Storia delle dottrine politiche
Platone: contesto storico
Atene, 427 a.C., di origine aristocratica. Il suo pensiero cambia quando muore Socrate, che era stato accusato di andare contro gli dei. Vuole ricostruire una città stabile, governata da uomini sapienti e giusti e in modo gerarchico, si trasferisce a Siracusa dove vuole organizzare una buona città. Dopo Siracusa ritorna ad Atene dove crea una scuola per formare una gioventù aristocratica con obiettivi di formazione e di riforma spirituale. Ritorna a Siracusa per educare Dionigi, fallisce ma ritorna ad Atene definitivamente.
Scrive 35 dialoghi, egli può essere letto sia come drammaturgo sia come filosofo, egli è influenzato da Socrate ed è volto a dimostrare il valore etico superiore della giustizia. Di Socrate sappiamo molto poco quindi non sappiamo quanto Platone abbia appreso da egli. Platone si impone contro i sofisti che erano utilitaristi, corrotti, relativisti, individualisti ed avevano conclusioni nichiliste negando l’esistenza di un’unica verità. (Gorgia, Protagora etc.) C’è una continua dialettica tra questi e Platone.
Platone rimase sconvolto dalla morte di Socrate. Hannah Arendt ha detto che con la... Platone è influenzato dai pitagorici, dal loro misticismo e dall’esistenza di un ordine armonico, e da Parmenide.
Perché nascono la filosofia e la democrazia ad Atene?
Perché la cultura non era subordinata alla religione e il popolo era libero e c’erano continue interazioni nell’agorà tra il popolo. Non c’era una forte influenza dello Stato e della magistratura, dunque non c’era il comando verticale basato su un libro sacro. Pericle: “Il cittadino che non partecipa alla vita politica è inutile e di rango inferiore” erano considerati idioti. C’erano ampi spazi di libertà e un obbligo morale alla partecipazione politica come se fosse una religione civile (come gli USA che osannano democrazia libertà etc.).
In questo periodo storico si afferma il passaggio dal mito al logos, il mito è il racconto, leggendario, non dimostrativo e non è una semplice invenzione ma fornisce dai valori (mueo = non dire) e i temi sono dei, eroi etc. e il logos invece è argomentato ed è ovviamente razionale. In Platone troviamo un intreccio tra questi due. Ad Atene non abbiamo più storie fantastiche ma lettere che danno vita al significato di concetti, questo rende molto più facile la trasmissione di idee e una maggiore democraticità.
Il pensiero greco si rivolge alla verità e all’idea che il tutto debba essere visto in modo razionale. Platone voleva dare una maggiore virtù affinché potessero essere governanti migliori. Si dedica all’eliminazione dell’incompetenza, per lui la virtù è competenza, l’anima è virtuosa in quanto sa svolgere ciò che deve fare. Egli è un reazionario, ha una visione elitaria e crede che ci deve essere la guida dei migliori per educazione, sapere, moralità.
Conoscenza, virtù, felicità sono tre termini collegati fra loro: la conoscenza porta alla virtù che porta alla felicità (in America c’è la ricerca della felicità). Quindi questo insegnamento non è solo informativo ma serve a spiegare come ci si deve comportare nella vita comune, ad essere buoni moralmente, per la creazione di un uomo nuovo e di una società migliore. Il termine giustizia ora ha un significato diverso o giuridico o giustizia sociale ovvero equa distribuzione invece in passato giustizia è collegato a virtù come conoscenza e collegato al dominio della ragione dunque alla testa che deve tener conto di tutte le pulsioni dell’essere umano, le deve gestire e controllare.
La giustizia diventa la dikaiousine o dike ovvero un’intenzione personale morale e invece la legge era nomos. Platone vuole un fondamento etico unico. Platone e Aristotele si chiedono cosa sia il bene e cosa sia il giusto: La Repubblica è forse un’opera giovanile di etica e filosofia politica (la città ideale Piero della Francesca) Platone è un idealista, un utopista, infatti lui nella Repubblica spiega come vorrebbe la sua società ideale.
Libro I
Socrate va al Pireo (porto commerciale dove gira il denaro) con i suoi due fratelli e incontra un mercante Cefalo che dice che giustizia è fare bene la propria attività. Allora Socrate non accetta questa risposta e se ne va e poi parla con Polemarco che gli dice che giustizia è fare bene agli amici e fare male ai nemici e Socrate gli dice: “E se invece i tuoi amici fossero cattivi?” dunque in quella prospettiva l’annientamento dei nemici ovvero il massimo della giustizia può essere invece una grande ingiustizia.
Dunque la visione manichea viene negata, non esistono buoni e cattivi. Trasimaco, un ricco e arrogante sofista, dice che non sapeva e si vanta della sua ignoranza (sa di non sapere) e dunque prendendolo in giro, non casca nel tranello e non gli dà risposte precise perché temeva Socrate. Trasimaco afferma che la giustizia sta nell’utile del più forte e l’ingiusto che vince sarà più felice, nello stato è il governo che detiene la forza, così il giusto è l’utile del potere costituito che fa le leggi, e chi non obbedisce viene punito, la giustizia dunque è il mezzo per ottenere l’utile dei governanti.
Ma il potere può essere anche una democrazia scelta dal popolo così come un’oligarchia ma in qualsiasi modo sia costituito fa l’utile per se stesso. Secondo Trasimaco la forza fonda la scienza politica ed egli è un po’ come Macchiavelli, un fondatore della scienza politica mentre Socrate è un fondatore dell’etica. Questa è una visione pessimistica della natura umana perché l’uomo si occupa solo dei propri interessi.
Nel racconto di Tucidite della guerra tra i melii e gli ateniesi c’è la stessa correlazione tra forza e giustizia in cui il più forte domina e fa le leggi come vuole. Secondo Trasimaco il tiranno che fa la cosa giusta è un governante debole perché deve ragionare solo secondo l’utile. Infatti egli dice che i giusti perdono sempre contro gli ingiusti. Socrate ci pensa un pochino e gli chiede con logica dimostrativa: “Ma se il giusto è l’utile del più forte, se il tiranno sbaglia e fa ciò che sembra utile ma non lo è, i governati non fanno l’utile del tiranno”.
Ma per Trasimaco il governante è il più forte e il più sapiente. Dunque c’è una correlazione tra potere e conoscenza, dunque stabilisce lui cosa sia giusto per i sudditi che per essere giusti devono obbedire ma obbedendo fanno il bene di un altro, questa teoria non lascia spazio all’etica. I giusti perdono sempre con gli ingiusti che quando arrivano al potere possono avere il massimo giovamento. Chi disobbedisce è punito ma chi lo fa e arriva al potere ha successo ed è felice, chi biasima l’ingiustizia lo fa perché ha paura e dunque il giusto è uno che non ha coraggio di diventare potente e di mettersi in gioco.
“Ho riso più volte sui deboli che si credevano buoni...” Nietzsche. Il diritto e la legge dipendono dal forte e tutte le leggi devono essere accettate, questo si chiama positivismo giuridico e non esiste una norma morale superiore che esiste secondo il giusnaturalismo invece. Per Socrate è giusto ciò che avvantaggia i deboli, per Trasimaco è giusto ciò che avvantaggia i governanti.
Alcuni sostengono che Trasimaco sia un relativista confuso che dice cose diverse, altri dicono che sia un darwinista sociale che dice che i più forti devono arrivare al potere. Socrate dice che nessuna arte ha come fine sé stessa ma l’oggetto di cui si occupa, ogni techné come quella del medico cura il malato. Dunque ogni arte deve avere un soggetto, anche la scienza politica, secondo Socrate più è bravo un governo più deve fare l’utile dei governati (oggetto). Chi non fa bene questo ma fa solo il proprio interesse non fa il giusto. La stima di un medico riguarda su quanto è bravo a curare il suo oggetto.
Il governante bravo è quello che fa bene al suo oggetto ovvero il popolo, perché la sua funzione è fare il bene della comunità. Trasimaco dice che il pastore non lavora per il bene del gregge ma per il guadagno, dunque egli crede lo stesso del governante e crede che non ci sono valori condivisi nella comunità quindi non esiste la comunità ma quello importante è come riesci ad importi con la tua norma sui governati: chi arriva al potere è bravo e deve farsi obbedire.
Socrate dice che l’intelligente cerca di vincere o di avere la meglio su colui che è inferiore, ovvero un medico bravo cerca di avere migliori competenze di chi non è bravo ed è ignorante chi prova ad essere più bravo dei bravi. Dunque l’ingiusto è ignorante perché il competente vuole essere superiore dell’incompetente dunque il giusto è più giusto e più sapiente. Se una banda di briganti per fare una rapina deve fregare chi sta nella casa da rapinare, non può fare in qualunque modo. L’ingiustizia crea dunque incapacità di agire e di azione.
Socrate chiude dicendo che il giusto è buono e saggio mentre l’ingiusto è ignorante perché non sa fare bene al suo oggetto. S. si chiede se i giusti vivono meglio e sono più felici e si risponde dicendo che la virtù è la funzione dell’anima dunque per stare bene deve avere la virtù così come gli occhi hanno la funzione di vedere. La giustizia permette alle altre virtù di essere esercitate con successo perciò con l’anima giusta vivi bene con quella ingiusta male. Un’anima cattiva dunque vive male e sceglie male perché virtù = competenza, l’uomo giusto è il più felice perché l’anima sceglie bene la sua funzione.
Trasimaco ora tace e sembra in difficoltà ed a un certo punto inizia a parlare Glaucone il fratello di Platone che vuole essere convinto di questa teoria: e vuole portare un’ultima obiezione: ma la giustizia come ogni altro bene è voluta e deve essere cercata di per sé o di per sé e per i vantaggi che procura?
Socrate dice che deve essere cercata sia di per sé (principio deontologico) sia per i suoi vantaggi (conseguenzialismo) perché porta alla felicità. Alcuni dicono che Platone sia eudaimonista perché vuole la giustizia per arrivare alla felicità. Naturalmente gli uomini vorrebbero sopraffare gli altri ma chi non ha le forze per sopraffare preferisce accordarsi con un compromesso, il contratto sociale, per non essere sopraffatto e per non sopraffare nessuno. È un compromesso che tutti accettano. Secondo Glaucone alla base della giustizia c’è il fatto che è un vantaggio per tutti accettare una legge.
Platone è preoccupatissimo della democrazia che ha creato fazioni, non c’è più ordine e vuole riordinarla, dunque c’è un progetto utopico secondo il principio di giustizia. Socrate di fronte a tutte queste obiezioni, soprattutto alla domanda perché conviene essere giusti, ad un certo punto è in difficoltà e va a spiegare che esiste una giustizia dello stato che è come la giustizia dell’anima. Il governo della città deve essere gestito da coloro che sono sapienti. Quindi altri ceti come mercanti e guerrieri devono essere subordinati ai sapienti in quanto non hanno la conoscenza del bene. Solo i sapienti sanno cosa è la giustizia, solo questi hanno tempo libero essendo ricchi e quindi hanno possibilità contemplative.
Aristotele: connessione con Platone
Aristotele nacque nel 384 a Stagira c’è una connessione tra egli e Platone perché appunto Aristotele era un allievo di quest’ultimo. Aristotele aveva cominciato a vedere la natura per trarne dei concetti quindi tramite i suoi esperimenti voleva trovarne delle spiegazioni e farne dei concetti e classificare razionalmente i fenomeni naturali. Platone aveva un mondo spaccato in due: quello fenomenico e quello delle idee invece secondo Aristotele era un tutt’uno infatti gli elementi comuni sono collegati ad un’idea ad un concetto quindi si parte da un’idea e si arriva ai fenomeni (come nel cristianesimo). Tutti questi fenomeni partecipano all’idea. Egli doveva essere il maestro di Alessandro Magno ma di lui abbiamo perso quasi tutto. Egli ha avuto un’influenza enorme soprattutto sulla cultura cristiana medievale.
La sua opera è divisa in vari settori: Etica dove parla anche della politica, la Logica, la Fisica e la Metafisica ovvero i principi ultimi dell’essere e del mondo. Egli rifiuta il concetto di un trascendente (anche questo ripreso dal cristianesimo) ovvero di mondo fenomenico che dipende da quello delle idee. Aristotele non crede a ciò, non perché è ateo ma perché ha un’idea diversa. Aristotele attacca il concetto di proprietà e di famiglia e rovescia questi concetti credendo che l’uomo sia un animale politico ovvero naturalmente socievole che partendo da associazioni piccole arriva a quella più grande ovvero lo Stato (famiglia-villaggio-stato). Per essere giusti si deve essere giusti in relazione alle esigenze della città. In ogni individuo esiste una pulsione ovvero la virtù che è propria dell’anima.
La virtù è competenza e la sua funzione è quella di indirizzarsi alla felicità individuale attraverso l’impegno politico. Quando Aristotele parla di uomini parla di maschi, possidenti (dunque non schiavi) e non stranieri. C’è quindi una limitazione delle persone a cui si rivolge, gli altri esseri non hanno caratteristiche degne per essere inclusi. Le donne, i bambini e gli schiavi non hanno razionalità. Questo ormai è un assioma per 197 stati al mondo che dicono di essere democratici. In quegli anni questa idea portò alla democrazia diretta e la politica non doveva essere un gioco di interessi ma il bene pubblico era l’unico oggetto della militanza.
Secondo Aristotele, non si distacca da Platone, crede nell’otium ovvero chi ha già i soldi per vivere e non deve lavorare si dedica alla filosofia grazie al tempo libero. Il bene dell’uomo è la vita razionale che deve essere alla guida del comportamento umano e della città. Il bene secondo Aristotele è la possibilità di realizzare quello che è l’obiettivo ultimo ovvero la felicità non materiale ma attraverso il bene comune. L’uomo giusto è quello che ha una vita attiva politicamente (polus).
La giustizia è corrispondente al comportamento della “medietà” ovvero la capacità di agire in relazione alle situazioni evitando gli eccessi è dunque armonia. Questa riguarda solo se stessi, essa non è il compromesso ma la capacità di gestire in modo equilibrato, armonico e consapevole il proprio comportamento. Dunque essa indica il criterio con cui ci si deve comportare per essere giusti. Quindi dipende solo da noi, dalla nostra forza e dalla nostra capacità, dunque non è un criterio oggettivo ma è in relazione al contesto e in relazione alle capacità dell’individuo stesso. La medietà non è mediocrità o compromesso ma è la vittoria della ragione sull’irrazionale e sulle passioni.
Lo stesso discorso si deve applicare anche in contesti più grandi come quello della città. Questo non significa che le passioni devono essere oppresse. Quindi come ci si deve comportare precisamente? Le religioni dettano una dottrina precisa ma in questo caso? Aristotele secondo alcuni critici si rifà solo alle convenzioni della sua società infatti le sue indicazioni sono quelle di seguire il contesto di valori del suo tempo. Secondo i radicali/marxisti Aristotele in fondo dice che bisogna comportarsi secondo l’opinione comune e la tradizione di un determinato tempo infatti essi contestano che egli non discute le convenzioni del tempo e quindi si ripropongono i valori che sono propri del modo di fare e della tradizione limitata dal tempo e del luogo in cui si vive. Dunque non sarebbe un rivoluzionario.
Agire secondo medietà serve per diventare virtuosi infatti egli non vuole far capire cosa è la virtù ma come ci si arriva. La giustizia è la disposizione ad essere giusti, a fare il giusto e a volere il giusto. Il giusto è due cose: chi rispetta le legge e chi rispetta l’eguaglianza. La giustizia dunque riguarda il rapporto con gli altri. La legge ha la caratteristica non solo di creare la felicità propria ma della comunità. La giustizia è la virtù più difficile perché vuole il bene proprio e il bene dell’altro.
L’ingiustizia invece è andare contro la legge perché si danneggia il prossimo. Non si occupa della giustizia come ubbidienza alla legge ma che riguarda l’equità, l’eguaglianza. Quindi l’ingiusto è colui che cerca di avvantaggiarsi della propria posizione e vuole prendere di più di quello che non gli sia dovuto e quindi non rispetta le leggi danneggiando gli altri. Se è giusto chi rispetta la legge tutte le azioni prescritte dalla legge sono giuste soprattutto quelle che mirano alla felicità dell’individuo e della città.
Viene operata dunque una distinzione tra giustizia distributiva e giustizia correttiva-regolatrice. La giustizia distributiva guarda a tutti i cittadini, guarda all’assegnazione degli onori e delle cariche, dei privilegi, delle risorse in relazione a situazioni differenti ma anche a stessi cittadini che hanno caratteristiche e contesti diversi nella polis; la giustizia distributiva si pone in una posizione geometrica: trattare persone diverse da pa...
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