Il tardo impero romano: un'età di trasformazione
Istituzioni e società del tardo impero romano
Verso la fine del II sec. d. C., la conclusione del secolare processo d’espansione territoriale di Roma fissò i confini di un vastissimo impero che si estendeva dall'Asia minore alle rive dell'oceano Atlantico e delle isole britanniche, dalla linea del Reno e del Danubio all'Africa settentrionale. Questo spazio era coeso perché sottoposto ad una dominazione politica unitaria, ispirato a valori culturali ed ideologici condivisi ed integrato sul piano economico, ma contemporaneamente si presentava come fortemente articolato al proprio interno per essersi formato dal progressivo assommarsi di regioni e popoli disomogenei tra loro.
Con l'inizio del III secolo, terminata la fase di crescita, iniziò un'epoca di consolidamento e organizzazione delle aree conquistate. In particolare, l'impero dovette adeguare le istituzioni sorte in epoca repubblicana o augustea ad un quadro politico-territoriale fortemente mutato, tentando di tenere unite nella solidarietà con Roma tutte le varie realtà locali e di garantire un corretto rapporto di scambio fra raccolta delle risorse delle province e fornitura dei servizi essenziali alle stesse.
Nel rispetto della tradizione romana, piuttosto che uniformare le evidenti diversità, si puntò a valorizzare le autonomie locali e ad istaurare una dialettica ordinata e funzionale tra il centro e la periferia attraverso un complesso apparato burocratico. L'opera di trasformazione delle antiche istituzioni romane fu immane (dalle riforme dei Severi a quelle di Diocleziano e Costantino) ed ebbe come esito lo sviluppo di una forma statuale inedita per il mondo antico, cioè la tetrarchia.
Diocleziano, in particolare, per porre fine all'instabilità istituzionale del cinquantennio successivo all'assassinio dell'imperatore Severo Alessandro, nel 293, istituì l'ordinamento tetrarchico che comportava la suddivisione dell'impero nella pars Occidentis e nella pars Orientis e sanciva la presenza accanto ai due augusti, posti al comando di ciascuna delle due metà, di due cesari, designati a succedere automaticamente ai primi. In questo modo, la città di Roma perse la sua funzione di unica sede del princeps, che cominciò a spostare la sua residenza in centri differenti, finché nel 330 Costantino fondò Costantinopoli, la "nuova Roma", verso la quale presto si trasferì il nuovo baricentro politico.
Diocleziano riformò anche l'ordinamento amministrativo, ridisegnando la trama delle vecchie regiones introdotte da Augusto in nuove provinciae, di estensione ridotta, con conseguente aumento del loro numero complessivo. Riforme come queste favorirono l'abnorme incremento del corpo burocratico, cui fece da stimolo anche la rigida separazione delle cariche civili da quelle militari, perfezionata sotto Costantino.
Anche l'esercito, nella sua struttura e nei suoi modi d'impiego, venne profondamente mutato, con l'incremento complessivo degli organici, l'aumento progressivo di mercenari barbari in sostituzione dei cittadini romani e il prevalere, rispetto alle precedenti guerre di conquista, di compiti essenzialmente difensivi. Le truppe furono dislocate non solo lungo il confine, ma anche all'interno delle singole province, con notevoli ripercussioni sulla vita e sull'economia di quest'ultime; infatti, le popolazioni dovevano farsi carico dell' annona militaris, cioè il rifornimento di grano per l'esercito, e dell' angareia, cioè il trasporto militare, nonché l'alloggiamento forzoso di militari nelle proprie dimore.
Nonostante la creazione di questa macchina statale, la gestione di una realtà così complessa risultò problematica ed il IV sec. d.C. vide anzi l'aggravarsi di situazioni di squilibrio, destinate a conoscere ulteriori accelerazioni. In particolare, l'ipertrofia delle strutture dello stato fece lievitare a dismisura il fabbisogno e precipitò il dissesto finanziario, a fronteggiare efficacemente il quale non bastarono né riforme fiscali né il tentativo di Diocleziano d'imporre un calmiero di prezzi attraverso un editto.
Le sperequazioni economiche del sistema opposero regioni che consumavano più di quanto producevano ad altre che, invece, erano costrette a pagare i costi altrui, franando il proprio sviluppo. Si rese, inoltre, evidente una tendenziale divaricazione tra la parte occidentale dell'impero, che si andava impoverendo, e quella orientale, più florida e attiva. Questa situazione era la conseguenza di una debolezza strutturale intrinseca del sistema economico di scala mondiale proprio del tardo impero, che scaturiva dall'unificazione politica di un territorio vastissimo, ma non possedeva in sé la capacità naturale d'espandersi ed adeguarsi funzionalmente alle nuove dimensioni.
In pratica, il costo del sistema superava i vantaggi che da esso si potevano ricavare e ci si avviò ad una spirale senza sbocco positivo. Il governo centrale fu indotto ad intervenire in modo sempre più massiccio sull'economia, cercando di dirigerne l'andamento dall'alto, ma ciò comportò lo sviluppo di un assetto statale fortemente centralizzato e sempre meno elastico. La stessa figura dell'imperatore venne esaltata, incrementandone il suo potere effettivo, e addirittura sacralizzata in forza di modelli che venivano dall'Oriente ellenistico e persiano.
Lo sviluppo di un sistema sempre più accentrato e burocratizzato e la pretesa d'imporre un'uniformità culturale ed ideologica alle varie province dell'impero determinarono un ribaltamento della politica tradizionale di Roma, in passato tesa, invece, a rispettare le autonomie locali, permettendogli di utilizzare i propri usi e i propri ordinamenti giuridici particolari, anche se nell'obbedienza al potere romano.
Il nuovo assetto fu sgradito dalle realtà provinciali, come testimonia il diffondersi, per tutto il IV secolo e nella prima metà del V secolo, di vari episodi di rivolta sociale contro il governo e le élite locali che lo rappresentavano. In pratica, mentre le élite preminenti per la loro ricchezza e per l'esercizio del potere condividevano i valori della cultura ufficiale romana, cosa che contribuiva a rafforzare il loro predominio sociale, i ceti subalterni, nel rifiutarli, esprimevano la propria volontà di reagire allo sfruttamento economico e al dominio politico cui erano sottoposti.
Il quadro sociale del tardo impero si presentava, quindi, complesso e conflittuale. La stessa estensione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero, attraverso la Constitutio Antinoniana di Caracalla, nel 212, si limitò in realtà a sovrapporre una denominazione comune ad una pluralità d'identità regionali, culturali ed etniche che rimanevano irriducibilmente disomogenee e manifestavano in molti casi tendenze centrifughe.
Su questo complicato sfondo si innestò anche, almeno dalla metà del III secolo, uno stato di crescente difficoltà militare lungo le frontiere di Roma sempre più spesso violate dalle varie tribù barbare. L'emergenza bellica inevitabilmente esaltò il peso anche politico dell'esercito con una conseguente militarizzazione complessiva delle istituzioni.
Le stirpi barbare
A partire dal III sec. d. C., la tendenza sempre più diffusa dei romani di sfuggire agli obblighi della leva militare rese necessario un frequente ricorso all'arruolamento di mercenari barbari. Intere tribù barbare vennero ingaggiate per proteggere i confini esterni e a molte di queste fu permesso di stanziarsi anche all'interno del territorio imperiale, in cambio di servizio militare.
La presenza dei barbari nell'esercito romano era regolata da precisi strumenti giuridici. Ai barbari arruolati s'applicava il regime della foederatio, che comportava l'obbligo di combattere per Roma dietro pagamento di un compenso; essi, accolti sul suolo imperiale per difenderlo, mantenevano la propria unità ed identità etnica sotto il comando dei propri capi ed erano soggetti al sistema dell'hospitalitatis, che consentiva loro di stanziarsi in un determinato territorio ricevendone in cambio un terzo.
La barbarizzazione dell'esercito tardo-imperiale interesso anche gli alti gradi ed infatti, già alla fine del IV sec. i magistrati militum erano quasi tutti barbari e cominciarono a formare una forte aristocrazia di fatto. Generali d'origine barbara furono protagonisti di rapidissime e fortunate carriere che li condussero a controllare la stessa carica imperiale, fino al gesto estremo di Odoacre che depose l'ultimo imperatore d'Occidente, Romolo Augustolo.
Questi fenomeni non si verificarono, invece, in Oriente dove questi sviluppi furono soffocati dopo il tentativo del generale goto Gainas di condizionare l'imperatore Arcadio.
Con il termine barbari (che nella sua origine greca significava stranieri) i romani indicavano l'insieme delle stirpi con le quali avevano dovuto confrontarsi durante la propria espansione verso il continente europeo e che restavano ora confinate al di là della frontiera dell'impero, nutrendo con esso rapporti di diversa natura.
I romani non erano interessati a cogliere appieno le profonde differenze tra le diverse tribù barbare, ma appiattivano tutto in un'unica categoria concettuale negativa: il mondo dei barbari, cioè, rappresentava semplicemente l'antitesi della civiltà romana, unica depositaria di tutti i valori più elevati.
Con i barbari venivano intrapresi rapporti di varia natura ma essi continuavano ad essere percepiti come una minaccia sostanziale che si cercava di tenere a bada attraverso accordi e concessioni di stanziamenti in aree periferiche, nonché sfruttando le alleanze con le tribù più romanizzate affinché facessero da cuscinetto rispetto ad altre stirpi maggiormente ostili.
In pratica, permaneva presso i romani del tardo impero un atteggiamento duplice verso i c.d. barbari, cioè di disprezzo e timore da un lato e di necessaria accettazione dall'altro. Anche dopo la cristianizzazione dell'impero, nel IV secolo, questa ambivalenza permase; infatti, se alcuni potevano vedere nelle genti barbare dei soggetti da evangelizzare, altri continuarono a percepirli come nemici della romanità. Queste dinamiche, comunque, sostanzialmente interessarono solo la parte occidentale dell'impero, perché in Oriente prevalse una più radicale ostilità antibarbarica che evitò sia gli stanziamenti di tribù sul suolo imperiale sia gli arruolamenti in massa di barbari dall'esercito, anche grazie alla possibilità di scelte diverse praticabili per una maggiore disponibilità finanziaria.
Le stirpi barbare restarono mal conoscibili nella loro autentica fisionomia perché depositarie di una cultura orale e, infatti, non hanno lasciato nessuna apprezzabile testimonianza scritta su se stesse ma solo tracce materiali. Le uniche descrizioni di questa realtà provengono da osservatori esterni, greci e latini, ed offrono quindi un punto di vista inevitabilmente parziale.
La galassia barbarica era costituita da una pluralità di stirpi di dimensioni e cultura diverse, aperte a fenomeni di concimazione reciproca ed inclini a disgregarsi e riaggregarsi con frequenza. Erroneamente gli storiografi romani hanno dipinto le stirpi barbare nei termini di popoli, coesi sul piano etnico-culturale e stabilmente legati ad un determinato territorio, mentre quelle realtà erano piuttosto costituite da gruppi di modeste dimensioni, pronte a spostarsi in caso di bisogno e a riplasmarsi in forme nuove: infatti, dopo una vittoria militare o un'alleanza, una tribù poteva assorbire un'altra, oppure l'unione di guerrieri di varia provenienza poteva dare vita ad una nuova stirpe.
In pratica, le tribù barbare erano gruppi etnicamente e culturalmente misti, ciascuno dei quali trovava un motivo d'identità comune nella condivisione di una tradizione collettiva, incardinata su un unico culto religioso e su un insieme di leggi consuetudinarie. Le stirpi che l'impero in Occidente si trovò a fronteggiare avevano dunque una fisionomia composita, miscelando in proporzioni diverse le culture dei grandi gruppi etnico-linguistici germanico e celtico di questo ambito geografico con gli influssi provenienti dalle popolazioni nomadi delle steppe orientali, di origine iranica o mongolica.
Allevatori di bestiame, costretti a spostarsi costantemente alla ricerca di nuovi pascoli da sfruttare, i nomadi orientali, provetti cavalieri, controllavano territori di vastissime dimensioni ed erano in grado di creare costruzioni politiche occasionalmente anche ampie ma incapaci di durare nel tempo. Dopo il predominio dei sarmati, alla fine del IV secolo, assunse la guida delle diverse tribù nomadi l'etnia degli unni che riuscì a creare un impero giunto al culmine verso la metà del V secolo sotto la guida di Attila, che per fronteggiare i costi di mantenimento di una simile costruzione politico-territoriale intraprese scorrerie fino alla Gallia e l'Italia. Dopo la morte di Attila, l'impero multietnico che aveva creato si disgregò e fu sostituito dalla dominazione degli avari, che esercitarono la loro influenza fino ai Balcani.
L'influsso dei nomadi sulle stirpe occidentali si manifestò in campi diversi, dalla cultura alla religione, ma di fondamentale importanza fu soprattutto la trasmissione dell'uso dei combattimenti, che trasformò molte etnie in aristocrazie di cavalieri che grazie alla loro mobilità erano in grado di compiere operazioni di saccheggio a lungo raggio. A modificare notevolmente la fisionomia delle stirpi barbare fu, poi, il contatto con la romanità. Il rapporto con l'impero, diseguale da stirpe a stirpe, stimolò processi di mutamento dei vecchi equilibri e degli ordinamenti tribali tradizionali, favorendo l'ascesa di capi e di gruppi etnici maggiormente legati a Roma.
Guerrieri che, militando al soldo di Roma, si erano conquistati prestigio e ricchezze, attiravano altri guerrieri ed in questo modo sorsero nuove figure di capi, più potenti, la cui ulteriore forza era incrementata dal fatto che proprio a questi s'appoggiava l'impero per stringere accordi e tenere sotto controllo altri gruppi barbari.
In pratica, i romani favorirono la formazione presso i barbari di robusti nuclei di potere, stimolando il rafforzamento di capi autorevoli da tenere vincolati a sé attraverso alleanze militari, la concessione dell'hospitalitas ed il versamento di tributi, così da avere pochi punti di riferimento saldi piuttosto che una moltitudine d'interlocutori. Tutto ciò all'inizio fu vantaggioso per Roma, perché consentì di disciplinare con poco sforzo una realtà sempre turbolenta e pericolosa, ma alla lunga si rivelò controproducente perché i gruppi di barbari più numerosi e meglio organizzati incominciarono ad avanzare nuove pretese, minacciando di prendere con la forza ciò che non veniva loro concesso.
Fra il III ed il IV secolo ampie aggregazioni coagulatesi intorno ai gruppi etnici dominanti sostituirono le piccole e frammentari tribù delle epoche precedenti ed in questo modo si enuclearono stirpi destinate ad essere protagoniste nei tempi immediatamente successivi.
Le migrazioni delle stirpi e la fine dell'impero romano in Occidente
Dopo alcune episodiche incursioni precedenti, fu nel IV secolo che sulle frontiere romane s'abbatté una massa d'urto barbara senza precedenti, conseguenza di un enorme movimento migratorio su vastissima scala, che s'estese dal mar Caspio all'estremo occidente del continente europeo e fino all'Africa settentrionale.
A determinare questo fenomeno concorsero motivazioni molteplici, ovvero riassesti generali del mondo asiatico, che spinsero ad esempio gli unni a muoversi verso ovest dando così il via ad una serie di spostamenti a catena delle altre tribù, nonché mutamenti del clima che resero inospitali intere regioni, spingendo gli abitanti a ricercare sedi più favorevoli. Probabilmente per le stirpi più a contatto con l'impero fu determinante anche la consapevolezza che le ricchezze presenti sul suolo romano erano ora meno validamente difese.
Nel 378, in Tracia, l'esercito romano, guidato dall'imperatore Graziano, venne sbaragliato dai goti, che, sospinti dagli unni, avevano attraversato il Danubio e puntavano verso le regioni mediterranee. La morte in battaglia dello stesso imperatore fu un duro contraccolpo psicologico per Roma, cogliendola quale evidente segno dell'incapacità dell'impero di sconfiggere militarmente i nemici barbari.
Nel 410, poi, si verificò un ulteriore evento destinato ad avere un'eco vastissimo: le bande del goto Alarico espugnarono e misero a sacco per tre giorni Roma, inviolata da circa ottocento anni e, questo episodio fu assunto come simbolo dell'imminente fine dell'intera civiltà romana e cristiana.
Negli stessi anni diverse tribù travolsero le deboli difese romane in Gallia e nella penisola iberica, stanziandosi in queste regioni e dando vita a nuovi regni, retti da capi barbari. Roma cercò di mantenere qualche forma di controllo su queste compagini attraverso accordi di foederatio e cercando di contrapporle tra di loro.
Ebbe poi luogo un ulteriore evento, tradizionalmente assunto come termine di cesura tra l'età antica ed il Medioevo, ovvero la deposizione e l'uccisione di Romolo ad opera di Odoacre, che, però, non si nominò imperatore ma riconobbe l'autorità dell'augusto d'Oriente Zenone su entrambe le parti dell'impero, tenendo per sé solo il titolo di re. Nessun im
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