buona presenza nei vari porti

dell’Africa settentrionale,della Sicilia angioina,della Provenza e della penisola

iberica,intensificando poi nel corso del tempo anche i viaggi verso i mercati del mare

del Nord.

Principale antagonista nel Mediterraneo occidentale di Genova era Pisa;dopo aver

collaborato per ridurre la supremazia delle flotte islamiche,iniziarono a contendersi la

Sardegna e la Corsica.

Nella c.d. battaglia navale della Meloria Genova inflisse a Pisa una dura sconfitta e

Pisa,che subiva anche la rivalità di Firenze e delle altre realtà toscane,non fu più in

grado di concorrere nei traffici mediterranei.

La stessa Genova vide un aumento dei dissidi interni e degli scontri tra famiglie che si

contendevano la supremazia economica e politica e ciò la porto ad un progressivo

declino,fino a rimanere schiacciata dalla concorrenza aragonese nei traffici e

dall’espansionismo territoriale di Milano,sotto la cui egemonia cadde.

5. Il Mediterraneo occidentale Angioini ed Aragonesi

Nel regno di Sicilia, dopo la fine della dinastia sveva e la sua sostituzione con quella

angioina,si ebbe un nuovo schieramento internazionale del regno,infatti,spezzato il

collegamento con l’impero,questo si collocò nell’ambito di un alleanza che faceva

capo al papa ed al re di Francia.

La mutata dinastia fece registrare all’interno un rinnovamento del ceto dirigente,con

l’immigrazione di molti soggetti di provenienza angioina e provenzale,più

direttamente legati,quindi,al nuovo monarca.

Per il resto,l’organizzazione complessiva del regno subì aggiustamenti ma non

fratture significative rispetto all’eredità normanno-sveva.

Un profondo mutamento si ebbe invece dopo la c.d. rivolta del Vespro,che scoppiò a

Palermo,nel 1282,per divampare in tutta la Sicilia.

Fu un moto popolare di ribellione al potere angioino dovuto a cause differenti,ed in

particolare,oltre alla residua fedeltà alla tradizione sveva ed all’ostilità per lo

spostamento della capitale da Palermo a Napoli,determinante fu l’opposizione alla

costosa politica mediterranea del re Carlo d’Angiò,che aveva mire espansionistiche

sui Balcani,sulla Tunisia e perfino su Costantinopoli.

Ad approfittare delle turbolenze siciliane fu il re di Aragona,Pietro III,le cui

proiezioni sul mare rispondevano perfettamente ai bisogni dei ceti mercantili catalani.

Al fine di ristabilire l’equilibrio alterato dai moti del Vespro e dall’intromissione

aragonese in un settore vitale del bacino mediterraneo,si avviò una trattativa,anche

coinvolse anche i pontefici e che giunse alla concessione a Federico III,fratello del re

di Aragona,della corona di re di Tinacria,mantenendo in questo modo distinta la

corona angioina con quella aragonese e sancendo il definitivo distacco politico della

Sicilia dal regno angioino,che mutò la propria denominazione in regno di Napoli.

6. L’impero dei Mongoli

Il XIII secolo vide anche la realizzazione,nei vastissimi spazi della steppa

euroasiatica,di un immenso impero guidato dalla stirpe di pastori nomadi dei

mongoli,che nel momento del suo massimo sviluppo s’estese dalla Cina all’Europa

orientale.

A dare unità politica alle tribù mongole fu il c.d. Gengis Khan,cioè sovrano

universale,che organizzò una perfetta macchina militare che in poco tempo riuscì a

conquistare la Cina,la Russia ed il cuore dell’Asia.

I suoi successori continuarono le conquiste dando luogo ad una costruzione politica

d’eccezionale ampiezza,che rappresentò una sfida sia per l’Occidente cristiano sia per

l’Oriente islamico.

Mentre i regni latini in Terrasanta,spaventati dall’espansionismo mongolo,preferirono

fare fronte comune con i mussulmani,le potenze occidentali,invece,avviarono

relazioni con il nuovo impero asiatico,sia in chiave antiturca sia come interlocutore

commerciale,sperando anche d’indurre la conversione dei mongoli al

cristianesimo,ma questi preferirono il buddismo e l’Islam.

La stagione di relativa pace che la dominazione mongola garantì ad un gigantesco

spazio euroasiatico stimolò nuovi rapporti economici e nuove rotti per le merci,in

particolare,moltiplicarono,lungo le vie carovaniere,i viaggi di mercanti e missionari in

un’Asia quasi del tutto sconosciuta agli occidentali e della quale avevano

un’immagine del tutto fantastica.

I due viaggiatori più celebri del Duecento,che nei loro libri descrissero i paesi

visitati,furono Giovanni da Pian del Carpine,con la sua Historia Mongolorum, e

Marco Polo,con il suo Milione.

IL TRECENTO,UN’EPOCA DI CRISI?

1. L’economia nel XIII secolo

Il XIII secolo fu caratterizzato in Occidente da una favorevole congiuntura

economica, che si manifestò in tutti i settori e che ebbe come fenomeno caratteristico

la ripresa del commercio su largo raggio,favorito anche dalla maggiore sicurezza delle

vie di collegamento in seguito alla maggiore stabilità politica generale.

L’allargamento della sfera dei traffici e il loro incremento complessivo portarono i

mercanti ad organizzarsi in compagnie,i cui membri si dividevano gli investimenti ed

i rischi per una data attività commerciale o anche per un singolo viaggio. Una formula

molto diffusa in questo senso fu la c.d. commenda,che prevedeva che un certo numero

di individui finanziasse un mercante,che partiva da solo per il viaggio d’affari,

negoziando anche nel loro interesse. Al ritorno,egli restituiva oltre al capitale che gli

avevano fornito i guadagni spettanti a ciascuno in proporzione all’investimento

compiuto.

Questa espansione degli scambi richiese l’utilizzo di nuovi strumenti finanziari e

monetari,in grado di rispondere alle mutate esigenze;si cominciò a coniare monete

d’argento di valore superiore a quelle allora circolanti e si riprese a battere moneta

d’oro,che in Occidente mancava dall’età carolingia.

Si diffusero poi coni quali lo scudo del regno di Francia,l’augustale del regno di

Sicilia,il genovino di Genova,il ducato veneziano e soprattutto,destinato ad imporsi

come la moneta più forte,il fiorino fiorentino.

Nacquero poi i c.d. banchi,attività che prestavano il denaro ad i mercanti ed agli

uomini d’affari ed assicuravano il cambio della moneta.

Mentre il commercio e la produzione manifatturiera ebbero in questo periodo un

significativo sviluppo,l’agricoltura,a causa di limiti tecnologici insuperabili,non riuscì

a crescere oltre una certa soglia e per aumentare la fornitura di derrate alimentari ad

una popolazione in costante aumento si dovettero mettere a coltura nuove aree

marginali e meno fertili.

Molti abitanti della campagna,alla ricerca di lavoro,si spostarono nelle città,che

giunsero ad annoverare una quantità di residenti come non si era più visto in

Occidente dopo la fine dell’impero romano,tanto che diversi centri toccarono la quota

elevatissima di centomila abitanti.

2. Carestie e pestilenze

Fra il 1313 ed 1317 una sequenza di cattivi raccolti comportò una penuria alimentare

in tutte le regioni dell’Occidente. Fu un fenomeno nuovo,almeno per la sua

portata,dato che in precedenza eventi simili erano rimasti circoscritti ad aree

delimitate,mentre,la carestia ora era generalizzata e si ripeté per più anni di seguito.

Le città faticavano a rifornirsi di provviste per i propri abitanti ed in esse i prodotti

alimentari cominciarono a scarseggiare ed ad aumentare di prezzo;nelle campagne i

contadini abbandonarono le terre infruttuose e si spinsero verso i centri urbani.

Cause della carestia non furono fattori contingenti,quali condizioni climatiche

avverse,ma deficienze strutturali del mondo economico del tempo,incapace

d’incrementare la propria produttività in proporzione al contemporaneo aumento della

popolazione.

Su questo scenario s’innestò nel 1348 un epidemia di peste bubbonica o nera,che si

diffuse con straordinaria velocità.

La malattia contagiosa,endemica nell’Asia centrale e trasmessa dalla puntura delle

pulci parassite del ratto nero,giunse in Occidente con i ratti che si annidavano nelle

carovane e nelle stive delle navi ed il suo dilagare fu favorito dalle precarie condizioni

igieniche e dallo stato di denutrizione degli uomini,colpendo,in particolare gli

individui appartenenti ad i ceti medio - bassi.

Si pensa che in quella circostanza decedette almeno un terzo degli abitanti della città.

La peste suscitò reazioni di diffuso terrore,delle quali resta memoria in alcuni dei

massimi capolavori letterali dell’epoca,come il Decamerone di Giovanni Boccaccio.

Del morbo non se ne conoscevano le cause e quindi non si sapeva come

combatterlo,ma lo si interpretò come un castigo divino,cercandone dei capri espiatori

che furono ad esempio trovati negli ebrei.

La peste s’abbatté in ondate successive,lungo il XIV e XV secolo,e rimase endemica

in Europa anche oltre. La moria che essa determinò produsse trasformazioni profonde

negli assetti sociali ed economici dei paesi occidentali.

3. Le trasformazioni della società ed economia

Lo spopolamento di buona parte delle regioni dell’Occidente a causa della peste

accellerò i processi di cambiamento degli equilibri sociali ed economici,già avviati.

Nell’interpretazione storica è controverso se il Trecento sia da liquidare nella

sbrigativa categoria d’epoca di crisi,oppure se ne vada colta la complessa vicenda di

trasformazioni.

Nelle campagne il calo generale del numero degli abitanti ebbe come prima

conseguenza un profondo mutamento del paesaggio e delle forme

insediative,infatti,molti villaggi e terre marginali vennero abbandonate,aumentando

l’incolto ed incrementandosi le attività pastorali,soprattutto quella degli ovini.

Contemporaneamente,la diminuzione della popolazione determinò una minore

richiesta di cereali e ciò portò al riuso di varie superfici per colture più specializzate e

più redditizie,come il riso,il vino,l’olio,gli alberi da frutto,le piante utili all’industria

tessile.

Anche i rapporti di lavoro tra proprietari terrieri e contadini conobbero sostanziali

modifiche.

Nei secoli dell’Alto Medioevo i contratti agrari erano a lungo termine,in genere della

durata di ventinove anni,come i c.d. livelli,ed imponevano all’affittuario di

corrispondere al proprietario una percentuale del prodotto che ammontava al massimo

ad un terzo.

Già prima del XIV secolo in alcune aree i contratti parziali a lungo termine vennero

sostituiti da altri,a canone fisso e di durata più breve.

Nel Trecento la riduzione della manodopera contadina e le esigenze delle industrie

delle città richiesero nuove forme contrattuali,che incrementassero la produttività

della terra,e si diffuse allora,il contratto c.d. mezzadria,di brevissima durata,da uno a

cinque anni,che prevedeva la suddivisione della proprietà fondiaria in poderi,ciascuno

dotato di una casa colonica e di tutte le infrastrutture necessarie per il lavoro. Il

proprietario affittava il podere ad una famiglia contadina,dandogli la somma per

l’acquisto degli strumenti necessari;in cambio,il contadino gli garantiva la miglioria

del terreno e una quota molto elevata del raccolto.

Questi rapporti indubbiamente incrementarono la produzione ma

contemporaneamente peggiorarono la condizione dei contadini,la cui dipendenza

economica,poi,era incrementata dalla frequente necessità di ricorrere a prestiti di

denaro.

Mutamenti s’ebbero anche in campo commerciale,dove s’assistette ad un ulteriore

incremento delle attività creditizie,che non si limitarono più solo a sostenere il

commercio,ma si rivolsero anche ad i e,che chiedevano sempre più spesso prestiti ad i

banchieri per finanziare le guerre ed i propria apparati amministrativi.

Molto importanti furono due strumenti finanziari e contabili adottati nel Trecento: la

partita doppia,un sistema contabile che registrava su conti diversi le entrate e le

uscite,e la lettera di cambio,un atto notarile che permetteva ad un mercante in viaggio

d’affari all’estero di farsi prestare denaro su una data piazza e rimborsarlo a scadenza

su una piazza diversa con un’altra moneta,così da consentire al mercante di spostarsi

senza portare con sé troppi liquidi ed al banchiere di camuffare sotto l’operazione di

cambio di moneta l’interesse che percepiva per il prestito (e che er condannato dalla

Chiesa quale peccato d’usura).

Nel settore manifatturiero s’introdusse una nuova organizzazione del lavoro che

rimpiazzò in larga misura i vecchi artigiani con un nuovo sistema che sanciva la

divisione dei compiti all’interno del ciclo produttivo ed il crescente utilizzo di

salariati,che avevano una bassa qualifica professionale,erano pagati poco e non

avevano una rappresentanza nelle associazioni di mestiere. A capo della bottega

artigiana,spesso,c’era un mercante-imprenditore che finanziava con i propri mezzi

l’attività produttiva,senza più partecipare personalmente alla stessa.

4. Rivolte e sommosse

Nell’Occidente sconvolto dalla peste nella sua configurazione demografica ed

economica s’innestarono dinamiche di profonda conflittualità sociale.

Nelle città la progressiva riduzione della manodopera per le attività manifatturiere

comportò un temporaneo aumento dei salari,immediatamente contrastato dalle

autorità di governo,solidali con i datori di lavoro.

A fronte di queste condotte,i ceti più deboli diedero vita a rivolte,al fine di

salvaguardare i miglioramenti conseguiti e rivendicare nuovi diritti.

Tumulti esplosero nei principali centri manifatturieri dell’Italia e delle Fiandre,in

particolare uno dei più celebri fu il c.d. tumulto dei ciompi (lavoratori meno

qualificati del settore tessile) a Firenze,che,sotto la guida di Michele di

Lando,chiesero non solo salari più alti,ma anche il diritto di costituirsi in arte,il che

significava partecipare alla vita politica.

Il carattere sovversivo delle richieste dei ciompi allarmò tutte le altre arti ed i ceti che

in quelle erano inquadrati e,dopo che i rivoltosi si furono impadroniti del palazzo del

podestà e quindi della guida di Firenze,i loro avversari si coalizzarono e condussero

una violenta repressione armata,che stroncò il movimento.

Anche nelle campagne esplosero vasti fenomeni di ribellione,tesi,non solo al

miglioramento delle condizioni di vita,ma soprattutto alla partecipazione alla sfera

politica.

Noto è in particolare il moto contadino francese c.d. jacquerie (i jacques erano i

rurali). I rivoltosi reagivano alla povertà,dovuta alle carestia,alla peste ed alla guerra

che si stava combattendo contro gli inglesi,e in particolare si ribellarono nei confronti

dell’aristocrazia. Questo moto fu debellato con la forza delle armi.

Anche l’Inghilterra fu scossa da un violento moto,originariamente scatenato da una

nuova imposta che gravava su ogni singolo individuo,un c.d. testatico,e che in breve

coinvolse la massa dei contadini e del proletariato urbano,che lottavano per l’aumento

dei salari,la fine del servaggio e perfino l’uguaglianza sociale. La lotta colpì i nobili

ed i tessitori fiamminghi che lavoravano a Londra,percepiti come concorrenti che

sottraevano lavoro e ricchezza,e fu anche questa soffocata con la violenza.

IL CONSOLIDAMENTO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE

1. L’impero nel XIV secolo

Morto Federico II il potere effettivo degli imperatori venne riducendosi,e nel corso

del XIV secolo la natura stessa della loro carica subì una profonda trasformazione.

Dalla metà del XIII secolo il titolo di re di Germania,al quale era legato quello

imperiale,fu assunto da individui dal peso politico marginale,non dotati né di autorità

né di risorse finanziarie adeguate e questa tendenza non s’interruppe nemmeno

quando venne eletto Enrico II della casa di Lussemburgo,che monopolizzò poi la

corona imperiale.

Indubbiamente dalla progressiva debolezza della carica imperiale trassero vantaggio i

poteri minori e,soprattutto,le città soggette direttamente all’impero ed i maggiori

principati territoriali,che da tempo si erano riservati il ruolo d’eleggere il re.

Quando poi Carlo IV di Lussemburgo emanò la c.d. Bolla d’oro,con la quale sancì i

sente grandi elettori del re,la potestà imperiale si ridusse ad una dimensione

meramente tedesca e centroeuropea,perdendo la configurazione universalistica che

tradizionalmente gli era appartenuta.

Anche nello spazio tedesco-centroeuropeo l’autorità effettiva dell’imperatore veniva

esercitata in modo disomogeneo.,essendo costretto a mediare con una pluralità di

poteri locali.

All’interno del Lander,cioè delle realtà politico-territoriali minori,il locale signore

territoriale favoriva a sua volta lo sviluppo d’istituzioni in modo quanto più

centralizzato,dando vita ad una burocrazia di funzionari da lui dipendenti e ad un

sistema fiscale che assicurasse entrate certe;i settori più rilevanti della società

compartecipavano alla vita politica attraverso organi rappresentativi di tipo

parlamentare.

Due Lander riuscirono a sottrarsi del tutto al controllo imperiale e a svilupparsi in

piena autonomia,ovvero il principato dei Cavalieri teutonici e la nascente

confederazione svizzera.

2. Francia ed Inghilterra nella guerra dei Cent’anni

Nei regni di Francia ed Inghilterra tra il XIV ed il XV secolo si svolsero processi

di consolidamento istituzionale e di messa a fuoco di un’identità nazionale

unitaria.

L’evoluzione interna di queste due realtà s’intrecciò con una vicenda di politica

internazionale che vide Francia ed Inghilterra combattere l’una contro l’altra per

oltre un secolo,nella c.d. guerra dei Cento anni.

Il mantenimento di diritti signorili da parte della dinastia inglese dei Plantageneti

in determinate regioni della Francia aveva già provocato conflitti tra le due

monarchie,tra il XII ed il XIII secolo.

Quando,poi,nel Duecento i re francesi cercarono di costruire un’idea quanto più

unitaria ed accentrata del loro regno,la permanenza come feudatario in Francia del

re inglese costituiva un problema,che s’andò ulteriormente aggravando quando alla

morte senza eredi del re capetingio Carlo IV,l’inglese Edoardo III si fece

proclamare re di Francia,facendo leva sul fatto che sua sorella era la consorte del

defunto.

Questa mossa di Edoardo diede l’inizio alle ostilità,che in un primo tempo videro

le armate inglesi sbarcare oltremanica e riportare grandi successi,fino ad ottenere il

controllo di buona parte del territorio e costringere il nemico a scendere a patti.

La superiorità militare degli inglesi risiedeva nella diversa organizzazione del loro

esercito,ben ordinato sotto il comando del re ed agile,perché composto soprattutto

da fanti ed arcieri d’estrazione borghese,a differenza dell’esercito

francese,prevalentemente costituito da cavalieri armati in modo pesante,di matrice

aristocratica,meno facilmente disciplinabili. Inoltre,il fronte francese era diviso in

fazioni concorrenti ed una di queste,quella dei borgognoni,si schierò con il nemico

francese.

Dopo la sconfitta dei francesi ad Azincourt e la stipula di un trattato che sanciva

l’unione delle due corone sotto l’inglese Enrico V,le sorti del conflitto vennero

rovesciate dall’improvvisa riscossa della monarchia francese,che seppe recuperare

la fedeltà di tutti i feudatari ed alleati e s’avvantaggio della forza di suggestione e

dell’esempio del sacrificio di Giovanna d’Arco,giovane contadina che messasi a

capo delle truppe riconquistò la città di Orleans prima d’essere catturata e messa al

rogo.

L’interminabile conflitto finì,quindi,nel 1453,con l’espulsione inglese dalla

Francia.

3. Il regno di Francia

Nel corso del Trecento,con i condizionamenti dovuti al dispiegarsi della guerra dei

Cento anni,il regno di Francia procedette ad una complicata operazione

d’assestamento territoriale,di delineazione identitaria e di costruzione delle proprie

strutture burocratiche.

Questo processo non fu lineare e presentò diversi tratti contraddittori. Da un lato,ci fu

la formazione d’apparati burocratici sempre più sofisticati. Dall’altro lato,rimanevano

ampie sacche d’autonomia,diversamente legate al re da vincoli feudali e gelose dei

propri privilegi.

Nel 1302 venne istituita l’assemblea degli Stati generali,dove erano rappresentati i tre

principali stati,cioè gli ordini della società francese: il clero,la nobiltà e le èlite

cittadine,e dove si cercava di compensare i diversi interessi e formalizzare un luogo di

confronto tra il monarca ed i ceti dirigenti del regno.

Con la vittoria della guerra dei Cento anni,il prestigio conquistato dal re ed il nuovo

patriottismo facilitarono il consolidamento delle strutture del regno.

S’ebbe cos’ l’inserimento nel regno dei vecchi principati,la reazione di una rete

amministrativa e fiscale più stabile,una nuova aristocrazia d’ufficiali servitori del

regno,la c.d. nobiltà di toga,che bilanciava la vecchia aristocrazia signorile,la c.d.

nobiltà di spada.

4. Il regno d’Inghilterra

A differenza della Francia,il regno d’Inghilterra disponeva già,alle soglie del XIV

secolo,di un’organizzazione burocratica efficiente e complessa.

Nel Trecento l’amministrazione centrale si perfezionò ulteriormente e si

moltiplicarono i rappresentanti regi all’interno delle diverse contee.

Il tratto più caratteristico,però,fu la capacità delle èlite regionali di partecipare in

modo attivo alla vita politica,in particolare fra il 1320 ed il 1340 il parlamento

divenne un istituzione di governo,dalla struttura stabile e codificata e con un ruolo

specifico in materia legislativa e fiscale. Il parlamento venne diviso in due

camere,quella dei Lordi,composta dai vertici dell’aristocrazia e quella dei

Comuni,dove sedeva la media e piccola nobiltà ed i vari notabili rappresentativi delle

diverse città e contee.

Nel XV secolo,però,il paese fu scosso oltre che dalla sconfitta nella guerra con la

Francia,anche dalla lotta dinastica tra la casa degli York e quella di Lancaster,la c.d.

guerra delle Due rose,che insanguinò il regno per una trentina di anni,fino alla

pacificazione con l’avvento al potere della dinastia dei Tudor.

5. I regni della penisola iberica

I quattro regni in cui si divideva la penisola iberica,Castiglia -

Leon,Navarra,Catalogna - Aragona e Portogallo subirono,tra Trecento e

Quattrocento,linee di sviluppo condivise tra loro e comuni anche ad altre realtà

continentali,ovvero il disegno di una trama amministrativa,locale e centrale,sempre

più sofisticata,la formazione di burocrati professionisti,il dialogo fra la monarchia e le

èlite in seno alle cortes,cioè le assemblee rappresentative.

Tuttavia,qui vi furono alcune evidenti peculiarità,dovute al forte radicamento dei ceti

dirigenti in un contesto che era il frutto di una faticosa Reconquista del territorio dai

mussulmani. In particolare,la solidità delle aristocrazie e delle èlite urbane,costrinsero

il re a ricercare la loro collaborazione,scendendo spesso a patti.

In Castiglia ed in Portogallo la corte regia riuscì a legare a sé l’aristocrazia

coinvolgendola nell’amministrazione e nella burocrazia di corte.

Nel più composito regno catalano-aragonese,invece,la forza delle cortes limitò a

lungo la forza d’accentramento politico della monarchia.

Tra il XIV ed il XV secolo,Castiglia ed Aragona furono scossi da turbolenze

dinastiche ed ebbero crescenti rapporti reciproci,fino a quando furono uniti in un

unico regno,che trovò come elemento di coesione ideologica la fede cattolica e

l’ideale di crociata,che si tradusse nella conquista dell’estremo baluardo mussulmano

in Spagna,Granata,nella persecuzione degli eretici e nella cacciata degli ebrei.

6. L’Est europeo

Nell’Est europeo,interessato dalla crescente pressione dei turchi ottomani,che sfociò

nel loro stanziamento nella penisola balcanica e nella conquista di Costantinopoli,le

due realtà che più di tutte subirono processi di trasformazione simili a quelli

contemporaneamente vissuti dalle principali monarchie occidentali furono il regno di

Boemia e quello di Ungheria.

La giuda del regno di Boemia nel XIV secolo venne assunta dalla dinastia occidentale

dei Lussemburgo.

Soprattutto con il regno di Carlo IV si ebbe uno sviluppo istituzionale nel senso di

irrobustimento dell’impalcatura burocratica ed un’estensione territoriale,che portò

all’annessione del Brandeburgo.

Tra il XIV ed il XV secolo il paese fu scosso da vasti moti di protesta che ebbero

come punto fondamentale la polemica religiosa portata avanti da Jan Hus,professore

dell’Università di Praga,critico contro l’alto clero,al quale si agganciarono sia

fenomeni di rivolta sociale dei contadini contro l’aristocrazia,sia di reazione etnica dei

boemi slavi contro l’elemento tedesco,in particolare dopo l’arrivo dei Lussemburgo.

Hus fu condannato al rogo.

L’Ungheria,con l’appoggio pontificio,andò alla dinastia provenzale degli Angiò.

Il regno mirò ad estendersi verso la penisola balcanica,al fine d’ottenere uno sbocco

sul mare Adriatico e mettersi in competizione con Venezia;tuttavia,la reazione

veneziana e la contemporanea pressione turca sui Balcani costrinsero gli ungheresi ad

arretrare le proprie posizioni,almeno fino all’avvento del nuovo re Mattia Corvino,che

da un lato portò avanti una politica di riforme interne e dall’altro una politica

d’estensione a danno della Boemia,dell’Austria e della Polonia.

Nell’area baltica crebbe nel Trecento il granducato di Lituania,che abbracciò una

vasta regione fra il Mar Nero ed il Baltico,collegandosi anche a molti principati russi.

Il granduca Jagellone portò il suo popolo alla conversione al cristianesimo,riuscendo a

formare un unico regno lituano-polacco.

Rilevanti novità interessarono,infine,l’immenso spazio abitato dalle genti russe,che

fino a tutto il XIII secolo era composto da una miriade di piccole signorie autonome

tributarie dei tartari dell’Orda d’Oro.

Nel corso del Quattrocento il granducato di Mosca acquisì sempre più il ruolo di

perno del mondo russo,soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli,che spinse i

monarchi moscoviti a rivendicare l’eredità religiosa e politica dell’impero bizantino;la

campagna di conquiste territoriali che venne portata avanti gettò definitivamente le

basi per la nascita del moderno stato russo.

7. La riunificazione aragonese dell’Italia meridionale

Nel corso del XIV secolo il regno angioino dell’Italia meridionale conobbe una

notevole vitalità economica,in buona parte dovuta all’intraprendenza di uomini

d’affari stranieri che qui investirono i propri capitali dando impulso alle attività

produttive e commerciali.

Napoli fu in questo periodo una delle principali piazze commerciali e un centro

culturale intorno al quale gravitavano intellettuali ed artisti.

Contemporaneamente si manifestarono anche forme di autonomia cittadina,le c.d.

università,sconosciute al Mezzoggiorno in epoca anteriore,e che richiamavano in

parte i fenomeni comunali già realizzatisi nel Centro-Nord.

Dalla metà del XIII secolo s’aprì una stagione di contrasti tra i vari rami degli

Angiò,che portò alternativamente il regno ora ad impegnarsi maggiormente nella

politica italiana,ora a mirare ad espandersi verso il continente europeo.

Su questo scenario intervenne Alfonso V d’Aragona,che nel frattempo aveva unificato

la corona di Sicilia con quella aragonese.

Questi subito avviò una forte pressione militare su Napoli,volendo estendere il proprio

dominio anche al Mezzogiorno continentale.

L’impresa gli riuscì nel 1442 ed entrò vincitore su Napoli,dove pose la sua residenza.

In questo modo la Sicilia e l’Italia meridionale furono unificate insieme al regno

iberico d’Aragona. Il Mezzogiorno entrò a fare parte del circuito catalano del

commercio internazionale,subendo un notevole sviluppo

economico,contemporaneamente,le istituzioni del regno di Napoli vennero

conformate al modello aragonese e si ebbe una nuova stagione di splendore

culturale,con la corte di Napoli polo d’attrazione per i massimi esponenti

dell’Umanesimo.

8. L’Italia centro-settentrionale: dalle signorie cittadine agli stati regionali

Nel corso del Duecento la natura elastica e sperimentale delle istituzioni comunali

permise che venissero conferite in via straordinaria funzioni eccezionali a singoli

individui,come ad es.,la proroga oltre i termini della carica di podestà. Ciò comportò

la sempre più frequente creazione di magistrature straordinarie monocratiche,che

tendevano a prolungarsi nel tempo,permettendo così al signore di consolidare il suo

potere personale e prepararne la trasmissione ereditaria all’interno della

famiglia,svuotando di reale significato e di funzioni le tradizionali istituzioni del

comune.

A ricoprire la carica di signore potevano essere sia individui provenienti dalla vecchia

aristocrazia rurale sia soggetti appartenenti all’èlite cittadina.

Tra le principali signorie che si diffusero tra il XIII e XIV secolo furono quella dei

Torre e poi dei Visconti a Milano,quella di Ezzelino da Romano a Verona,Vicenza e

Padova,quella dei Della Scala a Verona,dei Carrara a Padova,degli Este a Ferrara.

Dagli inizia del Trecento i signori cominciarono a ricercare una nuova forma di

legittimazione del loro potere,volendo svincolarsi dalle istituzioni comunali e

funzionale in questo senso fu l’acquisizione del titolo di vicario imperiale,cioè di

rappresentante dell’imperatore,che veniva richiesto direttamente a quest’ultimo.

Le dinastie signorili avviarono poi una politica d’espansione territoriale,che

perfezionava la vecchia prassi comunale della conquista del contado e delle città

minori vicine;così si crearono dominazioni sempre più vaste dove un centro

egemone,retto da famiglie signorili,dominava un’area articolata.

Connesso con l’avvento delle signorie comunali fu un fenomeno sociale e politico che

interessò tutte le città nel corso del Trecento,cioè la progressiva chiusura dei ceti

dirigenti,in modo da garantire alla città compattezza rispetto alle sfide esterne.

Nasceva così un patriziato che deteneva in maniera esclusiva il potere. Ad esempio,a

Venezia si stabilì che per sedere nel Maggiore Consiglio,principale organo politico

della città,bisognasse averne già fatto parte negli ultimi quattro anni ed in seguito si

restrinse ulteriormente la possibilità di partecipazione,sancendo come candidabili solo

i figli o i nipoti dei consiglieri. A Firenze,dopo la rivolta dei ciompi,venne creato il

c.d. Reggimento,cioè un nucleo ristrettissimo di famiglie chiamate ad operare come

organi di governo.

Bisogna poi notare come in quest’epoca venne completato il passaggio dal concetto

d’aristocrazia a quello di nobiltà,ovvero una èlite all’interno della quale si poteva

accedere pur provenendo dal basso,per meriti militari o per altro.

Dalla fine del XV secolo i grandi centri urbani dell’Italia centro-settentrionale

iniziarono una stagione di conquiste militari che portò alla nascita di veri e propri stati

territoriali,destinati a caratterizzare e semplificare la carta geopolitica del XV secolo

attraverso l’emergere di cinque potenze maggiori: Milano,Venezia,Firenze,Roma e

Napoli.

Travolgente fu,in particolare,l’espansione della Milano viscontea,soprattutto durante

la signoria di Gian Galeazzo,capace di fuoriuscire dalla Lombardia e proiettarsi verso

il Veneto,l’Emilia,la Toscana e l’Umbria.

Contro l’intraprendenza viscontea furono create diverse leghe e,dopo la morte di Gian

Galeazzo,Venezia e Firenze colsero l’occasione per conquistare contemporaneamente

domini ed arginare Milano.

Venezia,che in precedenza si era concentrata solo sulla costruzione di un impero

commerciale marittimo,dalla fine del Trecento cominciò a dotarsi anche di un

dominio di terraferma,annettendo man mano tutte le città del Veneto.

Firenze,dal canto suo,acquisì il controllo di quasi tutta la Toscana.

I grandi stati regionali che si erano così creati dovettero,ovviamente,dotarsi di

apparati burocratici complessi e di sistemi fiscali in grado di garantire un gettito

adeguato alle crescenti spese.

Il modo di disciplinare i territori conquistati fu diverso: Venezia rispettò le istituzioni

precedenti,Firenze,invece,puntò ad esercitare un dominio diretto attraverso i suoi

rappresentanti.

In campo militare si sostituirono gli eserciti popolari di cittadini con truppe

mercenarie.

Alla metà del Quattrocento,dopo che a Milano a quella degli Sforza era subentrata la

dinastia dei Visconti,tutti gli attori in campo s’impegnarono per ricercare una pace

che creasse un nuovo ordine nella penisola.

Nel 1454 venne così stipulata la c.d. pace di Lodi,sottoscritta da Milano e da Venezia

e poi allargata agli altri interlocutori.

Nell’anno seguente si formò la Lega italica,che salvaguardava i contenuti della pace

di Lodi e stabiliva che se uno dei cinque stati sottoscrittori,cioè ducato di

Milano,repubbliche di Venezia e Firenze,stato pontificio e regno di Napoli,avesse

violato gli impegni presi,tutti gli altri si sarebbero automaticamente coalizzati per

contrastarlo.

LE SFIDE DELLA CRISTIANITà TERDOMEDIEVALE

1. Lo scisma della Chiesa in Occidente

Nel 1337 papa Gregorio IX riportò a Roma la sede pontificia,ponendo fine al periodo

di residenza ad Avignone dei papi.

L’anno successivo,deceduto Gregorio,il collegio dei cardinali non riuscì ad accordarsi

sul nome del successore e contemporaneamente vennero eletti due candidati,Urbano

VI,scelto dagli italiani e che restò a Roma,e Clemente VII,espresso dai francesi e che

se ne andò ad Avignone.

Lo scisma polarizzò tutte le grandi realtà politiche dell’Occidente: con Clemente si

schierarono i re di Castiglia,Aragona,Scozia,Napoli e della Sicilia,con

Urbano,invece,i monarchi d’Inghilterra e Germania e i signori dell’Italia centro-

settentrionale.

La contrapposizione tra Roma ed Avignone rimase anche dopo la morte dei due papi.

Un concilio di cardinali riunitosi a Pisa cercò invano una soluzione ed infatti dichiarò

deposti i due papi ed elesse un altro pontefice,Alessandro V,ma il risultato fu solo

quello di aggiungere un terzo papa ad i due che già esistevano.

Lo scisma venne superato grazie ad un concilio nel 1414 convocato a Costanza che

elesse un unico e nuovo pontefice,Martino V.

Il concilio di Pisa,che s’era arrogato la facoltà di deporre i papi vigenti ed eleggerne

uno nuovo,rappresentò la chiara esposizione di un concetto che da almeno un secolo

era andato perfezionandosi in molti ambienti ecclesiastici,cioè quello della superiorità

dell’autorità conciliare rispetto al papa.

Nel corso del tempo,con la progressiva costruzione della monarchia papale all’interno

della Chiesa cattolica,i pontefici avevano acquisito un dominio assoluto delle

istituzioni ecclesiastiche,esercitandolo,in particolare,sul concilio,luogo di governo

della Chiesa e del quale il papa si era designato come promotore e custode.

Contro questo assetto accentrato,nel corso del Trecento si erano sviluppate correnti di

pensiero tese a favorire un riequilibrio complessivo.

In particolare,l’idea del conciliarismo,cioè del primato del concilio,si rafforzò in

occasione dello scisma e s’affermò durante la grande assemblea di Costanza,dove si

stabiliva che il concilio si autoleggittimava in assenza del pontefice e dell’imperatore

e che doveva convocarsi in modo periodico.

S’aprì così un lungo contenzioso con i papi,intenzionati a bloccare questa

evoluzione,dal quale i conciliarismi ne uscirono sconfitti,infatti,dal XVI secolo il

papato sembrava essersi imposto come unica fonte ed unico interprete del diritto ed

iniziò la pratica c.d. nepotismo,d’assegnare le cariche principali a parenti stessi del

papa.

2. Nuove espressioni della spiritualità e repressioni delle eresie

Durante il XIV ed il XV secolo mentre la stessa struttura istituzionale della Chiesa

venne messa in seria discussione dallo scisma e dal dibattito sul rapporto fra papa e

concilio,continuarono i fenomeni di dissenso religioso e le tensioni verso forme di

spiritualità diverse.

I fenomeni ereticali di quel periodo in parte muovevano dai consueti temi della critica

del potere temporale della Chiesa e della necessità di un ritorno alla povertà

evangelica,in parte,però,si manifestarono anche motivi di spiccata novità.

All’inizio del XV secolo s’ebbe la predicazione del professore dell’università di Praga

Jan Hus,che opponeva al lusso terreno della Chiesa l’esempio della povertà di Cristo e

degli apostoli. Avversato dal vescovo di Praga,Hus si recò a Costanza per partecipare

ad i lavori del concilio ma fu accusato di eresia e messo al rogo.

I suoi seguaci,c.d. hussiti,soprattutto i più radicali,c.d. taboriti,presero le mosse dal

suo pensiero per accentuare aspetti nazionalistici,chiedendo non solo il ritorno alla

povertà della Chiesa,ma anche innovazioni come la libertà di predicazione in lingua

ceca.

Il movimento hussita espresse un’ala militare che fu in grado di sconfiggere sul

campo gli eserciti inviati per stroncarlo dall’imperatore con il consenso del papa

Martino V;il sovrano fu così costretto a scendere a patti con gli hussiti.

Risvolti non esclusivamente religiosi ebbe anche un’altra esperienza sviluppatasi in

Inghilterra nel XV secolo,anche questa per iniziativa di un docente universitario,Jonh

Wyclif,la cui visione,condannata da Roma,oltre ad insistere sulle critiche contro la

ricchezza di Roma,interveniva su importanti questioni dottrinali,anticipando alcuni

dei capisaldi della dottrina di Martin Lutero e della Riforma protestante.

Wyclif propugnava l’accesso diretto dei cristiani alla Bibbia,senza mediazione

ecclesiastica,e perché ciò fosse possibile era necessaria la sua traduzione dal latino

alle lingue volgari. Egli stesso quindi ne redisse una versione in lingua inglese.

Inoltre,il predicatore negava validità ad i fini della salvezza ad i sacramenti,ritenendo

che i cristiani fossero una comunità di predestinati,cioè il cui destino era già

anticipatamente deciso dalla volontà divina.

La violenta contestazione del lusso della Chiesa condotta dai seguaci più radicali,c.d.

lollardi,si saldò con il moto di rivolta contadina che incendiò il regno inglese e che

reagiva contro l’eccessiva imposizione fiscale.

Dopo la morte di Wyclif il movimento si sciolse rapidamente.

Oltre alle manifestazioni di eterodossia i secoli XIV e XV fecero registrare anche

nuovi modi di espressione della religiosità ortodossa da parte dei laici e,così,da un

lato s’ebbe il proliferare di confraternite organizzate,che si dedicavano in particolare

all’assistenza dei più bisognosi,e dall’altro lato si propagò una ricerca spirituale che

privilegiava una sofferta interiorità,la pratica di una severa penitenza e la ricerca di

Dio attraverso la contemplazione mistica.

L’esperienza mistica fu intensa soprattutto nei monasteri femminili e tra le figure più

importanti dell’epoca vi fu,in particolare,Caterina da Siena.

La Chiesa guardò con cautela queste manifestazioni religiose perché disciplinabili a

fatica ed in grado di esercitare una forte suggestione sulla folla.

Un altro fenomeno che caratterizzò la vita spirituale ed in generale le società

occidentali nel XV secolo fu la c.d. caccia alle streghe,che comportò la persecuzione e

la condanna di moltissime donne,accusate dai tribunali dell’Inquisizione di avere

rapporti con il diavolo e esercitare pratiche nefande.

3. La sfida dell’Islam

La cristianità degli ultimi secoli del Medioevo non dovette fare i conti solo con le

proprie convulsioni interne ma fu anche chiamata a fronteggiare la grande sfida

portata dall’avanzata dell’Islam verso il cuore del continente europeo,con la dinastia

turca degli Ottomani.

Durante il XV secolo il mondo mussulmano conobbe in molte sue parti fenomeni di

frantumazione politica e di regresso economico.

Nelle regioni più occidentali emersero tre distinte entità,il Marocco,pressato

dall’espansionismo dei portoghesi,l’Algeria,che manteneva un proprio ruolo nel

Mediterraneo al di là del Sahara,e la Tunisia,che coltivava intense relazioni

commerciali con i mercanti italiani,catalani e provenzali.

L’Egitto visse una stagione ancora florida lungo il Duecento,prima d’entrare in una

fase di declino economico;politicamente,dalla metà del XIII secolo,era retto dalla

casta militare dei mamelucchi,ex schiavi che avevano fatto fortuna al servizio dei

sultani.

Ad Oriente,nel mondo turco emerse sin dall’inizio del Trecento l’emirato degli

ottomani,che cominciò ad erodere progressivamente il territorio dell’impero

bizantino.

Conquistarono la Tracia ed Adrianopoli,stringendo il cerchio attorno a Costantinopoli

ed aprendosi la via verso l’Europa centrale e l’Adriatico.

Nella penisola balcanica dovettero duramente combattere la resistenza dei

serbi,che,però,vennero sbaragliati.

Le apparentemente inarrestabili conquiste ottomane suscitarono fra le potenze

occidentali un vivo sgomento e riaccesero il fuoco della crociata.

La crociata antiturca venne bandita dai papi,dopo la sconfitta della Morea,che aveva

determinato il blocco di Costantinopoli;alla spedizione presero parte

francesi,ungheresi,veneziani,genovesi e l’ordine degli Ospedalieri,al fine di

soccorrere Costantinopoli,ma i cavalieri francesi subirono una rovinosa sconfitta e

così lo sforzo si risolse in un insuccesso.

L’avanzata verso est degli ottomani fu temporaneamente rallentata,alla fine del XV

secolo,dall’impero turco-mongolo,guidata dal c.d. Tamerlano,che seppe sfruttare il

vuoto politico che si era creato dopo a fine dell’impero mongolo dando vita ad una

nuova vastissima entità politico-militare.

La sua dominazione giunse ad oriente fino al margine settentrionale dell’India e ad

occidente fino a Baghdad e ad Ankara,strappata agli ottomani.

La capitale del nuovo impero fu eletta a Samarcanda,posta lungo le vie carovaniere

che attraversavano il continente asiatico,contrastando così i commerci fra l’Occidente

e la Cina.

La ripresa dell’impero ottomano s’ebbe nel 1421,quando divenne sultano Murad

II,che strappò all’impero bizantino tutti i possessi sul mar Nero,oltre a sconfiggere gli

eserciti ungheresi.

Sotto la guida di Maometto II,i turchi completarono anche la conquista della penisola

balcanica,rimanendo solo Durazzo in mano veneziana.

Maometto II puntò a conquistare Costantinopoli,volendo rimuovere l’ultimo ostacolo

per i collegamenti tra le diverse parti del suo dominio.

Da canto suo,l’impero bizantino era ormai ridotto alla sola città di Costantinopoli ed

era costretto ad una sopravvivenza sempre più precaria.

Da parte dell’Occidente non giunse l’aiuto che l’ultimo imperatore bizantino aveva

ripetutamente sollecitato,a parte poche navi genovesi.

I turchi assediarono così Costantinopoli,per poi ribattezzare la città conquistata

Istanbul ed avviarla ad una profonda trasformazione urbanistica ed eleggerla come

propria capitale.

Nel mondo bizantino – slavo la fede cristiana ortodossa rimase un motivo d’identità

per le popolazioni sottomesse dalla dominazione turca e l’eredità politica e spirituale

detenuta da Bisanzio venne assunta da Mosca.

L’affermarsi del’impero islamico degli ottomani a ridosso del cuore dell’Occidente

cristiano generò in quest’ultimo timori apocalittici e lo indusse ad una reazione,che

diede il via a una lunga stagione di scontri.

Per tutto il XVI secolo il pericolo turco fu uno dei tratti dominati la politica dei diversi

paesi europei.

SOCIETà E CULTURA ALLA FINE DEL MEDIOEVO

1. Dal Mediterraneo all’Atlantico

Nel XV secolo il baricentro continentale slittò in direzione

dell’occidente,infatti,mentre iniziava il declino delle città italiane che avevano

dominato i traffici nei secoli precedenti,si completava l’ascesi politica ed economica

dei regni della penisola iberica,dell’Inghilterra,delle città della Germania meridionale

ed emergeva per la prima volta l’Olanda.

In generale,l’asse del commercio si trasferì sull’oceano Atlantico,facendo così perdere

per la prima volta la centralità assoluta al Mediterraneo,che venne anche sopraffatto

dall’incrudelirsi dello scontro tra l’impero ottomano e le potenze occidentali.

Il nuovo orientamento atlantico stimolò la ricerca di nuove rotte,avviando una

stagione di esplorazioni geografiche via mare,che raggiunse il culmine con l’impresa

di Colombo nel 1492,assunta come data convenzionale di termine del Medioevo ed

inizio dell’età moderna.

2. Politica,società,economia

Intorno alla metà del XV secolo,si verificò in Occidente anche una progressiva

crescita demografica,dovuta ad una molteplicità di cause.

La principale fra queste fu un incremento della quantità e della qualità delle derrate

alimentari disponibili,che rese possibile un miglioramento dell’alimentazione degli

individui.

Ciò sicuramente fu la conseguenza della selezione che era avvenuta in campo

agricolo,con lo scarto delle terre meno produttive,la concentrazione degli investimenti

e del lavoro su quelle più redditizie,e l’intensificazione delle colture pregiate.

Parallelamente,lo sviluppo dell’allevamento in molte aree aveva reso disponibili sia

una quantità superiore di carne per l’alimentazione sia un numero più cospicuo di

animali da soma.

Fenomeno tipico del periodo fra il XIV ed il XV secolo fu la pratica della

transumanza,incentivata dallo stesso potere politico per incrementare il gettito

fiscale,dato che i pastori dovevano pagare per l’ingresso degli animali nelle c.d.

dogane,cioè nei pascoli.

Contemporaneamente le condizioni di vita e di lavoro dei contadini peggiorarono ed

infatti,l’aumento della popolazione aveva comportato un aumento della manodopera e

quindi una diminuzione delle paghe.

S’allargò di molto la forbice tra un’èlite che concentrava in sé ricchezza e potere

politico e le masse escluse e sfruttate.

Sul piano politico il XV secolo fu contraddistinto da un generale consolidamento

degli ordinamenti pubblici,con il rafforzamento del potere monarchico,in grado di

disciplinare sempre meglio i particolarismi presento sul territorio,e con un declino

delle rappresentanze assembleari.

In pratica,tramontate le grandi istanze universalistiche,il continente si caratterizzava

per una pluralità di entità statali a carattere nazionale,in via di stabilizzazione.

3. La cultura umanistica e rinascimentale

Settori che nel XV secolo attrassero investimenti furono anche quelli della cultura e

dell’arte,infatti ingenti capitali furono impegnati in quel periodo per la committenza di

prodotti artistici ed a scopi di mecenatismo nei confronti di artisti ed intellettuali.

In quest’epoca s’ebbe un radicale rinnovamento della cultura occidentale e

l’acquisizione della consapevolezza di vivere in un’epoca nuova,distinta da quella

appena passata, e portata a recuperare i valori e le conoscenze dell’antichità classica.

Per la prima volta,l’epoca appena trascorsa veniva etichettata come Medio-evo,cioè

età di mezzo tra l’antichità ed il presente,percependola come fase di declino,di

smarrimento dei tesori prodotti dalla classicità greco-romana,che ora invece ci si

preoccupava di recuperare.

La tensione per la rinascita della civiltà caratterizzò l’arco cronologico esteso dalla

fine del XV secolo a tutto il XVI secolo ed animo una delle più alte stagioni culturali

europee,il c.d. Rinascimento.

Centralità assoluta acquisirono gli studia humanitatis,cioè l’attività di studio del

patrimonio letterario,filosofico e scientifico della classicità,e la culla di questi nuovi

orientamenti fu soprattutto l’Italia,con centri quali Firenze,Roma e Napoli.


ACQUISTATO

4 volte

PAGINE

97

PESO

404.15 KB

AUTORE

flaviael

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle istituzioni medievali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Zecchino Ortensio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in giurisprudenza

Diritto Civile - Perlingieri – Parte prima – Riassunto esame
Dispensa
Diritto Civile - Perlingieri – Parte quarta – Riassunto esame
Dispensa
Diritto Civile - Perlingieri – Parte terza – Riassunto esame
Dispensa
Diritto Civile - Perlingieri – Parte seconda – Riassunto esame
Dispensa