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veneziani non avevano l'atteggiamento selettivo del sangue blu, anche se in seguito

diventeranno più severi.

La vera serrata è del 500: ogni tanto accadeva che una qualche famiglia entrasse nel

patriziato. Per evitare una contaminazione nasce appunto il libro d'oro. Lo stesso tipo di

chiusura riguarderà i cittadini originari, nati e cresciuti a Venezia. Da essi veniva tratta la

burocrazia cittadina e non dello stato. Nel 1565 avviene come per i patrizi a inizio secolo.

Ma non è che nessuno entra più: Venezia è impiegata in guerre contro gli ottomani e per

dirigere ci servono soldi. Con la guerra di Callia, la guerra del Peloponneso, nel XVII

secolo, e le guerre del 700, chi offriva oltre 500 Ducati poteva diventare patrizio,

trasferendo il diritto anche ai propri figli, entrando nel Collegio. Diventare patrizi però non

indicava subito l'entrata nella stanze del potere. L'isola di Candia, oggi Creta, era

strutturata similmente a Venezia: con la conquista turca i nobili locali non riescono a

diventare come i nobili a Venezia in quanto ritenuti da quest'ultimi pezzenti; ricoprivano

quindi cariche secondarie. La famiglia Manin, di cui si ricorda l'ultimo doge, Ludovico

Manin, erano udinesi di origine e presero il potere solamente acquistandolo a grandi

spese. Per diventare nobili si presentava richiesta all'Avogaria di Comun, che valutava la

proposta. Tutti quelli che avevano soldi tentano di entrare nel patriziato. Ma nella seconda

metà del 700 quasi nessuno la vuole più: è sintomo di crisi, molti sapevano che la

repubblica sarebbe crollata. Andrea Tron, ambasciatore a Vienna, lo riporta nel suo diario,

asserendo la fragilità strutturale di Venezia.

Il patriziato, come suddetto, nasce grazie al commercio: venivano finanziati i palazzi del

potere o privati del Canal Grande con i proventi del commercio. Le ricchezze prodotte i

questa maniera erano immense (lo capiranno gli olandesi e gli inglesi in seguito). Il

carattere mercante-politico rimase fino alla metà del 500. Come avveniva l'ascesa: da

giovane un Patrizio si imbarcava su una galera e si dedicava al commercio in oriente. Al

ritorno entrava e si dedicava alla vita politica. Qualcuno li ha definiti come dei laici, non

sono come la nobiltà generica identificata con i giuristi e le cariche militari, gente che ha

esperienza nella prassi commerciale che non vuole avere professionisti in maniera stretta,

dovendo ricorrere di persona. I giuristi sono esempio. Questo è dimostrato dalla duplicità

oriente occidente fino alla metà del 700, con palazzi molto influenzati dall'Oriente. Con il

700 infatti la nobiltà veneziana è molto più simile a quella europea.

Con la serrata si passa da Comune a Repubblica: il comune viene meno per le motivazioni

sopra indicate che caratterizzano l'aristocrazia. Inoltre Venezia non è più stato da Mar nel

500, diventando un dominium. Il consiglio dei pregati, dall'inizio del 400, assume il

termine senato. Dobbiamo dedurre che la sovranità politica di Venezia risieda nel Maggior

Consiglio: non esiste la sovranità veneziana senza esso. Non è potere reale, essendo

esercitato da altre magistrature che non ci sarebbero state senza il Consiglio che le

legittimasse.

Il consiglio era composito per età e ricchezza: una delle divisioni maggiori sta appunto

nella divaricazione giovani-vecchi, nata dal fatto di generazioni che si confrontano, di

vecchi che hanno il potere che non vogliono cedere e di giovani che invece lo vogliono,

sostituendosi ai vecchi. Altra era i Lunghi e i Corti: i Lunghi sono coloro che hanno una

famiglia nel Maggior Consiglio fin dal 6-700 d.C., mentre i Corti erano quelli che avevano

una famiglia non molto lontana nel tempo. A fine '300 i membri del Consiglio sono 1400, a

fine '500 2300. Su 2600 possibili candidati solo 1400 entrano definitivamente nella sala del

Maggior Consiglio.

Il Maggior Consiglio, rappresentando la Repubblica, ha diversi compiti tra cui la

prerogativa di votare le leggi, proposte dal senato, molto più ridotto e piccolo. Altro era il

broglio: il termine stesso suggerisce l'imbrogliare. Brollo, in dialetto, era il frutteto,

generalmente ciò che era dietro la casa. Il termine deriva dal fatto che dove è oggi palazzo

Ducale e piazza San Marco era collocato, nell'alto Medioevo, un frutteto. I patrizi vi

passeggiavano e si mettevano d'accordo su come votare. Questo però non è esatto.

"Venezia e le sue lagune" è un libro del 1850 scritto da Agostino Sagredo e rappresenta

un mito debole. A pag. 128-129 Sagredo fa un excursus della storia veneziana e delle sue

istituzioni. Quando un Patrizio entrava in Maggior Consiglio, aveva ben 10-12 padrini. Era

una sorta di battesimo politico: il neofita era protetto da 12 anziani che avrebbero dovuto

accompagnarlo ai primi passi della sua carriera politica e di cui erano responsabili. La

versione tradizionale per il senso del brollo afferma che chi aspirava a una magistratura o

una grazia era obbligato a supplicare. I 12 protettori dovevano seguirlo in coda togliendosi

la Stola, rappresentante il potere del soggetto patrizio, come chi supplicava. È quindi un

rituale e non come un broglio. Ciò indica che una struttura formata da lignaggi, le famiglie

legate tra loro, obbligava a seguire un rituale per ottenere una carica.

Termine amicizia a Venezia: se uno ha molti amici ha molte relazioni di protezione in molti

ambiti della vita. Sagredo, nel 1847, afferma l'esistenza del patronato e della clientela

tipica della romanità: vi era quindi un rapporto di reciprocità.

Nel '7-800 vi è una storiografia di anti mito che vede la serrata come la fine della

democrazia e l'avvento di un aristocrazia ormai estinta dappertutto e piegata perché oltre

che vecchia era legata alla monarchia assoluta. Questa serrata che significato aveva

quindi? Sagredo afferma (pag 188) che era l'unico modo per evitare la presa al potere di

una famiglia, citando come esempio le città italiane sotto il dominio di signori assoluti. A

Venezia figura parallela alla signoria o alla monarchia era il doge, il quale non era sovrano

assoluto ma primus inter pares, figura che difettava di sacralità a differenza delle cariche

dei signori o dei re, tanto che si scommetteva pure sul doge stesso. Come dare sacralità a

un primus Inter pares? Non si può perché potrebbe risultare pericoloso. I veneziani erano

tra incudine e martello: da un lato non potevano dare troppa sacralità, dall'altro non

potevano nemmeno esagerare verso la sua figura. Questo era unico della Serenissima,

altrove non esisteva. Altra particolarità è incentrata sulla sovranità: di fatto tutti gli

aristocratici avevano una loro sovranità; mentre un ambasciatore di un altra nazione era

semplice burocrate, a Venezia ciascun ambasciatore, essendo aristocratico, era sovrano.

Il doge non aveva quindi una corte, in quanto tutti erano sovrani, non solo lui. Non c'è mai

nessuno che decide da solo: vi sono solo organi collegiali . All'interno di un organo

collettivo vi era un continuo legami di clientela do ut des, e di protezione da parte dei

protettori. Nei documenti ufficiali ciò non risulta ma è facilmente delineabile.

Pag 111: uno dei fenomeni che si diffonde a Venezia è il fedecommesso: esiste ovunque

in Europa, in Gran Bretagna si chiama strict settlement, è istituto giuridico che fa si che i

beni e le terre possano passare da una generazione all'altra col vincolo che non possono

essere venduti o alienati al di fuori della famiglia. Questo per evitare il decadimento della

famiglia stessa. Esistevano quindi famiglie ricche di proprietà ma con poco denaro, perché

non si poteva venderla. Il periodo in cui ciò avviene è parallelo alla trasformazione terriera

del nobile veneziano. Si genera un economia più rigida: se si ha bisogno di denaro,

possedendo moltissime proprietà, si deve andare a credito. I debitori non pagano però il

creditore in quanto non possono vendere la terra. È evidente che vi è un altro fenomeno in

Europa, presente anche a Venezia, ossia quello della protezione e dell'ottenimento facile

per i creditori di benefici sociali e politici. Di qui il fenomeno del clientelismo e del

patronato. Al momento della perdita al potere dell'aristocrazia i nodi vengono al pettine:

verso la fine del XVIII secolo il fedecommesso viene messo in discussione; nascono cause

giudiziarie. Ovunque i grandi tribunali sono favorevoli ai grandi proprietari, solo in uk, dove

c'è maggiore mobilità economica, si dá ragione ai creditori.

In sintesi:

Serrata => fatta per evitare la presa al potere di una famiglia. Si riduce la possibilità di

entrare nel Maggior Consiglio, di cui ora faranno parte solo chi è già dentro e, in seguito,

chi pagherà per acquisire una magistratura se confermato dall'Avogaria Comun. Per

Sagredo la vera serrata è del '500 quando viene imposta l'iscrizione al libro d'oro dei figli

dei nobili, così da garantire una continuità di presenza della famiglia nel consiglio.

Maggior consiglio => Organo rappresentativo della repubblica, votava le leggi proposte

dal senato (300 membri, detto anche consiglio dei pregati). era composto da una nobiltà

inizialmente di stampo commerciale, votava a ballotta la nomina delle cariche. Era

composto per età (conflitto generazionale) e ricchezza (i lunghi e i corti, ossia i

rappresentanti di famiglie con una discendenza e una presenza nel consiglio in là nel

tempo. Di media era composto dai 1400 ai 2600 esponenti nobiliari.

Cariche => provvisorie e mai a vita, se non alcune tra cui il doge e i procuratori di San

Marco, per ottenerle si procedeva al Broglio (iniziazione del patrizio assieme ai suoi 12

mentori), tra l'una e l'altra vigeva un arco di tempo da rispettare, ossia la contumacia, ed

erano riservate solo ai nobili.

Doge => figura mancante di sacralità, parallelo a qualunque signoria e monarchia ma con

la differenza di essere primus inter pares.

Sovranità => tipica di ogni aristocratico, era detenuta anche da organi collegiali (Maggior

Consiglio, senato), formati da rapporti di clientelismo e patronato.

Fedecommesso => obbligo da parte delle famiglie di trasferire i patrimoni terreni da

generazione a generazione, senza alienarli o venderli ad altri. Esemplificazione, tramite i

creditori che prestavano soldi ai nobili che ne facevano richiesta, impossibilitati alla vendita

delle terre, di come prende avvio il rapporto clientelare e di patronato costituente gli organi

collegiali.

Era difficile difendere un aristocrazia nell'800: è secolo di grandi trasformazioni, una

aristocrazia al potere era contraria alla visione borghese dell'epoca. Sagredo affronta

questo problema. La giustifica affermando che essa ha evitato di portare al tiranno,

giustificandola dal punto di vista storico.

Pag 194: tema della repubblica e della monarchia, ossia la condizione dei sudditi. La

magistratura era garante del rapporto cittadini- aristocratici, miti erano le tasse, pagavano

di più i nobili in quanto possedevano di più. L'aristocrazia era di grande rilievo politico. Se

un nobile aveva proprietà, quelle proprietà comportavano che le imposte venissero pagate

in base alle rendite. Altri quindi avrebbero dovuto pagare di più. Il contadino pagava poco.

L'atteggiamento dei contadini verso Venezia è di carattere mitico: erano favorevoli; quando

le armate pontificie, in occasione di Cambrais, vengono a Venezia, a difendere la

Serenissima sono i contadini stessi. Essendo un mito ha una parte di verità: con

Napoleone dai domini veneziani combattono ancora una volta i contadini. Per loro la

caduta della città non era comprensibile. C'è quindi un mito collocato nelle parti più basse.

I sudditi, continua Sagredo, non partecipavano al potere e non se ne lagnavano in quanto

confrontavano la loro condizione con quelle del resto di Europa; di fatto stavano meglio.

Quelli che malvolentieri sopportavano il dominio veneziano erano i nobili locali. Essi erano

potenti e non accettavano di essere comandati da altri nobili, piuttosto era meglio un re.

Pag 113: Sagredo delinea un altro errore: escludendo dal potere la nobiltà di terra, i nobili

locali avevano dei sudditi che potevano essere condizionati, e quindi ribellarsi ai veneziani.

Unico modo per entrare nell'elites della città era comprare la carica.

[Sagredo esponente del mito debole: descrive cose e fatti che non funzionano ma con

giudizio positivo sulla storia della repubblica. Tre tipologie di mito: il debole è quello di

Sagredo, il mito forte è quello del fascismo in cui Venezia è la potenza che porta la

cultura latina e la civiltà occidentale nel Mediterraneo contro gli slavi ed altri. Venezia

diventa strumentale, tutto era oro secondo gli storici del ventennio. La seconda in mezzo

tra le due è della metà dell'800: mito celebrativo, utile a giustificare l'unità d'Italia.

Venezia è più degna e più vuole l'unità del Paese. È utilizzato così perchè lo stato

veneziano aveva saputo realizzare le proprie intenzioni con la determinazione richiesta

dall'unità della penisola.]

Ci sono molti organi numerosi. Le decisioni importanti si spostano a organi sempre più

ristretti: il Maggior Consiglio non riesce a valutare tutte e chiede l'appoggio del senato, con

300 patrizi. Uno degli organi più potenti, il Consiglio dei 10, accentra in maniera definitiva il

potere. La sovranità è comunque di tutti i nobili ed è contro la tendenza dell'accentramento

del potere. Rappresentazione del potere repubblicano è tendenza ad accentrare in piccoli

collegi le decisioni.

Maggior Consiglio (2600 membri circa) => Senato (300 membri) => Consiglio dei 10

Venezia stato misto: è definizione di stato che mette insieme popolo, aristocrazia e

monarchia. Venezia nel '500 deve giustificare la sua struttura costituzionale. Gaspare

Contarini afferma che Venezia sia perfetta dal punto di vista politico in quanto ha una

base popolare, un aspetto aristocratico ristretto degli ottimati e ha la monarchia del doge.

Tutto questo da altri, come Jean Bodin, viene demolito: in realtà è uno stato

aristocratico/oligarchico e plutocratico, è fandonia dire che lo stato veneziano riunisca

monarchia, aristocrazia e popolo. Il tema di stato misto viene demolito nel corso del 6-7-

800. Nasce quindi un anti-mito nel '600.

Pag 195: quando la nobiltà forma un corpo dello stato, non disdegna l'intera

rappresentanza della nazione di appartenenza. Quando esiste un sovrano essa si

identifica il lui. Ma un aristocrazia che suddita una nobiltà minore fa mantenere a

quest'ultima solo il titolo. Il problema giunge quando a questa manca il coinvolgimento

politico: alla conquista dopo Cambrais, i nobili che comandavano l'esercito veneto erano

veneziani. Si crea una separazione tra il centro e la periferia. Vedere il nobile della propria

città umiliato faceva però contenti i borghesi e le masse contadine. Vi erano nobili con

feudi: la Patria del Friuli era formata da feudatari, sudditi sia di Venezia che dell'imperatore

d'Austria. Il riferimento ideologico è quello imperiale: con Carlo V essi si sentono

veramente nobili, a dispetto di quanto era con Venezia. Questa mancanza di affezione

della nobiltà fu alimentata dal comportamento disdegnoso dell'aristocrazia cittadina: i nobili

di terraferma erano ritenuti sudditi dei nobili di città. Non avrebbero potuto in ogni caso

incorporarli a causa della mancanza della corte, della burocrazia, ricordiamo inesistente a

Venezia, e dell'esercito. Come si spiega la mancanza di rivolte? I veneziani non erano

nella totalità d'accordo con l'acquisizione di nuovi territori. Alcuni dicono che fosse meglio

avere un cuscinetto ma la gran parte temeva che così si potesse diventare come tutti gli

stati italiani. Alla fine prevale la parte che decide di espandersi. In terraferma si erano

formati gruppi territoriali molto forti (Ferrara). Ma nessuno ferma Venezia quando inizia la

conquista, le città subito si donano alla Serenissima tramite la succitata dedizione. L'unica

cosa che cambia è la presenza di un signore veneziano che tende a impossessarsi della

città mantenendo tutto come era in precedenza all'occupazione, quindi mantenendo la

propria legislazione e il proprio consiglio, composto dagli stessi nobili locali. Similmente

avviene nell'impero di Carlo V. Si concedono di conseguenza autonomie che non portano

al coinvolgimento politico. Finché Venezia è città stato, tutto va bene, in quanto è

riconosciuta dalle altre repubbliche sottomesse e lasciava anche la rappresentanza,

interna ed estera, dei possedimenti di terra alla nobiltà locale. Ciò cambia quando la città

entra di più nella realtà locale, con tasse e controlli più massicci, perché così avveniva

altrove e doveva essere fatto anche nei domini. Ecco che il controllo diventa più presente,

continuando a escludere la nobiltà locale che ora in cambio vorrebbe rappresentanza a

Venezia. Mancava la figura unica che mettesse d'accordo tutti e non era possibile far

inserire nuova aristocrazia integrandola con quella cittadina. Unica maniera era che

l'aristocrazia veneziana decretasse il proprio suicidio dando il potere a un singolo, ma ciò

era in ogni modi impedito. È un problema che rimarrà sempre nella storia della

Serenissima ma che non porterà a rivolte in quanto la struttura sarà sempre molto simile a

quella della corte del re sole, con nobili "parassiti".

Mercatura veneziana: è mercatura di stato, fino al '400, che da in appalto le galere e che

controlla i convogli, i Mude, i quali procedevano in fila indiana, sbarcavano, prendevano

spezie, sale nelle terre ad oriente. Tornavano e o andavano a Venezia o in Germania

attraverso via terra. Il centro Europa dipendeva da Venezia, che accumulava una

ricchezza enorme. Questa mercatura da luogo a un patriziato pragmatico, che si coinvolge

nella mercatura. Mercante vuol dire pragmatismo, rifiuto di allungare i tempi. 100 anni

dopo, con la scoperta dell'America e la conquista di terra all'interno della pianura veneta,

aggiungendo la concorrenza olandese e inglese, i veneziani mollano la mercatura e

investono i loro capitali nella terra. Esempio tangibile sono le ville e la bonifica

dell'entroterra. Perché l'aristocrazia si procura ville? Una parte del patriziato non disdegna

l'architettura romanistica, o palladiana, che stona con l'architettura veneziana. In città non

era possibile quindi costruire con architettura palladiana. La parte interessata della nobiltà

è quella più legata dalla figura del Papa, su immagine dell'impero romano e subisce quindi

questa influenza architettonica. Molte ville inoltre indicano che chi l'ha fatta volesse un

edificio di rilievo che non urti troppo con l'ambiente. Le ville erano usate per lo più come

luogo di villeggiatura. Goldoni ambienta alcune sue opere in villa per denunciare il

degrado nobiliare, la quale classe sociale non vuole più prendere parte alla vita politica,

focalizzando la sua attenzione sulla figura del cicisbeo, che rappresentava anche il

degrado familiare.

La politica e i suoi equilibri: il senato controllava il dominio da terra e da Mar, stringeva

trattati e accordi, tra cui, in particolare, vi erano quelli dedicati ai rapporti con Roma. Molti

patrizi erano cardinali: finito l'incarico politico, dopo molte trattative, poteva diventare

cardinale e quindi esponente della Santa Sede. Quando si votava e c'era qualcuno con un

parente cardinale, questo veniva fatto uscire e non poteva votare perché avrebbero votato

da parte dei papalisti. Non vi dovevano essere interferenze. Ciò da l'idea della complessità

del sistema politico veneziano. Il problema della chiesa è centrale in quanto è inerente ai

lignaggi.

Il patriziato del Maggior Consiglio diminuirà nel corso dei secoli, non tanto nel suo insieme

quanto quello che conta e che sarà meno sensibile a venire coinvolto. La carica se

assegnata non poteva essere rifiutata, pena l'esilio e/o gli arresti domiciliari, in alternativa

al suo passaggio a figura di bandito e poteva essere ucciso per far ottenere al suo omicida

il rientro in città. Le cariche più basse infondo potevano essere rifiutate, ma quelle alte che

davano denaro, fatiche e impegno militare erano imprescindibili.

Vi sono trasformazioni di tipo antropologico: i lignaggi sono per lo più gli stessi dell'inizio

del '400, ma nel '700 non reggono più.

Il Doge: è un principe (serenissimo/illustrissimo principe). Tutte le lettere estere erano

indirizzate al doge che le poteva aprire solo in presenza dei 6 consiglieri, è un primus inter

pares. In pubblico presiedeva le processioni, accompagnato da tutta la signoria, ossia

Venezia stessa. Assieme ai 6 formava il Minor Consiglio. La signoria era data dal Minor

consiglio e tre esponenti provenienti dalla Quarantia Criminale. Quando il doge veniva

eletto doveva fare una promissio vocali, sul mantenimento dello status a Venezia. Quando

moriva un doge venivano eletti degli inquisitori che indagavano se il doge aveva

accumulato debiti o beni oltre i suoi limiti. C'è solo un caso di doge defenestrato: Foscari

era un po' pazzo e escogita un sistema per forzare il sistema veneziano. Vi è quindi il

timore del tiranno: in Europa tutti i re discendono da un tiranno e i veneziani temono

questo più di ogni altra cosa. Ogni sovrano ha bisogno di sacralità insita nel potere. Si può

avere un principe senza dimensione di sacralità? Si, il doge era il primo esempio in

assoluto. Fino a Cambrais i veneziani controllano l'elezione dei vescovi, dopo la scelta

verrà fatta dal pontefice (Paolo Sarpi propone il calvinismo, Carlo Donà si oppone e dice di

stringere legami più stretti con la Chiesa // ci sono stati anche papi veneziani, visti con

orrore da Venezia, in quanto rappresentanti un'aristocrazia europea differente da quella

cittadina). Primicerio: vescovo del doge. Il doge aveva un suo vescovo che configgeva col

patriarca locale nella dimensione di compiti religiosi. Procuratori di San Marco: carica a

vita, avevano funzione di controllo della Chiesa nella dimensione fisica, riscuotendo tasse,

gabelle e mantenendo le chiese. Un controllo così si ha solo con un doge molto forte.

Placitare: ossia mettere sotto accusa. Il doge poteva essere placitato solo e soltanto dai

due vogadori.

In che misura il doge poteva avere uno spazio di azione autonomo? Grazie ad una specie

di collegamento col Maggior Consiglio, perché se a contare sono organi ristretti gestiti

dell'oligarchia, è evidente che il doge poteva esercitare poteri demagogici per riuscire ad

emergere e tentare il colpo di stato. Vi erano perciò possibilità dialettiche interne alla

divisione dell'aristocrazia su svariate questioni con alla base sempre la ricchezza: ecco

perché Venezia non è oligarchia ma plutocrazia, in quanto la classe dominante, pur

minoritaria, è divisa.

L'elezione del doge era complessa per evitare il broglio, è una figura che va controllata

(promissio), con la sua morte si faceva un inquisizione, firma a nome della repubblica,

entrava nel consiglio dei 10, è una figura di ritualità che fino a Cambrais nominava i

vescovi.

Senato: detto anche Consiglio dei Pregati. Con "senato" si intendono 2 corpi, composti da

60 persone. Chi veniva eletto al senato era solitamente rappresentante di spicco. Vi sono

nel senato i Savi, 6 di numero. In breve, essendo meno composito, sostituisce nelle

decisioni il Maggior Consiglio. Aggiunta: o zonta, indica l'ingresso di altri 60 senatori, eletti

per amministrare la città, per un totale di 120. C'era chi poteva votare, chi solo proporre

leggi, come i Savi: essi infatti proponevano soltanto, prerogativa non posseduta dai

restanti senatori. Alcune cariche importanti potevano essere elette dal senato senza il

Maggior Consiglio per scrutinio: sceglieva i candidati da sottoporre al Maggior Consiglio, è

quindi un organo che sottrae. Succederà la stessa cosa nel '4-500 con il suo

ridimensionamento da parte del consiglio dei 10 (vedi pace di Lepanto). Nel totale il senato

era composto da 250 persone, troppi per decisioni immediate ed efficaci.

Il senato divenne importante nel corso del '400, gestendo le operazioni più rilevanti a

livello di conquista militare dell'entroterra. Nel 1582/3 avviene la correzione: se il potere è

rappresentato dal MC, il senato non ha potere di ridefinire la repubblica ma di secessio dai

lavori. Nel 1582 l'MC si rifiuta di eleggere il consiglio dei 10: obiettivo di gran parte del

patriziato e del senato era il ritorno del consiglio alle sue competenze originali, a scopo di

difesa dell'integrità dello stato. Il consiglio dei 10 accetta questa riforma costituzionale. Si è

ricorsi al non voto per bilanciare i poteri.

Quarantia: le Quarantie rappresentano lo strato medio del patriziato, i "barnaboti", che

non arrivava mai in senato se non grazie alla Criminale. 3 Quarantie: civil nova, civil

vecchia, criminale. Composte ciascuna di 40 membri. I quarantioti erano spesso in

conflitto con i grandi, creando problemi non da poco con l'elite oligarchica.

Vi era necessità di accrescere il potere di queste medie aristocrazie. Le Quarantie erano a

libero accesso: Goethe ci entra per curiosità e descrive i dibattiti tra avvocati e giudici. Che

compiti avevano? Dalla distinzione si capisce che erano magistrature giudiziarie, criminale

e civile. Con che competenze? Erano tribunali di appello. Il processo era "all'americana",

con giuria, giudice, avvocato. Assistevano appunto gli Avogadori di Comun, ossia gli

avvocati di Venezia, rappresentanti e difensori della città. Essi rappresentavano tutte le

cause in città; nelle cause che venivano da fuori, dallo stato da mar o da terra, prendevano

la parte del privato in appello. Non venivano dalle elites, e possedendo un grosso potere in

tribunale, potevano mettere in forse la repubblica stessa. Generalmente erano eletti

giovani, perché più resistenti alla fatica del mestiere. In sostanza erano garanti degli

equilibri dell'aristocrazia. Se una persona riteneva di essere stata giudicata male per

qualsivoglia motivo, si chiedeva all'avogadore una lettera di intromissione: con essa la

sentenza non veniva resa esecutiva e si bloccava il processo, trasferendolo alle

Quarantie. Gli Avogadori non conoscevano il diritto, erano datori della dimensione politica

in tribunale.

La vicenda di Polissena Scroffa

Il collegio faceva riferimento a una funzione importantissima, quella dei consultori in iure.

I consultori sono persone preparate su molti argomenti che il collegio consulta

costantemente per avere dei pareri su questioni confrontate a livello politico, pareri

vincolanti o meno. Tutti i monarchi hanno dei consiglieri: generalmente sono tutti giuristi,

con preparazione professionale in giurisprudenza. Nel caso veneziano i consultori non

sono dei tecnici ma dei politici, ossia persone con la capacità di cogliere la dimensione

giuridica della repubblica. Tra i più importanti figura Paolo Sarpi, personaggio del '600.

Con lui nasce questa figura, prima Venezia ricorreva ai giuristi. A partire dagli inizi del '600

si individua questa figura in maniera originale. Non è una carica vera e propria ma una

funzione, tanto che il consiglio dei consultori nasce successivamente. In Europa essi sono

Consilia. I consulti sono tutti scritti in veneziano. Quando terminava la carica gli eredi

depositavano tutto il materiale del predecessore in archivio. Da esso si capisce cosa era

importante per la Serenissima. Da qui di comprende la dimensione politica veneziana.

Nell'800 si crea un mito su Sarpi, in quanto aveva preso posizione contro la chiesa

cattolica, da parte dei protestanti. Egli infatti era un anti-curiale, avverso alle politiche della

chiesa circa il concilio di Trento. Sarpi si colloca nel periodo detto interpetto di Venezia,

unico stato ad opporsi alla chiesa (1606-07): Venezia arresta due sacerdoti che avevano

commesso dei reati comuni, non religiosi. Uno di essi era un omicida, l'altro a uno

stupratore. Secondo la pratica la chiesa doveva giudicarli ma Venezia rifiuta, affermando

che lo stato veneziano lo doveva fare perché si trattava di reati minori. Ora con questa

presa di posizione si obbligava con una legge a passare prima per lo stato locale x creare

opere religiose. In questo periodo prende il potere un gruppo detto dei giovani, anti-curiali,

anti-spagnoli, con stretti contatti con i protestanti, contrapposti ai vecchi, filo spagnoli e filo

papali. Sarpi, allora frate, viene protetto dai giovani, guidati dal doge dell'epoca Leonardo

Donà. La chiesa romana risponde: Venezia deve ritirare quella legge e liberare i sacerdoti

incriminati. Al rifiuto della Serenissima, la chiesa scomunica lo stato. Significava che i preti

locali non potevano più praticare la loro funzione religiosa. Come avrebbe reagito la

popolazione? Avrebbe obbedito al papa o a Venezia? Se avessero obbedito al papa,

sarebbero stati travolti dagli spagnoli. Sarpi diventa espressione del momento secolare

contrapposto alla alleanza ecclesiastica. Nessuno dei due cede e si arriva a una soluzione

mediante la Francia: Venezia cede i sacerdoti a Parigi e Parigi li cede a Roma, senza

ritirare la legge. La vera vittoria è veneziana perché lo stato di fronte alla scelta si è

dimostrato solido, grazie alla popolazione contadina. Dinnanzi alla scelta scappano i

gesuiti. Sarpi muore nel 1621. Si tenta di far passare la falsa voce di essersi pentito prima

di morire. Con la sua morte i vecchi ridimensionano la sua figura. I suoi consulti

delineavano una vicenda da dimensione europea:

=>la vicenda ha come protagonista un portoghese, tale Gaspare Ribeira, ebreo convertito

al cristianesimo ma definito all'epoca marrano (finto convertito). Quando il Portogallo

passa sotto la Spagna (1580-1620), sotto Filippo II, gli ebrei vengono perseguitati.

Gaspare scappa con la famiglia e il suo immenso patrimonio a Venezia, come molti altri

ebrei. Violante, sua unica figlia, sposa un nobile vicentino, tale Vincenzo Scroffa, fuggito

dalla sua città perché colpevole di omicidio. In quegli anni, 1580, Gaspare viene preso di

mira dall'inquisizione del santo ufficio veneziano. Il processo destò scalpore a Venezia in

quanto Gaspare morì di dolore. Dal matrimonio della figlia nasce Giulio Cesare Scroffa,

morto giovanissimo dopo aver sposato una donna della grande nobiltà bresciana della

famiglia Martinengo. Da questo matrimonio nasce una bambina, Polissena Scroffa. La

madre si risposa e non si porta la figlia con se. Polissena viene affidata al nonno

Vincenzo. Le cose si complicano: Polissena diviene ereditiera in quanto era confluito non

solo il patrimonio del nonno ma anche quello dei Ribeira.

Il pericolo più comune all'epoca era il rapimento: secondo la mentalità dell'epoca una

donna rapita poteva essere definita svergognata, anche se non stuprata. Come riparare al

danno? Risposandosi. Il concilio di Trento aveva posto un cavillo a riguardo: prima di

risposarsi una donna avrebbe dovuto tornare alla famiglia.

Dinnanzi alla paura del rapimento Vicenzo teme addirittura la sua uccisione. Sa che dietro

potrebbe esserci un fratello della madre per ottenere il patrimonio, il quale aveva fatto pure

delle avances per il matrimonio (donna a 12 anni, uomo a 14 potevano sposarsi).

Vincenzo Scrofa non vuole avallare il matrimonio e scrisse un testamento scritto dove

lasciava erede Polissena, ancora bambina. Infatti scrisse due cedole (buste) segrete: una

dovrà essere aperta alla sua morte, l'altra quando Polissena avrà 15 anni. 1613, Vincenzo

viene ucciso: nella prima cedola inonda la città di benefici economici, chiedendo ai capi del

consiglio dei X di proteggere Polissena e di aprire loro la seconda cedola. Qualche anno

dopo, al 15esimo anno di età, essa viene aperta: Polissena ha un obbligo per ricevere

l'eredità del nonno, ossia sposare due persone da lui indicate. Vi sono parenti lontani degli

Scrofa, Antonio e Ottavio, uno brutto e l'altro povero: Polissena deve scegliere uno dei

due. Poteva anche non sposarsi ma si sarebbe dovuta accontentare della legittima

dell'eredità, in base alla decisione dello stato. I capi del consiglio dei X si pongono dei

problemi e chiedono aiuto a Paolo Sarpi: egli afferma di chiedere a Polissena cosa

sceglie. Viene chiamata, assieme al suo avvocato, e dice di voler sposare Antonio. Sarpi

dichiara che c'è un trucco perché Antonio non ha ancora 14 anni, età per il matrimonio.

[Come ci si sposava? Fino al Concilio del 1563 sposarsi era un rito in cui lo scambio di

consenso tra i due contraenti avveniva con una stretta di mano, senza connotazioni

sacrali. Era un accordo per stabilire la legittimità dell'eredità. Il concilio si battè contro

questa pratica consolidata. Ci deve essere una cerimonia in cui i due si scambiano il

consenso dinnanzi a un sacerdote assieme a due testimoni. Con il concilio, tutto quello

che precedeva il matrimonio, tra cui il fidanzamento, perde importanza.]

Sarpi afferma che nella prassi comune ancora la gente ragionava alla maniera vecchia

dove bastava il rapporto sessuale a sancire di fatto le nozze. Quello valido era quello

celebrato dal sacerdote ma quello di fatto era basato sullo scambio sessuale. Sarpi

afferma che ciò si doveva evitare. Si tratta quindi del primo matrimonio civile: i due devono

fare promessa di matrimonio dinnanzi ai 10 del consiglio. È un impegno celebrato dinnanzi

a un autorità politica. Ad un certo punto Polissena pretende la sua quota di legittima in

aggiunta all'eredità: il patrimonio dei Ribeira era in parte confluito alla nonna. Intanto si

sparse la notizia che una piccola fanciulla si prendeva gioco dei 10. Sarpi risponde che

l'importante era che doveva mantenere la parola. I 10 adottano delle misure cautelative:

costringono Polissena a entrare in un monastero e tutte le sue lettere vennero intercettate

dal consiglio. Dopo un lungo tempo, Polissena rinuncia a sposare Antonio,

accontentandosi della legittima e venendo raccomandata a una cerchia di nobili locali.

Sarpi afferma la legalità di questo: lei potrà avere la sua legittima mantenendo le volontà

del nonno. I capi ignorano Sarpi che aveva chiesto la sua liberazione dal monastero. Sarpi

stesso non viene più consultato e Polissena rimase in monastero per un altro anno. Capì

quindi che per uscire doveva sposare Antonio. La promessa fatta al consiglio era più

pesante della promessa religiosa: a spingere i capi era questa consapevolezza, unita al

gossip nella città di questa che si burlava del potere.

Si è visto come il fulcro della vicenda sia il consulto di Paolo Sarpi, che avverte di come ci

sia un trucco, allorché Polissena accetta di sposare Antonio. Ma cosa voleva dire il

matrimonio? Noi sappiamo che per l’Europa cattolica esso rappresenti una cesura, poiché

affronta tutta una serie di tematiche fondamentali. Tra esse, la riforma del matrimonio

rappresenta certo l’elemento più importante. Prima, il matrimonio si divideva in

matrimonium initiatum, una specie di fidanzamento, e il matrimonium ratum, la

congiunzione carnale, la sola vera ratifica del matrimonio. Questo però rendeva difficile

attribuire chi fosse figlio di chi, e a chi spettasse il matrimonio. È il vescovo di Parigi il

primo a proporre qualcosa di nuovo: nascono così gli sponsalia per verba de futuro, che

corrisponde al fidanzamento, e gli sponsalia per verba de praesenti, che corrispondono

alla ratifica davanti a testimoni, e senza i quali il matrimonio era sì valido, ma non legittimo,

clandestino (era insomma necessario il consenso dei genitori): l’atto sessuale non basta

più. Tutto questo funziona fino al Cinquecento. Poi non basta più, c’è bisogno di qualcosa

di più certo, al pari dell’esigenza della chiesa cattolica di rispondere alla riforma

protestante. A Trento si stabilisce che gli sponsalia de futuro abbiano ormai solo un valore

formale, perché sentiti, e che gli sponsalia de praesenti vengano celebrati davanti al

parroco della donna e davanti a due testimoni: è ancora importante il consenso degli

sposi, ma non basta. In Francia, però, la normativa viene inizialmente rigettata perché si

riteneva importante anche il consenso dei genitori, per ovviare casi come quello dei

Promessi Sposi e per evitare che un nobile decaduto potesse arricchirsi semplicemente

rapendo una fanciulla nobile. Alla fine vincerà il Sud Europa. Quello che dice Sarpi, in

sostanza, è proprio che quella promessa di Polissena fosse fondamentalmente falsa, in

quanto il consenso de futuro non aveva più senso, e la giovane poteva tranquillamente

farsi rapire.

L'antimito

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Una vera e propria storiografia dell’Antimito nacque nel corso dell’Ottocento. Si trattava di

una storiografia che individuava nella scomparsa Repubblica di Venezia e nella sua storia

millenaria una serie di aspetti che venivano considerati negativamente sulla scorta di

valutazioni che si soffermavano sia sulla costituzione di Venezia, sia sul confronto con altri

stati europei ed italiani. Mito e antimito si confrontarono nel corso dell’Ottocento e del

Novecento lasciando chiaramente trasparire la percezione e le personali posizioni

politiche dei loro interpreti. In realtà si trattava di interpretazioni che, pur traendo molto

spesso spunto da alcuni aspetti concreti della storia veneziana, erano prive di una vera e

propria analisi dell’assetto costituzionale della Serenissima e di un sostanziale confronto

con le altre realtà politiche europee. Di grande rilievo ed importanza fu l’Histoire de la

République de Venise di Pierre Daru, apparsa a Parigi a Parigi nel 1819 (in sette volumi).

Rapidamente tradotta in italiano l’Histoire suscitò accese polemiche e confutazioni. In

realtà l’opera rifletteva la particolare percezione di un uomo che rivestì cariche importanti

nell’esercito napoleonico e faceva dunque parte di una struttura gerarchica incardinata nel

nuovo modello di stato francese. Una percezione che spinse Daru (nonostante alcuni

evidenti errori di valutazione e l’utilizzo di documenti apocrifi) a sottolineare alcune

debolezze di fondo dello stato marciano, anche se, per certi versi, egli non seppe

nascondere la sua ammirazione verso un sistema politico che, nonostante tutto, era

riuscito a durare per secoli. Sull’Histoire e su Pierre Daru si veda il mio saggio qui

pubblicato ‘Venezia e la storiografia dell’Ottocento) L’Histoire e altre successive opere

contrassegnate dall’ideologia dell’antimito traevano comunque ispirazione da una

precedente letteratura dell’antimito, che cominciò ad apparire nel corso del Seicento. Una

letteratura che, nonostante le apparenze, era sorta ai margini del potere repubblicano, tra

quei patrizi che si sentivano esclusi dalle scelte politiche monopolizzate dal gruppo

oligarchico dei ‘grandi’. Gran parte di questi scritti erano anonimi anche se ebbero grande

diffusione anche in altri paesi europei come la Francia e l’Inghilterra. il loro obbiettivo era

quello di descrivere il potere marciano nei suoi aspetti più reconditi in una prospettiva

dichiaratamente machiavellica. I dissensi interni al patriziato venivano resi espliciti, così

come si sottolineava l’esclusiva gestione del potere da parte di alcune famiglie ricche e

potenti. In definitiva si denunciava in questi scritti la crisi di fondo del repubblicanesimo e

la finzione dell’armonia costituzionale (lo stato misto) cui si era rifatta una storiografia

cinquecentesca caratterizzata da una visione mitica dello stato marciano.Di questo filone

letterario antimitico si riportano qui i due testi più significativi: L’opinione di fra Paolo

Servita (o altrimenti detta ‘falsamente scritta a fra Paolo Servita), di cui si enumerano

decine di versioni, sia manoscritte che a stampa; e la cosiddetta Relazione sulla

organizzazione politica della Repubblica di Venezia. Spesso acriticamente utilizzate nel

corso dell’Ottocento, queste due opere furono fonti di ispirazione per la storiografia

dell’antimito. Durante il corso si esamineranno alcuni brevi spunti di queste due opere,

accostandole invece a quanto scrisse nel corso dell’Ottocento uno studioso come

Agostino Sagredo (si veda il corso dedicato al mito debole). Appare evidente che una vera

comprensione della complessa storia della Serenissima può avvenire solo rinunciando agli

stilemi più diffusi del mito e dell’antimito. In una prospettiva di ‘New realism’ si può dunque

cercare di cogliere quali elementi sostanziali stavano alla base delle due storiografie e

quale fu l’opera di ‘costruzione’ attuata dai loro interpreti. Solo in tal modo si può giungere

a leggere correttamente la storia della Repubblica di Venezia e, soprattutto, ad

individuarne il sostanziale assetto costituzionale e di potere. Un esempio di questa

operazione è nel sito dedicato a ‘Le pietre di Perasto’ in cui si è esaminato il mito del

famoso discorso pronunciato dal conte Giuseppe Viscovich nella comunità di Perasto

(attuale Montenegro) poco dopo la caduta della Serenissima.

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Sia il mito che l’antimito traggono origine da un fenomeno cinquecentesco. Dopo la guerra

di Cambrai, Venezia è costretta a rifarsi la faccia. Fondamentale è in questo periodo il De

Magistratis et Republica Venetorum, in cui si dipinge la Repubblica come un luogo in cui

tutto funziona alla perfezione, e in cui gli obiettivi supremi sono pace e giustizia; in cui non

c’è conflitto fra magistrature. Compare poi la definizione di stato misto, con commistione di

aristocrazia, rappresentata dal Senato e dal Consiglio dei Dieci, democrazia,

rappresentata dal Maggior Consiglio, e monarchia, rappresentata dal doge. Un modello

che già Jean Bodin dimostrerà artefatto, soppiantandolo con uno prettamente

aristocratico, ma che Donato Giannotti, fiorentino, nonché Francesco Guicciardini,

prendono per assodato. Nella metà del secolo, poi, comincia una letteratura multiforme.

Su tutte, due opere, di cui la prima ha anche edizioni a stampa tradotte in varie lingue:

Opinione di [o falsamente ascritta a] fra Paolo Sarpi sopra il governo della Repubblica di

Venezia (che però è solo falsamente attribuita a Sarpi, considerato non poco

machiavellico, per renderle autorevolezza), dove in apparenza pare si parli bene della

Repubblica, ma in cui al contempo se ne smascherano i meccanismi contorti, e la

Relazione sulla organizzazione politica della Repubblica di Venezia, di Giuseppe Bacco. Il

periodo è un po’ complicato, per Venezia. Si è appena perduta Candia, e la nobiltà

dell’isola è fuggita in massa in laguna, dove viene guardata di sottecchi dalla nobiltà

locale. La peste contribuisce ad un accentramento dei patrimoni nelle mani dei ricchi,

sempre più ricchi, a discapito dei poveri, sempre più poveri. La prima edizione

dell’Opinione viene data alle stampe nel 1680, quando per la prima e unica volta viene

attribuita a Sarpi. Molto spesso si cita un “capitolare”, una raccolta di leggi delle varie

magistrature, costruito ad hoc per l’opera e preso per vero nell’Ottocento. Quale sono le

caratteristiche comuni di questa letteratura? In queste opere si elencano i limiti e le

contraddizioni del sistema repubblicano, mostrandone la fragilità al cospetto delle altre

monarchie europee. L’obiettivo è far vedere i contrasti per denunciare lo strapotere di

alcuni. Chi scrive fa finta di essere un grande, per arrogarsi autorevolezza, e critica anche

Senato e Consiglio dei Dieci come detentori indiscussi del potere. C’è poi un

capovolgimento delle relazioni fra politica e politici, la prima in preda e vittima dei secondi.

A redigerli erano spesso i “plebei”, che pur essendo nobili decaduti avevano diritto di

entrare nel maggior consiglio. Ne esce un ritratto del patriziato tripartito in tre livelli: i

plebei, per l'appunto, i “meccanici” – quelli delle quarantìe – e i politici, quelli più alti.

[IL FALSO MITO DI PERASTO All’arrivo delle armate napoleoniche, ben accolte, arrivano

a Venezia, fra l’imbarazzo del Senato, navi perastine, che vengono rimandate indietro.

Ritornano nel 1797, e ancora una volta vengono rimandate a casa. Ne nasce un mito, ben

foraggiato anche da personalità come D’Annunzio, secondo il quale i perastini, guidati da

Giuseppe Viscovich, hanno conservato le insegne di Venezia («Ti con nu, nu con ti», il

motto)].

Il sistema umanistico non era funzionale politicamente in Italia. In Francia invece ciò

favorisce un applicazione di esso. Sarpi chiama Giulio Pallice da Ginevra per insegnare

all'università di Padova. Non resiste molto in quanto contestato dagli studenti. Sarpi

diventa un mito nell'Ottocento. Perché? Dopo l'unità vi è spaccatura tra liberali e filo

ecclesiastici. I primi vedono in Sarpi colui che ha rivendicato le competenze giurisdizionali

dello stato contro la chiesa. Egli però non era un giurista ma un machiavellico. Pag 5-6,


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
A.A.: 2013-2014

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