STORIA DELL’ARTE
DEL RINASCIMENTO
Prof. Alessandro Rovetta 22/02/2022
MICHELANGELO BUONARROTI
1503-1507
Ambito di studio: il tempo del pontificato di Giulio II (Giuliano della Rovere) e decorazione della volta della
Sistina.
Il Rinascimento è ovviamente un momento centrale per la storia dell’arte italiana, ma è un momento che ha una
collocazione molto particolare nelle grandi tappe della formazione storico artistica. L’arte rinascimentale è
molto studiata all’estero, soprattutto in ambito anglosassone e
tedesco, non a caso le due mostre più importanti dedicate a
Michelangelo sono quella dei disegni, all’Albertina di Vienna ed al
British Museum. Il patrimonio grafico di Michelangelo è posseduto
soprattutto a Vienna, Londra, Parigi, Windsor, New York, in Italia si
fa un po’ fatica ad organizzare mostre dedicate a Michelangelo, anche
per via dei costi; in Italia gli studi su Michelangelo non hanno la
stessa frequenza che hanno all’estero, nonostante questi ultimi
includano gli storici italiani che lavorano quotidianamente agli
archivi dell’artista.
Giuliano della Rovere, nato in Liguria nel 1443 e morto a Roma
nel 1513, nipote di papa Sisto IV (colui che aveva fatto erigere la
Cappella Sistina). In un affresco staccato di Melozzo da Forlì,
vediamo Raffaele Riario (colui che commissionò il Bacco a
Michelangelo), nipote di Sisto IV e Giuliano. Quest’ultimo si è posto
come vero e proprio erede del suo predecessore, il suo pontificato
inizia nel 1503.
Michelangelo Buonarroti: nato a Caprese (FI), il 6 marzo 1475 e
morto a Roma il 18 febbraio 1564.
Dall’inizio della primavera 1505 è di nuovo a Roma, dopo aver
trascorso gli anni precedenti a Firenze (prima di ciò era stato ancora a
Roma).
Non sappiamo perché Michelangelo abbia lasciato Roma, dove si era
recato chiamato da Raffaele Riario per alcune opere di scultura. Di
fatto rientra a Firenze (forse passando per Siena), chiamato dagli
eredi di Papa Piccolomini per terminare la tomba Piccolomini, per la
quale Michelangelo realizza alcune statue poi rifinite da alcuni
collaboratori. Il rientro a Firenze è segnato dalla realizzazione della statua colossale del David (1501-04), pensata per essere posta sui
termini della cupola di Santa Maria del Fiore, poi posta fuori Palazzo Vecchio e non nella Loggia dei Lanzi.
La Madonna di Bruges (1503-04)è l’altra grande opera di questo periodo, che riusciamo a datare solo da alcuni studi recentissimi.
Quest’opera segnala il contatto con Leonardo, con il quale ebbe modo di entrare in contatto (da alcune fonti ci furono dei contrasti tra i
due), soprattutto per la posizione coinvolta della vergine e il suo panneggio. Anche il contatto con la scultura antica che ebbe a Roma è
di notevole effetto su Michelangelo: Raffaele Riario lo aveva portato ad ammirare le opere classiche romane per commissionare poi
un’opera affine.
Nel 1503 Michelangelo era già molto noto ai suoi contemporanei per le sue sculture (una fra tante, la Pietà Vaticana). A questa data, in
pittura aveva realizzato solo un paio di opere rimaste incompiute e le Tentazioni di Sant’Antonio realizzate in giovanissima età. Dunque
ci si chiede, perché Giulio II chiese un’opera come la volta proprio a Michelangelo?
San Matteo (1503-08) la testimonianza vasariana parla della tecnica di Michelangelo e introduce il tema della scultura per via del
“levare”, tema già presente nella descrizione della Pietà Vaticana, ma che qui risulta ancora più convincente dal momento che l’opera è
rimasta incompiuta e ben rappresenta la fuoriuscita del soggetto dal marmo nel suo aspetto grezzo e informe. Essendo un’opera rimasta
incompiuta, evidenzia l’aspetto grezzo e informe del marmo, è un’opera comunque importante poiché rispetto alle opere precedenti,
Michelangelo qui riesce a muovere e mettere in torsione la figura umana, come si può seguire nel movimento delle gambe, il corpo
rimane frontale e la testa si gira e insieme si piega. È evidente che l’artista sta passando da una statuaria a tutto tondo, concepita per
avere più punti di vista, ma comunque molto frontale. Nel Bacco (1496-97) vediamo che Michelangelo ha lavorato ruotando il suo punto
di vista, rendendo la figura altamente baricentrica, nel San Matteo, la figura si muove. Raffaello, aveva avuto modo di ammirare il San
Matteo di Michelangelo, dal quale aveva realizzato un disegno, che rispetta incredibilmente l’originale incompiuto. Nella
reinterpretazione di Raffaello, il panneggio è coprente e morbido, diversamente dalla versione statuaria in cui è lasciato abbozzato.
Non si tratta della prima opera di non finito, perché viene abbandonata per altri motivi. Anche la Battaglia dei Centauri è un’opera
precedente non finita.
Vasari scrive l’ultima versione delle Vite 4 anni dopo la morte di Michelangelo, per cui il suo giudizio storico è pienamente lecito e
guarda con la dovuta distanza al percorso artistico, al contempo questa edizione tiene conto della Vita di Condivi che è stata a lungo
sorvegliata (se non voluta) da Michelangelo stesso, nonostante ciò, l’opera è molto avara nella documentazione dei tondi ed in generale
sulle opere giovanili, l’ipotesi è che Michelangelo voleva che si tacesse sulle sue opere non compiute.
“Et in questo tempo ancora abbozzò una statua di marmo di San Matteo nell’Opera di Santa Maria del Fiore, la quale statua così
abbozzata mostra la sua perfezzione et insegna agli scultori in che maniera si cavano le figure de’ marmi senza che venghino
storpiate, per potere sempre guadagnare col giudizio levando del marmo et avervi da potersi ritrarre e mutare qualcosa, come
accade se bisognassi” (Vasari, 1568)
[…] et ancora in questo tempo [post 1504] abbozzò e non finì due
tondi di marmo, uno a Taddeo Taddei, oggi in casa sua, et a Bartolomeo Pitti ne cominciò un altro, il quale da fra’ Miniato Pitti di
Monte Oliveto, intendente e raro nella cosmografia et in molte scienzie e particolarmente nella pittura, fu donata a Luigi Guicciardini
che gl’era grande amico; le quali opere furono tenute egregie e mirabili. (Vasari, 1568)
Questi due tondi sono attestati da Vasari, la datazione è ricavata dalla data di posizionamento del David, data certa.
Tondo Taddei (1505 ca.) una madonna con bambino e san Giovannino, rimasta incompiuta evidentemente. Il tema del bambino che si
aggroviglia sulla gamba della Madonna è leonardesco e ricorda in particolare la Madonna dei Fusi, nota da diverse copie e da alcune
copie, oltre che da un esemplare ritenuto parzialmente autografo. Qui viene ricercata la resa di profilo, molto dentro la tradizione
fiorentina.
Tondo Pitti (1505-06 ca.) Bartolomeo Pitti aveva circa 50 anni quanto commissiona quest’opera; i tondi erano tipici del quattrocento
fiorentino (Della Robbia) venivano usati per devozione privata e spesso venivano posti in camere nuziali. Questo tondo ha diversi
elementi di carattere antiquario: il bambino ricorda da vicino la Madonna di Bruges (a conferma della datazione), il fermaglio o
diadema che ferma la capigliatura sulla fronte sotto il velo della Vergine sembra essere
un accenno all’altare di Padova di Donatello. La frontalità qui è decisissima e contrasta
in modo straordinario con il rilievo leggerissimo che sta dietro una cortina che è rimasta
grezza. Il corpo del bambino si connette di più con la resa dello sfondo, il suo braccio
emerge dal piano di fondo progressivamente.
Il cubo di marmo sul quale siede la Vergine è un’anticipazione di come Michelangelo fa
sedere la figura umana su elementi architettonici nudi e quasi improbabili per come si
posiziona la figura. Questo cubo dona la proiezione da destra a sinistra di tutto il
gruppo.
L'incompiutezza di queste opere può essere dovuta al rientro a Roma.
La carriera pittorica di Michelangelo è segnata dalla Madonna di Manchester (1497),
sicuramente realizzata nel periodo romano e dal trasporto alla tomba databile più
difficilmente, la datazione 1501 è messa in crisi dalla datazione del disegno preparatorio
della Battaglia di Cascina (1504) che ha delle affinità con quest’opera.
Il Tondo Doni è l’opera più compiuta degli anni
dell’intervallo fiorentino tra i due soggiorni romani
ampiamente attestata dalle fonti; Michelangelo
sembra prediligere il formato tondo.
“Venne volontà ad Agnolo Doni, cittadino fiorentino
amico suo, sì come quello che molto si dilettava aver
cose belle così d’antichi come di moderni artefici,
d’avere alcuna cosa di Michelagnolo; per che gli
cominciò un tondo di pittura, dentrovi una Nostra Donna, la quale inginochiata con amendua le
gambe, ha in sulle braccia un putto e porgelo a Giuseppo che lo riceve; dove Michelagnolo fa
conoscere nello svoltare della testa della madre di Cristo e nel tenere gli occhi fissi nella somma
bellezza del figliuolo, la maravigliosa sua contentezza e lo affetto del farne parte a quel santissimo
vecchio, il quale con pari amore, tenerezza e reverenza lo piglia, come benissimo si scorge nel volto
suo senza molto considerarlo. Né bastando questo a Michelagnolo, per mostrare maggiormente
l’arte sua essere grandissima, fece nel campo di questa opera molti ignudi appoggiati, ritti et a
sedere, e con tanta diligenza e pulitezza lavorò questa opera che certamente delle sue pitture in
tavola, ancora che poche sieno, è tenuta la più finita e la più bella opera che si truovi.” (Vasari,
1568)
qui Vasari si sofferma sulla descrizione per esplicitarne il capolavoro. La composizione ha un ritmo ascensionale-verticale, che rende
difficilissimo il suo posizionamento in un tondo. Il moto compositivo risponde ad un moto affettivo.
Lo sguardo si pone sulle gambe della Vergine seduta sul prato, che riempiono la curvatura inferiore del tondo; la metà è segnata dal
profilo del marmoreo recinto minimale, una sorta di abside incompiuta chiusa dalle rocce.
San Giovanni Battista simboleggia il percorso dell’umanità prima dell’incarnazione e dopo l’incarnazione, un tema che verrà sviluppato
negli ignudi della Sistina, che qui è simboleggiato dalla sacra famiglia.
La transenna divide il campo del dipinto e da quella linea in poi non ci sono più figure sedute, la stabilità della posizione della Vergine e
di San Giuseppe si sostituisce ad un moto verso l’alto in torsione, sollecitata dal moto affettivo dei due genitori.
Lo straordinario scorcio del volto della vergine, il bambino che umanamente continua a guardare la madre, e il pudore il distacco del
padre.
Sia il bambino che san Giuseppe hanno una posizione leggermente divergente verso sinistra e piegano leggermente verso il basso il
volto, il gioco di ombre è molto preciso. Michelangelo qui sfonda lo spazio, dona una tridimensionalità stupefacente, non
attraverso una costruzione prospettica precostituita, ma con l’evoluzione del corpo umano nello spazio.
La cornice risulta essere stata fatta su disegno di Michelangelo, ci sono diversi elementi che riconducono alla famiglia Doni e Strozzi, per
cui si pensa che sia un tondo legato al matrimonio tra Agnolo Doni e Maddalena Strozzi.
Dallo studio di Berlino si evince il volto per il Tondo Taddei, e nel bambino una posizione
che poi viene ripresa specialmente per il Tondo Doni dalla Vergine.
La pietra rossa ha una corposità ed estensione di
tratto, una qualità pittorica legata all’effetto
cromatico che aiuta a immaginare il passaggio alla
pittura.
Qui fa emergere dal foglio bianco la figura, prima con
un tratteggio netto ma distante, che va a coprire le
linee minimali del volto, e poi va a riempire e calcare
con la pietra rossa gli elementi più emergenti. La
qualità pittorica legata all’effetto cromatico aiuta
molto ad immaginare e a preparare il passaggio alla
pittura. Siamo già ad un livello avanzato dello studio,
in cui considera anche la dentatura della figura.
La Battaglia di Cascina
La concessione di una grande sala nell’Ospedale dei Tintori per la realizzazione e la stesura di un cartone risale al 22 giugno 1504; una
serie di pagamenti si registrano per l’autunno dello stesso anno, mentre l’ultimo pagamento risale al febbraio del 1505. Il cartone
originale è stato conservato per lungo tempo a Palazzo Vecchio, poi disperso, ed è definito da Benvenuto Cellini “scuola del mondo”, dal
momento che tutti gli artisti hanno dovuto confrontarsi con quest’opera. Il cartone di Aristotele da Sangallo è importantissimo, poiché
fornisce un’idea della realizzazione finale di Michelangelo, dal momento che del cartone autografo non è rimasto nulla; la copia di San
Gallo, però, non è ritenuta completa dalla critica, che ritiene riportato solamente un episodio del progetto intero.
La battaglia di Cascina si è tenuta nel 1364, vicino a Pisa, dove i fiorentini, comandati da Galeotto Malatesta, sono stati sorpresi da un
attacco improvviso dei pisani, comandati da Giovanni Acuto, mentre stavano facendo un bagno in Arno.
Michelangelo sceglie il momento della sorpresa all’arrivo dei pisani, per cui sono raffigurate delle figure che escono dal fiume,
prendono le armi e si preparano ad andare all’attacco; si riconoscono il trombettiere, una figura che corre in avanti per soccorrere i
soldati ancora in acqua, ecc. È probabile che la composizione prevedesse degli altri episodi della battaglia.
In questo momento, Firenze si trova in un periodo repubbicano, il Gonfaloniere Pier Soderini decise di far realizzare all’interno della
sala del Maggior Consiglio di Palazzo Vecchio un intervento decorativo pittorico che fosse a memoria e magnificenza delle imprese
fiorentine, soprattutto di quelle imprese che nel passato più o meno recente hanno sancito il dominio di Firenze sulla Toscana. Affida a
Leonardo la realizzazione della Battaglia di Anghiari e a Michelangelo la Battaglia di Cascina.
Leonardo, oltre ad aver realizzato una serie di disegni preparatori noti, inizia anche la stesura pittorica, usando una tecnica particolare,
molto grassa, che non riusciamo a ben decifrare nei suoi procedimenti; la notizia che avesse messo in opera dei bracieri per far
asciugare la pittura ha fatto pensare ad una tecnica simile a quella dell’encausto, ma sono solo ipotesi. L’esperimento fallì, e per questo
ed altri motivi, Leonardo abbandonò l’opera lasciandola incompiuta ed in uno stato di abbozzo malandato.
Non è chiaro se Leonardo e Michelangelo dovessero dipingere su una stessa parete due riquadri affiancati o se su due pareti speculari.
In piena ripresa del potere mediceo, ormai consolidato dopo il 1540 ca. Cosimo I Medici affidò a Vasari la realizzazione degli affreschi
attuali.
Non si sa se la richiesta di Soderini a Michelangelo è contemporanea alla presenza di Leonardo nel palazzo, o se successiva
all’abbandono nel 1503. L’intervento di Michelangelo è sicuramente solo progettuale, egli realizzò dei disegni e cartoni, che furono poi
messi in pittura da altri. Leonardo abbandona alla fine del 1503 la propria opera quindi è probabile che Michelangelo abbia cominciato
a progettare la sua battaglia alla fine del 1503-04.
A livello documentario, oltre alle testimonianze delle fonti abbiamo anche degli accenni documentari abbastanza importanti, uno è del
22 giugno giugno 1504, quando viene concessa a Michelangelo una grande sala per poter lavorare ai cartoni. Abbiamo notizie di studi
preparatori e pagamenti a Michelangelo fino a febbraio 1505, pochi giorni dopo egli era già a Roma.
Ottobre 1504: si hanno notizie di acquisto di carta per studi preparatori da parte di Michelangelo. Di fatto la Battaglia impegna l’artista
per tutto il 1504. La fonte per la descrizione della battaglia è l’Anonimo Malavecchiano (fonte come la cronaca di Albertini, abbozzo di
biografie di artisti realizzate nella metà del Cinquecento poi abbandonato perché surclassato dall’opera vasariana) ricavata da scritti di
Leonardo Bruni. Grande composizione con groviglio di figure che si apprestano a rivestirsi per rispondere all’attacco. È probabile che la
composizione prevedesse anche altre scene dell’episodio.
Da alcune fonti pare che Michelangelo passò molto tempo a dissezionare cadaveri per studiare l’anatomia umana, il che gli causò forse
alcuni problemi giudiziari. Questa pratica non del tutto lecita, che richiedeva permessi speciali, era stata messa in atto già da Leonardo.
La fortuna dell’opera incompiuta (e perduta) di Michelangelo fu enorme, infatti, il cartone e i disegni preparatori furono oggetto di
pellegrinaggi di artisti:
E certamente è da credere, perciò che da poi che fu finito e portato alla sala del papa con gran romore dell’arte e grandissima gloria
di Michelagnolo, tutti coloro che su quel cartone studiarono e tal cosa disegnarono, come poi si seguitò molti anni in Fiorenza per
forestieri e per terrazzani, diventarono persone in tale arte eccellenti, come vedemo: poiché in tale cartone studiò Aristotile da S.
Gallo amico suo, Ridolfo Ghirlandaio, Raffael Sanzio da Urbino, Francesco Granaccio, Baccio Bandinelli et Alonso Berugetta
spagnuolo; seguitò Andrea del Sarto, il Francia Bigio, Iacopo Sansovino, il Rosso, Maturino, Lorenzetto, el Tribolo allora fanciullo,
Iacopo da Puntormo e Pierin del Vaga, i quali tutti ottimi maestri fiorentini furono; per il che essendo questo cartone diventato uno
studio d’artefici, fu condotto in casa Medici nella sala grande di sopra, e tal cosa fu cagione che egli troppo a securtà nelle mani degli
artefici fu messo: per che nella infermità del duca Giuliano, mentre nessuno badava a tal cosa, fu come s’è detto altrove stracciato,
et in molti pezzi diviso, tal che in molti luoghi se n’è sparto, come ne fanno fede alcuni pezzi che si veggono ancora in
Mantova in casa di Messer Uberto Strozzi gentiluomo mantovano, i quali con riverenza grande son tenuti. (Vasari 1568)
24/02/2022
Il cartone degli studi preparatori è stato disperso i due cartoni s
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