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L'origine del pensiero politico

Il pensiero politico è difficilmente pensabile come separato dal contesto storico a cui appartiene. L'approccio contestualista inserisce i pensatori politici all'interno del contesto storico, politico e linguistico a cui appartengono. Il termine 'politica' deriva dall'espressione greca τά πολιτικά, ovvero 'le cose che riguardano la polis'. La polis è la tipica comunità greca, dalla forma di città; il termine greco 'πόλις' significa sia 'città', sia 'comunità politica': essa è il centro di riflessione della cultura greca per quanto riguarda la politica, nonché la prima comunità politica della storia.

Questioni e interrogativi del pensiero politico greco

Precise questioni e interrogativi, come la natura delle leggi (se siano universali o risultato della comunità politica) emergono quando nasce la comunità della polis. Erano sicuramente esistite delle entità politiche arcaiche antecedenti alla polis, ma non viene concepita l'idea di 'politica' fino a che la comunità non viene posta in essere: si osservi, ad esempio, come negli scenari omerici dell'Iliade e dell'Odissea ogni personaggio combatta per ragioni personali.

Due delle questioni principali che ci si pone nella Grecia arcaica sono quale sia la migliore organizzazione della comunità e che cosa sia la giustizia nella comunità politica. Omero non prese quasi in considerazione tali problemi, limitandosi a dire che 'il governo di uno solo è il migliore': naturalmente, però, questo non è applicabile in tutte le epoche. Il problema delle forme di governo, in particolare, emerse con l'affermarsi dell'aristocrazia e la stessa divisione al suo interno; compresa già anticamente dai greci, la questione venne posta in maniera chiara soltanto nel V secolo A.C., quando ci si chiese quale fosse la migliore forma possibile da dare alla comunità perché i cittadini potessero perseguire liberamente la propria immagine di felicità.

Il pensiero politico greco

La stessa questione sulla natura della giustizia era stata posta dai pensatori greci per via delle circostanze, spingendoli ad elaborare categorie concettuali che trovassero soluzioni ai problemi del mondo antico, primo tra tutti quello delle guerre civili (στάσις). I due interrogativi sono strettamente connessi e consequenziali. L'esistenza di questi due interrogativi fa nascere il pensiero politico.

Nello studio dei pensatori politici, si osservino tre concetti centrali e ricorrenti:

  • Il pensiero politico è una risposta ai problemi dati dalle circostanze (politiche e non) della propria epoca.
  • La politica viene concettualizzata come soluzione opposta alla violenza e alla guerra.
  • Il pensiero politico è un'attività principalmente normativa e prescrittiva più che descrittiva, e questo differenzia la politica da altri ambiti quali la storia. Dietro alle riforme e alle istituzioni, infatti, vi sono idee.

Solone

Solone, originario di Atene, è considerato spartiacque nei pensatori politici: questo perché il suo nome è il primo cronologicamente a figurare nella lista degli arconti, questo a evidenziare l'importanza della propria carica. Solone era infatti stato scelto dai cittadini per risolvere due principali problemi: la guerra civile e la schiavitù per debiti. Le sue risposte a tali problemi lo caratterizzano come il primo esempio di pensiero politico nella tradizione occidentale, viste le precise idee politiche (visioni) dietro alle riforme e istituzioni da lui ideate.

Innanzitutto Solone stabilisce che la corrente organizzazione politica della città di Atene non era in grado di dare una soluzione a quei due problemi, ed era necessaria una riforma politica e costituzionale. La soluzione politica in quanto tale è l'opposto della violenza: tale idea esiste da quando esiste il concetto di politica. La schiavitù per debiti viene abolita, con la decisione che nessun cittadino ateniese può essere venduto come schiavo per non aver saldato tutti i propri debiti. Tale decisione rappresenta il riflesso di una riforma politica, data la volontà di dare nuova immagine al cittadino ateniese in quanto tale. Viene stabilito che un cittadino non può essere utilizzato come soggetto di una transazione commerciale.

La seconda grande riforma di Solone consiste nella divisione della cittadinanza ateniese in quattro classi, dipendente dal censo: il governo, affidato agli aristocratici per nascita, viene ora strutturato in modo di permettere di accedere alle cariche politiche per ricchezza. Alle assemblee possono ora partecipare cittadini secondo il loro grado di ricchezza, indipendentemente dal loro censo: questo perché le loro possibilità economiche costituiscono un contributo attivo per la città.

Protagora ed Erodoto

La medesima Atene diventa, nel giro di un secolo, la più importante e potente città della Grecia, attirando persone da tutto il Mediterraneo e persino altrove. La società ateniese arriva a contare duecentomila abitanti e diventa multiculturale in quanto composta da persone non originarie di Atene, che hanno peraltro molto da raccontare rispetto a ciò che sta fuori. In tale contesto, date varie circostanze casuali ed estrinseche, la visione tradizionale della giustizia espressa nell'analogia tra giustizia nella comunità politica e giustizia divina venne messa in discussione.

Nel momento in cui marinai e commercianti venuti da lontano riferiscono personali osservazioni rispetto al loro luogo d'origine (la monarchia in Persia, la tirannide in Sicilia, l'oligarchia a Sparta...) ci si rende conto che la giustizia non è la medesima in tutte le comunità politiche. Allora due pensatori, con un'audace generalizzazione, riassumono il significato di tutte queste affermazioni, dando vita alle prime riflessioni sul pensiero politico: si tratta dello storico Erodoto e del sofista Protagora.

Il primo, originario di Alicarnasso, sostiene che il costume (ovvero la tradizione, ciò che si è stabilito) è signore di tutte le cose; il secondo, originario del nord della Grecia, sostiene che l'uomo è misura di tutte le cose e che quindi l'opinione della città è l'opinione dei cittadini riuniti. Questi due pensieri figurano la politica come relativistica e negano l'idea universale della stessa, individuandola come dipendente dal costume (ovvero dalla tradizione). La stessa visione della giustizia è relativistica rispetto ad ogni comunità politica, e lo è oggi grazie a tali generalizzazioni.

Nel momento in cui Protagora ed Erodoto realizzano che non è più possibile sostenere la visione di giustizia oggettiva arcaica, date le testimonianze di civiltà diverse con diverse visioni della giustizia, nasce il pensiero politico. Protagora aveva già compreso che la giustizia fosse frutto di una convenzione quando affermò che la legge è opinione della città: il positivismo giuridico considera la giustizia come frutto di una convenzione. Tutte le visioni politiche hanno, nella storia del pensiero politico, un comune intento a descrivere nonché migliorare la realtà.

In Erodoto troviamo per la prima volta formulata una teoria delle forme di governo ne le Storie, opera di nove libri che attorno al 430 A.C. (egli giunse ad Atene attorno al 450 A.C.) recitava pubblicamente agli ateniesi (la declamazione costituiva un pubblico intrattenimento di grande rilievo). Nel terzo libro, capitoli 80-82, Erodoto ricorre al trucco letterario di porre un dibattito greco in un paese straniero (deplacement). Il λογος τριπολιτικὸς, dibattito sulle tre canoniche forme di governo, è il primo testo per noi superstite che contiene la distinzione e la definizione delle tre πολιτειαι, a lungo discusse dagli antichi.

Il brano è inserito nel quadro di una vicenda ambientata in Persia, dove due magi, approfittando della campagna egiziana di Cambise, organizzano un colpo di stato e vengono successivamente uccisi da sette nobili persiani riuniti in una congiura. Fra essi Otane, Megabizo e Dario riflettono circa il nuovo assetto da dare alla Persia, pronunciando tre perorazioni rispettivamente a sostegno del governo dei molti, dei pochi, di uno solo: ciascuno parla di una forma di governo e ne critica un'altra a sostegno della propria argomentazione.

Otane è il primo a parlare, e sostiene che non è una cosa buona dare il potere ad una persona sola, perché per il troppo potere inevitabilmente si corrompe e si trasforma in un tiranno (da monarchia a tirannide): questa è una raffinata critica della monarchia che sostiene che il potere assoluto corrompe. Pertanto, si deve dare il potere alla massa. Il 'governo della massa' ha secondo lui il nome più bello di tutti, isonomia: uguaglianza di fronte alla legge ma anche uguaglianza ottenuta di fronte alla legge. Tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro ricchezza e dal loro stato sociale sono uguali di fronte alla legge; ma la legge è anche attiva nel promuovere questa uguaglianza. La democrazia ha per Otane vari pregi: è tenuto a rendere conto al popolo nelle decisioni, fa tutto secondo le leggi, presenta tutte le decisioni e propone le 'cose nel mezzo', garantendo uguaglianza politica e giuridica dei cittadini. Si comprende come caratteristica fondamentale di un buon governo sia la pubblicità, ovvero la trasparenza: la democrazia è quella che prende decisioni in pubblico ed è l'opposto della tirannide, che non deve rendere conto del proprio operato né prendere decisioni relativamente al corso degli eventi.

Megabizo è un difensore dell'aristocrazia, inteso come governo dei migliori (in greco, αριστοός significa migliore) in quanto superiori alla massa. Il popolo è considerato ignorante e quindi incapace di prendere buone decisioni (che solo pochi sanno e possono prendere).

Dario, infine, è sostenitore della monarchia: essa è considerata la più efficiente in caso di guerra perché un singolo soggetto prende decisioni in merito; ma anche in tempo di pace, data l'ignoranza della massa e la costante competizione dei nobili tra loro, che li porta a conflitti civili. Il conflitto dialettico viene infine vinto da Dario e la Persia diventerà un regno, ma è interessante come Erodoto ponga in maniera così raffinata ragioni a favore in tutte e tre le forme di governo, così come i loro difetti, già in un'epoca così antica. Queste tre, peraltro, saranno sempre considerate nei secoli le canoniche forme di governo cui fare riferimento.

Sofocle

Una volta diffusa l'idea secondo cui la giustizia della città non ha relazione con la giustizia divina, alcuni pensatori concettualizzano la dicotomia tra il concetto di natura e quello di legge, sostenendo che alcune cose esistono e sono valide per natura (come il fuoco), mentre altre sono valide solo per legge (come la giustizia).

Tale riflessione e distinzione è destinata ad avere grandissima importanza, tanto che la si trova già nell'opera tragica di Sofocle, Antigone, rappresentata nel 443 A.C. La messa in scena delle rappresentazioni drammatiche ad Atene era sostenuta da un grande sistema istituzionale, in cui si dovevano innanzitutto presentare dei copioni ad una giuria comporta dall'intera giunta ateniese (quindi un organismo politico), che ne sceglieva tre da rappresentare e si pensava successivamente al coro e alla coregia, persona influente incaricata di pagare gli attori e per dare un contributo alla città (nonché mettersi in mostra). Si noti come la rappresentazione delle opere (tragiche o comiche che fossero) non riguardava la sola città, in quanto assisteva un pubblico panellenico e, per l'epoca, internazionale, con persone non di madrelingua greca ma in grado di capire il greco.

Il dramma di Antigone è tragico perché la sua azione, seppellire il fratello, la porta inevitabilmente a scontrarsi con il suo oppositore e re della città Creonte. Mentre quest'ultimo rappresenta la giustizia della città e sostiene che secondo la legge non è possibile seppellire nel territorio della città dei traditori della patria, Antigone sostiene che la sua azione è motivata dall'esistenza di leggi eterne degli dei che la hanno spinta a farlo. Entrambi hanno, di fatto, ragione: viene così presentata sulla scena la dicotomia tra legge della città e leggi di giustizia eterne; nessuno dei due tipi di legge può essere trasgredito, ma Antigone crede che le leggi divine abbiano valenza superiore rispetto a quelle della città: questo tema è stato dibattuto per tutta la storia del pensiero politico.

Oggi tale dicotomia esiste tra diritto naturale e diritto positivo (positum, ovvero posto dalla città): il diritto della comunità politica è diverso, e talvolta in contrapposizione, con quello naturale. La questione rimane attuale e si è presentata con gran forza nel XX secolo, di fronte a eventi terribili come le barbarie dei regimi totalitari, dal diritto positivo del tutto contrario alla visione naturale della giustizia. Il diritto naturale può intendersi sia come un concetto legato alla religione e quindi appartenente al divino, sia come un concetto laico che la ragione coglie per il fatto di essere umani. Una nozione di diritto naturale effettivamente condivisa da tutte le comunità politiche, di fatto, non esiste.

Il concetto di diritto naturale assume rilievo centrale nel momento in cui vogliamo criticare una legge di una comunità politica, ovvero appartenente al diritto positivo. Le Leggi di Norimberga sono la chiara dimostrazione che non si possono privare i cittadini dei diritti se non attraverso le leggi; e durante il Tribunale di Norimberga numerosi furono i nazisti che continuarono ad affermare che avevano obbedito alle proprie leggi e che non potevano essere criticati per questo, in quanto leggi del loro stato. Si osservi allora come le correnti del giusnaturalismo e giuspositivismo avevano delle basi già nel V secolo A.C. Alcuni pensatori già allora credevano necessario fare appello all'idea di natura, cogliendo una 'vera giustizia' valida ovunque in quanto processabile da tutti attraverso la ragione. È da questi dibattiti che nasce la teoria politica.

Gorgia

Nel tempo in cui la lega delio-attica (alleanza di città ed isole sotto il comando di Atene) esisteva, Atene pretese che tutti i problemi concernenti isole e città che vi aderivano fossero discussi nella stessa città, cosa che la rese protagonista di processi tenuti costantemente.

Osservando lo sviluppo di tali processi, il sofista Gorgia di Leontini, originario della Sicilia ma dalla padronanza straordinaria della lingua greca, studia il concetto di verità. Se consideriamo che il giudice o la giuria emettano il verdetto, tale verdetto deve essere la verità riguardo uno specifico caso. Secondo Gorgia, tale verità consiste in ciò che persuade: la verità è per lui un processo di persuasione umana. Nell'Encomio di Elena, fa un elogio persuasivo del processo sostenendo che ''il discorso è un potente sovrano, che con un corpo piccolissimo porta con sé azioni divine''.

La natura della 'verità vera', allora, non si può conoscere: la verità viene relativizzata e diventa fortemente dipendente dal discorso e dalla persuasione. Tale interrogativo si riflette anche nella natura delle istituzioni politiche: è una sfida su cui i pensatori politici si trovano a riflettere. Affermare che la verità è risultato di un processo argomentativo, infatti, equivale a dire che una verità oggettiva non esiste.

  • Il problema della relatività della giustizia (a una comunità, ad un'epoca e a un luogo): non esiste una definizione di giustizia universale su cui possiamo essere tutti d'accordo.
  • La distinzione tra natura e legge: esiste un diritto posto dalla città ma esistono anche delle leggi superiori e diverse rispetto a quelle poste all'interno della città.
  • La verità oggettiva non esiste e la verità non può considerarsi universale, ma piuttosto risultato di un processo argomentativo e della capacità di persuasione.

L'influenza di Socrate nel pensiero di Platone

''La definizione più semplice della filosofia occidentale è che si tratta di una serie di note a piè di pagina su Platone''. A. N. Whitehead

Platone (427-347 A.C.) è pilastro del pensiero politico occidentale e viene considerato il primo filosofo politico per una precisa ragione: anche in un contesto dove vi erano già altri pensatori politici, è il primo autore a dare consapevolmente uno statuto epistemologico alla filosofia, con una definizione che tutta la tradizione successiva ha considerato valida. La filosofia è per Platone la ricerca della verità riguardo alle cose più importanti per un essere umano (quindi anche quelle politiche) – quindi una scelta di vita, una maniera di vivere.

Platone dà inoltre un metodo alla filosofia, sostenendo che agisce e funziona attraverso la dialettica: la verità si trova dibattendo, esaminando tutte le possibili risposte e confutandole tutte tranne una, quella che resisterà ad ogni confutazione, ovvero la verità. La verità oggettiva (e non quella persuasiva di Gorgia) viene individuata come scopo da raggiungere.

Tale idea di filosofia e di metodo dialettico permette a Platone di distinguere i sofisti dai filosofi (e più nello specifico, Socrate): mentre i primi cercano di battere gli avversari in un dibattito, i secondi sono consapevoli di avere con il proprio avversario una comune ricerca della verità.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

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