STORIA DELL’ARTE MEDIEVALE
APPUNTI
27.02.2019
Le ragioni della bellezza 2, Pinelli/Itinerario dell’arte giallo, Cricco-Di Teodoro
L’arte medievale nel contesto. 300 – 1300. Funzioni, iconografia, tecniche. (pp. 79-103; 181-203;
205-244; 295-313; 445-462; 463-499; 535-548.
Italia: patrimonio artistico diffuso.
Sottoposti a vincolo = edifici non alienabili senza il permesso dello Stato per la loro importanza
artistica. à
T. Montanari valorizzare il patrimonio artistico-culturale in modo giusto.
1923, Riforma Gentile: inserisce per la prima volta la storia dell’arte tra le materie scolastiche.
313 – Giotto
Tardo antico altomedievale Giotto
Icona di Gesù Cristo, Altare del duca Ratchis Crocifisso di Santa Maria
monastero di Santa Caterina Novella
sul Sinai Ultimo artista medievale
e primo artista rinascimentale.
Naturalismo pittorico
Cristianesimo - trecentesco
Editto di Costantino (313) =
cattedrali urbane +
santuari suburbani +
tipo della basilica cristiana + v nuovo approccio formale
nuove costruzioni a pianta
centrale +
arredo liturgico
Arte medievale.
à à
Costantino disgregazione stile antico bidimensionalità, schiacciamento forma
plastica, ribaltamento prospettiva
spaziale.
Non riproduce la realtà come la vede
l’occhio fisico, ma come la vede l’occhio
spirituale.
à il prodotto artistico non ha più valore per il fatto estetico, ma per la sua
funzione, quella di trasmettere messaggi e educare.
Con Giotto la forma torna a prevalere sulla funzione.
Politica e cultura influenzano l’opera d’arte. Medioevo
Concezione ambigua di “secoli bui”, chiamata “età di mezzo” anche se evidentemente un arco
temporale di 1000 anni non può considerarsi un “incidente della storia”. Non è un tempo oscuro tra
positività classica e positività rinascimentale, ma un’epoca di trasformazioni fondamentali per tutta
la civiltà europea. Carlo Magno si preoccupa proprio di risistemare il territorio geopolitico
dell’Europa, spostando i centri di potere da un asse mediterraneo a un asse europeo ancora oggi in
funzione.
In questi 1000 anni si sono verificati notevoli cambiamenti culturali, politici e geografici, in
particolare:
• diffusione di una nuova religione, il Cristianesimo
• arrivo di nuovi popoli, i cosiddetti “barbari”.
Questi cambiamenti hanno avuto un peso decisivo anche nei radicali cambiamenti dell’arte, tra i
quali:
• crollo del sistema formale di imitazione della natura, tipico dell’arte classica (arte mimetica)
• cambiamenti di committenze, iconografie e funzioni.
La posizione del Cristianesimo nei confronti dell’arte si è ben presto evoluta. In una prima fase le
istituzioni cristiane erano, infatti, in certo qual modo “ostili” nei confronti dell’arte: si riteneva che
fosse troppo legata ai costumi pagani e che quindi potesse diventare veicolo di idolatria, cosa che ha
anche portato alla distruzione fisica di opere artistiche classiche, oltre al fatto che per i primi secoli
fu limitata alla sola produzione di arredi liturgici. In seguito, ci si rende conto della potenza delle
immagini come strumento di educazione, catechesi e potere a servizio della Chiesa per i suoi
scopi di evangelizzazione. Emblematica è la posizione di papa Gregorio Magno che, in due sue
lettere (599-600) al vescovo di Marsiglia (che aveva provveduto alla distruzione delle statue nella
sua diocesi), scrive: la pittura è la letteratura degli illetterati.
Dalle testimonianze artistiche sappiamo che il Medioevo è stata un’epoca a colori: basta guardare il
duomo di Monreale (arte normanna, XIII sec.). Sono stati i restauri del XX sec. a uniformare le
pietre e mettere in risalto le giunture di malta, portando a dedurre che nel Medioevo vigeva un gusto
per l’austerità che, in realtà, è decisamente antimedievale (lo si deve limitare ad alcune correnti
particolari, come l’arte cistercense). Va quindi ricostruita un’immagine di una chiesa a colori, di
un’arte caratterizzata dalla policromia. Di recente, questa caratteristica è stata recuperata all’interno
e all’esterno di cattedrali romaniche e gotiche dato che sono stati ritrovati resti materiali dei colori
usati durante le operazioni di restauro.
Classificazione dalla critica d’arte di stampo positivista (oggi troppo rigida):
IV- XIV sec. d.C. Alto Medioevo IV – VI sec. Tardo-antico
V – VII sec. Barbarico
VI – XIV sec. Bizantino
VI – VIII sec. Longobardo
VII – XIV sec. Islamico
IX – X sec. Carolingio
X – XI sec. Ottomano
Basso Medioevo XI – XIII sec. Romanico
XII – XIV sec. Gotico
Oggetti arte medievale
“Arti maggiori”: scultura, pittura, architettura
“Arti minori”: oreficeria, tessuti, smalti, arti libro. Anche chiamate arti applicate/decorative (B.
Croce le chiama arti non libere) per la loro manualità e finalità pratica: implicita valenza riduttiva
rispetto alle cosiddette maggiori.
Differenza gerarchica nata alla fine del ‘500, quando comincia a stabilirsi differenza di status
sociale tra artista e artigiano (momento intellettuale – momento manuale; godimento estetico –
utilizzo pratico). Nel Medioevo non esiste distinzione gerarchica (fino al primo 400: Brunelleschi
formato come orafo, Ghirlandaio come ricamatore). Nel medioevo le cosiddette “arti minori” sono
state al centro della produzione artistica (oreficeria “barbarica” unica tipologia di arte praticata
favorita dalla loro vita nomade, Tesoro Domagnano V sec.). È uno dei caratteri che avvicina l’arte
medievale all’arte contemporanea (MOMA, New York – oggetti di design che E. Rogers definisce
tutto quello che sta tra il cucchiaio e la città).
Oreficeria
Non solo tra i barbari, resta importante fino all’età gotica in particolare per il pregio dei materiali
usati e la complessità delle tecniche, tra le quali incastonatura, smalto, sbalzo e cesello, traforo e
filigrana, incisione e intaglio. Scrive Ovidio nelle Metamorfosi: materiam superabat opus.
In certi periodi è stata la tecnica pilota, ovvero quella in cui si sperimentano le grandi innovazioni
applicate poi in altre forme di arte. Ad esempio, i reliquiari, nel periodo gotico, utilizzano tutte le
tecniche della gotica per produrre microesempi di architetture perfino pià ardite di quelle realmente
costruite (Orvieto, Reliquiario del Corporale del miracolo di Bolsena – firmato da Ugolino di Vieri,
Siena 1347).
Per di più, l’unico artista nominato nella Bibbia (Esodo) è un orafo, Beseleel, incaricato di costruire
l’Arca dell’Alleanza.
Attenzione agli oggetti di culto e liturgia opera di orafi ecc.: Teofilo, nella sua Schedula diversarum
artium (XII sec.), esorta gli artisti a “dedicarsi con dedizione di mente a eseguire ciò che manca
nella suppellettile ecclesiastica per eseguire i sacri misteri”: calici, candelabri, turiboli, ampolle,
vasi, scrigni per le reliquie, legature dei libri sacri. Tutti questi sono i beni mobili della Chiesa. I
tesori sono espressione tangibile della ricchezza della Chiesa, non solo avendo un’importanza
spirituale, ma anche un notevole ritorno economico che causò numerosi “furti sacri”: più reliquie
miracolose portano a più visitatori che portano più soldi. Per ricostruire il contenuto dei tesori,
spesso razziati e andati persi (à razzie medievali, vd. Vikings), si ricorre a inventari e cronache: il
Liber Pontificalis (fino fine IX sec., per Roma perché contiene le vite pontefici), la Chronica di
Montecassino (di Leone Marsicano/Ostiense, monaco a Montecassino sotto l’abate Desiderio:
ricostruisce la storia dell’abbazia dalla fondazione nel 529, comprendendo anche l’elenco del
tesoro).
Cattedrale di Anagni: di notevole importanza, visto che molti papi furono di origini anagnine (fino
cattività avignonese, 1377) e risiedevano lì (sede papale fino al 1303à palazzo papale). Il tesoro
sopravvive ancora oggi (tra cui il piviale, il mantello liturgico, di Bonifacio VIII, eseguito a
Palermo, sede delle nobiles officines dalla dominazione dei Normanni; cofanetti in avorio, XII sec.,
di fattura siciliana e islamica per soggetto, stile e tecnica che sono esempi di riuso: erano oggetti
fatti da fedeli per uso profano e poi riciclati come cofanetti per reliquie, come reliquiari, quindi nati
come oggetti profani e divenuti oggetti sacri).
Oggetti dall’Abbazia di Casamari, trasferiti nel 1572 per motivi di sicurezza contro le razzie a
Veroli (Stauroteca: reliquiari della santa croce, XIII sec.).
Mosaici S. Vitale, Ravenna, 532-547/8, dove l’imperatrice Teodora è vestita con stoffe preziose,
esempio della moda del secolo: mantello porpora (è il colore proprio della regalità dell’imperatore,
l’unico a poterlo indossare – insieme alle rappresentazioni di Gesù, che ovviamente è il Re
dell’Universo), con ricamo d’oro al bordo che raffigura l’arrivo dei magi. Questa moda di
rappresentare scene bibliche sugli abiti era talmente diffusa che Asturio, vescovo del V sec., la
critica aspramente. Nel Medioevo le vesti diventano antologie di iconografia religiosa. Dolce &
Gabbana, nella stagione 2013/2014, ha creato una serie di abbigliamento ispirata proprio ai mosaici
di san Vitale, chiamata prèt-a-byzantiner (ma non è stata l’unica casa di moda a creare vestiti
usando immagini sacre). Questo è dunque un altro punto di contatto tra la nostra società
contemporanea e la società medievale.
Lo sfarzo nell’abbigliamento dei sovrani serviva a esaltarne il ruolo di intermediatore divino:
l’imperatrice indossa gioielli (diadema con pendilia; mantellina di perle, smeraldi, rubini chiamata
maniakion). Questi gioielli esaltano il valore di apparizione divina dell’imperatrice.
Nel Medioevo soprattutto gli oggetti delle cosiddette “arti minori” erano apprezzati anche
esteticamente e suscitavano reazioni emotive fondamentali per capire sensibilità medievale.
Esempio lampante è Suger, abate di St Denis (1122-51), diplomatico, capo militare e consigliere di
Luigi VI, ampliò l’abbazia di origine carolingia (1135-44) - anche probabilmente ispirato dal
rinnovamento desideriano che aveva visto Montecassino. La chiesa di St. Denis è di notevole
importanza: qui nasce l’architettura gotica. È intitolata al primo vescovo di Parigi, Dionigi (III sec.),
martirizzato a Montmartre per decapitazione. Divenne abbazia regia (quindi anche necropoli regia)
e luogo di conservazione dei “regalia” (attributi del re: scettro, corona) e dell’orifiamma (stendardo
regio che si portava in guerra). Suger fu accusato per le esagerate somme di denaro spese per
ampliare l’abbazia. A queste accuse rispose con due opere: De rebus in administratione e De
consecratione (1144-1148/9). In esse si legge che la ricostruzione della chiesa avvenne “per
ispirazione divina, perché le mura erano vecchie (lo dice anche Desiderio per la sua ristrutturazione
di Montecassino) e minacciavano di crollare, avendo chiamato i migliori pittori per restaurare le
mura e dipingerle, triplicare entrate e porte, erigere torri”. In queste parole si legge il passaggio
dallo stile romanico a quello gotico. Queste sono le uniche sue parole dedicate all’architettura. Per il
resto descrive la suppellettile liturgica ordinata, dedicando un capitolo a ogni oggetto: “a me lo
confesso è sempre sembrato che le cose più preziose servano a eseguire gli oggetti usati per la
liturgia; principalmente interessa mente santa, ma si deve rendere onore anche nell’aspetto esterno
al sacrificio eucaristico”. A Suger si deve la più importante testimonianza di godimento estetico di
fronte all’opera d’arte: e ciò davanti a oggetti liturgici. A questa sua passione per il lusso sfrenato
trova una giustificazione teologico-filosofica in Pseudo Dionigi Areopagita, in passato identificato
con il martire san Dionigi di Francia, che scrive nel VI sec.: “la mente si può elevare a ciò che è
immateriale solo se condotta per mano da ciò che è materiale”. È questo il metodo anagogico: la
bellezza materiale conduce alla bellezza immateriale e quindi non è da condannare. Suger ne
deduce che attraverso la contemplazione dell’opera d’arte arriva a contemplare Dio. Riscopre una
filosofia cristiana che gli permette di apprezzare la bellezza materiale come veicolo di beatitudine
spirituale, non da fuggire come tentazione. Scrive “lo splendore delle pietre dai molti colori mi…
invita a riflettere sulle sante virtù… per dono di Dio mi sembra di essere trasportato dal mondo
inferiore a un mondo superiore”.
Questi oggetti del tesoro furono in grandissima parte distrutti durante la Rivoluzione Francese
(decapitazione teste delle statue dei re dell’Antico Testamento dalle chiese parigine, oggi
conservate al Musée de Cluny, Parigi). Per fortuna Michel Felibien nel 1706 aveva documentato il
tesoro di St. Denis facendo delle incisioni e descrivendoli prima della dispersione rivoluzionaria.
Grazie a queste incisioni il tesoro è stato ricostruito, recuperando vari oggetti (medart.pitt.edu). In
particolare, è stato ritrovato un acquamanile (oggetto usato per contenere l’acqua che il sacerdote
usa per lavarsi le mani prima della liturgia eucaristica): è costituito da un vaso di porfido di epoca
classica a cui è stata aggiunta un’aquila di bronzo dorato. Questo vaso, scrive Suger, “meritava di
essere incastonata nell’oro… era di marmo… ora è più preziosa del marmo”. È un altro esempio di
riuso (da vaso profano a acquamanile).
Bernardo di Chiaravalle.
Monaco cistercense (ordine monastico, costola dell’ordine benedettino, fondato da Roberto di
Molesme, a Citeaux/Cisterceium, nel 1098 per ristabilire l’equilibrio tra ora et labora, che dal IX
sec. si era troppo sbilanciato per la preghiera – dopo il periodo carolingio, quando Carlo Magno
aveva incaricato suoi protetti e parenti di origini nobili di guidare le abbazie, che non volevano né
erano abituati a svolgere lavori manuali -; quindi impone la riduzione liturgia e il potenziamento
lavoro manuale) dal 1122. Caratterialmente era l’opposto di Suger. Nel 1124 s. Bernardo scrive una
lettera all’abbate Guglielmo dove mette sotto accusa gli ornamenti liturgico, indicandoli come furto
ai poveri e come distrazione dalla preghiera: “parlate povera gente… che senso ha l’oro nel
tempio… la si ritiene tanto più santa quanto più è arredata… cosa che si cerchi… ammirazione
spettatori o conversione… vanità delle vanità… la figura di qualche santo è calpestata… perché
dipingere ciò che si deve calpestare”. Non solo era contrario all’oro delle suppellettili liturgici, ma
anche contro la decorazione della chiesa, che distrae dalla preghiera: condanna le figure scolpite sui
capitelli dei chiostri romanici (capitelli narrativi/istoriati, chiostro monastero cluniacense di St
Pierre a Moissac, 1100) che non erano tratti solo dal repertorio sacro, ma anche da uno fantastico di
mostri, creature fantastiche chiaramente non sacri: “ridicole mostruosità… bella deformità… tutto il
giorno a contemplare queste bellezze piuttosto che nella meditazione della legge di Dio”: si capisce
che per condannarle così decisamente, le conosce benissimo; deformis formositas – formosa
deformitas (doppio ossimoro che stigmatizza la qualità dei capitelli).
Dalla condanna di s. Bernardo vengono promulgate le “riforme” cistercensi (1132-34): afferma
modello abbazia cistercense, concepita come realtà autarchica, contadina e senza decorazioni inutili
(rifiuto lusso inoperoso). Si costruiscono abbazie nei luoghi più agricoli e il loro amore per
l’agricoltura viene trasferito anche nella decorazione dei loro libri (dispositivi in funzione della
lettura). Ogni decorazione che distrae dalla preghiera è bandita (sono concessi: croci di legno, 1
candelabro di ferro, incensieri di ferro e rame, pianete di canapa, lino, lana, calici d’argento;
tovaglia di telo senza decorazione, ampolle senza ornamenti). Le vetrate sono solo monocrome.
Il modello di abbazia proposto da s. Bernardo si diffonde anche alle abbazie sorelle: La Fertè
(1113), Pontigny (1114), Clairvaux (1115); Morimond (1115). Nel giro di pochissimi anni ha un
grande successo europeo, non solo l’ordine stesso ma anche - di conseguenza - anche il progetto
pilota di città monastica elaborato da s. Bernardo. Si diffondono anche le maestranze: si
esportano gli uomini addestrati a realizzare il progetto cistercense per insegnarlo usando materiali
locali, educando inoltre maestranze locali. Ovunque venga formata un’abbazia
cistercense nascono cantieri – scuola prima di soli monaci, poi anche
aggregazione di manovalanze locali. I cistercensi elaborano una tecnologia
avanzata che permetteva tempi brevi e costi minimi.
Pianta bernardina: luoghi fissi, ambienti razionalmente organizzati intorno alla
chiesa. La pianta viene ripetuta in modo uguale in tutte le abbazie europee. Il
cuore resta il chiostro: è la corte porticata addossata al fianco della chiesa, con
pochissime eccezioni sempre rivolto a sud (per avere una temperatura più calda);
era ed è una galleria di servizio, luogo di passaggio, lettura e meditazione, e
mette in contatto gli spazi più importanti, assicurando la circolazione; deriva chiaramente dall’atrio
della domus romana. Intorno al chiostro si costruiscono: la Chiesa (con 2 porte, 1 da cui entrano i
monaci più vicina al loro posto intorno all’altare, 1 per i conversi che ancora non avevano
pronunciato
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Storia dell'arte medievale
-
Arte medievale, Storia dell'arte medievale
-
Storia dell'arte medievale - Costantinopoli
-
Storia dell'arte medievale